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Una città con tante “piscine”
Al tempo di Gesù c’erano a Gerusalemme delle riserve d’acqua importanti
chiamate piscine o vasche. Due di queste sono nominate nei Vangeli in
occasione di miracoli.
Una è la piscina di Siloe, alimentata da un’importante condotta che
porta l’acqua in città dalla sorgente di Gihon e la cui condotta risale al
tempo di Ezechia. Il cieco che Gesù guarì fu mandato a questa piscina per
lavarsi (Giovanni 9:7).
L’altra è la piscina chiamata in ebraico Bethesda, presso la Porta
delle Pecore (gr. probatikh = delle pecore), dove Gesù guarì il
paralitico ammalato da trentotto anni (Giovanni 5:1-15). Essa potrebbe
essere localizzata nella zona a nord della spianata del Tempio, verso il
quartiere di Bezeta. Vi sono state condotte ricerche archeologiche
abbastanza minuziose, reperendo resti di colonne che potrebbero
corrispondere a quelle del portico, citato in Giovanni 5:2. In effetti sul
luogo sono oggi facilmente riconoscibili due bacini, uno a fianco
dell’altro, circondati da colonnati.
Più arduo è invece identificare la vasca dove ebbe luogo il battesimo
delle tremila persone il giorno della Pentecoste (Atti 2:41). Per
mettere in guardia contro le facili suggestioni che nulla hanno a che fare
con la verità storica, riferiamo un gustoso brano tratto dal libro The
Archaeology of Palestine del famoso archeologo statunitense W. F.
Albright, di cui abbiamo più volte parlato: “Commovente è la storia di
quell’agricoltore dell’Illinois che C. C. Mc Cown ed io incontrammo, anni
addietro, in un albergo di Nazareth. Costui era anche a capo di una scuola
festiva rurale, di denominazione Battista, ed aveva come vicino il capo di
una scuola consimile, però Metodista. Un bel giorno si trovarono impegolati
in una vivace discussione sulla superiorità del battesimo per immersione nei
confronti di quello per aspersione. La disputa aumentò di tono. Il Metodista
si faceva forte di quello che a lui sembrava essere l’argomento più
decisivo, l’impossibilità, cioè, che vi fosse stato a Gerusalemme un luogo
così grande da poter permettere, in occasione della Pentecoste, la generale
immersione di una così grande moltitudine di fedeli. Alla fine il Battista,
effettivamente turbato dalla forza dell’argomento, pregò il vicino di
volersi prendere cura degli affari della sua fattoria per tutto il tempo che
gli era necessario per recarsi a Gerusalemme e farvi delle indagini.
Intraprese così il lungo viaggio, affrontando notevoli disagi per gli scarsi
mezzi di cui poteva disporre e, una volta in Palestina, proseguì a piedi per
risparmiare denaro. Presso Nablus dei contadini arabi lo accoltellarono e lo
spogliarono di tutto. In un alberghetto ebraico di Tiberiade rischiò di
morire di dissenteria. Ma che luce di trionfo gli brillava negli occhi
mentre ci narrava del pieno successo della sua missione dichiarando di aver
misurato la piscina di Mamilla a Gerusalemme e d’aver constatato che in essa
poteva benissimo aver trovato ricetto, per la festa della Pentecoste, una
enorme folla di fedeli! Ora, perché mai avremmo dovuto dirgli che quella
piscina, come tante altre grosse cisterne in Gerusalemme, era di epoca
medievale? Le sue ultime parole prima di lasciarci furono: «E adesso vado a
convertire il mio fratello Metodista!»...”.
La piscina di Mamilla si trova ad ovest della Porta di Giaffa,
all’esterno della Città Vecchia. Si tratta dell’antico serbatoio Birket
Mamilla, che ha ancora attorno una parte del vecchio cimitero musulmano.
L’immenso serbatoio ha 90 m di lunghezza, 60 di larghezza e 6 di profondità,
ed è in gran parte intagliato nella roccia. Viene nominato per la prima
volta in un documento del VII secolo, ove si riferisce che nella presa di
Gerusalemme da parte dei Persiani moltissimi cristiani furono martirizzati e
gettati nello stagno di Mamilla, ad un tiro di freccia a ovest della città.
Non si conosce l’origine del nome Mamilla. Alcuni ritengono trattarsi di una
deformazione di Maximilla, il nome della moglie di un pio cristiano, tale
Tommaso, che si prese cura di seppellire i martiri. Altri pensano che invece
si tratti del nome del personaggio, per altro ignoto, che fece costruire la
cisterna. (Cfr. D. Baldi, Guida di Terrasanta, pag. 116,117).
L’edilizia privata
Fino a pochi anni fa non si conosceva nulla sulle case di Gerusalemme
del 1° secolo. Poi, in seguito a circostanze drammatiche (i violenti
bombardamenti della Guerra dei Giorni nel giugno 1967), fu concesso agli
archeologi di scavare nel Quartiere Ebraico, dove una volta si trovava la
Città Alta, sulla Collina Occidentale].
L’équipe di scavo, condotta dal professor Nahaman Avigad assistito da Romy
Reich e Zvi Maoz, ottenne in breve tempo risultati di eccezionale
importanza.
Quanto all’edilizia privata, furono portati alla luce i resti di sei
abitazioni del 1° secolo d.C., con molti oggetti domestici che hanno
permesso di approfondire la conoscenza della vita quotidiana dell’epoca.
Queste scoperte sono state utilissime per far progredire la ricerca su uno
di quelli che era considerato “l’anello debole” dell’archeologia di
Gerusalemme.
Infatti, in generale, dalle fonti storiche non si poteva sapere gran che
sulla vita quotidiana e sulle case di abitazione, poiché tutto ciò non
rientrava negli scopi degli scrittori. Per esempio, Flavio Giuseppe
riferisce con ampi dettagli la storia del popolo ebraico dalle origini, e
parla in particolare della guerra contro i Romani, ma non dice quasi nulla
sull’ambiente e la vita ordinaria degli abitanti. Anche nel Nuovo
Testamento, gli scarni accenni alla vita quotidiana e alle abitazioni sono
del tutto incidentali. Fanno eccezione in parte gli scritti rabbinici (in
particolare la Mishnah), che contengono talvolta descrizioni di case,
compreso l’arredamento e la decorazione.
Una delle case scoperte da Avigad fu chiamata Casa Erodiana. Essa fu
così definita dagli archeologi perché era dell’epoca di Erode il Grande e fu
demolita sotto il suo regno per consentire una ristrutturazione viaria.
Le altre case invece furono abitate fino alla caduta di Gerusalemme e
vennero distrutte col resto della città nel 70 d.C. Due di queste meritano
particolare menzione: una è stata chiamata Casa Bruciata, per le
evidenti tracce d’incendio, e l’altra è nota come Casa Grande, per le
sue eccezionali dimensioni.
Occorre anzitutto considerare che le case scoperte appartenevano ai
quartieri ricchi della città, dove abitavano tra l’altro le famiglie dei
sacerdoti. Descrivendone gli ambienti lussuosi, teniamo presente che il
resto degli abitanti di Gerusalemme era ben lontano dal conoscere simili
agi.
La Casa Grande |
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Il concetto di purità
rituale faceva parte del bagaglio tradizionale degli Ebrei, e derivava
dalle prescrizioni del Levitico (capitoli 11-15), codificate nei dettagli
dai Farisei. Questa purità rituale non aveva niente a che fare con la
pulizia del corpo o l’igiene. Ciò non significa che la pulizia del corpo non
fosse tenuta in conto; anzi, si ritiene che per conservare pulita l’acqua
del miqweh ognuno si lavasse prima nel bagno privato. Invece, il
bagno rituale – che consisteva in una breve ma totale immersione del
corpo nudo nell’acqua – era un atto religioso ed aveva uno scopo
simbolico.
Fra i recipienti di uso domestico trovati nelle case, molti erano di pietra.
Infatti i rabbini di quel tempo avevano promulgato delle regole sulla
propensione dei diversi materiali ad assumere una impurità rituale. Secondo
queste prescrizioni, soltanto la pietra non era suscettibile di contrarre
impurità, mentre per il vasellame in terracotta non c’era rimedio e, una
volta sporcato, doveva essere rotto. Non conosciamo le ragioni di una simile
regola. Qualcuno ritiene che l’abitudine di rompere i recipienti di
terracotta, che comunque aveva uno scopo rituale, dipendesse anche dal fatto
che, essendo porosi, assorbivano i liquidi e i grassi che vi si mettevano e
non si riusciva più a pulirli completamente.
Oltre alla completa immersione nell’acqua della miqweh, per gli ebrei
osservanti c’era tutta una serie di purificazioni per le quali
occorrevano grandi quantità di acqua. In Giovanni 2:6, dove è raccontato
il miracolo delle nozze di Cana (cambiamento dell’acqua in vino), è detto
che i recipienti in pietra erano “del tipo adoperato per la purificazione
dei Giudei”; e dalle indicazioni sulla capacità si comprende che
potevano contenere dai 70 ai 100 litri. Gli archeologi hanno trovato
parecchie giare di pietra di queste dimensioni nelle case di
Gerusalemme.
A chiarimento dei precetti e delle pratiche sulle purificazioni rituali che
i rabbini avevano aggiunto alla legge di Mosè, è utile considerare il brano
di Marco 7:3-4 (inserito nel contesto della diatriba con i Farisei sulla
tradizione, nata dal fatto che i discepoli di Gesù erano stati visti
mangiare con mani impure, cioè non lavate). In tale passo l’evangelista
ritenne opportuno spiegare ai lettori non Giudei il senso dell’arcana
materia:
“I Farisei e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani
con grande cura, seguendo la tradizione degli antichi; e quando tornano
dalla piazza non mangiano senza essersi lavati. Vi sono molte altre cose che
osservano per tradizione: abluzioni di calici, di boccali e di vasi di
rame”.
Sulla base degli elementi ritrovati, gli archeologi hanno cercato di
“ricostruire” l’imponente sala di rappresentanza della Casa Grande,
che aveva le pareti e il soffitto decorati in stucco. Alcuni motivi
ornamentali formavano triangoli, quadrati od ottagoni, come in alcuni
soffitti a volta di Pompei.
Il pavimento di questa sala non si è conservato, ma possiamo fare
riferimento a quello che è stato trovato in una casa vicina. Secondo Avigad,
si tratta del più grande ed elaborato mosaico trovato in tutto il corso
degli scavi.
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La Casa Bruciata
Parliamo ora della Casa Bruciata. Era situata a nord della precedente,
in una zona dove tutte le case erano state distrutte dal colossale
incendio dell’anno 70 d.C. Essa fu la prima ad essere trovata dagli
archeologi, nel 1970. Racconta Avigad che “la scoperta di questa casa
sovrasta tutte le altre per la quantità di reperti, per la conservazione
delle testimonianze della distruzione e dell’incendio e per l’intensità
delle emozioni. In fondo è stato bene che essa sia stata la prima e che ci
abbia sorpresi, meravigliati ed esposti a così profonde reazioni emotive”.
Per comprendere l’intensità delle reazioni emotive degli scopritori,
dobbiamo tener conto che si trattava di archeologi israeliani. Ecco infatti
la testimonianza di Romy Reich:
Gli scavi di queste case devastate e bruciate hanno ispirato sentimenti
contrastanti negli archeologi impegnati in questo lavoro, compreso l’autore
di queste righe... Da una parte, si trattava della distruzione della città
dei nostri antenati, una distruzione che ha provocato 1900 anni di esilio
per il popolo ebraico. Dall’altra parte, fu proprio soltanto la brutalità di
tale distruzione a far sì che le case abbiano conservato il loro arredamento
a posto, ricca messe per gli archeologi di oggi”.
La Casa Bruciata comprendeva un piccolo cortile, quattro stanze, una cucina
e un bagno rituale.
La casa custodiva molti recipienti: marmitte, scodelle, vasi, anfore,
mortai, e soprattutto grandi giare di pietra.
Fu trovato anche un grande tavolo, anch’esso in pietra, finemente
decorato sui bordi, fornito di un sostegno centrale di forma cilindrica,
dell’altezza di un normale tavolo attuale. Secondo Avigad, esso è
“l’unico del genere finora trovato negli scavi in tutto il paese d’Israele”. |
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La sinagoga dei Liberti
In Atti 6:9 sg., il racconto del martirio di Stefano comincia così:
“Alcuni della sinagoga detta dei Liberti (...) istigarono degli uomini
che dissero [di Stefano]: Noi lo abbiamo udito bestemmiare...” (...), e lo
afferrarono e lo condussero al sinedrio ...”.
Questo episodio va inserito tra la nascita della comunità cristiana a
Gerusalemme e la conversione di Paolo (cioè circa tra l’anno 30 e il 36).
C’era dunque a Gerusalemme al tempo di Gesù una sinagoga detta dei
Liberti. Questa notizia è stata messa in relazione con una interessante
iscrizione in greco, scoperta dal capitano Raymond Weill in una cisterna
sulla collina sud-orientale di Gerusalemme durante gli scavi del 1914, e
pubblicata nel 1920. Il testo parla della costruzione di una sinagoga da
parte di un certo Teodoto.
Ecco la traduzione completa: "Teodoto, figlio di Vetteno, sacerdote e
capo della sinagoga, ha costruito la sinagoga per la lettura della Legge e
l’insegnamento dei comandamenti, e [ha edificato] l’ospizio, le stanze e le
riserve idriche al fine di alloggiare quelli che vengono da lontano e che
hanno bisogno; la quale [sinagoga] avevano fondata suo padre e gli anziani e
Simonide”.
A parte l’interesse di aver scoperto traccia di una sinagoga a
Gerusalemme, cosa in sé stessa piuttosto rara, la possibilità di collegarla
con quella “dei Liberti” ricordata in Atti 6:9 sta
nell’interpretazione che si dà al nome Vetteno. Secondo alcuni infatti,
il nome Vetteno indica che Teodoto era figlio (o nipote) di un liberto
giudeo d’Italia, che aveva ricevuto il suo nome dalla famiglia dei Vetteni
(gens Vettena o Vettia), una famiglia romana ben conosciuta. I liberti
(schiavi affrancati) prendevano sovente il nome della famiglia del loro
liberatore. Si può presumere che l’antenato giudeo fosse stato portato
prigioniero in Italia all’epoca di Pompeo. Questa opinione è stata sostenuta
da Clermont-Ganneau e Vincent, e si trova ribadita con forza da W. F.
Albright:
“Ovviamente Teodoto aveva ricevuto il nome dalla famiglia romana dei
Vetteni (gens Vettena) e perciò egli, o un suo antenato, doveva essere stato
uno schiavo emancipato proveniente dall’Italia. Di conseguenza ci sono tutte
le buone ragioni per ricollegare questa sinagoga con la «Sinagoga dei
Liberti» menzionata in Atti 6:9...”.
Di tutt’altro parere è invece Emilio Gabba il quale, appoggiandosi sulle
convinzioni di Lietzmann e Deissmann, afferma:
“L’ipotesi del Clermont-Ganneau, accolta dal Vincent, che bisognasse
intendere Vettienus e che vi fosse una qualche relazione fra il padre del
nostro [Teodoto] e la gens Vettia è infondata. (...) Che [Vetteno] fosse un
liberto è possibile, per quanto (...) la forma del nome non possa essere una
prova; l’identificazione [della sinagoga di Teodoto con quella dei Liberti
di Atti 6:9] resta, per altro, una pura possibilità, neppure molto
probabile”.
Avendo messo in evidenza anche in questo caso il parere discordante degli
esperti, vogliamo ribadire una volta di più l’invito alla prudenza, che
spesso molti divulgatori di Archeologia Biblica, mossi dall’entusiasmo,
mettono disinvoltamente da parte.
Terminiamo qui l’esame delle scoperte archeologiche della Gerusalemme al
tempo di Gesù. Oltre a quelli prima descritti, altri luoghi vengono
oggi mostrati ai visitatori (Cenacolo, Casa del Sommo Sacerdote, Getsemani,
ecc.), che sono soltanto legati alla tradizione, non essendo stato
possibile finora alcun riscontro scientifico serio. Ciò non significa
che questi luoghi non potrebbero corrispondere a quelli descritti nei
Vangeli, ma si resta nel campo delle congetture. Abbiamo pure accennato alla
lunga e tormentata storia delle occupazioni e delle distruzioni che la Città
Santa dovette subire nel corso dei secoli, le quali hanno contribuito in
modo determinante ad alterare l’aspetto dei luoghi. |