Rappresentazione
del BUDDHA
1 -
Caratteri generali
dell’arte buddhista
Gli antichi monumenti religiosi del periodo
Maurya (320-
In questi monumenti, le sculture e i
bassorilievi sono innumerevoli. L’artista elabora lo spazio pittorico ideale
dei medaglioni, degli architravi, delle traverse e dei capitelli, per
rappresentare re e regine, ninfe, monaci, devoti e animali pii e anche i fedeli
del BUDDHA.
La ripartizione delle superfici in registri
contiene l’aspetto materiale, la presenza umana e il sentimento religioso,
perfino spirituale, della vita.
Il piano materiale è caratterizzato dagli
elementi dell’architettura che formano la cornice della vita quotidiana; è
anche lo spazio ornamentale in cui si schierano i personaggi che si
prosternano, cantano o semplicemente si raccolgono con le mani giunte. Questi
personaggi idealizzati concorrono all’equilibrio delle composizioni narrative
dalle quali è assente l’idea di violenza; ogni figura descrive al tempo stesso
un movimento fisico e un movimento interno che è adorazione, raccoglimento e
ammirazione.
I corpi slanciati e morbidi sono animati
dalla quiete della vita interiore. I loro gesti, i loro sguardi attenti,
convergono verso lo spazio sacro dove il Buddha è rappresentato con attributi
simbolici o in forma umana.
2
- Rappresentazione
simbolica del Buddha
Nell’arte dei primi periodi, specialmente
nell’arte di Sanci (II-I secolo a.C.), c’era l’uso di
evocare la sua presenza mediante simboli.
Il Buddha, il Risvegliato, è liberato dal
KARMA, la legge che conduce l’essere umano a un nuovo destino. È quindi fuori del ciclo della
rinascita. È liberato dalle catene del desiderio e della sofferenza; ora,
rappresentare quest’ultima realizzazione con tratti
umani equivale a incatenano nei limiti fisici. Il Buddha divenne un simbolo
dell’illuminazione, e questo simbolo fu venerato anche per la sua realizzazione
della grande Verità (Maha-Vàkyam) dagli adepti del Buddha-marga, la via buddhista.
Per non fargli subire la servitù del karma
che genera il ciclo delle rinascite, il BUDDHISMO,
e per estensione l’artista, hanno fatto uso del simbolismo per esprimere
la sua presenza immateriale. Senza rappresentarlo con l’aspetto fisico,
l’immaginazione popolare lo evoca con simboli indicativi, come lo stupa, il TRONO, il parasole, il cuscino, le
impronte dei piedi, la ruota, l’albero Bô (il fico
sacro), l’elefante, il loto.
·
Lo stupa
dei bassorilievi evoca la persona del Buddha, il risvegliato.
·
Il
trono e il parasole sono simboli del CAKRAVARTIN, cioè del sovrano spirituale.
·
La
ruota è il simbolo della dottrina buddhista.
·
L’albero
Bô, sotto il quale il Buddha ha conosciuto il
Risveglio (BODHI), evoca
l’illuminazione.
·
L’elefante
è considerato il simbolo del divenire spirituale del Buddha (la regina Maya
aveva sognato un elefante bianco che annunciava la nascita del giovane
principe).
·
Le
impronte dei piedi e il cuscino rappresentano la sua presenza spirituale,
nonostante la sua assenza fisica.
·
Il
loto simboleggia la purezza d’essere del Buddha.
3 - Rappresentazione del Buddha nella sua forma umana
Per esempio, in un’opera celebre, il Buddha
che insegna, detto anche Buddha di Sarath (di stile Gupta, III secolo d.C.), è in padmàsana,
chiamato padmapitha, o posizione di loto; le gambe
sono incrociate in modo che ogni piede poggi sulla coscia opposta.
Il corpo fisico è elaborato secondo un
canone usato nello stile buddhislico.
I gesti delle mani evocano il dharmacakra-mudra, o gesto della predicazione.
Il disco ornato che forma l’aureola dietro
la testa rappresenta l’emanazone dell’energia spirituale.
La raffinatezza tecnica legata alla
sensibilità evoca la padronanza di se. Un sentimento ci «santa» caratterizzato dall’assenza di ogni agitazione mentale si
sprigiona dal corpo del Perfetto, del Beato; il rilievo smussato non valorizza
alcuna parte del corpo fisico, ma evoca l’intensità della contemplazione
estatica, la cui realizzazione è un atto di bellezza interiore.
4- Funzione delle immagini
La venerazione dell’immagine del Buddha è
già una tappa verso la realizzazione della dottrina buddhista:
l’uomo prende coscienza dell’esistenza condizionata; mediante la disciplina buddhista (Buddha marga) attraversa l’ignoranza (avida), il desiderio (kama) e la morte (mara) per
raggiungere la sapienza (vidya).
Questa venerazione è un mezzo che aiuta
anche a realizzare la liberazione spirituale (moksa).
Siva Soubramanien
BUDDHAGHOSA
Buddhaghosa è il più importante di tutti i
commentatori del CANONE PALI.
Nel racconto della sua vita è difficile
distinguere i fatti propriamente storici dagli sviluppi leggendari. Quello che
sembra sicuro è che egli visse alla fine del IV secolo e all’inizio del V, e
ché, nato da una famiglia brahmanica del Magadha, aveva acquisito una solida conoscenza dei VEDA.
Convertito al buddhismo, andò a stabilirsi
a Ceylon, dove compose numerose opere utilizzando i
vecchi commentari; la più celebre è il Visuddhimagga,
o «Via della purificazione», che si
presenta come un trattato sistematico e completo della dottrina
buddhista.
Pierre Massein
BUDDHISMO
Il buddhismo è una religione storica, con
un fondatore: in questo si distingue molto profondamente dall’INDUISMO, in seno
al quale è apparso alla fine del VI secolo a.C.,
nello stesso tempo e nella stessa regione del GIAINISMO. Infatti, il BUDDHA Sakyamuni cominciò a predicare la sua dottrina (DHARMA) nel
bacino del Gange, verso il 525, dopo aver conosciuto il Risveglio (BODHI).
Il VI secolo è un periodo di grande
effervescenza intellettuale e spirituale nell’India del Nord; si deve osservare
che è l’epoca del primo sviluppo della filosofia sulle coste orientali della
Grecia, di CONFUCIO in Cina, e di alcuni grandi profeti presso gli ebrei.
In India, l’élite
spirituale, composta essenzialmente dai BRAHMANI
e dagli asceti (sramana), tentava
allora di risolvere un certo numero di problemi di cui il Brahmajla-sutra
(SUTRA n. 1 del Digha Nikaya; TRIPITAKA) ci ha
lasciato un elenco:
·
Il
mondo è finito o infinito?
·
eterno
o di durata limitata?
·
L’io (ATMAN)
dell’uomo è anch’esso eterno o di durata limitata?
·
Il
mondo e l’io sono causati da qualche altro essere, o sono prodotti senza causa?
·
Lo
spirito umano è in grado di acquisire conoscenze certe, oppure la prudenza
impone di non considerare valida nessuna opinione?
·
L’io
sopravvive alla morte?
·
e se
sopravvive, rimane cosciente o incosciente?
·
con forma
o senza forma?
·
finito
o infinito?
·
cosciente
dell’unicità o della diversità?
·
felice
o infelice?
·
oppure
dopo la morte l’io è distrutto completamente, come il corpo?
A queste domande il Buddha porterà una
risposta originale.
Se infatti egli conserva le nozioni vediche di KARMA e di Samsara
(NELL’INDUISMO), rifiuta però energicamente quella di Atman:
per lui non esiste io né sul piano individuale né su quello universale; non c’è
quindi l’identificazione atman-brahman insegnata
dalle upanisad.
Questa dottrina dell’ANATTA è del tutto
fondamentale e specifica del buddhismo.
D’altra parte, non meno energicamente, il
Buddha rifiuta di rispondere alle domande che riguardano il mondo, la sua
origine, il suo carattere finito o infinito, eterno o non eterno: secondo lui,
queste domande sono oziose, perché le risposte che possono essere date non
liberano l’uomo dalla sofferenza (DUHKHA). Ora è quello il male dal quale
l’uomo aspira a essere liberato, e con urgenza: tutta l’originalità del Buddha
consiste nel formulare una diagnosi che riguarda l’origine della sofferenza,
nel mostrare che la sua causa può essere soppressa e a indicare
Questo messaggio è chiaramente formulato
nel sermone di Benares nella forma delle Quattro
Nobili Verità (LIBERAZIONE NEL BUDDHISMO).
Per quarantacinque anni circa, il Buddha
predica questa dottrina con successo; il numero dei suoi discepoli, tanto MONACI quanto LAICI, cresce
rapidamente, e alla sua morte
1 - India
La storia dello sviluppo del buddhismo in
India è difficile da tracciare, per mancanza di documenti precisi; tuttavia,
quello che si può dedurre dai testi sacri (SCRITTURE BUDDHISTE) permette di
discernere le grandi tappe.
La prima crisi si produce poco dopo la
morte del Buddha: egli non aveva designato un successore per dirigere la
comunità e molto presto si sviluppano lotte di influenza e di dissenso che
mettono in pericolo l’unità della dottrina e l’unanimità nel modo di concepire
e di praticare la disciplina monastica. Si sarebbe allora tenuto un primo
concilio a Rajagriha, verso il 477 (dunque circa tre
anni dopo l’ingresso del Buddha nel paranrvana), per
fissare gli insegnamenti del Beato (Bhagavat) in
materia di dottrina e di disciplina.
Altri tre concili furono convocati in
seguito: verso il 377 o il
Il regno dell’imperatore ASOKA (III sec. a.C.) segna una tappa decisiva nella
storia del buddhismo. E’ infatti grazie alla sua protezione e al suo impulso
che il buddhismo passa dalla condizione di setta particolare a quella di grande
religione con vocazione universale; a dire il vero il buddhismo era stato
missionario fin dall’origine, poiché la diagnosi fatta da Buddha toccava un
punto fondamentale della condizione umana, la sofferenza, e di per sé, il
rimedio che egli aveva scoperto poteva essere proposto a ogni uomo. Ma questa
universalità cominciò a diventare effettiva grazie all’invio di missionari da
parte di Asoka, dapprima nei regni limitrofi, poi nei
paesi più lontani: questo salverà il buddhismo dall’oblio, poiché quando
scomparirà completamente dall’India nel XII secolo, già da molto tempo sarà
diffuso per tutta l’Asia, fino all’Estremo Oriente.
Oggi, questa vocazione all’universalità
sembra ritrovare un nuovo vigore, e questa volta l’impulso missionario è orientato
verso l’Ovest e giunge fino all’Estremo Occidente, costituito dagli Stati Uniti
d’America.
Un’altra tappa importante nella storia del
buddhismo è la formazione del MAHÀYANA o «Grande
Veicolo», a partire dal I sec d.C.
Questo movimento conobbe il suo apogeo nel
V secolo. Le due scuole che dapprima lo costituirono, il MADHYAMAKA e il
YOGÀCÀRA, rappresentano l’apice del pensiero buddhista
in India, tanto per la sottigliezza dialettica che applicano quanto per
l’audacia e la profondità della loro aspirazione mistica. Ma esso conteneva in
germe il principio della decadenza del buddhismo: facendo una distinzione fra
la verità superiore (paramartha) che permette di
afferrare il reale come è (PRAJNA) e la verità relativa o convenzionale (samvrittisatya) che vale per il mondo dei fenomeni, queste
scuole potevano conciliare le speculazioni più elevate, accessibili a una
piccola élite di monaci, con le credenze e le
pratiche popolari, utili a coloro che non potevano accedere alla verità
superiore; ma questo atteggiamento tollerante e aperto all’assimilazione di
credenze popolari inquinate dalla superstizione e dal feticismo doveva portare
con sé una certa contaminazione del buddhismo, che perse così un po’ alla volta
la sua originalità dottrinale e la sua vitalità religiosa.
Il declino del buddhismo in India comincia verso il VII secolo.
È l’epoca in cui il TANTRISMO fa irruzione
nel buddhismo e dà origine a una nuova scuola e anche a un nuovo «veicolo»: il VAJRAYÀNA, o Veicolo del
Fulmine.
Il buddhismo tantrico
sembra aver guadagnato, nello spazio di un secolo, tutto il sub-continente
indiano, dal Cashemir e Ceylon,
e fino all’Insulindia.
L’università buddhista
di Nàlanda nel VII secolo, e poi quella di Vikramasila nell’VIII ne diventano i centri di diffusione
in India, e di là verso
Dall’VIII al XII secolo, coll’avvicinamento della filosofia mahayànista
al brahmanesimo, quest’ultimo
poté integrare certe idee direttrici del buddhismo del Grande Veicolo, pur
sforzandosi di presentano come una variante dell’INDUISMO: è così che in questa
nuova sintesi il Buddha è considerato come un AVATÀRA di Visnu.
D’altra parte, mentre l’induismo,
appoggiandosi sul sistema delle CASTE, faceva corpo con a società indiana, il
buddhismo si emarginava sempre di più; tanto che l’invasione musulmana gli
diede facilmente il colpo di grazia all’inizio del XII secolo: la presa di Bihar da parte dei musulmani nel 1153 segnò la fine del
buddhismo sul territorio indiano.
2
- Ceylon
Ma il buddhismo si è diffuso rapidamente
fuori dell’India a partire dal III sec. d.C.
Viene introdotto a Ceylon
verso il
La missione riporta un grande successo.
Il CANONE PALI viene fissato per iscritto a
Ceylon verso il 35-
3 - Asia sud-orientale
La storia dell’insediamento e dello
sviluppo del buddhismo nell’Asia sud-orientale è in realtà molto complessa,
poiché in quella regione si sono succedute tre correnti principali, in un
ordine che del resto varia a seconda dei paesi, e qualche volta sono anche
coesistite: lo Sivaismo, il THERAVADA e il Mahayana.
Così in Birmania si trovano le prime tracce
del Theravada nel V secolo della nostra era, poi
quelle del Mahayàna nel VII;
In Cambogia la situazione è ancora più
complicata: sembra che questo paese abbia conosciuto prima il buddhismo antico
di lingua sanscrita, senza dubbio quello dei Sarvastivadin,
fin dal III secolo della nostra era; esso vi si sviluppò fino al V e al VI
secolo.
Un’iscrizione del 791 vi rivela
l’apparizione del Mahàyana, che vi si conserverà in
un curioso sincretismo con lo sivaismo. I monaci Theràvàdin si introdussero in Cambogia sotto il regno di Jayavarman VII (1181-1218); ma alla fine dell’VIII secolo
si produsse una reazione sivaita brutale che portò
con sé la distruzione delle immagini buddhiste sui
monumenti e una persecuzione del SANGHA.
Tuttavia quello che ebbe il sopravvento fu
il buddhismo Theravàda nel XIV secolo, che si stabili
definitivamente nel paese.
Nel Siam, il buddhismo antico e il Mahayana sono dovuti coesistere fino all’invasione dei Thai nel XIII secolo: i primi re Thai
si convertirono al Theravàda e lo imposero a tutto il
loro regno.
Nel Vietnam, di cultura cinese, prevalse il
Mahàyàna, e così pure in Indonesia; questo paese si
convertì all’islam nel XV secolo.
4 - Cina
Fin dal I sec. d.C. il buddhismo cominciò a
diffondersi in Cina.
Si introdusse per mare nella Cina
meridionale (regione di Canton), ma la penetrazione
più importante avvenne per via di terra: i missionari buddhisti
seguivano le carovane che assicuravano il commercio fra i diversi punti
dell’Asia antica, prendendo la famosa Via della Seta (VIA SERICA); questa via li conduceva fino in
Cina, dove entravano da Lo-Yang, sul fiume Giallo.
I primi sutra saranno
tradotti a Lo-Yang.
Il buddhismo introdotto in quel modo in
Cina, e che nell’insieme era ancora quello del Piccolo Veicolo, dapprima agli
occhi di molti passò per una variante, del taoismo: questo non stupisce, perché
da una parte le affinità fra le due religioni erano numerose e dall’altra i
primi missionari buddhisti, non potendo penetrare
negli ambienti colti che erano totalmente refrattari perché impregnati di
CONFUCIANESIMO, si rivolsero
soprattutto agli ambienti popolari e a certi nobili che aderivano al taoismo
religioso. Questi adottarono la nuova religione, credendo che il Buddha fosse
una divinità e che fosse dotato di un potere soprannaturale abbastanza grande
per poter rimettere i peccati degli uomini.
I missionari buddhisti
non fecero nulla per dissipare quel malinteso: anzi ne approfittarono per
diffondere la loro fede.
Bisogna dire che si scontrarono con
difficoltà quasi insuperabili: prima di tutto difficoltà di ordine linguistico,
poiché la lingua cinese molto concreta e con una struttura ben diversa da
quella del SANSCRITO si prestava
male alla traduzione di un pensiero indiano astratto formulato in quest’ultima lingua.
Anche difficoltà di ordine psicologico,
poiché i cinesi, che amano appassionatamente la vita e che desiderano prolungarla
quanto più possibile su questa terra, prima di proseguirla in una condizione di
felicità dopo la morte, erano poco preparati a capire la dottrina dell’ANATTÀ e
ad accettare l’ideale del NIRVÀNA in cui si spegne il desiderio di vivere.
Infine, difficoltà di ordine filosofico e
politico insieme, poiché nulla c’era di più opposto a questo buddhismo
importato del confucianesimo, di cui l’élite cinese
era impregnata e che era imposto dalla dinastia degli Han.
Il crollo. di quella dinastia, nel 220, fece
piombare la società cinese nell’angoscia, e ne risultò un aumento di interesse
per il taoismo antico. Favorito da questa atmosfera di effervescenza
intellettuale e di inquietudine spirituale, il buddhismo cominciò a penetrare negli
ambienti colti.
Il buddhismo che si propaga allora è quello
del Mahayna, introdotto dalla seconda generazione di
missionari. Comincia allora un periodo di acclimatazione, che durerà tre
secoli, nel corso del quale sarà progressivamente colmato l’abisso che separava
la mentalità cinese dalla mentalità indiana.
Questo periodo è caratterizzato da un
grande fervore e da una grande attività letteraria.
I cinesi moltiplicano i viaggi e i
pellegrinaggi in India e a Ceylon; ne scrivono delle
relazioni molto preziose dal punto di vista storico e riportano con sé molti
testi buddhisti.
In questo periodo, la qualità delle
traduzioni migliora un po’ alla volta; le teorie buddhiste
puramente cinesi cominciano anch’esse a svilupparsi.
Da tutto questo nascerà un buddhismo cinese
fortemente colorato di taoismo.
Le due scuole principali che si formano in
Cina sono, da una parte, il Tch’an. (dal sanscrito
DHYÀNA), che diventerà lo ZEN in Giappone, e in cui la meditazione diventa per
così dire fine a se stessa, poiché essa è considerata un’esperienza immediata
in cui si rivela la realtà assoluta; e d’altra parte il Ts’ing-T’u
(o scuola della Terra Pura), che riprende ampliandola la devozione indiana al
Buddha AMITÀBHA e che
diventerà l’AMIDISMo in Giappone.
Sono queste due scuole che si svilupperanno
soprattutto, tanto in Corea, dove il buddhismo cinese si introdusse fin dal
372, quanto in Giappone, dove si introdusse nel 522.
L’età d’oro del buddhismo in Cina si pone
fra il VII e il lX secolo, sotto la dinastia dei Suei (581-618) e quella dei T’ang
(618-907).
Questo periodo è segnato dalla fioritura di
nuove scuole, animate da pensatori originali, da fondatori di ordini e da
mistici. I monasteri allora hanno una funzione preponderante nel paese, non
solo al livello spirituale, ma anche nel campo dell’economia, per le grandi
ricchezze che acquisiscono e che gestiscono con abilità; diventano infine una
forza politica con cui lo Stato deve fare i conti.
Questo potere temporale del buddhismo sarà
la causa della sua rovina: confuciani e taoisti giunsero a darsi la mano per abbattere questo stato
nello Stato. Ne risultarono tre persecuzioni: la prima nel 626, la seconda nel
714 e la terza fra l’842 e l’845..
Quest’ultima fu la più violenta: portò con sé la
distruzione di circa 40.000 monasteri, la secolarizzazione di più di 260.000
monaci e monache e la confisca di milioni di ettari di terre appartenenti alle
comunità buddhiste. Tuttavia, dall’846, monaci e
monache furono autorizzati a riprendere la vita monastica; ma questa
persecuzione portò al buddhismo cinese un colpo così terribile che non se ne
risollevò più.
5-Tlbet
Un altro grande paese dell’Asia
dove il buddhismo doveva conoscere uno sviluppo notevole è il Tibet.
PADMASAMBHAVA vi introdusse il Vajrayana
(BUDDHISMO TIBETANO) verso il
750.
6 - Situazione attuale
Oggi il buddhismo appare ancora come una
delle grandi religioni del mondo. Tuttavia, sembra essere in declino o in via
di sparizione nella maggior parte dei paesi dell’Asia, specialmente quelli che
sono passati sotto il dominio comunista; attualmente è fiorente solamente in
alcuni paesi appartenenti tradizionalmente al Theravada:
Ceylon,
È vero che attira molti non buddhisti che cercano semplicemente di sfuggire
all’influenza materialista della società dei consumi tornando a una certa
interiorità: ora lo Zen, come spesso è praticato, permette la scoperta di una
interiorità umana che si manifesta nella diretta ricerca di se stessi, senza
però aprire l’uomo al divino.
Pierre Massein
BUDDHISMO
in Giappone
In Giappone, il buddhismo poteva conservare
la sua ispirazione e la sua essenza, o doveva adattarsi al punto da diventare
una parte integrante della vita religiosa del paese?
Era in grado di toccare l’anima dei
giapponesi e di trasformare la loro concezione fondamentale della vita?
In altri termini, il Giappone può essere
chiamato un paese buddhista nello stesso senso in
cui, per esempio, l’Irlanda è chiamata un paese cristiano, l’Iran un paese
musulmano e Ceylon un paese buddhista?
Non sembra: il Giappone non ha mai
completamente assorbito il buddhismo come fece l’India, non più di quanto lo
abbia mai rinnegato per incompatibilità con la sua propria cultura, come ha
fatto
Il buddhismo non è mai arrivato a cambiare
l’identità più profonda del Giappone, quale si esprime nello SHINTOISMO, né a sviluppare la sua
propria dinamica in un modo indipendente e in feconda tensione con le
aspirazioni nazionali. Ebbe un posto e fu ben accolto nei limiti in cui
contribuiva al bene superiore del corpo politico in armonia con lo Shintò e con il confucianesimo.
1 -
Introduzione del buddhismo
Il buddhismo che si trova in Giappone fu
introdotto dalla Corea (538 o 552 d.C.).
Era un buddhismo che aveva già conosciuto
un migliaio di anni di trasformazioni e di arricchimenti culturali nel corso
del suo periplo dall’India fino alla
Cina, un buddhismo di orientamento mahaynista avvolto
in un mantello cinese. Quando esso entrò in Giappone, il paese era a un livello
di cultura poco elevato, senza una letteratura scritta e senza una filosofia
elaborata della vita che potesse entrare in competizione con il buddhismo.
Inoltre, il Giappone stava costituendo un ordine sociale nuovo e unificando i clan
diversi (che veneravano dèi diversi) sotto l’egida della casa imperiale. Tutto
questo spiega l’ardore con il quale il buddhismo fu accolto dalla corte e
dall’aristocrazia. Esso poteva fornire forme culturali nuove e il mezzo
provvidenziale per favorire l’unificazione del paese.
Ne deriveranno due conseguenze: il
buddhismo impiegherà molto tempo a raggiungere il livello del popolo e porterà
sempre il peso di «servizio dello Stato».
Tra gli aristocratici che abbracciarono la
nuova religione, il principe Shotoku (574-622) fu di
importanza eccezionale. Già a questa antica data egli mostra chiaramente, nella
sua politica e nei suoi scritti, la tendenza giapponese ad adattare le idee buddhiste agli interessi riguardanti questo mondo e ad
assegnare al buddhismo una funzione concomitante con lo Shintò,
strettamente giapponese, e con l’altra importazione cinese, il confucianesimo.
In modo particolare, la divisione delle responsabilità tra il buddhismo
(l’altro mondo, la famiglia) e il confucianesimo (questo mondo, i principi
della morale e della vita sociale) avrà una profonda influenza sulla vita
religiosa del Giappone.
2 - Storia del buddhismo giapponese
Di solito si distinguono quattro periodi:
1. Periodo Nara (710-794).
In
questo periodo, il buddhisno è costituito da sei
scuole, tutte trapiantate in Giappone direttamente da scuole cinesi, che,
insieme, mettono a disposizione degli intellettuali giapponesi le correnti
principali del pensiero buddhista. Per i laici,
tuttavia, il buddhismo è ancora ben poco più che un magnifico spettacolo
(architettura, sculture, cerimonie grandiose...) e una forma accentuata di
magia. Il buddhismo è allora praticamente religione di Stato. L’imperatore Shòmu, nel 741, decreta la costruzione in ogni provincia di
templi per la protezione dello Stato (Kokubunji) e
propone il Tòdaiji (a Nara) come esempio che viene
dall’alto. Già la nuova religione si assume la cura dei morti per mezzo di
servizi funebri e dei riti compiuti in memoria dei defunti.
Nel
culto, la figura di MAITREYA (Miroky Bosatsu) diventa
preponderante.
2. Periodo Heian
(794-1160).
Dopo
il trasferimento della capitale da Nara a Kyoto, due
uomini straordinari, DENGYO DAISHI
e KOBO DAJSHI, stabiliscono nelle vicinanze due nuove scuole di buddhismo, il TENDAl e lo SHINGON. Sono entrambe tali da
favorire sintesi e armonia: non solo esse presentano una sintesi dei diversi
caratteri principali del buddhismo, ma pongono anche La base per una fusione
del buddhismo e dello shintò, nella quale i kami (divinità) dello shintò
appariranno come trasformazioni dei Buddha e dei Bodhisattva
(honji suijaku).
Si
possono discernere qui gli inizi della progressiva giapponesizzazione
del buddhismo.
La
corte mantiene il controllo sui monasteri, che diventano potenti proprietari
terrieri, conferendo titoli gerarchici a monaci eminenti.
Tuttavia,
parallelamente a quel monachismo gerarchico, si
manifesta una tradizione, che è quella del hijri,
cioè personaggi sciamanisti indipendenti, che sono al
tempo stesso buddhisti e shìntoisti,
collegati specialmente al culto della montagna e all’ascesi (Yamabushi). Essi portano la loro sfumatura di buddhismo
alla gente del popolo.
Molti
di loro, come il famoso Kuya (903-972) diffondono il
culto di AMIDA, mezzo
privilegiato per garantirsi dagli assalti
dei goryò (spiriti dei morti che ritornano
per perseguitare i loro nemici).
Vicino
ad Amida si trova Jizo che ebbe
numerosi seguaci nelle masse.
In
quei tempi difficili, l’idea di mappo (fine della
legge) comincia a esercitare una profonda influenza sulle pratiche religiose.
3. Periodo Kamakura
(1185-1333).
Con
la costituzione dello shogunato di Kamakura, la direzione culturale passa dai nobili alla
classe guerriera, meno fortemente influenzata dalla cultura cinese.
La
maggior parte degli storici pone in questo momento l’origine del «buddhismo
veramente giapponese», segnato dalla nascita di tre movimenti nuovi:
·
la scuola
della Terra pura (Jodo) con HONEN e SHINRAN,
·
lo ZEN con Eisai
e DOGEN,
·
la
setta di NICHREN.
Questi
movimenti devono la loro esistenza a leader carismatici.
Essi
diventano selettivi e settari per il fatto che scelgono nel vasto campo della
dottrina Tendai un motivo particolare al quale danno
un’importanza esclusiva, semplificando in modo energico la pratica buddhista.
Mentre
fino a quel momento il buddhismo era legato allo Stato e a gruppi sociali ben
stabiliti, una nuova coscienza comincia a prevalere: ogni individuo, qualunque
sia il suo livello o la sua condizione, può raccogliere il pieno beneficio
della salvezza buddhista.
Il
buddhismo ormai va al popolo con una dottrina presentata per la prima volta in
giapponese (in wasan e in setsuwa).
Mentre
i movimenti di Nichiren e della Terra pura sono
destinati a trovare il massimo appoggio popolare, sarà lo Zen (con la sua forte
tendenza monastica) ad avere il maggiore impatto culturale, grazie al connubio
della sua spiritualità con le aspirazioni guerriere di Kamakura.
Esso comincerà presto a diventare un modo di vita nei numerosi dò o «vie» in una proporzione che non è mai
stata raggiunta in Cina.
4. Periodo che segue Kamakura.
Si
ammette comunemente che la creatività del buddhismo giapponese si conclude con
l’era Kamakura. Se si eccettua lo Zen, che trova
nuove spinte in individualisti accaniti come Ikkyu
(1394-1481) e Hakuin (1685-1768), si può sostenere
che l’era Muromachi non porta altro che un
consolidamento dei movimenti di Nichiren e della
Terra pura in forti organizzazioni feudali (atte a svigorire il messaggio dei
loro fondatori) e che il tempo di Tokugawa vede una
sottomissione al regime feudale così completa da ridurre il buddhismo alla
stagnazione.
3 - Caratteristiche del buddhismo giapponese
Queste
caratteristiche si possono riassumere in alcuni punti:
1. Uno spirito di compromesso specialmente
nell’atteggiamento verso la religione indigena caratterizzata dalla continuità dèi-uomo-natura, dall’ottimismo sostanziale rispetto alla
bontà della natura umana, e dal vigore con il quale mette l’accento sul mondo
di quaggiù.
2. Una tendenza al
formalismo e al ritualismo.
3. Uno stretto legame con
lo Stato (con la sua direzione e con il Giappone «terra degli dèi»).
4. L’identificazione con
il sistema verticale della famiglia e con la sua venerazione degli antenati.
5. L’importanza data alle
persone piuttosto che ai principi.
6. Lo scarso rilievo dato al dopo-vita e la
concentrazione sui benefici del mondo di quaggiù, spesso cercati nelle pratiche magiche.
7. Una deviazione manifesta in deroga alle
regole buddhiste della vita monastica, col matrimonio
dei monaci, l’uso dell’alcool, ecc.
Può sembrare che molti di questi punti
siano difficili da conciliare con lo «spirito
originale» del buddhismo; essi tuttavia possono anche essere presentati (ed
effettivamente spesso lo sono) come l’applicazione radicale di tendenze
presenti nell’eredità del Mahayana. Il quadro
d’insieme sembra essere quello di un profondo adattamento alla situazione
giapponese, più che quello di un contributo positivo al suo miglioramento.
Nonostante tutto, oltre a un ampliamento e
a una elevazione della vita religiosa giapponese mediante nuove forme
culturali, sistemi metafisici e vie di salvezza, il buddhismo ha portato al
giapponese una fiamma originale di umanesimo: un sentimento profondo dell’unità
dell’uomo con i suoi pari e con la natura, un nuovo appello per una vita di
dominio di sé e per un’aspirazione allo spirituale.
Infine, e questa è forse la cosa più
importante, il buddhismo ha aiutato i giapponesi a considerare per la prima
volta l’aspetto più buio dell’esperienza umana, così stranamente trascurato
nell’ottimismo quasi ingenuo della loro fede originale. In definitiva, se
qualche cosa spinge a dare una valutazione positiva dell’esperienza buddhista dei giapponesi, questa è la ricca galleria dei
loro «santi buddhisti»,
uomini di una qualità umana straordinaria e di una grande sensibilità
spirituale.
4 - Il buddhismo
giapponese oggi
Nelle statistiche ufficiali del governo
giapponese, il numero dei buddhisti in Giappone è
calcolato in circa 82 milioni. Ma per una stragrande maggioranza di quelle
persone, il buddhismo non è nulla più che un’eredità sociale e culturale, di
cui si risente l’affinità personale solo quando muore un membro della famiglia.
Le strutture di organizzazione delle
diverse sette sono solide, ma tendono alla particolarizzazione
e sono apparentemente imperniate solo sulla perpetuazione di sé.
Rimane perciò valida la domanda: nel
Giappone di oggi il buddhismo è una religione viva?
Il buddhismo stagnante emerso dal periodo
feudale ha subito una forte crisi quando il Giappone del periodo Meiji accettò con entusiasmo la cultura occidentale nello
stesso tempo in cui costruiva la sua nazione intorno all’ideologia shintò. Il buddhismo perdette allora il suo stretto legame
con lo Stato e con molti dei suoi appoggi terrieri, e vide indebolite
dall’urbanizzazione le sue strutture legate ai villaggi. Questa crisi ha
suscitato una certa presa di coscienza e sforzi di adattamento che continuano
ancora oggi: istituzione dei programmi educativi e di lavoro sociale, appello
più diretto all’individuo attraverso pubblicazioni e movimenti laici, legame
con il buddhismo internazionale, fioritura degli studi buddhistici,
ecc. Tutto questo ha certamente avuto come risultato un rinnovamento della
coscienza buddhista in una minoranza scelta, ma non è
ancora riuscita a modificare il solito tradizionalismo del mondo buddhista stabilito che, come già nel periodo Meiji, mostra di nuovo segni di identificazione con «i valori spirituali del passato del Giappone».
Jan Van Bragt
Tratto da «RICERCHE» Luglio-Agosto 1994