Come trattare
i membri delle sètte
In
questo breve saggio cercheremo di suggerire modi e mezzi per affrontare in
maniera costruttiva i membri delle sètte paracristiane.
La trattazione di questo argomento non può che essere fatta a grandi linee in
quanto affrontare in maniera costruttiva il membro di una sètta varia a seconda
delle circostanze, del tipo di movimento religioso e dell’individuo che si
incontra.
A. Difficoltà
Il pastore J. K. Van Baalen, in un suo saggio dal
titolo “Il caos delle sètte”, afferma,
giustamente, che gli aderenti ad una setta sono gli individui più difficili da
evangelizzare.
Per cominciare, l’aderente ad una sètta è un individuo “profondamente religioso” al limite del
fanatismo. Avendo respinto il cristianesimo storico, egli può essere
considerato in antagonismo diretto alla testimonianza del credente cristiano.
In secondo luogo l’aderente ad una sètta crede fermamente di aver scoperto la
verità e quindi considera il messaggio del cristianesimo storico inferiore alle
dottrine che ha ottenuto attraverso qualche “rivelazione speciale”, oppure attraverso
qualche canale ispirato della verità. Egli guarderà quindi il membro di una
chiesa “dall’alto in basso” con
l’atteggiamento con il quale un laureando guarda di solito le matricole del
primo anno.
In terzo luogo, il membro di una sètta è vittima della mania di grandezza del
suo gruppo e questo spesso va a braccetto con una considerevole misura di orgoglio personale. Essi sono “il vero popolo di Dio” e credono che gli altri o si assoceranno al
loro gruppo o saranno eternamente perduti.
In quarto luogo, i membri di una sètta sono particolarmente sensibili alle
mancanze ed ai difetti della chiesa storica.
Essi saranno orgogliosi
di affermare: “Almeno noi siamo uniti,
invece voi non sapete mettervi d’accordo su nulla”.
In quinto luogo, almeno in molti casi, ha dovuto affrontare il ridicolo e la
riprovazione dei suoi familiari ed amici allorché aveva deciso di aderire al
gruppo, ed ora sta sacrificando molto del suo tempo e delle sue risorse nel
fare propaganda per il suo gruppo, da cui non è ragionevole pensare che potrà
essere facilmente distratto dai suoi impegni ed eventualmente a lasciare la sètta.
Sebbene il compito di testimoniare ad un membro di una
sètta non sia fra i compiti più facili, noi abbiamo un certo grado di
responsabilità verso di loro che sono così implicati nell’errore e nello stesso
tempo profondamente convinti delle loro dottrine.
Le difficoltà non devono però essere
minimizzate. Oltre agli ostacoli menzionati è necessario per
noi essere ben radicati nelle Scritture e nella dottrina cristiana e ben
informati sull’insegnamento del gruppo in questione.
L’avere semplicemente letto un opuscolo su un particolare gruppo non qualifica
ad affrontare una qualsivoglia polemica con una sètta.
Se il membro di chiesa non particolarmente qualificato dovrà evitare di essere coinvolto in dispute dottrinali, il suo contributo sarà prezioso se si limiterà a dare una sincera e personale testimonianza della propria fede in Gesù Cristo e della gioia che il suo rapporto con il Redentore gli procura.
La testimonianza personale è infatti il metodo migliore per affrontare il membro di una sètta: quest’ultimo potrà avere ogni sorta di risposte preconfezionate per confutare gli argomenti più disparati, ma certo non potrà confutare una testimonianza personale.
Occorre, poi, che il credente acquisti una buona conoscenza dottrinale, affinché sappia affrontare con competenza il dialogo.
Una persona che era stata Testimone di Geova racconta
che mentre era Testimone e andava porta per porta per propagandare le sue idee,
incontrava tre tipi di reazioni:
1. Alcuni le sbattevano la porta in faccia: queste la confermavano nelle sue credenze, perché stava affrontando la persecuzione del mondo!
2. Alcuni la combattevano con ardore e belligeranza. Questi pure rafforzavano le sue convinzioni, dato che lei aveva già pronte le sue risposte per ogni tipo di argomento.
3. Altri, invece, davano la propria personale testimonianza di fede in Cristo, ed erano quelli che impressionavano di più in quanto la sera, andando a dormire, lei rifletteva su questa gente e su quello che avevano detto. Certamente ogni vero credente può dare questo tipo di testimonianza.
Ma occorre fare un passo avanti.
I responsabili di comunità e i credenti maturi che prendono coscienza che una sètta particolare è molto attiva fra i membri della sua comunità, dovrebbe premurarsi di padroneggiare gli insegnamenti di quel gruppo per poterli confutare in pubblico.
L’evangelista che incontra un membro di una sètta
dovrebbe essere preparato a lavorare intensamente con quella persona.
Il missionario che vede che una determinata sètta sta cercando di sviare persone dalla chiesa cristiana per convertirli a quella sètta, dovrebbe studiare a fondo le dottrine di quel gruppo per poter consigliare adeguatamente i credenti.
Sia però ben chiaro che una confutazione intensiva delle dottrine settarie deve
essere fatto solo da persone bene qualificate
teologicamente.
E’ compito però di tutti “dar ragione della fede che è in noi” (1 Pietro 3:15).
La risposta non deve necessariamente essere dettagliata, ma molto esplicita.
B. Avvicinare
il membro della sètta come persona integra.
La nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di affrontare il membro di una sètta come una persona integra, completa, totale.
Il prof. F. Boerwinkel è dell’avviso che troppo spesso si affronta il settario solo sul piano intellettuale.
Molti continuano ad agire come se l’appartenenza ad una sètta fosse soltanto questione di concetti errati. Quando però si conosce meglio il membro di una sètta, diventa ovvio che sono pure in gioco fattori più diversi - psicologi e sociologici- che questi sono spesso più decisivi che le considerazioni intellettuali!
Per queste ragioni, Boerwinkel insiste, un approccio
al settario basato su termini esclusivamente
intellettuali è votato al sicuro fallimento. Abbiamo imparato soprattutto da
studi recentemente condotti - continua - che le azioni di un individuo sono
causate solo in minima parte da considerazioni intellettuali.
Questo non significa che il settario non vada
affrontato anche sul piano intellettuale, ma solo dobbiamo essere coscienti che
altri fattori pesano di più di quello razionale, e che quindi il nostro
approccio non deve essere esclusivamente o primariamente intellettuale.
Molti aderiscono ad una sètta e vi permangono non tanto perché le dottrine di
questo gruppo sono attraenti, ma per altre ragioni. Boerwinkel
suggerisce che alcune di queste ragioni potrebbero essere:
1. Essi trovano nella sètta una calda e fraterna comunione, cosa che non hanno sempre trovato in una chiesa.
2. Essi trovano nella sètta un centro di integrazione, un luogo dove ogni singolo membro gioca un suo proprio ruolo, un luogo dove ciascuno è conosciuto e desiderato.
3. Essi trovano nella sètta un certo senso di sicurezza, perché la sètta non provvede solo un messaggio religioso, ma anche un’organizzazione che non li abbandonerà mai e che starà al loro fianco in tempo di bisogno.
4. La sètta provvede un sistema radicale di vita. Laddove la chiesa guarda con sospetto le tendenze radicaleggianti, la sètta le accoglie e le valuta. Così, per esempio, quando la sètta chiede ai suoi membri una maggior prontezza a sacrificarsi di quanto lo richieda la chiesa, una maggior disponibilità ad affrontare il ridicolo, questa richiesta incontra il bisogno della persona di un certo tipo di struttura psicologica.
5. La sètta, inoltre, risponde al bisogno di avere specifiche istruzioni su come portare avanti la vita religiosa e da consigli specifici su un gran numero di problemi morali.
La sètta dà precise istruzioni su come condurre il culto familiare, come
studiare
Molte chiese non danno questo tipo di istruzioni.
In un tempo in cui i vecchi modelli morali sono stati abbandonati e dei nuovi non ancora trovati, le sètte offrono ai loro adepti un dettagliatissimo codice di condotta.
Per illustrare i punti che qui abbiamo descritto, potremmo osservare come i
Mormoni provvedano ai suoi membri delle opportunità di servizio molto ricche (i
ragazzi sono ordinati al sacerdozio Aaronico all’età
di 12 anni), e mantengono un programma di assistenza
sociale così efficiente che è possibile trovare presto un’occupazione per i
Mormoni disoccupati mentre l’aiuto materiale e sempre pronto per ogni mormone
che ne abbia bisogno.
E’ ovvio che esistano molti altri fattori, oltre a quelli intellettuali, che entrano in gioco per spingere qualcuno ad aderire e a permanere nella chiesa Mormone!
Ho udito, inoltre, di una signorina che aderì ai
Testimoni di Geova perché, come lei stessa disse:« Nel mio gruppo sociale e nella mia comunità ero sempre guardata
dall’alto in basso, ma quando aderii ai Testimoni di Geova fui accolta
benevolmente, rispettata da tutti e con un compito da svolgere cosicché, per la
prima volta nella mia vita mi sentii di essere importante! ».
Avendo questo in considerazione, il nostro primo obiettivo, allorché avviciniamo il membro di una sètta, deve essere quello di
considerarla, come persona integra, cioè non come qualcuno le cui dottrine
debbono essere confutate, ma qualcuno che deve interessarci in tutta la sua
esistenza.
Dovremmo perciò cercare di scoprire, se possibile, perché quella persona ha
aderito alla sètta.
· Era prima membro di una chiesa?
· Se si, perché l’ha lasciata?
· Che difetti aveva trovato in essa?
· In che modo la chiesa ha mancato di soddisfare i suoi bisogni?
· Quali benefici ottiene ora dal gruppo al quale ha aderito?
· Che cosa fa per lui la sètta?
· Quali attività compie nel nuovo gruppo?
· Che sacrifici sta sopportando?
· Che cosa ha fatto il gruppo per lui?
Se possiamo trovare le risposte alle domande
summenzionate, il prossimo passo da fare è: mostrare a quella persona che i
suoi bisogni individuali possono essere adempiuti meglio “in ed attraverso” una relazione vivente con Gesù Cristo.
E’ importante a questo punto non comparare la sètta con la chiesa, perché può esser vero che il nostro interlocutore sia stato profondamente deluso della chiesa a cui apparteneva oppure da uno dei suoi membri.
Non dobbiamo perciò affrontare
il settario avendo per punto di riferimento
Risalendo alle motivazioni di base, dobbiamo cercare di mostrare a questa persona che i bisogni che cerca di soddisfare aderendo alla sètta, possono essere pienamente soddisfatti vivendo per fede in Cristo.
La sicurezza più profonda che può essere trovata sulla terra si trova nel nostro Salvatore, nella convinzione che noi non apparteniamo a noi stessi, ma a Gesù Cristo, per il presente e per l’eternità, e che nessuno ci potrà mai rapire dalla Sua mano!
A questo punto bisogna chiedere al membro della sètta: “Hai la certezza assoluta della tua salvezza ?“.
I Testimoni di Geova, per esempio, non possono rispondere affermativamente a questa domanda, dato che hanno solo la sicurezza congetturale di essere risparmiati alla battaglia di Armageddon, e pure dopo Armageddon essi devono passare al test del Millennio prima che possano ereditare la vita eterna sulla terra.
Per i Mormoni la salvezza è qualcosa che deve essere
ottenuto attraverso le proprie opere e quindi essi non possono mai essere
sicuri di avere la salvezza qui ed ora.
Davanti a queste incertezze noi dobbiamo contrapporre la speranza granitica
della fede cristiana: «Io so in Chi ho
creduto, e sono convinto che Egli ha il potere di custodire il mio deposito
fino a quel giorno» (2 Timoteo 1:12).
Queste sono le domande basilari da porsi:
· Sono veramente salvato dal peccato?
· Ho la sicurezza di appartenere a Cristo ora e per l’eternità, o no?
· Sto costruendo sulla sabbia o sulla roccia?
Dobbiamo fare appello alle sorgenti più profonde del comportamento umano e confrontare apertamente il membro della sètta con la domanda:” Sei o non sei salvo?”. Dobbiamo dire a questa persona:” Io conosco Cristo come mio Salvatore, e so che in Lui io ho vita eterna qui ed ora. E tu?”
E’ proprio a questo punto che il nostro incontro con il settario diventa più difficile e allo stesso tempo più cruciale. Qui non si tratta di contrapporre dottrina a dottrina, o testo biblico a testo biblico, ma del significato di un’esperienza vivente con Cristo contro la mancanza di una tale esperienza.
Qui diventa importante la vitalità e la realtà profonda della nostra fede, della nostra esperienza cristiana.
Quello che noi vogliamo offrire a
questa persona non è un’organizzazione, oppure un
elenco di dottrine, ma Cristo, in tutta
Per usare altre parole: «Se vuoi che altri vedano che cosa Cristo può fare per loro, mostra loro quello che Cristo ha fatto per te».
E’ ovvio che tutto questo dovrà essere fatto con molta preghiera e nell’attesa
fiduciosa che Dio risponde alla preghiera.
La mano di Colui che cambiò Paolo da persecutore ad apostolo non si è accorciata!
C. Affrontare il membro di una sètta a livello
intellettuale.
Sebbene, come abbiamo visto, sia necessario affrontare il membro di una sètta come una persona intera, è pure importante saperlo affrontare a livello intellettuale.
Se c’è un sincero desiderio da parte del membro della sètta di approfondire la questione del se il suo gruppo insegna o no la verità, dovremmo discutere con loro le dottrine principali insegnate dalla sètta.
In questo contesto sarebbe necessario dire qualche
cosa a proposito dei versi di 2 Giovanni 10,11: «Se arriva da voi uno che non porta questo insegnamento,
voi non dovete accoglierlo né dargli il benvenuto. Chi lo accoglie volentieri
si rende complice delle sue imprese malvagie».
Da certi cristiani questo passo è compreso nel senso che uno non dovrebbe mai ricevere in casa propria il membro di una sètta, nemmeno per confutare i suoi insegnamenti.
Questa però è una interpretazione errata del testo.
Dal contesto precedente è ovvio che l’eresia qui implicata è di tale natura da sovvertire l’Evangelo.
Una persona che insegna tale eresia, dice Giovanni, non dovrebbe essere accolta in casa; cioè non si dovrebbe mostrare il tipo di ospitalità che lo metterebbe in grado di usare della nostra casa come base operativa per lui.
Tale ospitalità significherebbe essere complici della sua opera nefanda.
L’espressione “non dargli il benvenuto” bisogna comprenderla così: “non dargli il benvenuto come se fosse un fratello nella fede “.
Ovviamente, quindi, il brano proibisce di lavorare (associarsi) insieme a persone che negano dottrine cardinali della fede cristiana e quindi contribuire all’avanzamento della loro causa.
Questo testo, pero, non condanna in alcun modo ricevere tali persone in casa nostra al fine di rivelare l’errore della loro posizione e condurlo a Cristo.
Di fatto, il brano implica che tale atteggiamento è il dovere del cristiano!
D. Suggerimenti generali
In connessione col nostro approccio a livello intellettuale, è necessario fare alcune osservazioni:
1. Dobbiamo avvicinare il membro di una sètta con amore genuino. Sebbene noi non potremmo mai amare i suoi errori, noi dobbiamo amarlo come persona. Questo sembra così ovvio che si potrebbe fare a meno anche di dirlo, però troppo spesso incontri di questo tipo degenerano in una battaglia verbale in cui l’interesse per la salvezza del settario è sacrificata in favore della vittoria della nostra posizione. Il nostro scopo primario, però, non è sconfiggere e schiacciare l’avversario ma guadagnano per Cristo. Dobbiamo ricordare che a lui è stato insegnato che i membri della chiesa li odiano: il modo migliore per affrontarlo è deludere questa aspettativa e sorprenderli con un genuino amore.
Inutile dire che noi non dobbiamo assolutamente mai
perdere la calma.
2. Dovremmo
avvicinarci al membro della sètta con umiltà genuina. Non dobbiamo dargli l’impressione
che sappiamo tutto o abbiamo la risposta ad ogni domanda, dato che questo
presuppone che noi siamo pronti al combattimento. Il nostro scopo è quello di condire il membro della sètta sotto
Questo inoltre implica che anche noi dobbiamo essere pronti a vedere le nostre
mancanze. Dobbiamo inoltre essere pronti a confessare che possiamo cogliere
solo parte della verità e non la sua interezza.
Hutten ci consiglia di non confondere la nostra confessione della verità con la verità stessa.
La verità è sempre più grande di quanto siamo in grado di comprenderla.
Inoltre la nostra confessione della verità come tale, non ci salverà.
E’ concepibile il fatto che uno che appartenga ad una sètta possa, nonostante gli errori in cui è coinvolto, essere in una vivente comunione con Cristo, mentre qualcuno che appartiene ad una chiesa, con un credo sano ed ortodosso può ben dirsi che sia fuori di tale comunione. Una comunione vivente con Cristo sta ad un livello molto più profondo di una semplice comprensione intellettuale.
3. Dobbiamo essere pronti ad imparare le lezioni che ci vengono dalla sètta stessa.
4. Dobbiamo conoscere bene gli insegnamenti della sètta.
Va da se che il successo che possiamo avere nel
confutare gli insegnamenti della sètta dipende in gran parte dalla familiarità
che abbiamo con essi e nella nostra comprensione della mentalità che ne è
sottintesa.
Dobbiamo fare del nostro meglio per analizzare gli insegnamenti della sètta.
Molti distorcono i reali insegnamenti della sètta e non rendono ad essi giustizia.
Dobbiamo fare ogni sforzo al fine di comprendere il membro della sètta per quello che effettivamente dice. Non potrà mai essere sufficientemente sottolineato che dobbiamo poter usare le fonti primarie per comprendere la sètta, ed accertarci che tali fonti siano aggiornate, perché può anche darsi che possediamo della letteratura che non è più usata oppure non più autorevole.
E. Suggerimenti specifici
In riferimento all’incontro vero e proprio col membro della sètta a livello intellettuale, formulerei i suggerimenti seguenti:
1. Facciamo si che lo scopo primario dell’incontro sia quello di rendere una positiva testimonianza alla Parola di Dio. Lo scopo principale, in altre parole non deve essere di natura negativa. Incontrare il membro di una sètta non è un tipo di dibattito, ma un modo per testimoniare la verità salvifica del Vangelo.
2. Affronta
la questione della tua fonte di autorità. Questo deve
essere fatto all’inizio stesso dell’incontro, se parli ad un Mormone, devi mostrargli
Se invece si deve trattare con un Testimone di Geova, bisogna chiedergli se
Se lui afferma questo, è necessario procedere a mostrargli, mediante un’attenta spiegazione di brani biblici rilevanti, che molti degli insegnamenti che lui sostiene sono errati.
Egli cercherà di confutarli citandoti altri testi biblici.
E’ necessario tuttavia sfidarlo costantemente a mostrare come un passo che egli cita provi effettivamente quello che lui pensa provi, e non considerare i passi come solo un fascio di testi probanti.
E’ necessario,
investigando attentamente il contesto, comparare
Scrittura con Scrittura e provare così che i suoi insegnamenti sono in
disarmonia con
Se lui
continua ad affermare di avere ragione, bisogna confrontarlo col fatto che l’autorità a cui effettivamente è sottomesso non sia
Anche
Soffermati sulle dottrine principali: non permettere di esser deviato in argomenti secondari. Dopo tutto la differenza fra noi e una sètta non è una differenza di dottrine secondarie, ma qualcosa che interessa il significato di fondo della fede e la sua interpretazione: alla base c’è sempre la salvezza per grazia mediante la fede. Bisogna essere pronti a intervenire sulla base di brani biblici scelti accuratamente e presi nel loro contesto.
3. Fa si che il contatto col membro della sètta possa continuare anche in un secondo tempo. Questo può essere fatto con ulteriori visite in casa sua. Se mostra qualche interesse nel conoscere di più su certe dottrine della Bibbia, offrigli di condurre uno studio biblico personale (e per altri che possono essere interessati ad unirsi). In una lettera che un giorno avevo ricevuto da un mio ex-studente lessi che un certo Testimone di Geova venne convertito al cristianesimo attraverso la paziente testimonianza di una famiglia cristiana, che ebbe il tempo di sedersi con lui una volta la settimana per sei mesi per spiegargli le Scritture. Se i cristiani incrementassero questa forma di testimonianza, probabilmente molti schiavi delle sètte sarebbero liberati.
4. Continua a pregare. Prometti all’individuo con il quale stai lavorando di pregare per lui, e continua a farlo. Il Testimone di Geova menzionato poco fa non fu convertito al cristianesimo se non tre anni dopo aver frequentato quello studio biblico di sei mesi, ma quella famiglia cristiana aveva pregato per lui tutto il tempo.
(tratto da: “The Four Majr Cults” di Anthony A. Hoekema, Grand Rapids,
Michigan, 1963, p. 405 ss).
Traduzione di Paolo Castellina
Tratto da «Ricerche»
- Anno
III - 02 Febbraio 1994