TESTIMONIANZA
DI UN
EX-PRATICANTE
ZEN
A. Che cos’è lo Zen.
Lo Zen, per chi non lo conosce bene, può
sembrare una delle tante religioni orientali. In realtà lo Zen è una filosofia
di vita ed una pratica meditativa.
“Zen” è la parola giapponese derivata dal cinese CH’AN;
formatosi quindi in oriente (soprattutto India e Cina) si spostò fino in
Giappone diventando una filosofia tipicamente giapponese.
La religione buddista si basa
sulla dottrina della reincarnazione (si dice che
persino Buddha era, in una delle sue diverse esistenze, una grande tartaruga
marina).
Lo Zen si prefigge l’obiettivo di
interrompere questa catena attraverso “illuminazione”
provocata da continue “meditazioni”
(basta consultare il vocabolario Zingarelli, 10a
edizione, alla voce ZEN, pagina 1992).
I centri di propaganda e di pratica di questa
filosofia, non hanno, per ora, grande espansione
in Italia, infatti qualche anno fa
esistevano solo due centri ufficiali
operanti nel nostro paese.
La diffusione
dello Zen avviene,
soprattutto, attraverso la letteratura.
Anche alcune palestre di “arti marziali” ne fanno
propaganda. Lo Zen, infatti, è
considerato una “via” come “vie” sono le arti marziali (dal
giapponese “DO” che significa appunto “via”:
così abbiamo il Karate-do, il Kiun-do, il Ken-do,
lo Ju-do,ecc).
B. I rischi della pratica Zen.
Il praticante zen, lo Zazen,
è quindi costretto a praticare le meditazioni in casa da solo, e, anche se
alcuni autori avvertono che lo Zen va praticato sotto la guida di un maestro,
nessuno praticamente segnala la pericolosità di questa
“via”.
Le promesse di questa filosofia sono molto invitanti, così
il praticante, convinto della
validità della religione buddista, si mette nelle mani dello spirito che
animava lo scrittore del libro e viene invitato a
meditare 24 ore su 24 per giungere alla “illuminazione”.
Anche di notte, quindi,
fino a che il cervello, troppo stressato, chiude baracca e burattini. Non voglio qui denigrare la religione
buddista ma4piuttosto mettere in guardia dalla pratica Zen
che è la sua forma più estremista.
Mettere in guardia da cosa?
Facendo riferimento alla Bibbia, questa ci
avverte contro le “pratiche di
svuotamento” del proprio io (vedi Matteo 12:43-45,
e Matteo 9).
Gli ultimi versetti del cap.
Fortunatamente questo “svuotamento mentale” (che poi sarebbe la famosa “illumi
nazione”)
non avviene facilmente.
C. I rischi per il corpo e la mente.
Una volta entrati in questa pratica non se ne esce senza che
vi siano rimaste tracce: la postura, la respirazione forzata, la ricerca
dell’assenza dell’attività cerebrale, la conseguente perdita della percezione
reale della vita, portano a degli scompensi fisici che possono essere molto
gravi.
Basti pensare che lo Zazen
può diventare incapace di fidarsi del proprio sistema nervoso simpatico e
parasimpatico, dovendo tenere tutto sotto controllo: respiro, battito cardiaco,
postura (NDR - La posizione del corpo) ed emozioni.
Questo stato di attenzione
diventa facilmente ossessione, arrivando alla vera e propria malattia nervosa.
Il corpo umano è strutturato in modo
perfetto, ogni sua parte ha una funzione precisa e specifica: lo Zen può
influire negativamente anche sui molteplici aspetti dell’attività linfoghiandolare, la quale regola da sola il grado di attenzione, di rilassatezza, di riposo.
Forzando in modo arbitrario queste normali
funzioni, la coscienza se ne va in vacanza, lasciando il praticante solo e
abbandonato, in preda alla confusione mentale, non riuscendo a capire cosa stia
accadendo fino a che.... può diventare troppo tardi.
Solo, senza vie di uscita,
non sa nemmeno come tornare indietro.
Così si comincia a consultare il medico, si
passa, poi, allo psichiatra e si arriva a toccare il fondo della depressione.
D. La mia esperienza
Chi scrive ha vissuto queste esperienze
sulla propria pelle, ma Dio ha voluto, dopo sei anni
di cure neurologiche, nella Sua misericordia, darmi la salvezza in Cristo e
liberarmi da questa schiavitù che mi aveva portato a disfunzioni organiche e a
paure immotivate (in psicologia si chiamano fobie).
Dopo tre anni di attività
meditativa, una sera mi accorsi di come ero ridotto, perché cominciai a star
male, non riuscendo a prendere sonno.
Non sapevo cosa poteva essere, ma stavo
male dentro.
Era l’inizio di un lungo cammino di paura, di angosce, di cure neurologiche e di ricoveri in ospedale.
Quella sera, dopo una leggera vertigine, ebbi la sensazione che il cervello fosse sempre più compresso nella scatola cranica, con un
bisogno fortissimo di aria che produceva desiderio di uscire anche se era l’una
di notte. Ma non riuscii ad uscire perché non coordinavo bene i movimenti delle
gambe; tentai il micromassaggio cinese e presi una
tisana cinese, ma, disteso sul letto, non mi liberavo
dall’angoscia che mi sopraffaceva.
Arrivò la mattina ed andai a lavorare,
volevo che fosse un giorno come gli altri, ma dopo aver preso un caffé, mi sentii male. Mi portarono al Pronto Soccorso ed il dottore
con una strana occhiata misurò la febbre e mi mandò a casa.
La diagnosi del medico curante fu “congestione”.
Alla mia obiezione che non avevo mangiato
nulla e tantomeno nulla di freddo, mi spiegò che poteva trattarsi di
congestione gastrica, ma io non ne ero convinto.
Iniziai così un cammino solitario per
uscire da queste forme di nevrosi.
Lo Zen, che doveva darmi la libertà dello
spirito, mi portò ad una angosciante schiavitù con un
gran buio intorno, altro che “illuminazione”!
Non mi riconoscevo più, vivevo uno
sdoppiamento della personalità, per molto tempo la mia stessa immagine riflessa
su uno specchio mi spaventava.
Poi fu la volta di diverse malattie fisiche
e dovetti subire cinque interventi chirurgici.
Alcune di queste malattie sussistono
ancora, nonostante le cure.
Mi dava angoscia anche mangiare, uscire di casa, fare la minima cosa.
Quando mio figlio Pietro doveva nascere, ero io
ad avere l’ansia da parto ed era mia moglie a dovermi aiutare psicologicamente.
Intanto il sistema neurovegetativo era
compromesso tanto che per la normale funzione dell’urinare dovevo sedermi
perché lo star in piedi mi dava una forte vertigine
con relativo collasso. Il neurologo mi aveva consigliato che, se il bisogno mi
fosse capitato in campagna, di appoggiarmi ad un albero.
Ero, in quel periodo, in cassa integrazione
(ed anche questo non mi aiutava di certo), ma il
Signore stava già pensando a me.
Mi salvò quando,
dopo un intervento di ernia su mio figlio Pietro, che aveva allora 6 mesi,
andai ad un culto evangelico per ringraziarLo. Avevo infatti trovato per terra un invito, spiegazzato, sporco e
bagnato su un pieghevole dal titolo: “I
cristiani evangelici: chi siamo e cosa crediamo”.
Non sapevo che Dio stava raccogliendo da terra me, stracciato, bagnato di lacrime, sporco e
senza speranza.
Mi convertii al
Signore il 1 novembre 1988 ma non riuscii a essere liberato subito dagli effetti
fisici negativi dell’esperienza Zen.
Se il Signore non interveniva completamente,
nonostante le mie preghiere, era perché voleva che facessi un altro atto di
fede abbandonando del tutto la psicoterapia.
Non fu una scelta facile perché essa
rappresentava per me, fino a quel momento, l’unico appiglio terreno dopo anni di angosce; ma alla fine decisi di affidarmi completamente
al Salvatore e Signore Gesù Cristo.
Piano piano vidi la luce, stavo uscendo dal tunnel pieno di tenebre nel
quale mi ero infilato.
Gesù Cristo aveva vinto per me la mia
battaglia, alleluia!
Amico quello che hai letto è davvero
successo proprio a me, stai attento, non ti fare ingannare da promesse facili e
non permettere che altri vi cadano, avvertili.
Se vedi qualcuno che cammina verso questo
spaventoso tunnel, aiutalo e prega per lui, la meditazione Zen è un biglietto di andata senza ritorno (o quasi)...
Dio ti benedica e ti guardi...
Enrico Ruggiero
Tratto da «RICERCHE» Luglio-Agosto 1994