Carlo Finney
L’esordio:
Carlo Finney nacque a Warren nel Connecticut (Stati Uniti
d’America) il
Aveva due anni quando suo padre trasferì la sua dimora
nell’Oneida, contrada selvaggia, a mala pena colonizzata, dov’era molto raro
che si trovasse di passaggio un predicatore dell’Evangelo.
I genitori di Carlo non erano molto religiosi, ed il loro
figliuolo visse fino all’età di quindici anni circa, senz’avere ricevuto delle
nozioni molto precise sulla fede cristiana.
La piccola colonia
dell’Oneida comprendeva una scuola elementare, e in essa Carlo apprese tutto
ciò che un modesto pedagogo del tempo era in grado d’insegnare, vale a dire ben
poco.
Più tardi, i suoi
genitori, cui piacevano i viaggi, si stabilirono sulle sponde meridionali del lago
Ontario, dove le possibilità di conoscenze intellettuali più solide erano
ancora più scarse che nell’Oneida.
Cosi, quando all’età di
ventisei anni Carlo Finney si trovò per la prima volta a seguire l’insegnamento
catechistico regolarmente impartito da un ministro evangelico, le verità
religiose assunsero per lui l’attrattiva della novità.
Correva l’anno 1818.
Dopo aver cercato di
darsi alla professione poco lucrativa di maestro di scuola di un villaggio del
New Jersey, Carlo si era recato a Adams, nello stato di New York, per seguirvi
degli studi pratici di diritto presso un avvocato.
C’era la una chiesa
presbiteriana, diretta da un rigido calvinista, di condotta irreprensibile, ma
poco illuminato, il pastore Giorgio Gale. La fisionomia intelligente del
giovane studioso di legge, la grande attenzione con cui seguiva le sue
predicazioni settimanali, la sua regolarità ai culti, colpirono il pastore
Gale, che entrò in contatto con lui, e prese ben presto l’abitudine d’andarlo a
trovare tutti i lunedì, per giudicare dell’impressione prodotta su di lui dalla
predicazione del giorno innanzi.
Queste conversazioni
non avevano nulla di banale.
Il giovane pagano, la
cui vita era sin qui svolta in gran parte fra i boschi, si stupiva di tutto,
voleva capire tutto, approfondire tutto. Le sue opinioni e le sue domande
imbarazzavano il teologo, poco abituato ad incontrarsi con uno spirito così
curioso.
- Che cosa intendete,
signor Gale, per “pentimento”? È ciò soltanto una tristezza intorno ai nostri
peccati? Uno stato passivo dello spirito? O è un movimento positivo della
volontà?
- E che cos’è la “santificazione”?
Bisogna ritenere che sia un cambiamento fondamentale dell’uomo, condotto a Dio
da un’influenza decisiva che questi esercita su di lui?
Il pastore gale non
sapeva cosa rispondere, e Carlo Finney si smarriva in congetture senza fine,
essendo da un lato incapace di ammettere ciò che non comprendeva, e dall’altro
essendo tutt’altro che disposto a perire nella sua ignoranza.
I membri della comunità
presbiteriana si radunavano una volta la settimana in preghiere comuni. Finney,
la cui coscienza si era risvegliata, frequentava regolarmente quelle adunanze.
Ma ancora una volta, egli doveva esserne profondamente deluso.
Dopo un periodo
d’assidua frequenza, dovette con sorpresa accorgersi che le preghiere formulate
in quelle circostanze non solo non venivano esaudite – od almeno così gli
pareva – ma poté arguire, dal tenore stesso delle preghiere, che coloro i quali
le pronunciavano erano i primi a non aspettare l’esaudimento. I membri di
quella chiesa si esortavano continuamente a chiedere a Dio un risveglio
religioso, affermando con forza che se essi avessero supplicato Dio con fervore
e con sincerità per ottenere un’effusione prodigiosa del Suo Spirito, Dio non avrebbe
mancato di farlo, ma d’altra parte, non cessavano dal lamentare il deplorevole
stato spirituale in cui giaceva la comunità nel suo insieme.
Che cosa si doveva pensare di quella palese
contraddizione?
Carlo Finney se ne era scandalizzato.
Talora, egli commentava sfavorevolmente in cuor suo la
pietà di quei cristiani che pregavano sempre senza mai essere esauditi, tal
altra, egli cercava umilmente di persuadersi d’aver frainteso le promesse del
Signore.
Un giorno, nel corso di
un’adunanza, gli fu chiesto se egli desiderasse che si pregasse per lui.
“No! Rispose, perché vedo che le vostre preghiere non sono esaudite.
Ho bisogno, che si preghi per me, perché mi sento un
misero peccatore. Ma non vedo a che mi gioverebbe di essere presentato al
Signore da voi. Da quando prendo parte alle vostre radunanze, per quanto scarsa
possa essere l’efficacia delle vostre preghiere, avete tuttavia pregato con
un’intensità che dovrebbe bastare a cacciare il diavolo da tutta la nostra
città, eppure debbo costatare che continuate a gemere e a lamentarvi delle sue
malefatte”.
Dopo essere rincasato,
Finney aprì la Bibbia e si mise a leggere qua e là dei brani che gli sembravano
offrire una risposta al suo problema.
“Compresi allora – dirà di se stesso – che Iddio non li esaudiva perché non si erano posti nella condizione
richiesta per la preghiera efficace, che cioè non pregavano con fede, non si
aspettavano di ricevere ciò che Dio aveva promesso di concedere loro”.
Da quel momento in poi,
per lo spazio di circa due anni, Carlo, non volle più altra guida, nella
ricerca della salvezza dell’anima, se non la sola Parola di Dio, la Sacra
Scrittura. Aveva sete di verità, ed il suo spirito, per lunghi anni avvolto
dalle tenebre, si immergeva con un senso arcano di delizia nei fiumi di luce
che sgorgavano per lui dalla fonte medesima della luce.
Conversione e Battesimo
Tuttavia, Carlo Finney
non era ancora convertito.
Se la sua intelligenza
aveva afferrata la verità, il suo cuore non era però stato ancora pienamente
conquistato.
Una domenica sera
dell’autunno del 1821, turbato e commosso dai rimproveri della propria
coscienza, Carlo prese la risoluzione di fare, se ciò gli fosse possibile, la
pace con Dio.
La conversione di Carlo
Finney merita di essere raccontata per intero, perché essa è così originale e
nuova, per il modo in cui avvenne, e per l’influenza così profonda che essa
esercitò, non solo sulla carriera del futuro evangelista, ma sulla sorte di
centinaia di chiese e comunità religiose, da costituire un elemento fondamentale
della storia della fede cristiana del secolo scorso, per la sua importanza e
per le cose straordinarie cui poté condurre l’esperienza del giovane
convertito.
Appena Finney ebbe
deciso di risolvere il problema della propria salvezza, un sentimento di
vergogna si impadronì di lui. Da parecchi mesi, la sua Bibbia giaceva sul suo
scrittoio, confusa fra i suoi libri di diritto: l’aveva nascosta.
Tre giorni trascorsero
così, durante i quali il turbamento dell’anima sua non fece che accrescersi.
La sera del martedì
successivo, era più che mai agitato. Tremava al pensiero che, se fosse morto,
l’inferno sarebbe stato il suo destino.
Trascorse una notte
tormentosa.
L’indomani mattina,
mentre si recava all’ufficio, la coscienza gli disse: “Non hai promesso di dare il tuo cuore a Dio? Che aspetti ancora per
mantenere la tua promessa? Credi forse di poterti salvare da te stesso?”.
A queste parole, una
luce si fece nell’anima sua. La salvezza per grazia, insegnata nella Scrittura,
gli apparve improvvisamente con nitida precisione, come la verità stessa di
Dio, una salvezza completa e totale che era necessaria accettare rinunciando
definitivamente a vivere nel peccato. Senza neppure rendersene conto, il
giovane avvocato s’era fermato per la strada, con lo sguardo dell’anima
profondamente intento al meraviglioso quadro di vita e di redenzione che lo
Spirito di Dio gli andava dispiegando interamente. Di nuovo la voce disse: “Vuoi accettare questa salvezza, oggi?”. “Si
” rispose Carlo immediatamente “si,
l’accetterò oggi, o ne morrò di dolore ”.
A qualche distanza dal
villaggio di Adams sorge una collina, a quel tempo coperta da una fitta
vegetazione. Nelle sue ore di ozio, Finney soleva andarvi a passeggiare e a
riposare. Stavolta, invece di recarsi al suo ufficio, si diresse verso la
collina, e salendo verso la vetta, ripeteva fra sé e sé: “darò il mio cuore a Dio, o non ridiscenderò mai più di qui ”.
Giunto sulla sommità, fece qualche passo si mise in
ginocchio, e chiuse gli occhi per pregare, ma la preghiera non veniva.
“Io non posso
pregare ”, gridava; “ il mio cuore è
dunque morto per Dio, io non pregherò...! ”.
Ma poi capì che il suo
cuore era ancora preda dell’orgoglio e delle considerazioni umane, e gettatosi
con la faccia a terra gridò con forza: “ non
lascerò questo luogo quand’anche tutti gli uomini del mondo e tutti i demoni
dell’inferno si radunassero qui per guardarmi! Un peccatore degradato come sono
io dovrebbe vergognarsi di essere sorpreso da un altro peccatore, mentre
implora in ginocchio la misericordia del suo Dio? No, questo è un peccato
troppo grave! ”
Il suo cuore era
spezzato, le sue resistenze erano vinte, il suo riguardo umano era sconfitto.
Un versetto della scrittura gli balenò alla mente: «voi Mi cercherete e Mi troverete,
quando mi avrete ricercato con tutto il vostro cuore » (Geremia 29:13).
“Mi impadronii subito
nel mio cuore, di queste parole. Prima di allora non mi era mai venuto in mente
che la fede fosse un atto deliberato di fiducia e di abbandono a Dio, anziché
un semplice stato intellettuale. In quel momento, avevo finalmente coscienza di
potermi interamente confidare nella veracità dell’Eterno. Compresi che era
stata la voce stessa di Dio a farsi intendere a me. Signore, gridai allora, ti
prendo in parola! Tu sai che io ti cerco con tutto il cuore, che sono venuto
qui per pregarTi, e Tu hai promesso di ascoltarmi. Parecchie altre promesse
della Parola di Dio mi furono in quel momento chiare nel cuore, tra cui alcune
intorno al Redentore dei peccatori. Non potrei spiegare, in linguaggio umano,
quanto quelle promesse mi apparissero vere e preziose. Io le prendevo l’una
dopo l’altra, come infallibili verità. Con tutta l’energia che riesce a trovare
un uomo in punto di affogare, mi afferrai e mi sospesi letteralmente da esse”.
Finney restò a lungo prostrato, pregando e ricevendo
secondo la promessa di Gesù Cristo (Giovanni 14,26).
Verso sera, Finney
sentì nuovamente il suo cuore fondersi: “Ho
bisogno, gridò, di spandere l’anima
mia davanti a Dio! Lo slancio dell’anima mia era così impulsivo, che mi
precipitai a pregare, nella stanza vicino allo studio. Non vi era in essa né
luce né fuoco, pure, essa mi parve tutta illuminata. Appena vi fui entrato ed
ebbi chiuso la porta dietro di me, mi sembrò di incontrarmi a faccia a faccia
con il Signore Gesù Cristo. Caddi in ginocchio ai Suoi piedi singhiozzando come
un bambino, confessandogli i miei peccati. Di li a poco mentre ero in intima
comunione con Dio ricevetti il Battesimo dello Spirito Santo, Egli scese su di
me con tale potenza, che mi sentii come penetrare da parte a parte, corpo e
anima. Avevo la sensazione come di un’onda elettrica che percorreva tutto
l’essere mio, non potrei esprimere questa realtà con parole diverse. Sembrava
il soffio del Signore medesimo, l’alitare di Dio! ”.
Durante i primi mesi
che seguirono la sua conversione, Finney non si ritenne libero di abbandonare
l’ufficio di avvocato dove proseguiva il suo tirocinio legale, ma doveva presto
giungere il giorno in cui gli sarebbe stato impossibile pensare ad altra cosa
che non fosse l’evangelizzazione dei suoi connazionali.
Nella primavera del
1822, si presentò al Presbiterio distrettuale, come candidato alla licenza
teologica, titolo che gli avrebbe permesso di diventare pastore titolare di una
comunità.
Gli fu dato il programma
degli esami che avrebbe dovuto sostenere.
I suoi studi di diritto
lo avevano obbligato ad imparare un po’ di latino e di greco, ma di teologia,
finora, sapeva ben poco!
I membri del
Presbiterio, perciò, lo esortavano a recarsi al famoso Collegio di Princeton,
per degli studi regolari. Egli rifiutò, dando del suo rifiuto una
caratteristica spiegazione: “non volevo
assolutamente sottopormi, ” scrive Finney nelle sue memorie, “ alla medesima influenza che essi stessi
avevano subita; stimavo difettosa l’educazione che avevano ricevuta, e la loro
persona e la loro vita non corrispondevano per niente all’ideale che mi ero
fatto del ministro di Cristo. Ebbi molta ripugnanza a dir loro apertamente
queste cose, ma non potevo onestamente tacere ”.
Avendo dunque Finney dichiarato di voler studiare la
teologia da sé stesso, il pastore Gale si offrì di dargli dei libri e dei
consigli. Quest’offerta fu raccolta con viva riconoscenza, ed il giovane
candidato passò così due anni a prepararsi per le prove che erano richieste dal
programma teologico ufficiale. Voleva fino alla fine rimanere estraneo
all’influenza delle scuole e dei metodi scolastici, e non dovere nulla a
nessuno, se non allo studio personale e alla comunione del Dio di verità a cui
aveva dato l’anima sua e la sua vita.
Non bisogna però trascurare di riconoscere che questo suo
spirito di indipendenza non gli impedì di rendersi padrone dei principali
sistemi di filosofia e di teologia in voga nella scuole. Se la sua cultura
intellettuale vi perdeva forse in estensione, vi guadagnava certamente in
profondità, poiché si conosce sempre meglio ciò che si è appreso da se stessi. Bisogna
senza dubbio attribuire, almeno in parte, a questa cultura teologica di
autodidatta le sue vedute originali, quella indipendenza e sicurezza di
giudizio, quel coraggio di pensiero, quella autorità di convinzione che
distinguono Carlo Finney da tutti gli altri teologi dell’epoca sua, e che più
tardi doveva dare tanta forza al suo insegnamento teologico nel seminario di
Oberlin.
Nel marzo del 1824
Finney si presentò al Presbiterio distrettuale, e superò gli esami teologici
richiesti, ottenendo la licenza teologica che gli avrebbe aperto i pulpiti di
tutte le chiese presbiteriane del suo paese.
Ministerio Pastorale
Eccolo dunque all’opera,
in modo regolare, predicando due o tre volte ogni domenica e tre o quattro nel
corso della settimana, ad una congregazione attente, felice e fiera di avere
per conduttore un predicatore così distinto. Finney però era assai meno
soddisfatto dei suoi fedeli, dopo un mese di assiduo lavoro, non aveva ancora
veduto alcun segno di risveglio nei suoi fratelli di chiesa. Si era accorto che
la maggior parte di loro erano o cristiani illanguiditi, o trattenuti da
colpevoli legami nel mondo, o addirittura inconvertiti. Finney era un uomo
positivo e non poteva approvare questa situazione. Ed eccolo radunare una sera
i membri della chiesa e spiegar loro che egli è venuto per renderli sicuri
della salvezza dell’anima loro.
Trascorse del tempo con
loro chiedendogli di sottomettersi all’Evangelo citando le parole del servo
Abramo: «ora dunque, se voi volete usare
benignità e lealtà verso il mio Signore, significatemelo, altrimenti, fatemelo
sapere, ed io mi rivolgerò a destra e a sinistra » (Genesi 24, 29).
“Se non avete il pensiero di convertirvi e di dedicarvi al servizio di
Cristo, dichiaratemelo, affinché io non lavori più in pura perdita in mezzo a
voi. Voi riconoscete che io vi annuncio l’Evangelo, fate professione di credere
all’Evangelo, ebbene, volete veramente riceverlo? Avete l’intenzione di
riceverlo o di rifiutarlo? Voi dovete certo avere un’opinione a questo
proposito. Poiché riconoscete che ho annunciato la verità, ho il diritto di
ritenere che riconosciate l’obbligo in cui vi trovate, di sottomettervi
immediatamente a Cristo. Non potete respingere questo obbligo, volete dunque
mantenerlo? Volete fare ciò che riconoscete essere vostro dovere? Se si,
dichiaratemelo senza indugi. Altrimenti, ditemelo francamente, ed io me ne
andrò altrove ”.
Vi fu un movimento di
sorpresa nell’assemblea.
Era la prima volta che
qualcuno la trattava in questo modo!
Desideroso di essere
ben compreso, Finney ripeté il suo dilemma sotto parecchie forme differenti,
poi aggiunse: “In questo momento, mi
importa di sapere quel che pensate. Desidero che tutti coloro fra voi che si
sono preposti di diventare cristiani e vogliono impegnarsi a fare
immediatamente la pace con Dio, si alzino in piedi; quelli fra voi che hanno
deciso di non diventare cristiani e intendono far conoscere questa decisione a
me ed a Cristo, rimarranno seduti. Voi che siete pronti ad impegnarvi davanti a
me e davanti a Cristo, a fare immediatamente la pace con Dio, vogliate alzarvi!
E voi, che intendete farmi conoscere che volete rimanere nella condizione attuale
e non accettare Gesù Cristo, rimanete pure seduti! ”.
Gli uditori si
guardarono gli uni gli altri, e poi guardarono il loro pastore, ma nessuno si
mosse.
Finney non era
impreparato a questa possibilità.
Dopo aver dato uno
sguardo intorno, a tutto l’uditorio, nel silenzio generale esclamò: “ così, la vostra decisione è presa. Avete
rigettato Cristo ed il Suo Evangelo. Voi ne siete testimoni gli uni contro gli
altri e Dio lo è contro tutti, sia ben chiaro! Voi vi ricorderete ormai, fino
alla fine della vostra vita, che vi siete pubblicamente schierati contro Gesù
Cristo “.
Mentre Finney parlava così,
l’assemblea, ritenendosi offesa dalle sue parole, si levò in massa e prese la
via della porta.
Finney tacque.
Tutti si voltarono per
vedere che cosa avrebbe fatto.
“ Non sono afflitto per voi, e vi parlerò ancora una volta, Dio volendo,
domani sera ”.
Tutti uscirono, tranne
uno dei diaconi, il signor Mac C., che si avvicinò al pulpito e prendendo la
mano del predicatore, gli disse: “ fratello
Finney, li avete conquistati. Ormai non vi sarà più riposo per loro, siatene
persuaso. Sono convinto che avete agito come si conveniva, e ne vedremo presto
le conseguenze “.
Quei due uomini, soli contro tutti gli altri, si
impegnarono nello stesso istante a trascorrere il giorno successivo nel digiuno
e nella preghiera, ciascuno per proprio conto il mattino, insieme nel
pomeriggio.
In realtà tutta la
popolazione era in subbuglio. Sentivano tuonare dentro le loro orecchie le
parole del pastore, molti espressero anche parole di minaccia, asserendo che
Finney aveva avuto l’audacia di far loro prestare giuramento che non avrebbero
più servito Dio e che li aveva costretti a rigettare Cristo e il Suo Evangelo.
A tutto questo Finney
era preparato.
Il pomeriggio del giorno
seguente si recò con il diacono in un bosco vicino, e lì insieme lottarono in
preghiera fino al crepuscolo. Il Signore unì i loro cuori promettendogli
vittoria.
Quando fu suonata l’ora
della radunanza, i due rientrarono in città. Quelli che li vedevano passare
chiudevano con fragore le loro botteghe, altri lasciavano i loro affari per
seguirli. La sorpresa fu che la sala da culto si trovò ad essere troppo piccola
per contenere tutti gli intervenuti.
Finney non aveva fatta
nessuna preparazione speciale per il discorso che intendeva rivolgere alla
congregazione. Lo Spirito Santo era sopra di lui ed egli aveva la persuasione
che al momento opportuno avrebbe ricevuto da Alto ciò che avrebbe dovuto dire.
Giunto al pulpito,
senza darsi il tempo di cominciare con il canto e con la preghiera, pronunciò
ad altissima voce le parole del profeta Isaia: «dite al giusto che egli avrà del bene, perché egli mangerà il frutto
delle opere sue! Guai all’empio! Male gli coglierà, perché gli sarà reso quel
che le sue mani hanno fatto »! (Isaia 3: 10-11)
Allora per più di un’ora la Parola di Dio scese sopra
l’assemblea, spazzando via ogni ostacolo. Era un fuoco ed un martello che
infrangeva la roccia, una spada penetrante fino alla giuntura delle ossa ed al
midollo. Si vedeva una profonda persuasione di peccato invadere i cuori degli
uditori. Molte persone erano incapaci di tenere la testa alta. Quella sera,
avendoli invitati ad un’altra adunanza, li congedò.
Durante tutta la notte seguente, l’alloggio
dell’evangelista fu assediato dalle persone che venivano ad esigere le sue
scuse per conto di parenti o amici, che il sentimento del peccato aveva
piombato improvvisamente in una sincera disperazione, parecchi avevano
addirittura risentito un reale malessere fisico.
Ci furono alcuni episodi degni di nota, come quello di un
uomo, che la conversione della moglie aveva messo fuori di sé, e che si era
recato ad una delle radunanze successive con in tasca una pistola carica,
risoluto ad uccidere il predicatore. A metà del sermone di Finney, l’uomo si
lasciò cadere giù dalla sua sedia, gridando che stava per sprofondare
all’inferno. Era in uno stato psichico così pietoso che fu necessario
trasportarlo a casa sua a forza di braccia. Il giorno dopo, incontrando Finney
per strada, gli si gettò al collo e lo abbracciò piangendo. Da allora in poi,
fu uno dei più zelanti amici della causa dell’Evangelo ad Evans Mill.
Il risveglio si propagava rapidamente, con grande rabbia
di un taverniere del luogo, la cui clientela andava sempre più diminuendo.
Quest’uomo ignorante e grossolano, non cessava dal maledire l’evangelista e dal
bestemmiare contro Dio, tanto che un giovane cristiano, che abitava di fronte a
lui, decise di cambiare alloggio per non aver più da sentire quegli orrori.
Quale non fu la sorpresa di Finney, qualche giorno più
tardi, nel vedere entrare quell’oste nella sala del culto! Mentre prendeva
posto, in mezzo all’assemblea, i presenti si scostavano, sospettando le sue
intenzioni, anzi parecchi fra gli astanti preferirono abbandonare la sala.
L’oste si era preparato a sedere in un angolo, ma dopo un po’ si alzò tremante
e chiese al pastore il permesso di parlare. Avutolo, fece ad alta voce una
piena confessione dei suoi peccati, e dichiarò che ormai la sua casa sarebbe
stata consacrata a Dio. Infatti a partire da quel giorno, e per lungo tempo, vi
fu ogni sera una radunanza nella sua osteria.
Il matrimonio:
Carlo Finney si sposò nell’ottobre del 1824.
Aveva trentadue anni.
Nulla può meglio sottolineare la sua consacrazione al servizio
di Cristo che le circostanze che seguirono quell’evento, così importante nella
vita di qualsiasi uomo.
Gli ultimi giorni:
Il secondo soggiorno di Finney in Inghilterra diede il
segnale ad un risveglio molto intenso e molto esteso e ad un’opera pressoché
sovrumana, da lui guidata e controllata con l’antico fervore.
Era l’anno 1859, Finney aveva quasi sessantotto anni, e
nonostante la sua età avanzata, dovette, per rispondere alle domande che gli
venivano rivolte, tenere quasi ogni giorno delle radunanze in tutte le
principali città dell’Inghilterra e della Scozia.
Quando, qualche tempo dopo, riattraversò l’Atlantico e
rientrò a casa sua ad Oberlin, era veramente spossato, ma la vista dei suoi
figliuoli spirituali, che da ogni dove giungevano sul suo passaggio per
testimoniargli la loro gioia per il suo ritorno, gli restituì le forze. Riprese
così il suo corso di teologia nel seminario e le sue predicazioni nella chiesa
da lui stesso fondata, e di cui la comunità non aveva mai cessato di
considerarlo pastore titolare.
Ma dovette rassegnare i suoi uffici pastorali nel 1872 per
concentrare ora esclusivamente quanto gli rimaneva di forze a favore degli
studenti del seminario. Non era infatti soltanto il loro professore, ma anche
il loro pastore e si occupava della cura delle loro anime, più ancora che dello
sviluppo della loro mente.
Dovette dare la sua ultima lezione alla fine di luglio del
1875, quando appunto stavano per cominciare le vacanze, che dovevano essere il
suo “grande riposo ”.
Era giunto infatti il momento in cui il Maestro, che aveva
fedelmente servito per tutta la sua vita, lo avrebbe chiamato a Sé.
Il veterano di tante lotte teologiche e di tante vittorie
riportate sull’avversario delle anime conservava ancora intatte tutte le sue
facoltà e le sue energie, la sua vivacità di spirito, e la freschezza dei suoi
sentimenti. Portava allegramente i suoi ottantadue anni e il suo incedere
rapido, leggero, non era punto quello di un vegliardo.
Il suo ultimo giorno su questa terra fu una domenica, che
trascorse pacifico e sereno nel seno della sua famiglia, come di consueto.
Verso sera, fece una breve passeggiata appoggiato al braccio della sua
consorte, e andò a sedersi alcuni istanti sotto la finestra della chiesa per
godere del canto degli inni che la comunità cantava in quel momento. Un gruppo
di rondini spiccò improvvisamente il volo da sotto il tetto della chiesa,
aggirandosi intorno al campanile in spirali sempre più ampie e sempre più alte,
finché disparve allo sguardo.
Rientrato in casa, Finney fu assalito da un’acuta
sofferenza al cuore, che si prolungò per tutta la notte.
La mattina del
Avremmo potuto raccontare tante altre cose su quest’uomo
di Dio, di come umile strumento si lasciò usare dalle mani sapienti e sante del
suo Signore.
Egli poté essere parte vitale dei molti risvegli sia in
America, che in Inghilterra e nel Galles, negli anni che lo videro su questa
terra.