Giorgio Müller
(la vita narrata da
Arthur Pierson)
Una vita umana piena
della presenza e della potenza di Dio è un dono meraviglioso per la Chiesa e per il mondo.
Le cose invisibili ed
eterne sembrano, alla mente umana, lontane e indistinte, mentre ciò che si vede
ed è temporale appare vivido e reale. Praticamente ogni oggetto in natura, che
può essere veduto e toccato, è più reale e presente alla maggior parte degli
uomini del Dio vivente. Ma chi cammina con Dio e trova in Lui un aiuto in ogni
suo bisogno, chi pone mente alle Sue promesse e le trova vere per personale
esperienza; chi, con la chiave della fede, schiude i tesori di Dio, dà una
dimostrazione che “Egli è, ed è il rimuneratore
di coloro che lo cercano”.
Giorgio Müller fu un
esempio vivente di tutto questo.
Uomo di passioni pari
alle nostre e tentato in ogni momento come
noi, aveva però fede in Dio
e pregava di poter nella sua vita compiere un’opera che fosse una
prova convincente che Dio ascolta la preghiera di chi si confida in Lui in ogni tempo. Come
Enoc, egli camminò veramente con Dio, ed ebbe larga prova che egli piaceva a
Dio. Quando ci fu detto che Giorgio Müller “non era più” noi sapevamo che “Dio
lo aveva preso: ci parve più un rapimento che una morte”.
Per coloro che
conoscevano la sua lunga storia e più ancora per coloro che lo conoscevano
intimamente e sentivano la potenza di un personale contatto con lui, egli era
uno dei più compiuti santi di Dio; era altresì la prova evidente che una vita
di fede è possibile; che Dio può essere conosciuto, trovato; e che si può aver
comunione con Lui, tanto da sentirlo compagno nella vita di ogni giorno.
Giorgio Müller provò a
se stesso e a tutti coloro che sono disposti a credere alla parola di Dio ed a
sottoporre il loro io alla Sua volontà, che Egli è lo stesso ieri, oggi ed in eterno; che
i tempi del divino intervento e della liberazione non esistono più soltanto per
coloro che ritengono che la fede e l’obbedienza siano ormai sorpassate. La
preghiera fatta con fede opera tuttora le meraviglie che i nostri padri ebbero
a raccontare in altri tempi.
Un vecchio amico del
signor Müller, il signor E. C. Chapman di Barnstaple, diceva molto bene: “quando il compito principale di un uomo è di
servire e piacere al Signore, tutte le circostanze gli sono asservite”; e
questa massima la vediamo avverarsi nella vita a nell’opera di G. Müller.
La vita di quest’uomo
può esser divisa in determinati periodi, contrassegnati dagli eventi e dalle
esperienze più importanti, come pietre miliari del suo cammino.
1. Dalla nascita alla
conversione: 1805-1821
2. Dalla conversione
alla sua piena entrata nella vita operosa: 1825-1835.
3. Da questi anni al
periodo dei suoi viaggi missionari: 1835-1875.
4. Dal principio alfa fine di questi
viaggi: 1875-1892.
5. Dalla fine dei viaggi alla sua morte: 1892-1898.
1. Il primo periodo è quello dei giorni
trascorsi nel peccato, durante il quale la grande lezione imparata è l’amarezza
e l’inutilità di una vita dissipata nella disubbidienza,
2. Nel secondo periodo vediamo tracciati i
rimarchevoli passi di preparazione per la grande opera della sua vita.
3. Il terzo periodo abbraccia la sua opera
secondo la divina missione che gli fu affidata.
4. Quindi, durante diciassette o diciotto
anni, lo troviamo intento a recare in ogni parte della terra la sua
testimonianza.
5. Gli ultimi sei anni della sua vita furono
trascorsi in solitudine. Anni di benedizione, durante i quali egli sentì
maggiormente il bisogno di appoggiarsi al Signore, di essere ancora più
intimamente con Lui, pensoso di tutte le cose celesti, cosicché coloro i quali
avevano contatto con lui potevano dire che la bellezza del Signore era sopra
lui (Salmo 90:17).
Il primo periodo può essere rapidamente
percorso, poiché comprende solo gli anni perduti in una gioventù peccaminosa e
depravata. Esso serve però soprattutto a mostrare la sovranità di quella grazia
che abbonda proprio dove maggiore è il peccato, Quel primo ventennio non si può chiamare di evoluzione,
ma di una rivoluzione evidente e completa.
San Paolo, nella sua conversione, aveva
a suo favore almeno una coscienza, per quanto mal guidata, e una
moralità, sia pure farisaica.
Giorgio Müller
era solo un grande peccatore e quel primo periodo della sua vita fu una
rivolta, non solo verso Dio, ma anche contro il suo proprio senso morale.
Egli era nato in Prussia, a Kroppenstadt,
presso Halbersradt, il 27settembre 1805.
Circa cinque anni dopo, i suoi genitori si
trasferirono a Heimerleben, poche miglia distante, dove suo padre divenne
esattore delle imposte indirette; undici anni dopo si stabilirono a
Schoenenbeck, presso Magdeburgo, dove egli aveva ottenuto un altro impiego.
Giorgio Müller
non ebbe una buona educazione: il padre con troppa leggerezza pose nelle mani
dei figli il denaro, con la speranza che avrebbero imparato per tempo ad usarlo
e risparmiarlo; fu un errore gravissimo, sorgente di molti peccati. Chiamati a
rendere conto delle loro spese i due fratelli incominciarono a mentire per
nascondere la loro prodigalità. Giorgio giunse perfino a falsare, sia le somme
ricevute, sia quelle spese. Le punizioni che ne seguivano invece di condurlo ad
emendarsi, gli facevano trovare mezzi ancor più ingegnosi per frodare. Come il
ragazzo spartano, Giorgio reputava non essere un fallo il rubare, ma il non
saperlo nascondere.
Nemmeno i fondi del governo affidati a suo
padre furono da lui rispettati.
Il padre, avutone il sospetto, gli tese un
laccio: contò con cura una certa somma di biglietti e la pose in un luogo dove
Giorgio poteva facilmente trovarla. Questi la prese e la nascose in una scarpa,
sotto il piede. Ma frugato e trovato il denaro,
divenne chiaro che proprio a lui si doveva la mancanza già constatata di varie
somme.
Suo padre intendeva farlo studiare perché divenisse un ministro del Signore.
Sembra perfino impossibile
che un padre, conoscendo l’immoralità
e la disonestà di quel suo figliolo appena undicenne, concepisse il disegno di destinano al ministero.
Ma dove esiste una
Chiesa di Stato, il ministero dell’Evangelo diviene spesso una qualsiasi
professione umana, invece di una vocazione divina; lo scopo è quello di
assicurarsi un mezzo di vita, indipendentemente dal fatto che quella
vita sta santa.
Fu mandato alla scuola classica di Halberstadt e questo fu un altro disastro:
il ragazzo interrompeva gli studi per leggere romanzi e seguire viziose
abitudini. Il giuoco delle carte, le bevande alcoliche lo portarono molto in
basso.
La notte in cui sua
madre moriva, egli vacillava ubriaco nelle vie. Neppure la morte di lei riuscì
ad arrestare il corso di quella vita sregolata o a risvegliare la sua
coscienza.
E come accade spesso
quando un avvenimento solenne non riesce a produrre un radicale cambiamento,
egli discese ancora più in basso.
All’età della
confermazione egli dovette frequentare i corsi per l’insegnamento religioso, ma
essendo questa per lui una pura formalità, intrapresa con noncuranza, ne derivò
un altro passo falso.
Le cose sacre erano
trattate da lui come cose comuni a la sua coscienza s’indurì ancor di più. Alla
vigilia della sua confermazione e del suo primo avvicinarsi alla Tavola del
Signore, egli si rese colpevole di gravi peccati e compì un’altra vergognosa
frode, ritenendo per sé undici dodicesimi della tassa di confermazione, che suo
padre gli aveva consegnata.
In tale stato di mente
e con tale abito di vita, Giorgio Müller alla Pasqua del 1820 fu confermato e
divenne comunicante.
Confermato! Si, ma nel peccato;
non solamente immorale, ma così ignorante delle basi dell’Evangelo, che non
avrebbe potuto esporre a un’anima bisognosa i più semplici principi del divino
piano della salvezza.
Non tutto però fu
perduto.
La solennità di quella
serie di sacre testimonianze, lasciò nel giovanetto una fugace impressione ed
un vago desiderio di vita migliore.
Purtroppo però non
c’era in lui un vero senso di peccato o di pentimento, né alcun sentimento di
dipendenza da una forza superiore; e, mancando queste cose, naturalmente la sua
vita tornò ad essere quella di prima
La sua adolescenza non
è che una lunga storia di cattive azioni e del dolore che seminavano intorno.
Una volta, quando ebbe
speso scioccamente il suo denaro, la fame lo spinse a rubare del pane a un
soldato, suo compagno di camera e ricordando qualche tempo dopo quell’ora, egli
esclamava: “Che cosa amara è servire
Satana in questo mondo!”
Quando suo padre si trasferì a Schoenenbeck, nel 1821, Giorgio chiese d’esser
mandato alla scuola della cattedrale di Magdeburgo, sperando di sottrarsi ai
lacci del peccato ed alle viziose compagnie, e di trovare aiuto, in un nuovo
ambiente, per la correzione di se stesso.
C’erano dei richiami
occasionali nella sua coscienza ad una vita migliore, ma Dio non era ancora in
tutti i suoi pensieri.
Dovette accorgersi che lasciare
un luogo per un altro non significava lasciare indietro il peccato: egli portava
con sé ciò che egli era.
Nel novembre 1821 andò
a Brunswick. Durante questa assenza da casa discese, gradino dopo gradino,
tutta la scala dell’abiezione. Sprecò il denaro di suo padre in un costoso
albergo, quindi si recò presso un suo zio, il quale fu costretto, dopo breve
tempo, a mandano via.
Di nuovo fece vita
dispendiosa e gaudente in un sontuoso albergo e non avendo di che saldare il
grosso conto, dovette lasciare in pegno i suoi abiti migliori.
Ritentò lo stesso
espediente a Wolfenbuettel, ma non avendo più nulla, da lasciare in deposito,
fuggì.
Fu arrestato e messo in
prigione.
...e non aveva che
sedici anni!
Gli fu dato per
compagno di cella un ladro.
I due ebbero modo di
raccontarsi le loro avventure.
Il giovane Müller per
non esser da meno del compagno, inventava false storie pur di apparire il più
ribaldo dei due.
Dieci o dodici giorni
trascorsero in quella miserabile compagnia, finché il disaccordo produsse fra
loro un tetro silenzio.
Passarono ancora altri
dodici giorni!
Il padre fu informato
della disavventura a mandò soldi per pagare il debito all’albergo e per le
altre spese di polizia.
Ma a Giorgio la lezione
non era bastata: nel recarsi dalla prigione a casa scelse per compagno di
viaggio un noto delinquente.
Fu severamente castigato
dal padre e sentì che gli sarebbe stato molto difficile rientrare nelle sue
grazie.
Si mise a studiare intensamente, dando anche lezioni di matematica, tedesco,
francese a latino.
Questa riforma
esteriore piacque talmente al padre che in breve perdonò al figlio le sue
azioni empie. Ma solo l’esterno della coppa era stato nettato: il cuore era
ancora disperatamente malvagio e la sua vita interiore, quale solo Dio vedeva,
era una abominazione,
Non passò molto tempo che Giorgio incominciò a sfoggiare ciò che più tardi
chiamò un’intera catena di bugie.
Doveva andare a Halle,
città universitaria, per esservi esaminato; si recò invece a Nordbausen per
sentirsi più libero, fra persone sconosciute, mentre a Halle avrebbe avuto a
che fare con giovani di sua conoscenza, studenti all’Università e provvisti di
maggiori mezzi di lui. Ma ritornato a casa non gli riuscì di nascondere la
frode e dovette giustificare con una serie di bugie la sua disubbidienza.
Suo padre, benché
contrariato, gli permise di ritornare a Nordhausen. dove Giorgio rimase
dall’ottobre 1822 alla Pasqua del 1825.
Durante quei due anni e
mezzo, studiò i classici, il francese, la storia, vivendo col direttore del
Ginnasio. La sua condotta migliorò tanto che veniva presentato come esempio ad
altri giovani; gli fu accordato di accompagnare il maestro nelle sue
passeggiate e che conversare con lui in latino. Durante quel tempo era un
robusto giovane che si alzava alle quattro e si applicava allo studio fino alle
dieci di sera.
Però, per sua propria confessione, dietro a quella pulizia morale esteriore si
nascondeva il peccato e la totale alienazione da Dio.
I suoi vizi generarono
una malattia che per quattordici settimane lo isolò in camera.
Conosceva ed apprezzava Cicerone, Orazio, Molière e Voltaire, non disprezzava
gli scrittori religiosi, come Klopstock di cui aveva letto le opere, ma non si
curava di ricercare la verità direttamente dalla parola di Dio ed era
totalmente ignorante delle Sacre Scritture.
Due volte all’anno, secondo il costume in uso, s’accostava alla tavola del
Signore, come gli altri che avevano ricevuta la confermazione. Quando il pane a
il vino consacrati toccavano le sue labbra, faceva talvolta un voto di
rinascita e per qualche giorno si tratteneva da peccati visibili; ma non v’era
in lui vita spirituale che agisse come forza interiore e i suoi voti erano
tosto dimenticati, li vecchio satana era troppo forte per il giovane Müller, e
quando si ridestavano le passioni della sua cattiva natura esse avevano il
sopravvento sulle nuove risoluzioni e i buoni propositi.
Difficilmente si giunge
a credere che quel giovane ventenne potesse mentire senza arrossire e con
un’aria di perfetto candore.
Quando la dissipazione
lo trascinava
nel fango dei debiti, ricorreva di nuovo ad ogni sorta di
ingegnosi espedienti.
Per riuscire
nell’inganno studiava la parte come un attore.
Una volta, dopo aver
forzata la serratura di una valigia e dell’astuccio della chitarra, corse nella
camera del direttore, vestito solo a metà, e, fingendo paura, dichiarò di esser
vittima di un furto. Gli amici, impietositi, fecero una celletta per coprire in
parte la supposta perdita. Però, in seguito, ebbero il sospetto che egli avesse
giocato di furberia e tutti, compagni e superiori, gli tolsero ogni fiducia. E
benché nemmeno in questo caso provasse un sentimento di peccato, tuttavia la
vergogna d’essere stato scoperto in tale meschinità lo condusse ad evitare da
quel momento di incontrarsi con la moglie del direttore, che lo aveva curato
nella sua lunga malattia come una madre.
Tale era il giovane che non solo fu ammesso all’onorata posizione di studente
d’università, ma anche accettato come candidato ai sacri ordini, con permesso
di predicare nella Chiesa Luterana.
Quello studente in
teologia non conosceva nulla del Salvatore ed era ignorante perfino del piano
evangelico della salvezza per grazia. Egli sentiva il bisogno di una vita
migliore, ma nessun motivo di fede lo animava. Per lui, il cambiare vita era
una questione puramente di opportunità: continuando nella dissipazione, si
sarebbe fatta una tale fama che nessuna parrocchia lo avrebbe voluto come
pastore. E per ottenere una cura di
qualche valore e con essa una buona prebenda, egli doveva acquistarsi titoli in
teologia, superare bene gli esami, e avere una reputazione per lo meno decente.
Una convenienza
puramente mondana lo spingeva, da un lato ad applicarsi ai suoi studi, e
dall’altro a cambiare vita.
Ma fu una nuova
disfatta, poiché non aveva mai trovata la sorgente segreta della forza, Era appena
entrato in Halle che i suoi propositi si mostrarono fragili come tela di ragno.
Evitava le risse, i duelli, perché tali cose avrebbero compromesso la sua
libertà, ma ritornò a spendere con facilità, a far debiti, per poi correre a
chiedere prestiti, finché nessuno più gliene concesse ed allora egli impegnò
orologio e abiti.
Non poteva essere che un miserabile: la convenienza gli suggeriva ad alta voce
di abbandonare la via malvagia, ma la coscienza non si era ancora risvegliata
in lui.
Si decise infine a scegliersi per amico un giovane che era già stato suo
compagno di scuola, Beta di nome, la cui tranquilla serietà, egli sperava,
avrebbe bene influito sulla sua condotta. Ma si appoggiava ad una canna rotta:
Beta era egli stesso un apostata.
Cadde di nuovo infermo.
Guarito, la sua
condotta presentò una sembianza di emendamento. Ma mancava la vera molla di
tutte le vite ben regolate e il peccato non mancò di presentarsi ancora.
Impegnato tutto ciò che gli rimaneva, insieme con Beta ed altri due scioperati,
si propose di fare un giro sulle Alpi. Mancava il denaro, mancavano i
passaporti, ma la facilità d’inventare superò tali barriere. Lettere contraffatte
dei loro genitori, permisero alla brigata di ottenere i passaporti; i libri
impegnati procurarono il denaro. Furono quarantatre giorni di viaggio, per lo
più a piedi, e durante quel tempo Giorgio, tenendo come Giuda la borsa comune,
fu altrettanto ladro e riuscì a far pagare ai compagni un terzo delle proprie
spese.
La comitiva era di
ritorno a Halle prima della fine di settembre;
Giorgio si recò a casa a passare il rimanente delle vacanze.
Per rendere conto a suo padre dell’uso
fatto del consueto assegno, foggiò una nuova catena di bugie. Così tutti i buoni propositi andarono in
fumo.
Quando fu di ritorno a Halle era ben
lontano dal pensare che era giunto il tempo di divenire una nuova creatura in
Gesù Cristo. Egli doveva trovarLo e quella scoperta doveva incamminare
diversamente l’intero corso della sua vita.
Il peccato e la miseria di quei venti anni non sarebbero stati, sebbene con
riluttanza, raccontati, se non nell’intento di mettere maggiormente in luce la
sua conversione: opera soprannaturale, inesplicabile, se non vi si riconosce la
mano di Dio. Non c’era certamente in lui nulla che potesse produrre tale
risultato, come nulla in ciò che lo attorniava.
In quella città universitaria non
esistevano forze spirituali atte a preparare un’evoluzione quale egli subì.
Vi si trovavano milleduecentosessanta
studenti e novecento di essi erano studenti in teologia; eppure di questi
ultimi, sebbene avessero il permesso di predicare, nemmeno la centesima parte,
scrisse egli, “temeva il Signore”. Il formalismo aveva del tutto rimossa la
pura religione. Per molti di loro l’immoralità e l’infedeltà erano nascoste
sotto un manto di professione religiosa.
Certamente un giovane, come Giorgio Müller, con tali dementi che lo
circondavano, non poteva subire un cambiamento radicale di carattere e di vita
senza l’intervento di qualche potenza dal di fuori e dall’alto. Quale sia stata
quella forza e come abbia operato su lui e in lui è ciò che vedremo.
T
Dopo la lunga notte perduta nel peccato,
cominciò ad albeggiare nella sua anima la luce, come quella del sole sulla
terra.
Dopo un ventennio di misfatti, Giorgio Müller fu convertito a Dio e la natura
radicale del mutamento prova meravigliosamente e spiega la sovranità della
Grazia Onnipotente.
Egli era stato fin qui avvolto dalle forze del peccato; pericoli, malattie,
tutto era stato superato, perché i propositi divini di misericordia dovevano
compiersi in lui.
Non è possibile spiegare la conversione di Giorgio Müller, senza riconoscere l’opera di Dio. Essa avvenne in un tempo
in cui il giovane era, per quant’è possibile, indifferente ai problemi
religiosi; non aveva più aperto una Bibbia da anni, anzi, non ne possedeva
nemmeno una copia; non assisteva ad alcun servizio di culto; non gli era mai
stato detto da un credente che cosa significa credere nel Signor Gesù Cristo,
vivere con l’aiuto di Dio e secondo la Sua parola; non aveva alcun concetto dei
principi della dottrina di Cristo e nessuna idea della vera natura di una vita
santa e pensava che tutti fossero come lui, in un grado maggiore o minore di
iniquità.
Quel giovanotto era divenuto maturo senza avere imparata la verità fondamentale
che i peccatori differiscono dai santi non già in misura, ma in specie; che se
un uomo è in Cristo, egli è una nuova creatura.
Nonostante ciò il suo duro cuore fu
visitato dallo Spirito Santo e subito fu trasportato in una nuova sfera di
vita, con nuovi desideri, nuovi bisogni adatti a questa nuova atmosfera.
La mano di Dio, in questa storia, è doppiamente evidente, in quando, guardando
indietro, comprendiamo che questo è stato un periodo di preparazione; una
misteriosa preparazione, inconsapevole della futura opera alla quale sarebbe
stato chiamato.
Per dieci anni
assisteremo al lavoro del Divino Vasaio, per il quale Giorgio Müller fu il vaso
d’elezione, che sarà formato e reso atto all’uso a cui era destinato.
Ogni passo sarà un
passo di preparazione, ma questo si comprenderà solo alla luce che la sua vita
futura getta sul suo ministero, del tutto speciale, verso la Chiesa e verso il
mondo.
Per questo ministero il
nuovo convertito era a sua insaputa santificato e a questo si sarebbe
particolarmente consacrato.
Un sabato, verso la metà del novembre 1825, Beta disse a Müller, al ritorno da
una passeggiata, che quella sera sarebbe andato ad una riunione di credenti in
una casa privata, ove aveva l’abitudine di recarsi ogni sabato e dove alcuni
amici s’incontravano per cantare, pregare, leggere la parola di Dio e un
sermone stampato.
Tale programma non
conteneva niente che potesse attirare un giovane mondano, il quale cercava come
premio a chiusura della sua giornata il giuoco, il vino, la danza e il teatro,
in compagnia dei giovani più dissipati della società.
Eppure Giorgio Müller
sentì subito il desiderio di andare a quella adunanza, sebbene senza comprenderne
il perché.
V’era senza dubbio in
lui un vuoto che non era mai stato riempito e una voce interna sembrava dirgli
che là avrebbe trovato ciò di cui sentiva bisogno per la sua anima; affamata di
qualcosa per cui aveva, ciecamente e inconsciamente, lottato fino allora.
Espresse il desiderio di andarvi; l’amico esitava per timore che Giorgio, gaio
ed irrequieto, abituato ai piaceri viziosi, non si trovasse a suo agio
nell’assemblea. Tuttavia si recò a prendere il giovane Müller e lo condusse
seco.
Durante gli smarrimenti, come apostata, Beta aveva non solo tenuto compagnia,
ma anche aiutato Giorgio Müller nelle sue dissolutezze; ma al ritorno dal
viaggio in Svizzera, il senso del peccato s’era talmente risvegliato in lui da
condurlo a farne confessione a suo padre.
Per mezzo di un amico
cristiano fece conoscenza col signor Wagner, in casa del quale si tenevano le
riunioni.
I due giovani andarono
dunque insieme e Beta fu usato da Dio per «convertire un peccatore
dall’errore della sua via, per salvare un’anima da morte e coprire moltitudini
di peccati » (Giacomo 5:20).
Quel sabato sera fu il
punto di partenza per l’evoluzione della storia e dei destini di Müller.
Egli si trovò in una
strana compagnia, fra nuovi elementi dove spirava una nuova atmosfera.
Incerto di essere bene
accolto, sentì il bisogno di scusarsi per la sua venuta, il fratello Wagner
gentilmente gli rispose: “Venite quanto vi piace; casa e cuore sono aperti per
voi”.
Müller non sapeva
allora ciò che più tardi imparò per esperienza: quale gioia riempia e faccia
vibrare i cuori dei santi che pregano, quando un uomo malvagio volge il suo
piede, sia pure timidamente, verso un luogo di preghiera.
Tutti i presenti erano
seduti e cantarono un inno; quindi un fratello, che più tardi andò missionario
in Africa per la Società Missionaria di Londra, pregò in ginocchio, domandando la benedizione
di Dio sulla adunanza.
Quella preghiera in
ginocchio davanti a Dio fece su Müller un’impressione mai più dimenticata. Egli
aveva allora ventuno anni, eppure non aveva mai visto prima d’allora alcuno
pregare in ginocchio e, normalmente, non aveva mai, lui stesso, provato ad
inginocchiarsi davanti a Dio, in Prussia l’uso è di pregare, pubblicamente, in
piedi.
Fu letto un capitolo della Parola di Dio e un sermone scritto (in quel tempo in
Prussia si consideravano come irregolari, e perciò proibite, tutte le riunioni
che non fossero presiedute da un ministro titolato).
Dopo un altro inno,
quando il padrone di casa pregò, Giorgio Müller disse fra sé: “Io sono molto
più istruito di costui, ma non saprei pregare come lui”.
Strano a dirsi: nel suo cuore si faceva strada una nuova gioia, della quale non
sapeva rendersi ragione, come pure gli era inesplicabile lo strano desiderio
che l’aveva sospinto a recarsi a quell’adunanza.
Nel far ritorno a casa,
non poté trattenersi di dire a Beta: “Tutto ciò che abbiamo veduto nel nostro
viaggio in Svizzera, e tutti i nostri passati divertimenti, sono nulla in
paragone a questa serata”.
Egli non ricordò più se
nel rientrare nella sua stanza, quella sera si inginocchiò o no per pregare, ma
ciò che non dimenticò mai fu la nuova pace e la strana quiete dell’anima che
l’occuparono durante quella notte. Erano forse le ali di Dio che lo coprivano,
dopo il suo vano errare lungi dal vero nido, dove la divina Aquila apre le ali
protettive?
Quanto le vie del Signore sono sovrane nell’operare!
Per un peccatore come Müller
i teologi avrebbero richiesto un lungo lavoro della “legge” per introdurlo in
una nuova vita, sebbene a quel tempo vi fosse tanto poca profondità di
convinzione di colpa e condanna, quanto di profonda conoscenza di Dio: e
certamente vi era poco di quest’ultima, perché v’era poco della prima.
Gli occhi di Giorgio Müller non erano che a metà aperti, come se vedesse gli
uomini simili ad alberi in movimento; ma Cristo aveva toccato quegli occhi. Un
lembo della Sua veste di grazia l’aveva sfiorato ed una virtù sanatrice era
uscita da Lui.
Quel sabato sera del
novembre 1825, Giorgio Müller si trovò di fronte a due strade opposte: doveva
scegliere. Ma in quella riunione egli aveva gustato quanto il Signore è buono e
quantunque non sapesse rendersi conto di quel nuovo desiderio per le cose di
Dio, che gli faceva sembrare troppo lunga l’attesa di una settimana, per tre
volte, prima del sabato ricorse al fratello Wagner per esaminare, con l’aiuto
di altri fratelli, le Scritture.
Perderemmo una delle principali lezioni della storia di questa vita, esaminando
troppo in fretta un evento quale è questa conversione ed il modo con cui ebbe
luogo: proprio in questo vediamo il grande passo divino preparatorio per
l’operaio che dovrà compiere l’opera.
Nulla è più
meraviglioso dei segni a delle prove evidenti di pre-adattazione.
Le circostanze della
nostra vita non sono fatti disgiunti, frammenti sparsi, sconnessi, accidentali.
Nel libro di Dio tutti
quegli eventi erano scritti in precedenza, per essere svolti successivamente
nella storia, come sta scritto nel Salmo 139:16.
Poniamo mente ad un
esempio pratico: per erigere un edificio vengono portati sul posto pietre da
cave diverse, travi da vari magazzini, operai che hanno lavorato in tempi e
luoghi diversi, senza contatto fra loro, ma una sola mente direttiva mette
in opera il piano predisposto, riunisce, coordina la mirabile costruzione si
compie.
Così fu per Giorgio Müller.
I materiali, destinati
a riunirsi in una sola struttura, provenivano da mille parti, ma Colui la cui
mente abbraccia i secoli, aveva un supremo scopo, al quale tutti gli agenti
umani portavano il loro contributo.
La mano di Dio lavorava
ad edificare, con tutti quegli eventi, apparentemente sconnessi e discordi, con
tutte quelle varie esperienze, la Sua opera meravigliosa.
Dov’è il passo iniziale
nella storia spirituale di Giorgio Müller?
In una piccola riunione
di credenti, dove per la prima volta egli vide un figliolo di Dio pregare in
ginocchio e dove provò per la prima volta ciò che significa appressarsi ad un
Dio, Padre misericordioso.
Qui è opportuno aprire una parentesi per mettere fin da ora in luce la
particolare opera di Giorgio Müller, che può essere identificata con un ritorno
all’uso dei primi apostoli, i quali si riunivano nella casa di Maria, madre di
Giovanni Marco, e pregavano, leggevano e spiegavano la Parola.
Queste assemblee,
all’inizio erano solo per i credenti, poi se ne allargò l’uso e vennero tenute
in qualsiasi luogo conveniente, senza obbligo di edifici consacrati.
Giorgio Müller riportò il culto a questa forma semplice, più vicina
all’Evangelo e tali assemblee divennero così collegate all’intera vita e
testimonianza di lui, da essere inseparabili dal suo nome.
Le opinioni di Müller
intorno alla vita di chiesa formano una pane importante perché contribuirono a
formare la storia delle chiese libere.
Dappertutto, attraverso
il mondo, ebbe interviste con pochi o con molti, ma sempre imprimeva le sue
convinzioni intorno ai segreti vitali di un servizio efficace.
La sua testimonianza era sempre la stessa.
Una vera conversione; un uomo non veramente
convertito da Dio e non sicuro del mutamento che si è prodotto in lui, non è
atto a convertire gli altri.
Conoscenza personale del Signor Gesù:
si deve sentire il Signore avvicinarsi a noi e conoscere la gioia e la
forza che si trova nella nostra vicinanza a Lui.
Crescere della felicità e dell’amore:
non è possibile porre limiti all’esperienza di un credente che si è
interamente abbandonato a Dio e si diletta della Sua Parola. Colui che vuol
nutrire altre anime deve con cura provvedere al proprio nutrimento spirituale;
una lettura giornaliera delle Scritture e molta preghiera specialmente nelle prime
ore mattutine, erano da Müller fortemente raccomandate.
La santità deve essere ti supremo
punto di mira; pronta obbedienza ad ogni verità conosciuta;
occhio puro nel servire Dio; zelo perla Sua gloria.
Il messaggio deve venire da Dio,
perché sia potente. Presentandovi per il vostro ministero,
rivolgetevi a Dio e non siate soddisfatti finché il vostro cuore non è in
riposo. Scelto il testo pregate e meditatelo. Compiuto il servizio pregate
perché il vostro messaggio sia benedetto.
Fu in una di queste assemblee che la sera prima della sua morte, egli propose
l’ultimo inno e fece l’ultima preghiera in pubblico. Oltre a ciò la preghiera
in ginocchio, sia in segreto, sia in compagnia di credenti fu d’allora in poi
il grande segreto della sua santa vita e del suo santo servizio.
Sopra questa pietra
angolare della preghiera doveva essere edificata tutta l’opera della sua vita.
I soldati indigeni,
dopo l’ammutinamento di Lucknow, usavano dire di Sir Lawrence: “Quando egli
guardava due volte il cielo e una volta a terra, ed aveva passato la mano sulla
barba, sapeva ciò che doveva fare”.
...e di Giorgio Müller,
per più di settant’anni, si poté dire che guardava verso il cielo per conoscere
come agire.
La preghiera per
cercare la divina guida in ogni difficoltà, grande o piccola, fu il segreto
della sua carriera.
Naturalmente doveva per
lo meno cominciare fin dalla sua conversione a vivere una vita migliore.
Un uomo, che era stato
così dissoluto e prodigo, non poteva abbandonare ad un tratto le vecchie abitudini
peccaminose, poiché una trasformazione totale richiede una più profonda
conoscenza della Parola a della volontà di Dio. Ma dentro di lui una potenza
nuova era all’opera. Egli provò fin d’allora un disgusto per i piaceri iniqui e
per i compagni di prima; cessò di andare nelle osterie e quando la vecchia
abitudine di mentire stava per riprenderlo, sentiva la lingua come legata e
controllava ogni parola che stava per pronunziare.
In quel tempo stava traducendo in tedesco, per la stampa, un romanzo francese;
il profitto era destinato ad una gita a Parigi.
Cominciò a mettere da
parte l’idea del viaggio, poi sorse in lui un dubbio: doveva o no terminare
quel lavoro?
Lo terminò, ma non lo
dette mai alle stampe.
Un impedimento dietro
l’altro ritardò l’acquisto del manoscritto da parte di un editore e quindi la
sua pubblicazione, fino a che Giorgio Müller, con una più chiara visione
spirituale, s’accorse che il romanzo non avrebbe portato alcun bene al lettore,
ma anzi poteva influenzarlo e spingerlo su una via di peccato.
Non volle più venderlo
e coraggiosamente lo bruciò.
Così il suo primo
atta di rinnegamento di se stesso e di sottomissione alla voce dello Spirito fu
un’altra pietra miliare sul suo cammino.
A questo punto
cominciò, in varie direzioni, a combattere il buon combattimento contro
il male.
Ancora debole e spesso
vinto davanti alla tentazione, non continuò per abitudine nel peccato, né in
offese contro Dio, senza che ne seguisse un sincero pentimento.
I peccai palesi divennero meno frequenti e quelli segreti meno seducenti.
Egli leggeva la Parola
di Dio, pregava spesso e amava i compagni di fede, ricercava le adunanze di
chiesa e apertamente prese posizione a lato del suo nuovo Maestro
non tenendo in alcun conto i rimproveri
e le ironie dei vecchi compagni.
Un successivo importante suo passo fu quello di scoprire quale miniera di
tesori sia la Parola di Dio per l’anima rigenerata; imparò a scoprirli man mano
che procedeva nella lettura e ne approfondiva lo studio.
Si può dire che l’intera
storia della sua vita si aggira attorno ad alcuni famosi passi della Scrittura.
Il primo fra tutti, il Vangelo
in miniatura (Giovanni 3:16), per mezzo del quale Giorgio Müller trovò la
piena salvezza è:
Dio ha tanta amato il
mondo, che ha dato il Sua Unigenito
Figliolo, affinché
chiunque crede in Lui non perisca,
ma abbia vita eterna.
Da
queste parole egli trasse le sue prime luci per la filosofia del piano di
redenzione: come e perché il Signor Gesù Cristo portò i nostri peccati nel Suo
proprio corpo, sul legno della croce, come nostro Sostituto, e come le Sue
sofferenze nel Getsemani e sul Golgota annullino l’iniquità del credente
pentito, che dalla morte passa alla vita.
Afferrare questa verità è il principio di una fede vera e salutare, è ciò che
lo Spirito chiama appunto afferrare la vita o afferrare la speranza.
Colui che crede e sa
che Dio lo ha amato per primo, si accorge che egli pure Lo ama, e allora la
fede opera attraverso l’amore nel purificare il cuore: trasforma la vita e
vince il mondo.
Così è stato per
Giorgio Müller.
Trovò nella Parola di
Dio un grande fatto: l’amore di Dio in Cristo.
Su quel fatto,
all’inizio, solo la sua fede prese posizione, poi seguirono i sentimenti che
vennero naturalmente, senza ricercarli o fare un preciso assegnamento sopra di
essi. L’amore di Dio in Cristo lo costrinse
ad amare, in modo ancora indegno, è vero, ma pur con nuovo
impulso, prima sconosciuto.
Ciò che non avevano
ottenuto le ingiunzioni di suo padre, i castighi, le suppliche, gli stimoli della
coscienza, i motivi di convenienza e le ripetute risoluzioni di emendamento,
l’ottenne l’amore di Dio, rendendolo capace di rinunziare ad una vita di
peccato.
Di buon’ora imparò quella doppia verità, che più tardi appassionatamente
insegnò agli altri: nel Sangue espiatorio dell’Agnello di Dio vi è una fonte di
perdono, quanto di purificazione.
Sia che cerchiamo
perdono per il peccato o potenza di vittoria sul peccato, la sola sorgente e il
solo segreto sono in Cristo, morente sulla croce per noi.
Il nuovo anno 1826 fu veramente
un nuovo anno per quell’anima rigenerata.
Cominciò allora a
leggere i giornali dei missionari, i quali accesero una nuova fiamma nel suo
cuore. Sentì il desiderio, finora non cosciente, d’essere lui stesso un
missionario. A misura che s’ingrandiva la sua conoscenza del campo missionario
nel mondo, ad ogni nuovo fatto di miseria e di desolazione dei pagani, si
alimentava in lui la fiamma dello spirito missionario.
Un attaccamento carnale
venne però per un certo tempo a spegnere quasi quel fuoco divino. Si sentì
attratto verso una giovane della sua età, conosciuta alle riunioni del sabato.
Però tutto gli faceva supporre che i genitori di lei non avrebbero consentito a
lasciarle seguire un missionario.
Cominciò allora in lui
il dibattito tra il desiderio di servire il Signore e la passione per una
creatura umana. Sembrò che vincesse quest’ultima.
La preghiera perdette
la sua forza e quasi cessò; il suo cuore fu distratto, non solo dal campo
missionario, ma anche da ogni servizio che gli recasse sacrificio.
Sei settimane passarono
per lui in quello stato di declino spirituale, allorché Dio scelse una strana
via per richiamarlo al dovere.
Un giovane fratello,
Hermann Ball, ricco, colto, e sotto ogni aspetto promettente, scelse la Polonia
per campo di lavoro missionario fra i
Giudei, lasciando casa, famiglia, riposo, comodità e lusso.
Il giovane Müller ne
ricevette una profonda impressione.
Paragonò il suo modo di
agire con quello di lui: un amore appassionato per una donna gli aveva fatto
rinunziare all’opera a cui si sentiva sospinto da Dio.
Hermann Ball aveva
agito nella sua scelta come Mosé nella crisi della sua vita; Giorgio Müller
invece aveva fatto come Esaù, che per un piatto di minestra aveva ceduto il suo
diritto di primogenitura.
Chi vinse in quella
intima lotta?
Con una nuova rinunzia,
certamente dolorosa, lasciò la ragazza che amava e ruppe quella relazione
formata senza fede e senza preghiera.
Per la seconda volta una
decisione per il Signore gli costava un deciso rinnegamento di se stesso.
La
prima volta aveva bruciato il suo romanzo tradotto; ora, sullo stesso altare,
egli diede alle fiamme un’umana passione, che aveva su lui un’influenza
perniciosa.
Secondo la misura della
luce che in quel tempo era in lui, Giorgio Müller si mostrò pienamente e
senza riserva risoluto di servire Dio, e la pace di Dio lo compensò della
perdita di un amore umano.
Ogni nuova sorgente di
interna gioia fa sentire il bisogno di comunicarla ad altri. Scrisse al padre,
al fratello, intorno alla sua felice esperienza, invitandoli a cercare e a
trovare riposo in Dio, pensando che essi avessero solo bisogno di conoscere la
via che conduce a tale gioia e che fossero, come lui, pronti a seguirla. Ma una
risposta corrucciata fu la sola risposta alla sua lettera.
Circa in quel tempo il famoso Dr. Tholuck occupò a Halle la cattedra di
teologia, e la venuta di questo santo uomo attirò molti studenti di altre
scuole; così Giorgio Müller vide allargarsi il cerchio di compagni credenti; ed
anche questo gli fu di valido aiuto.
Lo spirito missionario
si ravvivò in lui.
Si recò da suo padre
per chiedergli il permesso di mettersi in relazione con qualche istituto
missionario in Germania.
Suo padre rimase deluso
e duramente lo rimproverò, ricordandogli il denaro speso per la sua educazione.
Il sacrificio di tanti anni, aveva sempre pensato, doveva procurare al figlio
una buona posizione e a lui una comoda, tranquilla vecchiaia.
In un eccesso di
collera giunse a dirgli che non lo avrebbe più considerato suo figlio. Poi,
vedendo Giorgio impassibile nella sua calma risoluzione, mutò tono e dalle
minacce passò alle lacrime, supplicandolo.
Questo fu più duro per
Giorgio di tutti i rimproveri.
Fu il terzo passo significativo per la preparazione di una vita
missionaria. Non cedette nella sua risoluzione di seguire ad ogni costo la via
indicatagli dal Signore, anzi, da quel momento vide chiaramente che doveva solo
essere dipendente interamente da Dio e che da quel momento non doveva
più accettare danaro da suo padre.
Accettare tale aiuto
implicava obbedienza ai suoi desideri e non potendo aderire a questi, riteneva
ingiusto di contare sul padre per le spese occorrenti al suo mantenimento nel
corso missionario.
Così Giorgio Müller
imparò la preziosa lezione che si deve preservare la propria indipendenza se
non si vuol mettere a repentaglio la propria integrità.
Dio conduceva il suo giovane servo ad appoggiarsi sopra di Lui per i bisogni
temporali. Questo passo non fu fatto senza sacrificio, poiché i due anni che
doveva ancora passare all’Università richiedevano maggior denaro di quelli già
trascorsi. Ma trovò in Dio un fedele amico nel bisogno.
Poco tempo dopo, alcuni signori Americani, tre dei quali erano professori nel
collegio, desiderando perfezionarsi nella lingua tedesca, su proposta del Dr.
Tholuck, scelsero Giorgio Müller come maestro, il compenso per le lezioni era
tanto generoso che il suo mantenimento fu ampiamente coperto.
Così fin da principio della sua vita cristiana poté scrivere nel suo diario un
altro aureo passo della parola di Dio: Temete il Signore voi Suoi Santi; poiché nulla manca a quelli che Lo
temono (Salmo 14:9).
T
L’operaio di Dio deve guardare a Lui per sapere quale lavoro deve fare e in
quale sfera di azione deve servirLo.
Giorgio Müller, da
persone cristiane più mature, era consigliato ad aspettare in quiete la divina
direzione a non fare per il momento alcun passo decisivo verso il campo
missionario.
Ma egli, impaziente,
rimise la decisione nelle mani della sorte.
Acquistò un biglietto
alla reale lotteria: sarebbe andato se avesse vinto un premio; altrimenti
sarebbe rimasto in patria.
Guadagnò una piccola
somma: credette di vedere in questo un segno della volontà di Dio e scrisse
alla Società Missionaria di Berlino,
La sua domanda fu
respinta, non essendo accompagnata dal consenso del padre.
Dio tenne lontano, in quel momento, dal campo delle missioni un giovane non
ancora maturo per quell’opera. Giorgio Müller non aveva nemmeno imparato la più
elementare lezione: chi vuole operare con Dio deve saper aspettare che Egli faccia conoscere la Sua volontà.
Colui che tenne Mosé
quarant’anni a pascolate greggi, prima di mandano a liberare Israele dalla cattività; che fece dimorare
Paolo di Tarso per tre anni in Arabia, prima di mandarlo apostolo alle nazioni;
e che tenne anche il Suo Figliolo trent’anni in una vita oscura prima di
manifestarlo come Messia, quel Dio non si affretta a mettere il suo servo
all’opera.
Ad ogni anima
impaziente Egli dice: Il mio tempo non è ancora venuto; ma il vostro
tempo è sempre pronto (Giovanni 7:6).
Altre due volte, dopo
questo fatto, Giorgio Müller ricorse alla sorte, ma ogni volta sbagliò.
Da allora in poi abbandonò quel metodo falso e
materialistico, avendo imparato due lezioni:
1. la guida più sicura in
ogni difficoltà è la preghiera della fede in unione con la parola di Dio;
2. il prolungarsi
dell’incertezza sul cammino da prendere è una ragione per continuare ad
aspettare.
Queste lezioni sono veramente preziose per tutti.
La carne è impaziente
per ogni ritardo, tanto nel decidere che nell’agire; per cui ogni scelta della
carne immatura e prematura, e le vie della carne, sono false e non spirituali
Dio ci fa spesso attendere per incoraggiarci a pregare, ed anche le risposte alla
preghiera sono spesso differite affinché i
desideri, anche se apparentemente buoni, siano tenuti in freno e la
propria volontà abbia ad inchinarsi davanti a quella di Dio.
Molti anni dopo,
Giorgio Müller, ripensando con mente calma a tutta la sua carriera, riconobbe
quanto quel ricorrere alla sorte fosse stato immorale e come in quel
tempo egli fosse così ignorante e bisognoso d’imparare, prima di poter ammaestrare
gli altri.
Quantunque egli fosse
un figliolo di Dio, non avrebbe allora potuto dare una chiara spiegazione delle
più elementari verità del Vangelo. Doveva cercare, mediante la preghiera e lo
studio della Bibbia, di acquistare una più profonda conoscenza ed esperienza
delle cose divine.
La sua impazienza, per
risolvere una questione così importante, dimostrava proprio la sua inattitudine
ad un vero servizio, e rivelava incapacità a sopportare le durezze che
un buon soldato di Cristo deve subire.
In una paziente attesa
v’è uno sforzo continuo e una tensione costante, ciò che costituisce la nota
dominante di un’esperienza missionaria.
Colui che non poteva
sopportare un ritardo nel fare quel primo passo decisivo e attendere che Dio
manifestasse, nel suo modo e tempo, la Sua volontà, come avrebbe avuto nel
campo missionario la lunga pazienza necessaria per attendere, come un buon
agricoltore, che il seme gettato desse il frutto nella sua stagione?
Ancora: egli vide in seguito che il campo d’azione, che aveva scelto, le Indie
Orientali, non era quello che Dio gli aveva assegnato, Le sue ripetute offerte
incontrarono ripetuti rifiuti.
E sebbene in altre
occasioni agisse con maggior deliberazione e solennità, non trovò alcuna porta
aperta e fu, in ognuno di quei casi, trattenuto dal seguire il suo proposito.
La vita intera di Giorgio Müller provò che Dio aveva per lui un piano
interamente differente, che ancora non era disposto a rivelare, perché questo
Suo servitore non era ancora preparato a seguirlo.
Dio aveva scelto per
Giorgio Müller un più vasto campo d’azione di quello delle Indie Orientali ed
una più ampia testimonianza dello stesso messaggio evangelico ai pagani. Non fu
così anche per Paolo, a cui non
fu permesso di andare in Bitinia, ma fu diretto da Dio in Macedonia, che era
pronta a ricevere il suo ministero?
Giorgio Müller fu così
condotto a meditare su ogni questione che gli si presentasse, chiedendo con
ardente preghiera la risposta.
Doveva diventare un
esempio del come un credente possa intercedere presso Dio. Il suo animo aveva
la semplicità di un fanciullo, pur sapendo in molti casi elevarsi al disopra
del fanciullo con una perfetta conoscenza e forza d’animo veramente virile.
Il Signor Hudson Taylor
ci ricorda che, mentre in natura l’ordine normale di crescita dalla
fanciullezza alla virilità, e poi alla maturità; nella grazia il vero sviluppo ha sempre luogo a ritroso, verso la
culla; dobbiamo divenire piccoli fanciulli, e rimanere tali, non perdendo, anzi
progredendo in spirito di fanciullezza.
La virilità più matura
del discepolo di Cristo non è che la perfezione della sua fanciullezza.
Giorgio Müller non fu mai così realmente e pienamente un piccolo fanciullo,
come quando ebbe raggiunto i
suoi novantatre annidi età.
Tenuto provvidenzialmente lontano dalle Indie, cominciò l’opera in patria, pur
non avendo che scarsa conoscenza di quella divina arte che è la cooperazione
con Dio. Parlava con altri del bene dell’anima, scriveva a coloro che erano
stati suoi compagni di peccato e distribuiva trattati e fogli missionari.
La sua attività non era
sempre senza incoraggiamento, sebbene i suoi metodi fossero talvolta impropri
ed anche grotteschi.
Una volta, parlando ad
un mendicante, in aperta campagna, intorno al suo bisogno di salvezza, tentava
di vincerne l’apatica indifferenza, alzando sempre più la voce, come se il
tuonargli nelle orecchie avesse potuto vincere la durezza del suo cuore!
Nel 1826, fece il primo
tentativo di predicazione.
Un maestro di scuola,
che abitava a sei miglia circa da Halle, fu da lui condotto al Signore. Quel
maestro lo invitò ad aiutare un vecchio ministro malaticcio della sua
parrocchia.
Come studente di
teologia, Giorgio Müller era libero di predicate, ma conscio della sua
incapacità, non si attentava a farlo.
Pensò che, imparando a
memoria un sermone
scritto da altri, avrebbe potuto far del bene agli uditori e così accettò.
Fu un lavoro ingrato,
il prepararsi: passò tutta la settimana per studiare a memoria il sermone e
quando si trattò di esporlo non provò alcuna soddisfazione, perché non poteva
trasfondere quella potenza viva, che possiede colui che trasmette un messaggio
ricevuto da Dio, in testimonianza della verità divina.
La sua coscienza non
era abbastanza illuminata per accorgersi che recitava una parte falsa,
predicando un sermone scritto da altri, come se fosse suo.
Non aveva nemmeno il
discernimento spirituale di capire che Dio non può volere che predichi ad altri
colui che non conosce la Sua Parola e non chiede l’intervento dello Spirito per
comporre lui stesso il sermone. Ma pochi sono i predicatori che sentono la
predicazione come una divina vocazione e non già come un’umana professione!
Giorgio Müller, in quel lontano agosto del 1826, riuscì a recitare penosamente
un discorso appreso a memoria: alle otto dei mattino nella cappella
sussidiaria, tre ore dopo nella chiesa parrocchiale. Fu poi richiesto di
predicare di nuovo nel pomeriggio, ma non aveva nessun altro sermone pronto.
Che cosa fate?
Tacere o rivolgersi al
Signore per aiuto?
Pensò che poteva
leggere il capitolo quinto di Matteo e quindi commentarlo.
Aveva appena cominciato
a spiegare la prima beatitudine che si sentì grandemente assistito. Non solo le
sue labbra si aprivano, ma le Scritture stesse si aprivano nella sua mente,
l’anima sua si espandeva ed una pace e potenza, fino allora sconosciute,
prendevano il posto delle timide e meccaniche ripetizioni del mattino e
accompagnavano invece le semplici esposizioni di quel pomeriggio.
Parlò allo stesso
livello della mentalità dei suoi ascoltatori; non dall’alto di un pulpito con
frasi elaborate. Il suo ardente, ma familiare discorso, tenne incatenata
l’attenzione del suo uditorio.
Ritornando a Halle egli diceva a se stesso: “Questo è il vero modo di
predicare”. Dubitava però che quella esposizione semplice potesse piacere ad
una congregazione colta e raffinata
della città. Doveva ancora imparare che le parole seducenti
dell’umana sapienza rendono nulla la croce di Cristo, e che la semplicità, la
quale rende intelligibile una predicazione all’illetterato, è compresa e
apprezzata anche dalla persona più colta.
Fu questo un altro passo importante nella sua preparazione per il servizio che
lo attendeva.
Per tutta la sua vita
egli prese posto fra i più semplici predicatori.
Questa prima prova di
predicazione fu seguita da molte altre e sempre, parlando secondo la semplicità
che è in Cristo, provava gioia e maturava il suo frutto per gli ascoltatori.
La sua predicazione, per allora, non fu molto usata da Dio per produrre frutto
negli altri. Senza dubbio il Signore vedeva che Giorgio Müller non era ancora
pronto per raccogliere, ma poteva appena seminare: occorreva in lui una maggior
preghiera di preparazione.
Intorno a quell’epoca
Giorgio Müller compì un altro passo,
forse il più significativo, nella sua portata, verso la precisa forma di lavoro
che fu poi strettamente collegata al suo nome.
Per circa due mesi si
valse di alloggi gratuiti per poveri studenti in teologia nelle famose Case
per orfani, erette da A. H. Francke.
Quel santo uomo,
professore di teologia in Halle, morto un secolo prima (1727), per pura sottomissione
a Dio era stato indotto a fondare quell’orfanotrofio.
Quasi inconsciamente
Giorgio Müller, nell’opera che egli nel 1846 fondò a Bristol, prese a modello
l’orfanotrofio Francke di Halle.
L’edificio stesso dove
il giovane studente era alloggiato, fu per lui una lezione: una lezione
visibile, reale, tangibile, una prova che Dio ascolta la preghiera e può, in
risposta, erigere anche una casa per fanciulli orfani.
Quella lezione non fu
mai dimenticata e G. Müller entrò nella successione apostolica di quell’opera
così santa.
Egli ricorderà poi,
spesso, quanto l’opera sua di fede fosse legata a quell’esempio di fiducia
nella preghiera, mostrata da Francke.
Sette anni dopo ne
lesse la vita e si sentì ancor più spinto a seguirne l’esempio, come seguiva Cristo.
La vita spirituale di G. Müller, in quei primordi della sua carriera, fu ancora
ostacolata da forme materiali: cercava aiuto in sostegni artificiali.
Ad esempio: usava
tenere nella sua camera, davanti a sé un crocifisso, nella speranza che, avendo
presenti le sofferenze di Cristo, sarebbe caduto meno spesso nel peccato.
In quel tempo lavorava strenuamente, passando fino a quattordici ore del giorno
a scrivere. Ne ebbe una depressione nervosa, che lo rese debole di fronte a
nuove tentazioni. Cominciò a frequentare una pasticceria ove venivano serviti
anche vini e liquori, ma sentì subito il richiamo della coscienza, che gli
rimproverava quella condotta, come indegna per un credente. Considerò quanto
era grande la sua irriconoscenza verso Dio, che, in luogo di castigarlo,
moltiplicava i suoi doni misericordiosi.
In questo periodo di tempo scrisse ad una signora ricca e titolata, che sapeva esser
molto pronta a offrire il suo aiuto, domandandole una somma in prestito.
Ricevette l’esatta somma richiesta, accompagnata da una lettera non scritta né
firmata dalla signora, ma da altra persona nelle cui mani la sua lettera era
caduta per una speciale provvidenza e che si firmava un adoratore di
Gesù Cristo.
Colui che scriveva,
oltre ad inviargli la somma, aggiungeva sagge parole di avvertimento e di consiglio,
così adatte all’esatto bisogno di Giorgio Müller, il quale vide chiaramente
come una Mano dall’alto fosse intervenuta a guidano e proteggerlo.
In quella lettera era sollecitato a “cercare, vegliando e pregando, di esser
liberato da ogni vanità e indulgenza verso se stesso; a prendere per esempio
principale Gesù, ma non come coloro che dicono: “Signore, Signore, ma non
l’hanno dentro il cuore”.
Gli veniva anche
ricordato che il Cristianesimo non consiste in “parole, ma in potenza e che vi
deve essere vita spirituale in noi”.
Rimase profondamente
commosso per quel divino messaggio giuntogli per mezzo di un ignoto; l’aiuto
pecuniario gli arrivava proprio in un momento in cui la sua condotta non era
degna d’un discepolo, giunto a nutrire sentimenti di durezza e d’ingratitudine
verso il Padre Celeste.
Uscì fuori a passeggio,
solo, ma con una vera tempesta nell’anima: quanto grande era la bontà di Dio e
quanto oltraggiosa la sua ingratitudine!
Era caduta la neve; ma
egli si inginocchi dietro una siepe e per una mezz’ora dimenticò se stesso,
interamente immerso nella preghiera.
Pur quanto è fallace il
cuore umano!
Poche settimane dopo
egli si trovava in tale stato di apostasia morale da rimanere per qualche tempo
indifferente e senza pregare.
Un giorno cercò perfino
di soffocare la voce della coscienza nel vino. Ma il Padre misericordioso non
permise che il suo figliolo fosse a lungo preda della follia e del peccato.
Colui che una volta poteva compiacersi nella dissipazione, ora riusciva a
rinsavire dopo due bicchieri divino: il suo gusto per quei piaceri era passato.
La potenza nemica, sempre in agguato per far tacere la voce della coscienza e
allontanare da Dio, ormai veniva sconfitta con facilità.
Questi vacillamenti nella sua esperienza cristiana erano in parte dovuti alla
mancanza di buone compagnie.
Durante le vacanze si
recò a Gnadau, un campo moravo, poche miglia distante dalla residenza di suo
padre.
Qui veramente trovò
quel ristoro di cui la sua anima sentiva bisogno.
Tornato a Halle frequentava le chiese, ma di rado vi udiva leggere il Vangelo.
In quella città di
30.000 abitanti, con tutti i suoi dotti ministri, non ne incontrò nemmeno uno
che fosse illuminato dallo Spirito Santo. Perciò, quando sapeva che il Dr.
Tholuck, era di passaggio, percorreva quindici miglia per poterlo ascoltare.
Intanto continuavano le riunioni in casa del Signor Wagner.
Sei o sette studenti
soltanto le frequentavano, ma quelle riunioni erano mezzi di grazia.
Dalla Pasqua del 1827,
fino a che G. Müller rimase a Halle, le ultime riunioni furono tenute nella sua
camera. Potrebbero esser paragonate a quelle del “Santo Club” nel collegio
Lincoln a Oxford, le quali, cento anni prima, avevano preparato Wesley e Whitefield
per le loro grandi missioni.
Prima che Müller
lasciasse Hlalle, le riunioni settimanali nella sua camera erano frequentate da
una ventina di studenti.
Queste adunanze erano
veramente semplici e primitive: oltre la preghiera, il canto e la lettura della
Parola, uno o più fra i presenti parlava per esortare o leggeva passi da opere
edificanti.
Qui Giorgio Müller
apriva liberamente il suo cuore e riceveva la forza contro ogni tentazione. Doveva
ancora imparare seriamente che la sola fonte di sapienza e di aiuto è nella
Parola di Dio, e che molta parte dei libri che circolano anche fra coloro che
si professano cristiani non sono altro che paglia e stoppia.
Non aveva però preso
ancora l’abitudine di leggere ogni giorno, sistematicamente, la Bibbia, come
fece più tardi nella sua vita.
A novantadue anni era
solito dire che per ogni pagina di altri libri, era certo di leggerne dieci
della Bibbia.
Quando si formò in lui
un vero gusto per le Sacre Scritture, non poteva comprendere come avesse potuto
trattare il libro di Dio con tanta negligenza. Gli sembrò allora naturale che, avendo
Iddio condisceso per il bene dell’uomo a divenire Autore, avesse
ispirato uomini santi a scrivere le Scritture, che per rivelazione contengono
la vera storia e tutte le verità più vitali per l’uomo. Il messaggio contenuto
in essi, concerne il bene presente ed eterno dell’uomo, contiene un impulso al
dovere, apportando un profitto morale ed intellettuale, la Bibbia, quindi, deve
essere per ogni uomo la fonte quotidiana a cui rivolgersi.
Quando G. Müller ebbe compreso tutto questo, più si addentrava nella lettura e
nella conoscenza delle Sacre Scritture, più si sentiva in intima relazione con
Dio e ammesso ad una maggior conoscenza di Lui, il divino Autore.
Negli
ultimi venti anni della sua vita leggeva la Bibbia accuratamente, per intero,
più volte all’anno e sentiva ogni volta aumentare la sua conoscenza di Dio.
E’ strano che, nonostante le grandi consolazioni e ricchezze che essa contiene,
tanti veri credenti trascurino di leggerla.
Rusckin, nel suo libro
“I tesori del Re” fa allusione all’ambizione universale per avanzare nella
vita, per entrare cioè a far parte della buona società.
Egli scrive: “Quanti
ostacoli si cerca di superare per procurarci l’accesso a personaggi altolocati,
per ottenere udienze a re e regine! Eppure, per ciascuno di noi è aperta la
società di gente del più alto rango, che ci viene incontro, conversa con noi
quando vogliamo, senza tenere conto della nostra ignoranza, povertà e del
nostro umile stato: è la società degli autori e la chiave che apre la porta
delle loro udienze nei loro libri”.
E questo è vero ed è bello.
...ma quanti fra i
credenti apprezzano il privilegio di accedere al grande Autore dell’universo
per mezzo della Sua Parola scritta?
Poveri e ricchi,
giovani e vecchi, tutti ugualmente sono i benvenuti all’udienza del Re dei re.
La più intima conoscenza di Dio è possibile alla condizione che investighiamo
con assiduità e preghiera le Sacre Scritture e che traduciamo in pratica ciò che
impariamo da esse. Per colui che così medita la Legge di Dio e che in ogni
occasione si riferisce a quella perfetta legge di libertà, la promessa è contenuta
nei due Testamenti (Salmo 1:3; Giosuè 1:8; Giacomo 1 :25): Tutto ciò che Egli
farà prospererà e colui sarà beato nel suo operare.
Appena
G. Müller trovò questa sorgente di diletto e di soddisfazione, incominciò
abitualmente a dissetarsi a quella sorgente di acque vive.
Avanzando negli anni
dovette riconoscere che, per aver trascurato quella fonte di sapienza e di
vita, era restato così a lungo nell’infanzia spirituale.
Finché non crebbe nella
conoscenza di Dio, non crebbe neppure nella grazia.
Il suo cammino vicino a
Dio incominciò solo quando imparò che questo cammino è sempre nella luce della
Parola, la quale, per l’anima obbediente è una lampada ai piedi, una luce
sul sentiero (Salmo 119:105).
Colui che vuoi tenersi
in intimi rapporti col Signore, deve abitualmente trovare nelle Scritture la
via maestra che sola conduce a Lui.
L’aristocrazia, la
nobiltà, i principi del regno di Dio non sono i sapienti, i potenti, i nobili,
ma i poveri, i deboli, i disprezzati che dimorano nella Sua presenza ed hanno
comunione con Lui per mezzo della Sua Parola.
Benedetti coloro che
hanno imparato a servirsi della chiave che procura l’accesso, non solo ai
tesori del Re, ma al Re stesso.
T
La passione per le anime è un fuoco divino e nel cuore di G. Müller quel fuoco
cominciava ad ardere più vivamente e tendeva ad espandersi.
Nell’agosto del 1827 la
sua mente si volse definitivamente all’opera missionaria.
La Società Continentale Britannica cercava un ministro per Buckarest; per mezzo
del Dr. Tholuck, G. Müller offrì la sua opera. Questa volta, con sua grande
sorpresa, il padre gli diede il consenso.
Dopo una breve visita a
casa, ritornò a Halle, col pensiero sempre rivolto a quel lontano campo
d’azione, mentre il cuore, con la preghiera, cercava di prepararsi ai sacrifici
che lo avrebbero atteso.
Ma non andò a
Buckarest: Dio aveva altri piani per il suo servitore.
Nell’ottobre seguente, Hermann Ball, trovandosi di passaggio dal Halle, si recò
alla piccola riunione nella camera di Müller. Raccontò che, per motivi di
salute, gli era impossibile di continuare l’opera intrapresa fra i Giudei
polacchi.
Subito nella mente di Giorgio Müller si formò il proposito di prendere lui quel
posto. Tale lavoro lo attirava per due ragioni: avrebbe avuto contatto col
popolo eletto, ancora vaganti, e l’occasione di mettere a profitto i suoi studi
di ebraico, che tanto lo interessavano.
Intanto scoppiò la
guerra fra i Russi e i Turchi.
Buckarest divenne una
sede impossibile per mandarvi un ministro: quella porta si chiuse, ma un’altra
sembrò aprirsene.
Fu proprio il Dr.
Tholuck che una sera gli chiese se non avesse mai sentito il desiderio di
lavorare per i Giudei. Bastò quella domanda per ravvivare in Giorgio Müller la
fiamma che già ardeva.
Ebbe la proposta dalla
Società Missionaria di andare a Londra per sei mesi, in qualità di studente
missionario per l’opera tra gli Ebrei. L’idea non gli sorrideva molto, ma
pensando che avrebbe avuto occasione di ottenere una cordiale cooperazione col
Comitato, accettò.
C’era però un grave
ostacolo: il servizio militare. Per lui, come studente universitario, era
ridotto da tre anni a un anno. Ma era comunque un impedimento. Cercò di
ottenere l’esenzione; non la ebbe. Intanto sopravvenne il male: la rottura di
un vaso sanguigno nello stomaco che lo inchiodò a letto.
Ogni progetto rimase
così incompiuto.
Tentò altre strade per
ottenere l’esonero dal servizio militare; visto che per le vie non rette non
riusciva, si sottomise, ma presentatosi alla visita fu dichiarato inabile,
definitivamente.
Il tempo era venuto e il piano di Dio ora poteva
effettuarsi: il Suo servitore era pronto, libero dagli imbarazzi delle cose di
questo mondo.
Nel febbraio 1829 partì per Londra.
In quel nuovo seminario
studiava dodici ore al giorno, dedicando molto tempo alla lingua ebraica.
Progrediva poco nell’inglese perché, avendo molti compagni tedeschi, parlava
con loro nella lingua nativa.
Più tardi, per propria
esperienza, consigliava coloro che si proponevano di lavorare in paesi
stranieri, non solo di vivere fra le persone del paese per impararne la lingua,
ma di tenersi, per quanto possibile, lontano dai propri compatrioti, in modo da
essere costretti a servirsi della lingua straniera.
In relazione col suo soggiorno in Inghilterra, una circostanza, apparentemente
insignificante, lasciò in lui una perenne impressione, una prova di più che non
vi sono in questa vita cose da ritenere trascurabili, pur essendo piccole. Come
una gran porta può girare su piccoli cardini, così, su eventi di poca
importanza, la nostra vita, la storia e i destini dei popoli s’imperniano e si
formano.
Uno studente menzionò
per caso il signor Groves, dentista nella città di Exeter, il quale, per amore
del Signore aveva lasciato la sua vocazione e un’ottima posizione, pur avendo
moglie e bambini e si era offerto di andare come missionario in Persia. E tutto
questo perché aveva completa fiducia nel Signore per i bisogni temporali.
Questo esempio di rinunzia di se stesso e di fede, fece su Müller una
straordinaria impressione e per molto tempo lo ebbe vivo nella sua mente.
Fu per lui una nuova
lezione di fede e di quella fiducia intera in Dio, della quale poi per
sessant’anni egli stesso doveva essere un perfetto esempio.
Verso la metà del maggio 1829 cadde di nuovo ammalato e, credette, senza
speranza di guarigione. La malattia, spesso, da luogo ad una speciale
rivelazione di se stesso. La sua convinzione di peccato all’epoca della
conversione, era stata troppo superficiale per lasciare in lui una durevole
traccia. Ma come accade spesso fra i santi di Dio, il senso della colpevolezza,
che al principio sembrava non aver radice nella coscienza, si fece più profondamente sentire e
crebbe a misura che cresceva in lui la conoscenza di Dio.
Quest’esperienza,
comune nelle anime salvate, può spiegarsi con facilità; il concetto che ci
facciamo delle cose dipende principalmente da due condizioni:
w
la prima la chiarezza della nostra visione riguardo alla
verità e al dovere;
w
la seconda il modello che ci serve di misura e di paragone
nella nostra vita spirituale.
Più noi viviamo vicini
a Dio e per Lui, più i nostri occhi si illuminano per farci scoprire la
bruttezza e l’odiosità del peccato, comprendendo sempre di più quanto il
peccato possa ripugnare a Dio, che è
luce e perfezione.
Il dilettante di musica o di qualsiasi altra arte si compiace dei suoi
tentativi, ne resta soddisfatto fino a che il suo orecchio e il suo occhio non
saranno giunti ad un grado superiore di sviluppo e capaci di apprezzare la
bellezza, la finezza di una vera opera d’arte. Allora, riguardando a quei primi
tentativi, scoprirà tutte le imperfezioni e giungerà perfino a disprezzarli.
Che cosa è dunque cambiato ? L’opera è quella che era, ma l’artista è divenuto capace di far molto meglio
e a mano a mano che il suo ideale si eleva, la sua capacità di giudicare
aumenta. Così un credente può giungere a sentirsi come Elia, servo volenteroso,
obbediente, ricco di fede, ma talora così oppresso dal senso della sua nullità
e indegnità da cercare rifugio sotto ad una pianta di ginepro. Più la fede
diviene intensa, più il senso della profanità dei pensieri diviene acuto. I
nostri sentimenti non possono mai servire di misura alla nostra intimità con
Dio. Talvolta potremo vederci peggiori ai nostri occhi che a quelli di Dio o
viceversa.
Un servo maomettano
sfidò una volta un predicatore che, in un bazar indiano, affermava l’universale
depravazione della razza. Il servo diceva di conoscere una donna immacolata, assolutamente
senza peccato: era la sua padrona cristiana. Il predicatore gli chiese se
sapesse quale opinione la donna avesse di se stessa. Allora il maomettano
confessò che proprio li stava il mistero, poiché la sua padrona più volte aveva
confessato di sentirsi la più indegna delle peccatrici.
Giorgio Müller, non
solo durante la malattia, ma fino alla fine dei suoi giorni ebbe un senso
sempre più forte di peccato e di colpevolezza, che sarebbe divenuto opprimente
se, per la testimonianza della Parola, non avesse saputo che: Chi copre i suoi
peccati non prospererà ma chi li confessa a li abbandona otterrà misericordia (Proverbi
28:13).
Egli sapeva rivolgere
lo sguardo dalle sue colpe alla Croce, dove le sapeva espiate per la morte di
Gesù. E nella certezza che il credente
pentito ottiene il perdono, il suo dolore per il peccato era trasformato in
gioia.
La morte stessa non lo
spaventava, anzi, durante quella malattia giunse a desiderarla per andare con
Cristo.
Dichiarato fuori
pericolo, quantunque ancora desiderasse il riposo celeste, si sottomise alla
volontà di Dio che lo voleva ancora su questa terra.
Non prevedeva quale
gioia avrebbe trovata nel camminare con Dio e quali giorni di cielo
conoscerebbe sopra la terra.
Durante la malattia
dimostrò una crescente tendenza a portare tutto davanti al Signore: pregava di
guidare il suo medico, pregava perché una medicina raggiungesse lo scopo,
pregava per avere la pazienza di aspettare i decreti della volontà di Dio.
Questo modo di vita gli divenne poi abituale.
Passò la convalescenza
a Teignmouth dove, poco dopo il suo arrivo, fu riaperta la cappella di “Ebenezer”. Fu qui che conobbe il Signor Henry Craik che per molti anni
gli fu non solo amico, ma collaboratore.
In questo tempo alcune grandi verità cominciarono a divenirgli più chiare e a
farlo progredire verso l’alto.
Ritornato a Londra, fortificato nella
fede e nella salute, propose ai suoi compagni studenti di tenere ogni
mattina dalle 6 alle 8 delle riunioni per la preghiera e per lo studio della
Bibbia, nelle quali ciascuno avrebbe esposto le sue vedute su qualche passo
secondo che il Signore gli ispirasse.
Talvolta, insieme con
qualche fratello, riprendeva la preghiera e lo studio fino oltre la mezzanotte
e tanta era la gioia di questa comunione con Dio, che il sonno tardava a
venire.
Sotto la guida del grande Maestro, quel docile allievo imparò di buon’ora la
suprema lezione, che per ogni figliolo di Dio, la Parola è il pane della vita e la preghiera ne è il respiro.
Ben presto la salute
cominciò a declinare; allora si formò in lui la convinzione che non doveva
spendere le sue poche forze in studi sedentari, ma doveva darsi subito all’opera.
Sentiva in sé una maggior luce e una più viva passione per servire il Signore.
Persuaso che il suo fisico e il suo spirito avrebbero trovato un forte
beneficio, lavorando attivamente per le anime, domandò alla Società di essere
impiegato in un campo di servizio, insieme ad una persona d’esperienza che gli
fosse consigliere.
Per sei settimane attese una risposta, ma intanto sentì nascere in sé un’altra
convinzione: che dipendere da altri uomini per essere mandato in campo
d’azione, non era secondo le Scritture. Barnaba e Paolo furono chiamati
dallo Spirito Santo prima che la Chiesa di Antiochia prendesse alcuna
disposizione a loro riguardo.
Forte in questa convinzione fu spinto a cominciare senza ritardo, senza
aspettare un’autorizzazione umana.
Abituato come era ad
agire prontamente dietro un impulso, intraprese fra i Giudei la distribuzione
di trattati che recavano il suo nome e indirizzo: chi desiderasse avere
spiegazioni e chiarimenti poteva rivolgersi a lui. Li incontrò nei loro luoghi
di riunione; in ore fissate, leggeva le Scritture con una cinquantina di
ragazzi ebrei e insegnava in una scuola domenicale. Così, invece di stazionare,
come una nave nel bacino di riparazione, egli si trovò lanciato nell’opera di
evangelizzazione, esposto a meschine critiche e persecuzioni, chiamato a
soffrire per il nome di Cristo.
Alla fine dell’autunno 1829, nuovi dubbi si impossessarono di lui: poteva in
buona coscienza rimanere legato a quella società di Londra?
Il 12 dicembre concluse
di sciogliere quei legami o continuare, ma alla condizione che lo si lasciasse
servire senza salario e libero di lavorare quando e dove il Signore lo avrebbe
diretto.
Ciò valse una ferma e
pur cortese risposta della Società. Essa riteneva “non conveniente impiegare
persone, che rifiutavano di sottomettersi alla sua guida, riguardo alle
operazioni missionarie”.
Il legame con la
Società fu perciò rotto.
Sentì di aver agito
secondo la luce che Dio gli dava; e, pur non biasimando la Società, mai,
nemmeno in seguito, ebbe a pentirsi del passo fatto.
A coloro che leggono
con interesse questa lunga vita, così ricca di frutti nel servizio di Dio e
dell’uomo, risulterà chiaro che il Signore spingeva Giorgio Müller fuori del
comune sentiero, sopra una via d’elezione ben vicino a Lui.
Nel leggere il diario
di Giorgio Müller, si è di continuo portati a ricordare che era un uomo di
uguali debolezze a quelle degli altri.
Il mattino di Pasqua di
quell’anno, dopo un periodo di speciale gioia, si risvegliò come nel “pantano della disperazione” senza alcun
godimento nella preghiera, si sentì affondare nel fango di una palude. Quella gli pareva infruttuosa,
come gli sforzi di uno che la mattina, alla consueta riunione di preghiere, fu
consigliato da un fratello a perseverare nella preghiera, nonostante il suo abbattimento,
fino a che si sentisse come annichilito davanti al Signore.
Savio consiglio per
ognuno, quando la presenza del Signore sembra ritratta.
La perseveranza nella preghiera non
dovrebbe mai essere impedita dalla mancanza di gioia; anzi: meno v’è gioia, più
vi è bisogno. La cessazione di comunione con Dio, per qualsiasi causa, non
fa che rendere ognora più difficile il ricupero dell’abitudine alla preghiera,
mentre una persistente supplica, accompagnata da una continua attività nel
servizio di Dio, richiama la perduta gioia. Se invece si cede alla depressione
spirituale, abbandonando l’intima comunione col Signore, satana trionfa. La
perseveranza nella preghiera gli fece così rapidamente vincere quella
depressione morale, che la sera stessa di quel giorno di Pasqua poté meditare e
spiegare la Parola di Dio in una famiglia, presso cui era stato invitato a
pranzo, e ciò con tale spiritualità che due domestiche furono profondamente
convinte di peccato a gli chiesero di essere aiutate.
Qui arriviamo ad un’altra
pietra miliare del suo cammino.
Era la fine del 1820 e
fin qui Giorgio Müller era stato condotto dal Signore in modo veramente
meraviglioso. Da circa quattro anni aveva trovata la via stretta e cominciato a
camminare in essa; ora era un giovanotto di 23 anni; aveva già imparato alcune
grandi verità, i segreti per una vita santa, felice, utile, che divenne la base
di tutto il suo ministero.
T
Nessun lavoro per Iddio
sorpassa in dignità e responsabilità il ministero cristiano. Esso è il fiore compiuto
della divina pianta, l’inapprezzabile dote della chiesa e per esso opera la
potenza di Dio in salute a vita eterna.
Benché Giorgio Müller
avesse cominciato, ancora inconvertito, la sua candidatura agli ordini sacri,
in vista di una vocazione puramente umana, con la speranza di un guadagno,
aveva nondimeno avuto una divina chiamata ad una divina vocazione ed ora, di
quando in quando, predicava il Vangelo, sebbene non in un campo stabilito.
Mentre era a Teignmouth, sul principio del 1830, predicava su invito.
Un giorno fu richiesto
di prendere il posto di un ministro che lasciava la carica; rispose che si
sentiva chiamato da Dio anziché ad una carica stabile, piuttosto ad un servizio
movimentato di evangelizzazione.
Durante quel tempo ebbe
occasione di predicare a Shaldon al posto di Henry Craik, mettendosi così in
più intimo contatto con quel fratello, al quale il suo cuore si attaccò con
legami d’amore e di simpatia, che divennero sempre più forti a misura che la
mutua conoscenza si faceva più intima.
A Teignmouth i suoi
sermoni non piacquero né a una parte dell’uditorio, né ad alcuni predicatori
che ascoltavano.
Volle riflettere su
questo fatto e considerare se la causa non dipendesse da lui stesso.
Probabilmente attendevano un’arte oratoria che abbellisse maggiormente il
sermone; egli sapeva di non possederla, inoltre non poteva usare con facilità
la lingua inglese della quale non era del tutto padrone. Però, egli sentiva con
certezza che la causa dello scontento era più profonda. Ricordava che nell’estate
precedente, quando predicava senza avere molta conoscenza delle verità divine,
quelle stesse persone, che ora gli facevano opposizione, allora erano contente
di lui. Il Signore voleva adoprarlo nell’opera Sua a Teignmouth, ma satana
opponeva ostacolo, spingendo perfino dei fratelli a mettersi contro la verità.
Fra le due correnti
ebbe il sopravvento quella che desiderava continuasse la sua predicazione nella
cappella; egli decise di rimanere ancora, almeno fino a quando non fosse
apertamente respinto, o il Signore gli indicasse un altro campo di azione
Nell’annunziare questo suo proposito dichiarò che si sentiva al servizio di Dio
e da Lui dipendente e non dall’ uomo. Se avessero voluto togliergli l’onorario
confidava che Dio avrebbe provveduto ai suoi bisogni. Nello stesso tempo ricordò
loro che dovevano ritenere come un privilegio provvedere ai bisogni temporali
di chi li serviva nelle necessità dello spirito: non chiedeva in cambio altro
che i frutti della fede, ridondanti a loro vantaggio.
Queste prime esperienze
a Teignmouth furono per lui molto importanti; alcuni credevano alle cose che
erano dette, altri no; vi fu chi abbandonò la cappella e chi rimase; chi
ostentava una fredda indifferenza e chi addirittura ostilità. Ma il Signore lo
fortificò, gli fu accanto, ponendo il Suo suggello su quella fedele
testimonianza.
Due fratelli
spontaneamente vollero supplire, ai suoi bisogni materiali.
Erano soltanto diciotto
i membri di quella piccola Chiesa.
Gli offrirono uno
stipendio di 50 sterline all’anno, che aumentò a misura che cresceva il numero
dei membri. Egli accettò, senza però abbandonare il pensiero di andare di luogo
in luogo, come il Signore lo avrebbe sospinto.
Così lo studente
universitario di Halle occupò il suo primo pulpito come pastore.
Mentre si trova a
Sidmouth, dove predicava nell’aprile 1830, tre sorelle tennero in sua presenza
una conversazione sul battesimo dei credenti, domandando la sua opinione.
Egli rispose che,
essendo stato battezzato da bambino, non vedeva il bisogno di essere battezzato
una seconda volta.
Insisterono,
chiedendogli se avesse, con preghiera, ricercata la testimonianza nella Parola
di Dio, a tale riguardo,
Egli francamente
confessò di non averlo fatto.
Una di quelle sorelle
in Cristo, con chiara semplicità di parola a con rara fedeltà, gli disse: “Vi
prego allora di non parlare mai più del battesimo finché non abbiate studiato
in tal modo il soggetto”.
Giorgio Müller non era un uomo da risentirsi né da respingere tale richiesta.
Troppo onesto e coscienzioso per rifiutare qualunque invito a investigare le
Sacre Scritture intorno a qualsiasi questione, fu costretto ad ammettere con se
stesso che non aveva seriamente esaminato le Scritture per trovare il loro
insegnamento sull’importanza che il battesimo occupa nella vita e posizione del
credente e che neppure aveva domandato, con la preghiera, luce sopra a questo
soggetto.
Spesso, è vero, aveva
parlato contro il battesimo dei credenti; ebbe
quindi il timore di essersi opposto
all’insegnamento della Parola. Determinò di studiare il soggetto fino a pervenire ad una conclusione
soddisfacente e decise da quel momento di non parlare del battesimo, sia dei
piccoli, sia degli adulti, che secondo le Scritture.
Il metodo da lui seguito nello studio di questo soggetto fu semplice: per prima
cosa chiese a Dio la guida e l’insegnamento dello Spirito, quindi fece un
sistematico esame di tutto il Nuovo Testamento, cercando di liberarsi da ogni
preconcetto o pregiudizio, da ogni tradizione, costume o sanzioni di Chiesa e
infine di uccidere l’orgoglio personale, facendo sua quella massima: non
cercate di essere coerente, ma solamente vero.
Il risultato fu la
convinzione che nessuno, fuorché i credenti, sono atti a ricevere il battesimo
e questo solo per immersione.
A questa conclusione era
pervenuto prendendo come passi capitali, nella Scrittura, il cap. 8 v. 36-38
degli Atti (Strada facendo,
giunsero a un luogo dove c'era dell'acqua. E l'eunuco disse: «Ecco dell'acqua;
che cosa impedisce che io sia battezzato?». Filippo disse: «Se tu credi con
tutto il cuore, è possibile». L'eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il
Figlio di Dio». Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell'acqua,
Filippo e l'eunuco; e Filippo lo battezzò)
e il cap. 6 v. 3,4 ai Romani (O
ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo
stati battezzati nella Sua morte? Siamo dunque stati sepolti con Lui mediante
il battesimo nella Sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai
morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di
vita).
Il primo, il caso
dell’eunuco, lo convinse che il battesimo è legittimo solo come un atto del
credente che confessa Cristo; il secondo, che solo l’immersione nell’acqua
esprime l’annullamento tipico della natura umana in Cristo, per risorgere con
Lui.
Non intendeva tuttavia di attaccare i fratelli che avevano altre vedute, ma nel
suo Giornale dichiarava onestamente ed apertamente la convinzione alla quale
era giunto dopo attento studio delle Scritture ed intensa preghiera.
La convinzione lo spinse
all’azione, giacché in lui non v’era spirito di compromesso; e per conseguenza
fu tosto battezzato.
Parecchi anni dopo, nel rivedere le sue memorie, riafferma
la solenne convinzione, dicendo che “di tutte le verità rivelate, nessuna è più
chiaramente rivelata nelle Scritture, nemmeno quella della giustificazione per
fede, e che il soggetto è stato oscurato da uomini che non erano disposti ad
attenersi solo alle Scritture per decidere su quel punto”.
Rende anche incidentalmente testimonianza che nessun vero amico nel Signore gli
volse le spalle dopo il suo battesimo, anzi, secondo il suo esempio, molti
furono condotti, non solo a riesaminare la questione del battesimo, ma a
sottomettersi effettivamente a tale ordinanza.
Esperienze come queste suggeriscono l’onesta domanda di ciascuno a se stesso: se non sia un bisogno imperativo di sottomettere ogni uso religioso e ogni pratica, all’unica prova di conformità alla mente divina rivelata nelle Scritture. Gesù rimproverava i farisei di quei tempi di annullare i comandamenti di Dio con le loro tradizioni. Certe dottrine e certe pratiche sono facilmente accettate pure essendo di origine solamente ecclesiastica, non aventi sanzione alcuna nella Parola di Dio.
Cipriano ci ha preavvertiti che l’antichità non fa autorità che può essere semplicemente vetustas erroris: l’antichità dell’errore.
Quali radicali riforme verrebbero fatte nel culto, nella
dottrina e nelle pratiche religiose moderne, ed anche nella generale condotta
dei cristiani e nell’amministrazione della Chiesa di Dio, se l’unico criterio
di ogni giudizio fosse: che cosa
insegnano le Scritture? E quale rivoluzione nelle nostre vite come
credenti, se noi anzitutto ponessimo ogni nostro atto, ogni nostro pensiero
alla luce della Scrittura e poi, col coraggio della convinzione, osassimo agire
secondo quella divina Parola, non calcolandone le conseguenze, purché fossimo
approvati da Dio! Sarebbe possibile che i nuovi discepoli di Cristo
rigettassero, come i farisei di una volta, i comandamenti di Dio per
conservare le loro tradizioni?
Questo passo compiuto da Giorgio Müller
rispetto al battesimo, fu il precursore di molti altri, sempre in conformità
della Parola che è una lampada ai piedi del credente, per gettare luce sul suo
sentiero.
Durante quella stessa estate del 1830, continuando a studiare la Parola, si convinse che, sebbene non vi sia un espresso comandamento, la pratica relativa e apostolica era di rompere il pane ogni primo giorno della settimana (Atti 20:7 ecc.). Oltre a ciò, che lo Spinto di Dio dovrebbe avere piena libertà di azione per mezzo di qualunque credente, secondo i doni che Egli si compiace di conferire; quella verità la trovava chiaramente insegnata in Romani 12:4-10; 1 Corinzi 12:1-11; Efesini 4:11-14.
Allora cercò di tradurre quelle sue conclusioni in pratica e tale conformità alla Parola portò un incremento di spirituale prosperità.
Un’altra convinzione, sempre secondo le Scritture, fu quella che, come ministro
di Dio, non gli era consentito di ricevere un salario fisso. Ed in proposito
stabilì i seguenti principi, che seguì durante tutta la sua vita:
1.
Un salario stabilito implica una somma
fissa, che non può essere raggiunta se non mediante posti a pagamento od altra
simile sorgente di reddito. Ma questo era in contrasto con la Parola (Giacomo
2:1:« Fratelli miei, la vostra fede nel
nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della gloria, sia immune da favoritismi»).
E siccome il fratello povero non poteva permettersi il pagamento di un posto
distinto come il ricco, nella chiesa si creavano delle distinzioni,
incoraggiando gelosie e spirito di casta.
2.
Una quota
fissa può divenire, anche per il discepolo più volenteroso, un peso; le
circostanze possono cambiare e pur avendo il cuore disposto a dare, trovandosi
nell’impossibilità di farlo come prima, si troverebbe umiliato.
3.
E
servitore del Signore, con questo sistema, può sentirsi schiavo: per piacere a
certuni, specie a quelli più ricchi, bisognosi spesso di essere più ripresi,non
è possibile che ceda alla tentazione di tacere o modifichi il suo messaggio?
Queste considerazioni erano così chiare per Giorgio Müller che le espose ai
fratelli e fino dall’autunno 1830 (al suo venticinquesimo anno), prese una
posizione da cui mai più recesse: da allora in poi non avrebbe più ricevuto
un salario fisso per nessun servizio reso al popolo di Dio. E mentre
giustificava ciò con principi tratti dalle Scritture, esortava i fratelli a
provvedere volontariamente, sia con denaro, sia con altri mezzi di
sostentamento, ai bisogni del ministro del Signore, come un sacrificio
accettabile e gradito a Dio.
Poco tempo dopo, vedendo che tali offerte volontarie gli venivano date
direttamente dai fratelli, previde il pericolo e il danno morale che poteva sorgere
tra il ricco, compiaciuto della sua lauta offerta, e il povero, umiliato per
non potere dare che poco.
Rimediò anche a questo: fece porre una cassetta nella cappella, con la scritta
che chiunque desiderasse dare qualche somma per il suo sostentamento poteva
metterla lì dentro, secondo la propria capacità e disposizione.
Così, l’atto di dare,
doveva essere palese solo agli occhi di Dio, senza dar luogo a vana ambizione,
né a falsa umiltà.
In seguito sentì che,
per essere interamente coerente, non doveva domandare aiuto pecuniario
all’uomo, neppure per far fronte alle spese di viaggio nel servizio del
Signore, né far conoscere i suoi
bisogni.
Non all’uomo doveva
rivolgersi, ma solamente a Dio. E qui egli scrive nel suo diario: “Per giungere
a questa conclusione davanti a Dio, mi occorse più grazia che non per
rinunciare al mio salario”.
Passo per passo vediamo
come tutto lo incamminava verso lo scopo della sua vita, della sua opera e
testimonianza. Sono anelli, e tutti necessari, di una catena che unisce
quest’uomo all’opera del Padre, in cui egli sta per entrare completamente.
T
Il 17 ottobre 1830, Giorgio Müller
sposò Mary Groves, sorella del dentista che aveva rinunziato alla sua buona
posizione per andare missionario e il cui atto tanto lo aveva
influenzato.
L’unione con Mary Groves fu veramente benedetta da Dio; fu una sposa quasi
ideale che tenne lo scettro di quel suo piccolo regno, visibile solo a coloro
che frequentavano la famigliola. Il cuore del marito poté ben fidare con
sicurezza in quello di lei e più tardi ella fu la madre amorosa della grande
famiglia degli orfani.
La vita coniugale ha
spesso un periodo di distacco temporaneo, anche se questo conduce poi ad una
più profonda affezione, a misura che le parti si sentono più intimamente unite
in una sempre più profonda conoscenza. Ma per i coniugi Müller mai ebbe luogo tale temporaneo distacco.
Fin da principio il loro amore crebbe e con esso la mutua confidenza e fiducia.
Uno dei primi legami che
unì quei due esseri fu la comune rinunzia a se stessi. Obbedendo letteralmente
a Luca 12:33 (Vendete i vostri
beni, e dateli in elemosina; fatevi delle borse che non invecchiano, un tesoro
inesauribile nel cielo, dove ladro non si avvicina e tignola non rode)e Matteo 6:19-21 (Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano,
e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola
né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov'è il
tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore) essi
vendettero quel poco che possedevano a lo dettero ai poveri; da allora in poi
non ebbero più tesoro in terra. Accettarono per amore di Cristo quella
volontaria povertà e non ne provarono mai rincrescimento, anzi, una gioia
sempre maggiore.
Sessantotto anni dopo, quando Giorgio Müller passò subitamente ad altra vita,
era un uomo povero. Il suo testamento dimostrò la fedeltà ai suoi principi:
fatto l’inventano, si trovò che la sua personale proprietà era di centosessanta
sterline! E nemmeno ciò poteva dirsi veramente suo, se non per le necessità
giornaliere; una parte di quella somma era denaro ricevuto da poco tempo e non
ancora speso per l’opera, ma tenuto a disposizione.
Quella rinunzia ad ogni ricchezza terrena condusse i coniugi Müller a rivolgersi
per ogni cosa al Signore. Giorno per giorno, per più di sessant’anni ebbero la
prova che Dio è fedele ed è il grande Provveditore verso chi sottomette ogni
richiesta a Lui.
Pochi sono i credenti che hanno potuto constatare la cura di Dio anche nelle
più piccole cose, ma questo perché pochi sanno abbandonarsi completamente a
Lui. Giorgio Müller si abbandonava a Colui che conta il numero dei nostri
capelli e prende cura anche di un solo passero.
In Matteo ci è detto che
due passeri si vendevano per un quattrino e cinque per due quattrini; dunque,
quel quinto passero di poco valore era dato in più; eppure anche di quello
Iddio si prende cura! Quanto è grande e certa, per chi sa porvi mente, quella
promessa di Gesù: Non temete, dunque: voi siete da più di molti passeri! (Matteo
10:31).
Durante gli anni seguenti, che comprendono due generazioni, non ebbe a
lamentare alcun inconveniente. Le preziose promesse a cui si era appoggiato con
fede e speranza nel 1830, furono mantenute fino alla fine (Ebrei 6:11; 10:23 « ...soltanto
desideriamo che ciascuno di voi dimostri sino alla fine il medesimo zelo per
giungere alla pienezza della speranza...manteniamo ferma la confessione della
nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è Colui che ha fatto le
promesse»).
E la divina fedeltà fu
l’ancora sicura nelle più violente e
prolungate tempeste, l’ancora della speranza, che entra fin nel
tessuto più tenue e fa presa nella mano di Dio. Quante e quante volte Giorgio Müller
intravide con chiarezza il perché delle risposte del Signore e ne sentì la
presenza invisibile, ma avvolgente in una atmosfera di vita e di forza!
Il 9 agosto 1831, Mary Müller
diede alla luce un fanciullo morto e rimase a lungo ammalata. Il marito si
rimproverò di non aver valutato il pericolo di quell’evento e di non aver
pregato più intensamente, ma anche credette di vedere che la mancanza di figli
poteva essere un bene per potersi più completamente dedicare al Signore. Questo
scrive nel suo diario, mettendo a nudo il suo cuore.
Iddio permise questa severa lezione, perché Müller sentisse quanto egoismo e
carnalità fosse stata in lui e quanto quella prova fosse stata necessaria per
fargli riflettere alla santità della unione fra i coniugi e alla responsabilità
verso i figli.
Non solamente la prole non è un impedimento, ma è un aiuto per preparare un
servo di Cristo, per certe parti della Sua opera, per cui nessun altra
preparazione è così adeguata. E quando si pensi che una pia associazione può
essere così creata, e soprattutto una pia successione per varie generazioni si
comprenderà che non si deve trattare leggermente e con disprezzo il legame
coniugale ed i suoi frutti. Non dimentichiamo neppure la promessa: «...se due si accordano in terra, intorno a qualunque cosa chiedono, questa sarà
fatta dal Padre Mio che è nei cieli » (Matteo 18:19).
La
parola “accordarsi” in greco è “sintonizzare” e ci suggerisce l’idea di
un’armonia musicale, mediante corde accordate sullo stesso tono e fatte vibrare
da una mano maestra. Consideriamo allora quale benedetta preparazione, per tale
accordo sinfonico in preghiera, si troverà nell’unione di marito e moglie nel
Signore!
Non è forse a questo che
lo Spirito si riferisce, quando consiglia i mariti e le mogli a dimorare uniti,
come coeredi della grazia di vita e ancora: affinché le vostre preghiere non
siano impedite (1 Pietro3:7)?
Una crisi, come la malattia di sua moglie, portò molte spese in più, per le
quali non era stato provveduto. Per principio Müller riteneva che risparmiare e
mettere da parte è incoerente con una vera fiducia in Dio, il quale potrebbe
indicarci i nostri risparmi, prima di rispondere alle preghiere per chiedere
maggiori mezzi.
L’esperienza
giustificò la sua fede: i due medici che assistettero sua moglie durante sei
settimane, non vollero alcun compenso. Fu questa una prova per loro tanto
tangibile che, finché vissero e lavorarono insieme, si affidarono sempre a Dio,
perché provvedesse.
Per il Signore nessuna emergenza è impreveduta
e non vi è bisogno a cui
Egli non abbia già provveduto.
Egli
vuole che contiamo sopra di Lui, tanto per i bisogni straordinari, quanto per
il pane quotidiano.
E ancora essi decisero di non
contrarre mai debiti sia a scopo personale, sia per l’opera del Signore,
attenendosi a ciò che è scritto ai Romani 13:8 (...non abbiate altro debito con nessuno...). Preferirono
all’occorrenza soffrire la fame anziché acquistare qualsiasi cosa senza pagarla
all’atto della compra. Così sapevano sempre di quanto disponevano per loro;
tutto ciò che rimaneva era destinato ai bisogni degli altri.
Un’altra legge di vita fu presto inserita nel decalogo personale di G. Müller:
non aveva facoltà di usare il denaro che aveva a disposizione, ma già designato
ad uno speciale uso, neppure temporaneamente per altri scopi. Così, pur trovandosi
senza denaro per i suoi bisogni temporali, mai ricorreva a ciò che costituiva
un fondo riservato ad altre spese. Eppure mille volte si trovò in tali
ristrettezze, che usando anche solo una parte dei fondi, avrebbe superato il
momentaneo imbarazzo! Ma per lui sarebbe stata una appropriazione indebita, una
mancanza di fiducia e di coscienza.
Quanti sbagli sono stati commessi togliendo una somma da un fondo, per colmare il passivo di un altro! Vana speranza rimpiazzare più tardi ciò che è stato levato! Una vita di fede dev’essere non meno una vita di coscienza. Fede e fiducia in Dio, e verità e fedeltà verso gli uomini, andavano di pari passo in quella vita a due.
T
Le cose sacre non vogliono essere trattate leggermente.
I ricordi che Giorgio Müller ci ha lasciati nelle “vie di Dio verso di lui”, appaiono in certe parti quasi ispirati, perché vi è solo riferita la guida divina in una vita umana. Non già i piani e l’operato di quell’uomo, né le sue sofferenze e il suo servizio, ma le vie del Signore verso di lui e il Suo operare per mezzo di lui.
Rileggiamo gli Atti degli Apostoli: troveremo lo stesso principio.
Paolo e Barnaba raccontarono ai
fedeli di Antiochia, e più tardi di Gerusalemme, non già ciò che essi
avevano fatto per il Signore, ma ciò che Egli aveva operato per loro
mezzo e come Egli aveva aperta la porta della fede ai Gentili; quali
miracoli e atti meravigliosi Iddio aveva operati fra i Gentili per loro
mezzo.
Così Pietro, davanti al concilio, racconta come Dio si era servito di lui perché i Gentili potessero udire la parola dell’Evangelo e credere a Cristo.
Giacomo, nello stesso senso, dice come Dio ha visitati i Gentili per scegliere fra essi un popolo per il Suo Nome e conclude con due citazioni del Vecchio Testamento, le quali esprimono adeguatamente l’intero principio: »Il Signore che fa queste cose...a Dio sono note in eterno tutte le Sue opere (Atti 14:27; 15:18).
Dio è presentato come il solo Agente e Autore e gli Apostoli, anche i più grandi, come Paolo e Pietro, sono solamente Suoi strumenti.
Non fu forse quel passo del Libro
di Dio, che suggerì il titolo di quel suo diario o “giornale”: Le vie di Dio
verso Giorgio Müller? A quel Giornale daremo solo uno
sguardo rapido e superficiale.
Esso occupa circa 3.000 pagine ed è redatto in lingua inglese.
In massima parte contiene i rapporti annuali dell’opera.
In questa breve memoria non potremo che sfogliare quelle pagine, senza soffermarci troppo a lungo su esse, poiché è nostro intento di presentare al lettore un riassunto di tutta la vita di G. Müller cogliendo, come stando sulla cima di un monte, un panorama completo, un’impressione rapida delle caratteristiche dell’uomo e dei fatti più salienti della sua attività.
Nel Giornale troviamo il ricordo e la rivelazione di sette importanti esperienze.
1. Le frequenti e prolungate ristrettezze finanziarie. Una sterlina, uno scellino ed anche un penny spesso erano il denaro disponibile per i bisogni personali e per le centinaia e migliaia di orfani che, come vedremo in seguito, furono ospitati nell’Orfanotrofio, coraggiosamente fondato da Müller. Le provviste erano fornite di mese in mese, di giorno in giorno e perfino di ora in ora. Era necessario contare sopra l’aiuto di Dio e dipendere direttamente da Lui.
2. L’esperienza dell’invariabile fedeltà di Dio. “Non una, né cinque, né cinquecento volte, ma migliaia di volte in sessant’anni ci siamo trovati a non aver pronto né cibo né denaro, eppure Dio è sempre intervenuto ed ha provveduto. E non una volta noi e i nostri orfani abbiamo avuto fame e mancato del necessario”.
3. L’esperienza dell’influenza di Dio sulle menti, sui cuori era sulle coscienze dei contribuenti all’opera. Potrebbero essere riportati numerosi esempi di come Dio agisce sulle fonti segrete dell’azione umana in tutto il mondo, per mezzo di Sue vie proprie e nell’ora del massimo bisogno, disponendo la necessaria somma nell’esatto giorno e ora per supplire alla necessità. Dagli ultimi confini dei continenti, uomini, donne e fanciulli, che non avevano mai visto G. Müller e non sapevano nulla delle sue necessità, furono condotti, al momento opportuno, a mandare la somma stessa di cui c’era bisogno. Quante volte, mentre egli era in ginocchio chiedendo, la risposta venne in modo così corrispondente alla richiesta, da escludere il puro caso come spiegazione ed obbligare a credere a un Dio che ascolta la preghiera.
4. L’esperienza di un’abituale, unica dipendenza dall’invisibile Dio. I rapporti pubblicati annualmente per informare il pubblico della storia e del progresso dell’opera, e per rendere conto dell’amministrazione dei molti doni, non facevano mai appello ad un aiuto, non volendo diminuire la gloria dell’unico, vero, grande Provveditore.
5. L’esperienza di una cura coscienziosa nell’accettare e nel fare uso dei doni. Ogni volta che si presentò un’incertezza nell’accettare e usare ciò che veniva offerto, il dono era rifiutato, per quanto urgente fosse il bisogno, almeno fino a che non fossero chiarite le incertezze. Questo accadeva se il donatore era conosciuto come uomo di poco onore nei suoi affari, o se il dono era designato per scopi particolari, come una riserva per la vecchiaia di Giorgio Müller, o per l’avvenire dell’istituzione; ma anche se vi era il solo sospetto che il dono fosse fatto per vanagloria.
6. L’esperienza di un’estrema cautela affinché, per
una qualsiasi negligenza del personale, non fosse tradito il segreto del
bisogno urgente presso il pubblico.
I contribuenti avevano facoltà dimettersi in diretto rapporto e prendere
conoscenza dell’opera, ma erano ripetutamente avvertiti di non rivelare agli
estranei i bisogni dell’opera, anche nelle più acute crisi. La sola risorsa
doveva sempre essere Dio e se maggiore era l’esigenza delle circostanze,
maggiore era pure la cautela, perché non ci fosse nemmeno l’apparenza di
rivolgere lo sguardo dall’aiuto divino a quello umano.
7. L’esperienza di crescente ardire della fede nel domandare e nel confidarsi per grandi cose. A misura che la fede era esercitata, essa riceveva nuova energia, cosicché diventava facile e naturale domandare per cento, mille, diecimila sterline come una volta era chiedere per una sterlina o un penny. Una volta che la fede in Dio era stata rafforzata con la disciplina e la preghiera, che differenza c’era chiedere l’aiuto per duemila orfani e 250.000 sterline o, come nei periodi antecedenti, chiedere per venti orfani e per 250 sterline all’anno?
Esercitando
la fede si è guardati dal rischio di perderla; far
uso della fede equivale a liberarsi dalla incredulità che ci impedisce di
godere degli atti potenti di Dio.
Il
Giornale di Müller registrava le più
minuziose azioni amministrative. Avrebbe potuto non rendere pubblici questi
resoconti, e sarebbe stato lo stesso un fedele amministratore del Signore, ma
non un fedele economo di fronte agli uomini.
Assai spesso persone degne di fiducia ricevono somme considerevoli di danaro da
varie parti, per opere di beneficenza, senza rendere conto del loro operato.
Per quanto oneste, quelle persone agiscono, non solo senza saviezza, ma col
loro sistema danno involontariamente appoggio ad altri che, di tale irregolare
metodo, si fanno un manto per coprire la frode, talora sistematica.
Tutta la carriera di G. Müller fu
esente da questo fallo, perché la sua amministrazione sfidava la più minuta
investigazione.
Nei nostri tempi di scetticismo molti dubiteranno della potenza della preghiera, a cui fa seguito la benedizione di Dio, ma se esaminassimo direttamente il Giornale, che fu dato alla stampa, la calma, matematica precisione nella narrazione dà la certezza che lo scrittore sia stato esattissimo e sempre assolutamente veritiero.
Sul frontespizio di tale narrazione dovrebbe essere scritta la sentenza di Abacuc: Il giusto vivrà per fede. Non un dono miracoloso di fede, perché Müller ebbe tentazioni e infermità come ogni comune mortale. Talora si sentiva cattivo, incredulo, impotente come cristiano. Ma non era proprio quel dolore per il peccato, quel sentirsi indegno, che lo avvicinavano al Padre? Proprio sentendosi debole ricorreva di continuo al braccio sostenitore di Colui la cui forza si manifesta e si rende perfetta nella debolezza (2 Corinzi 12:1O). Scopriamo, nel leggere le sue memorie, che siamo di fronte ad un uomo, il quale non ha solamente passioni pari alle nostre, ma che si sente più degli altri sotto l’impero del male ed ha perciò bisogno d’una speciale potenza protettrice.
Qualche volta nutriva il pensiero che fosse inutile confidarsi in Dio, sentendosi così peccatore, e temeva perfino di essere andato troppo oltre. Però quella tentazione era presto superata. Di tempo in tempo quei dardi infuocati ritornavano a ferirlo e dovevano essere spenti per mezzo dello scudo della fede. Mai, fino alla sua ultima ora, si fidò di se stesso, mai cessò di appoggiarsi a Dio, o trascurò la parola o la preghiera senza ricadere nel peccato. Il “vecchio uomo” peccaminoso si manteneva forte e più G. Müller viveva una vita di fiducia in Dio, meno poneva fiducia in se stesso.
Un altro fatto appare evidente leggendo le sue memorie: nelle cose piccole e
comuni, come in quelle maggiori e non comuni, non faceva un passo senza
domandare consiglio a Dio con la preghiera. Il suo modo di vivere e di servire
consisteva nel ricercare la volontà di Dio, prima di intraprendere qualsiasi
cosa, e non agiva fino a che la cosa non gli apparisse ben chiara.
Molti cristiani, invece, sono abituati a cercare l’aiuto divino nelle grandi
crisi e non sanno andare a Dio con lo stesso slancio di fede anche per le cose
di minore importanza.
Non ricordano che Gesù ha detto che non un capello del nostro capo può
cadere senza il volere di Dio?
Nel suo Giornale è annotato che, pur essendo spesso ridotto a non avere un solo penny in cassa e sulla tavola l’ultimo pane, mai la sua grande famiglia è rimasta assolutamente senza nutrimento e sempre il Signore è stato buono.
Questa stessa testimonianza è poi ripetuta punto per punto in tutta la sua carriera e conferma la fedeltà del Signore nell’accompagnare la Sua parola con atti di potenza, secondo la promessa di Isaia: Così sarà la Mia parola uscita dalla Mia bocca, essa non ritornerà a Me a vuoto, anzi opererà ciò che Io avrò voluto e prospererà in quello per cui l’avrà mandata (Isaia 55:11). Questo non è detto di una parola umana per quanto saggia, importante o sincera, ma della parola di Dio.
Riferendosi alle sue predicazioni, G. Müller rende testimonianza del fatto che
in quasi tutti i luoghi ove annunziò la verità di Dio, fossero piccole cappelle
o grandi sale, il Signore pose il suggello alla sua testimonianza.
Il Giornale ha frequenti
riferimenti alla debolezza fisica di cui Müller soffriva. La lotta contro le
infermità del corpo durò quasi tutta la sua vita e aggiunge una lezione di più,
perché la forza della fede
trionfò sempre sulla debolezza della carne.
Al principio del 1832 ebbe un’emorragia per la rottura di una vena nello stomaco e rimase molto debole per la perdita di sangue. Il giorno seguente era domenica: si pensò di supplirlo, tanto per la predicazione nella cappella, quanto per il servizio interno. Ma dopo un’ora di preghiera sentì che gli era possibile alzarsi, vestirsi e andare alla cappella. Il breve cammino lo affaticò, ma il soccorso venne dall’Alto e poté predicare come sempre. Finito il culto, un medico lo rimproverò per la sua imprudenza ed egli rispose che avrebbe da se stesso giudicata una presunzione, la sua, se non avesse sentito che il Signore gliene dava la forza necessaria.
Però nel suo Giornale mette in guardia coloro che volessero imitarlo senza possedere la fede che fu data a lui. Non seguì sempre tal via, perché non sempre ebbe la stessa fede. Questo lo conduce a fare una preziosa distinzione tra dono della fede e grazia della fede. Egli spiega che il dono di fede è esercitato ogni qualvolta noi facciamo o crediamo una cosa, quando il non farla o il non crederla, non costituirebbe peccato; invece la grazia della fede si esercita quando facciamo o crediamo quello che, non facendolo o non credendolo, sarebbe peccato. Nel primo caso non abbiamo alcun espresso comandamento o promessa per guidarci, mentre nell’altro lo abbiamo. Il dono della fede non è sempre vivo in noi, ma la grazia deve esserlo, perché si appoggia alla Parola di Dio.
Ripetute volte pregò al letto di malati perché ottenessero guarigione: in molti casi la richiesta fu accordata, ma spesso rifiutata. Egli stesso nel 1829 fu guarito da un’infermità che durava da lungo tempo e che non tornò più, mentre in altri casi le malattie non disparvero, anzi dovette sottoporsi anche a gravi operazioni. C’era dunque mancanza di fede? Ma vi furono circostanze in cui chiese incondizionatamente, aspettando con fiducia, ed il Signore accordò.
Quell’uomo viveva particolarmente con Dio e in Dio, per cui i suoi sensi erano esercitati a discernere il bene e il male. La sua coscienza divenne sempre più sensibile e il suo giudizio sempre più sottile. Poteva scoprire falli e difetti che sfuggono ad un occhio comune e prevedeva pericoli che mettono in pericolo il carattere di un individuo, come gli scogli nascosti minacciano una nave.
L’impressione che si riceve dalla
lettura di quel Giornale e dei rapporti supplementari annuali, è semplicemente
questa: fiducia in Dio.
Giorgio Müller pensava che in tutte le epoche non vi è mai stato un vero credente fiducioso a cui Dio non abbia risposto. Se noi crediamo, Egli rimane fedele, Egli non può rinnegare se stesso (2 Timoteo 2:13).
G. Müller credeva fermamente e perché credeva, pregava, e pregando aspettava, e aspettando riceveva. Benedetto colui che crede, perché per lui si avvereranno le cose che furono dette dal Signore.
T
Siamo ora arrivati a un nuovo bivio lungo la strada che si fa più piana.
Il centro futuro permanente dell’opera di G. Müller è chiaramente indicato da Dio.
Nel marzo 1832 l’amico Enrico Craik lasciò Shaldon per quattro settimane di lavoro a Bristol.
Giorgio Müller era convinto che
il Signore ve lo avrebbe trattenuto più a lungo, ma non immaginava ancora di
divenire il collaboratore che Bristol diventerebbe
la sua futura sede di attività. Si veniva però formando in lui la convinzione
che il suo ministero a Teignmouth stava per finire. Si sentiva spinto
nuovamente ad andare di luogo in luogo per condurre i credenti ad una maggior
fiducia in Dio, ad un più profondo sentimento della Sua fedeltà e ad una più
seria investigazione delle Scritture.
Questa convinzione era avvalorata dal fatto che nei dintorni di Teignmouth la
sua predicazione dava più frutto ed attirava un maggior numero di uditori che
nella città.
Il 13 aprile una lettera di Craik lo invitava ad unirsi a lui nella sua opera a
Bristol. G. Müller ne ricevette una
gradita impressione. Cominciò con preghiera a considerare se quello non fosse
per lui un appello di Dio e non gli fosse aperto un campo di lavoro più adatto
ai suoi doni.
La
domenica seguente a Teignmouth predicando sulla venuta del Signore, parlò di
quella beata speranza che doveva sospingere i messaggeri di Dio a darne più
ampia testimonianza, recandosi di luogo in luogo. Ricordò ai fratelli che aveva
sin dall’inizio rifiutato di legarsi a loro per essere libero in qualsiasi
momento di seguire la chiamata divina.
Il
20 aprile poté senz’altro recarsi a Bristol. Durante il viaggio si sentì come
muto; non ebbe opportunità di parlare di Cristo né di distribuire trattati e
questo lo condusse a riflettere. Forse questa nuova opera del Signore l’aveva
tentato, distraendolo dal meditare e dal pregare?
Quante
volte ci affrettiamo a un luogo di riunione con solo pochi minuti di preghiera
privata; lasciamo che un tempo prezioso sia assorbito da piaceri sociali;
evitiamo di ritirarci da una compagnia, vergognandoci di confessare il nostro
bisogno di comunione con Dio.
Eppure
G. Müller seppe evitare uno dei più
comuni pericoli di un uomo preso da troppe occupazioni e da un insano affaccendarsi.
Per
nutrire gli altri bisogna essere nutriti noi stessi; anche i pubblici esercizi
di culto e di preghiera non
possono fornire quel nutrimento che il credente può trovare soltanto nella sua
camera, dove incontra Dio da solo.
Tre
volte nella parola di Dio si trova una divina ricetta per la vera prosperità.
Dio dice a Giosuè; Questo libro della Legge non si dipartirà giammai dalla
tua bocca; anzi medita in esso
giorno e notte Prendi guardia di fare tutto ciò che in esso è scritto. allora
tu renderai felici le tue vie e prospererai (Giosuè 1:8).
Più
tardi, l’ispirato autore dei Salmi, dice di colui il cui diletto è nella
legge del Signore che sarà come un albero piantato presso i rivi di acque, che
reca il suo frutto nella sua stagione e le cui foglie non appassiranno e tutto
ciò che egli farà prospererà (Salmo 1:3).
...e
dopo quasi un migliaio di anni, e prima che il Nuovo Testamento fosse
completato, l’apostolo Giacomo rendeva la stessa testimonianza; Chi avrà
riguardato bene addentro nella legge perfetta e avrà perseverato, non essendo
uditore smemorato, ma facitore dell’opera, sarà beato nel suo operare (Giacomo
1:25).
Qui abbiamo una triplice testimonianza sulla prosperità e benedizione che
proviene meditando le Sacre Scritture.
Il credente commette un fatale
sbaglio se crede di trascurare impunemente lo studio della Parola, accompagnato
dalla preghiera. In particolare, colui che lavora per Dio deve anzitutto essere
con Lui, ricevere potenza da Dio, vincendo con Lui in preghiera.
Qui sta tutto il segreto della riuscita di colui che vuol conoscere e far
conoscere Dio; Egli ce ne ha dati i mezzi; la Sua Parola, che è rivelazione
della Sua mente e del Suo cuore. E come potremo conoscere Cristo senza
conoscere le Scritture che Lo annunziano?
Il 22 aprile 1832, Giorgio Müller prese posto per la prima volta sul pulpito della cappella di Gedeone a Bristol.
Il fatto e la data sono da notarsi, essendo il punto di
partenza di una carriera che diede frutti copiosi. Da quel giorno, per ben
sessantasei anni, Bristol divenne inseparabile dal suo nome.
Se quella domenica, avesse potuto prevedere l’opera che per suo mezzo il
Signore compirebbe in quella città, come da essa una corrente intensa di fede
fluirebbe fino ad altri continenti e come, anche dopo la morte, le sue opere
parlerebbero della sua testimonianza, oh il cuore si sarebbe riempito di santa
gratitudine e di lode quasi da non poterla contenere!
Invece, meravigliato e intimorito,
quasi rifuggiva nella sua umiltà da un programma tanto vasto che gli si
prospettava, sebbene ancora confusamente, dinanzi.
Il sabato seguente, nella cappella Pithay tenne il suo sermone, che fu
particolarmente benedetto. Molti si convertirono e fra gli altri un giovane
conosciuto da tutti come un incallito ubriacone. Müller si convinse che il
Signore l’aveva condotto a Bristol con uno speciale proposito e che, quindi,
doveva svolgere lì il suo lavoro. Pur tuttavia, tanto lui che il fratello
Craik, ritornarono ai rispettivi campi d’azione, attendendo che Dio indicasse
loro più chiaramente la via da seguire.
...e il richiamo non tardò.
Un ricco fratello di Bristol assunse la responsabilità di affittare la cappella di Betesda, dove avrebbero potuto insieme svolgere il loro lavoro.
Il locale era ampio e bello; in
nove giorni i frutti della loro predicazione furono così copiosi che videro in
ciò la volontà del Signore in quel campo di azione.
Giorgio Müller riconosceva che il compagno Craik aveva meriti maggiori di lui e
accettò un posto inferiore, ma lo confortava il pensiero che due valgono più di
uno solo e si sarebbero completati a vicenda. La sua umiltà, la mancanza della
più piccola invidia, lo accrebbero nella Grazia.
...e se profonda era l’attenzione che il fratello Craik otteneva dal suo uditorio, l’influenza di Müller fu ancora più profonda ed estesa.
Enrico Craik morì nel 1866, mentre Müller lavorò per un periodo molto maggiore, gli fu permesso di compiere lunghi viaggi missionari attraverso il mondo e la sua testimonianza raggiunse limiti più vasti. L’uomo umile, che aveva accettato di occupare un posto più basso, fu da Dio esaltato e portato ad un posto più elevato e di maggiore influenza.
Il 23 maggio Craik e Müller si stabilirono definitivamente a Bristol, ponendo
ai credenti della cappella Gedeone le loro condizioni.
Il 6 luglio anche la cappella Betesda, liberata da ogni debito, si aprì al culto e lo Spirito pose il Suo suggello sull’opera unita dei due fratelli.
Dieci giorni dopo l’apertura, essendo la serata dedicata a uno scambio d’idee e d’informazioni, furono tante le persone intervenute che occorsero più di quattro ore per rispondere a ciascuno.
Queste serate si ripeterono di tempo in tempo.
Il 13 agosto 1832, una sera, nella cappella Betesda, Craik, insieme con Müller, un altro fratello e quattro sorelle, si trovarono riuniti in comunione “senza regole stabilite, col solo desiderio di agire secondo che il Signore avrebbe dato loro luce per mezzo della Sua Parola”.
Quando Müller e
Craik cominciarono la loro opera insieme, a Bristol, la vita di chiesa, quale
essi la trovarono, non era stabilita su una base abbastanza conforme alla
Scrittura. Ma richiedeva l’ammaestramento di compagni in fede, tali da cooperare
con loro; oltre a ciò necessitava di quel legame di simpatia che prepara gli
ascoltatori ad udire la voce del ministro e a seguirlo.
Fin dall’inizio i due
fratelli esposero alcuni principi sui quali il loro ministero si sarebbe
fondato:
w
semplicità apostolica nel culto;
w
insegnamento puramente evangelico;
w
opera di evangelizzazione;
w
separazione dal mondo
w
e gran posto alla preghiera.
Volevano che la
semplice testimonianza predominasse, si riconoscesse lo Spirito Santo come Il Dirigente
e come la potenza che deve governare nelle assemblee di chiesa, così da
assicurare la libertà per ogni credente dell’esercizio dei doni spirituali,
quali sono distribuiti dallo Spirito stesso ai membri del corpo di Cristo.
Tutto questo ha un grande significato poiché fa vedere come Craik a Müller si
staccassero dai sistemi umani, per edificare una semplice chiesa secondo il
tipo apostolico, senza altro manuale per guida che il Nuovo Testamento.
Questo ci introduce al
terzo periodo della vita di Müller, quando entrò pienamente nell’opera che Dio gli
aveva affidata.
Il cammino fu rapido:
Dio aveva preparato gli operai per l’opera e riunito il materiale, così la
costruzione proseguì senza intoppi fino al compimento dell’edificio.
Il colera faceva strage in quel tempo a Bristol.
Quel terribile flagello
cominciò a manifestarsi alla metà di luglio e continuò a infierire per tre
mesi.
Riunioni di preghiera
furono tenute giornalmente, chiedendo a Dio di porre fine a quella calamità.
La morte dominava sulla
città; le campane dei servizi mortuari suonavano ad ogni ora; sembrava che un
drappo funebre fosse steso sull’intera popolazione.
Divennero necessarie le
visite ai malati, ai morenti, agli afflitti, ma né Craik né Müller, e
neppure gli altri credenti che si associarono a loro nell’opera di soccorso,
furono colpiti dal morbo.
Il 17 settembre 1832,
durante il terrore e l’afflizione dell’epidemia, nacque ai coniugi Müller
una bambina. Le fu posto nome Lidia in ricordo dell’altra Lidia, che formò il
primo nucleo della chiesa cristiana in Europa.
Lidia Müller
divenne anch’essa una delle più pure creature di Dio e fu la sposa diletta di
Giacomo Wright.
Giorgio Müller,
l’abbiamo già detto, era di un’umiltà inconsueta.
Le riunioni serali gli
rivelarono che la predicazione di Craik riusciva meglio a convincere e a
convertire. Non ne provò gelosia, ma volle fare un profondo esame di se stesso,
e scoprì che le cause erano tre:
1. il fratello Craik aveva
più discernimento spirituale;
2. era più assiduo nella
preghiera e così riceveva da Dio più potenza per convertire gli altri;
3. nella sua predicazione
si rivolgeva più ai non convertiti che ai credenti.
Scoprire le proprie manchevolezze è già molto, ma non è tutto; pregò più
intensamente, si preparò con più assiduità e profondità e tenne in maggior
conto i non convertiti.
Da quel momento la predicazione di G. Müller ebbe il suggello di Dio, quanto quella del suo
compagno di opera.
Una lezione per tutti:
se c’è improduttività nel servizio divino, si deve ricercarne la causa più o
meno nascosta; il solo rimedio è ricorrere con umiltà al trono della Grazia.
G. Müller non si contentò di pregare, ma preparò meglio i suoi
discorsi perché riuscissero allo scopo: risvegliare le anime indifferenti.
Lo Spirito soffia ove
vuole, ma
anche il vento ha un suo circuito.
Vi è un genere di predicazione che convince e un altro che converte,
ma anche un terzo che lascia indifferenti.
Nell’uso della Parola
deve esservi discernimento e selezione; il Signore ha al Suo servizio molte
armi, ciascuna avente il suo uso e il suo scopo. Beati quei soldati di Dio che
riconoscono l’arma più adatta, che il Signore vuole si adopri per un dato
lavoro o conflitto, e si lasciano guidare dallo Spirito in modo che non debbano
mai esser confusi ma che taglino dirittamente la parola di verità (2 Timoteo
2:15).
Questa espressione nella seconda lettera di Paolo a Timoteo è del tutto
speciale. Sembra quasi equivalere al latino recte viam secare (tagliare
direttamente una via) espressione che ci fa pensare a un ingegnere incaricato
di costruire una strada, la più breve possibile, verso un dato luogo.
L’orecchio e il cuore dell’uditore è il punto d’arrivo, lo scopo del predicatore, il quale
dovrebbe servirsi della verità di Dio sì da colpire direttamente ed efficacemente
il cuore di chi ascolta, evitando le vie tortuose, le apologie superflue, i
giri viziosi di argomenti.
...e se il costruttore
di strade, prima di accingersi al lavoro, considera bene il percorso del suo
tracciato, quanto più dovrebbe il predicatore studiare prima i bisogni del suo
uditorio ed il miglior mezzo per arrivare a loro con successo; e questo lo
raggiungerà con la preghiera e con lo studio della Parola di Dio.
Al principio dell’anno
1833, giunsero lettere da Bagdad di missionari che sollecitavano i Signori Müller e
Craik ad unirsi a loro nell’opera, in quei lontani campi, accompagnando
l’invito con una tratta di 200 sterline per le spese di viaggio.
Per due settimane essi ricercarono con la preghiera la volontà di Dio e infine
decisero, e non se ne pentirono mai, di non andare.
Questo fatto dimostra
ancora una volta quale era la loro ponderatezza prima di muovere un nuovo
passo.
Nel febbraio 1832 Giorgio Müller aveva letto la biografia di A. H. Francke,
fondatore dell’orfanotrofio di Halle. Quella vita e quell’opera furono senza
dubbio usate da Dio per fare di lui uno strumento atto ad un’opera simile.
Riassumiamo brevemente
le notizie relative.
Augusto H. Francke,
compatriota di G. Müller; verso il 1696, ad Halle in Prussia, intraprese
un’opera benefica per i fanciulli poveri, nella piena fiducia in Dio, che non
venne meno alla Sua fedeltà e lo aiutò sempre abbondantemente.
Il numero degli edifici
crebbe in breve spazio di tempo, sino a formare come una via, e in essi i
fanciulli orfani erano ospitati, nutriti, vestiti c istruiti.
Per trent’anni l’opera
proseguì sotto la sorveglianza di Francke, fino cioè al 1727, allorché piacque
a Dio di chiamarlo a Sé.
Dopo la sua morte, il
genero, animato da uguale spirito, ne assunse la direzione.
Più di duecento anni
sono trascorsi e quell’orfanotrofio esiste ancora e compie il suo nobile scopo.
Müller, cento anni dopo, comincerà lo stesso lavoro, molto simile a quello di
Francke, che certamente gli fu di modello. E quanto si somigliano le due opere,
veri monumenti eretti in testimonianza di Dio!
Müller,
poco avanti di morire, ospitava ogni anno nel suo orfanotrofio duemila orfani e
alla sua morte l’opera fu continuata, con pari amore, dal genero, come era
avvenuto per Francke.
Era il giugno 1833 quando egli, appena ventottenne, fece il primo passo verso
quell’opera che doveva poi continuare per tutta la sua vita.
Passava, verso le otto
della mattina, nelle vie della città, quando s’imbatté in alcuni poveri
ragazzi: gli bastò condurli con sé, dar loro un pezzo di pance continuare poi, insegnando
loro a leggere e facendoli ascoltare alcuni fatti della Bibbia accessibili alla
loro mente.
Più tardi il cerchio si
allargò, rendendo lo stesso servizio ad adulti e vecchi nella miseria.
Il numero in poco tempo
salì a trenta, poi a quaranta e a misura che il numero saliva, cresceva in
Giorgio Müller la fiducia in Dio, certo che Egli avrebbe
provveduto.
Aprì il suo cuore al fratello Craik; questi lo condusse a visitare un locale:
era ceduto in affitto per dieci scellini all’ anno e poteva contenere
centocinquanta fanciulli.
Un vecchio fratello
assunse l’incarico di far loro scuola.
Intanto il numero degli
ospiti bisognosi aumentava.
I vicini si lamentavano
per l’andirivieni continuo di gente che si soffermava sul luogo, così si rese
necessario cambiare sistema.
L’idea fondamentale e
lo scopo principale non furono abbandonati né perduti di vista; Dio aveva
deposto nel cuore di Müller un seme che doveva senza ritardo germogliare e
produrre l’opera che esiste tuttora: per gli orfani e per la conoscenza delle
Scritture.
Di quando in quando il suo cuore trovava incoraggiamento nel volgere lo sguardo
indietro, alle vie che Dio gli aveva fatto percorrere e fissava pure lo sguardo
in avanti, verso sentieri ancora sconosciuti.
Ricorda in questo
tempo, sul finire dell’anno 1833, che durante i quattro anni, da quando
cominciò a confidarsi pienamente in Dio per i bisogni temporali, mai aveva
sofferto la fame.
Nel primo anno le
offerte volontarie erano state di centotrenta sterline, nel secondo anno
centocinquantuno, nel terzo centonovantacinque a nel quarto duecentosessantasette;
e sempre erano state sufficienti e non aveva mai avuto bisogno di chiedere ad
alcun essere umano un solo penny. Non si era rivolto che al Signore, eppure
aveva ricevuto non solo il necessario, ma anche l’aumento occorrente di anno in
anno.
Che importava se poco o
nulla rimaneva in cassa? Le offerte volontarie gli pervenivano perfino da
remote regioni e da gente mai vista. E sempre i mezzi ricevuti corrispondevano
al bisogno più o meno grande, e giungevano nel momento opportuno.
Le lezioni di fiducia in Dio, imparate in quei primi quattro anni di lavoro, lo
avevano preparato ad altre attività più importanti, sempre sotto la guida dello
stesso Maestro.
Dio aveva condotto il Suo servo per un cammino sconosciuto, sul luogo dove
avrebbe svolto la sua opera più importante e duratura. Il grande Vasaio aveva
formato il vaso eletto, che doveva servire per testimoniare sempre la potenza
di Dio e non quella dell’uomo.
Nel febbraio 1834, Giorgio Müller fu condotto da Dio a gettare le basi di ciò che in
seguito si sviluppò come un grande divino provvedimento per il bene comune,
conosciuto sotto il nome di Istituto per la conoscenza delle Scritture, per
l’Inghilterra e per l’estero. Anche questo fu il risultato di molta preghiera,
meditazione della Parola, esame del proprio cuore e paziente attesa per
conoscere la volontà di Dio.
Motivi di coscienza
persuasero i fratelli Müller e Craik a cominciare un’opera nuova piuttosto che
ad unirsi alle società già esistenti. Essi erano persuasi che le società per la
pubblicazione delle Sacre Scritture e per la fondazione di Scuole cristiane che
già esistevano, non fossero conformi alle Scritture; tali organizzazioni
lavoravano per la conversione del mondo,
mentre Müller e Craik
ritenevano che, secondo il Nuovo Testamento, l’età nella quale vivevano era
quella della formazione della Chiesa fuori dal mondo. Inoltre, le
società esistenti tenevano una falsa relazione col mondo, mentre avrebbero
dovuto agire separatamente da esso: chiunque, purché pagasse, poteva divenire
membro ed anche entrare a far parte della direzione con voto elettivo.
Vari mezzi venivano usati per “incassare denaro”; si cercavano “patroni”
ovunque, si contraevano debiti e si conducevano affari; tutto questo in
contrasto con la Scrittura.
Müller e Craik non vollero unirsi a
loro e agirono per proprio conto, fondandosi su principi conformi alla Parola,
certi di ricevere benedizione da Dio e risultati evidenti. Si proponevano che
l’Opera stessa risultasse una testimonianza verso Dio ed anche verso i
credenti, richiamando l’attenzione sul metodo riprovevole già praticato dagli
altri, ed incoraggiasse così i veri operai di Dio ad aderire ai principi e
metodi soli da Lui approvati.
Il 5 marzo, ad una pubblica adunanza, resero noto il loro desiderio,
accompagnato da una piena dichiarazione degli intenti e principi che possono
così riassumersi:
1. il dovere e privilegio
di ogni credente è di aiutare la causa e l’opera di Cristo;
2. non si deve ricercare
il patronato del mondo, né contarvi sopra e neppure incoraggiarlo;
3. non si devono ricercare
né accettare dai non credenti soccorsi, pecuniari o aiuti nel dirigere o
sbrigare le varie attività;
4. non si devono contrarre
debiti;
5. il successo non deve
essere misurato numericamente;
6. ogni compromesso, che
rechi danno alla testimonianza di Dio, deve essere evitato.
Gli obiettivi dell’istituzione furono del pari annunziati in
questi termini:
1. stabilire o sovvenire
scuole diurne, scuole domenicali e scuole per adulti, tenute da soli maestri
credenti e basate unicamente , su principi delle Scritture;
2. diffusione delle Sacre
Scritture, per intero o parti di esse, nella maggiore estensione possibile;
3. aiutare gli sforzi dei
missionari e assistere gli operai del Signore, che costruiscono su basi
bibliche e si rivolgono solo a Lui per sostegno.
Tale progetto, su tale scala e a quel tempo, rappresentava senza dubbio un atto
di fede, pienamente conforme al proposito di Dio, che nell’abbondanza di
povertà di mezzi, manifesta le ricchezze della Sua liberalità.
Piacque a Lui, da cui e
per cui sono tutte le cose, che l’opera cominciasse appunto quando i Suoi servi
erano poveri e deboli.
Nel Giornale di Müller
leggiamo questa nota: non ci rimane che uno scellino.
Perciò lo sviluppo di
questa opera, che raggiunse gigantesche proporzioni, provò sempre più che essa
era un virgulto piantato dalla Sua mano e che poteva compiersi, nella sua
storia, la promessa: Io, il Signore, guardo la Mia vigna, Io l’irrigherò ad
ogni momento: Io la guarderò giorno e notte acciocché niuno la saccheggi (Isaia 27:3).
Qualunque cosa si possa
pensare sul bisogno allora esistente di una tale organizzazione, o sugli scrupoli
che mossero i fondatori ad insistere anche nelle minime cose per una minuziosa
aderenza alla Scrittura, è però un fatto notevole che per più di mezzo secolo,
essa si è attenuta al suo programma iniziale.
Il suo sviluppo e la sua utilità hanno sorpassato i sogni più entusiastici dei
suoi fondatori; né i principi stabiliti all’inizio vennero abbandonati.
Dio ne fu il solo
patrono e la preghiera il solo mezzo d’appello: l’istituzione raggiunse vaste
proporzioni e l’universalità della sua opera è stata riconosciuta e benedetta.
Il 19 marzo la Signora Müller
diede alla luce un maschio, gioiosamente ricevuto dai genitori, che dopo aver
molto pregato gli posero nome Elia, il mio Dio è Geova, corrispondente
ad uno dei motti abituali di Giorgio Müller.
Fino a quel tempo le
famiglie Müller a Craik avevano dimorato sotto lo stesso tetto, ma
da quel momento stimarono opportuno avere alloggi separati.
Quando alla fine
dell’anno 1834 Müller rivolse lo sguardo, come era solito, agli anni
trascorsi, riconobbe con gratitudine la divina bontà che lo aveva aiutato così
efficacemente a fondare ed iniziare l’opera nei suoi vari rami.
Avendo solo il Signore
per luce e guida, era riuscito a porte la pietra fondamentale di ciò che egli
chiamava Il piccolo Istituto e questo in ottobre, dopo solo sette mesi
di esistenza, cominciava a dimostrarsi ben solido.
Alla scuola della
domenica intervenivano centoventi fanciulli dei due sessi; quattrocentottanta
Bibbie a quattrocentoventi Nuovi Testamenti erano stati messi in circolazione;
cinquantasette sterline spese in sovvenzioni di opere missionarie.
Durante quei sette mesi, il Signore aveva mandato, in risposta alla preghiera,
più di centosessantasette sterline in danaro e molta benedizione.
I fratelli e le sorelle
che si adoperavano ricevettero pure personalmente sovvenzioni dallo stesso
Donatore divino, in risposta al grido di bisogno e alla suppliche della fede.
Intanto si prospettava allo spirito e al cuore di Giorgio Müller un
nuovo scopo: provvedere in qualche modo un’assistenza duratura per i fanciulli
privi di genitori.
Un orfano, che giornalmente frequentava le scuole, trascorreva la notte in un
ricovero di mendicità per la sua estrema miseria; quel fatto fece molto
riflettere Giorgio Müller.
A sua insaputa Dio aveva
posto un seme nel suo cuore e stava irrigandolo e prendendone cura.
L’idea di una ben
definita opera per gli orfani aveva ormai gettato radici e germogliava; finora
non era che una pianticella, ma col tempo si sarebbe formata la spiga, nuova
semenza per un più ampio raccolto.
Frattanto anche la
chiesa cresceva in numero.
In quei due anni a
mezzo più di duecento credenti si erano aggiunti, formando un totale di
comunicanti di oltre duecentocinquanta.
Tutte le opere venivano
di pari passo curate.
Il punto a cui siamo ora pervenuti è di duplice interesse e importanza, punto
nello stesso tempo di arrivo e di partenza.
Giorgio Müller è
ora trentenne, l’età in cui il suo divino Maestro cominciò a manifestarsi al
mondo, spargendo la buona novella e facendo del bene.
L’umile discepolo di Cristo era parimenti passato per gli stadi preparatori,
conducenti alla sua piena missione verso la Chiesa e verso il mondo. Ora
comincia la sua completa attività nei vari rami e per oltre sessanta anni, darà
prova ed esempio di ciò che Dio può fare per mezzo di un uomo che si contenta
di essere solo il Suo strumento.
Nulla è più rimarchevole nella vita di Giorgio Müller fino al giorno della sua morte, quanto il fatto
che egli si rivolgeva a Dio e contava sudi Lui in modo da sentirsi nulla, e Dio
ogni cosa; in tutto cercava di prestarsi come strumento passivo sotto la
volontà e la guida della mano del grande Operatore.
I passi più salienti
nel procedimento con cui il divino Vasaio ha formato il Suo vaso si possono
così riassumere:
w
la sua conversione nel modo più inatteso;
w
il suo spirito missionario,
w
la rinunzia a se stesso, che come già abbiamo visto, più
di una volta lo fece distaccare da cose e persone;
w
la sua continua richiesta di consiglio a Dio per le grandi
e piccole cose;
w
il suo temperamento umile.
E ancora:
w
il suo metodo di predicare,
w
il suo emanciparsi da ogni dipendenza dall’uomo per aiuti
pecuniari,
w
l’amore e lo studio a fondo della Bibbia,
sistematicamente, rileggendola per intero, ritenendone gli insegnamenti che
traduceva in pratica.
Volle essere libero da ogni controllo umano e seppe rompere ogni legame che gli
impedisse di seguire la sola guida prescelta; Dio; sapeva approfittare di ogni
opportunità per condurre un’anima a Cristo.
Il Signore, mentre lo
liberava da obblighi civili, come il servizio militare, gli inviava quei
compagni d’opera, aiuti impagabili per aiutarlo ad avanzare.
Ebbe la certezza, alla
luce del Vangelo, che la venuta del Signore deve essere intesa non già
nella conversione del mondo, ma nel separare dal mondo una Chiesa di credenti,
la Sua Sposa che attende la venuta dello Sposo.
Tutta la sua vita fu
improntata nell’attesa di un messaggio divino da donare agli altri, nella
sottomissione alla Sua Parola, nella rinuncia di ogni bene temporale.
La preghiera in segreto
fu la forza della sua vita, il perno su cui si muoveva il suo ministero e che
da essa traeva forza e luce. Il suo cammino dal luogo di nascita, in Prussia, a
Londra, a Teignmouth, si conclude a Bristol dove manifesterà l’opera sua
meravigliosa verso la miseria, ma specialmente verso l’infanzia abbandonata.
Questo corso di severa disciplina e di preparazione a cui Müller fu
sottoposto per volere di Dio, in soli dieci anni, raggiunse lo scopo e non
possiamo che altamente meravigliarcene. Egli stesso riconosceva di non essere
che un umile vaso scelto dal Signore, e se tale convinzione da una parte lo
rendeva felice, dall’altra accresceva la sua umiltà, riconoscendosi inefficiente.
Non avrebbe voluto che gli occhi degli uomini si volgessero a riguardare lui,
servo indegno, in luogo di fissarsi sul Maestro,
giacché da Lui e per Lui sono tutte le cose (Ebrei 2:10).
Vi sono parecchi episodi importanti nella storia di Giorgio Müller
che possono passare facilmente inosservati, perché non così caratteristici da
far distinguere quella vita da altre vite, o da renderla una speciale lezione
per i credenti.
Nel 1835 si recò in Germania per aiutare il suocero Signor Groves, il quale era
ritornato dalle Indie orientali per cercare agenti missionari. Domandava il suo
aiuto, sapendo che Müller conosceva la
lingua del paese. Voleva render note le condizioni delle Indie ai fratelli di
Germania e invocare il loro aiuto in favore di milioni di uomini che morivano.
Quando Müller
andò all’ufficio degli stranieri per avere il passaporto, si accorse che aveva
dimenticato di rinnovare il suo certificato di residenza, sotto pena di
cinquanta sterline di ammenda o del carcere. Confessò all’impiegato di averlo
fatto per pura dimenticanza; mise la cosa nelle mani di Dio, che inclinò il
cuore dell’impiegato a condonargli la pena di legge.
Il soggiorno all’estero durò quasi due mesi, durante i quali visitò molte città
della Francia, Svizzera, Germania. A Halle, il Dr. Tholuch lo rivide con tanta
gioia e lo costrinse ad alloggiare in casa sua.
Müller
ebbe da lui notizie dei vecchi compagni di Università: alcuni si erano
convertiti al Signore, altri si erano fortificati nella fede.
Visitò pure
l’orfanotrofio di Francke; passò una serata nella camera stessa, dove l’opera
divina di grazia era cominciata nel suo cuore.
Soggiornò anche nella
casa paterna, ma non si azzardò a parlare direttamente al padre e al
fratello delle cose del Signore per non eccitarne, come altre volte, la loro
ribellione. Poté farlo invece indirettamente una sera, quando un amico di casa,
non convertito, venne a trovarlo.
La verità di Dio fu
così esposta semplicemente a tutti e tre i presenti. Ma Giorgio Müller
voleva che, non le parole, ma gli atti della sua vita, la sua pace in Dio,
l’amore verso tutte le creature testimoniassero della sua fede; pensava che
questo valesse molto di più agli occhi loro, poiché il nostro camminare vale
più del nostro parlare.
Difatti, quella tacita testimonianza raggiunse l’effetto e Giorgio Müller lo seppe quando, al momento di ripartire per
Londra, il padre gli disse: “Figlio mio, voglia Dio aiutarmi a seguire il tuo
esempio, e ad agire secondo che tu mi hai parlato”.
Il 22 giugno 1835, il Signor Groves, suocero di Müller, morì mentre ambedue
i suoi bambini erano ammalati gravemente; e quattro giorni dopo il piccolo Elia
andò col Signore.
Entrambi i genitori,
singolarmente preparati a quelle due perdite, furono divinamente sostenuti. Non
avevano avuto libertà di pregare per la guarigione del bambino, per quanto
fosse loro caro; nonno e nipotino furono messi quasi nello stesso tempo nella
fossa.
I coniugi Müller
non ebbero più figli: rimase loro soltanto Lidia.
Verso la metà di luglio, Müller fu reso inabile al lavoro per debolezza di petto:
occorse riposo e cambiamento d’aria. Ma il Signore provvide. Alcune buone
persone offrirono ai coniugi ospitalità nell’isola di Wight, mentre altri
inviavano denaro, con l’indicazione: “per un cambiamento d’aria”.
Compiva trent’anni, quando, per fede, con spirito di preghiera, si ristabilì.
Fu proprio in quei
giorni che, leggendo la vita di Giovanni Newton, si sentì spinto a rendere
una simile testimonianza alle vie di Dio, verso lui stesso.
Nessuna cosa nella vita
può dirsi trascurabile, poiché può condurre a risultati importanti.
Per la seconda volta la lettura di un libro diede luogo a meditazioni che
condussero ad un nuovo punto di partenza.
La vita di Franke aveva
spinto il suo cuore a cominciare un’opera per gli orfani; la vita di Newton gli
suggerì di scrivere la storia delle Vie del Signore verso di lui.
Le pagine di questo suo
diario sembrano nuove pagine degli Atti apostolici; sono universalmente lette e
usate da Dio in benedizione a molti credenti.
T
L’ultimo passo decisivo nella vita di Müller in servizio di Dio fu la “fondazione
dell’Orfanotrofio”; passo così importante che anche i minimi particolari hanno un
significato e un fascino strano.
Il 20 novembre del 1833, trovandosi per il The in casa di una sorella, vide di
nuovo una copia del libro: “La vita di
Franke”.
Da tanto tempo pensava
di fondare un’opera di tal genere, sia pure di minore importanza. L’impressione
ricevuta nel 1826 si era mutata in convinzione, e la convinzione in
risoluzione, la quale ora diventò azione.
Fu incoraggiato a quel
passo, confidando solamente in Dio peri mezzi necessari. In risposta a
preghiere ricevette dieci sterline, più di quanto aveva domandato per un’altra
necessità, come se Dio volesse dargli un segno di approvazione e fosse disposto
a provvedergliene i mezzi.
Così si accinse a
quella nuova forma di servizio, il cui sviluppo non era da lui previsto. Per
mezzo della preghiera, cercava di togliere via ogni pensiero egoistico, ogni
mondana ambizione o ricerca di plauso, come l’agricoltore che elimina dal puro
grano la pula.
Parlava
spesso con Craik intorno ai suoi piani, persuaso che un fratello spirituale può
esser d’aiuto a vedere più chiaramente; il suo onesto scopo era di fare opera
grata a Dio, perciò accoglieva volentieri ogni nuova luce che gli rivelasse
meglio il suo io e gli impedisse di commettere uno sbaglio.
Non
mancò l’incoraggiamento, così che il 2 dicembre 1835 venne compiuto il primo passo impegnativo. Fu
inviato a tutti i fratelli un biglietto stampato con l’invito di intervenire ad
una prossima adunanza pubblica, in cui sarebbe stata trattata la proposta di
aprire una casa di ricovero per orfani.
Tre
giorni dopo, leggendo la Bibbia, fu colpito dalle parole del Salmo 81:10: «Apri
la tua bocca ed Io la riempirò».
Sentì
che doveva chiedere con fiducia.
Di
che cosa necessitava per iniziare l’opera?
Di un fabbricato, mille sterline e aiutanti capaci di prendersi cura dei
fanciulli.
Ed
ecco due giorni dopo giungere il primo dono in denaro: uno scellino, e dopo
ancora due giorni un guardaroba ben capace.
Per
quanto il suo spirito fosse stato abbattuto nel timore di fare un passo falso,
dopo quei due pur piccoli doni ebbe la certezza che il Signore voleva
quell’opera e si sentì come portato sulle braccia eterne.
Venne
il 9 dicembre, giorno dell’adunanza.
Parlò
con prudenza, evitò la parte sentimentale e non fece menzione di collette.
Al
termine dell’adunanza un fratello donò dieci scellini e una sorella si offrì
per il servizio.
Sempre, di fronte a decisioni importanti, Müller sentì il dovere di esporre i suoi propositi e il suo modo di agire.
Così, per il progetto dell’Orfanotrofio rese presenti le tre ragioni che ne
giustificavano la fondazione:
1. la glorificazione di Dio per un’opera che doveva
ricevere da Lui i mezzi e che avrebbe dimostrato come non si ripone invano la
fiducia in Lui;
2. procacciare il bene spirituale ai fanciulli orfani;
3. assicurare loro anche un benessere materiale.
Spesso aveva constatato come, anche in chi si dice credente, la fede sia
debole: una prova tangibile che Dio è fedele alle promesse per coloro che
ripongono in Lui la sua fiducia, avrebbe servito a rafforzarla.
Quest’opera,
pur essendo un ramo dell’istituto per la conoscenza delle Sacre Scritture, non
poteva appropriarsi di fondi destinati ad altro scopo e doveva svilupparsi come
il Signore avrebbe provveduto.
All’inizio
l’Orfanotrofio doveva accogliere soltanto i fanciulli privi di entrambi i
genitori e in età dai sette ai dodici anni, educando i ragazzi ad un mestiere e
le ragazze al servizio casalingo.
Sul
Giornale di G. Müller si possono
leggere i passi che segnano il progresso dell’opera, le difficoltà incontrate
ed il modo in cui furono superate per l’aiuto divino.
Mancavano soprattutto le persone di servizio e i collaboratori.
La
scelta non era facile: potevano essere, invece di un aiuto, un inciampo
all’opera, se fossero stati increduli e senza cuore.
Bellissimo
l’esempio dato da un fratello e da una sorella. Lo spirito che li spinse appare
chiaramente dalla loro lettera:
“...noi ci offriamo per il servizio dell’Orfanotrofio,
se ci credete adatti per esso, e poniamo a vostra disposizione tutta la mobilia
che possediamo per uso del medesimo; noi non chiediamo alcun salario fisso,
poiché se è la volontà del Signore che serviamo in codesta opera Egli stesso
supplirà ai nostri bisogni”.
Altre offerte consimili
seguirono, così che non vi fu mai mancanza di assistenti competenti,
volenterosi e devoti, sebbene l’opera si sviluppasse rapidamente.
Fra i primi donatori troviamo una modesta cucitrice che portò la sorprendente
somma di cento sterline. Quell’offerta, singolarmente disinteressata e
generosa, aveva un significato profondo nella scelta di una povera operaia come
Suo strumento per porre le fondamenta di quella grande opera. Colui che compie
tutte le cose secondo il consiglio della Sua volontà, lasciando da parte i
ricchi, i nobili, i potenti, scelse di nuovo un essere povero, debole e di
umile condizione, perché nessuno si gloriasse alla Sua presenza.
Intanto occorreva una casa.
Fu presa in affitto per
un anno quella dove Müller aveva abitato fino al 25 marzo. L’apertura per il
ricovero delle orfane fu stabilita per il 21 aprile; si iniziò dalle femmine
come le più esposte al male.
Il 18 maggio fu
annunziato che fra breve sarebbe stata aperta una seconda casa per orfani di
ambo i sessi.
Ritorniamo un passo
indietro, al 3 febbraio dello stesso anno.
Giorgio Müller
aveva pregato per avere casa, assistenti, mobilia, denaro e mai aveva chiesto
al Signore di mandargli orfanelli, tanto si sentiva certo che le domande
sarebbero piovute da ogni parte.
...invece, il giorno
annunziato per ricevere le domande, il 3 febbraio, neppure una domanda fu
presentata. Tutto era pronto, eccetto gli orfani.
Questo fatto lo indusse ad umiliarsi profondamente davanti a Dio.
Tutta la serata di quel
giorno la passò in ginocchio scrutando il suo cuore, per scoprirvi i motivi che
lo avevano mosso e pregando Dio di illuminarlo, facendogli conoscere la Sua
volontà. Si senti così umile, che dal fondo del cuore poteva dire che se ciò
doveva servire alla gloria di Dio, era pronto a rallegrarsi anche se tutto il
progetto si riducesse a nulla.
Il giorno seguente
giunse la prima richiesta e il 18 maggio ventisei orfane si trovavano già nella
casa e altre si accettavano ogni giorno. Parecchie domande pervennero per
bambine al di sotto dei sette anni; si concluse che finché ci fossero posti
vacanti non si sarebbe tenuto conto del limite d’età fissato al principio. Ogni
nuovo passo era fatto con precauzione e preghiera, perché non fosse sotto
l’impulso del desiderio umano, ma per la potenza e sapienza di Dio.
La prima casa era da
poco aperta, per fanciulle orfane, quando il bisogno di una seconda casa si
fece sentire; fu trovato al numero 1 della stessa via un locale conveniente e
si trovò anche una signora adatta per la sorveglianza; così, circa sette mesi
dopo l’apertura della prima casa, fu pronta la seconda.
Alcune ragazze della
prima casa furono adibite al servizio della seconda, in parte per risparmiare
dei salari, ed anche per abituarle a lavorare per altri, conferendo una certa
dignità ad un servizio che talora è reputato degradante.
L’8 aprile 1837 vi
erano già in ciascuna casa trenta orfane.
Müller,
che aveva, prima di intraprendere l’opera, domandato a Dio mille sterline, nel
Giornale scrive che nella sua mente la cosa era “tanto reale come se fosse
compiuta”, così che più volte aveva rese grazie come se avesse già le mille
sterline in mano.
Quell’abitudine di contare su una promessa, come su cosa certa per chi chiede
con fede, influì su tutto il suo ministero.
Intanto il suo Giornale
o “cronaca” dei suoi atti stava per essere stampata, ma egli, perché tutto
fosse in onore di Dio e mai di se stesso, desiderava di possedere interamente
la somma necessaria senza fare appello ad alcuno. Si immerse nella preghiera e
per diciotto mesi e dieci giorni si rivolse a Lui e a Lui solo. Il 15 giugno la
somma era completata, senza aver sollecitato alcuna contribuzione.
Si rese necessaria una terza casa per circa quaranta orfani maschi di oltre
dieci anni. Varie difficoltà si opposero, ma al solito esse sparirono sotto
l’influenza della preghiera.
Frattanto l’opera riguardante l’Istituto
per la conoscenza delle Scritture aveva assai prosperato: quattro scuole
diurne erano fondate, con oltre un migliaio di allievi, e oltre quattromila
copie della Parola di Dio erano state distribuite.
Müller
volentieri si consigliava, ma agiva anche quando una convinzione si era formata
in lui.
Il suo senso morale
discerneva sempre più chiaramente il bene e il male. Questa coscienziosità
appare evidente per la pubblicazione della sua Cronaca. Con lo spirito di
preghiera con cui aveva cominciato, continuò a scrivere, tenendo sempre
presente lo scopo: quella Cronaca doveva dar gloria a Dio e non distogliere gli
occhi degli uomini dal grande Padrone, per dare invece onore al suo strumento.
Quando le prime cinquecento copie vennero stampate, era così incerto che
esitava a distribuirle. Ma nell’aprire la cassa con le copie inviate dalla tipografia,
ogni scrupolo scomparve e appena distribuita la prima copia comprese che aveva
fatto bene e doveva continuare a scrivere, stampare e distribuire quei rapporti
annuali, adempiendo alla volontà di Dio.
Il divino suggello fu
così ampio e chiaro per la copiosa benedizione che portò a molti, lontani e
vicini, che nessun dubbio rimase sul vantaggio morale di quella pubblicazione.
Ci si può piuttosto chiedere se alcun altro giornale di tal genere sia stato
così largamente letto e utile per convertire e per risvegliare.
Nel 1837 Giorgio Müller
era al suo trentacinquesimo anno di vita; il lavoro da sostenere era
grandissimo: soltanto il numero dei comunicanti era salito a quattrocento. Era
convinto che il servizio, per essere sempre più efficace, aveva bisogno di due
cose indispensabili:
1. maggior tempo per una
segreta comunione con Dio, da cui trarre la forza;
2. una maggior
collaborazione per la cura e l’assistenza ai membri della comunità religiosa.
Fermiamoci a considerare la prima.
E’ questa una certezza
che interessa ogni credente.
L’attività continua,
anche nella sfera più sacra, non deve assorbire troppo lo spirito così da
trascurare la lettura e la meditazione della Parola e la comunione in
preghiera. Come è opportuno il richiamo del Signore ad Elia: Va’ e
nasconditi! e quindi: Va’ e mostrati!
Giorgio
Müller era solito di dire ai fratelli troppo indaffarati, che quattro ore di
lavoro, dopo un’ora di intima preparazione in preghiera, valgono per cinque di
lavoro senza preghiera Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità,
ogni qual volta un impegno segue un altro senza lasciare tempo a un ristoro
spirituale e ad una ripresa di forze in isolamento con Dio.
Nessun uomo,
probabilmente, dopo Giovanni Wesley ha tanto operato in una lunga carriera,
quanto Müller; e pochi hanno così spesso dimorato in preghiera.
Sotto un certo punto di vista la sua vita
appare più occupata in suppliche e intercessioni, che in azioni e occupazioni
fra gli uomini.
Inoltre, Müller era convinto che la cura delle
anime non deve essere trascurata per l’occupazione assorbente del lavoro e
della preghiera.
Tanto i credenti, quanto coloro che domandano
chiarimenti hanno bisogno di aiuto e risposta, ma né lui stesso, né il fratello
Craik avevano tempo sufficiente perle visite.
Circa quindici nuovi membri si aggiungevano
ogni anno e questi in modo speciale richiedevano insegnamento a cura.
Le due congregazioni erano separate, così
le adunanze nella settimana venivano a risultare in numero doppio, come le
visite alle persone vicine e lontane, la corrispondenza e altre pratiche
necessarie; i due pastori non bastavano più ai bisogni delle due chiese. Fu
richiesta l’opera di altri collaboratori e deciso che le due congregazioni
fossero riunite in una sola.
Sempre in quell’ottobre 1837 fu presa in affitto una casa per un’altra sezione
di orfanotrofio maschile; i vicini si opposero e G. Müller, mettendo in pratica
le parole del Vangelo, per quanto sta in voi vivete in pace con tutti gli
uomini (1 Tessalonicesi 3:13), sciolse il contratto, ma ne fu ricompensato
l’offerta di un’altra casa nella stessa strada delle due prime.
La strana infermità alla testa che aveva tormentato altre volte Giorgio Müller,
riapparve. Per otto settimane non poté predicare; sembrò perfino che il male
minacciasse la sua ragione e fu obbligato ad un riposo completo.
Nel novembre andò a Bath e a Weston,
lasciando nelle mani di Dio l’opera per cui egli era incapace in quel momento.
Nel suo Giornale narra che, durante quell’infermità del capo, la preghiera e la
lettura della Bibbia erano da lui meglio tollerate di ogni altra occupazione e
concluse che è più giusto sacrificare il corpo, che trascurare il bene
dell’anima.
Può sembrare che si spingesse verso il
fanatismo, ma questo principio divenne sempre più la regola della sua vita.
Cercava di liberarsi da ogni ansietà e sollecitudine, ritenendo dannoso
ricorrere per un nonnulla al medico o allo specialista. Non era mai in pensiero
per la sua salute fisica.
Un esempio per tutti quei credenti, talmente
preoccupati di se stessi, da curare soltanto il proprio benessere, pensando di
allungarsi la vita.
Iniziava l’anno 1838 e la debolezza e la sofferenza al capo continuavano. Era
anche sopravvenuta una tendenza alla irritabilità d’animo. Sentiva allora di
essere un figliolo d’ira come tanti altri e che, quale figlio di Dio, avrebbe
potuto resistere alle insidie dell’avversario solo rivestendo l’intera armatura
di Dio. La bandiera di Dio è là, dove il cristiano trova da rifugiarsi e la Sua
armatura è come una maglia d’acciaio. La Grazia non rimuove sempre le tendenze
al male, ma se non sono sradicate, possono essere paralizzate dalla
meravigliosa azione dello Spirito. Anche Pietro poté camminare sull’acqua
finché tenne lo sguardo fisso sul Signore.
Nel cammino della fede vi è sempre, più o
meno, la tendenza ad “affondare”, ma Dio lo impedisce se ci teniamo vicini a
Lui e perseveriamo nel guardare a Gesù, Capo e Compitor di fede (Ebrei
12:2); in questa attitudine l’anima si tiene stretta a Lui.
L’uomo di Dio sentì il pericolo e per
quanto penosa gli fosse quella prova, pregò non tanto per esserne liberato,
quanto per non essere esposto a recare disonore al nome del Signore,
supplicandoLo di prenderlo piuttosto con Sé, anziché permettere che Lo disonorasse.
Il Giornale di G. Müller non è solamente un ricordo dell’opera sua e
dell’espandersi di essa, ma un continuo specchio della sua vita interiore e
della sua elevazione spirituale.
È
un incoraggiamento per i credenti vedere che per lui, come per tutti, quella elevazione avveniva nonostante i
numerosi e gravi ostacoli, sui quali solo la Grazia può trionfare.
A
lato dei periodi di abituale e cosciente gioia in Dio, troviamo segni e periodi
di tiepidezza e scoraggiamento. Una Santa lezione di vita cristiana era il proposito
deliberato e mantenuto di coltivare l’obbedienza e la gratitudine; con
la prima cresceva in conoscenza e in forza, con la seconda, in riconoscenza e
amore. Debolezza e freddezza non sono condizioni disperate: trovano in Dio il
loro efficiente rimedio, per cui l’intero essere si rinvigorisce e si riscalda.
Tre argomenti nel suo Giornale sono tipici e ci offrono, presi così globalmente,
una lezione da non dimenticare.
1. Quando la mattina della domenica vedeva passare
davanti alla sua finestra le orfane vestite con abiti puliti e caldi, il suo
cuore si elevava con riconoscenza a Dio, che si era servito di lui come
strumento per provvedere ricovero, istruzione, benessere a quelle creature;
2. il secondo argomento esprime la sua decisione di non
più contravvenire alle leggi del paese, mettendo le lettere dentro i pacchi
postali, come spesso faceva;
3. il terzo rivela la lotta di quest’uomo contro le
naturali tendenze verso il male. “Questa
mattina”, scrive: “ho disonorato il
Signore irritandomi verso la mia cara moglie e questo quasi subito dopo aver
ringraziato in ginocchio il Signore per avermi dato una tale compagna”.
Queste tre esperienze sono tipiche: non lasciar passare alcun beneficio senza
sentir gratitudine a Dio e renderne grazie; non esitare ad abbandonare una
pratica di dubbia onestà; non scusare né diminuire un fallo, sia pure di poca
importanza, senza riconoscerlo, studiandosi di non ricadervi.
G.
Müller coltivò abitudini di vita che
rendevano la sua natura sempre più aperta alle divine impressioni; così il suo
senso di Dio divenne sempre più acuto e
costante. Un importante risultato di questa cultura spirituale fu
un crescente assorbimento in Dio e una maggiore gelosia per la Sua gloria. Più Müller vedeva chiaramente le cose di Dio e ne sentiva la
suprema importanza, maggiore si faceva in lui il bisogno di esaltarle davanti
agli uomini.
Non
possiamo rendere Dio più glorioso di quello che è, poiché Egli lo è in modo
supremo; ma possiamo aiutare gli uomini a riconoscere quale essere glorioso
Egli sia e associarci così allo Spirito Santo, che ci rivela Cristo nella Sua
pienezza. Müller si era appunto
proposto di contribuire all’opera dello Spirito; in una pagina del suo
Giornale, rievocando l’anno 1837, con tutti i suoi pesi e le crescenti
responsabilità, umilmente innalza il suo cuore al suo Signore e Maestro,
dicendo: «Signore, il tuo servitore è un pover’uomo, ma egli si è confidato
in Te; in Te si è gloriato davanti ai figlioli degli uomini; fa’ perciò che
egli non via confuso! Fa’ che non possa essere detto: “Tutto questo è puro
entusiasmo e perciò è ridotto a nulla”».
Queste parole fanno pensare
a Mosé, intercedente per Israele; a Elia, nella sua gelosia per
il Signore degli eserciti; alla preghiera di Geremia, che ci meraviglia per la
sua arditezza: «Per amore del Tuo Nome, non disdegnare; non mettere in
vituperio il trono della Tua gloria»
(Geremia 14:21).
Alla fine del 1837, G. Müller fa un
bilancio dell’opera svolta: tre case per orfani con ottantun fanciulli e nove
assistenti per prenderne cura; trecentoventi alunni alla scuola domenicale;
trecentocinquanta alle scuole diurne. Il Signore aveva fornito oltre
trecentosette sterline per i bisogni temporali.
Fra lui e il fratello
Craik era esistita completa armonia: sempre perfettamente d’accordo nelle loro
vedute sulla verità, nella testimonianza ad essa e nel loro giudizio riguardo
ai credenti sui quali Dio li aveva messi a vegliare.
La chiesa era stata
difesa da eresie e da scismi sotto la loro cura pastorale: e tutte queste
grazie e benedizioni ambedue le attribuivano umilmente alla misericordia e
grazia di Dio. Fino a questo punto centosettanta persone erano state convertite
e ammesse in comunione, facendo salire il numero totale dei comunicanti a
trecentosettanta, divisi quasi ugualmente fra le due cappelle di Betesda e
Gedeone.
T
Al principio dell’anno
1838, G. Müller cominciò a leggere una terza biografia, dopo
quelle di Francke e di John Newton, quella cioè di Giorgio Whitefield. La vita
dell’amico degli orfani aveva dato il primo impulso alla sua opera; quella del
bestemmiatore convertito gli aveva suggerito la Cronaca delle vie di Dio
verso se stesso; ed ora la storia del grande evangelista era adoperata da
Dio per dare nuova forma al suo carattere e nuova energia alla sua predicazione
e maggior estensione al suo ministero. Le tre biografie insieme influirono
sulla vita sua interiore ed esteriore, più che alcun altro libro, dopo la
Bibbia.
Il cuore e la mente di
G. Müller furono specialmente impressionati da una cosa che
rilevò nella storia di Whitefield: che il suo splendido successo nell’opera
evangelistica doveva essere attribuito direttamente alla sua eccezionale
abitudine di molto pregare e di pregare in ginocchio. Quel grande
evangelista del secolo diciottesimo aveva imparata la prima lezione: la sua
nullità e debolezza, e che nulla poteva far senza Dio, nemmeno comprendere la
Parola, né tradurla nella sua vita e ancor meno farla agire su altri con
potenza, se lo Spirito Santo non fosse per lui intelligenza e potenza. Da ciò
dipese il suo successo: era saturo dello Spirito. Ci spiega non solo la
qualità, ma anche la quantità della sua opera.
Aveva cominciato la predicazione nel 1730; per ben trentaquattro anni proseguì
il lavoro senza interruzione né riposo. Durante un giro in America predicò
centosettantacinque volte in settantacinque giorni, viaggiando sui lenti
veicoli di allora, per circa ottocento miglia. Allorché la salute gli si
indebolì, si limitò ad un sermone ogni giorno feriale e tre la domenica. Vi era
nella sua predicazione un incanto indefinibile: poteva tenere trentamila
uditori quasi senza respiro; a Boston faceva versare lacrime agli anneriti
minatori di Kingswood.
La grande passione di Müller era di conoscere pienamente il segreto di vincere
con Dio e con gli uomini. La vita di Whitefield gli fece comprendere che Dio
solo poteva creare in lui quel santo zelo che guadagna le anime e fargli
sentire per i perduti quella passione consumante che qualifica l’opera divina
della loro salvezza.
Allora notiamolo con cura perché è il segreto della sua vita di servizio;
cominciò anche lui a pregare e a leggere la parola di Dio in ginocchio, e
spesso sentiva per ore intere grande benedizione meditando un solo Salmo o un
capitolo.
Ed ora domandiamoci: qual è il vantaggio di leggere e meditare le Scritture
nell’attitudine della preghiera?
Prima di tutto: questo
ci fa riconoscere il bisogno dell’intervento dello Spinto Santo per poter
comprendere.
In secondo luogo:
l’atteggiamento di adorazione porta naturalmente a una profondità di spirito e
sobrietà di mente, escludendo ogni frivolezza.
Inoltre, tale abitudine
conduce ad un esame di noi stessi, paragonando la nostra vita con l’esempio e
il modello che la Parola ci presenta.
Quindi la preghiera
sarà come quella del Salmista: «Investigami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami
e conosci i miei pensieri, e guidami per la via del mondo» (Salmo 139:23,24).
Le parole lette con tanta riverenza, si tradurranno nella vita e ne
modelleranno il carattere secondo la divina immagine.
«E noi tutti
contemplando a faccia scoperta come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati alla stessa immagine, come per lo Spirito del Signore» (2 Corinzi 3:18).
Ma il maggior vantaggio
sarà forse che le Sante Scritture ci suggeriranno le parole convenienti, il
linguaggio stesso della preghiera.
«Noi non sappiamo
ciò che dobbiamo pregare, come si conviene,
ma lo Spirito interviene con sospiri ineffabili» (Romani 8:26).
A questa nostra
insufficienza nel pregare, lo Spirito supplisce intervenendo col Suo proprio
linguaggio.
Noi trasformiamo
precetti e promesse, avvertimenti e consigli in suppliche, con la fiducia che
non domandiamo in modo contrario alla Sua volontà, poiché volgiamo in preghiera
la Sua parola stessa.
Giorgio Müller,
meditando sopra le parole: Gesù Cristo è lo stesso ieri oggi e in eterno (Ebrei 13:8) e applicandole alla preghiera,
supplicava Dio con la fiducia che la sua preghiera sarebbe stata esaudita e,
come Gesù aveva già, nel Suo amore e nella Sua potenza, dato tutto il
necessario, avrebbe pure continuato a provvedere. In tal modo una promessa non
era solamente volta in preghiera, ma in profezia ed una corrente di gioia
penetrava e riempiva l’anima sua.
L’abitudine di pregare
in ginocchio, con la Parola aperta davanti agli occhi, ha un vantaggio che non è facile spiegare a parole, ma
si può dire che provvede un sacro mezzo per avvicinare l’anima a Dio. La Scrittura
ispirata è il veicolo
usato dallo Spirito nel comunicarci la conoscenza della volontà di Dio. Se immaginiamo
Dio da un lato e l’uomo dall’altro, la Parola di Dio è il mezzo di comunicazione fra Dio e l’uomo. Essa diviene
perciò la via per cui Dio si avvicina a noi, la via che Lo Spirito ha preparato
a tale scopo e ineffabilmente sacra per noi.
Quando il credente usa
la Parola di Dio come guida, per determinare tanto lo spirito quanto il
linguaggio della sua preghiera, inverte solo il processo di rivelazione. Come
potrebbe tale uso della Parola di Dio fallire allo scopo di aiutare e fortificare
la vita spirituale? Quale mezzo o via di avvicinamento potrebbe meglio fornire
all’anima che prega, lo stile e il linguaggio insegnato dallo Spirito Santo?
La prima cosa per il
credente non di pregare, ma di ascoltare; ascoltando ciò che Dio ci dice,
possiamo imparare come dobbiamo parlare a Lui.
Abitudini di vita, e
non sentimenti impulsivi e motivi transitori, fecero di quell’uomo di Dio ciò
che era e gli dettero forza nell’innalzare le mani invocando Dio, nel seguirLo
fedelmente e rallegrarsi in Lui. Anche la sua dolorosa afflizione, considerata
alla luce ditale preghiera, diveniva raggiante e l’anima sua era condotta a
dilettarsi nella volontà di Dio, tanto da fargli dire che non avrebbe voluta
rimossa la sua infermità, se non quando per essa Dio avesse operato in lui la
benedizione che intendeva produrre.
Le parole: Non sprezzare la correzione
del Signore (Proverbi 3:11) lo colpirono in modo straordinario. Sentiva
che, sebbene non si fosse ribellato al suo castigo, si era mostrato stanco della correzione del Signore; pregò
allora di poterla pazientemente sopportare in modo da non esserne stanco, fino
a che lo scopo non fosse raggiunto.
Frequenti sono gli esempi della sua abitudine nel tradurre le promesse in
preghiere, applicando su di sé la verità che gli rivelavano. Per esempio, dopo
una lunga meditazione sul versetto secondo del Salmo 65: «...o Tu che ascolti la preghiera...» subito chiedeva,
ripetendo certe precedenti richieste.
La sua abitudine di trascrivere tutto sul
suo Giornale, gli assicurò una forma pratica ed esatta per ricordare ciò che
domandava a Dio e la risposta ricevuta. Era un tesaurizzare le proprie
esperienze: incredulità rimproverata, insistenza incoraggiata.
In questo tempo otto richieste speciali sono ricordate nel Giornale, insieme
alla ferma convinzione che, avendo domandato in conformità alla parola e
volontà di Dio e nel Nome di Gesù, aveva fiducia che Egli udrebbe e
provvederebbe. Scriveva: “Credo che Egli
mi abbia ascoltato. Credo che, a suo tempo, Egli renderà manifesto che mi ha
udito; e ho scritto queste mie petizioni oggi, 14 gennaio 1838, affinché,
quando avrà risposto, Egli possa ricevere gloria al Suo Nome”.
Può sembrare, questo, un sentimento di
debolezza di fede, che cerca di nutrire la fiducia in Dio onde far crescere la
fede. Ma egli usava la promessa di un Dio che ode la preghiera, come un bastone
per sostenere la sua conscia debolezza.
Una volta, leggendo la Parola in ginocchio, fu colpito dalla espressione: padre
degli orfani (Salmo 68:5). Vide in essa uno di quei “nomi” di Geova che
Egli rivela al Suo popolo per indurlo a confidarsi in Lui. Quelle quattro
parole del Salmo 68 divennero un altro testo della sua vita, una delle pietre
fondamentali di tutta la sua opera per gli orfani. Ecco le sue parole: “Con l’aiuto di Dio questo sarà il mio
argomento davanti a Lui, riguardo agli orfani, nell’ora del bisogno Egli è il
loro Padre e perciò si è assunto il compito di provvedere loro il necessario.
Io non devo fare altro che porre davanti a Lui il bisogno di quei fanciulli per
riceverne l’aiuto necessario”.
Per far fronte a tante fatiche non ci
voleva meno di tale fede in Dio.
In risposta a ripetute osservazioni di
visitatori, che non comprendevano il segreto della sua pace, né come egli
potesse vestire e nutrire tanti fanciulli, portando un così opprimente carico
di cure, non aveva che una parola: “Per
la grazia di Dio questo non è causa di ansietà per me. Da parecchi anni ho
affidato questi fanciulli alla cura di Dio. L’intera opera è Sua ed a me spetta
di attendere senza ansietà. Per qualunque cosa mi trovi mancante posso gettare
il carico sopra di Lui, il Padre mio e degli orfani”.
In decine di migliaia di casi
questo titolo speciale di Dio divenne per Giorgio Müller una particolare
rivelazione di Lui, rispondente al bisogno. Qualche volta si sentiva privo di
zelo nella preghiera e di fervore spirituale; pur riconoscendo che sono doni di
Dio, scrive: “Devo confessarmi colpevole
se li ho perduti”.
Dio dona, ma l’uomo è libero di respingere
odi ricevere.
Così la vita di Müller è piena
di ammonimenti e di incoraggiamenti per chi gli era vicino.
In una lettera, scritta mentre era lontano
da Bristol, non manca di insistere sulla misericordia di Dio verso di lui: il
calice dell’amarezza per la grande sofferenza fisica era però abbondante di
dolcezza; la preghiera in segreto gli era di sollievo al capo dolorante.
Dopo due settimane di ritiro da ogni
servizio pubblico, per quanto fosse meno
sofferente, non poteva lavorare più di tre ore al giorno.
Solo in maggio prese di
nuovo parte al pubblico servizio a Bristol. Il capo era ancora debole, ma non
era in lui nemmeno il più piccolo accenno a perdita di memoria.
Il 13 giugno 1838 la
signora Müller diede alla luce un bambino morto
Fu un’altra delusione
per i genitori e la vita della madre per due settimane fu in pericolo. Ma una
volta ancora la preghiera vinse per lei e i suoi giorni furono prolungati.
Un mese più tardi un’altra prova.
L’anno precedente, alla
stessa epoca, vi erano settecento ottanta sterline in cassa; ora quella somma
era ridotta a venti sterline.
Solo tre persone: Müller,
sua moglie, e un fratello della casa maschile degli orfani, conoscevano il
misero stato finanziario.
Ricorsero alla
preghiera assidua, fiduciosa.
In seguito, Müller testimonia
che la sua fede fu mantenuta forte, più ancora di quando una somma maggiore era
stata disponibile.
...e quella fede non
era effetto di immaginazione: sebbene le contribuzioni fossero divenute rare e
in pochi giorni si richiedessero trenta sterline, pure veniva disposto per
l’ammissione immediata di sette fanciulli nuovi e si era pronti a riceverne
altri cinque.
L’ora della prova era giunta e pareva voler durare.
Due mesi dopo le
entrate erano ancora così scarse che il Signore era costretto a provvedere
giorno per giorno o quasi ora per ora in risposta alla preghiera.
Il Signore pareva dire:
L’ora mia non è ancora venuta (Giovanni 2:4).
Molte sterline
sarebbero entro breve richieste e non si poteva contare che su qualche penny!
Un giorno arrivarono
più di quattro sterline e Müller pensò: “Perché non metterle da parte per il futuro
bisogno”? Ma immediatamente gli venne in mente: Basta ad ogni giorno il suo
male (Matteo 6:34). Senza esitare fece assegnamento su Dio e pagò per
intero la somma dei salari dovuti, rimanendo per sé senza un soldo.
In quel tempo il
fratello Craik tenne un sermone su Abramo (Genesi 12) mettendo in rilievo due
grandi verità: fino a che Abramo camminò
nelle vie del Signore raccolse benedizione; quando se ne distaccò un errore
seguì ad un altro errore.
Müller era presente ed ascoltò e ne trasse le conclusioni per se stesso.
Sembrò che il Signore
volesse subito metterlo alla prova.
L’opera degli orfani
era in ristrettezze finanziarie; duecentotrenta sterline giacevano in Banca, ma
erano state affidate a lui per altri scopi.
Poteva servirsi di quel
denaro almeno per il momento; conosceva bene i donatori e bastava che avesse
accennato all’ora critica che attraversava per gli orfani, che essi avrebbero
acconsentito al prelevamento della somma.
Ma G. Müller
pensò che sarebbe stato trovare una via d’uscita dalla difficoltà, invece di
confidare nell’aiuto del Signore ed ebbe timore che ad un primo errore ne
potessero seguire altri, prendendo l’abitudine di confidare in simili
espedienti e impedire il progresso della fede.
Intercedere presso Dio,
fu
questa la sua arma.
Qual era il suo modo di
intercedere?
Usava argomenti nella
sua preghiera.
In questa circostanza
accumulò undici ragioni da porre davanti a Dio per ottenere aiuto e l’aiuto
sarebbe giunto.
“La preghiera con un
santo argomento”.
Molti cristiani possono
ritenere questo un modo puerile.
Quanti esempi ci
vengono invece dalla Scrittura!
Abramo che intercede
per Sodoma;
Mosé, in favore del
popolo;
Elia, sul monte
Carmelo.
...e poi: Noé, Giobbe,
Samuele, Davide, Daniele, Geremia e infine: Paolo e Giacomo... tutti usarono lo
stesso metodo per il bene del popolo di Dio e perché Egli ne fosse glorificato.
Potremmo replicare che
Dio non ha bisogno né di essere convinto, né di argomenti che dimostrino il
nostro diritto al Suo intervento, eppure Egli desidera che gli domandiamo,
ragionando con Lui come col Padre.
Rileggiamo in Matteo 15:26-28, e osserviamo come la donna di Canaan col suo
spirito di opportunità volse “l’obiezione” in “ragione”.
Il Signore aveva detto:
«Non è lecito prendere il pane dei
fanciulli c gettarlo ai cani».
Essa rispose: «Ben dici, Signore, poiché anche i cani
mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Quale trionfo dell’argomento!
...e il Maestro: «O donna, grande è la tua fede! Sia fatto
come vuoi».
...e ancora: quando il centurione chiese a Gesù di guarire il vecchio servitore
ammalato, il divino Maestro gli disse: «Io
verrò e lo sanerò».
Ma quale potenza di
fede rivela quel centurione, abituato con un solo cenno a farsi obbedire dai
suoi soldati, quando risponde: «Di’ una
parola e mio figlio sarà guarito». «Non
ho trovato una così gran fede neanche in Israele», riconobbe Gesù.
Abbiamo diritto di
argomentare nelle nostre richieste, non
per convincere il Signore, ma per convincere noi stessi.
Gli proveremo che con
la Sua parola si è impegnato a interporsi, quindici ha dato pieno diritto di
domandare e aspettare che Egli risponda, poiché non può rinnegare se stesso.
Vi sono due bei passi dello Spirito Santo in cui il nostro diritto di
presentare i nostri argomenti a Dio, è chiaramente esposto al lettore che riflette.
In Michea 7:20
leggiamo: «Tu ti atterrai a Giacobbe per la verità, e ad Abramo per la
benignità, la quale lo giurasti ai nostri padri già anticamente».
Notate il progresso del pensiero.
Ciò che era
misericordia per Abramo, era verità per Giacobbe.
Dio non aveva l’obbligo
di estendere le benedizioni del patto con Abramo, ma Giacobbe, essendosi impegnato
volontariamente, poteva considerare verità ciò che era stato pura misericordia per Abramo.
Così in 1 Giovanni 1:9: «Se confessiamo i nostri
peccati Egli è fedele e giusto per rimetterci i peccati e purgarci da ogni
iniquità».
Chiaramente il perdono
e la purificazione non sono per loro stessi questioni di fedeltà e di
giustizia, bensì di misericordia e di grazia. Da ciò, la santa libertà con cui
siamo esortati a presentare le nostre richieste al trono della grazia. Dio è debitore alla Sua fedeltà di fare
quello che ha promesso e alla Sua giustizia di non esigere dal peccatore la
pena, che è già stata subita dal Suo Figliolo.
Nessun uomo del suo tempo è stato forse più abituato ad intercedere presso Dio
per mezzo di santi argomenti, come colui le cui memorie stiamo riassumendo.
Egli era uno di quei pochi eletti ai quali fu concesso di far rivivere la
perduta arte di lottare con Dio per intercessione. Müller,
come intercessore era instancabile; nessun ritardo lo scoraggiava. Questo
accadeva soprattutto per individui per la cui conversione pregava.
Nell’anno precedente alla morte, Müller
disse al Dottor Pierson che vi erano due individui per cui egli, dopo
sessant’anni di preghiera, non sapeva se ancora si fossero riconciliati con
Dio, ma con speciale espressione aveva aggiunto: “Io non dubito che li incontrerò entrambi in cielo, perché sono convinto
che il mio celeste Padre non mi avrebbe indotto a pregarlo per sessant’anni se
non avesse a loro riguardo pensieri di misericordia”.
Se tutti i discepoli potessero imparare questa benedetta lezione, quale periodo
glorioso avrebbe la Chiesa di Dio!
E’ bello seguire quest’uomo di Dio nel
segreto, mentre espande la sua anima davanti a Lui con argomentazioni, come
volesse convincerLo che deve interporsi per salvare il Suo nome e la Sua parola
dal disonore.
Quegli orfani erano Suoi; non aveva Egli
stesso dichiarato di essere il Padre degli orfani? Quell ‘opera era Sua; non
aveva Egli chiamato il Suo servitore per compiere il Suo mandato? E che cosa
era il Suo servitore se non uno strumento che da se stesso non poteva aiutarsi?
Può la bacchetta muoversi da sé, o la sega rompere il legno, o il martello dare
il colpo necessario, o la spada tagliare senza che altri li muova?
Tutta quell’opera non era forse stata concepita
e condotta per la Sua gloria?
Vorrebbe Egli sopportare che la Sua gloria
fosse offuscata?
Non stavano forse, la Chiesa semicredente e
il mondo incredulo, osservando, per vedere se il Dio Vivente farebbe onore alle
Sue invariabili affermazioni, oppure vorrebbe prestare un argomento allo
scettico e allo schernitore?
Non vorrebbe e non dovrebbe Egli mettere
piuttosto una nuova prova della Sua fedeltà in bocca ai Suoi Santi e fornire
loro argomenti, con cui far tacere la lingua cavillosa e nel tempo stesso fare
arrossire il discepolo esitante?
Presso a poco così Giorgio Müller fece
valere la sua causa davanti a Dio per oltre sessant’anni, e vinse; come può
fare ogni credente che sa presentarsi arditamente al trono della Grazia per
ottenere misericordia e trovare aiuto in tempo di bisogno.
T
Dio ha la sua matematica: ne è testimone il miracolo dei pani a dei pesci.
Il Signore disse ai suoi discepoli: “Date loro da mangiare”; e mentre la
scarsa provvisione diminuiva con la distribuzione, il Signore l’aumentava per
una nuova distribuzione: i discepoli
sottraevano, Egli addizionava. Ed è stato ben detto di ogni santa
associazione i dolori partecipati sono divisi, le gioie partecipate sono
moltiplicate.
Abbiamo già veduto come il circolo della preghiera si fosse allargato.
Il fondatore dell’opera per gli orfani aveva in principio solo Dio
per socio; a Lui solo confidava i suoi bisogni e le critiche situazioni che a
mano a mano subentravano.
Più tardi, alcuni pochi, compresa sua moglie, il fratello Craik, e due
assistenti ebbero diritto di conoscere la situazione finanziaria e l’ammontare
delle entrate.
Più tardi ancora cominciò a sentire che
doveva aprire più ampiamente le porte della sua confidenza ai suoi associati
nell’opera del Signore. Coloro che partecipavano alle fatiche dovevano anche
partecipare alle preghiere e perciò alla conoscenza dei bisogni a cui con la
preghiera si poteva supplire; altrimenti come potevano dirsi associati in
un’opera di fede e partecipi del lavoro e della ricompensa? E ancora, come
potrebbero sentire la prova della presenza e della potenza di Dio, nelle
risposte alle preghiere, conoscere la gioia che tali risposte recano e lodare
Dio per le liberazioni che esse hanno portato?
Così egli riuniva tutti i cari fratelli e sorelle legati a lui nel condurre il
lavoro e esponeva loro pienamente la situazione. Mostrava la distretta in cui
si trovavano e al tempo stesso li esortava ad avere coraggio, assicurandoli con
piena fiducia, che qualche valido aiuto era vicino.
Questo passo fu per lui di somma importanza.
Un numero considerevole di santi in
preghiera si aggiunsero in seguito a quel gruppo di intercessori che non
cessavano mai di importunare Dio.
Mentre Müller non taceva nulla delle
ristrettezze a cui l’opera era sottoposta,
esponeva di quando in quando alcuni principi, come leggi costanti:
w
non si doveva comprare nulla a debito;
w
i fanciulli non dovevano mancare del necessario;
w
meglio sarebbe stato chiudere la casa e rimandare gli
orfani, piuttosto che tenerli in un posto non confortevole e lasciarli soffrire
la fame.
Oltre a questo nessuno
di loro doveva far trapelare i bisogni imperiosi esistenti a persone al di
fuori del loro gruppo; la sola risorsa doveva essere sempre trovata nel Dio
vivente.
Agli assistenti veniva spesso
ricordato che il supremo scopo dell’opera era di provare al mondo la fedeltà di
Dio, e la perfetta sicurezza che vi è nell’affidarsi interamente alle Sue
promesse. Essi erano inoltre seriamente invitati a vivere in santa comunione
con Dio: l’incredulità, la disobbedienza avrebbero compromesso l’accordo
necessario per la comune supplica.
Una nota discordante
può turbare l’armonia di una preghiera collettiva e impedirne l’ascesa al trono
di Dio.
Così, in ogni crisi,
uniti col cuore e con la mente, superavano le difficoltà. La fame e la sete mai
afflissero gli orfani; le provvigioni e le offerte in denaro potevano venire
lentamente e solo per un giorno alla volta, ma venivano, sia pure per
soddisfare solamente l’immediato bisogno.
Nel 1840 quel circolo di preghiera fu ancora più allargato con l’ammettere
nell’intimità della comunione e supplica i fratelli e le sorelle che lavoravano
alle scuole diurne, dopo aver dato lo stesso ordine di non rivelare agli
estranei le crisi che potessero sorgere.
L’aver allargata la
conoscenza del funzionamento dell’opera anche agli assistenti, produsse maggior
benedizione. Fu fatto appello alle loro preghiere serie, fiduciose e insistenti
e solo Dio sa quanto il seguente progresso dell’Opera fu dovuto alla loro fede,
supplica, abnegazione.
La conoscenza pratica
dei bisogni del loro comune lavoro, generò uno spirito di altruismo che diede
luogo a moltissimi atti di sacrificio, che non sono ricordati nella Cronaca
scritta e che il Signore soltanto conosce.
Dopo la morte di Müller si
scoprì che una parte considerevole delle donazioni provenivano da lui, ma non
vi è stato modo di accertare quale ammontare di doni segreti provenisse da quei
cooperatori facenti parte del circolo di preghiera. Si sa però che i veri amici dell’opera vennero
spesso a dissipare la crisi temporanea con le loro offerte, le quali, sebbene
piccole, unite insieme, risultavano un prezioso aiuto. Il denaro che potevano
dare era qualche volta come l’obolo della vedova: parte del vivere...e non solo
monete, ma ornamenti, gioielli, oggetti preziosi conservati da lungo tempo come
cari ricordi, simili al vaso di alabastro che la donna ruppe per spargere il
prezioso profumo ai piedi del Signore.
Davano ciò che non era
loro necessario e talvolta anche il necessario, purché vi fosse cibo nella casa
degli orfani. In un nobile senso l’opera non era soltanto di G. Müller,
ma anche di loro. Nel “dare”, gli assistenti trovavano nuove forze, potenza,
fiducia e benedizione alle loro preghiere, giacché, come uno di loro diceva:
“Non è giusto pregare senza dare del proprio”. Questi cooperatori, ammessi così
in confidenza con G. Müller entrarono
in una più pratica e attiva simpatia con lui e con l’opera, e parteciparono
sempre più del suo spirito.
Di questa piena
corrispondenza alcuni esempi sono ricordati nel suo Giornale.
Un giorno, un signore,
insieme con alcune signore, visitando l’orfanotrofio notò il gran numero dei
giovani ospiti. Una delle signore chiese alla dirigente della sezione maschile:
“Certamente dovete avere una buona
riserva di capitali, altrimenti non potreste mandare avanti questa opera”.
E il signore aggiunse:
“L’avete questa riserva?”.
La tranquilla risposta
fu: “I nostri fondi sono depositati in
una banca che non può fallire “.
Queste parole riempirono
di lacrime gli occhi della signora e il signore offri cinque sterline, dono
assai opportuno non essendo in cassa, in quel momento, neppure un penny.
Collaboratori di quel genere, che non domandavano nulla per l’opera loro, ma di
buon animo si affidavano al Signore per i loro bisogni e volentieri si
privavano d’una parte delle loro entrate o di oggetti loro appartenenti per
aiutare, riempivano il cuore di Müller di gratitudine e lode a Dio e sostenevano le sue
mani, come Aaronne e Hur sostenevano quelle di Mosé nella preghiera, fino a che
il sole della sua vita non tramontò.
Ora accenniamo ad alcune questioni che
sorgevano nell’Opera.
Uno dei principi
importanti che venivano seguiti era che nessun conto si doveva lasciare
aumentare, nemmeno quelli di provviste settimanali di pane, latte o altro.
Fin dal settembre 1838
fu stabilito che ogni articolo dovesse esser pagato nel momento dell’acquisto.
L’affitto, però, era un
debito a scadenza stabilita, perciò non imprevisto e, sotto un certo punto di vista,
dovuto giornalmente, sebbene pagato a più lungo termine. Stabilito tale
principio che nessun debito doveva esser tollerato, si ebbe come conseguenza
che la somma per l’affitto doveva esser messa da parte giornalmente o
settimanalmente, sebbene non venisse pagata subito.
Questa regola fu
d’allora in poi adottata, con l’intesa che quel denaro, posto così da parte,
sarebbe sacro e non suscettibile di esser usato per altri scopi.
Malgrado tale scrupolosità e serietà, la prova della fede e della pazienza
durava ancora. I soccorsi in denaro arrivavano solo in piccole somme, appena
sufficienti, con rigida economia, per i
bisogni della giornata.
Il futuro era spesso
molto scuro e minaccioso, ma i veri bisogni sempre furono coperti.
Così alla preghiera si
univa sempre la lode, il ringraziamento che, simile a un aroma, profumava la
fiamma della supplica.
Non sarebbe stato
possibile vivere secondo questi principi senza fede, mantenuta con vivo e
costante esercizio.
Negli ultimi mesi del
1838 sembrava che Dio volesse metterli a più severa prova per conoscere se
confidavano in Lui solo.
Non di rado nelle mani
dei dirigenti rimaneva appena un mezzo penny per le tre case. Ma nessuna
notizia trapelava fuori dell’Opera e anche a coloro che domandavano
informazioni, con l’intento di aiutare, non si palesava la cosa.
Una sera un fratello si
azzardò a chiedere come sarebbe stato il bilancio annuale. “Favorevole come il precedente?”.
La risposta calma ed
evasiva di G. Müller fu “Sarà
come piacerà al Signore”.
L’aver detto di più
sarebbe stato fare appello, almeno indiretto, all’uomo e perdere quindi di
vista il grande scopo propostosi: provare a tutti che si è sicuri confidando
solo in Dio.
Quelle ristrettezze non lo sorprendevano e non gli davano delusione.
Aveva previsto
d’incontrare grandi emergenze, come essenziali all’istituzione, perché fossero
di piena testimonianza al Signore che ode la preghiera.
Coloro che conoscevano
scarsamente la vita interna dell’orfanotrofio, avranno senza dubbio attribuito
la regolarità degli aiuti ai rapporti annuali stampati e distribuiti,o ad altre
informazioni verbali, che potevano essere considerati come appelli per
soccorsi.
L’incredulo vorrebbe spiegare tutte le opere da Dio, anche le più meravigliose, con leggi naturali e non attribuirle al miracolo della preghiera.
Le persone simpatizzanti furono certamente commosse dalle mirabili vie delle quali Dio si servì per provvedere cibo e conforto a tutti quegli orfani.
Certamente la pubblicazione e la diffusione dei rapporti annuali servì a far conoscere l’opera, ma non come appelli al soccorso, tanto è vero che spesso, dopo tali pubblicazioni, i fondi scendevano al più basso livello. Lo scopo principale fu, sempre e soltanto, la testimonianza alla fedeltà di Dio.
Debolezze fisiche, nell’autunno del 1839, vennero di nuovo ad allontanare G. Müller
dal lavoro attivo.
Si recò in varie città della Germania e infine a Plymouth.
Dio aveva preziose lezioni da
insegnargli, che meglio si imparano alla scuola dell’afflizione.
La sua debole salute gli fece sentire il bisogno di maggior riposo e pensò che,
anche alzandosi più tardi, avrebbe avuto abbastanza tempo per sfruttare le sue
poche forze. Rimaneva così in letto fino alle sei o alle sette, invece di
alzarsi, come era solito, alle quattro; dopo pranzo riposava per un quarto
d’ora.
Gli parve però che, se il corpo
se ne avvantaggiava, il suo vigore spirituale diminuiva.
Un giorno, un fratello col quale dimorava a Plymouth, casualmente parlando dei
sacrifici descritti nel Levitico, rilevò che sull’altare venivano offerte le
parti migliori degli animali, che non fossero difettosi.
Non significa forse questo che la
parte migliore del nostro tempo deve esser consacrata al Signore?
G. Müller meditò su questa considerazione e finì col decidere di non spendere
il miglior tempo della giornata rimanendo a letto, ma di consacrarlo al Signore
in preghiera e meditazione. Da quel momento non concesse al riposo più di sette
ore, rinunziando anche al sonnellino pomeridiano.
T
Nel febbraio 1840 un nuovo attacco del male ed una missione in Germania,
condussero G. Müller per cinque settimane sul continente.
A Heimersleben, abitò in casa del padre, che trovò molto indebolito.
Soggiornò nelle due stanze che aveva occupate vent’anni prima, quando il peccato lo teneva nei suoi lacci.
Qual differenza, questa volta!
Vi passò la maggior parte del
tempo in preghiera o in lettura della Parola.
Si recò anche a Wolfenbuettel e rivide l’osteria dalla quale era fuggito pieno
di debiti, all’età di sedici anni. Quale vergognoso passato e come il suo cuore
traboccava di gratitudine a Dio che lo aveva liberato dal male!
Un’insolita tenerezza e affezione gli fu dimostrata dal padre, comprensivo certamente di quanto quel suo figliolo amasse veramente Dio, non con forme religiose esteriori, ma aderenti alla volontà di Dio.
Sentì anch’egli questo richiamo a una vera spiritualità?
Questo fu veramente il loro ultimo incontro, poiché il padre morìi il 30 marzo dello stesso anno.
Lo scopo principale di quel viaggio in Germania era stato quello di trovare
altri missionari da mandare nelle Indie Orientali. A Sandersleben incontrò il
suo amico Stahlschmidt e trovò un piccolo gruppo di discepoli che si radunavano
segretamente per timore della polizia. Müller, che ora viveva in Inghilterra
dove si respirava aria di libertà, sapeva ben poco di quell’intolleranza
religiosa esistente in un paese che pur si diceva cristiano, ma dove ogni
libertà di culto era soffocata.
Undici anni prima,
quando il servo del suo amico era venuto a Sandersleben, aveva trovato appena
due o tre persone che si riunivano col suo padrone, e quando il gruppo divenne
un poco più numeroso, uno di loro fu chiamato davanti al magistrato e, come
agli apostoli nei primi giorni del Cristianesimo, gli fu proibito di parlare
nel Nome di Cristo. Ma quei discepoli, sapendo che dovevano obbedire prima a
Cristo che agli uomini, continuarono
a riunirsi, nonostante le visite dei poliziotti e nonostante le ammende del
governo, pur così severe.
Quelle adunanze erano
tanto segrete da non aver né luogo, né ora stabilita.
Müller incontrò quei credenti perseguitati, riuniti nella camera di un umile
tessitore, dove non vi era che una sola sedia. I venticinque o trenta presenti
si sedevano come potevano, sul telaio o intorno ad esso, o restavano in piedi,
perché il telaio occupava oltre la metà dell’ambiente.
In Halberstadt, Müller
trovò sette grandi chiese protestanti, ma nessun ministro che desse prova di
una pura fede; ai pochi veri credenti era fatta proibizione di riunirsi fra
loro.
Pochi giorni dopo il
suo ritorno a Bristol, in un momento di grande bisogno e di ristrettezza
finanziaria, gli giunse una lettera da un fratello, che aveva spesso dato
denaro.
Insisteva che aveva
motivo di conoscere lo stato presente dell’opera, pur sapendo che “non
domandavano”, e aggiungeva che se avessero domandato la risposta poteva essere
più conforme al “bisogno”. E terminava: “Perché
non avreste voi bisogno, come altri servi del Signore che lavorano in altri
settori della opera Sua? Favorite gentilmente informarmi quale sia l’ammontare
della somma che vi necessiterebbe o che potreste utilmente mettere a profitto”.
Per chiunque, anche fra
coloro che conducono un’opera di fede e di preghiera, simile lettera avrebbe
costituito una tentazione. Ma Müller non vacillò, fermo nel suo proposito di provare
che la preghiera rivolta a Dio solo, recherà aiuto in ogni crisi, anche quando
questa crisi sia sconosciuta a coloro che Egli usa per recare liberazione ed
aiuto.
In quel momento non rimanevano
in cassa che ventisette penny e mezzo, per rispondere ai bisogni di centinaia
di orfani. Nonostante ciò, la risposta alla lettera fu questa: “Pur ringraziandovi del vostro amore e pur
essendo d’accordo con voi che vi è differenza fra chiedere denaro e rispondere
quando è offerto, nondimeno in questo caso non mi sento libero di parlare dello
stato dei fondi, essendo il principale scopo dell’opera che ho in consegna, di
condurre coloro che sono deboli in fede a riconoscere che, fidare in Dio solo,
non è illusione”.
Appena ebbe impostata
la lettera, rivolse un’ardente preghiera a Dio: “Signore, Tu sai che per amore di Te non feci conoscere a quel fratello
il nostro bisogno. Ora, Signore, dimostra di nuovo che realmente parlo con Te
solo del nostro bisogno e che Tu puoi parlare a quel fratello, in modo che ci
aiuti”.
E la risposta venne;
Dio mosse quel fratello a inviare cento sterline, che giunsero proprio quando
in cassa non vi era più un solo penny.
La fiducia della fede,
lungamente provata, ebbe la sua ricompensa e fu rafforzata dall’esperienza.
Nel luglio 1843 Müller rese
questa testimonianza nel ricordare gli anni di prove: “Sebbene per sette anni circa i nostri fondi fossero così esauriti, che
per un caso raro si ebbero mezzi sufficienti per far fronte alle necessità
degli orfani per tre giorni di seguito, pure io fui provato nel mio spirito una
volta sola, e ciò avvenne il 18 settembre 1838, quando per la prima volta il
Signore sembrò non rispondere
alle nostre preghiere. Ma quando Egli mandò il soccorso richiesto io vidi che aveva tardato solo per provare la
nostra fede, non perché avesse dimenticata l’Opera; allora l’anima mia si sentì
tanto fortificata che mai più dubitai, né fui demoralizzato nemmeno nella più
profonda povertà”.
T
Anche l’insegnante deve
sentirsi sempre uno scolaro, perché solo
chi continua ad imparare è competente nell’insegnamento. Nelle cose di Dio
ancora di più dobbiamo sentirci gli eterni allievi: nuove lezioni, bene apprese
alla scuola della disciplina, possono mantenere la nostra testimonianza fresca
e vitale e renderci capaci di dare ad altri lezioni efficaci.
Müller continuò
ad accumulare le sue esperienze sulla preghiera e ciò lo rese capace di
parlarne ad altri, non già come un soggetto speculativo, una teoria o credenza
dottrinale, ma come una lunga, svariata e positiva esperienza personale.
Di quando in quando incontrava persone a cui la sua coraggiosa, infantile fiducia
in Dio restava un mistero.
Qualche volta in lui
stesso un segreto timore d’incredulità gli suggeriva delle domande: “Che farebbe se Dio non gli mandasse
soccorsi? Che farebbe se all’ora del desinare non vi fosse letteralmente cibo
sulla tavola né denaro per comprarne? O se gli abiti fossero logori e non ci
fosse modo di sostituirli?”.
A queste domande v’era sempre una risposta pronta: “Tale mancanza da parte di
Dio è del tutto inammissibile” e deve perciò esser posta fra le impossibilità.
Però c’è una condizione necessaria da parte dell’uomo: deve andare verso Dio
con giusto spirito e attitudine.
Cinque condizioni per la preghiera vittoriosa erano sempre davanti alla sua
mente:
1. Dipendenza assoluta
dalla mediazione di Gesù Cristo;
2. separazione dal peccato
che può essere in noi;
3. fiducia nelle promesse
di Dio;
4. chiedere, ma
conformemente alla Sua volontà;
5. insistere nella
supplica, attendendo la risposta come il coltivatore aspetta pazientemente il
raccolto.
Giorgio Müller basava queste
condizioni su passi delle Scritture che qui citiamo globalmente: «...e quello che
chiederete nel Mio Nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figlio»(Giovanni 14:13); «...se nel mio cuore avessi tramato il male, il Signore non m'avrebbe
ascoltato» (Salmo 66:18); «...or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi si accosta a Dio deve
credere che Egli è, e che ricompensa tutti quelli che Lo cercano... dicendo: “Certo, ti benedirò e ti
moltiplicherò grandemente”. Così, avendo aspettato con pazienza,
Abrahamo vide realizzarsi la promessa» (Ebrei
11:6;6:14,15); «...domandate e non
ricevete, perché domandate male per spendere nei vostri piaceri... siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta
del Signore. Osservate come l'agricoltore aspetta il frutto prezioso della
terra pazientando, finché esso abbia ricevuto la pioggia della prima e
dell'ultima stagione »(Giacomo4:3;5:7); «...propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare
sempre e non stancarsi:«In una certa città vi era un giudice, che non temeva
Dio e non aveva rispetto per nessuno; e in quella città vi era una vedova, la
quale andava da lui e diceva: "Rendimi giustizia sul mio avversario".
Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: "Benché io
non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, pure, poiché questa vedova
continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non
finisca per rompermi la testa"». Il Signore disse: «Ascoltate quel che
dice il giudice ingiusto. Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che
giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? Io vi dico che
renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà
la fede sulla terra?» (Luca 18:1-8).
Là, dove non esistono queste condizioni non ci può essere
esaudimento di preghiera. Il Signore non può incoraggiare chi chiede, mettendo
avanti la propria giustizia o il proprio interesse; non può rispondere a chi
non ha una fede sincera e ben fondata.
Giorgio Müller vide la relazione vitale che passa tra preghiera e santità.
La preghiera che ha prevalso è stata sempre quella che ha sentito l’interno impulso dello Spirito Santo. Se gli insegnamenti dello Spirito sono trascurati o disobbediti, se il Suo impulso interno è ostacolato, la preghiera diverrà formale e non avrà senso.
La preghiera vince quando esiste, anche se inconscia, una leale unione con Gesù, quale mediatore tra noi e Dio; vince se è fatta con la piena fiducia di ricevere, nel modo, nel tempo, nella forma che Dio sceglie.
La fede che ‘aspetta’ non si stupisce quando la risposta arriva.
Nel novembre 1840 l’Opera per gli orfani attraversava un momento tra i più difficili.
In una delle case non c’era pane per la colazione; in tutte mancava il latte e il denaro per acquistarlo.
...ed ecco: solo pochi minuti prima che giungesse il carretto del lattaio, giungere il soccorso in denaro: dieci sterline inviate da una sorella.
G. Müller aveva aspettato, pregando come sempre in piena fiducia.
Il suo cuore fu ripieno di una gioia così grande da non poter essere espressa a parole; eppure non proveniva da “sorpresa”, ma dalla “conferma” che il Signore non viene meno alle Sue promesse.
...e dopo la preghiera, dopo l’esaudimento, il ringraziamento.
Questi tre servitori devono essere sempre uniti: l’uno è
di
aiuto agli altri «...guardate che nessuno
renda ad alcuno male per male; anzi cercate sempre il bene gli uni degli altri
e quello di tutti. Abbiate sempre gioia; non cessate mai di pregare; in ogni
cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di
voi» (1 Tessalonicesi 5:15-18).
Leggendo la sua Cronaca del 1840, una pagina particolarmente di grande lezione
per ciascuno di noi, spesso così affannati per il nostro futuro.
Quest’uomo di fede, che aveva bisogno assoluto per la sua opera di collaboratori, si rivolgeva a Dio perché ne suscitasse, pur pensando che “alcuni possono addormentarsi nel Signore, altri stancarsi di quel servizio a Dio, qualcuno esser reso incapace, qualche altro indirizzato da Dio verso un servizio diverso”. Ma Müller continua affermando: “Appoggiandosi nel Signore ci sentiamo superiori ad ogni delusione, superiori all’abbandono per cause diverse e constatiamo quanto è prezioso l’aver imparato ad essere contento di sapersi soli con Dio ed avere la certezza che nessun bene ci sarà negato, finché cammineremo con Lui”.
Fra i doni ricevuti durante quella lunga vita operosa al servizio di Dio,
alcuni meritano di essere ricordati.
Una particolare storia unita a un dono per le circostanze che lo accompagnarono.
Giorgio Müller aveva dato una copia del rapporto annuale a un fratello che, nel leggerlo, si sentì spinto a porgere, sia pure in maniera indiretta, un aiuto.
Sapeva che sua sorella, pure credente, possedeva parecchi oggetti preziosi: una pesante catena d’oro, braccialetti d’oro, un magnifico anello con brillante.
Quel fratello pregò Dio di dimostrare a sua sorella la inutilità di tali oggetti e di muovere il suo cuore a farne sacrificio sull’altare di Dio per l’opera degli orfani.
Quella preghiera fu esaudita alla lettera.
Col ricavato dalla vendita di quei gioielli, Müller fu aiutato nelle spese per un’intera settimana e poté pagare i salari dovuti agli assistenti.
Ma prima di disfarsi dell’anello con diamante, con quello scrisse sul vetro della finestra: “Iehova Jired”; e in seguito, quando si trovava in profonda povertà portava lo sguardo su quelle due parole incise sul vetro e con cuore fiducioso e riconoscente ricordava a se stesso che “il Signore avrebbe provveduto”.
Agli antichi credenti del popolo ebraico era prescritto di scrivere le parole di Dio sulle palme delle loro mani, sugli stipiti delle loro porte e sulle soglie delle loro case; cosicché nell’uso delle loro mani, nell’andare e venire della loro vita domestica, potessero ricordare la fedeltà di Dio.
Così Müller trovò che ogni raggio di sole che entrava nella sua camera faceva brillare quelle parole scritte sul vetro: le promesse del Signore Onnipotente.
Dio sta fra chi prega per ricevere soccorso e chi materialmente provvede. Di questo era certo non solo Müller, ma anche il donatore. Spesso, chi portava aiuto in un momento di gran bisogno, confidava a Müller la propria esperienza: aver sentito, come per divina intuizione, che c’era nell’Opera un vero bisogno di aiuto.
Così, nel giugno 1841 giunsero cinquanta sterline accompagnate da queste parole: “Non ho potuto mandare prima questo denaro, ma non ne sono dolente: ho piena fiducia che non fosse così necessario come oggi”.
“Le parole di questo fratello”, osserva Müller nella sua Cronaca, “sono tanto più da notare, in quanto in altre occasioni, quando dava somme considerevoli e noi eravamo in grandi ristrettezze, egli lo sapeva solo ricevendo il rapporto stampato dell’annata”.
La preghiera vittoriosa è dovuta a costante obbedienza (1 Giovanni 3:22: «...e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da
Lui, perché osserviamo i Suoi comandamenti e facciamo ciò che gli è gradito»)
e non si rimane in contatto con Dio che compiendo un nuovo passo ogni qualvolta
si riceva nuova luce.
Per ricevere libere offerte da coloro fra cui essi esercitavano il loro
ministero: Craik e Müller avevano messo delle scatole col nome dei singoli
donatori e lo scopo a cui le offerte erano destinate.
Non era questo un sistema corretto perché, in un certo modo, esaltavano un nome più di un altro.
Fu deciso di cessarlo, pur considerando che potevano compromettere l’entrata per i bisogni di tutti. Ma Müller aveva da lungo tempo per principio che seguire un chiaro senso di dovere è sempre sicuro.
Presa la decisione, la sua pace non fu turbata, certo che il Signore avrebbe provveduto.
Nell’autunno dello stesso anno i soccorsi, abbondanti nei mesi estivi, parvero
più volte mancare, ma non mancava in Müller e nei suoi collaboratori la fiducia
in Dio.
Un giorno, una povera donna dette due penny, dicendo: “E’ una miseria, ma debbo darvela”. Ed aveva ragione: quei due “spiccioli” erano ciò che mancava per comprare il pane per quel giorno.
Un’altra volta erano mancanti otto penny per il pane del desinare; ve ne erano sette a disposizione, ne mancava uno: e quell’uno fu trovato, aprendo una delle scatole delle offerte.
Nel dicembre di quello stesso anno 1841 fu presa un’altra decisione: sospendere
per qualche tempo la pubblicazione del rapporto annuale allo scopo di
dimostrare che l’opera dipendeva solo da Dio.
Era un passo coraggioso, come tagliare le corde a cui è sospesa la barca di salvataggio, durante una tempesta.
Bisognava ancor più affidarsi alla provvidenza di Dio.
Fu una prova tremenda: per quattro mesi, dal 12 dicembre 1841 al 12 aprile 1842, parve che il Signore dicesse: “Vedrò ora se veramente vi affidate a Me”.
Nessuno, all’infuori dei pochi membri del consiglio, conosceva questa determinazione: Müller poteva quindi cambiare idea e pubblicare il giornale annuale Le vie del Signore come era solito fare, ma continuò a tacere.
Il 9 marzo il bisogno era estremo; senza un pronto aiuto l’opera non avrebbe potuto proseguire.
Arrivò la posta, ma nessuna lettera fu consegnata.
G. Müller però “sentiva” che l’aiuto era vicino.
Difatti la lettera, inviata da un credente di Dublino con dieci sterline, era finita, per un disguido postale, ad un’altra casa dell’Opera.
Il 15 luglio 1844, a distanza di due anni dall’ultimo rapporto pubblicato (poiché l’anno finanziario veniva chiuso nel maggio) fu tenuta la pubblica assemblea.
Müller poté provare alla Chiesa e al mondo la fedeltà di Dio e offrirgli la lode con gioia e cuore riconoscente.
Il denaro ed altri sussidi pervennero proprio nel giorno precedente la chiusura del bilancio; tali doni generosi fecero sorpassare il necessario di oltre venti sterline.
Verso la fine del 1841, una signora tedesca del Wurtemberg volle consultare Müller
circa un suo progetto. Egli la trovò estranea a Dio, pur essendo animata da
ottimi propositi. Le regalò le due prime parti delle sue Cronache. La signora
comprese le sublimi lezioni che esse contenevano, si convertì e sentì il
bisogno di tradurre quei fascicoli in tedesco, perché potessero recare ad altri
le benedizioni che ella aveva ricevuto. La traduzione da lei stessa compiuta
era molto imperfetta, così che Müller ebbe l’impressione che questo fatto
determinasse un altro passo nella sua vita.
Era tedesco, conosceva quindi bene lingua e costumi del suo popolo, più facile che ad altri gli sarebbe di parlare e incoraggiare quei credenti che già si erano separati dalla Chiesa di Stato per riportare il culto a Dio più conforme all’Evangelo. Prese la risoluzione di visitare la sua terra nativa. C’erano però degli ostacoli: stava per essere aperta una quarta casa per gli orfani; occorreva del denaro per i collaboratori durante la sua assenza, c’erano le spese di viaggio per lui e per sua moglie e infine necessitavano i fondi per la pubblicazione di quattromila copie della Cronaca.
Tutti questi ostacoli non tolsero
la calma a Müller che a questo proposito scrive: “sentivo una segreta soddisfazione per la grandezza delle difficoltà che
erano sul mio cammino”.
Essere mansueti davanti a Dio, pesare il pro e il contro di un proposito, muoversi
con umiltà e semplicità seguendo la colonna di nuvola e di fuoco, se
veramente è questa che seguiamo, il mar Rosso non ci turberà, potremo
passarlo a piedi asciutti. Stupenda lezione da tenere sempre presente!
Müller pensava: “Se le difficoltà non provengono dalla
volontà del Signore, saranno rimosse in uno spirito di preghiera; se invece il
Signore avesse trovato in lui qualche motivo segreto, egoista, allora avrebbe
Egli stesso suscitato quegli ostacoli perché il viaggio non avesse luogo”.
Dopo quaranta giorni di attesa, gli impedimenti, invece di diminuire tendevano
ad aumentare. Si spendeva più denaro che non ne entrasse, inoltre, mancava
un’assistente per la quarta casa e una di quelle già esistenti nell’opera
accennava a ritirarsi. Durante quel periodo di paziente attesa, Müller diceva
ad una fedele sorella: “Bene; con tutto
ciò l’anima mia è in pace. Il tempo del Signore non è ancora venuto: Egli
soffierà via tutti gli ostacoli come la pula è trasportata dal vento”.
Un quarto d’ora dopo fu ricevuto un dono di settecento sterline, sufficiente per le necessità più urgenti, talché fra gli ostacoli ne furono rimossi tre, che si opponevano al suo viaggio in Germania: tutte le spese di viaggio per lui e sua moglie, tutto il fondo preventivo necessario per l’opera durante due mesi, le spese per la pubblicazione della cronaca in tedesco, erano ora coperte.
Questo accadeva il 12 luglio
e poco tempo dopo gli altri impedimenti furono del pari allontanati, così il 9 agosto
i coniugi Müller partivano per la Germania.
Quel giro durò sette mesi: furono di ritorno a Bristol nel marzo 1844.
Durante il soggiorno
all’estero il Giornale non fu redatto, ma le lettere del signor Müller
servono di ricordo: Rotterdam, Weinheim, Colonia, Mayence, Stuttgart,
Heidelberg furono visitate; Müller,
viaggiando, distribuì trattati e conversò con molte persone. La sua principale
occupazione era di spiegare la Parola in piccole adunanze di credenti che si
erano separati dalla Chiesa Nazionale, trovandovi errori nella dottrina o nella
pratica, o nel sistema del culto.
Il soggiorno a
Stoccarda fu per lui colmo di prove, talune così prolungate e gravi da mettete
a duro cimento la sua fede. Quando le tenebre gli oscuravano il cammino, la sua
fiducia in Dio gli permetteva di attendere la luce e la guida dall’Alto, così
più di una volta egli vide adempiersi la promessa: «Quando tu camminerai i
tuoi passi non ti saranno ristretti e la via si aprirà davanti a te» (Proverbi 4:12).
Tra quei credenti trovò
degli errori che avevano messo profonda radice: un’eccessiva importanza al
battesimo, insegnando, taluni, che senza di esso non c’è rinascita né
remissione dei peccati; che gli apostoli non erano nati da Dio prima della
Pentecoste; che nemmeno Gesù era nato di nuovo prima del battesimo.
Altri insegnavano che
c’è peccato spezzando il pane con credenti non battezzati o con membri della
Chiesa di Stato; che il pane e il vino non solo significano, ma sono realmente
il corpo a il sangue di Cristo.
Un’altra dottrina si
era sparsa fra i credenti: tutti saranno salvati alla fine, non solo i
peccatori condannati, ma satana stesso.
Giorgio Müller
confinò quegli errori con calma, ma con fermezza richiamandosi alla Parola.
Non mancarono gli
oppositori che crearono intorno a Müller malumori e amarezze, ma il Signore si tenne vicino
al Suo servo e lo fortificò.
Müller cercò
di mettere riparo alla grave ignoranza che trovò circa la presenza e la potenza
dello Spirito Santo nella Chiesa e nel ministero dei credenti.
Le riunioni fra i
credenti consistevano più che altro in discorsi e discussioni senza profitto,
non basandosi sulla Scrittura. Allora Müller cominciò, come un semplice insegnante, ad esporre
la Parola e solo quando gli sembrò che i fratelli avessero una più giusta
conoscenza, riprese il suo posto di fratello tra fratelli di fede, lasciando
che ciascuno usasse della propria libertà di parlare, secondo che lo Spirito lo
spingesse e guidasse. Non si ritraeva però da ogni dovere di responsabilità,
che gli incombeva per la più chiara conoscenza della verità e della maggiore
esperienza della potenza di questa per lo Spirito di Dio.
Quando veniva invitato
dai fratelli a predicare la Parola in adunanze pubbliche, coglieva volentieri
l’occasione per diffondere maggiormente la parola di Dio o per testimoniare la
Sua verità.
Con molta energia
insisteva sulla presenza e presidenza dello Spirito Santo nelle assemblee dei
santi e sul loro dovere e privilegio di lasciare la condotta di tali assemblee
alla direzione di Lui. E in perfetta armonia di questo insegnamento dimostrava
che lo Spirito Santo, quando fosse lasciato libero nella casa di Dio, avrebbe
condotto i fratelli, al momento dato, a parlare su questo o quel soggetto; e
ancora: se i loro desideri e gusti fossero spirituali e non carnali, sarebbero
facilmente stati concordi con la scelta dello Spirito.
Non è difficile conoscere che la direzione dello Spirito Santo
nelle assemblee di credenti e la Sua manifestazione nei credenti, è in pieno
accordo con le Scritture (1 Corinzi 12; Romani 12; Efesini 4). Se queste idee
fossero seguite nelle chiese, una pratica rivoluzione si opererebbe in esse e
insieme un risveglio di fede apostolica e di vita come nella chiesa primitiva.
In relazione con la sua visita in Germania esisteva una curiosa storiella, a
cui un periodico religioso aveva dato corso: cioè, che Müller
fosse stato incaricato dai Battisti d’Inghilterra di ricondurre i Battisti
tedeschi alla Chiesa di Stato. Naturalmente era una pura invenzione, ma egli
non poté smentirla che al suo ritorno in Inghilterra, non avendone avuto prima
sentore.
Il Signore aveva permesso
che quella voce si diffondesse, traendone
un bene per Giorgio Müller, il quale aveva potuto svolgere la sua missione in Germania (ben
differente!), senza essere molestato o impedito dalle autorità. Così poté
diffondere la sua Cronaca anche laggiù, mediante un libraio che ne intraprese
la vendita. Attraverso quelle pagine di esperienze benedette da Dio, molti,
leggendole, furono convertiti.
Il rapporto annuale del 1844 portò per l’ultima volta riunite le due firme di Müller e
di Craik, perché questi era convinto che l’onore di essere usato da Dio come
strumento in tutta l’Opera, spettava soltanto a Müller.
Le prove non
accennavano a cessare.
Centoquaranta bocche da
sfamare ogni giorno quando, spesso, non c’era un solo
penny!
Ma non erano solo le cure materiali che davano preoccupazioni, e per le quali
bisognava pregare: c’era l’educazione
della mente e del cuore a cui provvedere; preparare e cercare le case adatte ad
ospitare tutti gli orfani; l’assistenza sanitaria per curare ed evitare il più
possibile epidemie e malattie; investigare altresì sulla moralità degli
assistenti prima di assumerli e sorvegliare, anche dopo, la loro condotta.
Per tutto questo occorreva essere costanti nella preghiera, portando ogni
necessità davanti al Padre. Così, con poco o molto alla mano, il fondatore di
queste istituzioni si manteneva calmo e fiducioso.
L’ingrandimento
dell’Opera veniva considerato indispensabile e il cuore di Müller
sembrava crescere in capacità per quanto aumentava il bisogno, aspettando da Dio
ancora maggiore appoggio. Non aveva detto Gesù a Natanaele: «Se tu credi
vedrai cose maggiori di queste»
(Giovanni 1:50)?
E Müller
non lo dimenticava.
Contemporaneamente
all’Opera per gli orfani e a quella per la diffusione delle Scritture, Müller
teneva ben presente i bisogni delle missioni.
I fratelli inviati in
missione nella Guajana inglese e in altri campi missionari più vicini, erano
stati molto aiutati, ma Müller si proponeva di allargare questa attività,
scegliendo altri operai fedeli, capaci di costruire sulle basi dell’Evangelo,
scegliendoli fra quelli che già lavoravano nel Regno Unito senza ricevere alcun
compenso.
L’assenza di Müller da Bristol, il viaggio e soggiorno in Germania,
avevano fatto pensare a molti che ci fossero fondi in abbondanza. Questo non
era vero, ma spesso, proprio quando la penuria dei mezzi era più forte,
venivano fatte spese straordinarie, assunte nuove responsabilità se, dopo aver molto pregato, sembrava
che ml Signore conducesse verso quella direzione.
Ed era bello vedere
che, se veniva intrapresa una nuova attività, Dio non permetteva che quelle già
esistenti subissero danno. Grande legge per ciascuno che veramente si proponga
di seguire la colonna di nuvola e fuoco: non
muovere passo senza un chiaro movimento della celeste guida. Sebbene la
direzione sia nuova e la via ingombra di ostacoli e difficoltà, non si rischia
nulla se siamo condotti da Dio. Ogni nuovo progresso richiede speciale
autorizzazione da Lui e la guida di ieri non è più valida per oggi.
È anche importante
osservare che se un ramo dell’opera è in ristrettezze, non vi è ragione per
abbandonare un’altra forma di servizio. Se l’albero intero è piantato da Lui, non
conviene mozzano a nostro talento. Il corpo appartiene a Lui per intero e se un
membro è debole, non si rinforza sopprimendone un altro: la forza del corpo sta
nel concorso di ogni membro e ognuno di essi deve trarre nutrimento alla sola
sorgente di vigore: Dio.
Le successive tappe
sono ugualmente ordinate da Dio. Se l’opera è Sua, lasciamola controllare da
Lui e, sia che tendiamo a svilupparla, sia a restringerla, facciamo secondo il
Suo comando.
T
Quanto sono complesse le azioni della provvidenza di Dio!
Certi eventi sono
ricchi di eventi.
Come le ruote nella
visione di Ezechiele (una ruota dentro una ruota) essi implicano altre vicende
dentro il loro misterioso organismo e schiudono nuove ere.
Un evento che fece
epoca fu la costruzione della prima delle Nuove case per gli orfani a
Ashley-Down.
Era l’ottobre del 1845.
Varie persone,
residenti in Wilson Street, si erano lagnate del rumore fatto dai fanciulli,
specialmente nelle ore di ricreazione; gli spazi per giocare non bastavano più
per il gran numero di orfani. La situazione stessa di quelle case di affitto
non era adatta nemmeno dal punto di vista sanitario. Si faceva sentire sempre più
il bisogno di terreni coltivabili attigui, per far vivere un poco all’aperto i
ragazzi e procurare loro nello stesso tempo del lavoro.
Così cominciò a farsi
strada la convinzione di trovare un’area adatta per costruire una nuova casa
rispondente allo scopo.
Le obiezioni a questa
idea furono esaminate con cura: divenivano indispensabili delle somme cospicue;
i progetti e poi la costruzione assorbirebbero tempo ed energie; saggezza e
sorveglianza sarebbero occorse ad ogni passo del lavoro e infine fu anche
sollevata la questione della precarietà di tutte le cose umane:
l’opera doveva essere proprio considerata permanente?
Perseverando però nella
preghiera si formò un senso di tranquilla convinzione negli animi e tutte le
obiezioni caddero di fronte ai motivi favorevoli.
Un argomento sembrò
essere di peso speciale: Se Dio facesse trovare una forte somma di denaro per
quello scopo, non sarebbe un forte incoraggiamento per ricorrere a Lui per tutte
le altre necessità?
Certo: l’acquisto di una grande
area di terreno avrebbe fin dall’inizio richiesto un capitale non indifferente,
ma il Padre non è infinitamente ricco? E intervennero le preghiere.
A misura che la fede si nutriva di quel pane quotidiano nel contatto diretto
con Dio, diveniva sempre più forte la certezza che l’aiuto adeguato al bisogno
sarebbe venuto. Müller divenne così sicuro di questo, come se la costruzione
fosse già in piedi, benché per sei settimane nemmeno un penny gli fosse pervenuto
a quello scopo.
Nel novembre di quell’anno, un fedele fratello, il signor Roberto Chapman, “il suo più vecchio amico”, come Müller era solito chiamarlo, venne a trovano.
Questi lo spinse calorosamente a proseguire in quel progetto, ma nello stesso tempo lo incitò a chiedere a Dio la saggezza, ricorrendo a Lui ad ogni passo, perché gli mostrasse chiaramente il piano della costruzione, affinché anche nei dettagli vi fosse accordo con la mente divina.
Dopo trentasei giorni, il 10
dicembre 1845, G. Müller ricevette “a quello scopo” mille sterline, la più
forte somma ricevuta tutta in una volta, da quando l’opera era stata fondata,
cioè dal 5 marzo 1834. Si sentì calmo, non eccitato, come se il dono fosse
stato di uno scellino; aveva piena fiducia in Dio tanto per la guida, quanto
per i mezzi necessari, ed egli scrive che “non
sarebbe stato sorpreso anche se il dono fosse stato cinque o dieci volte maggiore”.
Tre giorni più tardi un architetto credente di Londra si offrì
volontariamente per disegnare il progetto, promettendo di soprintendere
gratuitamente alla costruzione. L’offerta era stata fatta in modo così strano,
da dimostrare che si poteva considerarla come un nuovo segno e prova della
divina approvazione, un pegno dell’aiuto di Dio.
Una cognata del signor Müller, visitando la Metropoli, aveva conosciuto
quell’architetto e sapendolo desideroso di aver notizie intorno all’Opera, più
dettagliate di quelle lette nella Cronaca, gli parlò del nuovo progetto di
costruzione.
Fu in seguito a quella
occasionale conversazione che arrivò quell’offerta generosa.
Così, nello spazio di quaranta giorni, le prime mille sterline erano state date
in risposta alla preghiera e una persona, mai vista né conosciuta da Giorgio Müller,
aveva sentito il vivo bisogno di offrire i suoi servigi.
Certamente Iddio era all’opera prima del suo servo.
Per un uomo privo di mezzi propri, accingersi a erigere una costruzione su tale scala senza far appello all’uomo e in sola dipendenza da Dio, era andare incontro ad una vera avventura. Anzitutto doveva essere acquistato il terreno per un’area di circa 3 ettari; il luogo: vicino a Bristol, perché la sfera comune di azione di Müller e dei suoi aiutanti era in città.
Quell’area sarebbe costata da due a tremila sterline.
Sarebbe venuta in seguito l’altra gravosa spesa per ammobiliare i locali, così da alloggiare in modo confortevole trecento orfani con i loro assistenti, gli insegnanti e le varie persone di servizio.
Pur tenendosi alle cose più semplici, il costo totale avrebbe superato tre o quattro volte il costo del terreno.
Veniva quindi la spesa annuale
per mantenere la casa aperta e provvedere a quel gran numero di ospiti; cioè:
quattro o cinquemila sterline in più del consueto.
Questa era dunque la prospettiva: spesa da dieci a quindicimila sterline.
Nessun uomo povero come Müller e di mente sana, avrebbe mai intrapreso un così gigantesco progetto ed ancor meno lo avrebbe intrapreso, se la sua fede e speranza non fossero state in Dio.
Giorgio Müller stesso confessava che in ciò stava tutto il segreto: quello che lo spingeva non era la sua propria gloria, ma la convinzione che seguiva la volontà di Dio.
L’idea iniziale dell’Opera non
era totalmente sua, seguiva Chi lo dirigeva ed essendo conscio di quella guida,
si sentiva sicuro, e seguendola, confidava e aspettava.
A causa della grande importanza dell’impresa, Müller desiderava vedere
chiaramente la mano di Dio, perciò non volle mettere in vista la sua persona;
non diramò alcuna circolare per far conoscere il suo proposito, ne parlava solo
a coloro che formavano il consiglio direttivo
e soltanto se il soggetto si presentava nella conversazione.
Gli
era familiare la promessa; «ti condurrò col Mio occhio» (Geremia 24:6), e guardando
così a Dio non faceva un passo senza che un segno dall’alto lo accertasse del
suo dovere e facesse luce sui suoi passi.
Divenne
sempre più forte la certezza che Dio avrebbe costruita da Se stesso una
grande casa per gli orfani presso Bristol, per mostrare a tutti, vicini e
lontani qual benedetto privilegio è confidarsi in Lui.
Müller desiderava che Dio agisse in modo tanto manifesto da fare apparire lui
come niente altro che uno strumento passivo nelle Sue mani.
Continuava
intanto ad investigare giornalmente le Scritture, dove trovava istruzioni così
ricche, ed incoraggiamenti così opportuni, che gli parevano scritti proprio per
lui, per portargli messaggi dall’Alto. Vide, ad esempio, nel libro di Esdra,
che venuto il tempo di far ritornare le due tribù nel loro paese per
ricostruirvi il tempio, il Signore si servì di Ciro, re idolatra, per
pubblicare un editto e provvedere i mezzi necessari.
I primi doni per la nuova opera offrono per se stessi un insegnamento
suggestivo, il dieci dicembre, come abbiamo già visto, mille sterline furono date
tutte insieme; venti giorni dopo, cinquanta; l’indomani, tre sterline e sei
penny, seguiti, la sera stessa, da un secondo dono di mille sterline. Poco
tempo dopo un sacchetto pieno di semi esotici e un fiore composto di conchiglie
minuscole, furono offerti per essere venduti a profitto del fondo per l’opera
in costruzione; in relazione a questi ultimi, di poco valore veramente, il
donatore aveva citato una promessa secondo le Scritture, la quale recò a Müller maggior incoraggiamento di un’offerta più cospicua
in denaro: Chi sei tu, grande montagna? Davanti a Zorobabel, tu diverrai una
pianura (Zaccaria 4:7).
I doni, per quanto grandi, non erano mai stimati per il loro intrinseco valore,
bensì come pegni della cooperazione di Dio col cuore e con la mente del Suo popolo; un migliaio di sterline non davano
più sincera lode a Dio, o maggiore commozione ai Suoi servitori, dei quattro
penny dati da un povero orfano.
Chiedendo
a Dio di precederlo in modo speciale nella nuova impresa, cominciò a cercare un
luogo conveniente.
Circa
quattro settimane trascorsero in ricerche apparentemente inutili, ma Müller era fortemente convinto che il Signore
provvederebbe il terreno e ne parlò con i
suoi dipendenti, la sera del sabato 31 gennaio 1846.
Due
giorni dopo fu sospinto a dirigersi verso Ashley-Down, dove scorse una distesa
di terreno libero, che giudicò adatto ai loro bisogno.
Si
recò due volte dal proprietario, prima a casa e poi all’ufficio; ma ambedue le
volte non lo trovò e si limitò a lasciare un biglietto con un messaggio.
Sentì la mano di Dio anche in queste visite mancate, e risolse di non forzare
la cosa, pur essendo spinto da impazienza, ma di aspettare fino al giorno dopo.
L’indomani
trovò il proprietario nel suo ufficio ed ebbe la prova che la sua pazienza
aveva ottenuto la ricompensa.
Il proprietario confessò che
quella notte aveva passato due ore insonni, pensando a quel terreno e alla
risposta che avrebbe dovuto dare a Müller; aveva determinato, se si
ripresentava, di chiedergli solo centoventi sterline all’acro, invece del suo
valore di duecento.
Il contratto fu prontamente concluso, così il servo del Signore, con la
pazienza e dipendenza da Lui, risparmiò nell‘acquisto del terreno
cinquecentosessanta sterline. Sei giorni dopo l’architetto di Londra si offrì
per iscritto di fare la pianta dell’edificio, disegnarne le sezioni, i dettagli
e ispezionare i lavori di costruzione, senza alcun compenso.
Il 4 giugno 1846 la somma pervenuta superava di poco le duemilasettecento sterline. Era una piccola parte di ciò che necessitava, ma Müller non dubitava: al momento opportuno Dio avrebbe provveduto.
Decise pertanto di aspettare
ancora, finché non avesse avuto l’intera somma.
Fin da questo momento stabilì che altri credenti lo aiutassero a portare il carico
della responsabilità: ne scelse dieci di nome onorato, di riconosciuta
saggezza, per essere garanti della proprietà e amministrarla insieme con lui.
Sentì che l’opera era di notevole importanza, si sarebbe allargata e avrebbe delle fondamenta di permanente istituzione.
Il pubblico cristiano, che aiutava per erigerla e sostenerla, avrebbe avuto diritto di avere dei rappresentanti a governarla. A questo riguardo è opportuno osservare come molti filantropi commettono l’errore di amministrare un’opera in maniera privata e con spirito autocratico, concentrando tutta l’amministrazione nel loro cervello e facendo della loro tasca la cassa di deposito, rendendo così privata quella che deve essere un’istituzione di pubblica beneficenza.
Trovato, acquistato e pagato interamente il terreno, ostacoli imprevisti ne impedirono la pronta occupazione.
Müller non fu turbato, sapendo che anche gli ostacoli sono sotto il divino controllo.
Se il Signore avesse permesso che perdesse quell’area di terreno, sarebbe solo per procurargliene una migliore, così che il ritardo servì soltanto a provare la Sua fede e a perfezionare la sua pazienza.
11 6 luglio ricevette duemila sterline, il doppio di ogni altro dono fino
allora ricevuto e nel gennaio 1847 un’altra offerta di pari entità, così il
cinque luglio i lavori poterono cominciare.
Sei mesi più tardi, dopo quattrocento giorni di aspettativa in preghiera, la somma di novemila sterline era raggiunta.
Quando le nuove costruzioni stavano per essere ultimate, con le loro trecento ampie finestre e richiedevano d’essere provviste di ogni suppellettile per ricevere circa trecentotrenta ospiti, sebbene la somma del denaro ricevuto superasse le undicimila sterline, ne mancavano ancora parecchie migliaia.
Müller fu aiutato al di là di ogni sua speranza.
Tutto il denaro occorrente fu provvisto con esuberanza e furono trovati anche gli assistenti per la sorveglianza di tutte le classi di orfani.
Il 18 giugno 1849, cioè oltre dodici anni dalla fondazione dell’opera, gli orfani cominciarono a trasferirsi dalle quattro case di affitto di Wilson Street alle nuove case di Ashley-Dawn. Si aspettò cinque settimane per accettare nuovi postulanti, affinché ogni cosa nei nuovi locali e nelle nuove sezioni risultasse in pieno ordine e fosse sperimentato l’andamento dell’istituzione.
Il 26 maggio 1850 la casa ospitava duecentosettantacinque fanciulli e trentatrè
assistenti. Fu adottato il nome di Nuova
casa per gli orfani, anziché “Asilo”, per distinguerla da un’altra consimile
istituzione in prossimità di questa, e in special modo si evitò che prendesse
il nome di Casa di Müller per gli orfani per non dare
risalto a chi era stato solo uno strumento di Dio per la Sua erezione; tutto il
merito e la gloria era solo di Colui che aveva dato all’Opera la fede e i
mezzi, sopperendo ad ogni bisogno fin dal principio.
La proprietà fu data in consegna a undici persone garanti, scelte da Müller, e
gli atti furono inscritti alla Cancelleria. Disposizioni furono date perché la
casa fosse aperta ai visitatori nel dopo pranzo di ogni mercoledì; per visitare
l’intero fabbricato occorreva almeno un’ora a
mezzo, data la stia vastità.
Sembrò
che l’ampliamento dell’Opera non fosse ancora bastante al desiderio di bene che
animava quest’uomo straordinario; non trecento, ma mille dovevano godere di
questo beneficio materiale e morale! E all’inizio del 1851 quel desiderio si
era già trasformato in fermo proposito.
Ancora
una volta pesò sulla bilancia spirituale le ragioni pro e contro.
Andrebbe
oltre le sue capacità spirituali e naturali?
L’opera
attuale non era grande abbastanza?
Un
nuovo fabbricato per altri trecento
orfani non costerebbe forse altre quindicimila sterline?
O
se costruito per settecento, compreso il terreno, circa trentacinquemila?
E anche quando quel caseggiato fosse costruito, ammobiliato e corredato, non ci
sarebbe la corrispondente spesa giornaliera, che dà luogo ad una continua
attesa, non potendo essere pagata subito, all’inizio, per intero, come il
terreno o il fabbricato? Per altri settecento fanciulli si richiederebbe una
spesa annua di ottomila sterline.
A tutte queste obiezioni la sola risposta era che un Dio è sufficiente a tutto;
e poiché l’occhio di Müller era fisso
sulla potenza di quel Dio, come sulla Sua sapienza e ricchezza, egli poteva
dimenticare la sua debolezza e povertà materiale e morale per affidarsi a Lui.
E
qualora riuscisse a realizzare questo sogno, cosa diverrebbe l‘istituzione dopo
la sua morte?
La
risposta è memorabile; “...il mio debito
è di servire la presente generazione, con tutte le mie forze e secondo la
volontà di Dio; così facendo servirò come meglio è possibile anche la futura
generazione”.
Non
si era forse posta la stessa obiezione Francke quando, duecento anni prima ad
Halle, fondava il più grande Istituto che fino allora fosse esistito nel mondo?
E
quando dopo trent’anni di personale direzione, Francke si ritirò, l’opera non
ebbe nel genero il suo fedele continuatore?
Quell’incoraggiamento che nel 1826
gli era venuto, mentre percorreva i lunghi corridoi, le ampie camerate della
istituzione di Francke, ora, alla distanza di venticinque anni, parlava al suo
cuore, incitandolo ad andare avanti e lasciando il futuro nelle mani di Dio.
Parecchi
argomenti concorsero all’attuazione dell’ampliamento dell’opera: le domande che
non si potevano accettare per mancanza di locale; lo stato miserabile delle
case di ricovero in cui tanti poveri bambini erano costretti a trovare asilo;
il gran numero di casi pietosi meritevoli di aiuto; le esperienze già fatte della
benignità di Dio; la calma che Müller
provava di fronte a quel progetto di espansione.
Ma una ragione
predominava sopra a tutto; una opera così grande intrapresa da un uomo, ma
compiuta unicamente in dipendenza di Dio, sarebbe la più importante testimonianza
verso Colui che ascolta la preghiera.
Il 4 gennaio 1851 un’altra ingente somma di tremila sterline gli venne
affidata, per servirsene a suo gradimento.
Era
un incoraggiamento a proseguire nel proposito.
Fino
al 26 gennaio non comunicò il suo pensiero nemmeno a sua moglie, temendo di
essere mai condotto dal giudizio degli altri, prima di aver ricevuto chiara
luce da Dio. Fu solo dopo che venne pubblicato il dodicesimo rapporto
dell’Istituto per la conoscenza delle Scritture che il pubblico venne a conoscere
il suo progetto di provvedere il ricovero ad altri settecento orfani.
Fino al 2 ottobre 1851 solo mille
e cento sterline erano state date per la seconda casa per gli orfani e il 26 maggio
seguente si raggiunse un totale di tremilacinquecento sterline. Ma Müller
teneva presente che l’aspettativa non sarebbe stata vana.
Non aveva aspettato oltre due anni, prima che la somma necessaria fosse
raggiunta per la prima casa?
Non poteva quindi aspettare anche
di più, se tale era la volontà di Dio, per la seconda?
Dopo un periodo di attesa di ben diciannove mesi, per avere fondi sufficienti
ad iniziare la costruzione e dopo aver ricevuto quasi giornalmente qualche
offerta in risposta alla preghiera, il 4 gennaio 1853 gli giunse l’avviso che
gli veniva mandato un dono collettivo, da parte di parecchi cristiani, di
ottomila e cento sterline.
Anche allora non si mostrò esaltato per questa risposta alle sue preghiere, sebbene ne provasse vivo piacere e la considerasse un altro trionfo in Dio.
Non era l’ammontare della somma che gli procurava quella gioia, ma il fatto che non invano aveva aspettato Dio.
Quattrocentottantatrè orfani attendevano di essere ammessi; si sentì spinto a pregare che la via gli fosse tosto aperta per cominciare la nuova costruzione.
In Giacomo 1:4 trovava la norma che doveva
seguire: «...che la costanza dia appieno i suoi risultati, acciocché voi siate perfetti e compiuti».
Il 26 maggio 1853 la somma utilizzabile per la nuova costruzione era di
dodicimilacinquecento sterline ed in quel moment circa cinquecento orfani
avevano fatto domanda di ammissione.
...occorreva, tuttavia, almeno il doppio, perché la nuova casa potesse essere cominciata, senza correre rischio di rimanere fermi per mancanza dimezzi.
Nel gennaio 1855 parecchi cristiani
si unirono, promettendo cinquemilasettecento sterline per l’opera; di tale
somma tremilaquattrocento furono da lui destinate al fondo per la costruzione.
Intanto il numero delle nuove domande si aggirava sulle ottocento; non era giunto dunque il momento per creare la nuova casa? Perciò Giorgio Müller fece richiesta di campi adiacenti alla prima casa; non essendovene in vendita, bisognava concludere che il Signore avrebbe provveduto altrimenti.
Müller pensò che due case, invece di una sola, potevano essere collegate alle due estremità di quella già esistente sul terreno posseduto. Così determinò di cominciare senz’altro la costruzione di una delle due case sul lato meridionale, capace di ricevere quattrocento orfani.
Il denaro era sufficiente per costruirla e ammobiliarla.
Il 26 maggio 1856, quasi trentamila sterline erano disponibili per la casa n. 2 e il 12 novembre 1857 fu aperta per quattrocento orfani.
Dio, che provvide il fabbricato,
provvide pure gli assistenti senza bisogno di annunzi.
Col principio del nuovo anno, Müller cominciò a mettere da parte seicento
sterline per una terza casa, seguendolo stesso procedimento usato per l’altra,
determinando di fabbricare locali capaci di ricevere quattrocentocinquanta,
invece di trecento orfani.
Ogni espansione dell’opera renderebbe sempre più evidente come un uomo senza fortuna, solamente confidando in Dio, possa conseguire così grandi cose per mezzo della preghiera.
La terza casa per gli orfani fu aperta il 12 marzo 1862, lasciando un fondo di
riserva di diecimila sterline.
Non tutti gli assistenti furono subito trovati e quel ritardo dette nuova occasione a intense preghiere.
La risposta non mancò.
Uno dopo l’altro giunsero, e a misura che venivano si accettavano altri fanciulli.
Numerose richieste erano presentate da nuovi postulanti.
Le esperienze già fatte delle meravigliose vie di Dio, spingevano Müller a procedere ancora. Le case n. 4 e 5 cominciarono a disegnarsi sull’orizzonte della fede.
Nel maggio 1862, Müller aveva seimila e seicento sterline a disposizione per la loro creazione.
Nel novembre 1864 si ebbe un generoso dono di cinquemila sterline da un donatore che non volle far conoscere né il nome né il domicilio; in pari tempo era disponibile una somma di duemila e settecento sterline per gli ingrandimenti in vista.
Ormai vi era più della metà dei fondi richiesti; l’acquisto del terreno e la posa delle fondamenta potevano essere fatte con fiducia.
Müller da parecchi anni aveva posto gli occhi sopra terreni confinanti con quelli già occupati, separati solo da una strada provinciale.
Si recò dall’agente e apprese che la proprietà era soggetta a un termine di affitto che cessava due anni dopo. Ma altre difficoltà sopravvennero; il prezzo era troppo elevato; la Compagnia delle acque di Bristol stava trattando per avere quello stesso terreno e farne un grande serbatoio di acque. Ma tutti quegli ostacoli, per la volontà di Dio, furono sormontati e nel marzo 1865 si poté procedere all’acquisto del terreno.
Erigendo le due case contemporaneamente si sarebbe risparmiato molto, così nel maggio 1866, avendo Müller oltre trentaquattro mila sterline a sua disposizione, fu cominciata la casa n. 4 e nel gennaio 1867 anche la n.5.
Alla fine di marzo la cifra necessaria per tali costruzioni era stata raggiunta
e non mancavano che seimila sterline per la mobilia e il corredo, perché le due
case fossero abitabili.
Tra il novembre 1868 e il gennaio 1870 le due case erano pronte.
Ora l’Orfanotrofio si componeva
di cinque spaziose case in Ashley-Don, che potevano ospitare duemila orfani con
tutto il personale assistente, insegnante e di servizio.
L’opera era una sola nel suo piano primitivo, come nel suo scopo.
Ogni nuova aggiunta rispondeva solo ad una più ampia applicazione e ad una nuova illustrazione delle stesse leggi di vita e principi di condotta che avevano dominato lo spirito di G. Müller.
Il suo supremo punto d’arrivo era la gloria di Dio; la sua unica risorsa la preghiera. Un passo fatto in fede e con preghiera, ne preparava un altro simile; un atto di fiducia lo rendeva più ardito ad avventurarsi verso un altro che implicava maggior rischio e che richiedeva perciò maggior fiducia. Ma ogni preghiera esaudita era per lui fede ricompensata e ogni nuovo rischio dimostrava solo che rischio non v’era nell’appoggiarsi al Dio Verace e Fedele.
Visitando le case per gli orfani si riceveva anzitutto l’impressione della loro
vastità.
Gli ambienti erano spaziosi e ben rischiarati da mille settecento finestroni e sufficienti ad alloggiare sanamente e comodamente oltre duemila fanciulli e il corrispondente personale. Erano inoltre di solida costruzione, in massima parte di pietra, fatte per lunga durata, scrupolosamente semplici.
Il loro aspetto tradiva la ricerca dell’utilità più che della bellezza, tanto all’esterno che all’interno.
La mobilia era di apparenza modesta, senza ornamenti.
Ad alcuni, quella estrema nudità d’ornamenti sembrava soverchia; il signor Müller fu rimproverato di non aver introdotto, qualche forma estetica, atta ad ispirare il gusto artistico dei fanciulli.
A tali critiche può esser
risposto che prima di tutto Müller si sentiva amministratore della proprietà di
Dio perciò esitava a spendere un solo penny che non fosse necessario; per di
più sapeva che quegli orfani avrebbero avuto in seguito una vita frugale e che
tutto quello che avesse coltivato in loro un gusto raffinato poteva renderli
scontenti della loro sorte.
Pulizia, ordine, metodo, regnava da per
tutto. Le porzioni di terreno rimaste vuote attorno alle case
o fra le case, erano coltivate ad orto, dando adito ad un esercizio fisico
igienico per i fanciulli e costituendo una buona risorsa per il vitto.
Ogni
fanciullo aveva uno scompartimento numerato per gli abiti e la biancheria.
Ogni
fanciullo aveva tre mute di abiti e le fanciulle cinque; a queste veniva
insegnato a confezionare i loro vestiti e ad accomodarli.
I
piccini avevano libri illustrati e giocattoli ed erano oggetto di cure materne.
Più
fanciulli della stessa famiglia erano spesso accolti nella stessa casa per non
rompere senza necessità il vincolo familiare.
Il
tempo ordinario della permanenza era di dieci anni circa, alcuni però rimasero
per ben diciassette anni.
La vita giornaliera si svolgeva con regolarità: i fanciulli si alzavano alle
sei e dovevano esser pronti alle sette: i maschi per la lettura, le femmine per
il lavoro; questo fino alle otto, quando
era servita la colazione. Dopo: un breve servizio religioso, quindi cominciava
la scuola. Una mezz’ora di ricreazione all’aperto li preparava per il pranzo,
all’una. Nel pomeriggio, scuola fino alle quattro; di nuovo ricreazione, poi
mezz’ora di cultura spirituale che precedeva la cena per le diciotto e mezza.
Chi
lavorava, chi leggeva, chi studiava ancora, prima di andare a letto: i più
giovani alle otto, i più grandi alle nove.
Ogni
cosa era ordinata per uno scopo finale, e, per servirsi delle parole stesse di Müller: “Noi
miriamo a questo: che se alcuno di essi non darà buoni risultati sia
materialmente che spiritualmente, e non
riuscirà utile alla società, ciò non sarà almeno per causa nostra”.
T
Nel Salmo 23 leggiamo: «Beni a benignità mi
seguiranno».
Quei
due “staffieri” del Signore, nella loro celeste livrea di grazia, seguirono Müller in tutta la sua carriera cristiana.
Meravigliosa
è la storia dell’erezione dei fabbricati dell’Opera per gli orfani ad Ashley-Down,
ma molti altri eventi ed esperienze non sono meno grandi e dimostrano anch’essi
la benedizione e la bontà di Dio.
Torniamo ora indietro per considerare alcuni fatti della vita familiare di Müller.
Lidia
era nata nel 1832; era l’unica figlia rimasta.
Aveva
ormai undici anni, l’età per pensare alla sua istruzione e questo fuori di
casa, sia per sollevare la madre, sia perché Lidia ne traesse maggior profitto.
Fu
scelta una fedele sorella, ricca di quei doni spirituali necessari per sapere
educare e istruire le tenere menti. Era stato convenuto di pagare una certa
somma e Müller pagò la prima rata;
anonimamente gli fu rimandata e per tutti i sei anni di studio della figlia; non
poté mai ottenere un conto delle spese.
Lidia
frequentò la scuola con profitto e nel 1846 chiese di far parte della comunità
religiosa; così iniziò la sua vita di credente e per quarant’anni, cioè fino a
che visse, non si allontanò mai dalle vie del Signore.
Anche
questa è una lezione per molti genitori cristiani che affidano con leggerezza
l’istruzione e l’educazione dei loro figlioli a persone ricche di doti
intellettuali, ma non spirituali. Ed è proprio in quella prima età che il carattere
si forma per tutta la vita.
Lidia aveva ventitrè anni quando si ammalò di tifo.
Sembrava
che il Signore volesse toglierla ai genitori per i quali costituiva il più
grande tesoro, ma la preghiera prevalse.
Müller provò in quella dolorosa esperienza quanto è grande la grazia di Dio.
Ancora, nel campo
missionario, non tralasciò di portare il suo aiuto.
Riusciva a sovvenzionare
quei fratelli che lavoravano per far conoscere l’Evangelo e se all’inizio erano
pochi, e pochi erano i mezzi, diciannove anni dopo, Müller,
rileggendo le Vie del signore verso di lui trovò che la lista dei loro
nomi era salita a ben centoventidue!
...e sempre con la
preghiera aveva sovvenuto alla mancanza di mezzi.
Una volta, egli
racconta, per mandare a ciascuno la consueta somma, mancavano novantadue
sterline.
Presentò la cosa in
preghiera al Signore.
Il giorno dopo ne
ricevette da varie parti centocinquantacinque, in più quindi, di ciò che aveva
domandato a Dio.
Altri fatti della sua
vita dimostrano come realmente beni e benignità lo seguissero,
Ricordiamo il viaggio a Stoccarda, durato circa tre mesi.
Quale ricchezza di
esperienze e, con la bontà e carità che gli erano proprie, quanti errori di
dottrina seppe correggere!
L’Opera per gli orfani
non aveva sosta. E quale carico pesante doveva sostenere! Ma il cocchio del
Signore portava tutto ed era sempre seguito dai due staffieri divini: beni e
benignità.
Anche la malattia si
fece strada molte volte in quella grande comunità. Molti fanciulli provenivano
da genitori morti di tisi: erano malaticci, suscettibili continuamente ad
ammalarsi.
Nel 1855, per quattro orfani, dai cinque ai nove anni, tutti appartenenti alla
stessa famiglia, denutriti, malati, era stata chiesta l’ammissione all’Orfanotrofio.
Si poteva trasformare
l’istituto in ospedale? Ma respingerli sarebbe stato inumano e furono
accettati. Curati fisicamente a moralmente, dopo pochi giorni erano
irriconoscibili.
Non bastavano le malattie del corpo: c’erano quelle dell’anima! La maggior
parte dei ragazzi proveniva da famiglie tarate: vizio, miseria, abbrutimento.
Fanciulli incorreggibili, coi quali veniva tentato ogni mezzo: bontà, carità,
castigo. Quando niente si otteneva, venivano espulsi, con grande dolore, ma per
il bene di tutti gli altri.
Un bambino di soli otto anni, bugiardo, ladro, che aveva tentato per due volte
di fuggire, dopo essere stato ripreso e sopportato per ben cinque anni, fu
espulso. L’atto venne compiuto con solennità, davanti agli altri orfani e al
Consiglio, per conferire una certa solennità, sperando che ciò potesse essere
di esempio ai compagni.
Beni e benignità non solo seguivano, ma custodivano quel servo di Dio.
I due divini staffieri
reggevano un baldacchino di protezione sopra di lui.
Quanti pericoli
invisibili furono superati e non riconosciuti che dopo molto tempo da quando
erano passati!
A Keswick, nel 1847, un
uomo colpito da follia si sparò un colpo di pistola nella stessa casa abitata
da G. Müller. Si seppe dopo che quell’uomo si era fissato
nell’idea che Giorgio Müller volesse
attentare alla sua vita; e molto probabilmente lo avrebbe ucciso se lo avesse
incontrato.
Un’altra grave prova
che colpì Müller, fu la morte del cognato carissimo.
Nell’autunno 1852, A. N.
Groves tornò dalle Indie dove era andato in missione. Gravemente ammalato trovò
ospitalità e cure amorevoli in casa Müller, ma nella primavera dell’anno seguente lasciò
questa vita terrena.
Müller
gli doveva molto: fin dal 1829 il suo esempio di fede, di operosità nel
Signore, gli erano state di valido aiuto, quando ancora nessun appoggio umano,
né alcun legame con la Società missionaria, potevano sorreggerlo in quei primi
passi sull’arduo cammino nel quale si era avviato.
Non mancarono assurde e
ridicole dicerie sparse da persone incredule, che non conoscevano nulla di
quella grande fede che animava quel grande credente: “operatore di miracoli...”, “È
uno straniero... ”, “I suoi metodi
sono originali e con essi cerca di attirare l’attenzione del mondo... ”, “Deve avere una sorgente segreta di fondi...
”.
Giorgio Müller
tranquillamente rispondeva: “I miracoli
li fa soltanto Dio; come straniero potrei piuttosto sfiduciare i benefattori;
le novità difficilmente possono durare una ventina d’anni; riguardo alla “sorgente
segreta”, sì, devo confessare che vi è più verità di quanto gli avversari
possono immaginare”.
Non aveva difatti un
tesoro inesauribile nelle promesse di Dio, immutabile nella Sua fedeltà?
Attraverso migliaia di
pagine scritte di sua mano, insegna che ogni esperienza della fedeltà di Dio
non è solo la ricompensa di una vita passata in fede e in preghiera, ma è anche
la preparazione del servo di Dio ad una maggiore opera, a un più efficiente
servizio, ad una più convincente testimonianza al suo Signore.
Niuno può comprendere tale opera se non vede la potenza soprannaturale di Dio.
Senza questa l’enigma non si risolve; con questa il mistero è per lo meno un
mistero aperto. Egli stesso sentì dal principio alla fine che quel fattore
soprannaturale era la chiave di tutta l’opera e che senza di essa sarebbe
rimasta per lui un problema inesplicabile.
Lo vediamo spesso
paragonarsi, insieme alla sua opera per Dio, al pruneto ardente nel deserto,
che sebbene acceso e in apparenza destinato ad essere consumato, non si
consumava mai.
...perché il pruneto
non si consumava? Perché l’Iddio degli eserciti era nel pruneto e così lo era
pure nell’opera di G. Müller; oppure, come disse Wesley esalando l’ultimo suo
respiro; “Meglio di tutto, abbiamo Dio
con noi”.
Un altro fatto è segnalato nel giornale di Müller.
Racconta che alla fine
del novembre 1857 una
caldaia per il riscaldamento in una delle case perdeva acqua e bisognava
ripararla.
Essendo murata
occorreva molto tempo.
Come lasciare al freddo
trecento bambini?
Procurare un altro
mezzo di riscaldamento avrebbe portato una spesa non indifferente, impossibile
in quel momento.
Confidò in Dio e diede
ordine di cominciare i lavori.
Soffiava un vento
freddo che faceva prevedere un inverno precoce.
Müller si
immerse nella preghiera: Dio poteva mutare quel vento glaciale in un vento del
sud.
La mattina, all’inizio
dei lavori, la preghiera era stata esaudita: spirava un vento tiepido, così da
non rendere necessario alcun riscaldamento in quella casa.
Alla richiesta fatta al
capo operaio se fosse possibile intensificare il lavoro, gli operai all’unisono
risposero che erano pronti a lavorare anche la notte.
In soli due giorni la
caldaia poté funzionare, riscaldando i grandi a numerosi ambienti.
Nel 1862 parecchi
ragazzi erano ormai in età di lavorare, ma non si trovavano posti convenienti.
Per mezzo di annunci era facile avere delle richieste da persone che cercavano
apprendisti, ma per amore del premio che ne ricevevano.
Qui ancora l’intervento
divino non fece difetto e rispose prontamente alle preghiere: ognuno dei
diciotto ragazzi disponibili, fu regolarmente affidato alla cura di un credente
che, oltre avviarlo ad un lavoro, lo ricevette in famiglia.
Altri tre casi di
segnalato intervento divino, in risposta alla preghiera, sono ricordati
nell’annata fra il maggio 1864 e il 1865.
Il primo ebbe luogo durante la grande siccità dell’estate 1864. Le
quindici grandi cisterne delle tre case erano vuote; i nove pozzi e una fontana
molto diminuiti di portata. Giornalmente occorrevano quasi quindici metri cubi
d’acqua per i bisogni dell’Istituto, per cui ogni giorno si pregava Dio per
avere la pioggia.
Non venne la pioggia, ma un proprietario agricolo, avendo là vicino parecchi
buoni pozzi, fornì quasi la metà dell’acqua necessaria.
Quando anche
quell’aiuto venne a mancare, un altro agricoltore offrì di provvedere l’acqua
da un ruscello che scorreva nel suo fondo. L’acqua fu così sufficiente fino a
che la pioggia tornò a riempire pozzi e cisterne.
Venti anni dopo la
Compagnia delle acque di Bristol diramò le sue condutture fino ad Ashley-Down e da
allora in poi per l’Istituto vi fu acqua perenne a sufficienza.
Il secondo caso fu quando per tre
anni infierì una triplice epidemia di scarlattina, tifo e vaiolo nella città di
Bristol e dintorni, sicché anche gli orfani ad Ashley-Down ne erano minacciati;
molte preghiere furono fatte a Dio. Nessun caso di scarlattina, ne’ di tifo si
verificò nell’Istituto, solo il vaiolo s’introdusse nella più piccola delle
case. La malattia si estese nelle altre case con quindici casi, tutti però a
carattere benigno. Fu pregato perché il male non si estendesse. Nessun altro
caso si verificò e dopo nove mesi la malattia scomparve, senza che alcun
bambino né adulto morisse.
Il terzo caso: bufere tremende
infuriarono su Bristol e dintorni nel 1865. I tetti dell’Orfanotrofio ne
soffrirono talmente che in circa venti punti si formarono aperture e larghe
lastre di vetro si ruppero. Era un sabato e fino al lunedì non si potevano
chiamare i vetrai. Fu supplicato il Signore perché facesse cessare pioggia e
vento.
Il Signore esaudì,
cessò di diluviare e le riparazioni poterono essere effettuate entro il
mercoledì stesso.
Giorgio Müller
ricorda dettagliatamente queste circostanze nella sua Cronaca annuale, perché
fanno parte della testimonianza a Dio, alla benignità e grazia che
continuamente lo accompagnavano.
Verso la fine del maggio 1866, Emma Bunn, una orfana di diciassette anni, fu
colpita da tisi. Quantunque ospite nell’Orfanotrofio da ben quattordici anni,
il suo cuore non si era aperto alla Grazia.
Si pregava ogni giorno
per lei.
La morte si appressava,
quando avvenne la sua conversione.
Un profondo senso di
aborrimento di se stessa prese il posto della lunga indifferenza; un’aperta
confessione di peccato, una gioia indicibile nel Signore subentrò alla apatia e
freddezza di prima. Fu un chiaro miracolo spirituale; la sua spensieratezza, la
sua noncuranza erano note a tutti. La sua conversione e i suoi messaggi, prima
di morire, furono un mezzo di cui il Signore si servì per suscitare un esteso
risveglio, quale ancora non si era veduto in quell’istituto, fra gli orfani.
In una sola casa,
trecentocinquanta di essi furono condotti a trovare pace credendo.
Scarlattina, pertosse, rosolia, morbillo, quante epidemie proprie della prima
età, ma in un anno, su milletrecento alunni solo undici morirono: meno dell’1
per cento!
Le prove più o meno
gravi non erano mancate, ma l’Opera era andata avanti crescendo, fino ad
assumere proporzioni colossali e nello stesso modo Dio ne aveva seguito passo
dopo passo lo sviluppo, rispondendo ai crescenti bisogni ed esigenze
dell’opera.
Lo scopo di tutta l’attività di Müller era stato fin da principio la gloria di Dio,
dimostrando quello che si può fare con la preghiera e con la fede, senza
appoggiarsi all’uomo; perciò la sua schietta testimonianza era: “Fino
ad ora il Signore ci ha aiutati”.
Un forte dolore colpì Müller
nel gennaio 1866.
Enrico Craikc, l’amico
più caro durante trentasei anni e dal 1832 suo coadiutore in Bristol, morì dopo
una malattia di sette mesi.
Questa amicizia,
consolidata attraverso anni di comuni lavori a di prove, si era trasformata in
una affezione non comune. Erano quasi coetanei, entrambi sulla sessantina.
La perdita per G. Müller
sarebbe stata troppo amara per essere sopportata con pazienza e serenità, se
non avesse avuto sotto di sé le braccia eterne del suo Dio.
il futuro poteva parere oscuro, la via desolata e pericolosa, ma la benignità e
la grazia lo seguivano da vicino, pronte a sostenerlo nelle ore di oscurità, a
fornire coraggio e fiducia nell’Eterno.
T
Egli copre la luce con nubi.
Nessuna creatura umana
è passata nella vita senza l’esperienza di un cielo carico di nubi. Beato chi può discernere una linea
argentea, luminosa, che contorna quella nube di tempesta, meglio ancora se ha
la certezza che dietro quel cielo minaccioso risplende ancora il sole.
L’anno 1870 fu reso tristemente memorabile per la morte della signora Müller,
la quale visse fino a vedere l’ultima delle nuove case aperta.
Fin dall’inizio dell’Opera,
nel novembre 1835, per oltre trentaquattro anni, quella cara e devota moglie
era stata un aiuto pieno di simpatia.
Quella vita coniugale
si era avvicinata all’ideale di una unione cristiana, per la mutua
comprensione, comune fede in Dio, e amore per la Sua opera; lunga associazione
nella preghiera e nel servizio.
Nel loro caso il
fidanzamento, si può dire, non era mai finito.
La tenera cura e le
reciproche delicate attenzioni dei primi giorni della loro unione, crebbero
anziché diminuire col passare degli anni; dettero a tutti la prova che il
segreto per guadagnarsi l’amore è di mantenerlo vivo a attivo.
Mai la sua cara Maria
era stata preziosa a suo marito come nell’anno della sua partenza per il cielo.
Giorno per giorno erano abituati a rimanere, dopo aver pranzato, in una
affettuosa comunione di mente e di cuore, tenendosi per mano e sia conversando,
sia in silenzio, realizzavano la più dolce comunione col Signore.
La loro felicità in Dio
e nel reciproco amore era continua, ininterrotta, crescente cogli anni.
Müller
era fermamente convinto che tanta felicità coniugale non venisse solo dal fatto
che Maria era una sincera credente, ma che il loro comune scopo era di vivere
solo e interamente per il Signore. Lavoravano uniti; non permettevano mai che
il lavoro intralciasse la cura dell’anima, ne’ togliesse le ore consacrate alla
preghiera in privato, ed allo studio della Scrittura. Erano abituati a
consacrare un po’ di tempo alla preghiera in comune, in cui presentavano al
Signore le necessiti più urgenti.
La signora Müller
non era mai stata una donna vigorosa e più di una volta rasentò la morte.
Nel 1859 una forma
acuta di reumatismo la costrinse a un riposo assoluto; questo contribuì a
ristabilirla tanto bene che poté per altri dieci anni servire il Signore.
Ma nell’ultimo tempo c’era un declino nella sua vitalità. Suo marito cercava
con tenerezza di persuaderla a risparmiare le sue forze, regolava la sua dieta,
il suo riposo, cercava di evitarle gli sbalzi di temperatura. Tutte le
attenzioni che le prodigava riuscirono a tenerla ancora in vita.
Ma il sabato 5 febbraio
1870 sopravvenne la paralisi ad uno degli arti.
La fine si
approssimava, ma la mente era chiara e il cuore in pace.
Ripeteva: “Egli sta per venire”.
La domenica passò dolcemente
nell’eterno riposo.
Sotto il peso di così
grande dolore, molti uomini si sarebbero lasciati opprimere dalla disperazione,
ma quell’uomo di Dio, sostenuto dal divino amore, in breve seppe trovare
ragioni per rendere grazie e invece di indugiarsi a piangere la perdita, si
sforzò di considerare e ricordare la bontà di Dio per aver chiamato a Se
un’anima già pronta, invece di averne prolungata un’esistenza di penosa
incapacità.
Ella ora era alla
presenza del Signore Gesù per dedicarsi con Lui ad un più alto servizio nelle
celesti sfere.
Non è forse un dolore
di natura egoistica il considerare tanto la nostra privazione e dimenticare la
beatitudine dei santi che sono nella vera casa col Signore, liberi dalle
limitazioni del corpo?
Solamente nelle estreme
prove, che per uomini increduli sono un peso schiacciante, una fede completa,
indiscutibile, nell’amore del Padre, sostiene e conforta. Se la propria volontà
è veramente assorbita in quella di Dio, la vita, che è nascosta in Lui, nelle
ore più tenebrose irraggia luce all’intorno.
Dopo vent’otto ore
dalla morte della sua compagna, Müller si recò alla riunione di preghiera del lunedì
sera, alla cappella di Salem, per unirsi in preghiera e rendimento di grazie,
come era uso, con i suoi fratelli. Con faccia gioiosa si alzò e disse:
“Cari fratelli e sorelle in Cristo, vi
domando di unirvi a me per lodare e ringraziare il Signore per la sua bontà
nell’aver tratto a Se la mia diletta moglie, sottraendola alle pene e
sofferenze che l’affliggevano, e averle dato riposo in Lui. E siccome non posso
che gioire di ogni cosa che sia per la sua felicità, così ora godo sapendola
paga nel contemplare il Signore che amava tanto. Vi prego pure di pregare
affinché il Signore mi dia la comunione del Suo godimento e il mio cuore,
privato di tale oggetto di vivo a profondo affetto, possa essere occupato più
della sua beatitudine che della mia inapprezzabile perdita”.
Queste notevoli parole
ci furono riferite da una persona che era presente e su cui fecero profonda
impressione.
Il corpo fu posto nella
tomba il giorno 11 febbraio, accompagnato da migliaia di amici e conoscenti,
che esprimevano la loro viva partecipazione.
Milleduecento orfani,
gli assistenti e gli insegnanti presero parte alla mesta cerimonia.
Müller
stesso condusse il servizio funebre tanto alla cappella che al cimitero.
In seguito cadde seriamente ammalato, ma quando si sentì di nuovo in forze
tenne un sermone intorno a sua moglie; la soprannaturale serenità e la pace
d’animo dopo quella separazione, fece dire a un suo amico: “Non ho mai visto un uomo così poco umano!”.
Sì, perché era più che umano, alzato al di sopra della comune umanità da una
potenza che non è dell’uomo.
Il suo sermone al
funerale fu un nobile tributo reso alla bontà di Dio, anche in mezzo
all’afflizione.
Il testo Tu sei
buono e benefattore era tratto dal Salmo 119.
“Il Signore è stato buono nel darmela in moglie; nel permettermi di
vivere con lei per tanti anni; nel riprendermela”.
Questo sermone è
conservato nel suo Giornale e bisogna leggerlo per apprezzarlo. Quell’unione
era cominciata con la preghiera e fu santificata dalla preghiera fino alla
fine. La testimonianza che Müller ne rese nel suo Giornale non ha bisogno di nessuna
aggiunta, essendo il tributo di chi la conobbe più a lungo e meglio.
Egli scrive: “Ella fu per me un dono di Dio, squisitamente
adatto a me e al mio temperamento. Mille volte le dissi: “Cara mia, Dio stesso
ti ha messa da parte per me, come la più adatta compagna che potessi avere o
desiderassi di avere”.
La cultura
di questa donna di eccezione era pratica; la sua educazione signorilmente
compita. Si era occupata dello studio delle lingue, dell’astronomia ed anche
della matematica; questa le servì moltissimo per aiutare suo marito: esaminava
i libri dei conti e di cassa, controllava le fatture delle provviste per le Case
degli orfani, rilevando i minimi errori.
Bravissima nei lavori
d’ago ed esperta nel saper scegliere le stoffe più adatte per i vestiti dei
ragazzi e delle ragazze, nel dirigere la confezione di tutto ciò che riguardava
le case. Si muoveva in esse come un angelo benefico; particolarmente
occupandosi dei più piccini, come una madre affettuosa.
Pochi giorni dopo la
sua morte, la Direzione ricevette una lettera da un orfano di diciassette anni,
ancora nell’Istituto, che domandava, anche a nome di altri allievi, il permesso
di alzare un ricordo in pietra sulla tomba della signora Müller,
come espressione di affetto e di riconoscenza. Il consenso fu dato e centinaia
di offerte furono ricevute da parte di orfani che durante i venticinque anni
precedenti, erano stati oggetto delle sue cure materne.
Lidia aveva trovato,
circa due anni prima della morte di sua madre, un memorandum scritto di sua
mano. Eccone il testo: “Se piacesse al Signore di prendermi
subitamente, nessuno dei cari superstiti pensi che ci sia un giudizio ne’ per
loro ne’ per me. La scrivente ha spesso, nelle ore di conscia comunione col
Signore, sentito “quanto dolce sarebbe ora dipartirsi ed essere per sempre col
Signore Gesù!” (...e solo il pensiero del dolore che la sua morte
procurerebbe al caro marito, alla figlia, ed agli altri, ha represso in lei
l’ardente desiderio che il suo spirito si dipartisse); “Prezioso Gesù La Tua volontà in questo, come in ogni cosa, sia fatta e
non la mia”.
Queste parole, che furono l’ultimo legato da lei lasciato al marito, servirono
a recargli conforto.
Le cure assidue della
figlia, che cercava di occupare nella casa il vuoto lasciato dalla madre, e
soprattutto il ricordo di Colui che aveva detto «Io non ti lascerà né ti abbandonerò» (Ebrei 13:5), dettero a Müller la
forza di continuare il suo pellegrinaggio.
Nella solitudine che sentiva aumentare di mese in mese, un avvenimento
imprevisto mutò il corso della sua vita.
Lidia venne chiesta in
sposa da James Wright, rimasto pure egli vedovo.
Certo che a nessun uomo
poteva con maggior fiducia affidare quest’ultimo tesoro della sua vita.
Incoraggiò la figlia ad
accettare, benché essa esitasse per non lasciar solo il padre.
Nel novembre 1871 si sposarono a fu
un’unione felice, pari a quella dei genitori di Lidia.
Per Müller il senso di solitudine
si fece più forte.
Sentiva il bisogno di aver qualcuno al suo fianco, che partecipasse ai
suoi lavori a avesse intima comunione con lui nella preghiera.
Decise di domandare la mano della signorina Susanna Grace Sangar, che
aveva conosciuta da più di venticinque anni come seria discepola, stimandola
pienamente adatta ad essergli un aiuto nel Signore.
Non era ricca, avendo perduto ciò che possedeva; se fosse stata ricca
avrebbe considerato la sua fortuna come un ostacolo al suo matrimonio,
un’incapacità ad una vita di rinunzia secondo le Scritture.
Ella fu pienamente d’accordo con lui nell’uso dei beni, talché, avendo
ancora un residuo di duecento sterline, le pose a disposizione del Signore,
unendosi così a suo marito in una vita di povertà volontaria.
Sebbene in seguito ricevesse parecchi legati, continuò fino al giorno
della morte a rimanere povera per amore del Signore.
Varie volte fu chiesto
a Müller che cosa sarebbe avvenuto della sua opera se egli,
il capo degli operai, si fosse ritirato.
Gli uomini trovano
difficoltà a distogliere gli occhi dallo strumento, senza ricordare che vi è un
solo agente; giacché l’agente è colui che opera, e lo strumento è ciò con cui
l’agente opera. Senza dubbio il consiglio dei fratelli garanti si sarebbe
occupato, al caso, di provvedere: ma dove si troverebbe l’uomo capace di
prendere la direzione? Un uomo che fosse così conforme di spirito a quello del
fondatore, da confidare e dipendere soltanto da Dio?
A tali questioni non
aveva che una risposta sempre pronta: l’unica soluzione di tutte le cure e
perplessità: “il Dio vivente”. Colui che aveva fornito i mezzi per erigere le
case per gli orfani poteva mantenerle in attività; Colui che aveva scelto un
umile uomo per dirigere l’opera in Suo Nome, poteva provvedere un valido
successore: Giosuè non solo seguì Mosé ma gli succedette. Il Dio degli eserciti
non è limitato nelle Sue risorse.
Molte preghiere furono tuttavia elevate a Dio perché si trovasse al momento
opportuno un degno successore e fu preparato nel signor James Wright.
Non perché fosse il
genero di Müller: la scelta avvenne prima del matrimonio con Lidia Müller.
Da più di trent’anni,
ossia dalla sua fanciullezza, Wright era ben conosciuto da Müller
che lo aveva seguito nel suo elevarsi nelle cose del Signore.
Già da tredici anni era
divenuto la sua mano destra nelle cose più importanti.
Durante tutto quel
tempo, Müller e sua moglie lo raccomandavano a Dio nelle
preghiere; entrambi si sentivano sicuri che Dio lo avrebbe reso sempre più
capace di assumere a suo tempo tutta quella responsabilità.
Quando nel 1870, dopo la morte della moglie, Müller era malato, aprì il
suo cuore a Wright, circa la successione.
Troppo umile per
affrontare senza riflessione le molte difficoltà, Wright attese che il Signore
rimuovesse ogni incertezza.
Questo accadeva ventuno
mesi prima che sposasse Lidia Müller.
Subito dopo Wright
divise col suocero le responsabilità dell’Opera.
Dopo circa tre anni dalle seconde nozze di Giorgio Müller,
nel marzo 1874, la sua seconda moglie Susanna Grace, cadde ammalata ed ebbe una
emorragia che la condusse vicino alla morte.
Ella riprese quindi un
poco le forze, ma febbre e delirio si alternavano con una ostinata insonnia e
per la seconda volta parve vicina a morire.
Ogni speranza umana
sembrava svanita. Eppure, in risposta alla preghiera, la signora Müller
superò la prova e, dopo un soggiorno al mare, riprese completamente le forze. Il
Signore volle poi che continuasse ad essere la compagna di suo marito in quegli
anni di viaggi missionari, che diedero a Müller il mezzo di spargere ovunque la parola di verità.
Dopo le ombre del dolore e della sofferenza, quell’uomo amato da Dio ritrovava
sempre quel ristoro e sollievo che è come “l’ombra d’una grande roccia in luogo
deserto”.
T
Le risposte che Dio da alla preghiera, appaiono talvolta negative. Egli tiene
conto del desiderio interno di colui che prega e risponde secondo la mente dello
Spirito, più che all’imperfetta e talvolta sbagliata espressione del
richiedente. Inoltre, la Sua sapienza infinita scorge una maggior benedizione
per noi nel rifiutarci il bene di minor valore che cerchiamo. Così, Egli
risponderà talvolta non al tempo né al modo che intendiamo e nemmeno secondo il
nostro espresso desiderio, ma secondo i moti intimi del nostro animo, che Egli
interpreta meglio di noi.
Monica, madre di Agostino, pregava che al suo dissoluto figliolo non fosse
permesso di andare a Roma, cloaca di corruzione; ma Dio gli permise di andarvi,
e là venne in contatto con Ambrogio, vescovo di Milano e per suo mezzo fu
convertito. Dio dunque aveva interpretato e soddisfatto il desiderio della
madre, pur negandole la sua richiesta.
Quando Müller, per ben cinque volte nel periodo di otto anni, si
era offerto come missionario, Dio glielo aveva impedito e ciò poco dopo la sua
conversione. Ora invece aveva sessantacinque anni e Dio si preparava a
permettergli, e in un modo inaspettato, di divenire missionario.
Al principio del suo
ministero era andato qua e là nel continente e in Inghilterra, ma ora stava per
visitare regioni lontane e passarvi saltuariamente quasi diciassette anni.
Queste lunghe
peregrinazioni, nella vita già matura di Müller, occuparono gli anni dal 1875 al 1892 e si
estesero più o meno all’Europa, America, Asia, Africa e Australia, sufficienti
a riempire da sole la vita missionaria di un comune operaio del Signore.
Questi viaggi ebbero una origine curiosa.
Mentre Müller era
nel 1874 nell’isola di Wight per la salute della moglie, predicò un giorno in
una cappella; le sue parole toccarono così sul vivo il cuore di un fratello che
questi, qualche giorno dopo, gli disse come “quel giorno fosse stato il più felice della sua vita”. Questa
dichiarazione convinse Müller che il
Signore voleva servirsi di lui per aiutare i credenti fuori di Bristol e decise
di andare, ovunque una porta gli si aprisse, per diffondere la sua
testimonianza.
Egli riassumeva gli
scopi che lo spingevano a compiere l’opera di missionario, nei seguenti:
w
predicare l’Evangelo nella sua semplicità,
w
dimostrando che la salvezza non dipende dalla nostra fede,
ma dal sacrificio di Cristo e la giustificazione dal momento in cui crediamo;
w
condurre i credenti a riconoscere la loro posizione di
salvati;
w
riportare i credenti a ricercare la verità nella Parola,
fame oggetto quotidiano di meditazione con preghiera e tradurla in obbedienza a
Dio;
w
promuovere fra tutti i credenti l’amore fraterno, dando
meno importanza alle cose non essenziali, facendo maggior conto delle grandi
verità;
w
rinforzare la fede dei credenti, incoraggiando la fiducia
in Dio nella certezza della Sua risposta alla preghiera;
w
promuovere la separazione dal mondo e mettere i credenti
in guardia contro fanatismi e stranezze, come quella invalsa fra molti di
credere di poter giungere a una perfezione esente da peccato; stabilire la
speranza e l’aspettativa della venuta del Signor Gesù.
Il 20marzo 1875 segna una data importante: la partenza per il giro missionario
in Inghilterra, dove tenne settanta predicazioni, durante circa dieci
settimane.
Ritornato a Bristol, vi passò sei settimane; il 14 agosto riprese il secondo
giro, nel quale si proponeva di seguire l’opera di risveglio iniziata dai
signori Moody e Sankey, i quali, essendosi fermati troppo brevemente in ogni
luogo non avevano potuto condurre i nuovi
convertiti ad un più alto grado di conoscenza e di grazia.
Müller
seguì quegli evangelisti in Inghilterra, in Scozia, in Irlanda, fermandosi in
ciascun luogo visitato da loro, cercando di edificare ed educare coloro che
erano stati condotti a Cristo.
Il terzo viaggio si
compì fuori Inghilterra, nel continente europeo, tenendo in tutto circa
trecento predicazioni in settanta città e villaggi.
Il quarto viaggio, dall’agosto 1877 al giugno 1878, fu compiuto in America;
Canada e Stati Uniti.
Parlò spesso in
numerose congregazioni tedesche, ai popoli di colore, a corporazioni
universitarie, collegi e seminari teologici.
La sua singolare
universalità di mente, la sua carità e umiltà attirava anche coloro che
differivano da lui, e tutte le denominazioni furono pronte ad accoglierlo.
Il quinto viaggio, iniziato, sempre in compagnia della moglie, il 5 settembre
1878, si svolse di nuovo sul continente. Visitò le scuole sostenute interamente
con fondi dell’Istituto per la conoscenza delle Scritture, scuole
frequentate anche da bambini cattolici, nonostante le minacce dei preti.
In Spagna trovò la
maggiore opposizione del Governo.
A Roma constatò l’idolatria,
non pagana, ma papale che regnava nella città.
Visitò Napoli e fece
l’ascensione del Vesuvio. Davanti a quel cono fumante, pensando alla massa
liquida portatrice di morte, che aveva distrutto intere città, non poté fare a
meno di pensare all’onnipotenza di Dio nell’amore, ma anche nella Sua collera.
Dopo una visita alle
Valli Valdesi, dove tanti martiri avevano sofferto prigione, esilio e morte,
sentì come lo spirito del martirio sia testimonianza del più alto grado.
Dopo nove mesi e mezzo
fece ritorno a Bristol.
Il sesto viaggio, agosto 1879, fu compiuto di nuovo in America, visitando gli
Stati fra l’Atlantico e la valle del Mississippi.
Dopo duecento giorni,
dopo aver predicato trecento volte, in più di quaranta città, fece ritorno in
patria.
Il settimo viaggio si
svolse ancora in America, dal settembre 1880 al maggio 1881.
L’ottavo viaggio fu un lungo giro di predicazioni dall’agosto 1881 al maggio
1882, in Europa.
Passò poi in Palestina,
visitando i luoghi sacri ad ogni cristiano, quindi visitò Costantinopoli,
Atene, Brindisi, Roma e Firenze.
Le predicazioni
venivano fatte in tutte le lingue, servendosi anche di interpreti.
Il nono viaggio: di
nuovo in Europa.
Si recò anche nel suo
paese nativo, dopo sessantaquattro annidi assenza.
In Russia avvicinò
persone di alto rango a cui parlò dell’Evangelo. Una volta, mentre era con
sette poveri russi, una guardia di polizia li sorprese a leggere la Bibbia e
sciolse la piccola riunione.
Il decimo viaggio si iniziò nel settembre 1883 ed ebbe per meta l’Oriente,
parlando a eurasiani, indiani, mussulmani e gente di colore.
Compiva i settantanove
anni e la sua attività e resistenza aveva del miracoloso.
L’undicesimo giro si svolse in Australia, quindi in Cina, Giappone, Malacca.
Era partito nel
novembre 1883 e ritornò in Inghilterra nel giugno 1887.
Dopo due mesi: il dodicesimo viaggio. Australia del sud, Tasmania, Nuova
Zelanda, Ceylon, India.
Terminò nel marzo 1890.
Durante questo viaggio
ebbe la dolorosa notizia della morte della figlia diletta.
Fu questa la causa del
suo ritorno in patria, prima del previsto, per portare conforto al genero e
sollevarlo nel lavoro duplicato, non avendo più al suo fianco il prezioso aiuto
della moglie.
Breve riposo; dal luglio 1890 al maggio 1892 ecco Müller di
nuovo in viaggio nel continente.
In sostanza furono due
viaggi, senza intervallo e chiusero la serie, durata ben diciassette anni.
Quest’uomo dal settantesimo all’ottantasettesimo anno visitò quarantadue paesi
e percorse una distanza equivalente a otto volte il giro della terra.
In ogni suo viaggio missionario poté vedere l’approvazione di Dio: il costo
della vita, molto maggiore di quello usuale in casa propria; le spese di
navigazione, di ferrovia, furono sempre coperte, ricevendo da Dio quanto
occorreva.
L’opera per gli orfani in Ashley-Down non soffrì per la sua assenza, essendo
sotto la guida del genero, della figlia, e di numerosi assistenti.
Usualmente gli
giungevano notizie settimanali, richiedenti il suo consiglio per i problemi più
gravi. Anche
finanziariamente nessuna delle opere da lui fondate ebbe a soffrire durante la
sua assenza, anzi le offerte divennero più copiose.
Durante il primo e il
secondo viaggio in America, lo scrivente, pastore della Chiesa presbiteriana di
Detroit, ebbe modo di avvicinare Müller più volte e avere con lui delle conversazioni
chiarificatrici su alcune verità.
Ascoltò così parole che
rimasero impresse nella sua mente e nel suo cuore e fu aiutato a fondare ogni
questione su principi biblici.
In una loro
conversazione Giorgio Müller terminò così: “Caro
fratello mio, il Signore vi ha dato ora sufficiente luce su queste questioni e
vi considera responsabile dell’uso che ne farete. Se camminerete in obbedienza,
secondo quella luce, riceverete di più, altrimenti la luce vi sarà tolta”.
Lo scrivente non
dimenticò mai queste parole e quando nel 1898 Müller morì, egli si mise in
relazione col genero, signor Wright, esponendogli il desiderio di essere da lui
aiutato a compilare una memoria di quella vita meravigliosa, certo che sarebbe
stata fonte di bene per tutti coloro che avrebbero potuto conoscerla.
Dell’uomo mirabile,
quale egli lo conobbe nel
periodo dei viaggi missionari, gli rimase un vivido ricordo.
La sua corporatura era
alta e sottile, sempre correttamente vestito; il suo passo fermo e sicuro.
La faccia in riposo
poteva sembrare severa, se non fosse stato il sorriso che traspariva dai suoi
occhi ed illuminava le fattezze del volto sì da infondervi il carattere.
Le maniere erano
cortesi, dignitose senza affettazione; nessuno alla sua presenza si sentiva
umiliato, eppure in lui vi era una certa apparenza di autorità e di maestà che
lo faceva sembrare come
nato da principi.
Nonostante ciò,
mostrava una semplicità di fanciullo e i fanciulli si sentivano a loro agio con
lui.
La sua pronunzia non
perdette mai l’accento forestiero, la parola era lenta e spiccata, come se una
duplice guardia fosse posta sulle sue labbra.
Aveva, insomma, il
carattere che Giacomo chiama dell’uomo perfetto, capace di tenere
in freno tutto il corpo.
Chi non lo conobbe che
in parte, poteva giudicare che mancasse di gaiezza. Ma egli non era un asceta
ne’ gli mancava una disposizione ad una innocente arguzia.
Per abitudine era
riservato, ma sapeva anche godere di una facezia, che però non avesse ombra di
maldicenza o di improprietà.
Coi suoi più intimi,
congiunti o amici, si mostrava volentieri gaio e ilare.
Una volta, salendo con
sua moglie ed altri compagni di escursione un’altura dominante il mare, andò
innanzi e poi si sedette aspettando che il resto della comitiva lo
raggiungesse. Appena gli altri arrivarono e si misero seduti, tranquillamente
si alzò e disse: “Bene, ora che ci siamo
riposati, proseguiamo il nostro cammino”.
T
La quantità di minore importanza della qualità nel servizio.
Lavorare bene, più che
lavorare molto, sarà il motto di colui che sopra a tutto si propone di piacere
a Dio.
Gesù ordinò ai Suoi
discepoli d’aspettare finché fossero investiti di potenza dall’alto, perché
solo la virtù dall’alto conferisce forza alla testimonianza.
La vita operosa di Müller
illustra felicemente tanto la qualità che la quantità del suo lavoro. Possiamo
quasi domandarci se alcun altro uomo, del secolo in cui egli visse, abbia
compiuto così vasta opera per Dio e per l’uomo.
L’opera per gli orfani non era che un ramo dell’albero, cioè dell’istituto
Biblico; il fondatore aveva in vista piani grandiosi per la causa del
Signore.
Cercava di fondare o
almeno di aiutare scuole cristiane ovunque ne vedesse il bisogno; distribuiva
le Sacre Scritture; aiutava i missionari che recavano testimonianza alla verità
e che servivano il Signore nei luoghi più remoti.
Uno spirito ardente non è mai contento
di ciò che fa, anzi è pronto ad approfittare di ogni porta che gli venga
aperta.
Quando l’Esposizione di
Parigi offrì la rara occasione di predicare alla folla che si addensava nella
capitale francese, si valse del servizio di due fratelli, uno dei quali parlava
tre lingue a l’altro otto lingue moderne.
Fu calcolato che in
quell’occasione furono distribuite un quarto di milione di Bibbie, in sedici lingue, accettate anche dai
preti cattolici.
Nello spazio di sei
mesi, coloro che profittarono di quella porta aperta, sparsero un numero di
copie del Libro divino maggiore di quello che, in circostanze ordinarie, si
sarebbe potuto ottenere con diecimila messaggeri in cinque anni.
All’Esposizione di Le Havre,
nel 1868, fu compiuta un’opera simile; così pure quando Müller
andò in Spagna; prese pronte misure per diffondere le Sacre Scritture: per la
prima volta per le vie di Madrid si vide la Bibbia aperta, osservata e venduta.
In un’ora ne furono vendute duecento cinquanta copie. Gli stessi fatti si
ripeterono in Italia, quando il paese, divenuto libero, fornì vasto campo per
spargervi la semenza di Cristo.
Il servo di Dio spiava, vegliando, i segni dei tempi e mentre altri dormivano,
seguiva con l’azione quei segni.
Nel 1874 la
circolazione gia giunta a un totale di tre milioni e settecento mila copie e
Dio suppliva con abbondanti mezzi.
Müller
non tralasciava nessuna occasione: i trattati erano offerti gratuitamente nelle
fiere, alle corse, gare, nei pubblici spettacoli, ai passeggeri sulle navi, sui
treni, per le strade.
Di pari passo a
quest’opera per l’istituto Biblico, procedeva quella per gli orfani,
della quale è stato scritto diffusamente nelle pagine precedenti.
Quante lezioni ci vengono dalla vita di quest’uomo
Le esperienze passate
avevano tutte cooperato al suo bene e trovava sempre motivo di benedire il
Signore, ripetendo col Salmista: «Rallegriamoci al pari dei giorni che ci
hai afflitto; degli anni che abbiamo sentito il male» (Salmo 90:13).
Molti santi hanno
sperimentato, come Müller, questa divina compensazione, sopportando con
pazienza afflizioni e avversità.
La fede è il segreto
della pace in mezzo allo scoraggiamento.
Giacomo fu condotto dallo
Spirito di Dio a scrivere che l’uomo incredulo o dubbioso nelle sue vie, è simile a «un’onda di mare
agitata e spinta qua e la dal vento»
(Giacomo 1:6). L’uomo di debole fede manca di stabilità sotto due
aspetti: la sua fede non ha continuità di esperienza, sentendosi ora sulla
cresta dell’onda, ora inabissato nel fondo; non ha nemmeno continuità di
progresso, perché ciò che guadagna oggi lo perde domani.
Müller, nelle sue cronache, ricorda alcuni fatti che dimostrano la sua
incrollabile fede: “Per più di
cinquant’anni ho camminato in un sentiero di piena confidanza in Colui che è il
Fedele ed ora sono sempre più convinto che solamente col Suo aiuto posso
continuare nella mia corsa”
Prima di partire per l’America, nel 1880, si sentì spinto singolarmente a
pregare perché lo Spirito Santo scendesse sugli orfani, in una visita di
grazia.
Prima ancora che avesse
intrapreso regolarmente l’opera in America, gli pervennero notizie dalle Case
di un’opera benedetta di conversioni: oltre cinquecento orfani avevano
trovato la salvezza in Cristo Gesù e altri davano segno di risveglio
spirituale. Il Signore non dimenticava le Sue promesse e coltivava la pianta
che aveva permesso di porre in Ashley-Down.
Il grande scopo di Müller e di tutti i suoi collaboratori fu sempre quello,
non solo di dare nutrimento al corpo di quei poveri orfani, ma di elevarli
verso il Signore.
“Un numero considerevole di essi”,
ricorda Müller, “ha dato segni di rigenerazione e ha mantenuto anche in seguito
carattere coerente e buona condotta”.
Un’anziana ricoverata, dopo molti anni scrisse di esser servita di strumento
nelle mani di Dio, per condurre a Cristo una compagna la quale cercava invano
la pace. Essa era divenuta come un’insegna sulla strada, il mezzo di dirigere
un altro viandante sulla buona via, solo ripetendo ciò che aveva udito, sebbene
essa stessa non avesse seguito il sentiero della verità.
Un altro orfano scriveva nel 1876 che quando il peccato stava per riafferrarlo,
il pensiero di quei sei anni di soggiorno ad Ashley-Down, gli veniva alla mente
come un raggio di sole.
I primi due fanciulli ricevuti nella casa n. 1 divennero entrambi zelanti
operai del Signore: uno come diacono, l’altro come ministro della Chiesa
nazionale.
Nei suoi lunghi viaggi, Müller incontrava spesso orfani convertiti mentre erano
ospiti nella casa ad Ashley-Down. Alla fine del sermone ne trovava dieci,
quindici che lo aspettavano per stringere la mano “al loro padre” e per esprimergli il loro debito di gratitudine e di
amore.
Una volta Müller
venne a sapere di un fanciullo di dieci anni che, trovandosi in possesso di uno
dei Rapporti annuali, lo leggeva avidamente e pregava “Signore, insegnami a pregare come Giorgio Müller e
ascoltami come hai ascoltato lui”.
La famiglia era incredula e quando il ragazzo espresse il desiderio di studiare
per divenire un predicatore, si oppose, constatando che non era capace nemmeno
di frequentare con profitto le prime scuole. Egli però disse: “Imparerò e pregherò! Dio mi aiuterà come ha
aiutato G. Müller”.
Difatti, con stupore di
tutti, egli riuscì a superare gli esami e ad entrare nelle scuole superiori.
Il 7 giugno 1884 pervenne a Müller un legato di undicimila sterline: il dono maggiore
fino allora ricevuto. Quella somma gli era dovuta dagli eredi di un cospicuo
patrimonio, ma era stata trattenuta per sei mesi nell’ufficio di Cancelleria.
Molte preghiere erano state innalzate, perché il lascito avesse esito e finalmente
quella somma era giunta, nel momento di massimo bisogno, non essendo in cassa
che quarantuno sterline e dieci scellini: meno della metà per la spesa media
giornaliera; per di più occorrevano duemila sterline per disposizioni di ordine
sanitario.
Così finì l’anno 1884 e Müller
scriveva nelle sue Cronache: “Durante
quest’anno siamo stati grandemente provati in varie maniere, senza dubbio per
provare la nostra fede e farci conoscere più pienamente Dio, ma siamo stati
anche molto benedetti e aiutati. Siamo in grado di entrare nell’anno 1885 con
la certezza che, avendo Dio per noi e con noi, tutto andrà bene. Un secolo fa
Giovatmi Wesley aveva detto: Il
meglio è che abbiamo Dio con noi”.
In quegli ultimi anni l’Orfanotrofio di Ashley-Down non aveva più tanti fanciulli come prima; vi
erano circa cinquecento posti vacanti.
Perché queste minori
richieste?
Risaliamo indietro nel
tempo.
Müller
aveva iniziato l’apertura delle Case per gli orfani nel 1834, quando le
prigioni inglesi rigurgitavano di fanciulli al di sotto degli otto anni e i
pochi ricoveri, già esistenti, non ne potevano assorbire che la metà.
L’opera di Müller
era stata veramente provvidenziale e le domande di ammissione si susseguivano
con ritmo incalzante. Ma Dio si era servito di Müller per dare impulso a questa forma di filantropia.
Mezzo secolo dopo,
individui e società aprirono orfanotrofi di vario genere. Così, negli ultimi
anni della sua vita, Müller vide rallentato il lavoro in quel ramo pur così
importante, ma egli, sempre umile, considerava il suo “io” di nessuna
importanza e non poteva che rallegrarsi nel vedere la società intera impegnata
in una gara di bene.
Giorgio Müller, fin dal 1830 aveva rinunziato ad un salario fisso
come ministro dell’ Evangelo, volendo dipendere unicamente da Dio; ma un gran
numero di credenti inviava doni, destinati esclusivamente a lui, così le sue
entrate, fin dal 1874, compresi alcuni legati, raggiungevano più di tremila
sterline annue. Per sé e per la sua famiglia si contentava di duecento
cinquanta sterline, il rimanente era destinato alle varie opere, ma apparivano
sempre come offerte di un anonimo.
I lettori dei rapporti
annuali potevano notare una partita all’attivo, che ricorreva con strana
frequenza, durante gli ultimi quaranta anni, indicante “un donatore giunto a
tarda età”, così specificata: “Da un servo del Signor Gesù, il quale, spinto
dall’amore di Cristo, cerca di farsi un tesoro nel cielo”.
Se si segue quella
partita con cura, attraverso gli anni, e se si aggiungono i doni personali del signor Müller
per vari scopi di
beneficenza, si troverà che quell’anonimo “servo” al 1 marzo 1898 aveva offerto
ottantamila quattrocento sterline!
Suo genero, signor
Wright, dopo la morte di Müller si sentì libero di far conoscere il donatore che
non era altro che G. Müller.
Tutto questo ci fa
ricordare Giovanni Wesley, la cui semplicità e frugalità gli permettevano, non
solo di ridurre la spesa del suo vivere ad una minima somma, ma la cui
liberalità e generosità lo spingevano a dare quanto poteva risparmiare, in
beneficenza.
Quando non aveva che
trenta sterline l’anno di entrata, viveva con vent’otto e ne dava due ai
bisognosi; ricevendone il doppio, l’anno seguente, continuò a spendere per sé
vent’otto sterline e gliene rimasero trentadue da elargire
Quando nel terzo anno
l’entrate salirono a novanta sterline, non spendeva più del consueto e dava ai
poveri sessantadue sterline e così di anno in anno.
Ma i ricordi di Müller possono benissimo stare a fronte, e con vantaggio,
a quelli di Wesley odi ogni altro filantropo dei tempi moderni.
Tale uomo aveva
certamente diritto ad esortare gli altri alla beneficenza. Dava, non un obolo
fisso, né una parte della sua entrata, ma “tutto ciò che eccedeva” dal bisogno
di una vita semplice e frugale.
Molti cristiani credono di compiere tutto
il loro dovere quando hanno dedicato una certa somma al Signore,
spendendo il rimanente per la ricerca degli agi e dei conforti temporali.
Müller
invertì la regola.
Quale rivoluzione
avverrebbe nelle nostre abitudini, quando questa regola fosse praticata da noi!
A tale riguardo Müller diceva;
“Il mio punto di mira non fu mai quanto
potevo ricevere, ma quanto potevo dare”
Fra i passi che più concorsero a
formare le abitudini di Müller, in fatto di elargizioni, era: «Date a vi sarà
dato; buona misura premuta, scossa e traboccante vi sarà data in seno (Luca
6:38).
Aveva fatto sua quella
promessa e la realizzò in pieno: “Io
ho dato e Iddio mi ha fatto dare in ricambio e in abbondanza”.
Cinque anni dopo la morte della figlia Lidia, Müller rimase di nuovo vedovo, l’ultimo giro
missionario ebbe fine nel 1892 e
il 13 gennaio 1895 la diletta moglie, che gli era stata compagna e coadiutrice
in tutti quei viaggi, passò all’eterno riposo.
Un’altra volta egli fu
veramente solo, senza compagna e senza figlia. Eppure la stessa grazia di Dio
che lo aveva sempre sostenuto, gli permise di mantenersi in serena pace.
Al funerale della
seconda moglie, come a quello della prima, tenne il servizio funebre; la cosa
destò particolare interesse. Non è certo
di tutti i giorni che il servizio sia compiuto da un nonagenario e per di più
per una persona cara.
Viveva in tal comunione col mondo invisibile e camminava in tale ininterrotta
vicinanza col Dio Invisibile, che il passaggio da questo mondo all’altro
divenne così naturale per lui, da non rattristarsi se i suoi cari lo precedevano e la Sovrana volontà ne troncava
i giorni. Più che le parole di testimonianza, commuoveva il vederlo, a
quell’età, palesemente sostenuto da “invisibili,
divine braccia”.
I viaggi missionari erano stati certamente uno sforzo ben grande per le sue
forze fisiche.
Spesso lo avevano
obbligato a passare una settimana intera in treno, cinque o sei settimane a bordo di una nave.
La signora Müller,
sebbene non prendesse parte attiva in pubblico, sentiva tuttavia la fatica di
quei viaggi. Era attiva e occupata a tenere la corrispondenza, distribuire
trattati, aiutare il marito in vari modi.
Fu proprio durante uno
di quei viaggi faticosi, esposti ai cambiamenti
di clima, che si presentò alla
mente di Müller il ricordo della prima moglie, morta all’età di
settantatrè anni: comprese che ella non avrebbe mai potuto seguirlo in quegli
estenuanti giri e gli fu chiara la ragione per cui Dio gliel’aveva tolta,
permettendo a lui di compiere più liberamente quei viaggi missionari.
Ella avrebbe avuto
allora ottant’anni ed anche, non considerando l’età, per costituzione fisica,
non avrebbe potuto sostenere quelle fatiche, mentre la seconda moglie, in quei
tempo di cinquantasette anni, tanto per età come per forze fisiche, era stata
pienamente in grado di sopportare i disagi.
T
La scena di chiusura di questa mirabile vita, ricca di eventi, non presenta un
interesse particolare.
Müller appare
come un monte elevato, sulla cima del quale il sole risplende anche coi suoi
ultimi raggi, la cui vetta rocciosa si erge al disopra delle comuni alture e
sembra appartenere più al cielo che alla terra, mantenendosi nella calma e
serena prossimità di Dio.
Dal maggio 1892, quando si chiuse l’ultimo giro missionario, Müller si
dedicò all’Istituto Biblico e alla predicazione, sia nella cappella di Betesda,
sia ovunque si sentiva chiamato da Dio. La salute resisteva meravigliosamente,
soprattutto se si pensa che da giovane frequenti malattie l’avevano reso
inabile anche al servizio militare.
Era stato in climi tropicali e in freddi
artici, era passato attraverso bufere e tifoni, aveva viaggiato in ferrovia e
per mare per giorni e mesi.
Aveva subito tormento
di mosche, mosquitos ed anche di topi, sopportato rapidi mutamenti di clima, di
dieta e di abitudini, compiuto sforzi di attività nei servizi, e ne era uscito
incolume.
Quest’uomo, che fu da
giovane tenuto a letto da gravi malattie, alcune volte per mesi, e che nel 1837
aveva temuto di rimanere menomato di mente, nel novantaduesimo anno poteva
dire: “Ho lavorato ogni giorno e tutto il
giorno con facilità, come settant’anni indietro”.
Müller
attribuiva la singolare preservazione del suo fisico a tre cause:
1. all’essersi esercitato
ad avere la coscienza senza rimprovero, tanto verso Dio che verso gli uomini;
2. al suo amore per le
Scritture e all’influenza che queste avevano avuto sudi lui;
3. infine alla fiducia che
egli riponeva in Dio e nell’opera Sua:
questo lo rendeva superiore a tutte le ansietà e alle sollecitudini che
logorano gli altri.
L’umiltà che Müller raccomandava, la praticava.
Non voleva altro che
essere un servo del Signore.
Il pastore Spurgeon, in
uno dei suoi sermoni, descrive il meraviglioso effetto osservato sul ponte “London
Bridge” sul Tamigi, quando nelle tenebre si vede accendersi un fanale dopo
l’altro, sebbene per la oscurità non si possa discernere colui che li accende.
Così Müller
accese molte lampade rimanendo egli stesso invisibile, inosservato,
sconosciuto.
Verso la fine della
vita, Müller, seguendo il consiglio del medico, ridusse
alquanto la sua attività: non predicava più di una volta e solo la domenica.
Lo scrivente ebbe il privilegio di poter udire Müller predicare la mattina
del 22 marzo 1896 nella cappella di Betesda.
Aveva allora novantun
anni, ma in lui era tale freschezza, vigore, chiarezza nello esporre che non
rivelava alcun indizio di forze esaurite, anzi sembrava più che mai in grado di
imprimere nelle menti altrui i pensieri di Dio.
Aveva scelto per tema
il Salmo 77 che gli offriva un soggetto favorito: la preghiera. Commentò
il Salmo versetto per versetto, seguendo il Salmista attraverso sei stadi di
incredulità:
1. “Il pensiero di Dio è
un peso, per chi non crede, invece di una benedizione;
2. lo spirito di lamentela
aumenta, nelle prove, verso Dio;
3. lo spirito è agitato,
invece di esser raddolcito e acquietato;
4. il sonno si diparte da
lui e l’ansietà impedisce al suo cuore di trovare riposo;
5. il turbamento aumenta e
Dio sembra allontanarsi da lui;
6. la memoria gli richiama
precedenti misericordie di Dio, per ispirargli fiducia”.
A questo punto Müller dimostrò come si arrivi a un mutamento
nell’esperienza del passato.
“In che consiste la differenza? Il mutamento è in Dio, oppure in me?
Sela, segna la pausa e il punto di ricognizione del Salmista. Io dissi dunque: «Qui è la mia infermità; io ricondurrò alla
memoria gli anni della destra dell’Altissimo». In altre parole: “Io sono
stato folle”. Dio non può esser che fedele. Egli non respinge i Suoi figlioli,
che gli sono sempre diletti. La Sua grazia è inesauribile e le Sue promesse
infallibili. Il Salmista, invece di fissare gli occhi sulla propria angoscia e
sulle circostanze li fissa in Dio, ricorda la Sua opera e medita su di essa;
invece di ripetere i dettagli della sua prova, parla delle opere e degli atti
di fedeltà di Dio. Si sente ora sopraffatto, non più dal cumulo dei suoi
turbamenti, ma dalla grandezza di Colui che lo aiuta. Ricorda i suoi miracoli
di potenza e di amore e il mistero delle Sue opere potenti.
Qual è la conclusione di tutto ciò? Quale la lezione pratica?
L’incredulità è follia, accusa Dio follemente. All’uomo appartengono la
debolezza e le cadute, non a Dio. Io posso mancare di fede, ma non Dio di
potenza.
Il Salmo contiene una grande lezione. L’afflizione è inevitabile. A noi tocca
di non perdere di vista il Padre che non abbandona i Suoi figlioli. Noi
dobbiamo gettare i nostri pesi su Lui e aspettare con pazienza: la liberazione
è certa. Dietro la cortina Egli conduce i Suoi piani d’amore; si ricorda di
noi; prende cura di noi.
Noi non possiamo segnare le Sue vie verso di noi, giacché i Suoi passi sono sul
vasto Oceano, a noi sconosciuto. Ma Egli ci conduce sicuramente con amore
costante. Non siamo dunque folli per incredulità, ma preghiamo con fede il Dio
fedele”.
Questa è l’esposizione
in succinto di quella meditazione, insufficiente a riprodurne la ricchezza di
idee; serve per ad illustrare il metodo di Müller nell’esporre ed
applicare la Parola di Dio; oltre che esposizione del Salmo è una specie di
manifestazione della sua vita. Rivelava le sue abitudini alla preghiera, le sue
lotte contro l’incredulità e come fu liberato più volte dalla tentazione di
dubitare di Dio,
Il mattino della
domenica 6 marzo 1898, Müller parlò nella cappella di Alma Road e la sera del
lunedì seguente alla riunione di preghiera a Betesda, sempre con l’usuale
energia.
Il mercoledì seguente
prese il suo posto abituale alla riunione di preghiera nell’Orfanotrofio e
propose il cantico Le schiere infinite nel cielo..., e ancora Cantiamo
del gran Pastore che moriva.
Quando disse “Buona
notte” al genero, non si vedeva in lui alcun segno di debolezza. Apparve sino
alla fine il vecchio vigoroso di sempre.
Si ritirò nella sua
camera.
Data la sua età
avanzata, si era pensato ad un infermiere per la notte, specialmente dopo che
erano stati notati dal medico alcuni sintomi di stanchezza del cuore.
Müller
aveva acconsentito, ma per quella sera non si era potuto provvedere.
Il mattino seguente, 10
marzo, verso le sette gli fu portata la solita tazza di the.
Picchiato alla sua
porta, nessuno rispose.
L’assistente aprì e
vide il venerabile vegliardo steso al suolo accanto al letto. Probabilmente si
era alzato per prendere o la tazza di latte o qualche biscotto che usualmente
venivano posti a sua disposizione vicino al letto; forse si sentì venire meno e
cadde, travolgendo il tavolino da notte e gli oggetti che erano sopra.
Il medico, subito chiamato, non poté che constatare la morte avvenuta per
paralisi cardiaca.
Tale scomparsa
impressionò grandemente tutto mondo.
Ovunque si conoscevano
le doti morali e spirituali, non comuni, di quell’uomo e la sua morte destò
un’eco di profonda simpatia.
Di un celebre inglese
si disse che la sua influenza si poteva misurare con “paralleli di latitudine”;
di Giorgio Müller si potrebbe aggiungere: “anche con meridiani di
longitudine”.
Egli appartenne alla
Chiesa intera e a tutto il mondo, come messaggero di Cristo, cosicché la sua
perdita fu sentita in tutto il mondo.
Il funerale ebbe luogo
il lunedì seguente e fu un tributo popolare di affetto.
Nella casa n. 3 degli
orfani fu tenuto, ai mille fanciulli radunati, un breve servizio, davanti al
feretro, semplice, senza fiori come era la volontà del defunto.
Parlò il genero, signor
Wright, ricordando che la morte è molto benedetta quando è nel Signore; e per
quelli che credono li aspetta la vittoria in Cristo.
Le lacrime che
scendevano su quei volti giovanili erano più eloquenti delle parole per
esprimere l’affetto per il venerato e amato defunto.
Si formò il corteo per
raggiungere la cappella di Betesda; davanti a folto pubblico fu ancora pregato
e parlato.
Il Signor Wright
ricordò come Müller accettasse senza eccezione tutta la Bibbia come
divinamente ispirata.
Usava dire ai giovani:
“mettete il dito sopra il passo in cui la
vostra fede ha bisogno di appoggiarsi”.
Wright mise in evidenza
che Müller non aveva avuto per scopo principale la
filantropia, ma la fede per glorificare sempre in tutto Iddio e citò il passo
agli Ebrei 13:78: «Ricordatevi dei vostri conduttori; i quali vi hanno annunziata
la Parola di Dio; la cui fede imitate, considerando
il fine della loro condotta».
Infine terminò: “Sono stato ripetutamente interrogato se dopo
questa perdita l’orfanotrofio continuerà. Dal principio di quest’anno ad ora
abbiamo ricevuto oltre quaranta orfani nuovi e altri devono arrivare. Quanto
agli altri scopi dell’Istituto, secondo la volontà di Dio e la capacità che ci
accorda, continueranno a funzionare. Noi crediamo che in avvenire Dio ci
permetterà di fare per Lui ciò che sarà degno di Lui. Non possiamo ne’ abbiamo
bisogno di sapere di più. Egli sa ciò che vuol fare. Io non credo però che Dio,
che ha benedetta l’opera per così lungo tempo, lascerà nel futuro le nostre
preghiere inesaudite”.
Altre persone parlarono, richiamandosi alla semplicità e umiltà di Giorgio Müller e
fu fatto riferimento all’ultimo sermone tenuto da Müller nella cappella di Betesda, sul passo: «Noi
sappiamo che se la nostra terrestre casa di questo tabernacolo è disfatta,
abbiamo un edificio da Dio, una casa non fatta d’opera di mano, eterna nei
cieli (2 Corinzi
5:1).
Sembrava che avesse il presentimento di essere vicino a deporre il suo
tabernacolo terrestre.
Evidentemente non fu
colto all’improvviso; aveva previsto che i suoi giorni erano contati.
Sette mesi prima aveva
detto al suo medico, che gli aveva trovato irregolarità di polso: “Questa è la morte”.
Fu ancora innalzato un
inno e pregato; quindi il corteo accompagnò la salma nel cimitero di Arno Vale
dove venne sepolta vicino alla prima e seconda moglie.
Molti orfani chiesero,
come avevano fatto quando morì la prima moglie, di poter erigere col loro
contributo un piccolo ricordo.
Ma il signor Wright, in
conformità al desiderio espresso dal suocero che sulla sua fossa fosse posta
una semplice pietra, fu costretto a rifiutare.
Altri appelli
pervennero e il Signor Wright per mezzo della stampa pose fine a quelle
sollecitazioni, esprimendo le ragioni per cui doveva respingere le offerte.
Ecco ciò che scrisse: “Voi domandate a
me, come Colui che da lungo tempo fu associato al defunto Giorgio Müller, quale sarebbe la forma di memoria che rispondesse
al suo desiderio. Quando eresse la prima casa per gli orfani e si presentò la
questione del nome da darle, egli evitò espressamente di unire il suo nome
all’opera sua e volle che si chiamasse La nuova casa per gli Orfani di Ashley-Down. Fino alla fine della vita gli dispiacque sempre che l’Istituto
fosse chiamato “l’orfanotrofo di G. Müller”. E in conformità di ciò, per molti anni nel Rapporto annuale, parlando dell’Orfanotroflo, egli ripeteva:”Le
nuove case per gli orfani in Ashley-Down, non sono le case mie per gli orfani... esse sono le Case
di Dio per gli orfani””.
Nell’ultimo rapporto
pubblicato nel 1897, egli dice: “Il primo
scopo che avevo in vista nell’intraprendere quest’opera era di mostrare che nel
secolo diciannovesimo Dio è ancora lo stesso Dio vivente, e ora, come migliaia
di anni addietro, Egli ascolta le preghiere dei Suoi figlioli e aiuta coloro
che si confidano in Lui”.
Da queste sue parole e modo di
agire non è evidente che il solo “ricordo di Giorgio Müller”, di cui egli si
curasse era che il suo esempio dovesse agire sui suoi simili?
Ogni anima convertita a Dio per mezzo della Sua Parola o per il suo esempio costituisce un monumento permanente di Lui come padre nel Signore. Così ogni credente che fu fortificato nella fede per le sue parole o per il suo esempio, sarà un monumento al maestro spirituale.
Sapeva che Dio gli aveva già concesso nella Sua grazia molti di tali monumenti
e lasciò questa vita con la dolce prospettiva di incontrare migliaia di
creature nel cielo, per le quali era stato un mezzo di ricca benedizione
spirituale.
Mi diceva spesso, nel leggere le
lettere di qualcuno che gli esponeva una dolorosa storia di miseria e che
domandava aiuto per una somma due, tre o dieci volte superiore a quanto aveva
in cassa in quel momento: “Ah! questa
povera gente non ha imparato la lezione che io cerco d’insegnare loro: essi si
indirizzano a me, invece di andare direttamente a Dio”.
E se egli potesse venire per un’ora fra noi e leggere ciò che scrivono gli
amici che lo ammirano, ma che sbagliano nel proporre di alzare monumenti onde
perpetuare la sua memoria, io lo udrei dire sospirando: “Ah! questi cari amici sbagliano completamente, dimenticando che io ho
cercato, durante sattant’anni, di insegnare loro che un uomo non può ricevete
nulla eccetto che dall’Alto; e perciò si deve glorificare il Donatore e non il
povero strumento di bene che non fa che dare ciò che riceve”.
Credetemi vostro, Giacomo
Wright.
Dopo la morte del suocero, il Signor Wright sentì che Dio non lo avrebbe
lasciato più a lungo sostenere quel gran carico da solo e due settimane dopo fu
convinto che per la volontà del Signore, domanderebbe a Giorgio Federico Bergin
di associarsi a lui nell’Opera, sembrandogli un adatto compagno di giogo.
Lo conosceva da un quarto di secolo: avevano lavorato insieme in chiesa e quantunque fossero differenti di temperamento, non vi era mai stato fra loro alcun attrito o affievolimento di simpatia. Il signor Bergin era più giovane di lui di diciassette anni, poteva così sopravvivergli e succedergli nell’Opera.
Appassionato per i fanciulli, aveva saputo ben allevare i suoi nel timore di Dio, perciò Wright lo riteneva adatto per quella grande famiglia di orfani.
Bergin fu contento, ma non
sorpreso che Dio avesse indirizzato il cuore di Wright nella stessa direzione,
poiché egli era stato sospinto a proporsi da se stesso al fratello.
Lo Spirito che aveva guidato Filippo verso l’Eunuco, aveva pur mosso l’eunuco a
domandare di essere diretto nel leggere la Scrittura; lo Spirito aveva mandato
uomini da Cornelio e Pietro per cercarlo e messo anche quest’ultimo a seguire
quegli uomini. Esso continua ad agire in modo misterioso verso coloro che Dio
vuole fare cooperare ad un servizio di amore.
Cosi Wright trovò Dio pronto ad aiutare e supplire in ogni bisogno, dopo che l’amato suocero era morto, e
tutti dovettero riconoscere che il Dio di Elia è ancor sempre lo stesso, quando
si tratta di passare il Giordano, pronto ad operare meraviglie, quando l’ora
del bisogno è venuta.
Edito da Crociata del Libro Cristiano e tratto e
liberamente adattato da «SOLI DEO
GLORIA»