A
cinquecento anni dalla morte
GIROLAMO SAVONAROLA
Il 23 maggio 1498 il monaco fu prima impiccato, poi il suo
corpo fu bruciato e le sue ceneri furono sparse nell’Arno, affinché non se ne
avesse più memoria. Il personaggio rimane ancora oggi discutibile e discusso.
Per quanto ci riguarda dobbiamo chiederci se è legittimo considerano come
precursore della Riforma e definire “evangelica” la sua predicazione.
Il giorno del giudizio
La folla si accalcava
in Piazza della Signoria, tutti erano accorsi per vedere “il miracolo”, come
lo chiamavano.
Era il 7 aprile
1498.
Una schiera di soldati
proteggeva il percorso della prova del
fuoco, i frati
cantavano inni, i carboni furono accesi,
tutti attendevano Domenico da Pescia che si esponeva, per conto di Savonarola,
ad affrontare la prova per stabilire il giudizio di Dio sul predicatore
fiorentino.
Un improvviso
acquazzone spense il fuoco e rovesciò acqua e grandine sulla folla che,
inzuppata, se ne tornò a casa delusa.
Fu facile il giorno
seguente per alcuni agitatori istigare il popolo e condurlo urlante a San Marco;
Girolamo Savonarola si era ritirato per pregare e solo l’ingresso dei soldati
interruppe il silenzio.
In questo modo il
profeta fiorentino, dopo sedici anni di prediche dal pulpito di San Marco, fu arrestato e rinchiuso nella torre del
palazzo della Signoria in attesa di essere giudicato.
Giunsero da Roma gli
inquisitori che con crudeli torture
estorsero l’ammissione di colpa firmata per aver predicato dottrine
eretiche.
Il 23 maggio Savonarola ed i suoi più stretti
collaboratori, fra Domenico da Pescia
e fra Silvestro, accusati di eresia furono impiccati e poi bruciati in
quello stesso luogo dove sei settimane prima avrebbero dovuto affrontare “la
prova del fuoco”.
Savonarola e Firenze
Girolamo Savonarola era nato a Ferrara il 21
settembre 1452 in una famiglia di
modeste origini, che si rivelarono discriminanti quando, a motivo della sua
condizione sociale, si vide rifiutato da Laudomia, figlia illegittima di
Roberto Strozzi.
La delusione amorosa ed
il senso di colpevolezza per il desiderio fisico convinsero il giovane Girolamo ad entrare nel convento di San Domenico
a Bologna per sfuggire alle allettanti tentazioni del mondo, come scrisse a
suo padre.
Ben presto furono
riconosciute le sue capacità; nel 1479 fu inviato a Ferrara per proseguire gli
studi universitari e nel 1482 giunse a
Firenze con l’incarico di lettore delle Scritture nel convento di San Marco.
La città dell’Arno,
benché fosse definita repubblica, in realtà era governata da anni dagli
amati-odiati Medici, il cui rappresentante, Lorenzo il Magnifico, mascherava un
governo dispotico con un appariscente mecenatismo.
Le rivalità politiche
tra le famiglie aspiranti al governo della città si intensificarono quando alla
morte di Lorenzo gli successe il figlio Piero.
Il predicatore di profezie
Due anni dopo il suo
arrivo a Firenze, Savonarola cominciò a predicare infuocati sermoni che:
·
esortavano alla
penitenza,
·
denunciavano la
necessità del rinnovamento della Chiesa e
·
annunciavano
l’imminenza di un flagello che si sarebbe abbattuto sull’Italia.
Il profetismo
pessimistico del predicatore fiorentino tuonò anche in altre città italiane.
Per quasi dieci anni ammonì i suoi uditori a far penitenze e a ravvedersi denunciando la miserevole condizione morale
della cristianità.
Il predicatore dei disperati
Intorno a lui si
raccolsero i poveri, gli scontenti, gli uomini pii che attendevano una riforma
morale dei costumi e soprattutto quelli che tentavano di rovesciare il governo
mediceo.
Alla morte di Lorenzo il Magnifico, avvenuta l’8
aprile del 1492, suo figlio Piero
assunse il governo della città ed ereditò tutta la gravità della crisi
politica che stava per esplodere.
Nel novembre del 1494 i
soldati di Carlo VIII, re di Francia,
attraversarono l’Italia e giunsero alle porte di Firenze senza sguainare la
spada.
Il flagello annunciato
da Savonarola sembrava avverarsi, il novello Ciro profetizzato era
pronto a conquistare la città; era giunto lo strumento del castigo divino.
Timori apocalittici
pervasero la cittadinanza in quei giorni e il predicatore domenicano vedeva le
sue profezie realizzate.
Il 25 novembre 1494 Savonarola si recò da Carlo VIII e lo
convinse a ritirare le sue truppe, promettendo la fedeltà della città.
La nuova Gerusalemme
Forte del consenso
ottenuto, Savonarola cominciò a predicare la gloria futura di Firenze; egli passò da un profetismo pessimistico a un
profetismo ottimistico e millenarista.
Firenze sarebbe diventata la nuova Gerusalemme, la città egemone di una
cristianità rinnovata.
Certo, quest’annuncio non dispiacque ai fiorentini, che nutrivano mire
espansionistiche e che da sempre avevano atteso la realizzazione di una vera
repubblica, sull’esempio del governo veneto.
Savonarola non fu mai un politico, ma esercitò la
sua influenza sul Consiglio comunale, affinché il governo fiorentino divenisse
una repubblica democratica o, meglio, teocratica.
La fine del sogno
Le tensioni politiche
non furono facili da gestire; i problemi non erano solo interni, ma anche
esterni, non era facile scegliere le alleanze giuste.
Il nuovo, e breve,
governo fiorentino era filo-francese, ma non poteva trascurare i necessari
rapporti con il vicino Stato pontificio, dove regnava l’immorale papa Alessandro VI Borgia, oggetto delle denunce
savonaroliane.
Si sa, come scrisse il
contemporaneo Machiavelli, che “il fine giustifica i mezzi” e che le
belle profezie millenaristiche potevano essere sacrificate alla ragion di
Stato.
Alessandro VI non gradiva di essere svergognato da un
monaco visionario e chiedeva ai fiorentini, pena un’alleanza contro Firenze, di
rendere efficace nella loro città la scomunica contro Savonarola.
Il Consiglio comunale
stentava a prendere una decisione, perché il monaco godeva della più ampia
credibilità anche fra le famiglie dell’oligarchia fiorentina. Ma urgeva una
soluzione, la situazione diventava sempre più intollerabile; fu così che il
predicatore francescano Francesco di
Puglia sfidò Savonarola a dimostrare la validità delle sue profezie sottoponendosi
alla prova del fuoco.
Domenico da Pescia
subito si offrì come campione del monaco ferrarese; la maggior parte della
cittadinanza, eccetto pochi indifferenti, sia i savonaroliani (Piagnoni) che i partigiani della
fazione opposta (Arrabbiati), chiedevano
che la prova fosse eseguita e tutti erano concordi che queste storie di frati e
di partiti dovessero finire perché la vera vittima era Firenze.
Quale profezia?
Si è diverse volte
tentato di inquadrare Savonarola tra i precursori della Riforma o comunque di
presentano come un predicatore evangelico.
Ma chi fu in realtà Girolamo Savonarola?
La sua predicazione
moralizzante e penitente non era l’unica né la sola: questa era una
caratteristica dei predicatori medievali e altri monaci, con parole altrettanto
infiammate, redarguivano i loro uditori.
L’ispirazione della sua profezia non era esclusivamente
biblica,
anche se, come lettore di San Marco, la Bibbia non gli era ignota.
Lui stesso confessava
che la Scrittura non era il solo fondamento delle sue rivelazioni, perché si
ispirava ai commentari dei Padri della Chiesa e a testi apocalittici.
Inoltre, se si dovesse dar credito alla tradizione che attribuisce a Savonarola
la poesia “O anima accecata”,
alcuni versi di questa ci rivelano anche altre fonti;
“Astrologi e profeti, uomini
dotti e santi, predicator discreti t’han, predetto i tuoi pianti “.
Anche se l’attribuzione
è dibattuta tra Savonarola e Feo Belcari, il riferimento rimane alle profezie
savonaroliane.
Non fa del tutto
meraviglia l’influenza degli astrologi, data l’amicizia del domenicano con Giovanni Pico della Mirandola,
filosofo, studioso di cabala ed appassionato di misteri, che esercitò la sua
influenza su Lorenzo il Magnifico per far arrivare il profeta a Firenze.
Quale riforma?
Durante la sua presenza
a Firenze Savonarola maturò la
convinzione di essere stato inviato a predicare il necessario rinnovamento
della Chiesa, la conversione del mondo e la gloria futura della città.
Questo programma fu
chiaramente reso pubblico nelle predicazioni sull’Apocalisse del 1489, in cui
parlò del rinnovamento attraverso un imminente flagello che avrebbe colpito
tutta l’Italia.
Proseguì con questi
toni predicando, dal 1491 al 1494 sulla Genesi. In questo contesto illustrò il
castigo divino commentando le parole di Genesi 6:17 “l’acqua sopra la
terra”.
Savonarola non si oppose mai ai dogmi della Chiesa
cattolica e non mise mai in discussione il primato e l’autorità del papa; definì Alessandro VI
come l’anticristo, ma gli abusi di questo pontefice furono tanti e tali da
sollevare non solo le denunce del profeta di Firenze.
Savonarola rimase
legato ai riti ed alla disciplina cattolica e ancora sul patibolo si professò
cattolico.
L’essenza della vera
riforma della Chiesa poggiava, e ancor oggi poggia, sull’unica e insostituibile
opera di Cristo, senza altre mediazioni.
La predicazione
evangelica è l’annuncio della sola grazia di Dio che giustifica l’uomo per sola
fede.
Fra Girolamo, come
altre “voci nel deserto”, invocava la convocazione di un Concilio per la
riforma della Chiesa, che i papi si rifiutarono di convocare.
Egli fu un predicatore medievale, un riformista
cattolico, che come altri non tacque di fronte ai palesi abusi della Chiesa
del suo tempo e verso la dubbia moralità di quanti si professavano cristiani.
La sua fu una
predicazione di rinnovamento morale, la riforma che egli chiedeva era
soprattutto etica e civica.
Egli non pensò mai dimettersi al seguito di Wyclif o di
Huss e tanto meno possiamo considerarlo precursore di Lutero.
Corrado
Primavera
Tratto con permesso da «IL CRISTIANO» giugno 1998
www.ilcristiano.it