PIETRO
MARTIRE VERMIGLI (1499-1562)
Sono
stati diversi gli nomini e le donne che, sfidando l'Inquisizione e talvolta la
diffidenza e l'ostilità popolare, hanno operato anche in Italia per un'autentica
riforma della Chiesa e per un suo ritorno ad una piena sottomissione
all'autorità di Cristo e della sua Parola. Fra questi spicca certamente la
figura di Pietro Martire Vermigli che, per la causa dell'Evangelo, conobbe anche
l'amarezza dell'esilio e di una morte lontano dalla sua amata patria.
Uomini
che hanno amato il Signore e la sua Parola!
I
grandi fermenti di Riforma, avvenuti nel VI secolo, sembrano solo aver sfiorato
l'Italia e potremmo esaminare varie ragioni per cui la riforma protestante non
ha attecchito nella nostra penisola. Non sono mancati però degli italiani,
consapevoli anche dei rischi per la propria vita, che con grande amore per il
Signore e la sua Parola abbiano proclamato il Vangelo della grazia e la
predicato la verità.
Pietro Martire
Vermigli, il cui quinto centenario della nascita è ricorso lo scorso anno,
fu uno di quelli che ci hanno preceduto, desiderando che la Chiesa in Italia
fosse fondata e riformata solo secondo la Parola di Dio.
Pietro Martire Vermigli in
Italia
La storia di Pietro
Martire Vermigli è, aneddoticamente, introdotta dal suo nome, datogli dal
padre in onore di un campionissimo dell'Inquisizione medievale. Un certo
Pietro Martire da Verona era nato e cresciuto in una famiglia appartenente al
movimento dissidente della Pataria milanese, ma, conosciuto a Bologna Domenico
di Guzman, il fondatore dei domenicani, si fece domenicano anch'egli; non
solo divenne monaco, ma anche un feroce e accanito persecutore dei dissidenti,
tra i quali i suoi parenti.
Ucciso da
alcuni "patarini"" nel 1252, la chiesa cattolica lo ricordò come "martire". Così
come quel Pietro Martire da "evangelico" era diventato cattolico, il nostro
Pietro Martire da cattolico divenne evangelico.
Pietro Martire Vermigli, fu il primo di tre
figli, nato l'8 settembre del 1499 a Firenze in una famiglia fiorentina
di ceto medio; il padre Stefano era calzolaio e la madre Maria, donna con una
cultura superiore al livello medio, fu la prima ad occuparsi della sua
istruzione, trasmettendogli i fondamenti della cultura classica. Già quindicenne
entrò nel convento di San Bartolomeo dei Canonici regolari agostiniani, a
Fiesole, dove*si dedicò con passione allo studio e mostrò ingegno e
talento non comuni. La comunità monastica nella quale fu accolto, dopo un breve
periodo di noviziato, si riproponeva di far rivivere i principi esposti nella
regola di Agostino d'Ippona (354-430). In quegli anni di fermento culturale e
religioso tra gli uomini che s'ispirarono all'insegnamento agostiniano troviamo
Gerardo Groote, il fondatore della Devotio moderna, uno tra i principali
movimenti della pre-riforma del XV secolo, e Tommaso da Kempis, autore de
"L'imitazione di Cristo", che può essere considerato a ragione il maggior
best-seller religioso della fine del medioevo.
Il nostro Vermigli arricchiva la sua
conoscenza, oltre che con i classici latini e greci e lo studio della
patristica, in special modo la teologia agostiniana, anche con i più recenti
scritti di quell'umanesimo cristiano, che fu a sostegno di una riforma della
chiesa in età tardo medievale. Era anche un accurato lettore della
Bibbia, della quale molti brani era fissi nella sua memoria, un impegno che
esercitò sin dall'infanzia, come scrisse più tardi confidandosi con un
amico:
"Fin dalla mia giovinezza decisi di
seguire sopra le arti e gli ordinamenti, principalmente di imparare e insegnare
le Sacre Scritture".
Stimato e apprezzato
dai suoi confratelli per le doti spirituali e intellettuali, per la diligenza e
l'affabilità, fu inviato a Padova per seguire gli studi universitari,
affinché procurasse in futuro maggior fama al loro ordine. Gli anni
universitari diedero al Vermigli l'occasione di approfondire la conoscenza della
filosofia, soprattutto quella aristotelica, e della teologia. A complemento di
tale preparazione, per poter meglio leggere l'Antico Testamento, imparò
l'ebraico da un medico israelita.
Riformatore
cattolico
Percorse gran parte dell'Italia
settentrionale, predicando con efficacia e correttezza, e la sua opera fu
apprezzata in tutte le città che lo ospitarono, soprattutto da quelli del suo
ordine che lo nominarono abate del convento di San Giuliano a Spoleto.
Nel nuovo incarico Vermigli poté
dimostrare le sue capacità riformatrici, poiché il convento, per causa di
disordini morali, era fonte di tensioni e conflitti.
L'intervento disciplinare di Pietro Martire e
la correttezza con cui svolgeva il suo compito permise di risanare la
situazione senza compromettere la tranquillità della vita cittadina.
L'energico riformatore degli abusi ecclesiali
nel 1537 fu nominato priore del monastero di S. Pietro ad Aram di Napoli,
dove vi risiedette fino al 1540.
Il
triennio napoletano fu fortemente decisivo nella vita di Vermigli, dove vi
giunse come riformatore cattolico e se ne andò come riformatore protestante.
Il motivo di questo cambiamento fu
dovuto all'incontro tra il nostro instancabile studioso della Bibbia, desideroso
di sempre più approfondirne la conoscenza, e Juan Valdés, uno spagnolo
residente a Napoli, che fu a capo di un circolo evangelico di orientamento
luterano.
Al circolo valdesiano aderirono tra
i più eminenti personaggi dell'evangelismo italiano, tra i quali ricordiamo
Giulia Gonzaga Vittoria Colonna, Bernardino Ochino e Marcantonio Flaminio,
appassionati lettori della Bibbia e delle opere dei riformatori d'oltralpe.
Le letture e le conversazioni svolte nel circolo valdesiano rafforzarono i
principi evangelici di Pietro Martire Vermigli, che in quel triennio iniziò
il suo personale studio sulla prima lettera ai Corinzi, pubblicato diciotto anni
dopo in forma di commentario. Il cambiamento che stava maturando nel priore di
S. Pietro d'Aram si rifletteva nelle sue prediche, chiaramente
evangeliche, ascoltate da numerose persone, tanto che a Napoli divenne una
moda recarsi ad ascoltarlo. Ma la popolarità delle predicazioni del Vermigli,
gli suscitarono anche dei nemici, soprattutto dopo la predicazione su 1 Corinzi
3: 15 in cui si oppose apertamente alla dottrina del purgatorio. La sospensione
e l'avversione di alcuni monaci sembravano rendergli la vita inquieta, ma per
Vermigli stava per iniziare una nuova stagione della sua vita.
Dopo gli anni trascorsi a Napoli, Vermigli
fu trasferito a Lucca nel convento di S. Frediano, dove giunse nel giugno
dei 1541; si aspettava una fredda accoglienza per le sue origini fiorentine, ma
la sua affabilità in breve tempo conquistò l'affetto dei Lucchesi. Per
circa un anno il nostro riformatore riuscì a dar vita all'interno del convento
una vera e propria scuola biblica, in cui si offriva un solido
insegnamento nella letteratura classica e nelle lingue bibliche. Circondato da
collaboratori di grande valore, Vermigli si occupava personalmente del
l'insegnamento del Nuovo Testamento e dei Salmi, mentre preparava le omelie
domenicali sui Vangeli e sulle lettere di Paolo. In San Frediano vennero
predicate le verità bibliche e la lettura della Bibbia; in particolare,
l'edizione del Brucioli fu ampiamente diffusa nella città di Lucca, dove già da
alcuni anni circolavano libri protestanti, introdotti da mercanti di ritorno dai
loro viaggi d'oltralpe. Non mancarono i nemici, ma nulla poterono contro la
diffusione dell'evangelismo, finché l'accordo tra il papa e l'imperatore,
dopo il fallimento dei colloqui di Ratisbona del 1541, scatenò la
persecuzione.
Esule per il
Vangelo
Perduta ogni speranza di
veder la riforma sostenuta all'interno della chiesa cattolica, decise di
lasciare ogni cosa per l'esilio. A Pisa con alcuni altri fratelli celebrò la
Cena del Signore con il pane e il vino; qualche giorno dopo incontrò a
Firenze Bernardino Ochino, che dissuase dal recarsi a Roma e lo convinse a
dirigersi verso Ginevra. Attraversando l'Italia settentrionale, incontrò vecchi
amici con i quali si intrattenne qualche giorno; si fermò anche alla corte di
Renata di Francia a Ferrara, infine attraversò le Alpi e giunse in Svizzera,
dove altri lo avevano preceduto, e molti altri lo avrebbero seguito.
In una lettera indirizzata ai Lucchesi, per
spiegare il motivo della propria fuga, ribadisce alcuni principi evangelici
da lui insegnati:
• la rigenerazione
è da attribuirsi non alle proprie opere, ma unicamente all'opera redentrice
di Cristo;
• la Chiesa è il corpo di
Cristo, di cui Lui solo è il capo.
I primi
cinque anni del suo esilio furono trascorsi a Strasburgo, dove fu
incaricato di insegnare Antico Testamento all'Università. Il suo insegnamento fu
grandemente apprezzato per la chiarezza e la precisione della sua esposizione.
Strinse amicizia con Bucero, con cui collaborò nell'opera delle chiese
elvetiche e in tal modo si avvicinò al calvinismo. Sull'esempio di tante
dolci atmosfere familiari, si sposò con Caterina Dammartin di Metz, una
donna apprezzata da molti per la sua bontà. La vita a Strasburgo sembrava
procedere serenamente, quando la sconfitta dell'esercito protestante nel 1547
fece precipitare la situazione. Strasburgo non sembrò più così sicura e
Vermigli insieme con Bernardino Ochino accolsero l'invito di trasferirsi in
Inghilterra alla corte di Edoardo VI.
Vermigli in
Inghilterra
Nel periodo inglese, dal 1547 al
1553, il Vermigli fu protagonista della riforma della chiesa inglese e allo
stesso tempo provato da tristi episodi che lo segnarono profondamente. Il suo
contributo teologico fu espresso attraverso un serio e sistematico
insegnamento, che gli meritarono la stima del re Edoardo VI e
dell'arcivescovo Cranmer, ma anche l'odio di molti nemici attenti a cogliere il
momento propizio per sopraffarlo. Pietro Martire, giunto in Inghilterra il 20
dicembre del 1547, fu poco dopo nominato regio professore di teologia
all'Università di Oxford; oltre alle lezioni egli si dedicò anche alla
predicazione, tenne dispute pubbliche e intrattenne una fitta corrispondenza,
soprattutto con gli amici strasburghesi. La stima goduta dal Vermigli per la sua
competenza teologica e l'affabilità del suo carattere lo portarono a far parte
delle tre commissioni, sempre più ristrette, per la revisione del "Common prayer
book". Il lavoro finale, approvato dal Parlamento inglese nel 1552, prevedeva
per la chiesa inglese una vera riforma con cui vennero abolite la confessione
auricolare, le preghiere per i defunti, l'esorcismo, gli abiti sacerdotali, e
venne introdotta una liturgia protestante per la Cena del Signore.
Nonostante le grandi dimostrazioni di
affetto e di stima nei suoi confronti, non mancarono gli episodi dolorosi, come
nel caso della profanazione, durante la repressione cattolica della
regina Maria Tudor, dei corpi di tre persone a lui particolarmente care: Martin
Bucero, Paolo Fagius e la diletta moglie Caterina. La dura repressione scatenata
durante la restaurazione cattolica del 1553 rese insopportabile il soggiorno
inglese di Vermigli, che nello stesso anno lasciò l'Inghilterra per far
ritorno a Strasburgo, dove era atteso con grande benevolenza.
Alla ricerca di un po' di
quiete
Durante il suo soggiorno
inglese la città di Strasburgo era stata dilaniata dalle dispute tra luterani
e calvinisti; anche a Pietro Martire fu chiesto di esporre la propria
opinione, ma egli a differenza di Calvino cercò sempre di non alimentare le
controversie e, anche quando fu provocato, evitò di rispondere. Benché fosse
circondato da amici, il clima cittadino dìventava di giorno in giorno
irrespirabile e non gli furono indifferenti le numerose proposte di
trasferimento che gli provenivano da Ginevra, da Heidelberg e da Zurigo. Per
l'affetto che nutriva nei confronti degli strasburghesi cercò di rinviare il più
possibile la sua partenza, ma anche se con grande rincrescimento il 13 luglio
del 1556 lasciò definitivamente Strasburgo, dove trascorse la maggior parte
del suo esilio.
Zurigo accolse il nostro
esule con grande affetto e manifestazioni di stima, tanto che il senato
cittadino gli concesse la cittadinanza, eludendo una legge recentemente
approvata. A Zurigo Vermigli poté occuparsi con tranquillità all'insegnamento
dell'Antico Testamento, nella locale Università, e frequentare la comunità
italiana, dove ritrovò l'Ochino con cui collaborò per un periodo nella
conduzione della stessa comunità. Predicò nuovamente in italiano a quegli
italiani che come lui avevano preso la via dell'esilio e perfino la comunità
italiana di Ginevra lo invitò a trasferirsi presso di loro.
Il desiderio che gli italiani conoscessero la
verità fu così espresso in una lettera a Calvino:
"Desiderei bene, e mi sarebbe oltremodo
piacevole servire almeno una volta i miei italiani: non sono fatto di bronzo...
e come Paolo per i giudei, così io desidero che i miei italiani siano salvi
per i primi".
Con la comunità
riformata di Ginevra i rapporti erano buonissimi, specialmente con Calvino, con
il quale aveva un regolare scambio epistolare per consigliarsi reciprocamente
sulle varie questioni dottrinali e pastorali.
Un ultimo grande impegno internazionale lo
vide coinvolto prima della sua morte: i colloqui religiosi a Poissy in
Francia nell'estate del 1561. Fino a quell'anno le comunità riformate in
Francia erano aumentate così tanto da attirare l'attenzione della famiglia reale
per trovare una situazione di equilibrio e stabilità. La presenza di Vermigli ai
colloqui di Poissy fu caldeggiata dalla stessa regina madre, Caterina
de'Medici, che durante quei mesi si intrattenne con il teologo italiano in
alcuni incontri.
Il tentativo di
riconciliare cattolici e riformati fallì, e ciò fu evidente nella
discussione sulla dottrina della Cena del Signore. Vermigli, constatando
l'inutilità di proseguire quei colloqui, cercò di ritornare prima possibile a
Zurigo, sperando in una politica tollerante da parte della famiglia reale
francese.
Vermigli contava nel suo ritorno a
Zurigo per ritrovare un po' di tranquillità, già gustata nell'ospitale città
elvetica. Ma al suo rientro si vide nuovamente provocato, e questa volta anche
volgarmente, a dibattere in una controversia teologica tra luterani e
riformati. Il riformatore italiano ne fu profondamente addolorato.
I frequenti viaggi degli ultimi anni, le
fatiche delle controversie teologiche e un ultimo dolore provato per il massacro
degli ugonotti di Vassy, e di altre città francesi nel marzo del 1562,
indebolirono ulteriormente il suo fisico già provato da una malattia epidemica.
Non più per fede ma per
visione
Il 12 novembre del 1562,
circondato da amici, esprimendo ancora la sua fede in Cristo Gesù, si
spense. Non pochi piansero la sua morte. Per stima nei suoi confronti il
consiglio cittadino di Zurigo continuò a versare una pensione in favore della
sua seconda moglie, Caterina Merenda da Brescia, e dell'ultima figlia
Maria.
Pietro Martire Vermigli fu un grande
teologo: la sua erudizione, la sua profondità e la chiarezza della sua
esposizione erano universalmente apprezzata; le sue qualità accademiche
erano unite a un carattere dolce e a un temperamento moderato, che gli
permisero di affrontare anche le controversie più dure, senza mai scadere in
aspre contese e evitando sempre le liti. Amava la pace e la tranquillità, ma
sapeva rinunciarvi per amore della verità; fu proprio il suo amore per la
verità a fargli scegliere il volontario esilio: una scelta difficile che
comportava la rinuncia alla propria terra, ai propri affetti, alla propria casa,
alla propria carriera, alle proprie abitudini. Con il cuore colmo di tristezza
per ciò che lasciava, ma determinato per la causa del Vangelo, aveva lasciato
l'Italia e con l'animo di discepolo di Cristo, così si rivolgeva al
Signore:
"Poiché la tua benignità verso di me, o
Signore, è stata tale da farmi partecipe della tua verità, e mi hai voluto
rivelare Gesù Cristo, salvatore del inondo e mio redentore, concedimi ancora, ti
prego, che questo tesoro del santo vangelo, dapprima inciso nel mio cuore, sia
conservato in me, cresca, porti frutto, in qualsiasi modo ti sarà parso buono.
Per quanto mi riguarda, ecco, ti offro me
stesso, stabilisci per me secondo il beneplacito della tua volontà; non mi curo
molto di morire più presto o più tardi, per la tua causa: sia fatta la tua e non
la mia volontà; assistimi e sorreggimi affinché non pecchi in questa situazione.
Mi do e mi affido a Te.
So che il presente pericolo non è sorto né si
è manifestato senza il tuo volere, e non confido di poter trovare, senza di Te,
una via aperta per sfuggirgli.
Poiché io sono
dunque dubbioso e incerto, non permettere che sia guidato dagli accorgimenti
della mia carne e della mia prudenza; Padre di misericordia, sottometti ogni mia
volontà ed ogni mia decisione al tuo buon volere, affinché non sbagli e non mi
accada alcun male.
Ti prego di esaudirmi per
l'unigenito tuo Figliolo, Gesù Cristo, Signore nostro.
Amen".
Capace teologo, affabile pastore,
efficace predicatore, per l'impossibilità di predicare la verità, egli spese la
sua vita e offrì il suo servizio fuori d'Italia.
Il suo contributo per il progresso del
Vangelo e l'edificazione della Chiesa è stato di grande valore e apprezzato
a livello internazionale.
Morì lontano dalla
sua amata terra natale, ma con il cuore volto agli italiani e le ginocchia
piegate affinché fossero salvati.
Corrado Primavera
Raccolta
dalla rivista “IL
CRISTIANO”