Lettera scritta da
PONZIO PILATO a CESARE
INTRODUZIONE
La storia di Cristo, i Suoi tre anni di ministero, la causa, morte,
sepoltura e risurrezione, scritta da Ponzio Pilato. Copiata il 7 Aprile 1897, tratta dall'originale copia in Greco, la
quale si trova attualmente nella libreria del Vaticano
a Roma.
Questa libreria
contiene 560.000 (cinquecentosessantamila) volumi nei quali si trovano molti
ricordi (dell'arco volume, cioè
Qui di seguito, a
beneficio di coloro che non conoscono l'inglese, e
specialmente gli italiani, troveranno la traduzione fatta nella nostra propria
lingua dal fratello Girolamo Spallino.
Pilato così
scrive:
A Tiberio Cesare Nobile Imperatore di Roma,
Saluti.
Gli eventi che si sono svolti nella mia
provincia in quest'ultimi
giorni, sono stati di un carattere tale, che darò dettagli minutamente, di
tutto quello che è avvenuto, e come non mi sorprenderà se nel termine di
qualche tempo tali eventi potrebbero cambiare il destino della nostra nazione,
poiché pare che in quest'ultimi tempi, tutti gli dèi
hanno cessato di esserci propizi.
Io son quasi pronto a maledire il giorno in cui fui successore
al valoroso Tlacio, nel governo della Giudea, perché
da quel giorno, la mia vita è stata continuamente in turbamento ed in disdetta.
Nel mio arrivo a Gerusalemme pigliai possesso
della pretura, ed ordinai una festa speciale ed un banchetto, al quale invitai
il Tetrarca della Galilea, ed il Sommo Sacerdote con i
suoi ufficiali.
Ma all'ora designata,
quando tutto era pronto, gl'invitati non sono comparsi.
Questo io considerai un insulto fatto alla mia
dignità ed a tutto il governo al quale io ho fatto
parte.
Pochi giorni dopo, il sommo Sacerdote si degnò
di farmi una visita.
Il suo comportamento era grave ed un po'
falsificato. Pretendeva che la sua religione gli proibiva
di attendere a tali banchetti e di sedersi a tavola coi Romani ed offrire libazione (cioè spargere a terra vino od olio per
sacrificio a qualche deità); ma questa fu soltanto un'apparenza santuaria, perché il suo contegno tradiva la sua ipocrisia.
Però pensai
bene di accettare le sue scuse.
Da allora in poi fui convinto che questi
conquistati, come si sono dichiarati loro stessi, erano
nemici dei conquistatori, e che io dovrei avvisare i Romani a guardarsi ai
sommi Sacerdoti di questa nazione.
Questi tradirebbero la lor
propria madre pur di avere un ufficio, e procurarsi una vita di lusso.
Mi pare che di tutte le città conquistate,
Gerusalemme sia stata la più difficile a governarsi. Il popolo era così
turbolento, che vivevo momenti di paura, pensando a qualche insurrezione; e non
avevo neanche soldati abbastanza per poterli
sopraffare.
Avevo soltanto un centurione con cento soldati
al mio comando.
Allora chiesi rinforzo al prefetto della
Siria, il quale mi informò che possedeva scarse truppe
e che erano insufficienti a difendere la propria provincia.
L'insaziabile sete di conquiste per estendere
il nostro Impero, senza nessun mezzo di difesa, mi fa aver paura che sarà la
causa della caduta finale del nostro governo.
Vissi nell'oscurità completa della massa del
popolo perché non sapevo come, questi sacerdoti, e a qual punto potevano
arrivare ad istigare la popolazione. Eppure ho cercato
di accertarmi con molto studio, di poter arrivare alla conoscenza dei pensieri
e alla mente di questo popolo.
Fra i tanti
rumori che son pervenuti alle mie orecchie, ce n'é
stato uno che particolarmente attrasse la mia attenzione.
Un giovane si diceva
che appariva in Galilea, predicando con nobile unzione una legge nuova nel Nome
di Dio dal quale era stato mandato.
Prima mi contristai, pensando forse che il Suo
disegno era di eccitare il popolo contro i Romani;
però subito questa paura si dileguò.
Gesù di Nazaret, parlava più amichevolmente ai
Romani, che ai Giudei.
Un giorno mentre passavo per la contrada di Siloe, dove c'era un gran concorso di popolo, vidi nel
mezzo di quel gruppo un giovane, appoggiato ad un albero e che con molta grazia
e calma, parlava alla moltitudine.
Mi fu detto che costui era Gesù.
Facilmente potetti sospettare perché così
grande era la differenza fra questo Gesù e coloro che l'ascoltavano.
I suoi capelli biondi e la sua
barba gli davano un'apparenza e un viso celestiale.
Parea di essere
circa a trent'anni di età.
Mai in vita mia vidi una continenza così dolce
e così serena. Era veramente un contrasto fra lui ed i
suoi ascoltanti, con la loro barba nera ed una complessione piuttosto oscura.
Non volendo interromperlo con la mia presenza,
continuai a camminare avanti; però dissi al mio segretario di unirsi a quel
gruppo ed ascoltare. Questo mio segretario si chiamava Manlius,
ed era nipote del capo della cospirazione, il quale stava accampato in Etruria ed aspettava Catilina.
Manlius era un vecchio
abitante della Giudea, meritevole della mia fiducia.
Quando entrai nella pretura, trovai Manlius il quale mi raccontò tutte le parole che Gesù aveva pronunziato in Siloe.
Non mi ricordo di aver mai letto nel lavoro
dei filosofi, una cosa tale da potersi uguagliare con la sapienza di questo
Gesù.
Uno dei ribelli giudei, così numerosi in
Gerusalemme, si accostò domandandogli se era lecito di pagare il tributo a
Cesare; e Gesù Gli rispose: “Rendete a
Cesare tutto ciò che appartiene a Cesare, ma date a
Dio ciò che è di Dio”.
E fu appunto
a cagione di questo suo parlare sapientemente che accordai a questo Nazareno
cotanta libertà.
Anzitutto era in mio potere di arrestarlo ed
esiliarlo a Pontus; però questo sarebbe stato
contrario alla giustizia, che è sempre stata uguale per tutti gli uomini in tutto l'Impero Romano.
Questo Gesù non era ribelle e neanche
sedizioso, cosicché gli estesi la mia protezione a sua insaputa. Lui aveva
libertà di parlare, riunire assemblea e predicare al popolo. Poteva ancora
eleggere i suoi discepoli senza essere ristretto da nessun mandato pretoriale,
se così potesse succedere,
Volessero gli dèi
prevenire le cose future, se così dovrà avvenire, che la religione dei nostri
padri dovrà essere sostituita dalla religione di Gesù; sarà allora una
tollerazione nobile per la quale Roma sarà debitrice di una premeditata
reverenza.
Mentre io misero e
deprecabile ho dovuto essere lo strumento del quale i Giudei chiamano
provvidenza, ma che noi chiamiamo destino.
Questa libertà accordata a Gesù, ha provocato
i Giudei, non i poveri, ma i ricchi e potenti. E' vero ancora che Gesù
ultimamente è stato severo e questo è stato nella mia opinione una ragione
politica onde limitare la libertà che gli era stata accordata. Agli Scribi e ai
Farisei ha detto: “Voi siete una progenie
di vipere; mi sembrate tanti sepolcri e comparite molto bene agli uomini ma voi
siete molto vicino alla morte”.
Altre volte si beffava delle offerte dei
ricchi dicendo che il quattrino della vedova era molto
più prezioso nel cospetto di Dio.
Nuovi rapporti venivano
fatti giornalmente alla pretura, contro l'insolenza di Gesù.
Fui avvisato che qualche disgrazia doveva
avvenirgli.
Non era la prima volta che Gerusalemme
lapidava coloro che si chiamavano profeti e se il pretore si ricusava di
condannarli, veniva fatto un appello a Cesare.
In ogni modo, la mia condotta parziale fu
approvata dal senato e mi fu promesso un rinforzo alla fine della guerra.
Cosicché essendo scarso di truppe ed inabile a poter
atterrare sedizioni, adottai un mezzo per ristabilire la tranquillità di questa
città, senza bisogno di sottomettere la pretura ad una concessione umiliante:
scrissi a Gesù chiedendogli un colloquio nel palazzo della pretura.
Lui è venuto.
Tu sai che nelle mie vene scorre, quel sangue
mescolato spagnuolo e romano incapace di paura e di nessuna emozione.
Quando questo Nazareno comparve, passeggiavo
nella mia basilica, (cioè stanza reale) ed i miei
piedi li sentii come inchiodati sul quel pavimento di marmo e tremai in tutta
la mia persona come un colpevole di delitto. Eppure
Gesù era calmo, ed apparve veramente una calma innocente.
Quando giunse a
me, si fermò, e con qualche segno pareva dirmi: Ecco io sono qui, sebbene non proferì
parola.
Per un momento contemplai con ammirazione
questo straordinario tipo di persona, sconosciutissimo fra i numerosi artisti e
pittori i quali hanno dato forma e figura a tutti gli
dèi ed eroi.
Nulla si vedeva in lui che poteva
indietreggiare nel suo carattere, eppure sentivo paura e tremavo
nell'accostarmi a lui.
Con voce tremante gli dissi: “Gesù di Nazaret, per tre anni continui ti ho
dato autorità e libertà di parlare, ma non perciò ne son pentito. Le tue parole son di
sapienza e da uomini filosofi. Non so se hai tu udito parlare di Socrate o di
Platone. Ma questo io vedo, che nei tuoi discorsi vi è una eccellente
semplicità che attira come una calamita, e che ti eleva sopra tutti i filosofi.
L'imperatore è stato informato di tutto ciò, ed io suo umile rappresentante in
questa provincia, son molto contento di averti data cotesta libertà, conoscendo i tuoi meriti. Non di meno, non
posso celarti che i tuoi discorsi ti hanno creato potenti nemici. Nemmeno
questo mi sorprende; Socrate ebbe i suoi nemici, ed è stato
vittima di loro. I tuoi nemici, son
doppiamente irritati contro te, perché tu hai parlato
troppo severamente contro la loro condotta, e contro me, a cagione della
libertà che io ti ho concesso. Mi hanno accusato di essere stato in diretta
alleanza con te, onde privare gli ebrei della poca facoltà civile che è stata
lasciata loro da Roma. La mia domanda (non dico il mio comando) è che tu sia un po' più prudente e moderato
nei tuoi discorsi, per non destare l'ira e l'arroganza dei tuoi nemici, che possono eccitare la stupida popolazione contro te,
costringendomi poi ad usare gli strumenti della legge”.
Gesù rispose: “Principe della terra, le tue parole non procedono dalla verità e da
nessuna sapienza. Parla tu ai torrenti di fermarsi in mezzo ai monti, o di non
sradicare gli alberi della valle; ma i torrenti ti risponderanno che debbono obbedire alla legge della natura e del Creatore. Dio
solo sa ove scorrerà l'acqua dei torrenti. In verità Io ti dico
che prima che fioriscano le rose di Sharon sarà
sparso il sangue del Giusto”.
“Giammai
il tuo sangue si spargerà”, risposi io con profonda emozione; “tu mi sei così caro e prezioso, per questa
tua virtù e sapienza, che tutti i farisei, i quali abusano della libertà che i
Romani hanno lor concesso. Hanno cospirato contro
Cesare, cambiando la sua bontà in paura, impressionando gli ignoranti che
Cesare è un tiranno, e che cerca la loro rovina, Insolenti e miserabili, non si
avvedono che il lupo del Tevere, qualche volta si vestirà con pelle di agnello per portare a compimento il suo fine, ma io ti
proteggerò contro di loro. Per te la mia pretura sarà un sacro rifugio tanto di
giorno che di notte”.
Gesù noncurante, scosse la testa con un grave
e divin sorriso, e disse: “Quando quel giorno verrà, non vi sarà nessun rifugio per il Figliuol dell'uomo”.
Poi, guardando al cielo disse: “Ciò che è stato scritto nei libri dei
profeti dovrà venire a compimento”.
"Giovanetto”,
io gli risposi gentilmente, “tu mi forzi a cambiare
la mia richiesta in un assoluto comando. La salvezza di questa provincia che è
stata affidata alla mia cura, richiede di far rispettare i miei ordini; tu sai
quali saranno le conseguenze".
Gesù rispose: “Principe della terra, Io non son venuto a
portare la guerra in questo mondo ma la pace, l'amore e la carità. Io nacqui nello stesso giorno nel quale
Cesare Augusto diede la pace al mondo Romano. Da parte mia non vi sarà
persecuzione, anzi l'aspetto dagli altri e dovrò abbracciarla con ubbidienza
per la volontà del Padre mio, il quale mi ha mostrato la via. Cosicché frena la tua prudenza mondana perciocché non è in
tuo potere di portare la vittima ai piedi del tabernacolo di penitenza”.
Così dicendo, sparì come un'ombra luminosa,
dietro alle cortine della basilica, sentendo un gran sollievo, perché mi pareva
di portare un pesante carico del quale non potevo liberarmi in sua presenza.
Erode regnava allora in
Galilea, così i nemici di Gesù pensavano di vendicarsi, accusandolo.
Se Erode si fosse attenuto alla sua
inclinazione, avrebbe posto Gesù immediatamente a morte; e malgrado
la sua dignità reale pure ebbe paura di commettere tale atto, che poteva
diminuire la sua influenza nel senato; eppure come me, lui stesso temeva di
Gesù.
Ma questo non
dovrà essere mai, che un ufficiale Romano deve avere paura di un Giudeo.
Prima di questo, Erode venne a farmi una
visita, e nell'alzarsi per partire dopo una conversazione piuttosto inutile, mi
domandò qual era la mia opinione a riguardo di questo Gesù Nazareno. Io gli
risposi che Gesù, secondo il mio parere, era uno dei più grandi filosofi che le nazioni hanno qualche volta prodotto. Nessun
sacrilegio nella sua dottrina; e l'intenzione di Roma era di lasciargli la
libertà di predicare tale dottrina che giustificava le sue azioni.
Erode sorrise maliziosamente e salutandomi con
rispetto piuttosto ironico, se ne andò.
Si avvicinava la gran festa dei Giudei e
pensarono così di essere utile all'esultanza del
popolo, che sempre si manifestava alla solennità della Pasqua.
Tutta la città era in tumulto, ed il popolo
gridava volendo Gesù a morte.
I miei nemici mi han
fatto sapere, che la moneta della tesoreria è stata usata per la corruzione del
popolo e questa era la cagione per cui il popolo
gridava.
Il pericolo si appressava.
Un centurione Romano fu insultato.
Allora scrissi subito al prefetto di Siria, acciocché
mi mandasse cento soldati a piedi ed altrettanti di cavalleria. Ma non me li mandò.
Mi vidi solo, con una manata
di vecchi incapaci senza forza per poter frenare quella ribellione e non avendo
altro mezzo di scegliere, li lasciai fare.
Allora presero Gesù, non avendo nulla da
temere dal pretore, secondo come il loro capo avea lor detto.
Chiusi gli occhi per un momento.
Il popolo continuava a gridare: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”.
Tre potenti partiti in quel momento si sono
uniti insieme (contro Gesù): prima gli Erodiani e i Sadducei, che la loro sediziosa condotta procedeva da un
doppio motivo.
Costoro detestavano il Nazareno ed avevano
paura del potere Romano.
Essi non vorranno perdonarmi giammai, per
essere entrato nella Santa Città con la bandiera portante l'immagine
dell'Imperatore Romano; e con tutto ciò che in quel momento avevo commesso un
grande errore, pure il sacrilegio non appariva meno atroce ai loro occhi.
Un'altra ingiustizia si era già sviluppata nei
loro cuori.
Avevo proposto di utilizzare una parte della
moneta del tempio per fabbricare edifici, a beneficio
del pubblico. Ma questo mio proponimento fu deriso; i
Farisei si dichiararono apertamente essere nemici di Gesù.
Essi si interessavano
poco del governo; nutrivano qualche cosa di rimprovero ed amarezza, ché il
Nazareno, per tre anni continui aveva denunciato apertamente la loro condotta
malsana dovunque egli andava.
Ora non potendo agire per se stessi secondo la
loro disonesta paura, si sono alleati agli Erodiani e Sadducei.
Oltre a
questi tre partiti, ho dovuto ancor lottare contro la dissoluta condotta del
popolo basso, pronto sempre ad unirsi alle sedizioni ed al profitto che
risultava da quel disordine e confusione.
Gesù allora fu trascinato d'innanzi a Caiàfa,
sommo sacerdote, il quale, come segno di sottomissione, mi mandò il prigioniero
per pronunziare la sua condanna di morte.
Io gli risposi che siccome Gesù era un Galileo, conveniva che quest'affare
fosse posto sotto la giurisdizione di Erode; e così gli ordinai che fosse
mandato da Erode, che lo mandò a Cesare. E costui in
fine ha rimesso il destino di quest'uomo nelle mie
mani.
Subito il mio palazzo prese
l'aspetto di una città fortificata ad ogni momento cresceva il numero
dei sediziosi.
Gerusalemme era inondata di una folla
tumultuosa che veniva dalle montagne di Nazaret. Tutta
Mia moglie, la quale prevedeva nel futuro,
piangendo si buttò ai miei piedi, dicendo: "Guardati, guardati, dal toccare quest'uomo,
perché Egli è santo. La notte scorsa lo vidi in
visione; Lui camminava sopra le acque, e volava sopra le ali del vento".
"Parlò
alla tempesta ed ai pesci del mare e tutti l'ubbidivano. Ed
ecco il fiume del monte Kedron era una corrente di
sangue. Vedevo gli statuti di Cesare pieni di gemonidi
(animali), le colonne del tempio in
frantumi ed il Sole si era velato a lutto, come una veste di tomba. Ah Pilato,
molto male ti avverrà se tu non ascolti questa
promessa solenne e le preghiere di tua moglie. Fuggi alla maledizione del
Senato di Roma ed all'ira di Cesare".
Intanto i gradini della scala di marmo,
parevano rompersi per la moltitudine.
Il Nazareno fu condotto di nuovo dinanzi a me.
Andai avanti nella gran sala di giustizia.
Seguito dalle guardie, chiesi al popolo in un
tono severo, che cosa volevano; e tutti gridarono: “La morte del Nazareno, il Re dei Giudei”.
"Oh
giustizia Romana”, dissi io, “non
punire quest'offesa con la morte!"
"Crocifiggilo!
Crocifiggilo!" gridava
senza tregua la moltitudine.
Per le grida incessanti di quel popolo
infuriato, tremò il palazzo dalle sue fondamenta.
Soltanto uno appariva di essere
calmo; Costui era il Nazareno.
Dopo tanti inutili sforzi fatti, per
proteggerlo dalle furie dei suoi persecutori, in quel momento pensai che un solo mezzo esisteva che poteva salvargli la
vita. Proposi, come era stato uso loro, di liberare un
prigioniero in tale occasione; di liberare Gesù e lasciarlo andare come il
becco carico dei peccati del popolo, capro espiatorio, come lo
chiamavano in quei tempi.
Ma loro dissero che
Gesù doveva essere crocifisso.
Cercai di far lor
comprendere la loro inconsistenza ed incompatibilità con la legge; mostrai
ancora loro che nessun giudice criminale poteva dar
sentenza; senza aver digiunato tutto il giorno; e poi tale sentenza doveva
essere approvata dal concilio giudiziale (composto di 71 Sacerdoti e Scribi,
presieduti da un sommo Sacerdote) e la firma del presidente di quella corte,
cosicché nessun criminale può essere posto a morte nello stesso giorno della
sua sentenza. L'indomani, poi, il concistoro doveva rivedere tutto il processo.
Secondo la
legge, un uomo stava di sentinella alla porta della corte, con una bandiera; un
altro giù distante montava a cavallo e doveva annunziare il nome del
prigioniero ed il suo misfatto commesso, il nome dei suoi testimoni e se vi era
qualcuno che poteva testimoniare in suo favore. In questo
modo pensai che potevano impaurirsi ad una
sottomissione, ma loro continuavano a gridare: "Crocifiggilo! Crocifiggilo!"
Allora ordinai che Gesù fosse frustato e
battuto, sperando così che potevano rimaner soddisfatti; però non feci altro
che accrescere le furie. Allora ordinai che mi portassero un vaso con l'acqua
per lavarmi le mani in presenza di tutta quell'orribile moltitudine, testificando così che nel mio
giudizio, Gesù Nazareno non era degno di morte.
Ma ogni
tentativo fu vano, perché quei miserabili assetati di vendetta volevano ad ogni
costo la morte di Gesù.
Spesso, nelle nostre sommosse civili sono stato
spettatore di furie animose della moltitudine, ma
nulla può uguagliarsi allo spettacolo di questa occasione.
Forse sarà stato vero in questo caso, che
tutti gli spiriti indemoniati si sono radunati a Gerusalemme. Questa massa parea che non camminasse, ma che si girava come in un
vortice, rotolando a lungo in onde viventi, dai portali della pretura, in fino
al monte di Sion, con gridi vociferasi e strilli tali, che mai si erano uditi
nella sedizione della Pannonia, nei grandi tumulti
della gran corte di Roma (Forum).
A poco a poco il giorno si oscurò alla morte
del gran Giulio Cesare.
Era perfettamente come nel giorno del 15
Marzo.
Io governatore di quella provincia ribelle,
ero appoggiato ad una colonna della mia basilica, contemplando quella malinconica
oscurità.
Questi indemoniati hanno trascinato
l'innocente Gesù al supplizio.
Tutto intorno a me era divenuto un deserto.
Gerusalemme aveva già vomitato fuori quel
veleno e lo aveva sparso fra di un funerale che si
dirigeva a Gemonica.
Un'aria di desolazione si era avviluppata
intorno a me.
Le mie guardie si erano aggiunte alla
cavalleria; ed il centurione si sforzava invano per mantenere un po' di ordine.
Fui lasciato solo; ma nel mio cuore sentivo
che quel che passava in quel momento apparteneva
meglio alla storia di Dio, anziché degli uomini.
Un gran rumore di voci fu udito che veniva dal
Golgota (cioè Calvario) e parea
di udirsi nell'aria come un suono che annunziava una cosa terribile, un'agonia,
che mai fu udita da orecchio vivente.
Nuvole oscure si posavano sopra i pinnacoli
del tempio avviluppando la città come un velo. Così terribili erano i segni che
gli uomini videro dal cielo ed anche sulla terra che Dionisio esclamando disse:
Oh, che l'autore della natura soffre! Ovvero
l'universo sta per cascare in pezzi. Vi fu ancora un terremoto nella parte
bassa di Egitto, che tutti i superstiziosi Giudei
furono spaventati di una paura mortale. Fu detto che Baltassar,
uno dei vecchi scienziati Giudei di Antiochia, fu trovato morto, dopo che fu passato quell'eccitamento. Ora, se era morto di gran dispiacere non si sa, poiché era un intimo amico del Nazareno.
Durante le prime ore della sera indossai il
mio mantello e scesi in città verso il cancello del Calvario.
Il sacrificio era stato consumato.
La folla se ne ritornava a casa e sebbene
ancora agitata, pure era mesta e taciturna.
Lo spettacolo che si mostrò
ai loro occhi, l'ha colpita di rimorso e di spavento.
Vidi la mia piccola truppa Romana cioè la decima parte di una legione, passare dolorosamente,
e colui che portava la bandiera, aveva posto un velo sull'aquila in segno di
lutto; ed udii certi soldati Giudei che mormoravano parole strane che non
compresi. Altri ancora raccontavano cose quasi simili a quella che molte volte
hanno recato tanto danno ai Romani, guidati dalla volontà dei loro dei.
Altre volte, gruppi di uomini
e donne rimanevano come attoniti ed inerti, guardando indietro verso il monte
Calvario, pensando che potrebbe avvenire qualche altro terribile disastro.
Ritornai alla pretura
pensoso e malinconico.
Nel salire le scale i cui gradini
erano ancora imbrattati di sangue del Nazareno, vidi un vecchio in atto
supplichevole e dietro a lui un certo numero di Romani che piangevano. Lo vidi
subito buttarsi ai miei piedi e piangere dirottamente.
E' veramente penoso veder un vecchio piangere
in quel modo, e siccome il mio cuore era già colmo di ogni
tristezza dolore, lasciammo costoro piangere insieme, ed in verità, quel giorno
parve che le lagrime formarono un piccolo rigagnolo con molti di quelli che
vidi fra la moltitudine del popolo.
Non avevo mai visto tale sentimento diviso in
due estremità.
Vi erano quelli che vendettero e tradirono
Gesù; coloro che testimoniarono contro di lui; altri
che gridarono: "Crocifiggilo!
Crocifiggilo! Vogliamo il suo sangue!"
Tutti
slanciati vigliaccamente e crudelmente, avendo puliti i loro denti nell'aceto.
Come si diceva, Gesù parlava di una
risurrezione e separazione dopo la morte; se così è la cosa, son sicuro che questo è incominciato in questa vasta
moltitudine.
"Padre",
gli dissi, dopo essermi rimesso un po', "chi sei tu? E qual cosa richiedi?"
Lui rispose: "Io son Giuseppe di Arimatea,
e son venuto a pregarti in ginocchio, che tu mi dia
il permesso di sotterrare Gesù di Nazaret".
"La
tua preghiera è stato esaudita", gli dissi, e
nello stesso tempo ordinai al mio segretario Manlius
di prendere certi soldati con lui, attendere al funerale, acciocché non venisse
profanata la sepoltura di Gesù.
Pochi giorni dopo, la tomba fu trovata vuota.
I suoi discepoli predicarono da per tutto, che Gesù fu risuscitato dalla morte come Lui
aveva sempre detto.
Quest'ultimo
rapporto creò più eccitamento del primo.
A dire il vero, non posso accertare; però ho
fatto certe investigazioni che puoi esaminare tu stesso, e vedere se ho
trascurato, come rappresentante di Erode.
Giuseppe ha sepolto Gesù nella sua tomba dove
ha contemplato la sua risurrezione? oppure
dovrebbe scavarsene un'altra, non posso dirlo.
L'indomani uno dei sacerdoti venne alla
pretura dicendo che loro avevano dei presentimenti:
chi sa se i discepoli intendevano rubare il corpo di Gesù e nasconderlo, e poi
far comparire che era risuscitato dalla morte, come lui aveva predetto, e del
quale erano tutti convinti.
Allora lo mandai al capitano delle guardie
reali, Malco, dicendogli che
pigliasse dei soldati Giudei e li mettesse a guardare la sepoltura di Gesù.
Così se succedeva qualche cosa, potevano lamentarsi da loro stessi, e non dare la colpa ai Romani.
Quando all’improvviso sentii una profonda inquietudine,
che mai mi era accaduto nulla di simile.
Mandai a chiamare Malco,
cioè il capitano delle guardie, il quale mi disse che
aveva mandato il suo tenente con cento soldati, il cui nome era Ben Isam ed aveva posto i soldati attorno alla tomba. Mi disse che Isam ed i soldati furono
molto terrorizzati da quel che era successo quella mattina.
Mandai a chiamare questo Isam che mi raccontò pressappoco quanto segue.
Lui mi disse che
verso la quarta vigilia, hanno visto una meravigliosa luce sopra la sepoltura.
Dapprima credette che forse erano le donne, ad
imbalsamare il corpo di Gesù come era la loro usanza;
ma non poteva comprendere come avrebbero potuto passare in mezzo alle guardie.
Mentre questa
luce, risplendeva ancora nella sua mente, ecco tutto quel posto fu illuminato e
pareva esservi una gran quantità di morti, vestiti nei loro abiti da sepolcro.
Tutti parevano gridare, ed essere pieni di gioia mentre lì attorno si udiva una
così dolce e melodiosa musica che mai fosse udita, e quella contrada pareva
piena di voci che davano gloria a Dio.
A questo punto parve che la terra girasse
sotto i suoi piedi, in un modo tale, che si sentì essere vittima di uno
svenimento.
Lui disse che la
terra pareva mancare sotto i piedi. I suoi sensi mentali l'abbandonarono e non
si ricordò più di quel che era successo.
Gli domandai in qual posizione si trovò quando rinvenne.
Mi rispose che si trovò a faccia a terra.
Gli domandai se non poteva essersi sbagliato,
intorno a quella luce. Non era il giorno quasi per ispuntare?
Egli disse che prima
credeva così anche lui, ma ad un tiro di pietra era successivamente oscuro e
così rammentò che era ancora molto presto per essere la luce del nuovo giorno.
Gli domandai se il suo stato di svenimento,
non poteva essere causato dal sonno, ed essersi risvegliato e messosi subito in
piedi come tante volte succede. Ma lui disse che assolutamente non aveva dormito per niente, e
specialmente che vi era pena di morte per colui che fosse stato trovato
addormentato.
Disse che in quel
momento, aveva visto altri soldati che dormivano.
Certi dormivano allora? Gli domandai. Per
quanto tempo durò quella scena?
Rispose di non saperlo, però credette che sia durata circa
un'ora.
Allora gli domandai se andò alla tomba dopo
che fu rinvenuto.
Lui mi disse di no, perché aveva paura: "così non appena venne il cambio, tutti siamo
andati al nostro quartiere".
Gli domandai se era stato interrogato dai
Sacerdoti.
Rispose di sì.
"Essi
volevano farmi dire di essere stato un terremoto e che loro stavano tutti a
dormire e mi fu offerta moneta se io dicevo che i
discepoli erano venuti ed avevano rubato il corpo di Gesù".
Continuò dicendo che
lui non vide nessuno dei discepoli e non sapeva neanche che il corpo di Gesù
non era più nel sepolcro. Altri glielo dissero.
Gli domandai se sapeva qual'era l'opinione privata dei Sacerdoti.
Lui disse che
qualcuno dei Sacerdoti diceva che Gesù non era un uomo, neanche creatura umana;
e non era neanche il figliolo di Maria. Costui non era lo stesso che si diceva
essere stato nato dalla vergine in Betlemme che la stessa persona fu in questa
terra molto tempo fa, assieme ad Abrahamo e Lot, ed in altri tempi e posti. Mi sembra che se
Ed ora io
dico: Se costui poteva fare tutte queste cose, perché crearono una terribile
inimicizia contro a lui? Quest'uomo non fu accusato di offesa criminale né di aver violato nessun punto della
legge, neanche individualmente di aver fatto male a qualche persona.
Son quasi
pronto a dire, come disse Manulas
alla croce: “Veramente costui era il
figliolo di Dio”.
Ora, nobile Imperatore, questo è il caso che
pressappoco ho pigliato cura di scriverti chiaramente acciocché
tu possa giudicare sopra la mia condotta a riguardo, perché ho saputo che
Antipater ha detto molte cose contro me in questo affare.
Con promessa di fede e buona fortuna al mio
nobile regnante.
Io sono il tuo più ubbidiente servo.
Ponzio Pilato
(Non è garantita l'autenticità di questo testo)