È vero che gli animali si processavano?
Ci sono i documenti che testimoniano di processi agli
animali, sia domestici sia selvatici, in varie date del Medioevo.
Cavalli, asini e, spesso, maiali erano portati in giudizio
perché accusati di aver ferito o ucciso esseri umani, soprattutto bambini.
Una giustificazione di questa pratica si può trovare nella
Bibbia (Esodo, 21-28), dove si dice: “Quando
un bue cozza con le corna un uomo o una donna e ne segue la morte, il bue sarà
lapidato e non se ne mangerà la carne”.
Questi animali venivano imprigionati, un tribunale laico
valutava le loro responsabilità e, se giudicati colpevoli, erano condannati a
morte.
La pena era eseguita in un luogo pubblico da un boia
incaricato.
Come un
cristiano.
Nel
L’animale colpevole veniva ucciso sia per punirlo
personalmente, sia per evitare che commettesse altri delitti.
C’erano poi i processi per danni, soprattutto
all’agricoltura, dove gli imputati erano gli insetti e i topi che rovinavano i
raccolti. In questo caso, i tribunali erano ecclesiastici, perché per
“convincere” bruchi e ratti ad andarsene ci voleva l’intervento divino, mediato
dai sacerdoti e dai loro riti.
Per esempio, si intervenne contro le cavallette a Roma
nell’880 e nel 1338 dalle parti di Bolzano.
Oltre a tentare di risolvere problemi pratici, questi
processi cercavano di ripristinare l’ordine sociale e di eliminare
comportamenti che turbavano il regolare svolgersi delle attività umane.
Tratto da FOCUS DOMANDE E
RISPOSTE Agosto 2005