Le responsabilità del credente
verso le autorità
Gentile redazione,
leggendo la pagina “SE DOMANDI TI RISPONDO”, ho
deciso di porvi una domanda che da sempre assilla la mia mente:
considerando la corruzione che dilaga in ogni dove, soprattutto nei «palazzi del potere», non
vi sembra assolutamente fuori luogo e fuori dal tempo (presente) l’invito
alla sottomissione con il quale
l’Apostolo Paolo redarguisce i Romani e quindi i cristiani di tutti i
tempi, invece di invitarli a ribellarsi a tutte le ingiustizie?
Grazie per la risposta che sicuramente riceverò.
Mario.
Il Nuovo Testamento ha molto da dire sui doveri dei cristiano nel campo della sua sottomissione agli altri. Senza parlare del caso ovvio della sottomissione del credente al Signore, possiamo menzionare la sottomissione dei figli ai genitori, delle mogli ai mariti, dei membri della chiesa agli anziani e dei cristiani alle autorità di governo.
Le Scritture specificano gli obblighi che abbiamo in questo campo. Prima di tutto ci viene richiesto che:
1) Preghiamo per i governanti:
2) Li rispettiamo ed ubbidiamo;
3) Contribuiamo, come ci è richiesto, alle spese dello Stato.
Consideriamo ciascuno di questi aspetti in quest'ordine.
PREGHIERA
Se siamo onesti, molti di noi devono confessare che quando pregano, tendono ad ignorare i bisogni degli uomini di governo. Se per caso li ricordiamo, probabilmente ci riferiamo a loro in maniera piuttosto formale e difficilmente possiamo considerare la nostra una sincera intercessione. La verità, naturalmente, è che i problemi che devono affrontare gli uomini di governo non ci toccano direttamente come le nostre difficoltà personali o quelle della nostra famiglia e delle chiese locali.
Eppure non abbiamo scuse. L'ordine dell'apostolo Paolo è chiaro ed in incontestabile: «Esorto dunque... che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità...» (1 Timoteo 2:1-2). Questo ordine è assolutamente valido oggi, sotto qualsiasi forma di governo noi viviamo.
Per mezzo dell'apostolo Paolo, lo Spirito Santo chiede a ciascuno di noi di pregare per il Capo dello Stato, per il Governo e per tutti quelli che sono impegnati nella conduzione della nazione e delle varie amministrazioni.
Dobbiamo pregare perché possano esserci condizioni di pace e sicurezza in modo da poter vivere in tutta pietà ed onestà (v. 2). È essenziale notare la ragione per cui noi dobbiamo desiderare di essere liberi da preoccupazioni come guerre o persecuzioni. Non perché noi possiamo godere una vita confortevole ed agiata, ma piuttosto perché, in un'atmosfera di calma, possiamo condurre una vita di devozione a Dio e di dignità davanti agli uomini.
ONORE ED UBBIDIENZA
In un certo senso, dovrebbe essere già sufficiente per noi che il Signore ci comandi di essere leali verso i governanti. Certamente l'apostolo Paolo pensava che era sufficiente. Egli istruiva Tito a ricordare ai cristiani di Creta che era loro richiesto di essere: ... sottomessi ai magistrati e alle autorità e siano ubbidienti...» (Tito. 3:1). Con ogni probabilità la parola autorità indica i più alti poteri (come re, imperatori e governatori), mentre la parola magistrati si riferisce a tutti coloro che hanno ricevuto in qualche grado un'autorità delegata.
Mentre dovrebbe essere sufficiente che ci venga detto di essere sottomessi alle autorità civili, è piaciuto a Dio di darci delle ulteriori ragioni per farlo. Consideriamone tre.
a) Le autorità di governo hanno il potere di punire tutte le forme di delitto e cattiva condotta. Inoltre sono stati investiti di questo potere da Dio stesso (Romani 13:24). Per-ciò quando il magistrato eseguisce attraverso i suoi agenti la giusta punizione di un delitto, egli compie la volontà di Dio.
Generalmente i credenti non hanno nulla da temere dalle autorità se fanno il bene. Tale condotta incontrerà approvazione. Gli uomini che fanno il male, invece, hanno ogni ragione di temere; chi ha autorità non porta «la spada invano». Il riferimento alla «spada» riguarda certamente tutte le punizioni, ma la pena di monte vi è certamente inclusa (vedi: Matteo 26:52; Atti 12:2; Ebrei 11:37). Dai giorni di Noè, l'autorità divina ha delegato all'uomo l'esecuzione della pena di morte sui suoi simili (Genesi 9:5-6). Questo tipo di pena figura nella Legge di Mosè ed è accettato senza obbiezioni dall'apostolo Paolo (Atti 25:11).
È chiaro da Romani 13 che, contrariamente ai punti di vista di moda oggi le pene imposte per il crimine commesso hanno prima di tutto il significato di una diretta punizione sull'offensore e di deterrente per gli altri.
b) Le autorità di governo
sono state costituite da Dio (Romani 13:1).
In un certo senso, essi rappresentano istituzioni umane (letteralmente: creazioni; vedi: 1 Pietro 2:13). Eppure, in ultima analisi, ogni autorità costituita è ordinata da Dio. Notate che l'espressione «di Dio» o «da Dio» ricorre non meno di sei volte in Romani 13:1-7.
Anche in una democrazia il diritto di governare non riposa in ultima analisi sul consenso dei popolo, ma è derivata da Dio. Di conseguenza, a ognuno è richiesto di sottomettersi a coloro che occupano posizioni di autorità (v. 1). La Bibbia chiarisce che gli individui sono innalzati alle loro cariche elevate da Dio e devono prima di tutto essere considerati suoi servi nella sfera del governo (vedi: Salmo 75:6,7; Geremia 25:9; Daniele 4:17,25,32). Dio è capace di controllare anche l'azione malvagia di uomini malvagi con la sua onnipotente provvidenza (Atti 4:28; Apocalisse 17:17).
A motivo di ciò non è concesso ad un cristiano essere politicamente un ribelle o un rivoluzionario: «Figlio mio, temi l'Eterno e il re, e non far lega (lett. mescolarsi) con gli amatori di novità» (Proverbi 24:21).
Colpisce che il Nuovo Testamento non mostri alcun interesse per la politica, per i movimenti sociali o per schemi di riforma, eppure le condizioni di quel tempo erano, in molti casi, spaventose. La chiesa primitiva si concentrava sul cambiamento interiore che solo il Vangelo di Cristo può produrre e si adoperava a regolare la vita di quelli che divenivano cristiani.
C) Dal momento che chi governa è costituito da Dio, la sottomissione diventa un fatto di «Coscienza» (Romani 13:5). L'apostolo Pietro ci dice di sottometterci ad ogni istituzione umana «per amore del Signore» (1 Pietro 2:13 - lett. «a motivo del Signore»). Senza dubbio vi rallegrate della venuta del Signore nel mondo «per voi» (1 Pietro 1:20 - lett. «a motivo di voi»); ma volete voi sottomettervi a «motivo del Signore» a coloro che governano? Pietro non si riferisce soltanto alle più alte cariche umane, ma a tutti coloro che agiscono come loro rappresentanti (1 Pietro 2:14). In termini moderni questo include tutti coloro ai quali lo Stato ed il Parlamento hanno delegato autorità, e giù giù, fino al poliziotto e all'insegnante in classe.
Siamo talvolta riluttanti a riconoscere l'autorità di una persona a causa della sua personalità. Ma il Signore richiede la nostra sottomissione a chi governa, nonostante le loro personalità; (vedi: Matteo 23:1-3; 1 Pietro 2:18). Dobbiamo sottometterci senza riserva, «per amor Suo». Questa sottomissione fa parte della Sua volontà per tutti coloro i cui corpi gli sono stati presentati in sacrificio (Romani 12:1-2 con 13:1-7). Non permettiamo che un giovane si inganni credendo di poter essere completamente consacrato al Signore e nello stesso tempo ribellarsi contro coloro che hanno autorità su di lui da parte del Signore.
Prima di lasciare questo argomento, dobbiamo brevemente accennare al punto in cui la Scrittura pone un limite alla nostra sottomissione all'autorità umana. Questo limite entra in gioco appena ci viene comandato dagli uomini di fare qualcosa che è contrario a ciò che conosciamo come volontà di Dio. Lo scontro di lealtà che ne risulta, dovrebbe sempre essere risolto scegliendo e facendo la volontà di Dio. Leggete attentamente Atti 4:19 e 5:29 (notate il legame con la fine del v. 32) e considerate il nobile esempio dei tre amici di Daniele, ricordati nel capitolo 3 di questo libro, in particolare i versetti 13-18.
Il «timore» di dispiacere a Dio e di offenderLo ha la precedenza sull'onore dovuto anche ad un re (1 Pietro 2:17).
FINANZE
Ai cristiani è richiesto di pagare le tasse dovute (Romani 13:6-7). Questo principio è stato stabilito dal Signore Gesù stesso. Fu a proposito delle tasse che disse: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare» (Matteo 22:21).
Le nostre responsabilità finanziarie verso il governo derivano dalla sua costituzione divina (Romani 13.6). Se le autorità civili devono compiere effettivamente il ministero che è stato loro affidato da Dio, devono essere dati loro i mezzi finanziari necessari per farlo.
«Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l'imposta a chi è dovuta l'imposta, la tassa a chi la tassa» (Romani 13:7). Nell'originale le due parole «IMPOSTA» e «TASSA» si riferiscono la prima ai redditi personali e di proprietà, la seconda si riferisce piuttosto alle tasse sulle merci; ai giorni nostri indicherebbero le tasse di importazione ed esportazione, incluse naturalmente la dogana ai porti ed aeroporti.
Ne segue che non vi è posto nella vita del cristiano per nessuna forma di evasione fiscale o di piccolo «Contrabbando» quando si torna dalle vacanze all'estero. Il credente non è in posizione di potersi rifiutare di pagare le tasse, anche se non è d'accordo con l'uso che viene fatto di questo denaro. Ricordate che il Signore Gesù ha pagato un contributo per il mantenimento del tempio di Gerusalemme (benché non fosse tenuto a farlo), anche se questo era governato da uomini empi e senza scrupoli (Matteo 17:24-27). E ancora ha imposto agli Ebrei di pagare il tributo a Cesare, benché questo tributo contribuisse a mantenere il giogo straniero su di loro (Matteo 22:15-22).
Nel concludere questo argomento è necessario attirare l'attenzione sul pericolo per il cristiano di essere coinvolto negli affari politici. È molto facile per il credente lasciarsi sviare dalla missione centrale per il Signore: «Uno che va alla guerra non s'immischia in faccende della vita civile, se vuoi piacere a colui che lo ha arruolato» (2 Timoteo 2:4).
E neppure, possiamo aggiungere, un ambasciatore corretto interferisce nella politica del Paese nel quale rimane solo temporaneamente. Se ci vediamo come "ambasciatori per Cristo» (2 Corinzi 5:20; vedi anche Efesini 6:20), è corretto, dedicare alla politica della terra il tempo e gli sforzi che potremmo spendere più direttamente al servizio del Signore di cui siamo i rappresentanti?
M.Horlock
(Da "Precious
Seed» - giugno '86)
Risposta liberamente adattata da “IL CRISTIANO” - dicembre 1986 ( http://www.ilcristiano.it/ )