DOTTORE,
MI
FACCIA MORIRE!
EUTANASIA:
QUANDO MORIRE?
“Shirley Barnett, un americano di 71 anni ex minatore, é
«resuscitato» due volte nel corso della stessa giornata. Ricoverato il 16 gennaio 1988 all'Ospedale
Oak Ridge (Tennesee) per dolori al petto, il Barnett
fu colpito da blocco cardiaco. Il polso inesistente e l'elettroencefalogramma
piatto convinsero i medici a staccare le apparecchiature, che artificialmente
lo mantenevano in vita. I familiari, avvertiti, pensarono ai preparativi per il
funerale. Poco dopo un’infermiera si accorse che il «morto» aveva ripreso,
anche se impercettibilmente, a respirare. Gli furono riapplicati gli apparecchi
per la stimolazione cardiaca, ma un'ora e mezzo dopo gli stessi familiari
furono d'accordo con i medici di far staccare quelle apparecchiature per
l'inutilità del tentativo di mantenere in vita il «risuscitato». Così fu fatto,
ma a questo punto, tra la meraviglia dei presenti, il “due volte morto”, pian
piano riprese vigore fino a recuperare tutte le sue facoltà” («Il Giorno», 4 Marzo 1988).
“Alle tre di pomeriggio è arrestato a Genova un infermiere del reparto geriatrico dell’ospedale di Sestri Ponente con
l’imputazione di omicidio volontario. È accusato di
aver somministrato a una paziente, la notte del 25 gennaio,
una micidiale mistura composta di un tranquillante e di uno psicofarmaco, che
insieme hanno prima reso la donna incosciente e poi l' hanno uccisa.
L’imputazione potrebbe mutare da omicidio volontario
a strage, se sarà dimostrato che l’infermiere in questione ha ucciso in
precedenza altri otto pazienti con metodi analoghi” («Il Messaggero», 3 Aprile 1996, pag.7).
“Un’infermiera
di Catania è condannata all’ergastolo per aver
assassinato, quattro anni prima, due coniugi ultra ottantenni somministrando
loro una dose letale di farmaci…Il tribunale di Milano condanna a 28 anni di
carcere un altro infermiere perché ritenuto responsabile dell’uccisione di
un’anziana paziente dell’ospedale romano «Fatebenefratelli»,
nonché del tentato omicidio di una persona ricoverata
nel centro di rianimazione di un ospedale milanese” («Il Messaggero», 3
Aprile 1996, pag.7).
“Negli
Stati Uniti, agli inizi del
Ospedale di Chicago: “Un
bambino di 15 mesi stava sopravvivendo solo grazie a sistemi artificiali di
supporto delle sue funzioni vitali. I genitori, esausti per la mancanza di
miglioramenti di salute del piccolo, chiedono all’ospedale
il permesso di «staccare la spina», ma non lo ottengono. Il padre del
bambino decide di acquistare una pistola ed entra armato nella stanza
d’ospedale dove costringe, con «successo», gli infermieri a sganciare il respiratore
artificiale” (Feinberg, Ethics
for a Brave New World, Wheaton, IL, Crossway Books 1993, pag. 103).
“Secondo un sondaggio il
24% dei cattolici italiani ritiene superata la proibizione generale di
praticare l’eutanasia, smentendo clamorosamente l’insegnamento ufficiale della chiesa cattolicoromana in materia” («Il Messaggero», 14 Agosto 1998).
Introduzione.
Esistono molte difficoltà nel parlare di eutanasia
e di accanimento medico.
L'argomento dell'eutanasia, indissolubilmente legato a quello dell'accanimento medico, è sempre più attuale ed è molto sentito dalla gente, tanto da comparire quasi quotidianamente nei media e nelle varie riviste scientifiche. Ciò provoca quella pletora d’informazioni, di dati e di numeri che invece di aiutare la riflessione, ne riducono la profondità e confondono l'ascoltatore, attraverso anche l'uso di differenti linguaggi: il filosofico, il teologico, lo scientifico, lo psicologico, il sociologico, usati talvolta insieme in modo incoerente.
Affinché questo non accada, è necessario quindi
scegliere un aspetto dell'argomento ed esplicitare il tipo di linguaggio
prevalentemente usato.
Ovviamente noi sceglieremo quello biblico.
L'aspetto privilegiato in questo caso, è la domanda che il malato rivolge al medico: “Dottore mi faccia morire”!
Non è un paziente qualsiasi a porre la domanda.
Affinché si possa procurare la morte, il soggetto che richiede esplicitamente e ripetutamente di morire è colpito da un male incurabile e prova dolori insopportabili.
Una domanda del genere è obbligante e significativa.
Ci obbliga a dare una risposta nel caso in cui un nostro parente stretto o amico, trovandosi in questa triste situazione, venga a coinvolgere la nostra vita. La nostra risposta a tale richiesta deve essere significativa nel senso che ne va della nostra vita e rivela noi stessi come credenti.
Anche una non risposta, una fuga, una pacca sulle spalle, oppure un "non dire sciocchezze che starai meglio", rivela tutto un mondo d’atteggiamenti e di valori del credente.
Cosa deve fare il credente di
fronte ad una tale richiesta oppure, cosa deve pensare il credente
quando sente parlare di eutanasia?
Cominciamo a trattare quest’argomento a monte ponendoci
una riflessione diversa: “La domanda del
malato terminale, che chiede di morire è
legittima”?
Può legittimamente un soggetto, affetto da malattia inguaribile e sottoposto a gravi sofferenze, richiedere al proprio medico la morte?
DEFINIZIONE.
La
parola «eutanasia», dal punto di
vista etimologico, è composta dal prefisso “eu”, che in greco significa «buono», e dal termine
“thànatos”,
che in greco vuol dire «morte». Il
significato letterale dell’espressione è quindi «buona morte».
Essa può essere intesa anche come il legittimo desiderio di ogni essere umano, consapevole della propria dignità, di lasciare questa vita nel modo migliore possibile; ma è stato osservato a tal proposito come «già nel greco il significato della buona morte che tende a prevalere è quello di morte “dolce e facile”» (Giorgio Cottier, Scritti di etica, Piemme, Milano 1994, p. 382).
L’eutanasia
è oggi praticata in diversi Paesi ed è consentita da leggi e da giudici di
parecchie nazioni occidentali.
In
Italia, almeno per il momento, essa viene ritenuta
inammissibile.
Il
Codice Deontologico Italiano rifiuta l’eutanasia.
In
altri Paesi occidentali si è più favorevoli. In Olanda, ad esempio, una legge
del 1994 permette al medico, a certe condizioni, di praticare l’eutanasia su richiesta del paziente.
Si calcola che oggi almeno un sesto dei decessi ospedalieri nei Paesi Bassi sia dovuto a questi casi.
In Germania, l’eutanasia è pienamente accettata dalla medicina ufficiale
ed è possibile somministrare iniezioni letali su
richiesta esplicita del malato.
In Gran Bretagna si assiste a una sempre
maggiore apertura dell’opinione pubblica verso la liceità di alcune forme di
eutanasia, dopo che negli anni scorsi
In Svizzera, il cantone di Zurigo ha approvato
con referendum nel 1977 una legge sull’eutanasia.
Negli Stati Uniti i tribunali sempre più spesso danno l’autorizzazione a procedere all’eutanasia e in alcuni Stati esistono già, o potrebbero essere approvate in tempi brevi, leggi simili a quelle che in Olanda permettono l’eutanasia.
Questa “buona morte” se richiesta dal paziente è definita volontaria e può essere ottenuta sospendendo il trattamento medico, che mantiene in vita artificialmente il paziente (eutanasia passiva) o si possono somministrare dei farmaci che affrettano o procurano la morte (eutanasia attiva).
Se diamo uno sguardo nell’antica Grecia pagana vedremo che anche qui è presente il problema della morte buona. Allora si parlava di eutanasia sociale e consisteva nell’abbandonare i malati incurabili; questo per fini di utilità collettiva.
Nel IV sec. a. C. Platone, riguardo alla “Repubblica ideale”, affermava: “Instaurerei nello stato una disciplina e una legislazione che si limitano a stabilire i compiti per i cittadini sani di corpo e di anima, quanto a coloro che non sono sani di corpo li si lascerà morire”.
Ippocrate, che invece era un illustre medico dell’antichità, contemporaneo di Platone affermava: “A chiunque mi chiederà un veleno, glielo rifiuterò, come pure mi guarderò dal consigliarlo”.
Anche oggi i giovani medici che sono all’inizio della loro professione pronunciano questa frase (il famoso giuramento di Ippocrate). Questo giuramento esigeva che il medico si rifiutasse di somministrare delle droghe letali ai pazienti che ne facevano richiesta. Questo era fatto per evitare che non si fosse coinvolti in quella forma definita “eutanasia-suicidio”.
Nel XVI sec. il filosofo Francesco Bacone, oltre ad essere guardasigilli del re Giacomo I d’Inghilterra affermò questo concetto: “La missione del medico è quella di restituire la salute e di lenire le sofferenze del paziente non soltanto in vista della guarigione, ma anche di procurare al malato inguaribile una morte serena e tranquilla”.
Ai nostri giorni questo modo di vedere le cose non è tanto cambiato;
l’eutanasia ha preso l’aspetto della “morte
per compassione”.
Vediamo che c’è una discrepanza, perché mentre
da un lato la scienza odierna si è preoccupata, insieme alla tecnologia, di
inserire nella società i disabili, eliminando le barriere psicologiche e
architettoniche, dall’altro lato emerge un aspetto inquietante: quello di porre
fine, per compassione, a quei cittadini che sono “un peso” e la cui vita non ha più nessun valore per coloro che li
circondano.
Naturalmente esiste un’altra posizione estrema definita “vitalismo”, cioè si tende a conservare la vita il più a lungo possibile. Sono queste le posizioni estreme che l’uomo facilmente tende ad assumere.
I
CANDIDATI ALL’EUTANASIA.
Chi sono i candidati per la “dolce morte”?
Nascituri con gravi malformazioni.
Poiché “imperfetti”
o addirittura etichettati come scomodi, sono i primi seri candidati.
Un giorno, un Professore di Medicina dell’Università della California narrò ai propri studenti questa storia: “In una povera famiglia, il padre ha la sifilide, la madre la tubercolosi. I due hanno già avuto quattro figli: il primo è cieco, il secondo è morto, il terzo è sordo ed il quarto ha la tubercolosi e poco tempo da vivere; la madre è ancora incinta e i genitori stanno optando per un aborto. Al loro posto cosa avreste fatto”? La maggioranza si schierò a favore dell’aborto. “Congratulazioni”, rispose il professore, “Avreste ucciso Beethoven”.
· Esiste una sproporzione grande tra gli anziani deboli e i giovani forti.
· Si assiste alla crescita di un sentimento antifamiliare con l’imbarbarimento dei sentimenti nobili.
·
Una grossa difficoltà economica di fronte ad uno stile di vita
prettamente edonistico.
A questo proposito un noto medico inglese ha affermato che a fine secolo sarà
obbligatoria una pillola della morte per gli anziani.
·
I
malati incurabili.
Il quotidiano “
Fu staccata la macchina che lo aiutava a respirare e fu praticata
un’iniezione.
Tutto fu zittito, soprattutto perché si avvicinava l’ora della visita
dell’anziana moglie del paziente.
Il medico cercò di far intercettare la signora, affinché, non si
accorgesse di cosa stesse accadendo al marito.
L’infermiera descrisse l’agonia del poveretto; ella si espresse così: “Entrai nella stanza un’ora dopo l’iniezione. Quell’uomo era violaceo, stava soffocando. Era da solo, nel suo letto. Fu un’agonia lenta e dolorosa. Due ore dopo era morto e non aveva nemmeno rivisto un’ultima volta sua moglie. Il paziente purtroppo si trovava in uno stato pietoso ed era affetto da un’infinità d’infezioni. Mantenerlo in vita significava un costo quotidiano altissimo”.
Da qui la decisione dell’equipe di sanitari
di “aiutare il paziente a morire”.
Credo che questo gesto, da parte dei sanitari, possa essere ritenuto a “fin di bene”, ma non è ben visto da Colui che è il Creatore della vita.
Un discorso ancora più profondo deve essere compiuto per la cosiddetta
selezione di morte, nella quale s’intende sopprimere persone che non siano più
«degne» di
vivere.
Per quel che concerne questa pratica, la condanna dei cristiani è
unanime: “Nessuna vita umana potrà mai
essere considerata «indegna di essere vissuta», perché è il Creatore stesso,
che sostiene l’esatto contrario, avendo Egli modellato ogni creatura umana a
Sua immagine e somiglianza. Nessun uomo ha il diritto di sostituirsi a Dio e di
decidere se e quando una vita umana debba o possa
essere soppressa, anche se si tratta di malati terminali o di soggetti incurabili,
perché in ogni caso ognuno ha il diritto di vivere tutta la vita concessagli
dal Signore”.
Bibbia
ed Eutanasia.
Molte volte l’uomo tende a strafare, dimenticando che solo da Dio
dipende la vita; l’uomo così arbitrariamente vuole innalzarsi al di sopra di Colui che siede nei cieli.
Qualcuno potrebbe affermare che l’eutanasia è applicata solo per ridurre
i tempi di sofferenza per i propri cari; qui ci vedo di più un interesse
egoistico, per risparmiare le proprie sofferenze.
Allora che fare?
Chi può rischiarare le idee e suggerire il da farsi?
La risposta c’è data dalla Parola di Dio.
Anche se l’uomo non vuole ammetterlo, Dio ha sempre un consiglio pronto ed
utile per
In modo inequivocabile
· Dio è la fonte della vita: “Dio non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; Lui che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa” (Atti 17:25).
· La vita è un atto creativo di Dio: “Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’ uomo divenne un ‘anima vivente” (Genesi 2:7).
· Dio è l’unico padrone e governatore della vita: “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il Nome del Signore” (Giobbe 1:21).
· L’ampiezza della vita dell’uomo dipende da Dio: “Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza” (Salmo 91:16).
· La vita degli uomini è nelle mani di Dio: “Che Egli tiene in mano l’anima di tutto quel che vive, e lo spirito di ogni carne umana” (Giobbe 12:10).
· Dio vieta all’uomo di togliere o di togliersi la vita: “Non uccidere” (Esodo 20:13).
· L’omicidio è un terribile peccato: “Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna” (Apocalisse 22:15).
Quando Gesù è venuto sulla terra, ci ha insegnato quanto sia importante il valore della vita e quanto lo si debba tenere in considerazione: “Cinque passeri non si vendono per due soldi? Eppure non uno di essi è dimenticato dinanzi a Dio; anzi perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi siete da più di molti passeri” (Luca 12: 6,7)
Come accennavo prima dietro lo scopo di procurare la morte “per compassione”, si nascondono
inconsapevoli motivi egoistici; non solo alleviare le sofferenze al malato
terminale, quanto soprattutto alleggerire i parenti dal travaglio, dalla
tensione e dal dispendio di energie che ciò comporta.
Questo modo di agire però non collima con il pensiero della Bibbia,
perché l’eutanasia non è la soluzione che Dio propone. Infatti,
Egli esorta ad onorare la persona del vecchio e a sostenere chi soffre.
Leggiamo, infatti, nella Sua Parola così: “Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni ti siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà” (Esodo 20:12)
Qualsiasi essere umano può avere il
privilegio di entrare in un rapporto diretto con Dio, mediante Cristo Gesù; nessun’altra creatura può farlo.
Anche l’apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, pur essendo debole
e malato affermava il valore della propria esistenza: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo
vive in me” (Galati 2:20).
Bisogna comprendere che la sofferenza, molte volte, è permessa da Dio, affinché, l’uomo possa rendersi conto di quanto la vita terrena possa essere fugace e possa così prepararsi all’eternità dove: “La morte non ci sarà più; né ci sarà cordoglio, né grido, né dolore, poiché le cose di prima son passate” (Apocalisse 21:4).
Quando si accetta Cristo come personale Salvatore e Signore della propria esistenza l’uomo può capire il vero significato della vita che Dio gli ha dato. Questo è confermato dalle parole straordinarie che pronunciò Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in Me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in Me, non morrà mai” (Giovanni 11:25,26).
Possiamo quindi affermare che il procurare la morte per compassione è un atto condannato da Dio. Solo Dio è il padrone della vita dell’uomo e solo Lui ha il diritto di disporre della vita e della morte. “L’Eterno fa vivere e morire” (1 Samuele 2:6).
“Ora vedete che Io solo sono Dio e che non vi è altro dio accanto a Me. Io faccio morire e faccio vivere, ferisco e risano e nessuno può liberare dalla Mia mano” (Deuteronomio 32:39).
La domanda allora sorge spontanea: “Esiste
un’alternativa”?
Abbiamo considerato insieme che l’eutanasia
non è una soluzione cristiana e biblica ad un problema
rappresentato da una malattia incurabile. L’alternativa
possibile è quella di prendersi cura di un malato terminale da un punto di
vista morale e spirituale.
Molto spesso si dimentica che nel corpo della
persona sofferente c’è un’anima che deve essere consolata, consigliata e
confortata.
Purtroppo i malati, soprattutto quelli più
gravi, sono afferrati da un senso profondo di solitudine e molto spesso anche
le cure più avanzate possono non ottenere un grande effetto, a causa di questa
sensazione di smarrimento.
Quante volte i
parenti nascondono la terribile realtà di una malattia incurabile ai propri
cari, che di conseguenza pur essendo edotti la nascondono per dignità.
La più grossa preoccupazione in questi casi è
il destino eterno della persona.
Spesso si raggiunge l’ora estrema senza
alcuna preparazione spirituale.
Purtroppo non tutti i malati terminali hanno accettato Cristo, nella loro vita, come personale Salvatore, ma anche in questo caso il paziente può deporre ai piedi di Cristo, la propria angoscia spirituale e la propria disperazione per la vita che vede sfuggirgli di mano.
Se invece la persona è salvata e pone la sua fiducia in Cristo, potrà liberarsi tranquillamente del suo segreto e gioire nella gloriosa speranza cristiana della vita eterna con Dio. Da qui vediamo che la vita dell’uomo, oltre alla dimensione terrena e visibile, ne possiede un’altra: la vita eterna. Infatti, lo stesso Gesù disse: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in Me, anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in Me, non morrà mai” (Giovanni 11:25, 26).
La compassione che ha un cristiano, lo spinge
a consolare gli afflitti, a consigliare chi è nell’incertezza ed ad annunciare
la misericordia e l’amore di Dio.
Le cure spirituali più appropriate per i più sofferenti sono rappresentate dal perdono, dalla gioia della presenza del Signore, dalla lettura della Parola di Dio ed infine da una umile e fervida preghiera che deve essere rivolta a Dio. Solo così si scoprirà il segreto dell’ intervento diretto di Dio e della consolazione dello Spirito Santo.
Così i malati incurabili affronteranno la
loro dipartita, verso l’eternità, sereni, con gioia e certi di essere con
Cristo: “Quanto a me sto per essere offerto in libazione,
e il tempo della mia partenza è giunto. Ho combattuto il buon combattimento, ho
finito la corsa, ho conservato la fede” (2 Timoteo 4:6, 7)
La seguente testimonianza, ha benedetto
molto la mia vita: “Cristina, una sua
cara sorella in Cristo, era stata incaricata da
un’infermiera di accudire una signora anziana malata. Era una donna ricca di
denaro, ma era povera da un punto di vista affettivo; non aveva neanche una persona che la volesse assistere e che le
mostrasse un po’ di tenerezza. Questa donna era terrorizzata al pensiero della
morte, al solo sentirne parlare faceva gli scongiuri e pronunciava frasi irripetibili. Quando Cristina incontrò questa donna ella si trovava in un profondo stato di abbattimento,
e nemmeno tutte le immagini di madonne e santi potevano lenire il dolore. A
contatto con quest’amore, l’anziana signora, giorno
dopo giorno, era trasformata. Questo sentimento, mai
provato prima, aiutava la signora a sciogliere il suo cuore inaridito da un
continuo vento di indifferenza; il dono di una rosa,
un abbraccio improvviso, una carezza, la sua mano chiusa tra le mani di una
estranea, stavano contribuendo al cambiamento della anziana signora. Il
discorso su Gesù fu introdotto in modo naturale; Cristina si rivolgeva a Gesù, pregandoLo, con una tale
familiarità e confidenza, come se si rivolgesse all’amico più caro. La donna
ascoltava e rivolgeva molte domande, finché, per l’anziana signora, Gesù non
divenne Colui che era morto al suo posto, a causa dei
suoi peccati, proprio perché ella potesse vivere. Di conseguenza, le immagini
dei santi furono rimosse e sparirono anche le parole oscene dalla bocca; infine
svanì anche la paura della morte. Quando però la paura si riaffacciava,
Cristina consigliava l’anziana signora di parlarne con Gesù, così la serenità
tornava nel suo intimo; ella era ormai certa che era
il suo Salvatore a tenerla per mano per condurla in pace all’altra riva. In un
modo così sereno la donna raggiunse il suo Padre celeste, un modo che non era
stato immaginato dal personale paramedico e neanche dalla stessa signora”.
Riteniamo che il cristiano, seguendo l’esempio biblico del «buon Samaritano», avrà senz’altro compassione del sofferente e non si opporrà alle
misure volte ad alleviare i suoi dolori, non l’aiuterà mai a morire solo perché
egli sta soffrendo. Anzi, il suo impegno sarà volto ad alleviare, per quanto
possibile, i dolori del malato, nonché a proclamare a quest’ultimo la salvezza per il solo Sangue di Gesù
Cristo, in un vero atto d’amore verso un’anima che altrimenti rischia di
soffrire per tutta l’eternità.
Quello che deve caratterizzare un cristiano è la capacità di spandere, attorno a sé, l’amore che Cristo gli ha messo nel cuore.
L’ultima testimonianza ci parla di un ragazzo convertitosi sotto una
tenda di evangelizzazione. Questo
giovane, di nome Gavino dopo aver accettato Cristo come suo personale Salvatore
cominciò a frequentare
Possiamo concludere affermando che nella Bibbia
l’ eutanasia non è praticata.
Solo leggendo e credendo nella Parola di Dio, si può ottenere la “buona morte”, conoscendo in tempo il
nostro destino futuro ossia sapere che godremo
pienamente la gloria e l’amore di Gesù.
Ciò scaccerà via la paura e sarà motivo di gioia.
La vita umana è inviolabile, perché creata e donata da Dio, nonché plasmata a Sua immagine, a meno che sia Dio stesso a porvi fine con la morte naturale.
SI PUÒ DESIDERARE
Nella
Scrittura, alcuni uomini di Dio hanno chiesto a Dio di
morire.
Uno
di questi è Giobbe.
Si tratta di una preghiera frutto della disperazione.
Giobbe è angosciato e desidera la morte perché neanche i suoi intimi amici lo comprendono, anzi lo giudicano, attribuendogli la sofferenza come conseguenza del suo peccato. Egli non sa rispondere a tanti interrogativi, ma gli sembra ingiusto il duro giudizio dei suoi amici ed esprime tutta la sua amarezza desiderando che Dio lo schiacci e tagli il “filo dei suoi giorni” (Giobbe 6:9).
La
disperazione e l’angoscia spesso conducono ad elevare a Dio delle richieste
avventate.
Disperazione
e preghiera non possono andare insieme.
L’una
annulla completamente l’altra.
La
disperazione è mancanza di speranza e di fede, mentre la preghiera si fonda
proprio sulla fede e sulla speranza.
Questa
richiesta di Giobbe è inoltre temeraria.
Se è umanamente
comprensibile, appare però in antitesi con la sua professione di fede in Dio.
Quando tutte quelle tremende sventure gli erano cadute addosso, egli aveva avuto ancora la forza di dire: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il Nome del Signore” (Giobbe 1:21).
Quando fu colpito da un’ulcera maligna, ebbe la forza di dire a sua moglie che lo spingeva a ribellarsi a Dio: “Tu parli da donna insensata! Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?” (Giobbe 2:10).
Il giudizio e l’incomprensione degli
amici lo gettano, invece, nella più profonda
disperazione.
Certamente le prove materiali e fisiche
sono più sopportabili di quelle morali, ma “l’argilla dirà forse a colui che la forma:
“Che fai?” (Isaia 45:9).
La preghiera innalzata a Dio perché
ponga fine ai nostri giorni, non è una vera preghiera, è una richiesta
temeraria e senza alcuna fede, in quanto l’uomo vuole modificare il programma
divino ed amministrarlo secondo la propria volontà.
Giobbe
vuole morire perché ritiene che Dio non difenda la
sua causa.
Allora
se Dio non lo ascolta come può pensare che Egli esaudisca la sua preghiera?
Possiamo anche comprendere la sua angoscia, ma la consideriamo eccessiva, perché considera l’opinione ed il giudizio umano così importante da essere valido motivo per lasciare questa terra.
Dio
sia ringraziato, perché non risponde a richieste “miopi”, disperate ed angosciose, ma continua ad attuare
il Suo meraviglioso piano per la nostra vita. Egli potrebbe giudicarci per la
nostra protervia, ma “conosce la nostra natura; Egli
si ricorda che siamo polvere” e paternamente perdona le nostre
intemperanze.
Queste richieste disperate sono pur sempre uno stolto tentativo che compiamo con lo scopo inconfessato di riprendere la gestione della nostra vita, che invece abbiamo affidato alla Sua saggia ed eterna amministrazione.
Desiderare la
morte.
Desiderare
la morte è innaturale ed è un’aberrazione.
L’uomo
ha in sé l’istinto di conservazione, è stato creato
per la vita.
I cristiani amano la vita, perché ritengono che sia un’occasione per servire Dio. Non hanno una visione pessimistica dell’esistenza terrena, anche se desiderano l’eternità come traguardo supremo di ininterrotta comunione con Dio.
L’apostolo Paolo, nonostante le grandi difficoltà che aveva incontrato nella sua esistenza di credente, afferma: “Se il vivere nella carne porta frutto all’opera mia, non saprei che cosa preferire. Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio; ma dall’altra, il mio rimanere nel corpo è più necessario per voi” (Filippesi 1:22,23).
Quanto è diversa quest’espressione dalla disperata preghiera di voler
morire.
Il credente non è attaccato alla terra, desidera la gloria del cielo, non nutre una visione oscura e pessimistica della vita e della morte: “La morte è stata sommersa nella vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?” (1 Corinzi 15:54,55).
Il saggio Salomone, durante il suo sviamento, è preso da un funesto pessimismo e giunge ad affermare: “Io ho odiato la vita” (Ecclesiaste 2:17).
Mentre la promessa di Dio a chi pone la fiducia in Lui è: “Poiché egli
ha posto in Me il suo affetto, Io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il Mio
Nome. Egli mi invocherà e Io gli risponderò; sarò con lui nei momenti
difficili; Io lo libererò, e lo glorificherò. Lo sazierò di lunga vita e gli
farò vedere
Alcuni si chiedono se sia moralmente accettabile «lasciar morire» un malato terminale ovvero «affrettare la sua morte» con strumenti idonei a tale scopo.
In relazione all’eutanasia attiva, si può dichiarare che essa
è improponibile per un cristiano evangelico, dal momento che qualsiasi
somministrazione di farmaci, volta a provocare la morte di un paziente,
equivale a un omicidio; inoltre, essa viola il sesto comandamento di Dio.
Sotto il profilo biblico solo il Signore può disporre della vita che Egli
stesso ha creato e nessun uomo, per nessuna ragione,
può in alcun modo avere il diritto di abbreviare l’esistenza terrena di un suo
simile.
Nella vita quotidiana possono presentarsi casi limite di diverso genere, ma in nessuno di questi potrà legittimarsi biblicamente la deliberata eliminazione di una vita creata ad immagine e somiglianza di Dio.
CONCLUSIONE.
Da queste considerazioni nasce una riflessione sul valore unico della
persona e dell’opera di Cristo nella prospettiva di
preparare un sereno incontro con la morte.
Nell’ambito cristiano è prevalso un giudizio negativo nei confronti
dell’eutanasia.
Esso si fonda sulla Bibbia e si riassume nell’affermazione che Dio solo
è l’unico che dà la vita e la può togliere.
L’uomo non può sostituirsi a Dio e non può
accogliere la richiesta di morire da parte di un malato terminale.
Il cristiano è chiamato anche ad avvisare e istruire le persone che sono favorevoli all’eutanasia, che in questo modo si renderebbero colpevoli d’omicidio e a coloro che magari dicono di credere in Dio voglio ricordare un comandamento riportato nella Sua Parola: “Non uccidere” (Esodo 20:13).