Possiamo chiamare martirio
gli atti di suicidio
da parte di musulmani che causano stragi?
Chi muore nella "guerra santa" diventa,
per la maggior parte degli islamici, un martire.
Al contrario dell'accezione cristiana di questo termine,
che esprime la perdita della vita a causa della professione di fede in Gesù
Cristo, il martire islamico è di solito considerato come uno che muore in
battaglia.
La battaglia non è motivata solo dalla speranza di
andare in paradiso, ma anche di una presunta offesa (come nell'attuale
conflitto con gli Stati Uniti) recata ai musulmani.
Quelle persone sono preparate a tali scopi da capi
religiosi che fanno pressione sulla sincerità e sull'ignoranza della
maggioranza specialmente se questi si trovano in condizione di vita e di
cultura disagiate, in cui viene facile individuare un nemico comune e meglio
ancora se è un nemico dichiarato tale a livello nazionale.
Le persone che, alla fine, sono realmente capaci di
simili attentati, vivono in situazioni psicologiche particolari: di solito non
hanno alcuna possibilità di sentire altre opinioni e sono state indottrinate
per anni con uno schema estremamente semplificato, che divide il mondo in amici
e nemici.
Più che atti di martirio possiamo tranquillamente
definirli atti di terrorismo perché include l'uccisione di civili, in
particolare donne e bambini, non combattenti. Persino in alcuni scritti
coranici tali azioni sono vietati.