PASTORATO FEMMINILE
Sunday, January
01, 2006 6:59 PM
Gentile redazione,
come mai gli evangelici pentecostali non accettano il pastorato femminile pur
essendovi delle forti chiamate per questo ministerio. Si cambieranno
le posizioni nei confronti di questo problema?
Grazie
Dolores
Gentile amica,
voglio ringraziarla per la
domanda che ci ha posto, perchè oltre che essere interessante, mi ha dato modo
di confrontarmi con diversi fratelli in fede e con le Scritture che mai
mentono.
Le chiedo scusa per il tempo che
mi sono preso per risponderle ma, ho preferito documentarmi per non darle una
risposta affrettata del tipo «PERCHE'
Comunque, eccole i frutti della
ricerca:
Sono diversi gli aspetti dell’insegnamento biblico sulla conduzione che turbano
i membri di chiesa oggi: il fatto che gli anziani facciano cura pastorale, la
presenza di una pluralità di pastori e l’idea di anziani-pastori «laici». Ma ciò che desta maggiori
obiezioni per la mentalità corrente è senz’altro il concetto biblico di una
conduzione di soli uomini.
Eppure una conduzione che sia secondo le Scritture
deve essere di soli uomini.
La stragrande
maggioranza della gente, oggigiorno, pensa che l’esclusione delle donne dalla
conduzione della chiesa sia discriminante e maschilista.
Ma non è così.
Nessuno che ami
veramente le persone, che sia sensibile alla Parola di Dio e che sia
consapevole del triste trattamento disumano che le donne hanno subito (e
tuttora subiscono) in tutto il mondo, farebbe delle discriminazioni nei confronti
delle donne.
Le donne hanno già
sofferto abbastanza nelle mani di uomini crudeli e irresponsabili, e hanno
tutti i diritti di esigere che si faccia giustizia e che la situazione cambi.
Ogni atto discriminante
contro le donne è un peccato vergognoso e un disonore nei confronti di Dio,
alla cui immagine le donne sono state create.
Tuttavia, presi
dall’ardore di riparare ai torti commessi contro le donne, non dobbiamo dimenticare che Dio ha progettato la distinzione fra
maschi e femmine in modo che i due sessi si completassero in modo stupendo e
svolgessero funzioni diverse nella società.
Negare queste
distinzioni è deleterio e disonorevole quanto lo è il compiere atti
discriminanti contro le donne.
Dobbiamo avere le idee
assolutamente chiare intorno all’insegnamento biblico, secondo il quale le
donne e gli uomini sono perfettamente uguali in quanto al valore e alla dignità
della loro persona, ma sono distinti in quanto ai ruoli loro assegnati.
Tali distinzioni
rappresentano qualcosa da godere, da esplorare in modo più profondo e da
sviluppare per tutta la vita e non qualcosa da sradicare o da odiare.
Il pastore John Piper, autore di vari libri
e coeditore dell’opera che si può considerare una pietra miliare nel suo
genere, Recovering Biblica! Manhood and Womanhood (Recuperare
le differenze bibliche fra essere uomo ed essere donna),
esprime chiaramente il
proprio stupore per le meravigliose differenze create da Dio fra l’uomo e la
donna. Egli scrive: «Col passare degli
anni sono riuscito a capire dalla Scrittura e dalla vita che essere uomo ed
essere donna è l’opera stupenda di un Dio di bontà e di amore. Egli ha
progettato le nostre differenze che sono profonde. Non si tratta di semplici
prerequisiti fisiologici allo scopo dell’unione sessuale. Toccano le radici del
nostro essere persone».
Eppure un numero
incalcolabile di donne oggi non riconosce queste meravigliose differenze. Non
ha la minima idea di che cosa significhi essere donna nel senso di persona
distinta dall’uomo.
In nome della giustizia
e della lealtà nei confronti delle donne (i cui obiettivi saremmo felici di
realizzare lavorando in piena collaborazione), esse vengono ingannate riguardo
alla loro identità femminile e a ciò che insegna
Ancora una volta le
donne vengono sfruttate, ma questa volta da parte di filosofi femministi
fuorviati che sminuiscono la femminilità e la maternità, che sono valori sacri;
filosofi che sono contro i figli, contro la famiglia e in ultima analisi contro
la donna.
Escludere le donne dalla conduzione
della chiesa sarebbe ingiusto e discriminante se venisse fatto arbitrariamente
dai maschi per i propri fini egoistici, ma se tale esclusione rientra nel piano
saggio del Creatore, allora non si tratta di discriminazione, è qualcosa di
giusto e di positivo per il benessere della famiglia, della chiesa locale e
dell’intera razza umana.
Come credenti, non
vogliamo accusare Gesù Cristo di discriminazione.
Egli solo è perfetto;
noi siamo imperfetti.
Eppure Gesù ha scelto solo maschi, gli apostoli,
come fondamento della Chiesa, sebbene lo spirito femminista oggigiorno
rifugga da un tale pensiero.
Gesù è il Fondatore e
il Signore della Chiesa e noi dobbiamo seguire il Suo esempio e il Suo
insegnamento.
Per il credente, l’esempio
più emblematico di conduzione di soli uomini si trova nella persona di Gesù
Cristo.
Il fatto più ovvio è
che Gesù venne nel mondo come Figlio di Dio, non come figlia di Dio.
Il fatto di essere
maschio non si deve considerare come qualcosa del tutto casuale, ma piuttosto
come una necessità di natura teologica, assolutamente fondamentale per
Gesù era e doveva
essere un maschio primogenito «consacrato
al Signore» (Luca 2:23).
Come «ultimo Adamo» e «secondo uomo», Egli era l’antitipo di Adamo, non di Eva. Quindi
doveva essere maschio (1 Corinzi 15:45, 47; Romani 5:14).
Doveva essere un figlio
primogenito di Davide e di Abramo, il vero figlio della promessa, il Re, non la
regina, di Israele e il Signore, non la signora, dell’universo.
Secondo l’ordine della creazione, Gesù non sarebbe potuto
essere donna, perché nel rapporto maschio-femmina, solo al coniuge maschio
viene affidato un ruolo di comando e di autorità (Genesi 2:20, 22-23; 1
Corinzi 11:3; 1 Timoteo 2:12), e solo Gesù Cristo è il Capo della
Chiesa e il Re dei Re.
Egli costituisce il
modello per ogni conduttore maschio.
Durante il Suo
ministero terreno, Gesù istruì e scelse personalmente dodici uomini che chiamò
«apostoli» (Luca 6:13).
La scelta di conduttori maschi da parte di Gesù costituiva una conferma
dell’ordine della creazione, come è presentato in Genesi 2:18-25.
Prima di scegliere i
Dodici, Luca ci informa che Gesù passò l’intera notte a pregare Suo Padre (Luca
6:12).
In qualità di Figlio perfetto, in assoluta obbedienza e sottomissione
alla volontà di Suo
Padre, Gesù scelse dodici uomini come Suoi apostoli.
Dunque, questi uomini,
in effetti, erano stati scelti da Dio Padre.
La scelta di apostoli
maschi da parte di Gesù si era basata sulla guida di Dio e su principi divini.
Malgrado
Secondo i sostenitori
del Femminismo, Egli, condizionato dalla cultura del 1° secolo, fu costretto a
nominare solo uomini in qualità di apostoli, anche se in teoria avrebbe
accettato apostoli donne.
Secondo gli esegeti
femministi, Dio, ai tempi dell’Antico Testamento dovette adattare
Dopo, con la venuta del
Messia, che è Dio incarnato, ancora una volta, Egli ha dovuto piegarsi davanti
al terribile mostro della cultura patriarcale.
Gesù Cristo non avrebbe
potuto sfidare tale cultura nominando un apostolo donna.
Ma come si fa a leggere
la vita di Cristo e pensare che Gesù abbia scelto degli apostoli maschi solo
per conformarsi allo spirito del Suo tempo?
Egli fu odiato e alla
fine crocifisso perché, attenendosi alla Parola di Dio, aveva violato le false
tradizioni dei Rabbini. Persino i Suoi acerrimi nemici dovettero ammettere che
Gesù proclamava la verità di Dio, senza aver paura di nessuno e senza fare
parzialità (Matteo 22:16).
Ma, chiediamoci, quale
sarebbe stato per Gesù il momento più opportuno per esprimere chiaramente il
Suo pensiero, per prendere posizione?
Quando la società
sarebbe stata pronta ad accettare apostoli donne?
Forse nel 1949, con la
pubblicazione del libro di Simone de Beauvoir, The
Second Sex (Il secondo sesso)?
Forse l’avvento della
società secolare occidentale avrebbe determinato il momento propizio in cui
Gesù avrebbe potuto esprimersi chiaramente?
Altri sostenitori del
Femminismo sostengono che l’opera di redenzione compiuta da Gesù abbia abolito
tutte le distinzioni tra i ruoli assegnati rispettivamente agli uomini e alle
donne.
Eppure se Gesù
avesse avuto l’intenzione di abolire, per mezzo della Sua opera di redenzione,
tutte le differenze tra i ruoli assegnati agli uomini e quelli assegnati alle
donne, il momento storico propizio per agire e scegliere delle donne da
includere nel numero degli apostoli sarebbe stato proprio quello della scelta
dei Dodici.
Fin dall’inizio si rese
necessario eleggere degli apostoli perché diventassero il fondamento della
Chiesa. E non si pongono le fondamenta al ventesimo piano di un edificio ma
alla sua base, all’inizio della costruzione.
Non c’è dubbio che la
scelta dei dodici apostoli da parte di Gesù abbia influenzato
Gesù sapeva quali
sarebbero state le conseguenze delle Sue scelte a lungo termine. Infatti, i nomi
dei dodici apostoli uomini compariranno sulle fondamenta della nuova città
eterna di Gerusalemme perché siano ricordati per sempre (Apocalisse 21:14).
Inoltre, i dodici apostoli si ricollegano ai dodici figli di Giacobbe e alle
dodici tribù di Israele (Apocalisse 21:12-14).
L’elezione di altri
dodici uomini sarebbe stato un proseguimento della conduzione, di soli uomini,
del passato.
Ancora una volta, la
scelta dei Dodici sarebbe stato il momento opportuno per rompere con la
struttura di conduzione patriarcale di Israele.
In qualità di acclamato
liberatore delle donne, Gesù non avrebbe forse scelto sei apostoli donne e sei
apostoli maschi?
Non avrebbe scelto
almeno un solo apostolo donna?
Un apostolo donna non
avrebbe potuto svolgere un ministero per le donne?
Eppure Egli ha scelto
solo uomini.
Se Gesù è il supremo
sostenitore della parità tra maschi e femmine, come alcuni vorrebbero che
fosse, allora Egli ha messo da parte le donne in un momento davvero cruciale.
Dobbiamo chiederci,
perché Gesù avrebbe dovuto temere di essere rifiutato, caso mai avesse scelto
apostoli donne, se già era stato rifiutato per i Suoi insegnamenti e il Suo
comportamento ritenuti scandalosi?
Qualunque ragionamento facciano i sostenitori del
Femminismo è in ultima analisi un insulto al carattere di Gesù Cristo, quando spiegano che
Egli non scelse apostoli donne solo per restare in linea con le usanze ebraiche
del 1° secolo.
Se Gesù avesse scelto
degli apostoli maschi solo per restare in linea con la cultura maschilista e
sciovinistica del Suo tempo, allora non potremmo tenere in alcun conto ciò che
Egli fece per le donne e ciò che Egli disse di loro. Egli rimarrebbe fuori
dalla diatriba: maschio-femmina.
Ma le cose non stanno
così: Gesù agì in base ai principi divini rivelati in Genesi capitolo 2 quando
nominò degli apostoli uomini.
Gesù Cristo diede alla
Sua Chiesa dei conduttori uomini.
Che Gesù abbia scelto
degli uomini in qualità di apostoli non nega il fatto che Egli abbia onorato la
dignità delle donne, abbia soccorso delle donne, abbia viaggiato con loro,
abbia incoraggiato il loro ministero verso Dio e verso Lui stesso in un modo
totalmente diverso da quello dei capi religiosi del suo tempo.
Malgrado il Suo profondo affetto e
Fu il Signore Gesù
stesso a scegliere un uomo per quell’incarico (Atti
1:24).
Non c’è nessun esempio chiaro, neppure uno, di un apostolo
donna in tutto il Nuovo Testamento.
I Dodici seguirono
l’esempio del loro Signore e Maestro, designando
sette uomini, non sette uomini e donne, quando si trovarono nella necessità
di costituire un gruppo ufficiale di diaconi che si prendesse cura delle vedove
o che amministrasse le finanze della chiesa (Atti 6:1-6). Addirittura, trent’anni dopo l’ascensione di Cristo in cielo, Pietro
scrisse alle chiese dell’Asia Minore nordoccidentale
ed esortò le sorelle cristiane a sottomettersi ai propri mariti nello stesso
modo in cui avevano fatto le «sante donne»
vissute ai tempi dell’Antico Testamento. Egli esortò anche i mariti ad aver
riguardo per le loro mogli, ricordando loro che esse erano coeredi «della grazia della vita».
In tal modo Pietro
continuò a seguire l’esempio del suo Signore e insegnò sia le distinzioni tra i
ruoli sia l’uguaglianza tra uomini e donne:
«Anche
voi, mogli. siate sottomesse ai vostri manti ... Il vostro ornamento non sia quello esteriore ... ma quello
che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile di uno spirito
dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore. Così infatti si
ornavano una volta le sante donne che speravano in Dio, restando sottomesse ai
loro mariti, come Sara che obbediva ad Abrahamo,
chiamandolo signore; della quale voi siete diventate figlie facendo il bene
senza lasciarvi turbare da nessuna paura» (1 Pietro 3:1-6).
«Anche
voi, mariti,
vivete insieme alle vostre mogli con il riguardo dovuto alla donna, come a un
vaso più delicato. Onoratele, poiché anch’esse sono eredi con voi della grazia
della vita, affinché le vostre preghiere non siano impedite» (1 Pietro 3:7).
È da notare che Pietro
convalida il suo insegnamento sulla sottomissione servendosi delle Scritture
dell’Antico Testamento e della sua stessa comprensione dell’approvazione e
della volontà di Dio.
Coloro che cercheranno di giustificare gli «anziani donne» non troveranno nessun
aiuto né nell’esempio né nell’insegnamento di Gesù e dei Dodici.
LE CHIESE DEL NUOVO TESTAMENTO
Che la conduzione di soli uomini sia stata
osservata per tutto il periodo del Nuovo Testamento risulta da un rapido esame
delle Scritture. Quindi è davvero
sconvolgente, dopo quasi duemila anni durante i quali tutti si sono trovati d’accordo sul fatto che Paolo (e
Gesù) escludesse le donne dalla conduzione, sentire oggi molti cristiani e studiosi, che accettano
Questa corrente di
pensiero spesso viene chiamata Femminismo o Egualitarismo Biblico e sostiene
che gli uomini e le donne siano perfettamente uguali e che il Nuovo Testamento
non insegni la distinzione tradizionale tra i ruoli che spettano all’uomo e
quelli che spettano alla donna inerenti al comando e alla sottomissione.
Tuttavia questa corrente di pensiero non trova conferma nella Bibbia.
Se stiamo a quello che
In questo capitolo
introduco l’argomento dei ruoli che spettano all’uomo e alla donna, con
particolare attenzione al contesto ecclesiale.
Per una più ampia
trattazione si può consultare il volume di Piper e Grudem.
I RUOLI DI COMANDO E DI SOTTOMISSIONE NEL MATRIMONIO
Per quanto riguarda il
matrimonio, Paolo non avrebbe potuto specificare in modo più incisivo e preciso
l’ordine divino o la gerarchia del rapporto marito-moglie.
In piena armonia con
l’insegnamento dato da Pietro circa la sottomissione della moglie nel
matrimonio, Paolo insegna che il marito
ha ricevuto il potere e l’ordine di essere il capo della moglie e che la moglie
deve sottomettersi a lui «come al Signore». I seguenti testi parlano
chiaro:
·
«Mogli, siate
sottomesse ai vostri mariti, come al Signore» (Efesini 5:22).
·
«Ora come la chiesa
è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro
mariti in ogni cosa» (Efesini 5:24).
·
«Il marito infatti è
capo della moglie, come anche Cristo è
capo della chiesa» (Efesini 5:23).
·
«Mogli, siate
sottomesse ai vostri mariti, come si conviene nel Signore» (Colossesi 3:18).
·
«Ma tu esponi le
cose che sono conformi alla sana dottrina ... per incoraggiare le giovani ad
amare i mariti, ad amare i
figli, a essere sagge, caste, diligenti nei lavori domestici, buone, sottomesse
ai loro mariti, perché
Efesini
5:22-23
La sottomissione
della moglie al marito
In modo chiaro e diretto Paolo ordina alle mogli cristiane di sottomettersi
ai loro mariti: «Mogli, siate sottomesse
ai vostri mariti, come al Signore» (Efesini 5:22).
La parola «sottomissione» è una parola chiave nella
diatriba uomo-donna.
Il verbo greco che sta
per «essere sottomessi» è hypotasso e vuoi dire: «sottomettersi a», «essere
soggetti a», «essere subordinati a».
Questa parola implica
sempre una relazione di sottomissione a un’autorità.
Per i nostri
contemporanei l’uso di questa parola «grossa»
(sottomissione) riferita a una donna, riporta indietro nel tempo all’età della
pietra o dell’uomo di Neanderthal.
Molti immaginano la
sottomissione della donna come un ritorno all’età della pietra, quando si pensa
che i cavernicoli trascinassero le loro mogli per i capelli, o come un ritorno
al Medioevo.
Certamente non è un
termine popolare presso le masse illuminate fautrici dell’uguaglianza.
Le femministe
evangeliche sanno che la sottomissione è una virtù cristiana ma credono solo
nella sottomissione reciproca, cioè della moglie verso il marito e viceversa.
Rifiutano di credere
che Dio abbia riservato al marito un ruolo unico di autorità.
Si scandalizzano
all’idea che la moglie abbia il compito speciale della sottomissione al proprio
marito.
Rifiutano del tutto di
credere che una moglie cristiana debba sottomettersi al proprio marito senza
che lui debba sottomettersi a lei.
Il problema è che la
parola greca che significa «sottomissione»
vuoi dire: «essere soggetti a un’autorità».
Paolo intende dire
esattamente quello che dice e sceglie la parola giusta per comunicare quello
che vuole dire.
Wayne Grudem,
docente di teologia presso il Phoenix Seminary e
uno dei principali sostenitori della tesi della complementarietà tra i due
sessi, dice che il termine greco che significa
«sottomissione», «non ha mai valenza reciproca, è sempre
unidirezionale nel suo riferimento alla sottomissione a un’autorità».
Grudem fa un’ulteriore
precisazione, facendo notare che «in ogni esempio che abbiamo a nostra
disposizione, quando si dice che la persona A “è soggetta” alla persona B, significa che la persona B ha
un’autorità unica che la persona A non possiede».
Ecco alcuni esempi
presi dal Nuovo Testamento:
·
Gesù era sottomesso ai Suoi genitori (Luca 2:5 1).
·
I cittadini sono sottomessi al governo (Romani 13:1).
·
I demoni sono sottoposti ai discepoli (Luca 10:17).
·
L’universo è sottoposto a Cristo (1 Corinzi 15:27).
·
·
Le potenze invisibili del cielo sono sottoposte a Cristo
(1 Pietro 3:22).
·
I credenti sono sottomessi a Dio (Giacomo 4:7).
·
I credenti sono sottomessi ai loro conduttori (1 Corinzi
16:15-16).
·
Cristo è sottomesso a Dio Padre (1 Corinzi 15:28).
·
I servi sono soggetti ai loro padroni (Tito 2:5).
·
Le mogli sono sottomesse ai propri mariti (Efesini 5:22).
In nessuno di questi
rapporti l’ordine viene mai invertito.
In questi rapporti tra
capo e subalterno, i padroni non sono mai soggetti ai loro servi; il governo
non è mai sottomesso ai suoi cittadini: Cristo non è mai soggetto alle potenze
invisibili del cielo; i genitori non sono mai sottomessi ai loro figli; i
mariti non sono mai sottomessi alle loro mogli.
Sono da notare due
punti.
In primo luogo, il Nuovo Testamento non ordina mai al
marito di sottomettersi alla propria moglie: è sempre il contrario. Nel
matrimonio cristiano i ruoli del
marito e quelli della moglie non sono mai intercambiabili o irrilevanti.
In secondo luogo, si deve tener presente che ci sono diversi
tipi di subordinazione e ognuno di questi richiede una risposta diversa da
parte del subordinato verso il suo capo. Il rapporto tra marito e moglie non è
lo stesso rapporto che si instaura tra capoufficio e impiegato, tra comandante
e soldato o tra insegnante e scolaro. E’ invece un rapporto d’amore, il più
intimo di tutti i rapporti umani. E’ un patto matrimoniale in cui due adulti
sono uniti tra loro come se fossero un solo essere e all’interno di questa
unione il marito assume il ruolo di comando con amore e la moglie appoggia in
modo volontario questo ruolo e vi si sottomette.
Dal momento che il rapporto coniugale comporta sia l’unità tra i coniugi sia la
diversità dei loro ruoli (comando-sottomissione), si presenteranno spesso
occasioni di reciprocità e di interdipendenza.
In un matrimonio
cristiano basato su sani principi, ci saranno molte occasioni in cui marito e
moglie si consulteranno e ricercheranno insieme la saggezza divina e di
conseguenza prenderanno la maggior parte delle decisioni di comune accordo. I
due coniugi dovranno completarsi e non competere l’uno contro l’altra.
Il
marito, capo della moglie
Dopo aver esortato le
mogli a sottomettersi ai propri mariti (Efesini 5:22), Paolo spiega il motivo
per cui la moglie deve sottomettersi: «Il
marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa»
(Efesini 5:23).
Ma, cosa significa la
parola «capo»?
Questa è un’altra delle
tre parole chiave del Nuovo Testamento alla base della diatriba: uomo-donna.
Per comprendere meglio
il senso di tale diatriba, occorre comprendere il significato esatto di questa
parola.
La parola greca che sta
per «capo» è kephale.
Questa è la parola usata
comunemente per indicare la testa del corpo umano, ma si usa anche in senso
figurato per indicare una «persona che
occupa una posizione di comando o di autorità» o «conduttore».
Dato che il capo, nel corpo
umano, si trova in cima al corpo e gli dà tutte le direttive, facilmente viene
preso come metafora per indicare una persona che occupa un posto di comando, di
guida, una persona in autorità. Adoperiamo questa parola in senso figurato
quando ci riferiamo a qualcuno che è un «capo
di stato» o «capo di una facoltà
universitaria» o «caporeparto di
un’azienda».
Ci viene detto che
Cristo è «capo supremo»: «[Dio] ha posto ogni cosa sotto i piedi [di
Cristo] e Lo ha dato per capo supremo
della Chiesa» (Efesini 1:22).
Quando diciamo che il marito è il capofamiglia, intendiamo
dire che occupa il posto di comando, che occupa la posizione di autorità, che è
alla guida della famiglia.
In qualità di capo,
egli dà le direttive alla sua propria famiglia. In ultima analisi, egli ha la
responsabilità di provvedere al benessere della sua famiglia.
In virtù del fatto che
il marito è il «capo» designato da
Dio, la moglie deve sottomettersi al proprio marito.
Gli esegeti che appoggiano il Femminismo si oppongono strenuamente a una tale
interpretazione della parola «capo».
Non accettano il significato di «colui
che occupa una posizione di autorità», ma sostengono che tale parola in
Efesini 5:23 non implichi l’autorità esercitata da una persona nei confronti di
un’altra ma piuttosto che significhi «origine»
o «fonte di vita». Essi credono che
il marito sia la fonte di vita della moglie, che il suo amore per la moglie sia
un amore che dona la vita, che le serve e che l’aiuta.
Invece sbagliano di
grosso!
Si tratta di un chiaro
esempio del modo in cui la filosofia dello studioso, sostenitore
dell’Egualitarismo, possa renderlo poco obiettivo, anche in una questione
semplice come questa della definizione del significato della parola «capo».
Perciò occorre
comprendere bene i fatti e capire perché la parola «capo» significhi «persona che
occupa una posizione di autorità».
Avendo compreso
l’importanza fondamentale di tradurre correttamente la parola «capo», Grudem
afferma: «Una volta ho esaminato più di
2300 esempi dell’uso della parola “capo”
(kephale) nel
greco antico. In questi testi, la parola kephale viene usata molte volte in riferimento a delle persone che
occupano posizioni di autorità, ma mai in riferimento a delle persone che non
hanno l’autorità del comando». Egli conclude: «Nel linguaggio dell’antica Grecia, essere capo di un gruppo di persone
significava sempre avere autorità su di esse». Grudem
prosegue dicendo che se qualcuno afferma che la parola «capo» significhi «fonte»
o «origine», con esclusione del
concetto di autorità, bisogna rispondergli in questi termini: «Tu affermi che
la parola greca tradotta “capo”
significhi “fonte” o “origine” con esclusione del concetto di
autorità. Mostrami anche un solo esempio nel greco antico in cui questa parola (kephale) venga usata, in riferimento a una persona, con
il significato che tu sostieni che abbia, vale a dire, “fonte priva di autorità”».
Grudem conclude:
Ogni volta che si dice che una persona sia il «capo» di
un’altra (o di altre), tale persona designata quale «capo» occupa sempre una
posizione di autorità (ad esempio, il generale di un esercito, l’imperatore
romano, Cristo, i capi
delle tribù di Israele, Davide, in quanto capo della nazione, ecc.). In
particolare non si trova alcun testo (nella letteratura greca) in cui la
persona A venga definita «capo» della persona B o delle persone B e non occupi
una posizione di autorità su di esse.
Infine, è bene chiarire
che è lo stesso contesto del brano di Efesini 5:21; 6:9, che tratta della
sottomissione e dell’autorità nel rapporto marito-moglie, figlio-genitore,
schiavo-padrone, a risolvere da solo la questione del significato della parola
«capo».
Nel versetto 22, alla
moglie viene ordinato di sottomettersi a suo marito, il quale viene definito «capo della moglie».
Nel contesto, questo può significare soltanto una cosa:
che il marito possiede l’autorità (è il capo), altrimenti l’ordine di
sottomettersi non avrebbe senso.
Come giustamente conclude
uno studioso: «Solo facendo violenza al
testo si può affermare che nel linguaggio del comando e della sottomissione in
Efesini 5:22-23 il concetto di autorità Sia assente».
Paolo insegna che il
rapporto tra marito e moglie rappresenta concretamente il rapporto tra Cristo e
Il rapporto tra marito
e moglie, dunque, rispecchia il rapporto tra Cristo e
Cristo, lo Sposo, è il
Capo e
Allo stesso modo, il
marito è il capo della moglie e la moglie gli è sottomessa in ogni cosa.
Pertanto il binomio autorità/sottomissione nel rapporto coniugale non è
condizionato dalla cultura. Al contrario, «fa parte dell’essenza del
matrimonio».
Colossesi
3:18
Anche Colossesi 3:18
ribadisce il principio che si trova in Efesini: «Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come si conviene nel Signore».
Commentando i brani inerenti
alla questione in Efesini capitolo 5 e in Colossesi capitolo 3, George Knight, esegeta biblico e
docente di Nuovo Testamento presso il Greenville
Presbyterian Theological Seminary, osserva: «L’esortazione
rivolta alla moglie di sottomettersi al proprio marito, insegnata nel Nuovo
Testamento, ha valore universale. Ogni brano che si occupa del rapporto tra
moglie e marito contiene la stessa esortazione: la moglie deve essere
sottomessa al proprio marito. In tutti seguenti brani viene usato lo stesso verbo
(hupotassò): Efesini 5:22; Colossesi 3:18; 1 Pietro 3:1; Tito 2:4-5».
I RUOLI DI COMANDO E DI SOTTOMISSIONE NELLA CHIESA LOCALE
Come Paolo insegna la
conduzione dell’uomo nell’ambito della famiglia, così insegna la conduzione di
soli uomini nella chiesa locale che è una famiglia «allargata», cioè una famiglia formata da molti più membri.
Paolo è l’unico
apostolo a dare istruzioni esplicite e ripetute sui ruoli degli uomini e delle
donne nella chiesa e durante gli incontri di chiesa. Di conseguenza gli
insegnamenti di Paolo non possono essere ignorati o trascurati, in quanto «poco chiari» o «marginali». Sono invece fondamentali per la comprensione dei ruoli
degli uomini e delle donne «nella casa di
Dio».
Paolo ama fare il
paragone con la casa quando parla della natura e dell’ordine della chiesa
locale (1 Timoteo 3:15). Così come egli insegna che nella casa il comando
spetta all’uomo, allo stesso modo insegna che «nella casa di Dio» il comando spetta agli uomini (1 Timoteo 2:8;
3:7).
Dato che la famiglia è
il nucleo di base della società e che l’uomo è il capo riconosciuto della
famiglia, non ci si dovrebbe stupire del fatto che gli uomini debbano essere
gli anziani o i «padri» della chiesa
locale.
Nella sua opera
mastodontica, Man and Woman in Christ (Uomo e
Donna in Cristo), lo studioso cattolico Stephen
B. Clark sottolinea con forza il seguente principio:
C’è un’altra considerazione che indica che
è preferibile che gli anziani della chiesa cristiana siano uomini ... la
struttura della conduzione deve ergersi in modo tale da sostenere l’intera
struttura sociale della chiesa. Se gli uomini sono tenuti a essere i capi delle
rispettive famiglie, essi sono anche tenuti a essere i capi della chiesa. La
chiesa deve essere strutturata in modo tale
da sostenere il modello della famiglia e la famiglia deve essere strutturata in
modo tale da sostenere il modello della chiesa. E’ nella famiglia che gli
uomini imparano i ruoli da esercitarsi anche all’interno della chiesa.
Viceversa ciò che essi vedono nella chiesa rafforza ciò che imparano nella
famiglia. Quindi, la scelta di adottare principi diversi a livello di chiesa
indebolisce la famiglia e viceversa).
Tuttavia, il principio
secondo il quale il comando spetta agli uomini non sminuisce affatto l’importanza
e la necessità dell’impegno attivo delle donne nella loro casa e nella chiesa.
Le donne cristiane del
1° secolo svolsero un ruolo indispensabile nell’opera del Signore e molti brani
testimoniano del lavoro diligente delle donne nel servizio del Signore.
Alcuni collaboratori di
Paolo che hanno lottato con lui per il Vangelo erano donne (Romani 16:1-15;
Filippesi 4:2-3). Eppure il loro ruolo attivo nel progresso del Vangelo e nella
cura del popolo di Dio venne svolto in modo da non ledere la conduzione degli
uomini nelle loro famiglie e nella chiesa.
Consideriamo i seguenti
brani che ci danno delle istruzioni dirette riguardo ai due tipi di ruolo nella
chiesa locale, quello del comando che spetta agli uomini e quello della
sottomissione che spetta alle donne: 1 Timoteo 2:9-15; 1 Corinzi 14:34-38 e
11:2-16.
1°
Timoteo 2:9-15
Come ogni singola
famiglia stabilisce determinati criteri di comportamento cui attenersi, così
anche la famiglia della chiesa locale deve attenersi a determinati principi di
condotta e di organizzazione sociale.
La prima Lettera a
Timoteo si occupa in modo specifico del giusto ordine e del giusto
comportamento che gli uomini, le donne e gli anziani devono tenere nella
famiglia della chiesa locale. Paolo scrive al suo rappresentante a Efeso: «Ti scrivo queste cose
sperando di venire presto da te, affinché tu sappia, nel caso che
dovessi tardare, come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente,
colonna e sostegno della verità» (1 Timoteo 3:14-15; il corsivo è mio).
Un aspetto importante
dell’organizzazione sociale della chiesa riguarda il comportamento delle donne
nell’assemblea.
Nella chiesa di Efeso,
come risultato dei falsi insegnamenti che avevano probabilmente minato la
validità dei ruoli tradizionali dell’uomo e della donna, le donne cristiane
mostravano un comportamento contrario a quello dovuto.
Per contrastare il modo
scorretto in cui le donne si comportavano, Paolo riafferma i principi cristiani
del comportamento delle donne:
·
Abbigliamento modesto: «Allo stesso modo, le donne si vestano in modo decoroso, con pudore e
modestia: non di trecce e d’oro o di perle o di vesti lussuose, ma di opere
buone, come si addice a donne che fanno professione di pietà» (1 Timoteo
2:9-10).
·
Sottomissione nella chiesa: «La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Poiché non permetto
alla donna d’insegnare, né di usare autorità sull’uomo, ma stia in silenzio.
Infatti Adamo fu formato per primo, e poi Eva; e Adamo non fu sedotto, ma la
donna, essendo stata sedotta, cadde in trasgressione» (1 Timoteo 2:11-14).
1 Timoteo 2:11-14
dovrebbe costituire da solo una chiara risposta alla questione degli anziani
donne.
In questo brano Paolo
vieta alle donne di fare due cose nella chiesa:
1. insegnare agli uomini e
2. usare autorità su di
loro.
Insegnare
Nelle
riunioni di chiesa, le donne devono imparare le verità scritturali e non devono
essere loro a insegnarle ai credenti.
Questo compito spetta
esclusivamente agli uomini.
Paolo si rendeva conto delle
necessità di ribadire quanto appena detto con autorevolezza e con assoluta
chiarezza. Pertanto, facendo appello alla sua autorità apostolica, afferma in
termini per nulla ambigui: «Non permetto alla donna d’insegnare né di
usare autorità sull’uomo, ma stia in silenzio».
In quali termini più
semplici e più chiari Paolo avrebbe dovuto e potuto esprimere questo concetto?
Nella chiesa locale le
donne non devono né insegnare né usare autorità nei confronti degli uomini.
L’insegnamento biblico
era importantissimo nelle chiese primitive e includeva l’esercizio
dell’autorità sugli uditori.
Clark osserva giustamente
che: «...
Pertanto, dal momento che il ruolo della donna
prevede la sottomissione ai conduttori, ella non deve esercitare il ministero
dell’insegnamento né quello della conduzione nella chiesa locale.
Questo divieto è
evidente sia nella frase che Paolo esprime in forma positiva, sia nella frase
che egli esprime in forma negativa. La frase positiva: «La donna impari ...» specifica anche il modo in cui ella debba imparare: «in silenzio» e «con ogni sottomissione».
La donna deve imparare
con ogni sottomissione, sotto l’autorità di coloro che hanno il compito di
condurre la chiesa, ossia gli anziani che hanno il dono dell’insegnamento.
La frase negativa: «non
permetto alla donna d’insegnare né di usare autorità sull’uomo» vieta alla
donna d’insegnare e di essere alla guida degli uomini nella chiesa.
Paolo conclude il
versetto 12 nello stesso modo con cui ha iniziato il versetto 11, insistendo
sul fatto che le donne debbano rimanere in silenzio.
«Questo silenzio», fa notare correttamente George
Knight, «è
un’espressione concreta del principio della sottomissione».
Paolo non vieta alle
donne d’insegnare in tutti i casi
(vedi. Tito 2:3; Atti
18:25-26), ma in modo specifico d’insegnare agli uomini pubblicamente nella
chiesa locale (1 Corinzi 14:34-35).
Né egli intende affermare che le donne non abbiano capacità di
insegnamento o di conduzione. Tutti sappiamo che le donne possono essere delle
ottime insegnanti e che possono avere capacità e talenti per occupare posizioni
di comando. Una donna credente può essere un’abile insegnante o un ottimo
medico o una valida direttrice d’azienda come lo era Lidia, ma quando la chiesa si riunisce, solo gli
uomini e non le donne possono assumere le dovute posizioni di autorità
nell’insegnamento e nella conduzione. In tal modo, la chiesa locale segue
il piano che Dio ha stabilito per gli uomini e per le donne nell’esercizio dei
rispettivi ruoli, evidenziando il rapporto conduzione-sottomissione, secondo il
modello biblico, esemplificato nel rapporto Cristo-Chiesa.
Usare
autorità
Oltre a non insegnare,
le donne credenti non devono «usare
autorità su» gli uomini nella chiesa.
Non devono esercitare
il ministero di conduzione o di governo della chiesa.
La parola greca «authente» significa «esercitare autorità su».
Questa è la terza
parola chiave nella diatriba uomo/donna.
Gli esegeti che
appoggiano il Femminismo hanno suscitato molte polemiche riguardo al
significato di questa parola nella lingua greca. Affermano che il significato
di questo verbo sia: «istigare alla
violenza», «dominare su», «imporsi» o «usurpare l’autorità». Pertanto pensano che Paolo voglia impedire
alle donne di abusare dell’autorità, di dominare i loro insegnanti uomini, o di
tentare di usurpare l’autorità degli uomini quando insegnano.
Per loro questa parola
ha un significato negativo: far uso dell’autorità in modo distruttiva.
Però tale interpretazione non è esatta.
Secondo studi più
aggiornati e approfonditi Henry Scott
Baldwin con l’ausilio della
tecnologia moderna computerizzata, ha dimostrato che il significato più
probabile della parola in questo contesto è «avere autorità sopra».
Oltre allo studio
esauriente di Baldwin sulla parola authenteõ, Andreas Kostenberger, docente di Nuovo Testamento presso il Southeastern Baptist Theological Seminary, contribuisce,
con un valido studio sintattico della struttura di 1 Timoteo 2:12, a dare una
traduzione ancora più fedele della parola «authenteõ» nel suo
contesto.
La struttura del
periodo si presenta così: «Non permetto
alla donna di insegnare [verbo 1] né
di esercitare autorità [verbo #2] sull’uomo».
Kostenberger dimostra che la
struttura grammaticale collega i due verbi («insegnare» e «esercitare
autorità») insieme in modo tale da avere entrambi un significato o positivo
o negativo e non uno positivo («insegnare»
[verbo #1]) e l’altro negativo («dominare
ingiustamente» [verbo #2]), come affermano i sostenitori del Femminismo.
Dato che il primo verbo
«insegnare» ha senza alcun dubbio un
significato positivo, anche il secondo deve averlo, pertanto quest’ultimo verbo deve essere tradotto con il significato
di «esercitare autorità» o
semplicemente «avere autorità»,
perché solo tale significato si confà alla struttura grammaticale dell’intero
periodo.
Gli studi di Baldwin e di Kostenberger,
insieme, portano alla conclusione che la traduzione più fedele di authenteõ è: «avere o esercitare autorità».
Questa è la traduzione
accettata dalla stragrande maggioranza degli autori dei commentari biblici,
nonché dei traduttori delle principali versioni della Bibbia in lingua inglese:
Possiamo
tranquillamente rendere il verbo authenteõ con
«esercitare autorità».
E’ da notare che in
questa prima Lettera a Timoteo, che più di ogni altra parla del ruolo degli
anziani nella chiesa, Paolo dica alle donne di non esercitare autorità sugli
uomini. Egli, subito dopo aver dato le istruzioni circa il divieto per le donne
di insegnare e di avere autorità sugli uomini (vv.
11-15), elenca le qualifiche di coloro che hanno il compito di sorvegliare la
chiesa locale (vd. 3:1-7).
E’ significativo il fatto che tali qualifiche siano quelle
previste per una persona di sesso maschile; pertanto il sorvegliante deve
essere «marito di una sola moglie ... che
governi bene la propria famiglia» (1 Timoteo 3:2, 4). Paolo esclude la
possibilità di anziani donne in questo brano che tratta le qualifiche degli
anziani.
Dato che 1 Timoteo 5:17 dichiara che debbano essere gli
anziani a condurre la chiesa e a insegnare ai credenti e dato che le donne non
devono insegnare né esercitare autorità sugli uomini, ne consegue che le donne
non possano essere anziani di chiesa.
Il brano di 1 Timoteo
2:8-15 basterebbe da solo a risolvere la questione circa la possibilità delle
donne di essere anziani o conduttori.
Motivazioni
bibliche
Il divieto di Paolo
inerente all’insegnamento e alla conduzione da parte delle donne ha causato
certamente critiche feroci nel passato, come ne causa anche al giorno d’oggi.
Pertanto, come in quasi
tutti gli altri brani che parlano delle differenze tra i ruoli che spettano
agli uomini e quelli che spettano alle donne, Paolo avvalora le sue istruzioni
ricordando ai lettori l’ordine originario della creazione. Egli adopera il racconto della creazione riportato nella Genesi per
autenticare la sua argomentazione: «Infatti
Adamo fu formato per primo, e poi Eva; Adamo non fu sedotto, ma la donna,
essendo stata sedotta, cadde in trasgressione; tuttavia sarà salvata partorendo
figli, se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione» (1
Timoteo 2:13-15).
Non bisogna perdere di
vista questo punto basilare dell’argomento.
Paolo fa derivare il divieto per le donne di insegnare e
di avere autorità sugli uomini direttamente dal racconto della creazione.
Come Gesù anche Paolo
riporta i suoi ascoltatori all’inizio della creazione, cioè ad avvenimenti
storici, senza fare appello alla cultura locale, alla mancanza di istruzione
delle donne o ai problemi collegati a insegnanti eretiche.
Egli fa invece appello alla sola
Parola di Dio.
Il motivo per cui Paolo
vieta alle donne di esercitare autorità sugli uomini si basa sulla differenza
tra uomo e donna, come viene evidenziata nel libro della Genesi.
Paolo, dunque, vuole
che la sua proibizione sia permanente e vincolante per tutti i credenti e per
tutte le chiese.
Paolo fa appello
all’ordine originario della creazione (Genesi capitolo 1): Adamo fu creato per
primo.
Per questo motivo gli
spetta un ruolo di conduzione e di autorità.
Adamo, il primo essere
umano ad essere stato creato, ha avuto la responsabilità, in rappresentanza di
tutti gli uomini, di rivestire il ruolo di capofamiglia.
Tale ruolo di
conduzione deve essere esercitato sia nella chiesa locale sia nel nucleo
familiare.
Ecco perché le donne
non devono «insegnare né esercitare
autorità sopra un uomo».
Sarebbe in
contraddizione con il piano di Dio nella creazione dell’uomo e della donna.
La chiesa locale, «la casa di Dio» deve seguire i principi
di Dio.
Affermando nel versetto
13 che Adamo fu creato per primo, Paolo intende che nel piano della creazione
dell’essere umano: maschio e femmina, Adamo, il maschio, fu «primo tra pari».
Dio ha progettato
l’uomo in modo unico affinché fosse dal punto di vista fisico, emotivo e
spirituale il capo tra i due e ha progettato la donna affinché lo completasse
nella sua posizione di capo.
E’ molto significativo
che Dio non abbia creato Adamo ed Eva contemporaneamente. Invece, la donna è
stata fatta dopo l’uomo, dall’uomo, per l’uomo, è stata portata all’uomo e il
suo nome le è stato dato dall’uomo (Genesi 2: 20-23; 1 Corinzi 11:8-9).
Per rafforzare quanto
sta dicendo, Paolo aggiunge nel
versetto 14 un esempio negativo. Egli si
serve della seduzione di Eva nel giardino dell’Eden per illustrare i pericoli
che si incorrono se si invertono i ruoli che spettano all’uomo con quelli che
spettano alla donna.
Paolo si serve della
Caduta per illustrare la necessità di mantenere le differenze fra l’uomo e la
donna, come da creazione.
Egli scrive: «e Adamo non fu sedotto ma la donna, essendo
stata sedotta, cadde in trasgressione».
Adamo non fu ingannato
da satana, dice Paolo, ma Eva si.
Satana astutamente
evitò Adamo, colui al quale Dio aveva affidato la conduzione del loro rapporto
e si rivolse direttamente a Eva che, secondo la sua giusta previsione, sarebbe
caduta più facilmente nella sua trappola (2
Corinzi 11:3; 1 Pietro 3:7;
1 Timoteeo 4:7; 2 Timoteo 3:6). Ed Eva stessa ammise di
essere stata sedotta: «E Dio disse alla
donna: “Perché hai fatto questo?” La donna rispose: “Il serpente mi ha
ingannato e io ne ho mangiato”» (Genesi 3:13).
Questa è la ragione
principale per cui Dio insiste per una conduzione di soli uomini perché gli
uomini consacrati sono più adatti alla conduzione, in base al progetto
creazionale divino, delle donne consacrate, in modo particolare a identificare
e combattere i falsi insegnamenti di satana e i suoi subdoli trabocchetti
dottrinali.
Sebbene Dio avesse
creato Adamo per primo affinché fosse lui il capo della coppia, fu però Eva a
trasgredire per prima all’ordine di Dio e a invitare Adamo a mangiare del
frutto proibito.
Le conseguenze della
sua iniziativa non furono un miglioramento della loro condizione, anzi furono:
l’inganno, il peccato, la vergogna e il dolore. Pertanto il popolo di Dio non deve prendere alla leggera l’ordine divino circa i
ruoli che spettano rispettivamente agli uomini e alle donne all’interno della
famiglia e della chiesa locale. Prestiamo attenzione alla voce di Dio
quando dice: «Poiché non permetto alla
donna d’insegnare, né d’usare autorità sul marito...».
1 Corinzi 14:34 - 40
L’insegnamento di Paolo
nel capitolo 14 della sua prima Lettera ai Corinzi è abbastanza simile a quello
che abbiamo esaminato nel capitolo 2 della sua prima Lettera a Timoteo,
pertanto occorre fare solo pochi commenti a riguardo.
Paolo scrisse la prima
Lettera ai Corinzi, cioè indirizzata ai credenti della chiesa locale di
Corinto, nel 56 d.C. circa.
Circa sei anni dopo,
scrisse la prima Lettera a Timoteo, il quale si trovava a Efeso (62 d.C.).
In entrambe queste
Lettere Paolo insegna che il ruolo che la donna deve esercitare nella chiesa
locale è quello della sottomissione.
In entrambi i brani
egli avvalora il suo insegnamento sulla sottomissione rifacendosi al racconto
della Genesi.
Nel brano di cui ci
stiamo occupando, Paolo sostiene che il ruolo che spetta alla donna nella
chiesa è lo stesso in tutte le chiese locali e corrisponde a un preciso ordine
dato da Gesù Cristo.
L’importanza di
esaminare insieme i due brani deriva dal fatto che l’uno getta luce sull’altro
e viceversa.
Consideriamo il
seguente brano della 1 Corinzi:
14:34a «Come Si fa in tutte le chiese dei santi,
14:34 le donne tacciano
nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare; stiano sottomesse, come
dice anche la legge.
14:35 Se vogliono imparare
qualcosa, interroghino i loro mariti a casa;
perché è vergognoso per una donna parlare in assemblea.
14:36
voi soli?
14:37 Se qualcuno pensa di
essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo sono
comandamenti del Signore.
A causa di un
comportamento disordinato durante le riunioni di chiesa, particolarmente da
parte di alcuni membri che parlavano in lingue, Paolo stabilì delle regole di
comportamento specifiche perché ci fossero ordine e decoro (vv.
26-35).
Nel versetto 40 è
scritto: «ma ogni cosa sia fatta con
dignità e con ordine».
Uno degli insegnamenti
dati da Paolo riguarda il ruolo della donna nella chiesa.
Il suo divieto: «le donne tacciano» viene interpretato
variamente.
Non è nostro scopo
parlare di questo; ciò che ci preme evidenziare è che ancora una volta Paolo fa
riferimento al ruolo della donna nella chiesa, che è quello della
sottomissione.
Egli scrive: «... stiano sottomesse...».
La donna deve
manifestare la sua sottomissione sia in quanto al parlare sia in quanto al suo
comportamento in pubblico.
L’ingiunzione alla
sottomissione è pienamente in armonia con la legge di Dio: «...come dice anche la legge».
Con la parola «legge», Paolo intende
Nel capitolo 11, Paolo
aveva fatto riferimento a Genesi capitolo 2 per avvalorare il suo insegnamento
riguardo ai ruoli che spettano all’uomo e quelli che spettano alla donna
dicendo: «perché l’uomo non viene dalla
donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo con fu creato a motivo della donna, ma
la donna a motivo dell’uomo» (1 Corinzi 11:8-9).
Paolo non ritiene necessario ripetere nel capitolo 14 gli stessi versetti della
Genesi già riportati nel capitolo 11, e pertanto al versetto 34, abbrevia l’argomentazione
dicendo: «... come dice anche la legge»
(vedi anche 1 Timoteo 2:13-14).
E’ da notare che Paolo instancabilmente
ripete che i suoi insegnamenti circa i ruoli dell’uomo e della donna sono
radicati saldamente nelle leggi della creazione riportate nel libro della
Genesi. Quindi Paolo non fa altro che dare degli insegnamenti conformi a quanto
prescritto dalla Legge di Mosè, e cioè che c’è un ruolo di sottomissione
progettato da Dio per le donne e di conseguenza un ruolo di conduzione
progettato da Dio per gli uomini. Così, in questo capitolo, l’apostolo cerca di
evitare che le sue sorelle in Cristo si comportino in modo contrario alla
volontà di Dio e al Suo piano progettato per loro.
Paolo mette tutto il
suo cuore in quest’argomentazione.
Per rafforzare il suo
insegnamento, egli dice che così si fa «in
tutte le chiese dei santi» (v. 34a).
Così dicendo, vuole
incoraggiare i credenti a ubbidire alla Parola di Dio e vuole confermare il suo
insegnamento circa la sottomissione delle donne. In modo particolare i credenti
della chiesa di Corinto devono comportasi così come si comportano i credenti di
«tutte» le altre chiese».
Lo spirito indipendente
dei credenti della chiesa di Corinto inacerbisce lo spirito di Paolo, per cui
egli, nel versetto 36, pone loro due domande scottanti: «La parola di Dio è forse proceduta da voi? O è forse pervenuta a voi
soli?». Egli chiede se
Due domande assurde,
senza dubbio!
Ma Paolo vuole che essi
capiscano l’assurdità del loro pensiero e del loro comportamento.
Da dove scaturisce la
loro indipendenza dal Vangelo, da Paolo e dalle altre chiese?
Credono forse di essere
loro la vera fonte della fede, la chiesa madre, gli autori della Scrittura o i soli depositari della
verità?
La frustrazione di
Paolo per il loro spirito d’indipendenza e per il loro orgoglio esplode come un
vulcano nelle pagine di questa Lettera.
Nel dare le sue ultime
istruzioni poco gradite, soprattutto nel capitolo 14, Paolo fa appello alla
natura unica della sua autorità apostolica: «Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose
che io vi scrivo sono comandamenti del Signore» (vv.
37-38).
Nel versetto 37, egli
si riferisce in modo particolare a coloro che credevano di essere profeti o di
essere persone spirituali.
C’era chi lo criticava
in quella chiesa!
Paolo dice: se voi
siete delle persone veramente spirituali, allora riconoscerete che «le cose che io vi scrivo» con
l’autorevolezza che mi caratterizza in quanto apostolo, «sono comandamenti del Signore».
Scrive l’esegeta Leon Morris: «Le cose che ha scritto, afferma Paolo,
devono essere tenute nel massimo conto perché sono comandamenti del Signore (Signore è in posizione enfatica).
Non si poteva avanzare pretesa maggiore».
Ciò che dice Paolo è in
realtà esattamente ciò che dice Cristo.
Ciò che Paolo insegna
circa il ruolo delle donne è esattamente ciò che Cristo insegna.
Chiunque affermi di
essere spirituale dovrebbe riconoscere che ciò che Paolo scrive sono
comandamenti di Cristo.
Alcuni dei Corinzi
credevano di essere spirituali.
Dovevano dimostrano,
usando il loro discernimento per riconoscere se ciò che veniva detto in
qualunque occasione e intorno a qualunque argomento fosse ispirato da Dio o meno.
In un
tono piuttosto severo, Paolo afferma che chiunque non riconosce la sua autorità
unica e di origine divina, non venga a sua volta riconosciuto come profeta o
come persona spirituale né da Dio né, si spera, dai veri credenti spirituali
(v. 38).
1 Corinzi
11:2-16
C’era dissenso tra i
Corinzi in merito alla questione se il capo andava tenuto coperto o scoperto.
Paolo desidera
ricordare ai Corinzi le motivazioni teologiche e bibliche che sono alla base
della questione e quindi desidera evidenziare il comportamento corretto di
quanti osservavano «gli insegnamenti»
che egli aveva trasmesso loro (v. 2).
Paolo affronta
l’argomento mosso da sincero fervore: «Ma
io voglio che sappiate che il capo d’ogni uomo è Cristo, che il capo della
donna è l’uomo e che il capo di Cristo è Dio» (v. 3).
Sono da osservare i tre binomi: Cristo-uomo,
uomo-donna e Dio-Cristo.
C’è un rapporto di
autorità/sottomissione tra Cristo e l’uomo, tra l’uomo e la donna e tra Dio e
Cristo.
Questi rapporti non
possono essere cambiati solo per far piacere alla filosofia egualitaria della
società secolare.
La posizione
d’autorità, nel rapporto uomo-donna, non è culturale: fa parte del piano
divino.
Tre volte nel versetto 3 Paolo
usa la parola «capo» (kephale).
Cristo-uomo
In primo luogo, Paolo vuole che i suoi
lettori sappiano che «Cristo è il capo di
ogni uomo».
Ogni uomo (ogni persona
di sesso maschile) ha un capo, un conduttore, una persona investita d’autorità
cui si deve sottomettere.
Questo capo è Cristo.
Dio non esenta l’uomo
dalla sottomissione ad un’autorità.
Nessun uomo è
indipendente.
Le donne credenti, come
anche gli uomini credenti, devono sapere che ogni uomo ha un capo cui dovrebbe
sottomettersi e ubbidire.
Qui c’è una lezione
importante per gli uomini.
Dal momento che Cristo
è Capo, Egli dà il modello perfetto di una conduzione che s’ispira ai principi
divini.
Cristo non abusa mai di
coloro che sono sotto
Quindi essi (gli uomini) non sono liberi di definire ed esercitare la conduzione
a loro piacimento, ma solo secondo il modello dato da Cristo stesso e secondo i
Suoi insegnamenti impartiti tramite gli apostoli divinamente ispirati (Efesini 5:23-33; 1
Pietro 3:7).
Uomo-Donna
In
secondo luogo, Paolo vuole che i suoi lettori sappiano che «l’uomo è il capo della donna».
Questo non solo è il
binomio centrale dei tre, ma è anche il punto centrale della nostra
argomentazione.
Dio ha progettato un
rapporto di autorità/sottomissione tra l’uomo e la donna.
Può darsi che alcuni
credenti della chiesa di Corinto, fraintendendo il concetto della libertà in
Cristo e della nuova posizione che si acquisisce in Lui, fossero giunti a
conclusioni biblicamente errate.
Perciò Paolo dice, «l’uomo è il capo», non la donna.
Anzi, solo lei non viene
chiamata «capo».
L’uomo è capo, Cristo è
capo, Dio è capo.
I sostenitori del
Femminismo credono che la sottomissione sia frutto della Caduta (Genesi 3:16) e
che uno dei risultati dell’opera di Cristo sulla croce sia stato quello di
abolire la maledizione del rapporto autorità/sottomissione tra l’uomo e la
donna.
Tale teoria, però,
viene smentita da questo versetto.
Cristo, Colui che è
stato crocifisso, che è risorto, che è glorificato e che è il Capo della nuova
creazione, è anche il capo dell’uomo, Dio è il capo di Cristo, l’uomo è il capo
della donna.
La chiesa locale, che
appartiene al Signore Gesù, deve manifestare questo rapporto di
autorità/sottomissione tra l’uomo e la donna mediante un comportamento adeguato
da parte dell’una e dell’altro.
La donna non è affatto inferiore all’uomo per il fatto che
si sottometta a lui, non più di quanto Cristo sia inferiore a Dio Padre per il
fatto che si sottometta a Lui.
Così il rapporto di
autorità/sottomissione tra l’uomo e la donna viene esemplificato non solo
dall’ordine originario della creazione, di cui si parla nella Genesi, ma
dall’ordine superiore, la natura della Deità.
L’autorità dell’uomo in
quanto capo affonda le sue radici nella natura stessa di Dio.
Dio-Cristo
In terzo luogo, Paolo vuole che i suoi lettori sappiano
che «Dio è il capo di Cristo».
Affermando che Dio è
il capo di Cristo, Paolo sottolinea un rapporto di autorità e di sottomissione
tra Dio Padre e Dio Figlio, Gesù Cristo. Cristo si sottomette a Dio Padre.
Pertanto Gesù Cristo
esercita sia il ruolo di Colui che ha autorità sia il ruolo di Colui che è
sottomesso.
Egli è un esempio sia
per l’uomo sia per la donna.
Gesù Cristo è Dio
Figlio.
E’ pienamente ed
eternamente uguale a Dio Padre per quanto riguarda
Tale verità viene
riassunta con esattezza da S. Lewis Johnson, Jr., già Professore presso il Dallas Theological Seminary: «La prova certa e decisiva che l’uguaglianza
e la sottomissione possano coesistere in un’armonia gloriosa si vede nella
missione mediatrice del Figlio di Dio, “Dio da Dio, Luce da Luce, vero Dio da
vero Dio” (Nicea), svolta in uno spirito di gioiosa sottomissione a suo Padre»(Giovanni
8:21 -47; 1 Corinzi 15: 24-28; 11 :3).
Che grande
incoraggiamento ci viene da questa verità!
Se il nostro Signore, Gesù Cristo si è sottomesso a Suo
Padre e ha sofferto volontariamente in obbedienza alla volontà del Suo Capo, a
maggior ragione il credente, uomo o donna che sia, deve sottomettersi
volontariamente al proprio capo, anche quando il farlo non è affatto facile.
«Da questo comprendiamo subito quanto sia fondamentale il ruolo dei
conduttori nella comunità dei redenti: eccetto Dio, ognuno, sia uomo, sia
donna, sia Cristo stesso, ha un capo cui sottomettersi».
L’EGUALITARISMO E
Il grido di battaglia
di tutti i sostenitori religiosi del Femminismo, inclusi quelli evangelici, è
il seguente: «Non c’è né maschio né
femmina», ispirato al loro testo biblico preferito, Galati 3:28.
Vediamo come questa
affermazione si colloca nel brano:
3:25 ma ora che la fede è
venuta, non siamo più sotto precettore
3:26 perché siete tutti
figli di Dio per la fede in Cristo Gesù.
3:27 Infatti voi tutti che
siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.
3:28 Non c’è qui né Giudeo
né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; poiché
voi tutti siete uno in Cristo Gesù.
3:29 Se siete di Cristo,
siete dunque discendenza d’Abraamo; eredi, secondo la promessa.
Il contesto nel quale
si colloca Galati 3:28 tratta principalmente la questione della salvezza, che è
certamente il tema centrale della teologia di Paolo.
Dei falsi dottori
(chiamati qui i giudaizzanti) si erano infiltrati
nelle nuove chiese della Galazia, e avevano insegnato che i credenti Gentili,
cioè provenienti dal paganesimo, avrebbero dovuto ubbidire alla legge di Mosè
perché fossero veramente salvati (vedi Atti 15:1).
La confutazione di
questo falso vangelo in Galati 3:1; 4:7 rappresenta il contesto generale del
nostro testo.
Il
significato di Galati 3:28
Il contesto nel quale
si trova inserito Galati 3:28 tratta:
·
il piano di Dio per la salvezza,
·
lo scopo della legge,
·
i primi frutti delle promesse fatte ad Abraamo,
·
le condizioni per ottenere la salvezza,
·
il rapporto di figliolanza,
·
la questione dell’eredità,
·
il tema dell’unità in Cristo e della giustificazione per
fede senza
Il succo del discorso nel versetto 28, quindi, è che le distinzioni tra maschio e femmina, tra
giudeo e greco, tra schiavo e libero non esistono ai fini del conseguimento
della salvezza.
Quello che conta è l’unione con Cristo tramite la fede,
indipendentemente dal sesso, dalle condizioni sociali o dalla razza.
Chi scrisse queste
parole era ebreo di nascita e un fervente fariseo.
Era privilegiato in
quanto alla razza, al sesso e allo status sociale di uomo libero.
Prima di conoscere la
buona novella di Cristo, Paolo credeva che la benedizione di Abraamo fosse
riservata solo agli Ebrei e in modo particolare agli Ebrei maschi adulti e nati
liberi.
Paolo menziona le
seguenti categorie di persone in antitesi tra loro: giudeo-greco,
schiavo-libero e maschio-femmina soprattutto per evidenziare il fatto che un
tempo i Gentili, gli schiavi e le donne non erano di solito eredi diretti delle
benedizioni promesse; i figli maschi degli Israeliti erano gli eredi.
Ma ora con la venuta di
Cristo, tutti coloro che credono hanno uguale diritto, in qualità di figli di
Dio ed eredi della benedizione di Abraamo e in virtù dell’unità in Cristo, a
essere giustificati e a ricevere lo Spirito, e non solo gli Ebrei maschi adulti
e nati liberi.
Tutti i credenti, diversi tra loro per nazionalità, sesso
o posizione sociale, ora sono uno in Cristo ed eredi delle benedizioni
promesse, grazie al sacrificio di Cristo e non grazie alla Legge di Mosè.
«Se siete di Cristo, siete dunque discendenza d’Abraamo; eredi, secondo
la promessa» (v. 29).
Galati 3:28 non si
occupa dei problemi a carattere sociale che possono sorgere tra chi appartiene
al popolo di Israele e chi no (giudeo-greco), tra chi non può disporre della
sua vita liberamente e chi lo può fare (schiavo-libero), tra chi è di sesso
maschile e chi di sesso femminile (maschio-femmina). Quello che Paolo vuole
mettere in evidenza non è il rapporto che si può instaurare tra il maschio che
vuole dominare e la femmina che non vuole sottostare ma la verità secondo la
quale sia il maschio sia la femmina, indistintamente, sono eredi delle
benedizioni promesse.
Qui non viene preso in
considerazione il rapporto che si potrà instaurare tra l’uomo e la donna, dopo
la loro salvezza.
L’uso
sbagliato di Galati 3:28
Nella loro sfrenata
euforia per la frase «né maschio né
femmina», gli esegeti femministi fanno dire a questo versetto ciò che in
realtà Paolo non intendeva dire; le loro affermazioni a proposito di questo
testo sono esasperate.
Essi sostengono che sia
il testo chiave tra tutti quelli che fanno riferimento alla distinzione tra i
due sessi. Viene acclamato come la «Magna
Carta» del femminismo cristiano, il documento che dichiara l’abolizione di
ogni distinzione tra i ruoli degli uomini e quelli delle donne.
Ma davvero Galati 3:28
abolisce tutte le distinzioni tra i due sessi?
Ora gli uomini possono sposarsi
con altri uomini, o le donne con altre donne?
Possiamo approvare i
matrimoni tra persone dello stesso sesso o il comportamento dei travestiti?
Usando la stessa
metodologia interpretativa dei sostenitori del Femminismo, gli omosessuali che
si basano sulla Bibbia rivendicano il diritto ad avere rapporti sessuali tra
membri dello stesso sesso, perché
La stragrande
maggioranza dei sostenitori del Femminismo evangelico, però, non si trova
d’accordo con questa corrente di pensiero. Essi fanno riferimento ad altri
brani della Scrittura, a parte Galati 3:28, in cui l’omosessualità è presentata
come un peccato sessuale (Romani 1:26-27; 1 Corinzi 6:9-10). Pertanto
sostengono che la frase «né maschio né
femmina» non significa che si debba eliminare qualsiasi distinzione tra i
due sessi.
Coloro che non
appoggiano il Femminismo, quando fanno riferimento, a parte Galati 3:28, ad
altri testi scritturali che insegnano le differenze tra i ruoli, vengono
accusati dai sostenitori del Femminismo di giocare sporco, di essere
contraddittori o di interpretare i testi in modo semplicistico.
Questi vogliono isolare
Galati 3:28 da qualsiasi altro testo in cui si parla di differenze tra i ruoli.
Questa è un’incoerenza
bella e buona!
Come i testi
scritturali relativi al peccato dell’omosessualità mantengono la loro
specificità, insieme a Galati 3:28, lo stesso dicasi per i testi relativi alle differenze
tra i ruoli previsti per gli uomini e le donne.
Sta di fatto che Galati
3:28 e il suo contesto non si occupano dei ruoli dei mariti e delle mogli
all’interno delle loro proprie famiglie né si occupano dei ruoli degli uomini e
delle donne nella chiesa.
Altri brani della
Scrittura si occupano in modo diretto delle implicazioni sociali per gli uomini
e per le donne nelle comunità del nuovo patto.
Lo stesso Paolo che scrive: «non c’è né maschio né femmina», scrive anche: «il marito è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa».
Queste affermazioni non
sono in contraddizione tra loro.
La prima parla di
uguaglianza in riferimento alla salvezza; la seconda si riferisce ai ruoli che
spettano al marito e alla moglie, così come stabiliti originariamente da Dio.
Entrambe le verità
coesistono nel Nuovo Testamento.
Pertanto dobbiamo dare
uguale peso a tutte e due queste verità, perché
Lo studioso di Antico
Testamento, Bruce Waltke,
spiega il corretto atteggiamento da tenere nei confronti delle due affermazioni
bibliche: «Queste due verità relative
all’uguaglianza e alla disuguaglianza del sesso maschile e del sesso femminile,
per quanto contrastanti tra loro, devono comunque avere lo stesso peso sui
piatti della bilancia: l’una non deve sminuire l’altra né l’una deve essere
subordinata all’altra».
Ad esempio, Pietro dà
lo stesso peso sia all’uguaglianza fra marito e moglie sia alle differenze tra
i ruoli del marito e quelli della moglie.
Le mogli, secondo
Pietro, sono «anch’esse eredi della
grazia della vita» con i propri mariti e allo stesso tempo sono donne «sottomesse» nel rapporto marito-moglie
(1 Pietro 3:1-7).
I seguaci del
Femminismo, invece, presentano una mezza verità. Sottolineano l’aspetto
dell’uguaglianza tra gli uomini e le donne ma non riconoscono l’aspetto
dell’autorità/sottomissione.
Il motivo di questo è
che il concetto alla base del Femminismo è l’uguaglianza.
L’undicesimo neo
comandamento è: «Non fare discriminazioni».
Pertanto i seguaci del Femminismo respingono l’idea secondo la quale Dio abbia
creato una dimensione di disuguaglianza tra i due sessi oltre a quella di
uguaglianza.
Dato che credono
ciecamente alla pura uguaglianza tra i due sessi, essi considerano il rapporto
autorità/sottomissione una vera e propria ingiustizia.
Ma il loro concetto di
uguaglianza è secolare e non biblico.
È solo quando permettiamo alle Scritture di parlarci con
piena autorità sia dell’uguaglianza tra gli uomini e le donne sia delle
differenze tra i loro ruoli che riusciamo a comprendere con esattezza la
questione dei due sessi nella Bibbia.
Ma non esistono forse
delle implicazioni quotidiane e sociali di quest’unità
in Cristo?
Sì, certamente.
Tutti i credenti,
giudei-greci, schiavi-liberi, maschi-femmine sono membri a pieno titolo del
Corpo di Cristo; sono stati tutti battezzati e hanno ricevuto tutti dei doni
per servire il Corpo, che è la dimora dello Spirito.
Sono tutti uno e devono
amarsi e servirsi gli uni gli altri con spirito di sacrificio.
Nella famiglia di Dio si
ritrovano insieme persone di razza e di condizioni sociali molto diverse.
I cristiani che
appartengono al popolo di Israele devono manifestare l’amore fraterno verso
tutti i fratelli e le sorelle che non vi appartengono, e viceversa. Devono
essere gli uni al servizio degli altri, devono mangiare alla stessa tavola e
devono approfondire la loro amicizia frequentandosi, stando insieme; rifiutarsi
di sedere alla stessa tavola per motivi razziali vuoi dire rinnegare il Vangelo
(Galati 2:11-14).
«Perciò accoglietevi gli unì gli altri, come anche Cristo vi ha accolti
per la gloria di Dio» (Romani 15:7).
Schiavi e liberi devono
essere gli uni al servizio degli altri nell’amore e viceversa, tenendo conto
della nuova posizione ottenuta in Cristo.
«Poiché colui che è stato chiamato nel Signore, da schiavo, è un
affrancato del Signore; ugualmente colui che è stato chiamato mentre era
libero, è schiavo di Cristo» (1 Corinzi 7:22).
Padroni e schiavi
devono onorarsi a vicenda.
Dal momento che la
schiavitù è stata introdotta dall’uomo e non è stata istituita da Dio
originariamente nel contesto della creazione, così come è avvenuto per il
matrimonio (Genesi capitoli 1 e 2), Paolo ha tutta l’autorità di dire allo
schiavo: «... se puoi diventar libero è
meglio valerti dell’opportunità» (1 Corinzi 7:21).
E’ impossibile fare dei
paragoni tra la schiavitù e il matrimonio.
Per tornare a Galati 3:28, qui non viene affatto insegnata l’uguaglianza tra i
due sessi.
Gesù pregò per la
nostra unità, non per la nostra uguaglianza (Giovanni cap. 17).
Indipendentemente dal
sesso, dalla razza o dalle condizioni sociali, i membri della nuova comunità in
Cristo devono essere contraddistinti dall’amore reciproco, dalla stima
reciproca, dalla prontezza a servire e dall’unità.
Tutti sono tenuti a
manifestare la vita di Cristo gli uni agli altri.
L’orgoglio che deriva
dalla razza di appartenenza, dall’ereditarietà, dalle condizioni sociali o dal
sesso è un peccato e va confessato come tale e abbandonato in quanto
incompatibile con le caratteristiche che devono distinguere la comunità
cristiana.
In maniera estremamente diretta e chiara, essa afferma
ripetutamente che ci sono ruoli diversi per l’uomo e per la donna: autorità per
l’uno e sottomissione per l’altra.
Gli apostoli Paolo e
Pietro non solo ribadiscono esplicitamente questa verità, ma si servono dei
seguenti argomenti inconfutabili per dimostrare il rapporto di
autorità-sottomissione:
1. le leggi della
creazione;
2. la pratica universale
delle chiese;
3. la natura della Deità;
4. il comandamento di Gesù
Cristo;
5. il rapporto tra Cristo
e
Riassumendo: il Nuovo
Testamento insegna che Dio ha creato gli uomini e le donne uguali-ma-diversi e che Cristo
ha stabilito per
Spero
di essere stato esauriente.
D.L.M.