COME MAI NELLE
VOSTRE COMUNITA’ NON SI SENTE RECITARE IL “PADRE NOSTRO”?
Il
Cristiano si rivolge a Dio come Padre, ma non più nell’arida ripetizione di un
formulario di preghiere, perché, nel nome di Gesù realizza una profonda
intimità col Padre, per mezzo dello Spirito Santo.
Quanti frequentano le nostre riunioni di culto evangelico
notano, oltre che alla mancanza di tutte quelle forme fastose di contorno alle
funzioni religiose, quali candele, altari, immagini ed abiti speciali, anche
l’assenza di preghiere recitate, ormai tradizionali nell’ambito della
cristianità.
Naturalmente la risposta generale che possiamo dare è che
come cristiani evangelici riteniamo doveroso ritenerci a quanto la Bibbia
afferma, quindi quanto non risulta attuato praticamente nella Chiesa del Nuovo
Testamento lo riteniamo superfluo e spesso in contrasto stridente con la
semplicità del culto cristiano.
La domanda riguardo al “Padre Nostro” è logica, almeno per
tre ragioni: il padre Nostro è la preghiera che Gesù ha insegnato, è riportata
nei vangeli e molte chiese evangeliche l’hanno introdotta nella liturgia dei
loro culti.
Le risposte che biblicamente riteniamo valide sono le
seguenti:
MAI RECITATO
L’assenza del “Padre Nostro” nel culto cristiano dell’era
apostolica è sottolineata dal silenzio del Nuovo Testamento al riguardo. Nel
libro degli Atti degli Apostoli abbiamo il testo di una sola preghiera
comunitaria, ed in essa non è presente alcun riferimento al “Padre Nostro”.
Infatti è scritto: “Essi… alzarono di
pari consentimento la voce a Dio, e dissero:…” (Atti 4:24-30), segue poi il
testo di una preghiera spontanea pronunciata dai credenti di Gerusalemme.
Sempre negli Atti degli Apostoli, dopo la Pentecoste,
troviamo almeno diciassette riferimenti a preghiere individuali e comunitarie e
mai una sola volta si fa riferimento al “Padre Nostro”.
DUE CITAZIONI DIFFERENTI
Il “Padre Nostro” è riportato soltanto da due Vangeli e,
se doveva divenire la preghiera ufficiale della Chiesa Cristiana, appare strano
il fatto che sia formulato in modo diverso: di Matteo 6:9-13 e da Luca 11:2-4.
Infatti, basterà confrontare i due testi per notare la differenza e quindi
obiettivamente ritenere che non può trattarsi di una formula di preghiera.
Il “Padre Nostro” esprime il modello di preghiera inquadrato
nel discorso più ampio sul giusto modo di pregare che sottintende
raccoglimento, spirito di umiltà e ubbidienza.
L’identico caso è per le “Beatitudini” che sono riportate
in modo diverso in Matteo 5:2-11 e Luca 6:20-23, ma che non dovevano essere una
formula liturgica di alcun genere.
ATIPICA COME PREGHIERA
Il Signore Gesù, dopo aver dato ai discepoli il modello di
preghiera quasi all’inizio del Suo ministerio terreno, prima di lasciarli
stabilì una regola sulla base del rapporto nuovo che essi avrebbero avuto con
Lui.
Infatti, nel Vangelo di Giovanni nei capitoli 14,15,16
troviamo diversi consigli precisi e circostanziati riguardanti la preghiera.
Questi tre capitoli riportano il discorso privato di Gesù
con i Suoi, e sembrano sostituire nella pratica il discorso della Montagna
(Matteo 5:6-7);
Quest’ultimo era la dichiarazione programmatica del Regno
di Dio mentre nel Vangelo di Giovanni sono stati riportati i precetti pratici
riguardanti il Regno.
In questo discorso privato, troviamo i seguenti riferimenti
espliciti alla preghiera: “Io me ne vo al
Padre; e quel che chiederete al padre nel Mio
Nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figliuolo. Se
chiederete qualche cosa nel Mio nome,
io la farò” (Giovanni 14:12-14).
“Affinché
tutto quello che chiederete al Padre nel Mio
Nome, Egli ve lo dia” (Giovanni 15:16); “In
verità, in verità io vi dico che quel che chiederete al padre, Egli ve lo darà
nel Nome Mio. Fino ad ora non avete
chiesto nulla nel Nome Mio; chiedete
e riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa… In quel giorno,
chiederete nel Mio Nome; e non vi
dico che io pregherò il Padre per voi; perché il Padre stesso vi ama” (Giovanni
16:23,24,26,27).
Da queste parole di Gesù sembra evidente che il “Padre
Nostro” era una preghiera per il periodo precedente alla morte e resurrezione e
glorificazione di Gesù Cristo.
I sei riferimenti, “nel Mio Nome”, vengono a ricordarci
che tutte le nostre preghiere al Padre debbono essere rivolte nel nome e per i
meriti di Gesù Cristo il nostro salvatore, Unico Mediatore fra Dio e gli
uomini.
Finchè Gesù si trovava sulla
terra, Egli era il “Paracleto”, Colui che aiutava i
Suoi discepoli. La sua stessa presenza fisica con loro dava la sicurezza
dell’esaudimento. Ma quando Egli sarebbe stato glorificato allora avrebbe
mandato “un altro Paracleto”: lo Spirito Santo, il
Quale avrebbe ispirato le preghiere al Padre, nel nome di Gesù. Era questo “quel giorno” (Giovanni 16:26) quando i
discepoli avrebbero avuto la certezza dell’opera dello Spirito Santo nella loro
esperienza quotidiana ed allora avrebbero potuto chiedere nel nome di Gesù.
In questo senso il “Padre Nostro” è atipica come preghiera
e non abbiamo alcuna prova biblica che sia stata recitata o ripetuta in
seguito.
ALLORA PERCHE’?
Se il “Padre Nostro” non risulta essere stato mai recitato
nella Chiesa del Nuovo Testamento, se ne esistono due redazioni, se è atipico
come preghiera cristiana, perché Gesù l’ha insegnato?
Non si vuole assolutamente sminuire l’importanza del
“Padre Nostro” come modello di preghiera, ma soltanto riportarlo allo scopo
iniziale dell’insegnamento di Gesù, il divino Maestro.
Un famoso predicatore del secolo scorso riproduce questo
schema d’insegnamento sul “Padre Nostro”:
1. Un figlio che prega il padre: “Padre nostro che sei nei
cieli”.
2. Un adoratore che prega il Suo Dio: “Sia santificato il
Tuo nome”.
3. Un suddito che prega il Suo Re: “Venga il Tuo Regno”.
4. Un povero che prega il Signore ricco: “Dacci di giorno
in giorno il nostro pane quotidiano”.
5. Un peccatore che prega il Suo Salvatore: “Perdonaci i
nostri peccati”.
6. Un creditore che rinuncia ai suoi diritti: “Poiché
anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore”.
7. Un credente che teme di se stesso: “E non ci indurre in
tentazione”.
Queste lezioni sono basilari per i credenti d’ogni tempo e
rivelano quanto sia importante l’attitudine del credente nella preghiera.
LA NATURA VERA DELLA PREGHIERA
Dopo la resurrezione di Gesù e la Sua ascensione, la
preghiera diviene un atto profondamente autentico, personale e spontaneo.
Il concetto rivelato, sottolineato da Gesù, cioè che Dio è
Padre, viene non soltanto accettato come la paternità universale di Dio
Creatore, ma come la paternità personale nel rapporto che Egli ha col credente,
mediante l’opera della redenzione compiuta da Cristo Gesù.
Certamente il cristiano si rivolge a Dio come Padre, ma
non più nell’arida ripetizione di un formulario di preghiere; addirittura egli
ha scoperto che Dio non solo è Padre ma è: “Papà”. Questo è il significato vero
del termine “Abba”. Dio è invocato familiarmente con libertà ed intimità: “…
Avete ricevuto uno spirito
d’adorazione per il quale gridiamo: “Abba! Padre”. Lo Spirito sovviene alla
nostra debolezza; perché noi non sappiamo pregare come si conviene; ma lo
Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili” (Romani
8:15-26).
“E perché
siete figliuoli, Dio ha mandato lo Spirito del Suo Figliuolo nei nostri cuori,
che grida: Abba, Padre” (Galati 4:6).
La semplice lettura di queste parole del Nuovo Testamento
ci rivela che la preghiera è ispirata, al momento, dallo Spirito Santo, il
Quale ci suggerisce come pregare, per che cosa pregare e spinge a rivolgersi a
Dio chimandoLo: Papà! Padre!
È quindi evidente che la preghiera è elevazione dell’anima
del credente verso Dio per mezzo di Gesù Cristo. È un “rendere note” le nostre
richieste, non seguendo uno schema prefissato da recitare o ripetere, ma
liberamente, in modo estemporaneo, permettendo allo Spirito Santo di dare
priorità alle domande che rivolgiamo a Dio.
F. Toppi
Tratto da “A DOMANDA RISPONDE.
Volume I”