PADRE NOSTRO
Premessa
Ci accostiamo con riverenza e timore alla piccola e grande
preghiera che Gesù insegnò ai discepoli, per sentirne la grande forza che ne
scaturisce, gustarne il sapore di Cielo ed imparare anche noi a pregare.
Non
importa conoscere il luogo ed il tempo nel quale la meravigliosa preghiera uscì
dalle labbra del Signore: essa è per ogni tempo ed ogni
luogo, per i discepoli sinceri di Lui che desiderano un “contatto” col Cielo.
Essa non va ripetuta meccanicamente, come purtroppo ancora oggi molti fanno, ma
va assaporata e scandita, tutta o in parte, compenetrati dallo stesso sentimento di Colui che
ce l’ha insegnata. Solo così potremo anche noi pregare, lasciando che lo
Spirito Santo ci guidi di volta in volta, approfondendo il senso delle
richieste o facendoci fermare là dove più urgente è il bisogno dell’ora.
Si, è vero
che la tradizione colloca il luogo ove Gesù insegnò questa preghiera ai
discepoli non molto distante dal Gerusalemme, nelle
vicinanze di Betania (e questo può essere molto significativo in senso
spirituale) ed anzi qualcuno vi ha fatto edificare una chiesetta chiamata
appunto “chiesa del Padrenostro” sulle cui pareti interne è scritta la preghiera di Gesù in trentadue
lingue, ma quel che conta per te e per me davanti a Dio è che facciamo nostre le parole di Gesù al
punto da sentirle vive dentro di noi, pronunciandole con affetto, nella nostra
lingua, con quella carica
di amore che solo un cuore che ama sa pronunciare.
Capitolo Primo
PADRE NOSTRO (Matteo
6:9-13; Luca 11:2-4)
Alla richiesta degli ammirati
discepoli i quali Lo avevano osservato mentr’Egli pregava, col Volto radioso e
sereno tonificato dalla “comunione”
del Padre (non come alcuni che si stringono la fronte e si fanno brutti in faccia quando pregano), Gesù risponde: «Quando pregate, dite: Padre...» (Luca
11:2).
E in
Matteo: «Padre nostro....» (Matteo 6:9).
Ci vediamo costretti a soffermarci, a non passare in fretta su questa preziosa parola: Padre!
Essa è una delle più care delle parole del linguaggio umano.
Quante volte è stata pronunziata e viene pronunziata in casi particolari per aiuto o per affetto!
Qualcuno ci ha testificato come si sentì toccare nelle viscere quando, assistendo il proprio figliuolo per intervento chirurgico, il ragazzo, ancora sotto anestesia, chiamava: Papà, papà!
Il bambino ancora di pochi mesi comincia a balbettarla, pa-pà, pa-pà prima che sappia pronunciare altre parole.
E’ così è anche nella vita dello Spirito: Il credente comincia a pronunciare con fede, con amore, la parola “Abbà”, Padre; ed è perché è lo Spirito Santo stesso che la insegna e la mette nel cuore e sulle labbra.
Difatti S. Paolo dice: «E perché siete figliuoli, Dio ha mandato lo Spirito del Suo Figliuolo nei nostri cuori, che grida: Abbà, Padre. Talché tu non sei più servo, ma figliuolo; e se sei figliuolo, sei anche erede, per grazia di Dio» (Galati 4:6-7).
La stessa cosa dice scrivendo ai Romani:
«Poiché voi non avete ricevuto Io spirito
di servitù per ricader nella paura; ma avete ricevuto lo spirito di adozione, per il quale gridiamo: Abbà! Padre! Lo Spirito
stesso attesta insieme col nostro spirito, che siamo figliuoli
di Dio; e se siamo figliuoli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di
Cristo, se pur soffriamo con Lui, affinchè siamo anche glorificati con Lui»
(Romani 8:15-17).
Ebbene, stando le cose così chiare, come mai alcuni anziché chiamarLo “Padre”
insistono a chiamarlo Geova o altro?
E’ evidente a chi ha l’occhio illuminato: è perché i tali non hanno ricevuto lo Spirito del Figliuolo di Dio che grida (significa “con slancio di fede”): Abbà! Padre!
Quando riceveranno lo Spirito Santo realizzeranno di essere figliuoli di Dio, e avranno grande gioia nel chiamarLo Padre: Padre mio!
Gesù pregava e Lo chiamava di preferenza Padre: «Io ti rendo gloria e lode, o Padre, Signor del cielo e della terra» (Matteo 11:25).
E nel Getsemani: «Padre Mio, se è possibile, passi oltre da Me questo calice! Ma pure, non come Io voglio, ma come Tu vuoi...» (Matteo 26:39-42).
Nella preghiera sacerdotale Lo chiama “Padre Santo”, “Padre giusto” (Giovanni 17:11,25).
Anche crocifisso, la prima e l’ultima delle sette parole dalla croce, sono col nome di “Padre”. Lo chiama “Dio mio” soltanto quando sente il peso di tutti i peccati degli uomini sul suo cuore e vede come una coltre nera che lo separa dalla Santità di Dio per cui esclama: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Ma
l’olocausto è gradito in Alto, l’offerta è consumata, la coltre
nera dissipata, e Gesù può contemplare il Volto del Padre ed affidare a Lui il
Suo Spirito: «Padre, nelle Tue mani affido lo spirito mio» (Luca 23:46).
Gesù parlò sempre del Padre ai
discepoli, li ammaestrò a rassomigliare al Padre che è nei cieli
amando e pregando per i nemici (Matteo
5:44-45) e ad essere “perfetti” com’è perfetto il Padre che è
nei cieli (v.
48). Dice loro che il Padre li ama perché essi
hanno amato e creduto che Lui, Gesù, è proceduto da Dio (Giovanni 16:27) e prega il Padre
affinchè i Suoi discepoli siano partecipi della Sua gloria: «Padre, Io voglio che dove son io, siano meco anche quelli che Tu mi hai dato, affinchè voggano
la gloria che Tu m’hai dato, poiché Tu mi hai amato avanti la fondazione del
mondo» (Giovanni 17:24).
Arrivare ad essere compenetrati di questa profonda verità, che Dio è nostro Padre, verità tanto insistita da Gesù appunto per farla penetrare nelle profondità del nostro essere, è grazia grande, per cui anche nelle ore più buie del pellegrinaggio il credente in Cristo può esclamare verso il cielo: Padre, Padre mio!
Già alcune sollecitazioni dello Spirito nel cuore umano, onde chiamare Dio “Padre”, le abbiamo nei profeti.
In tempi di angoscia e di distretta per Israele, così leggiamo in Isaia: «Guarda dal cielo, e mira, dalla Tua dimora santa e gloriosa: Dove sono il Tuo zelo, i Tuoi atti potenti? Il fremito delle Tue viscere e le Tue compassioni non si fan più sentire verso di me, Nondimeno, Tu sei nostro Padre; poiché Abrahamo non sa chi siamo, e Israele non ci riconosce; Tu, o Eterno, sei nostro Padre, il Tuo Nome in ogni tempo è “Redentor nostro“ » (Isaia 63:15-16).
Il profeta immagina come che Abrahamo nell’attuale Israele, oppresso e schiavo di potenti nemici, non riconosce la propria “progenie”, e lo stesso fa Giacobbe.
“Nondimeno” esclama il profeta, e malgrado ciò “Tu sei nostro Padre, o Eterno, il Tuo Nome in ogni tempo è ‘Redentor nostro”!
Ed anche nel capo seguente, dopo la bella confessione: «Tutti quanti siamo diventati come l’uomo impuro e tutta la nostra giustizia (giustizia, non ingiustizia!) come un abito lordato. Nondimeno, o Eterno, Tu Sei nostro Padre; noi siamo l’argilla, Tu Colui che ci formi, e noi siamo tutti l’opera delle Tue mani» (Isaia 64:8).
Se già nei profeti, per una anticipazione dello Spirito, Israele come popolo si proclama figliuolo a Dio, è solo con la venuta di Gesù che l’anima umana acquista chiara consapevolezza di veri figliuoli di Dio, non soltanto per creazione, ma soprattutto per rigenerazione, perché tutto dev’essere nuovo in Cristo (2 Corinzi 5:17). Ed è quì che lo Spirito del Figliuol di Dio prende sede, e parla agli uomini del Padre, e grida verso il Cielo: Abbà, Padre!
Una accorata scena di
colloquio tra padre e figlio, che getta luce sulla mistica relazione tra
Padre-Dio e Figlio-Dio, Gesù, e che si estende in una certa misura in ogni
figliuolo di Dio, la leggiamo in Genesi 22:6-9: «…e Abrahamo prese le legna per
l’olocausto e le pose addosso a Isacco suo figliuolo; poi prese in mano sua il
fuoco e il coltello, e tutti e due s’incamminarono assieme. E
Isacco parlò ad Abrahamo, suo padre e disse: “Padre mio!”. Abrahamo rispose:
“Eccomi qui, figlio mio”. E Isacco:”Ecco
il fuoco e le legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”. Abrahamo rispose: Figlio
mio, Iddio se lo provvederà l’agnello per olocausto”. E
camminarono ambedue assieme… ».
Quant’è toccante quel
dialogo: Padre mio, figlio mio!
È un miracolo che
Abrahamo non barcollasse, che potesse trattenere le
lacrime e non cadere a terra come un cencio dicendo: “Ah, è troppo, è troppo! Non ne posso più. Figlio mio, la tua voce mi
penetra nel cuore come una spada acuta che mi fa morire!”.
Abrahamo resistè alla prova.
Isacco fu risparmiato.
Il Figliuolo
di Dio no, Egli fu immolato.
Egli è l’Agnello di
Dio, l’olocausto per
Se questo ha fatto
l’amore di Dio, l’amore del Padre mio e tuo, fratello, come non elevare a Lui i
nostri cuori pieni di gratitudine, e con affetto chiamarLo Padre, Padre mio?
O Padre, ancora poco Ti amiamo perché poco Ti
conosciamo!
Allarga i cuori nostri mentre sentitamente esclamiamo: Padre!
Padre nostro, Tu sei!
Capitolo Secondo
CHE SEI NEI CIELI
Nessuno meglio di Gesù,
“l’Unigenito venuto da presso il Padre”
(Giovanni 1:14)
poteva e può indicarci dove abita il Padre: «Padre
nostro che sei nei cieli».
L’uomo fin da bambino
comincia ad ammirare stupefatto il cielo stellato, si sperde e si sente piccolo piccolo davanti alla
grandezza meravigliosa di quello spettacolo che parla di maestà e di potenza: «I
cieli raccontano la gloria di Dio e la
distesa annunzia l’opera delle Sue mani» (Salmo 19:1).
Ed ancora: «Quando
io considero i Tuoi cieli, opera delle Tue dita, la luna e le
stelle che Tu hai disposte, dico: Che cos’è l’uomo che Tu n’abbia memoria? e il figliuol
dell’uomo che Tu ne prenda cura?» (Salmo 8:3-4).
Eppure l’uomo, quando
comincia a perdere l’innocenza della semplicità e della fanciullezza, comincia
altresì ad allontanarsi dalla presenza di Dio attraverso il cielo stellato,
perché la va perdendo nel proprio cuore.
E’ vero, come qualcuno
ha detto: Se il cielo è nel cuore, il cuore è nel
cielo.
Infatti, alcuni che non hanno il cielo nel cuore, han detto: Dov’è “il
cielo” dopo Copernico e Galilei?
Ma per quelli che hanno
il cielo nel cuore, le nuove conoscenze dell’Universo fisico li riempiono di
meraviglia e di stupore più dell’uomo antico, per l’immensità del Creato, e
dunque del Creatore!
Si, molto più dell’uomo
antico che supponeva la terra al centro dell’Universo ed il cielo come una grandissima
cupola in alto!
È l’uomo d’oggi che si
rende conto che la terra, questo nostro pianeta che pure ci sembra così tanto vasto, non è altro che un granellino di sabbia
tra le miriadi di stelle, di grandissimi astri che popolano l’Universo!
Neanche la più alata
fantasia può avere cognizione delle enormi dimensioni dell’Universo, delle
immense distanze delle stelle e delle Galassie.
Se consideriamo che la
luce, la quale viaggia alla considerevole velocità di trecentomila chilometri al secondo, copre la distanza dei centocinquantamilioni di
chilometri dal Sole alla Terra in otto minuti e tredici secondi, ognuno può
vedere quanti milioni, miliardi di chilometri percorre in un giorno!
E in un mese?
E in un anno?
La lunga cifra di
novemilaquattrocentomiliardi di chilometri che la luce percorre in un anno
possiamo soltanto leggerla, ma non averne cognizione di misura!
Ebbene, questa enorme cifra che gli astronomi hanno preso quale
unità dì misura per le distanze delle stelle, chiamandola anno-luce, è divenuta
piccola per stabilire le enormi distanze delle stelle e più ancora per le
Galassie.
L’immenso Sole, il capofamiglia
del sistema solare di cui fa parte la nostra minuscola terra, il Sole, che ha
un volume pari ad un milione e trecentomila volte quello della Terra, non è
altro che una modesta stella fra le numerosissime della nostra Galassia che si
calcola di circa cento miliardi di stelle.
Cento miliardi di
stelle.., una sola Galassia!
E quante
sono queste “Galassie”?
Gli studiosi stimano
che quelle che si possono osservare siano circa cento miliardi!
O Grande, Immenso Iddio, Creatore dell’infinito Universo,
gloria, gloria a Te! Chi mai non Ti temerà conoscendoTi sia pure poco?
Ma chi mai può conoscerTi appieno?
«Nessuno conosce
appieno il Padre se non il Figliuolo» dice Gesù (Matteo 11:27).
Aveva ragione il
profeta, ispirato dallo Spirito Santo, di dire, molto tempo
prima che le conoscenze dell’uomo fossero ampliate: «Ecco, le
nazioni sono, agli occhi Suoi (di
Dio), come una gocciola della secchia, come la polvere minuta delle bilance, ecco,
le isole son
come pulviscolo che vola. Tutte le nazioni son come
nulla dinanzi a Lui, Ei le reputa meno che nulla, una vanità» (Isaia
40:15-17).
Eppure, come si fa ad
ammettere, ed evidentemente non si può fare a meno di ammettere, il Creato e
non il Creatore?
Come si fa ad ammettere
le leggi perfette che regolano la creazione e non ammettere l’Artefice,
l’intelligenza Suprema che le ha stabilite?
E’ questo quello che gli increduli vorrebbero farci credere!
Noi non vogliamo
smarrirci dietro discussioni amare con chi, facendo violenza alla voce della
propria coscienza, dice: “Non c’è Dio”.
Nè i pochi cenni
astronomici dati più su servono come a trattare argomenti che esulano dal campo
della fede, per questo ci sono testi e persone competenti. Noi li abbiamo
voluti ricordare per accennare all’infinito, all’insondabile, a Colui che «abita una luce inaccessibile, il Quale
nessun uomo ha veduto nè può vedere, al Quale siano onore e potenza eterna» (1 Timoteo 6:16).
Perciò quando lo stolto
dice: “Non c’è Dio”, afferma ciò ch’egli non sa.
Lo Spirito Santo lo ha stigmatizzato: «Lo stolto ha detto nel suo cuore: Non c’è Dio». Da ciò ne segue
corruzione: (Salmo 14:1-2).
Quant’è a noi, troviamo pace
e riposo ai piedi di Gesù Cristo. Egli ci parla del Padre e ci assicura che il
Padre ci ama (Giovanni 16:27).
Dov’è Dio?
Ricordiamo quanto dice
f ispirato profeta: «Così parla l’Eterno: li cielo
è il Mio Trono, e la terra è lo sgabello dei Miei piedi...» (Isaia 66:1).
Noi per grazia crediamo
alla Parola di Dio. Non spetta a noi localizzare dov’è Dio, perché Egli è
ovunque e riempie i cieli, le infinite galassie, della Sua Presenza.
L’Opera non può essere
più grande dell’Artefice.
Perciò anche qui, in questo estremo e sperduto lembo dell’Universo possiamo
sentire, ed è dolce sentire, la dolce Sua Presenza!
Si, crediamo, come dice
il profeta, che Dio è in Alto, il Suo Trono in Alto, ma Lo sentiamo anche qui,
allo “sgabello dei Suoi piedi”!
Comprendiamo altresì
che “alto” e “basso” non sono da intendersi soltanto in senso materiale ed
astronomico, ma, e soprattutto, in senso spirituale.
L’anima semplice
intende che cosa siano le bassezze spirituali, e anela ad elevazione, ed
intende altresì le “alture” dello
Spirito.
L’anima che ha fede ed
obbedisce a Gesù, sarà da Lui portata a tali alture: «Allora tu prenderai
i tuoi diletti nel Signore, ed Io ti farò cavalcare sopra gli alti luoghi della
terra, e ti
darò a mangiare l’eredità di Giacobbe, tuo padre, perché la bocca del Signore
ha parlato» (Isaia 58:14).
Crediamo altresì che
Dio, l’infinito, ha affidato la presente umanità al
Suo Figliuolo Gesù Cristo: «Chiedimi, ed Io ti darò per eredità le genti,
e i confini
della terra per tua possessione» (Salmo 2:8);
e Gesù stesso dice: «Ogni cosa Mi è stata affidata
in mano dal Padre Mio....» (Matteo 11:27).
Egli ci vuole condurre,
anzi portare al Padre. «Nessuno» però «può venire al Padre
se non per mezzo di Me» (Giovanni 14:6; 6:39;
17:2).
Qualcuno dirà: Dove?
«Nella Casa del Padre
Mio ci sono molte dimore; se no, Io ve l’avrei detto; Io vo
a prepararvi un luogo; e quando sarò
andato e v’avrò preparato un
luogo, tornerò e vi accoglierò
presso di Me, affinchè dove sono Io, siate anche voi...» (Giovanni 14:2-3).
Ciò ci basta, Anzi
chiediamo grazia di essere veri discepoli, perch’Egli
dice questo ai Suoi discepoli.
Chiediamo anche grazia di attendere con vivo anelito il ritorno di Gesù, perch’Egli ci porti nella casa
delle molte dimore. Egli ce lo aveva detto molto prima
degli astronomi che nella Casa del Padre ci sono “molte dimore”.
Abbiamo dunque fede in
Dio, fede in Gesù, ed Egli, che è il fedele, ci
porterà nella casa del Padre. E intanto Egli c’insegna
a pregare: «Quando pregate, dite: Padre nostro che sei nei cieli...».
Capitolo Terzo
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME
«Il Nome del Signore è
Santo, Santo, Santo!» (Isaia 6:3;
Apocalisse 4:8).
E’ il solo Santo in
assoluto (Isaia 57:15; Apocalisse
15:4; 16:5).
Perciò Santissimo.
Che c’insegna dunque
Gesù nel farci pregare: Padre..., sia santificato il Tuo
Nome?
C’incoraggia a chiedere
al Padre che, quali figli, possiamo tenere alto e sacro il Suo Nome in noi.
C’incoraggia a chiedere
a Lui affinché possiamo essere degni e responsabili da custodire gelosamente il
Nome del Padre nella nostra vita.
Non è difficile potere udire
talvolta qualche padre rimproverare il proprio figlio
con parole di questo genere: “...non sei
degno di portare il mio nome! Fai vergogna al nome della nostra famiglia..., ecc...”. Quanto più non dobbiamo noi tenere sacro il
Nome di Dio in noi, onorarLo
e farLo onorare!
Il Nome di Dio da
tenere “santo” non si riferisce ad un
nome anagrafico, come alcuni erroneamente pensano, che basti pronunciare
correttamente; il Nome di Dio è Virtù, è Sostanza spirituale, è
Il vero credente
cercherà di tenere incontaminata questa Virtù o Nome, Vita del Padre.
“Santo” significa “separato”,
“appartato”; ed il Nome del Signore
va tenuto appartato nel credente, separato da tutto ciò che non armonizza con
Gesù sa che questo non
è facile, che il credente ha bisogno dell’aiuto del Cielo, della forza dello
Spirito Santo, e perciò lo ammaestra prima a chiedere “sia santificato il Tuo Nome”, e poi Lui stesso, Gesù, prega ed
opera per
Questa Realtà scendendo
nel cuore del credente, lo abilita a discernere e tener santo il Nome dei Padre. Ma debole qual’è,
ha bisogno dell’aiuto, e Gesù viene in suo aiuto. «E
per loro santifico Me stesso, affinchè
anch’essi siano santificati in verità»
(v. 19).
Che vuoi dire santifica se
stesso?
Che forse non era santo?
Tutt’altro! Gesù, il Verbo incarnato,
era ed è santo e più che santo. Ma vuol dire ch’Egli “separa”,
“apparta” Se stesso tralasciando
temporaneamente le altre pur gloriose attività presso il Padre in quella gloria
ch’Egli aveva «avanti che il mondo fosse» (Giovanni 17:5), per
dedicarsi ai Suoi discepoli, per compiere in loro questo lavoro speciale di
santificarli. E tutto ciò perch’Egli possa
presentarli al Padre, davanti agli angeli, puri ed irreprensibili, e così
abbiano entrata e parte della Sua gioia e della Sua gloria (Giovanni 17:24).
Benedetto e sempre
benedetto il Nome santo di Gesù! Non solo compì
l’immenso sacrificio di acquistarci al Padre, strappandoci dal potere delle
tenebre, ma va compiendo in noi la perfezione e quella santificazione «senza
la quale nessuno vedrà il Signore» (Ebrei 2:11: 12:14).
Oh quale differenza e
distanza abissale c’è dal pensiero di Gesù a quella pratica di recitazione
verbale e biascicata di tutti coloro che ripetono
senza calore e senza vita: “sia
santificato il tuo Nome!”.
Oh, non rassomigliare,
fratello mio, a costoro che, magari, dopo di avere così maltrattata la
preghiera del Signore, subito dopo invocano il santo questo o il santo quello per protezione ed aiuto! Lungi, lungi da tali
pratiche, perché costoro sono quelli i quali, già apostrofati dal profeta, sono
rimproverati da Gesù medesimo: «Questo popolo Mi onora con le labbra, ma il cuor loro è
lontano da Me. Ma invano rendono il loro culto
insegnando dottrine che sono precetti d’uomini» (Isaia 29:13; Marco 7:6-8).
Uniamoci invece e stringiamoci
intorno al Vero Altare in ispirito, cioè
In ciascuno di noi...
Ed in chiunque invoca il Tuo Nome in verità!
Capitolo Quarto
VENGA
IL TUO REGNO
Abbiamo udito di taluni
che dicono che non fa più bisogno di pregare “venga il Tuo Regno” perché, affermano,
il regno di Dio è già venuto.
Altri, invece,
prospettano la venuta del Regno di Dio unicamente nel futuro.
Come si vede, anche
oggi, come ai tempi di Gesù, non vi sono idee chiare circa il Regno di Dio.
È bene avvicinarsi a
Gesù con cuore umile.
Interrogato un giorno
dai Farisei sul quando verrebbe il Regno di Dio, Gesù
rispose: «Il Regno di Dio non viene in maniera da attirare gli sguardi,
nè si dirà: eccolo qui o eccolo là; perché ecco, il Regno di Dio è dentro di
voi» o, come altri meglio traduce «è fra voi» (Luca 17:20-21).
Se avessero ricevuto il
Re nei loro cuori, avrebbero avuto il Re ed il Regno “dentro”.
Chi riceve il Re, riceve il Regno.
Ai discepoli di Gesù viene dato di intendere, prima, il mistero del Regno (Marco 4:11) e
poi di riceverlo, se divengono come piccoli fanciulli (Marco 10:15).
I Giudei rifiutarono
Gesù Cristo quale loro Re (Giovanni 19:14-15) e si privarono del Regno.
Ma per la fede in Lui, altri vengono ad assidersi alla tavola del Regno, mentre
i figliuoli di Israele, candidati al Regno, ne vengono
estromessi «e gettati nelle tenebre di fuori» (Matteo 8:11-12).
Gesù, nelle parabole
del “Regno di Dio” (Matteo 13 e Marco 4) indica la maniera come si riceve il Regno:
prima in ispirito.
Ricevendo il “seme” della Parola si riceve la “vita”: «...siete stati rigenerati
non da seme corruttibile, ma incorruttibile, mediante
Questo “seme” della Parola, del Verbo, è
Questo avviene nei figliuoli del Regno.
Ovviamente, non si può
pretendere grano maturo nella fase in cui la pianta è semplice “erbetta” o abbozzo di spiga: Ecco perché
si deve compatire e ci i deve compatire aspettando il
tempo in ogni cosa, ma si ringrazia Iddio per
Nel tempo debito si
viene a capire che avere ricevuto
Le prove e gli sbagli
non fermano questa “avanzata” della
vita del cielo, anzi come il freddo, la neve e la pioggia prima e poi il sole
cocente sono necessari per il grano, così le prove e
le difficoltà sono necessarie per la formazione e la crescita delle anime
all’immagine del Figlio di Dio.
Il Regno di Dio è,
dunque, prima in Spinto nei credenti, qui ed ora, e
poi, nella vita beata col Signore; sulla terra prima e dopo ancora nel cielo,
nella Casa dalle molte dimore.
Il non capire questo porta molti ad errare.
«Tu non sei lontano dal
Regno di Dio» disse Gesù allo scriba che aveva risposto avvedutamente
affermando che amare Dio e il prossimo è più che olocausti e sacrifici (Marco 12:34). Ancora
pochi passi e quel tale sarebbe penetrato nel Regno:
qui ed ora.
«Or dai giorni di
Giovanni Battista fino ad ora il Regno dei cieli è preso a forza ed i violenti (cioè
valorosi, gagliardi) se ne impadroniscono» (Matteo
11:12).
Ai Farisei che
insinuavano che Gesù cacciasse i demoni per l’aiuto di Belzebub, Gesù dice tra
l’altro: «...se Io caccio i demoni per l’aiuto di Belzebub, per l’aiuto
di chi li cacciano i vostri figliuoli? Per questo essi stessi saranno i vostri giudici. Ma se è per
l’aiuto dello Spirito di Dio che Io caccio i demoni, è dunque pervenuto fino a
voi il Regno di Dio» (Matteo
12:27-28). Come dire: anziché malignare, cedete
all’evidenza delle Mie opere, credete in Me che il Padre ha mandato e così
entrerete nel governo e potenza di Dio, in quel Regno di Dio
che invano cercherete per altre vie e che invece vi è a portata di mano per
mezzo Mio!
…ma
voi non volete entrare.
«Ma guai a voi, scribi e Farisei
ipocriti, perché serrate il Regno dei cieli dinanzi
alla gente, poiché nè vi entrate voi, nè lasciate entrare quelli che cercano di
entrare» (Matteo 23:13).
Il Regno di Dio è
dunque, in Spirito, qui ed ora, quel Regno di Dio che «non consiste in
vivanda nè bevanda, ma è giustizia, pace ed allegrezza nello Spirito Santo»
(Romani 14:17),
quel Regno del quale Paolo dice: «Egli ci ha riscosso dalla
potestà delle tenebre e ci ha trasportati nel Regno
del Suo amato Figliuolo, nel
quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati...» (Colossesi 1:13-14).
Or quelli che sono qui
ed ora nel regno di Dio in ispirito, regneranno col
Re, Gesù, nel futuro.
Egli disse ai
discepoli: «Or voi siete quelli che avete perseverato meco nelle Mie prove, e Io
dispongo che vi sia dato un Regno, come il Padre Mio ha disposto che fosse dato
a Me, affinché mangiate e beviate alla Mia
tavola nel Mio Regno, e sediate
sui troni, giudicando le dodici tribù d’Israele» (Luca 22:28-30).
E’ noto che nel
giudizio, quando il Figliuol dell’uomo sarà venuto in
gloria avendo seco gli angeli, e quale Re sederà sul
trono, separerà le genti come il pastore separa le pecore dai capri, dirà alle
pecore alla Sua destra: « Venite, voi, i benedetti del Padre Mio; eredate il Regno che v’è stato preparato fin, dalla fondazione del
mondo. Perché ebbi fame,
e mi deste da mangiare, ebbi sete e
mi deste da bere...,
ecc...» (Matteo, cap. 25).
“Eredate il Regno che v’è stato
preparato...”.
Che Iddio ci dia grazia!
Ma bisogna passare per
molte varie afflizioni (Atti 14:22) ed essere affinati come l’oro nel
fornello, ed anche “patire” per il Regno
di Dio (2 Tessalonicesi 1:5) e dire
con Paolo: «Certa è questa parola: che
se muoiamo con Lui, con Lui anche vivremo; se abbiamo
costanza nella prova, con Lui altresì regneremo...» (2 Timoteo 2:11-12).
Sono molte le Scritture
che parlano del Regno di Dio, e il credente sa nel suo cuore che è così, e che
il Signore ci raccoglierà nel Suo Regno in gloria (2 Timoteo 4:18; Colossesi 3:4; Ebrei 9:28; 1 Tessalonicesi
4:13-16).
Non possiamo però
trascurare le promesse di Dio per l’umanità in generale.
Egli ha costituito il
Re in Sion, il Suo Figliuolo. «Chiedimi» Egli dice nel grande
Salmo 2, «Io ti darò le
nazioni per Tua eredità e le estremità della terra per Tuo possesso» (v. 8).
E Gesù dice: «Ogni
potestà Mi è stata data in cielo e sulla terra» (Matteo 28:18). Ed
Egli regna, ed è il Signore e dei morti e dei viventi (Romani 14:9).
Sebbene Egli regni già
dalla Sion spirituale, in Alto, pure Egli verrà a
mettere ordine e pace sulla terra. «Ravvedetevi»
dice Pietro «e convertitevi, onde i vostri peccati siano
cancellati, affinchè vengano dalla presenza del Signore dei tempi di refrigerio
e ch’Egli vi mandi il Cristo che v’è stato destinato, cioè Gesù, che il cielo
deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; tempi dei quali Iddio parlò per bocca dei Suoi santi profeti, che sono
stati fin dal principio...» (Atti 3:19-21).
E i profeti parlano del «Re che regnerà in giustizia» (Isaia 32:1), che «il Signore è il nostro Re, Egli ci
salverà» (Isaia 33:22);
che «il Germoglio di Davide
(Gesù) regnerà da Re e prospererà e farà ragione e
giustizia nella terra» (Geremia
23:5); che l’Eterno è «Re
supremo in tutta la terra» (Salmo 47:3-7).
Il pio lettore conosce
i tanti passi della Bibbia che parlano del Re Gesù e del Suo Regno. Ed Egli presto verrà.
Nella maniera che è salito al cielo, così verrà (Atti 1:11).
«Ecco, Egli viene con le nuvole, ed ogni occhio Lo vedrà; Lo
vedranno anche quelli che Lo tra fissero, e tutte le tribù della terra
faranno cordoglio per Lui».
Sì, Amen (Apocalisse 1:7).
E intanto nell’attesa,
chiediamo grazia di essere vigilanti, e continuiamo a
pregare il Padre come Gesù ci ha insegnato: “Venga
il Tuo Regno!“
In ogni cuore e nel
mondo!
Capitolo Quinto
L’accettazione della “volontà di Dio” suona per moltissime
persone, che pure si dicono cristiane, come una rassegnazione triste e
fatalistica agli avvenimenti della vita, specie davanti a quelli dolorosi. Ciò
porta in molti ad un indebolimento della volontà e all’immiserimento dell’anima
umana.
Questo non è nè
l’insegnamento nè l’esempio di Gesù.
Chiediamo grazia al
Padre celeste di accostarci umilmente e con tremore all’importante soggetto per
vedere che, invece, l’accettazione della “volontà
di Dio” porta al rinvigorimento dell’aspetto “volontà” nell’uomo, nella rinunzia della volontà
egoistica e nell’identificazione della Volontà del Padre con la nostra, e,
dunque, nell’arricchimento dell’anima umana.
Nella preghiera “Padre nostro”, dopo le prime due
richieste riferentisi alla “santificazione del Nome” ed alla “venuta del Regno”, con la terza (sebbene non è riferita nel
riassunto di Luca), Gesù insegna a richiedere al Padre: «Sia fatta
E ci chiediamo prima di
tutto: è buona la volontà di Dio?
E a cosa mira?
La risposta che sentiamo da parte dello Spirito e confortata dalla
Scrittura, è: “Si, è buona, e mira al bene dell’uomo”.
Anzi diciamo
che è buonissima, e ripetiamo con gli esseri celesti: «Degno Sei, o
Signore e Iddio nostro, di
ricevere la gloria e l’onore e la potenza: Poiché Tu creasti tutte le cose,
e per
C’È UNA VOLONTÀ
POSSENTE CHE SOSTIENE L’UNIVERSO!
Gesù, ammaestrando le
turbe, in quel meraviglioso “sermone
della montagna”, parlando del Padre che provvede gli uccelli del cielo di
cibo e i gigli della campagna di vestimento, incoraggia gli ascoltanti ad avere
più fede nel Padre celeste il Quale tratta gli uomini
con maggiore cura degli uccelli e dell’erba dei campi. Egli fa notare poi che i
padri danno ai loro figliuoli quello ch’essi chiedono
loro, e conclude: «Se voi dunque che siete malvagi sapete dare buoni doni ai vostri figliuoli,
quanto più il vostro Padre che è nei cieli darà Egli cose buone a coloro che gliele domandano?»
(Matteo 7:11). Ed in Luca: «Se
voi dunque che siete malvagi sapete
dare buoni doni ai vostri figliuoli, quanto più il
vostro Padre
celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano?»
(Luca 11:13).
Il “quanto più, quanto più”, mette in
risalto la volontà di Dio che è buona, superlativamente buona, buonissima!
Gesù diceva
che
Si alimentava,
sussisteva della volontà del Padre giorno per giorno.
Dice altrove: «...son disceso dal cielo per fare non
La volontà di Dio
dunque è buona ed ha come scopo dare la vita eterna
agli uomini per mezzo del Suo Figliuolo Gesù Cristo.
Gesù mise in atto la volontà
del Padre in perfetta ubbidienza e sottomissione, anche nell’ora più oscura
della Sua Missione terrena e di estrema sofferenza,
come tutti sanno, quando nel giardino del Getsemani si sentiva morire: «Padre,
se Tu vuoi, allontana da Me questo calice! Però, non
Senza entrare qui nel
significato dell’allontanamento di quel calice vediamo che Gesù si sottomette
alla volontà del Padre anteponendola alla propria. Per Gesù la volontà del
Padre non si discute, la si ubbidisce.
Così è per ogni figliuolo di Dio.
Consideriamo ora due
aspetti della relazione della nostra volontà-uomo con la volontà di Dio:
1)
Quando discerniamo
chiaramente la volontà di Dio in qualcosa;
2)
Quando invece non la discerniamo.
Nella prima
considerazione spesso vediamo la differenza della nostra volontà con quella di
Dio, e molte volte anzi in netta opposizione.
Per l’uomo di Dio non
ci sono ripieghi o alternative. Bisogna ubbidire.
Ed è proprio
nell’ubbidienza che risiede l’avanzamento e lo sviluppo dell’anima «verso
il raggiungimento della piena conoscenza del Figliuol
di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della
statura perfetta di Cristo» (Efesini 4:13).
Bisogna seguire
l’esempio di Colui che pur essendo Dio si fece uomo, «ed
essendo trovato nell’esteriore come uomo, abbassò Se stesso, facendosi
ubbidiente fino alla morte, e alla morte della croce» Filippesi 2:5-8).
Allora
l’ubbidienza di Dio, ancorché richieda sacrificio e sofferenza, porta nel suo
seno allegrezza e gioia.
Così è detto di Lui: «Tu
non prendi piacere nè in sacrifizio nè in offerta; Tu
mi hai aperto gli orecchi. Tu non domandi nè olocausto nè sacrifizio
per il peccato. Allora ho detto: Eccomi, vengo! Sta scritto di Me nel rotolo
del libro. Dio mio, Io prendo piacere a far
«In virtù di questa
volontà» continua poi l’Apostolo «noi siamo stati santificati, mediante
l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre»
(Ebrei 10:10).
Gesù prende piacere nell’ubbidire al Padre, la
volontà del Padre per Lui è cibo gustoso, riempie il Suo
cuore di gioia!
E la vita di Gesù non fu
facile in questo mondo, si svolse in mezzo a sofferenze d’ogni genere, per
culminare nell’orribile morte in croce!
Quanta differenza e
quale distanza invece tra Lui e quanti con sospiri di sofferenza, che dovremmo
chiamare “d’insofferenza”, e la
faccia lunga lunga vanno
sospirando: Facciamo la volontà di Dio!
Le parole possono
essere anche “...facciamo”,
ma il suono è chiaramente: “Soffriamo
perché non c’è altro da fare..., altrimenti...!”.
No, ciò non è fare la volontà di Dio: è piegarsi a
ciò che è ineluttabile e forzato.
E forse, in alcuni casi,
c’è una sottile ribellione in ispirito.
Il “fare la volontà di Dio” richiede una volontà precisa e molta forza d’animo, e ciò non è dei “deboli di volontà”, anzi di coloro che in virtù d’una Volontà Superiore che viene da Dio sono pronti a rinunciare alla “propria volontà” d’uomo, e lottare contro la propria volontà carnale la quale non si sottomette a Dio.
«Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le
sue passioni e le sue concupiscenze» (Galati 5:24).
In coloro che sono di Cristo non si può nè si deve mai trovare volontà di male, ma si deve invece sviluppare chiara la volontà di bene.
Nel cammino dall’uno all’altro di
questi due estremi si svolge la vita del cristiano, spesso tra conflitti
penosi, ma con lento avanzamento verso
Per far ciò vediamo
che le nostre forze non bastano, e ricorriamo a Dio che dona a tutti
liberalmente, mentre ripetiamo col santo antico: «Insegnami a far
L’altro aspetto della nostra
relazione con la volontà di Dio è quando in qualcosa “non discerniamo” subito qual’è
Anche qui ci deve sostenere la preghiera, in maniera che possiamo essere illuminati ed accertati. Ma occorre sincerità d’intenti.
Paolo dice: «E non vi conformate
a questo secolo, ma siate trasformati
mediante il rinnovamento della vostra mente, affinchè conosciate per esperienza
qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e
perfetta volontà» (Romani
12:2).
Nella Scrittura abbiamo
linee direttrici della Volontà di Dio, come i cartelli della segnaletica
stradale; lo Spirito Santo è l’istruttore che ci ammaestra e ci guida nella
strada giusta, sia nel riconoscere i cartelli, sia dove non c’è sufficiente
segnaletica.
Egli tiene la divina
bussola che indicherà costantemente il “nord”
della Volontà di Dio.
Talvolta il Signore
lascia anche trascorrere del tempo senza indicarci con chiarezza il Suo Volere,
e permette anche di farci fare delle amare esperienze che serviranno da pungoli
al nostro cuore affinché non ci insuperbiamo e
ricerchiamo umilmente
Gesù afferma che le Sue
pecore Lo seguono perché conoscono
«Ma un estraneo non lo
seguiranno; anzi fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei» (Giovanni 10:5).
I sinceri, gli umili, “pecore
di Gesù”, anche se in qualche modo sono stati per un tempo a seguire
l’estraneo, vengono liberati, perché “se ne fuggiranno da lui”.
Gli umili sentono
l’attrazione dell’umile per eccellenza, di Gesù.
Prima
o poi saranno con Lui e di Lui!
Fare
In essi
si svilupperà viva e chiara la volontà di bene.
Bene ultimo, finale
delle anime, e bene anche nel corpo: beneficheranno molti spiritualmente ed
anche materialmente.
In molti credenti, sia
pure dotati d’intelligenza e doni dall’Alto, è poco, pochissimo sviluppata la volontà di bene. Abbondano le
volontà fiacche, che si arrendono alle prime difficoltà.
“Si”, molte volte esclamano nella preghiera, “Ti servirò, Signore...”, e poi, appena immersi nella vita di tutti
i giorni non oppongono nessuna resistenza alla volontà di questo secolo o alla
volontà invadente di qualcuno che li condiziona, per cui
non compiono più quella volontà di
Dio ch’essi si prefiggevano di ubbidire.
Solo nell’ubbidire e
nel fare
E il Figliuol
di Dio ci vuole fare liberi! (Giovanni 8:36).
Gesù, come termine di
paragone c’insegna nella preghiera: «Sia fatta
Non abbiamo un trattato
nel quale ci viene descritto com’è fatta la volontà di
Dio nel cielo, però lo Spirito Santo ce lo fa sentire chiaramente nel cuore,
come le creature celesti fanno
«Benedite l’Eterno, voi
Suoi angeli, potenti e forti, che fate ciò Ch Egli dice, ubbidendo alla voce
della Sua Parola».
Ubbidiscono non solo a
ciò ch’Egli dice, ma stanno attenti ed ubbidiscono
alle inflessioni della Sua voce!
«Benedite l’Eterno, voi
tutti gli eserciti Suoi, che siete Suoi Ministri, e
fate ciò che gli piace!» (Salmo 103:20-21).
Sono piccoli cenni ma
che dicono molto ai volenterosi per capire come viene
fatta la volontà di Dio in cielo.
Il lettore può vedere
da se i tanti passi della Scrittura al riguardo, specie nell’Apocalisse.
Ecco: buona norma è per il credente chiedersi: quel che sto
dicendo, quel che sto facendo è secondo la volontà di Dio?
Sto ubbidendo a Dio?
Nel silenzio, lungi dai
rumori del mondo, avrà delle indicazioni nel suo cuore.
«Il mio cuore mi dice
da parte Tua: Cercate
V’è grande
promessa a chi ubbidisce a Dio.
«Non chiunque mi dice:
“Signore, Signore” entrerà nel Regno
dei cieli, ma chi fa
Così dice Gesù.
Così vogliamo fare.
Meno parole e più
fatti.
Compiendo con gioia la
volontà del Padre celeste.
Così come gli angeli la
fanno in cielo.
Amen.
Capitolo Sesto
IL PANE QUOTIDIANO
«Dacci oggi il nostro
pane cotidiano» o “necessario” è la quarta petizione del Padre nostro.
In Luca ha: «Dacci
di giorno in giorno il nostro pane cotidiano».
Il pane è l’alimento
base e necessario per l’alimentazione del nostro organismo.
Il grano contiene (nella
misura che nessun altro alimento possiede) tutte le sostanze bilanciate di cui
il corpo ha bisogno: proteine, vitamine, amido, zucchero, acidi, sali ecc...
Il pane di frumento è
di facili digeribilità, di gusto appetitoso, ed è il solo cibo che non viene
mai a noia, da bambini alla vecchiaia.
Ogni altro cibo, se si
è costretti a mangiarlo per parecchi giorni di seguito, viene a disgusto.
Il pane mai!
E guai se viene a
mancare il pane!
La richiesta di bimbi
piangenti mentre si aggrappano alle vesti della mamma “voglio il pane” è tra i lamenti più penosi che possono giungere
all’orecchio; ed un padre che non può dare il pane al figlioletto che piange, è
colpito da uno dei dolori più strazianti che attraversano il cuore umano.
Quante storie dolorose
per un pezzo di pane!
Quanti sacrifici, quante umiliazioni e mortificazioni “per non perdere il pane”!
Ricordo, quand’ero
ragazzetto, una mattina vidi dell’assembramento nella via principale del paese:
un uomo aveva rubato dalla vetrinetta del fornaio un pane, uno di quei pani rotondi di un chilogrammo circa, per portarlo ai bimbi
affamati.
Dice, a proposito del
pane, F.D. Guerrazzi: «Il
pane: ago magnetico che conduce più bestialmente delle stesse bestie l’armento
dei figli di Adamo; sasso che la necessità lega al
collo ad ogni nobile sentimento per affogano nell’inferno del male» (Beatrice Cenci, IX).
Quant’è dolce e riposante
invece la semplice e sublime preghiera di Gesù nel farci richiedere a Dio, al
Padre che conosce i nostri bisogni: «Dacci oggi il nostro pane cotidiano!».
Ora, visto il bisogno primario del pane materiale, Gesù, per indicare
il bisogno ancora più importante, quello dell’anima, si serve proprio della
figura del pane per indicare agli uomini qual’è
la sola sostanza che può soddisfare il bisogno dell’anima, cioè Lui stesso.
«In verità Io vi dico che non Mosè vi ha dato il
pane che viene dal cielo, ma il Padre Mio vi dà il vero pane che viene dal
cielo. Poiché il pan di Dio è quello che scende dal
cielo e dà vita al mondo. Io sono il pan della vita:
chi viene a Me non avrà fame, e chi crede in Me non avrà sete» (Giovanni 6:32-35).
E un po’ più oltre dice:
«Io sono
il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno; e il pane che darò è
I Giudei si
scandalizzarono a queste parole, dicendo: «Come mai può costui darci a
mangiare la sua carne?».
Ma Gesù insiste sulla necessità di mangiare
Notare bene le parole
di Gesù: “mangiare la carne del Figliuol
dell’uomo”.
Questo “mangiare” è assimilare la vita stessa di
Gesù.
Non è, come molti
pensano, una semplice immagine, un’idea astratta, ma è una realtà. E cioè, “ricevere vita”,
“sostanza spirituale” sull’onda dello
Spirito, ricevere vita di e da Gesù. Proprio come l’onda sonora, partendo
dall’emittente radio arriva all’apparecchio ricevente e la nostra radio
comincia a parlare o suonare, così dobbiamo ricevere vita nella “comunione”
col Figliuolo di Dio.
Ovviamente è necessario
che la nostra radio sia efficiente, che abbia la carica delle batterie o della energia elettrica; e questo equivale al “credere” ed avere “fede” in Gesù.
Questa è la parte
dell’uomo.
Dal canto suo la “trasmittente” della grazia è efficiente
e potente, e questa è la parte di Dio la quale non
viene mai meno. Ecco, esemplificato con semplice immagine, il
mistero del mangiare il pane che viene dal cielo.
Questa comunione poi
trova il suo momento più intensivo nella celebrazione della Santa Cena
istituita da Gesù: «...preso del pane, rese grazie, lo ruppe e lo diede
loro dicendo: Questo è il Mio corpo il quale è dato
per voi: fate questo in memoria di Me»
(Luca 22:19-20).
Eppure, il pane che viene dal
cielo deve passare per la terra. «In verità, in verità Io vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non
muore, riman solo; ma se muore, produce molto frutto»
(Giovanni
12:24).
Il Figliuol
di Dio venuto dal cielo deve divenire Figlio dell’Uomo, carne, e morire. Solo
così può portare frutto e divenire pane di vita eterna.
E Lui, Gesù, l’ha fatto
tutto questo! Perciò quel Suo dire: «se non mangiate la carne del Figiluol dell’Uomo...., non avete
la vita in voi».
Il Figlio di Dio, seme di vita celeste, si mescola con la
terra, incarnazione, che equivale a morte ed arriva alla morte in croce, e così
può produrre la vita, vita di risurrezione potente che
non teme più la morte!
L’uomo però deve
assimilare questa vita del Dio-Uomo, questa vita
vittoriosa dell’Uomo-Dio per avere tramite Lui la vita celeste!
«Io sono
la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora
in Me e nel quale Io dimoro porta molto frutto; perché senza di Me non potete
fare nulla» (Giovanni 15).
Ora cos’è questo “mangiare”: leggere
Certamente è anche
leggere
Quando Iddio parlò ad Adamo circa le conseguenze della disubbidienza al Suo
comando, nominò per la prima volta il pane: «Perché hai dato ascolto alla
voce della
tua moglie e hai mangiato del frutto dell’albero circa il
quale Io t’avevo dato quest’ordine: Non ne mangiare,
il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti
i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai
l’erba dei campi; mangerai il pane col sudor del tuo volto, finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto;
perché sei polvere, e in polvere ritornerai» (Genesi 3:17-19).
La disubbidienza alla
Parola di Dio produsse turbamento ed alterazione nell’ordine della creazione; vi
è l’accenno al duro lavoro, ma anche alla nutrizione del pane. Si, Iddio
che già annunzia la venuta di Colui che avrebbe
schiacciato la testa del serpente, la venuta cioè di Gesù,
L’uomo fisicamente
mangerà il pane tutti i giorni del suo pellegrinaggio
terrestre, finché ritorna alla polvere; ma è piaciuto alla Provvidenza che
l’uomo mangi altresì del Pane della Vita tutti i giorni fino a che si riduca in
polvere di umiltà.
Solo nell’uomo nel
quale va penetrando la vita del Figlio di Dio viene
demolita ogni superbia, ogni vanità e sete di potere per cui tanti guai
avvengono nel mondo.
Più l’uomo mangia,
assimila la vita del Figliuol dell’uomo, più si va
riducendo e riducendo fino a scomparire, e a
scomparire ai propri occhi: seppellito, scomparso.
E scompare persino ai
propri gemiti e ad eventuali rimorsi, perché nel Sangue di Cristo trova contemporaneamente
morte a se stesso e vita in Lui!
E così si va compiendo
il mistero di morte e resurrezione, il granello di frumento che muore e si
trasforma in nuova pianta di vita trionfante: Vita di Risurrezione!
Certamente, assieme al pane
ci sono piatti di erbe dei campi, erbe amare di
sofferenza ed esperienze varie, ma se ci accostiamo sempre più a Gesù come
bisognosi, abbiamo il privilegio di mangiare il Pane del cielo giorno
per giorno, affinchè si compia in noi il meraviglioso disegno di Dio di darci
«Dacci oggi il nostro
pane cotidiano».
Dacci oggi di questo pane cotidiano!
Capitolo Settimo
IL PERDONO DEI PECCATI
La quinta petizione del Padrenostro
riguarda il perdono dei peccati: «…e perdonaci i nostri peccati, poiché
anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore» (Luca 11:4).
Nel linguaggio di Gesù, peccato equivale a debito.
Perdonare i peccati equivale a rimettere, cancellare ogni debito.
Illuminante è a questo riguardo la parabola di Gesù sul servitore spietato in Matteo 18 cioè
di quel tale che aveva accumulato nei confronti del Re un debito di diecimila
talenti, una somma favolosa per pagare la quale non sarebbe bastata tutta la
vita di lavoro suo e della sua famiglia; somma però che il Re condonò di buon
cuore perché il servo gli si era prostrato davanti implorando
Però questo tale, uscito dalla
Presenza del Re e trovato un suo conservo che gli
doveva la misera somma di appena cento denari, benché questi gli si fosse
buttato ai piedi implorando pietà e pazienza perché lo avrebbe pagato, non
aveva voluto ascoltare ragione, anzi lo strangolava dicendo: «Paga quel
che devi!».
Il Re, udito il fatto,
fece chiamare il servo spietato e lo apostrofò: «Malvagio servitore, io t’ho rimesso tutto quel debito perché tu me ne supplicasti;
non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo com’ebbi anch’io pietà di te?»
E il suo signore, adirato, lo diede in man degli aguzzini fino a tanto che avesse
pagato tutto quel che gli doveva.
Oh, la mancanza di
pietà provoca l’ira di Dio!
E Gesù conclude la parabola dicendo: «Così vi farà anche il
Padre Mio celeste, se ognun di voi non perdona di cuore al proprio fratello» (Matteo 18:35).
Il peccato è la
violazione della legge (1 Giovanni 3:4), è l’infrazione alla legge morale che Dio
ha messo in ogni uomo (Romani 2:14-15),
e
L’infrazione della
legge morale è offesa contro a Dio, un debito dunque che bisogna pagare o
soddisfare.
Dio ci perdona o
rimette i peccati, ma è Lui stesso che s’impegna e s’è impegnato di
“pagare” i nostri debiti, cioè di riparare i soddisfare
Gesù Cristo, il Figliuol di Dio è venuto in questo
mondo a distruggere il peccato pagando Egli stesso per i peccatori (Romani 3:23-26).
Dice S. Pietro: «...ha portato Egli stesso i nostri peccati nel
Suo corpo, sul legno, affinché morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e
mediante le cui lividure siete stati
sanati» (1 Pietro 2:24).
Il perdono dei peccati costa a Dio.
…costa la vita del Suo Figliuolo!
I figliuoli
“perdonati” non possono fare nulla,
non possono “riparare” il guasto, il
disordine causato dal peccato; ma proprio in questo consiste il felice annunzio
dell’Evangelo, cioè della Buona Novella, che Dio non imputa agli uomini i loro
falli, ma che credano ed accettino il Suo Figliuolo, Colui che ha espiato i
peccati degli uomini.
«Dio ci ha riconciliati con Se per mezzo di Cristo e ha dato a noi - dice Paolo - il ministerio
della riconciliazione; in quanto che Iddio riconciliava con Se il mondo in Cristo non
imputando agli uomini i loro falli, ed ha posto in noi la parola della
riconciliazione. Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse
per mezzo nostro; vi supplichiamo nel Nome di Cristo: siate
riconciliati con Dio. Colui che non
ha conosciuto peccato, Egli l’ha fatto esser peccato per noi, affinchè noi diventassimo
giustizia di Dio in Lui» (2 Corinzi 5:18-21).
Ora però il Padre
vuole, esige che i figiluoli “perdonati” almeno abbiano il medesimo sentimento di Lui che è largo
nel perdonare.
Nulla offende tanto il
Suo cuore divino quanto la mancanza di pietà e l’ostilità a perdonare nei “perdonati”.
Questa è lezione
importantissima e basilare per ogni seguace dì Gesù.
Il credente deve sentire non soltanto il dovere di perdonare il proprio
fratello, ma ritenersi canale dell’amore di Dio che, attraverso il perdono,
sfocia a beneficio altrui.
Ecco, il servo spietato
poteva e doveva considerare il debituccio del suo conservo
conglobato e perdonato nel fiume del proprio perdono ottenuto dal Re. Ma non l’ha fatto, e da ciò la sua condanna.
Se consideriamo ora la
preghiera del Padrenostro in Matteo, notiamo che subito dopo Gesù dice: «Poiché
se voi perdonate agli uomini i
loro falli, il Padre vostro celeste perdonerà
anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro
perdonerà i vostri falli» (Matteo
6:14-15).
Perché questa insistenza del Maestro su questa richiesta fra tutte
le altre del Padrenostro?
Ma perché è proprio qui
che si caratterizza la fisionomia dei figliuoli di
Dio, se rassomigliano al Padre celeste ovvero si manifestano di altra natura.
É qui che scorgiamo la
vera natura del “perdonato”, non solo
se è figlio del Perdonatore e perciò perdonatore anche lui, ma anche nella misura: «E rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo
rimessi ai nostri debitori».
Come hai perdonato tu?
In parte?
In parte ti viene il
perdono dal Cielo.
Hai perdonato, ma non
vuoi salutare il fratello?
Anche il Cielo ti tratterà
così...
Sta a te se vuoi il
saluto degli Angeli o no.
Come tu tratti gli altri, sarai trattato dal Cielo...
Non è il Padre che non
vuole perdonare i tuoi peccati, ma sei tu che non vuoi ottenere il perdono dal
Padre, per la tua durezza di cuore. Perciò il Padre, per disciplinarti e
portarti nel Suo Regno d’Amore ti costringe a perdonare e ti dice: Figliuolo, come
tu perdoni il tuo fratello, così ti perdono Io. Se tu non perdoni, m’impedisci di perdonarti; ma se tu perdoni di cuore il tuo simile, è proprio
quello ch’Io voglio fare con te, perdonarti come Io so
perdonare: di cuore.
O Padre, perdonaci come
Tu solo sai perdonare, ed aiutaci a saper perdonare,
perché abbiamo capito che dobbiamo perdonare di cuore.
Capitolo Ottavo
L’ultima petizione
della preghiera “Padrenostro” è: «e
non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal
maligno».
Vero è che molte anime
pie vi vedono due richieste: una “non ci esporre alla tentazione” e l’altra “ma liberaci dal maligno”; ma per
l’intima connessione tra le due, riteniamo una sola la richiesta: forza da
resistere alla tentazione e, nello tesso tempo, aiuto per essere liberati dal
male.
Il senso di “tentazione” nella Scrittura, e nella
vita, ha molte volte significato di “prova”.
Gesù è condotto dallo
Spirito nel deserto «per essere
tentato dal diavolo» (Matteo 4:1).
Giobbe è fortemente provato e tentato da satana dopo che questi
ottiene da Dio il permesso di agire con ogni mezzo per provocare il patriarca a
peccare e ribellarsi contro a Dio.
San Giacomo dice che è «beato l’uomo che sostiene la prova, perché
essendosi reso approvato,
riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che l’amano»
(Giacomo
1:12). Anzi, Diodati qui traduce: «beato l’uomo che soffre tentazione ecc...». E,
nell’epistola agli Ebrei, tutti conoscono la profonda lezione sulle prove
contenuta nel capo 12, perché la prova è presentata a scopo di correzione e di
disciplina, affinchè siamo partecipi della santità di Dio (v. 10).
Dunque, nel senso di prova, non si comprende che Gesù
insegni a pregare “non ci esporre alla tentazione”, perché
equivarrebbe a “non ci provare”.
Se la prova è una
necessità onde essere disciplinati e fatti figliuoli
legittimi, non dei bastardi (v. 8),
non si può pregare di non essere provati. Ma se nella prova, o più
esattamente “tentazione”, scorgiamo
quella segreta inclinazione al male, quella tendenza a lasciarsi affascinare
dalle voglie della carne, allora si, è necessaria ed urgente la richiesta “non ci esporre alla
tentazione, ma liberaci dal male”.
Certamente, l’azione di
satana è quella di favorire le occasioni per adescare al peccato, ma l’anima
pia si sforzerà di sventare e fuggire quelle occasioni, anziché pigramente
lasciarsene coinvolgere.
Colui o colei che sa di
avere un “debole” per la vanità e le
attrazioni carnali, se invece di evitare, favorisce le
compagnie mondane, ne rimane adescato e preso.
Chi sa di avere un “debole” del facile parlare e sparlare,
se invece di evitare le conversazioni malevoli se ne
lascia trascinare, ricade in quel suo vizio, e poi dovrà subirne abbattimenti e
cose spiacevoli.
San Giacomo dice: «Nessuno, quand’è tentato,
dica: io son
tentato da Dio; perché Dio non
può esser tentato dal male, nè
Egli stesso tenta alcuno; ma
ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo adesca. Poi
la concupiscenza avendo concepito partorisce il peccato; e il peccato, quand’è compiuto, produce la morte» (Giacomo 1:13-15).
Ora, la preghiera di
Gesù “non ci esporre
alla tentazione” mira proprio ad essere salvaguardati e difesi dalla
tentazione.
Gesù prega per i
discepoli: «Io non
ti prego che Tu li tolga dal mondo, ma che Tu li preservi dal maligno» (Giovanni 17:15).
E il credente che prega
“non ci esporre
in tentazione” mentre chiede al Padre di essere protetto e che gli venga
data forza per resistere alla tentazione, si proporrà di essere forte nella
lotta, e di prendere quella forza che il Padre gli dà nell’ora della prova.
Egli sa che dev’essere provato per essere approvato, che deve lottare
per essere vincitore.
«Nessuno sarà coronato
se non avrà legittimamente combattuto» dice Paolo (2 Timoteo 2:5), e tutte le
promesse nelle sette lettere dei capi 2 e 3 dell’Apocalisse sono a chi “vince”.
L’esercizio e la lotta
sviluppano l’organismo dell’atleta portandolo al massimo del suo rendimento e,
dunque, alle conquiste ed alle vittorie. Così è del cristiano che mediante la
prova e la lotta sviluppa le doti spirituali e celesti per il conseguimento
della statura angelica. Ed è così che Paolo, da buon atleta, corre, “ma non in modo incerto”, e lotta al
pugilato, “ma non come battendo l’aria”,
ma per vincere ed ottenere la corona incorruttibile (1 Corinzi 9:24-27).
Ora, nell’esercizio di
“resistenza” contro una determinata
tentazione, questa a poco a poco va perdendo forza, fino a
che, vinta, non avrà più capacità di nuocere.
Chi si studia di
reprimere una frase, una parola sconcia che prima gli era abituale, dopo un pò di esercizio, essa non gli verrà più alla bocca.
Chi si lasciava cullare con compiacimento da pensieri sconvenevoli
o giudicando i propri simili, contrastando in se stesso questo modo di pensare
che dispiace al Signore, vedrà a poco a poco allontanarsi tali pensieri.
Purezza di mente e di
cuore è l’obiettivo cristiano onde partecipare della compagnia dei vittoriosi
che stanno in più sul mare di vetro con l’arpe di Dio
in mano lodando il Signore (Apocalisse
15:2-3).
Ritti, non più
vacillanti come nel mare attuale, felici e resi puri come il cristallo sul mare
di cristallo, cantano il cantico di Mosè ed il cantico
dell’Agnello.
Superate
le lotte, fortificati e sviluppati per mezzo delle lotte, ora, felici, sono in grado di cantare la
gioia del Servo e la gloria del Padrone, la gioia d’ogni servo e la maggior
gloria dell’Agnello!
E intanto, mentre ancora
siamo soggetti a tentazioni e prove, mentre chiediamo di essere protetti
nell’ora della tentazione, chiediamo al Padre: “Liberaci dal male”!
Ora, anche qui
chiariamo: Liberati dal male, o dal maligno?
Sappiamo delle diverse
opinioni degli studiosi, chi preferisce interpretare “dal male” e chi “dal maligno”...
ma è l’una e l’altra cosa: è satana che istiga al male, ed il male è il risultato dell’azione di satana.
Chiedendo al Padre di
essere liberati dal male, chiediamo di essere liberati
e da satana e dalle sue operazioni diaboliche.
Il Signore, che «ha
gli occhi troppo puri per sopportare la vista del
male» (Habacuc 1:13), vuole
che i Suoi figliuoli raggiungano tale purezza, di non sopportare neppure la
vista del male. E poiché il male in questo basso mondo
spesso sembra come un mare in tempesta che tutto vuole travolgere ed
inabissare, attorno e dentro dell’anima, sorge potente il grido d’invocazione,
suscitato dallo Spirito Santo, grido d’aiuto verso il Padre: Liberaci dal male!
A volte le forze
nemiche, gli spiriti della malvagità che sono nell’aria (Efesini 6:12), assalgono
all’improvviso, come avvenne ai discepoli sulla barca, «e calò sul lago un turbine di vento, talché la
barca s’empiva d’acqua ed essi pericolavano» (Luca 8:23), così le minacciose
forze delle tenebre mettono in pericolo i credenti.
Ma come i discepoli
svegliarono Gesù: «Maestro, Maestro, noi periamo! ed Egli, destatosi, sgridò il vento e i flutti
che s’acquetarono,
e si fè bonaccia»,
così avverrà ai figliuoli di Dio che gridano a Lui:
Liberaci dal male!
Quanto alla nota dossologica «Poiché a Te
appartengono il regno, la potenza e la
gloria, in sempiterno. Amen.» riportata in Matteo 6 soltanto da qualche versione antica,
quale
Pure osserviamo che la
petizione finale la quale chiude la meravigliosa preghiera di Gesù con la
richiesta: “Liberaci dal male”, è
quanto di più sacro e solenne si possa chiedere al Padre. Essa da sola
s’innalza e c’innalza come in un poderoso volo
d’aquila che ci stacca dalla terra sulle possenti ali della preghiera: liberaci dal male!
“Liberaci...” ci accomuna a tutti gli
uomini, a tutti i fratelli...
La liberazione del mio
fratello è anche mia liberazione, e la mia liberazione
è anche quella del mio fratello. Perché, qual gioia
sarebbe la mia liberazione se non ci fosse quella del mio fratello? Anzi sarebbe una gioia incompleta e guasta per la mancata
liberazione del mio fratello; ma la sua liberazione renderà perfetta e completa
la mia gioia!
“Liberaci dal male!”
Noi, povere creature,
fragili, mentre siamo in questi corpi di carne abbiamo
bisogno di aiuto lottando contro il male. E questo aiuto
ce lo puoi dare soltanto Tu, o Padre! Il male, che ci ha feriti ed uccisi, ora sappiamo quanto sia brutto, per cui vogliamo estraniarci da
esso, e che diventi estraneo a noi. Perciò ora, o Padre, che ci hai perdonati e risuscitati nel Tuo Figliuolo Gesù,
Si, liberaci dal male!
Grazie, Signore.
Amen.
Luciano
Tomasello