UNIONE
E COMUNIONE
Meditazioni
sul Cantico dei Cantici
di
John Hudson Taylor
prefazione
del pastore J. Stuart Holden
PREFAZIONE
Lo scopo di questo
libretto è condurre il devoto studente delle Scritture nei pascoli verdi del
Buon Pastore, alla sala dei banchetti del Re, e al servizio nella Vigna. Esso è
il retaggio di Hudson Taylor per la Chiesa. Sotto la potenza di un’evidente
unzione dello Spirito Santo, egli ha spiegato con linguaggio semplice la
profonda verità dell’unione personale del credente con il Signore, che sotto
simboli e immagini è il soggetto trattato nel Cantico dei Cantici. E nel far
questo egli ha fornito una guida sicura a uno dei libri più trascurati e meno
compresi delle Sacre Scritture. Infatti molti, perplessi a causa della ricchezza
di linguaggio e abbondanza di simbolismi, hanno detto come l’etiope di cui parla
il Vangelo: “Come posso comprendere se nessuno mi fa da guida?”. Possiamo
affermare con sicurezza che queste pagine non mancheranno di aiutare e benedire
tali persone.
Le parole di Hudson
Taylor indicano la possibilità e la felicità dell’unione del credente con
Cristo, e la sua intera vita dimostra come per lui sia stata realmente
un’esperienza attuale. Egli visse come uno che “appartiene ad un Altro, cioè a
Colui che è risuscitato dai morti” (Romani 7:4); e come risultato di
quell’unione egli ha portato frutto per Dio. Il modo in cui egli ha vissuto ha
confermato quello che ha scritto. Inevitabilmente ci saranno alcuni che
leggeranno e rigetteranno queste parole, bollando come mistico e irrealizzabile
quello che invece è così importante per la comunione con il Signore. Vorrei,
comunque, azzardarmi a ricordare a tali persone che lo scrittore delle pagine
che seguono ha fondato la China Inland Mission (missione per l’entroterra della
Cina). Ha tradotto la sua visione dell’Amato nello strenuo servizio di tutta la
sua vita, e l’ha mantenuta così viva attraverso tutti quegli anni che
difficilmente possiamo trovare un parallelo in questi nostri
giorni.
I seguenti brevi
capitoli proclamano l’Evangelo come risultato dell’esperienza, e tracciano
alfine un sentiero attraverso questa porzione della Parola di Dio, che condurrà
coloro che lo percorreranno nella gioia del Regno
dell’Emmanuele.
J.
STUART HOLDEN
St.
Paul's, Portman Square, Londra.
1
Giugno 1914.
IL
CANTICO DI SALOMONE
INTRODUZIONE
Il meraviglioso fine
verso cui tendono tutte le benedizioni di Dio ci è rivelato nel quindicesimo
capitolo della prima epistola di Paolo ai Corinzi: “Affinché Dio sia tutto in
tutti”. Tale affermazione è concorde con l’insegnamento che il nostro Signore ci
dà in Giovanni 17:3: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero
Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo”. Sapendo queste cose,
comportiamoci con saggezza tenendole sempre presenti nella vita di tutti i
giorni e studiando la santa Parola di Dio.
Tutta la Scrittura è
ispirata da Dio ed è utile, e dunque nessuna parte di essa è, o può essere,
trascurata senza perdere qualcosa di prezioso. Una delle parti della Parola che
aiuteranno maggiormente i credenti diligenti ad approfondire questa
importantissima “conoscenza di Dio” è il fin troppo trascurato “Cantico di
Salomone”. Come le altre porzioni della Parola di Dio, anche questo libro può
risultare difficile da comprendere; e del resto ciò accade con tutte le opere di
Dio. Il fatto stesso che, senza l’aiuto del Signore, l’intelletto dell’uomo non
riesca a sondarle e a comprenderle, non è forse una prova della divinità del
loro autore? Può un fragile uomo pensare di afferrare la sapienza divina, o
capire e interpretare le opere della provvidenza dell’Altissimo? E se no, ci
sorprende forse che anche la Sua Parola necessiti della divina sapienza per la
sua interpretazione? Grazie siano rese a Dio, per l’illuminazione dello Spirito
Santo che è promessa a tutti coloro che la ricercano: cos’altro potremmo
desiderare?
Letto senza la chiave
d’interpretazione, il Cantico è particolarmente difficile da comprendere, ma
tale chiave si trova facilmente negli insegnamenti del Nuovo Testamento. La
“Parola fatta carne” è la vera chiave alla Parola scritta; ma ancor prima
dell’incarnazione, il credente troverà negli scritti profetici dell’Antico
Testamento un aiuto importante per discernere i sacri misteri di questo libro;
poiché lì leggiamo che a Israele veniva insegnato che il suo Creatore era anche
suo Marito. Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti, identificò lo Sposo nella
persona di Cristo, e disse, “Colui che ha la sposa è lo sposo, ma l’amico dello
sposo, che è presente e l’ode, si rallegra grandemente alla voce dello sposo;
perciò questa mia gioia è completa” (Giovanni 3:29). Paolo, nel quinto capitolo
dell’Epistola agli Efesini, va ancora oltre, insegnando che l’unione di Cristo
con la Sua Chiesa, e la dipendenza di quest’ultima da Lui, è alla base della
stessa relazione che c’è tra gli sposi nel matrimonio.
In Salomone, il re
sposo, nonché autore di questo poema, abbiamo un tipo del nostro Signore, il
vero Principe della pace, nel Suo regno che sta per venire. Allora sarà fondato
non soltanto sulla Sua sposa, la Chiesa, ma anche su quelle persone devote, Suoi
servitori, sulle quali Egli regnerà gloriosamente. Allora i sovrani di regni
lontani porteranno i loro beni, e ammireranno la gloria del Re, mettendolo alla
prova con difficili domande, come fece la Regina di Sceba con Re Salomone (1 Re
10:1); benedetti coloro ai quali tale privilegio sarà accordato! Un breve
sguardo sarà loro sufficiente per tutta la vita; ma quanto sarà grande la
dignità reale e il benedetto splendore della sposa risorta ed esaltata! Per
sempre col suo Signore, per sempre come il suo Signore, per sempre consapevole
che il Suo desiderio è rivolto verso di lei, essa condividerà il Suo cuore e il
Suo trono. Può uno studio che ci aiuti a comprendere questi misteri della grazia
e dell’amore non essere della massima importanza?
È interessante notare
il contrasto tra questo libro e quello che lo precede. Il libro dell’Ecclesiaste
insegna con enfasi che “Vanità delle vanità, tutto è vanità” (Ecclesiaste 1:3):
esso è dunque la necessaria introduzione al Cantico di Salomone, che ci mostra
come possedere la vera benedizione e soddisfazione. Nella stessa maniera
l’insegnamento del nostro salvatore Gesù Cristo nel quarto libro di Giovanni ci
mostra l’inutilità delle cose materiali, in netto contrasto con la grandezza
delle benedizioni che scaturiscono dalla presenza dello Spirito Santo (il cui
compito è quello di rivelare non Se stesso, ma Cristo quale Sposo dell’anima del
credente); “Chiunque beve di quest’acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve
dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò
diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna” (Giovanni
4:13).
Studieremo il libro
suddividendolo in sei parti:
1. La Vita Insoddisfatta e il Rimedio ad
Essa (Capitolo 1:2 -
2:7).
2. Comunione Infranta. Ristorazione (Capitolo 2:8 -
3:5).
3.
Comunione Ininterrotta (Capitolo 3:6 -
5:1).
4. Comunione di Nuovo Infranta.
Ristorazione (Capitolo 5:2 -
6:10).
5. I Frutti dell’Unione Riconosciuta (Capitolo 6:2 -
8:4).
6. Comunione Senza Limiti (Capitolo 8:5 -
8:14).
In ciascun capitolo
parleranno talvolta la sposa, altre volte lo Sposo, o ancora le figlie di
Gerusalemme; solitamente non è difficile capire chi stia parlando. La sposa si
riferisce allo Sposo chiamandolo “il suo Amato”; lo Sposo parla di lei
chiamandola “il Suo amore”, mentre le figlie di Gerusalemme si riferiscono alla
sposa in diverse maniere. Nelle prime quattro sezioni la chiamano “la più bella
fra le donne”, ma nella quinta viene chiamata “Sulamita”, o sposa del Re, e
anche “figlia di Principe”.
Chi vorrà studiare questo libro tenga
presente che la sposa è colei che parla per la maggior parte delle sezioni 1 e
2, e si può notare quanto sia occupata di se stessa; ma nella sezione 3, dove la
comunione è ininterrotta, non parla molto, anzi è lei ad ascoltare; le figlie di
Gerusalemme fanno un lungo discorso, e lo Sposo desidera la sua amata. In questa
sezione, Egli la chiama per la prima volta “mia sposa”. Nella sezione 4, è di
nuovo la sposa a parlare, ma dopo la sua ristorazione lo Sposo si rivolge a lei
e non la rimprovera. Nella sezione 5, notiamo che la sposa non è più chiamata
“la più bella fra le donne”, ma dice di essere, e viene riconosciuta, come la
sposa del Re. Nella sezione 6, lo Sposo dice di conoscerla fin dalla sua
nascita, e non soltanto dal giorno delle nozze, proprio come Dio parla di
Israele nel capitolo 16 del libro di Ezechiele.
Nel
segreto della Sua presenza
Quanto
ama l’anima mia nascondersi!
Oh,
quanto preziose sono le lezioni
Che
imparo stando con Gesù!
Le
preoccupazioni del mondo non potranno più tormentarmi,
Né
potranno le prove abbattermi;
Poiché
quando Satana viene per affliggermi,
Corro
al luogo segreto!
TITOLO
“Il
Cantico dei Cantici di Salomone”.
A ragione questo libro
può essere chiamato il Cantico dei Cantici! Non esiste un cantico pari a questo.
Leggerlo porta gioia al cuore, una gioia che è tanto superiore a quella prodotta
dalle cose terrene quanto sono alti i cieli al di sopra della terra. È stato
detto giustamente che questo è un cantico che solo la grazia può insegnare, e
che solo l’esperienza può apprendere. Il nostro Salvatore, parlando dell’unione
dei tralci con la vite, aggiunge, “Vi ho detto queste cose, affinché la mia
gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa” (Giovanni 15:11). E anche
gli amati discepoli, scrivendo di “Colui che è dal principio”, che era col Padre
ed è stato manifestato a noi affinché possiamo partecipare alla comunione nella
quale Egli viveva, dicono, “Vi scriviamo queste cose affinché la vostra gioia
sia completa” (1 Giovanni 1:4). Unione con Cristo, e dimorare in Cristo, di che
altro dovremmo preoccuparci? Pace, pace perfetta; riposo, riposo costante;
risposte a tutte le nostre preghiere; vittoria su tutti i nostri nemici; una
vita pura, santa; e frutti sovrabbondanti. Tutte, tutte queste cose sono il
gioioso risultato del dimorare in Cristo. Approfondire questa unione, e renderla
ancora più costante, è lo scopo di questo prezioso Libro.
PARTE
1
LA
VITA INSODDISFATTA E IL RIMEDIO AD ESSA
Cantico
dei Cantici 1:2 - 2:7
Non c’è alcuna
difficoltà nel riconoscere la sposa come colei che sta parlando nei versi 2-7.
Le parole non sono quelle di uno che è spiritualmente morto nelle trasgressioni
e nei peccati, al quale il Signore appare come “una radice da un arido suolo,
senza figura né bellezza”. Al contrario, chi sta parlando ha gli occhi aperti
per ammirare la Sua bellezza, e desidera una comunione maggiore nel Suo
amore.
Mi
baci egli dei baci della sua bocca,
Poiché
le tue carezze sono migliori del vino.
È bene che sia così;
questo è un segno distintivo dello sviluppo della vita della grazia nell’anima.
Questa esperienza è frutto dell’opera divina che produce il desiderio della
manifestazione della Sua presenza, del Suo amore. Non è sempre stato così per la
sposa. Un tempo ella era soddisfatta in Sua assenza; altre persone e altre
occupazioni la impegnavano; ma ora non potrà mai più essere così. Il mondo non
potrà mai più essere per lei quello che era un tempo; la sposa ora ama il suo
Signore, e nessun’altra compagnia all’infuori della Sua può soddisfarla. Le Sue
visite possono essere occasionali e brevi, ma sono preziosi momenti di gioia.
Ella ripensa teneramente a quei momenti, e anela al prossimo incontro. Non
esiste soddisfazione nella Sua assenza, eppure, Egli non è sempre con lei, ma va
e viene. Ora la sua gioia in Lui è come il paradiso in terra; ma poi di nuovo
cerca, cerca invano la Sua presenza. Come una mutevole marea, la sua esperienza
è fatta di alti e bassi; forse l’ansietà è la regola, e la soddisfazione è
l’eccezione. Non esiste aiuto per questa situazione? Continuerà sempre così? Può
Egli aver creato questo desiderio inestinguibile solo per illuderla? Certamente
no. Eppure non ci sono tanti nel popolo del Signore, la cui esperienza abituale
corrisponde con la sua? Essi non conoscono il riposo e la gioia di dimorare in
Cristo, e non sanno come raggiungerli, né il motivo per cui non ci riescono. Non
sono forse tanti quelli che guardano indietro ai tempi piacevoli del loro
fidanzamento con lo Sposo, quelli che anziché crescere ancora nella conoscenza
di Cristo, consci di aver perduto il loro primo amore, possono esprimere la loro
esperienza con il triste lamento:
Dov’è la felicità che conobbi
Quando per la prima volta incontrai il Signore?
Altri, ancora, che
forse non hanno perduto quel loro primo amore, a mano a mano che Egli cresce e
che il mondo diminuisce di importanza nella loro vita, trovano sempre più
insopportabili le occasionali interruzioni nella loro comunione. La Sua assenza
è un dolore sempre maggiore. “Oh, se sapessi dove trovarLo! Mi baci egli dei
baci della sua bocca, poiché le tue carezze sono migliori del vino. Se solo
il Suo amore fosse forte e costante come il mio, cosicché Egli non allontanasse
mai la luce del Suo volto!”.
Quale errore, in
questo ragionamento! Un amore più forte del tuo ti aspetta, e desidera essere
soddisfatto. Lo Sposo ti sta aspettando in ogni momento; le condizioni che
impediscono che Egli ti raggiunga sono prodotte proprio da te. Disponiti a
cercarLo nel modo giusto, ed Egli sarà impaziente, e ben felice, di soddisfare
il desiderio dell’anima tua, e di venire incontro a ogni tua necessità. Cosa
penseremmo di una donna fidanzata, la cui presunzione e ostinatezza impedissero
non solo la realizzazione della propria gioia, ma anche di quella dell’uomo a
cui ella ha dato il suo cuore? Sebbene ella non riesca ad essere in pace in sua
assenza, ciononostante non ha piena fiducia in lui; e non vuole abbandonare il
suo nome, i suoi diritti e proprietà, la sua volontà a colui che è diventato
necessario per la sua felicità. Lo vorrebbe volentieri tutto per sé, ma senza
dare tutta se stessa a lui; ma ciò non potrà mai essere: se vuole conservare il
proprio nome, non potrà mai rivendicare quello di lui. Ella non può promettere
di amarlo e onorarlo se non promette anche di obbedirgli: e fino a quando il suo
amore non raggiungerà il punto di arrendersi, rimarrà un’amante insoddisfatta;
ella non può, come una sposa felice, trovare riposo in casa di suo marito.
Fintanto che continuerà a rimanere attaccata alla propria volontà, e ai propri
beni materiali, dovrà accontentarsi di vivere con quelle cose: non può reclamare
quelle di suo marito.
Ci potrebbe mai essere
una prova dell’estensione e della realtà della caduta dell’uomo, più triste di
quella radicata mancanza di fiducia verso il nostro amorevole Signore e Maestro,
e che ci fa esitare ad abbandonarci completamente a Lui, per timore che Egli
possa chiederci qualcosa di troppo difficile, o di troppo importante per noi? Il
vero segreto della vita insoddisfatta risiede troppo spesso in una volontà non
arresa. Che cosa sciocca e sbagliata! Riteniamo di essere più saggi di Lui? O
forse l’amore che noi abbiamo per noi stessi è più tenero e forte del Suo verso
di noi? O ci conosciamo meglio di quanto ci conosce Lui? Questa nostra mancanza
di fiducia, quanto deve addolorare e ferire nuovamente il tenero cuore di Colui
che è stato per noi “Uomo di Dolore”! (cfr. Isaia 53:3) Cosa proverebbe uno
sposo terreno se scoprisse che la sua eletta sposa avesse paura di sposarlo, per
timore che, una volta sua moglie, lui le rendesse la vita insopportabile? Eppure
quanti credenti trattano il Signore proprio in questa maniera! Non c’è da
meravigliarsi che essi non siano né felici né soddisfatti!
Ma il vero amore non
può restare fermo; esso deve o declinare o crescere. Malgrado tutte le meschine
paure dei nostri miseri cuori, l’amore divino è destinato a conquistare. La
sposa esclama:
I
tuoi profumi hanno un odore soave;
Il
tuo nome è un profumo che si spande;
Perciò
ti amano le fanciulle!
Nessun profumo era
pari a quello col quale il Sommo Sacerdote era unto; e il nostro Sposo è un
Sommo Sacerdote, oltre che Re (cfr. Ebrei 4:14, 5:10, 6:20, ecc.). La sposa
tremante non può allontanare del tutto le sue paure; ma l’inquietudine e il
desiderio di comunione diventano insopportabili, e così ella decide di
arrendersi completamente, e di accettare senza riserve quello che potrà seguire.
Darà tutta se stessa a Lui, e tutto il suo cuore e i suoi possedimenti.
Quand’anche Egli la conducesse con sé verso un altro Moriah, o anche a un
Calvario, ella Lo seguirà.
Attirami
a te!
Noi
ti correremo dietro!
Ma cosa accade in
seguito? Quale sorpresa! Nessun Moriah, né Calvario; al contrario, un Re! Quando
il cuore si sottomette, allora Gesù regna. E quando Gesù regna, c’è
riposo.
E dove conduce la Sua
sposa?
Il
re mi ha condotta nei suoi appartamenti.
Non prima nella sala
delle nozze; quello verrà poi, al momento opportuno. Ma prima desidera restare
solo con Lei.
Quale perfezione!
Potremmo noi essere soddisfatti di incontrare la persona amata soltanto in
pubblico? No; vogliamo poter stare insieme in disparte, noi due
soli.
Così è con il nostro
Signore: Egli conduce la Sua sposa, che ora è pienamente consacrata a Lui, ad
assaporare e gioire della sacra comunione con il Suo meraviglioso amore. Lo
Sposo della Sua Chiesa brama la comunione con il Suo popolo più di quanto essi
bramino la Sua compagnia, e spesso deve gridare:
Mostrami
il tuo viso,
Fammi
udire la tua voce;
Poiché
la tua voce è soave, e il tuo viso è bello.
Non siamo troppo
inclini a cercarLo per le nostre necessità piuttosto che per la Sua gioia e
piacere? Non dovrebbe essere così. Noi non ammiriamo i figli egoisti che pensano
solo a cosa possono ottenere dai propri genitori, e non si curano di procurargli
gioia o di rendergli dei servizi. Eppure non stiamo correndo il pericolo di
dimenticare che piacere a Dio significa fargli piacere, dargli gioia? Alcuni di
noi ripensano ai tempi in cui le parole “piacere a Dio” significavano solo non
peccare contro di Lui, e non rattristarLo; ma l’amore di genitori terreni
potrebbe essere soddisfatto con la mera assenza di disobbedienza? O uno sposo,
se la sua sposa lo cercasse solo quando le servisse qualcosa?
Una parola sulla
preghiera al mattino non credo sia fuori luogo qui. Non esiste tempo speso in
modo migliore di quello che nelle prime ore del mattino possiamo dare solo a
Gesù. Prestiamo sufficiente attenzione a questo momento di preghiera? Se no,
dovremmo ricominciare a praticarla; non c’è niente che possa sostituirla.
Dobbiamo investire del tempo per essere santi! E c’è un’altra cosa: quando
portiamo a Dio le nostre domande, non passiamo oltre nelle nostre richieste,
oppure lasciamo la stanza senza attendere le risposte? Questo non dimostra forse
che non speriamo in una risposta, o che non ne desideriamo una? È così che ci
aspettiamo di essere trattati? Attendere Dio in silenzio salverebbe dal
commettere molti sbagli e da molte sofferenze.
Abbiamo visto che la
sposa ha fatto la felice scoperta che ad attenderla c’era un Re - il suo Re - e
non una croce, come si aspettava; questa è la primizia dei frutti della
consacrazione.
Noi
gioiremo, ci rallegreremo a motivo di te;
Noi
celebreremo le tue carezze più del vino!
A
ragione sei amato!
Un’altra scoperta non
meno importante l’aspetta. Ella ha visto il volto del Re, e come il sole che
sorge rivela ciò che era nascosto nell’oscurità, così la Sua luce ha rivelato
alla sposa ciò che il lei è oscuro: “Sono scura”, ella grida. “Ma bella”,
interviene lo Sposo, con grazia e tenerezza, “come le tende di Chedar, come i
padiglioni di Salomone”. Niente umilia maggiormente l’anima come la sacra e
intima comunione col Signore; ma c’è una dolce gioia nel sentire che Egli
conosce tutto e, ciò nonostante, ci ama lo stesso. Le cose che una volta
chiamavamo “piccole negligenze” ora le vediamo con nuovi occhi “nel segreto
della Sua presenza”. Lì vediamo lo sbaglio, il peccato, il non prenderci cura
della nostra vigna. La sposa confessa:
Non
guardate se sono scura;
È
il sole che mi ha abbronzata;
I
figli di mia madre si sono adirati contro di me;
Mi
hanno fatta guardiana delle vigne,
Ma
io, la mia vigna, non l'ho custodita.
La nostra attenzione
qui è portata su un pericolo preminente in questi giorni: l’intensa attività dei
nostri tempi può portare allo zelo nel servizio, ma a trascurare la comunione
personale; e tale noncuranza non solo ridurrà il valore del servizio, ma ci
renderà incapaci verso il servizio maggiore. Se badiamo alle anime degli altri,
e trascuriamo la nostra, se stiamo cercando di togliere la pagliuzza dall’occhio
del nostro fratello, senza badare alla trave che è nel nostro, saremo spesso
delusi dalla nostra impotenza ad aiutare i nostri fratelli, e il nostro Signore
non sarà meno deluso di noi. Non dimentichiamo mai che quello che siamo è più
importante di quello che facciamo; e che ogni frutto nato quando non dimoriamo
in Cristo deve essere frutto della carne, e non dello Spirito. Il peccato del
trascurare la comunione con il Signore può essere perdonato, ma il suo effetto
rimane permanentemente; come quelle ferite che pur quando guariscono lasciano
spesso una cicatrice.
Veniamo ora a una
dolcissima prova della realtà dell’unione della sposa con il suo Signore. Ella è
uno con il Buon Pastore: ora il suo cuore si rivolge istintivamente alla cura
del gregge, calcando le orme di Colui che la sua anima ama, e non lavorerebbe
mai senza di Lui, o in altra compagnia al di fuori della
Sua:
O
tu che il mio cuore ama,
Dimmi
dove conduci a pascolare il tuo gregge,
E
dove lo fai riposare sul mezzogiorno.
Infatti,
perché sarei io come una donna sperduta,
Presso
le greggi dei tuoi compagni?
Ella non confonde la
compagnia dei Suoi servitori con quella del loro Padrone.
Se
non lo sai, o la più bella delle donne,
Esci
e segui le tracce delle pecore,
E
fa’ pascolare i tuoi capretti
Presso
le tende dei pastori.
Queste sono le parole
delle figlie di Gerusalemme, e danno una risposta corretta alle sue domande.
Lasciatele mostrare il suo amore per il suo Signore nutrendo le Sue pecore, e
prendendosi cura dei Suoi agnelli (cfr. Giovanni 21:15-17), e non dovrà temere
di perdere la Sua presenza. Mentre si curerà di loro assieme agli altri
servitori, troverà il Sommo Pastore al suo fianco, e godrà dei segni della Sua
approvazione. Il servizio sarà con Gesù oltre che per
Gesù.
Ma ancor più dolce
della risposta delle figlie di Gerusalemme è la voce dello Sposo, che ora parla
in prima persona. È il frutto vivente dell’unità del Suo cuore con quello della
sposa, che Lo fa esprimere con le parole gioiose dei versi 9-11. Poiché non solo
è vero che il nostro amore per il nostro Signore si rivela nella cura del Suo
gregge, ma anche che il cuore di Colui che quando era qui in terra ha detto: “In
quanto lo avete fatto a uno di questi Miei minimi fratelli, l’avete fatto a Me”
(Matteo 25:40) è commosso e non di rado Egli rivela Se stesso a coloro che
stanno ministrando per Lui.
La lode rivolta alla
sposa nel verso 9 colpisce per la sua appropriatezza e
bellezza:
Amica
mia, io ti assomiglio
Alla
mia cavalla tra i carri del Faraone.
Bisogna ricordare che
i cavalli in origine furono portati dall’Egitto, e che i purosangue che ancora
si trovavano in Arabia furono portati durante il regno di Salomone dai suoi
mercanti per tutti i re dell’est. Quelli scelti per i carri di Faraone stesso
non solo sarebbero dovuti essere della razza più pura, perfetti in proporzioni e
simmetria, ma anche perfetti nell’addestramento, docili e obbedienti; l’unica
volontà che essi avrebbero conosciuto era quella dell’auriga, e l’unico scopo
della loro esistenza sarebbe stato quello di seguire il re ovunque egli fosse
andato. Così dovrebbe essere con la Chiesa di Cristo; un corpo con molte membra,
abitato e guidato da un unico Spirito; la cui testa non conosce altra volontà
che la Sua; e i cui movimenti rapidi e armoniosi dovrebbero far avanzare il Suo
regno nel mondo.
Molti anni fa un caro
amico, ritornando per terra dall’est, soggiornò da Suez al Cairo nella
ingombrante diligenza allora in uso. I passeggeri presero posto, una dozzina di
giovani cavalli selvaggi furono imbrigliati con corde al veicolo, il conducente
si mise al suo posto, fece schioccare la frusta, e i cavalli presero a correre,
alcuni a destra, alcuni a sinistra, altri in avanti, facendo partire la carrozza
con balzo, per poi fermarsi improvvisamente, con l’effetto di far cadere quelli
che erano seduti sui sedili anteriori addosso a quelli seduti sui sedili
posteriori, e viceversa. Con l’aiuto di un certo numero di arabi che corsero ai
lati per indirizzare quei cavalli selvaggi nella giusta direzione, i passeggeri
furono scossi e sballottati, agitati e coperti di lividi, finché, raggiunta la
loro destinazione, furono troppo esausti e doloranti per concedersi il riposo di
cui avevano tanto bisogno.
Non è la Chiesa di Dio
oggi più simile a quei destrieri non addestrati che ai cavalli dei carri di
Faraone? E se l’ostinatezza e la disunione sono manifeste nella Chiesa, c’è da
meravigliarsi che il mondo giaccia ancora nel maligno, e che le grandi nazioni
pagane siano a stento toccate?
Cambiando
similitudine, lo Sposo continua:
Le
tue guance sono belle in mezzo alle collane,
Il
tuo collo è bello tra i filari di perle.
Noi
ti faremo delle collane d’oro
Con
dei punti d’argento.
La sposa non è solo
bella e utile al suo Signore, ma anche adornata, ed è Suo diletto aggiungere
altri ornamenti. I Suoi doni non sono fiori deperibili, o ciondoli privi di
reale valore; l’oro più fino, l’argento più puro, e i gioielli più preziosi e
durevoli sono i doni che Sposo reale fa alla Sua sposa; e questi, intrecciati
tra i capelli di lei, aumentano la gioia di Colui che glieli ha
donati.
Nei versi 12-14 la
sposa risponde:
Mentre
il re è nel suo convito,
Il
mio nardo esala il suo profumo.
È nella Sua presenza e
attraverso la Sua grazia che si rivela qualunque fragranza o bellezza che possa
trovarsi in noi. Di Lui come fonte, attraverso Lui come strumento, e a Lui come
fine, è tutto quello che è grazioso e divino. Ma Egli stesso vale molto di più
di tutta le Sue opere di grazia in noi.
Il
mio amico è per me come un sacchetto di mirra,
Che
passa la notte sul mio seno.
Il
mio diletto è per me un mazzo di fiori di alcanna
Nelle
vigne di En-Ghedi.
È bene che i nostri
occhi contemplino la Sua bellezza e i nostri cuori siano occupati con Lui. Nella
misura in cui questo è vero per noi comprenderemo la corrispettiva verità che il
Suo grande cuore è occupato con noi. Notate la risposta dello
Sposo:
Come
sei bella, amica mia,
Come
sei bella!
I
tuoi occhi sono come quelli delle colombe.
Come può lo Sposo,
senza mentire, usare tali parole per una che riconosce di essere “nera come
le tende di Chedar” ? E ancora più forti sono le parole dello Sposo nel
capitolo 4, verso 7:
Tu
sei tutta bella, amica mia,
E
non c’è nessun difetto in te.
Troviamo la soluzione
a questo dilemma in II Corinzi al capitolo 3. Mosè nel contemplare la gloria
divina fu trasformato a tal punto che gli Israeliti non riuscivano a fissare lo
sguardo sul suo volto a motivo della gloria che era sul suo volto (cfr. verso
7). “E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria
del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria,
secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (verso 18). Ogni specchio ha due
superfici; una è opaca, non riflette ed è coperta di macchie; ma quando l’altra
superficie viene girata in avanti non vediamo macchie, ma vediamo la nostra
immagine. Così mentre la sposa si diletta nella bellezza dello Sposo, Egli vede
in Lei la Sua stessa immagine: non c’è alcuna macchia, è interamente bella. Che
noi possiamo sempre mostrare questo riflesso alla Sua vista, e al mondo in cui
viviamo con lo scopo di riflettere Lui.
Notate ancora le Sue
parole:
I
tuoi occhi sono come quelli delle colombe.
L’aquila è un uccello
meraviglioso, e ha occhi stupendi, acuti e penetranti; ma lo Sposo non desidera
gli occhi di un’aquila nella Sua sposa. I teneri occhi della colomba innocente
sono quelli che Egli ammira. Fu nelle sembianze di una colomba che lo Spirito
Santo venne sopra di Lui al Suo battesimo in acqua, e il carattere della colomba
è quello che Egli cerca in ciascuno nel Suo popolo.
Il motivo per cui a
Davide non fu permesso di costruire il Tempio fu molto significativo. La sua
vita non era affatto perfetta; i suoi errori e i suoi peccati ci sono stati
fedelmente tramandati dallo Spirito Santo. Essi furono per lui causa di castigo
da parte di Dio, eppure non fu per questi che non gli fu consentito di costruire
il Tempo, quanto piuttosto per il suo spirito guerriero; e questo nonostante
molte delle sue battaglie, se non tutte, furono per stabilire il Regno di Dio e
l’adempimento delle Sue promesse ad Abrahamo, Isacco e Giacobbe. Soltanto
Salomone, il Principe della Pace, poté edificare il Tempio. Se vogliamo essere
pescatori d’anime ed edificare la Chiesa, che è il Suo Tempio, notiamo questo:
non mediante discussioni, né mediante litigi, ma solamente innalzando Cristo
porteremo gli uomini a Lui.
Veniamo ora alla
risposta della sposa. Egli l’ha definita bella; saggiamente e a ragione ella
risponde:
Come
sei bello, amico mio, come sei amabile!
Anche
il nostro letto è verdeggiante.
Le
travi delle nostre case sono di cedro,
I
nostri soffitti sono di cipresso.
Lo sposo
risponde:
Io
sono la rosa di Sharon,
Il
giglio delle valli.
Quale
un giglio tra le spine,
Tale
è l’amica mia tra le fanciulle.
Al che la sposa
replica ancora:
Qual
è un melo tra gli alberi del bosco,
Tal
è l’amico mio fra i giovani.
Io
desidero sedermi alla sua ombra,
Il
suo frutto è dolce al mio palato.
Il melo è un magnifico
albero sempreverde, che dà una piacevole ombra e dei frutti rinfrescanti. Ombra,
ristoro e riposo ella trova in Lui. Che contrasto tra la sua presente condizione
e sentimenti e quelli con i quali era iniziato il discorso! Egli ben conosceva
la causa delle paure della sposa: la sua mancanza di fiducia derivava dalla sua
mancanza di conoscenza dello Sposo, così Egli l’ha presa in disparte, e nella
dolcezza della loro comunione le paure i sospetti sono svaniti come la nebbia
del mattino prima del sorgere del sole.
E ora che ella ha
imparato a conoscerLo, riceve un’ulteriore prova del Suo amore. Egli non si
vergogna a riconoscerla pubblicamente.
Egli
mi ha condotta nella casa del convito,
L’insegna
che stende su di me è amore.
La casa del convito è
ora appropriata come inizialmente lo erano le camere del Re. Senza timore e
senza vergogna ella può sedersi al Suo fianco, è la Sua sposa riconosciuta, la
Sposa che Egli ha scelto. Contemplando l’immensità del Suo amore ella
esclama:
Fortificatemi
con schiacciate d’uva passa,
Sostentatemi
con mele,
Perché
sono malata d’amore.
La
sua sinistra sia sotto il mio capo,
la
sua destra mi abbracci!
Ora ella riconosce che
benedizione è appartenerGli. Non appartiene più a se stessa, ma trova riposo
soltanto nel suo Sposo.
Figlie
di Gerusalemme, io vi scongiuro
Per
le gazzelle, per le cerve dei campi,
Non
svegliate, non svegliate l’amore mio,
Finché
lei non lo desideri!
Non è mai per Sua
volontà che il nostro riposo in Lui è disturbato.
Tu puoi sempre dimorare,
Se lo vuoi, presso Gesù;
Nel segreto della Sua presenza
Puoi in ogni momento trovar riparo.
Il Suo amore non
cambia; Egli è lo stesso ieri, oggi, e in eterno (Ebrei 13:8). Egli ci promette:
“Io non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Ebrei 13:5); e la Sua sincera
esortazione, e comandamento, è “dimorate in me, e Io dimorerò in voi” (Giovanni
15:4).
PARTE
2
COMUNIONE
INFRANTA. RISTORAZIONE
Cantico
dei Cantici 2:8 - 3:5
“Perciò bisogna che ci
atteniamo ancor di più alle cose udite, che talora non siamo portati via lontano
da esse” (Ebrei 2:1).
Alla fine della prima
parte abbiamo visto la sposa soddisfatta, riposare tra le braccia del suo Amato,
il quale aveva raccomandato alle figlie di Gerusalemme di non svegliare la Sua
amata finché lei non desiderasse essere destata. Potremmo supporre che un’unione
tanto completa, una soddisfazione così piena, non potrebbe mai essere interrotta
per qualche mancanza da parte della sposa felice. Ma, ahimè, l’esperienza della
maggior parte di noi mostra quanto facilmente la comunione con Cristo può essere
infranta, e quanto sono necessarie le esortazioni del nostro Signore per quelli
che sono i tralci della vera Vigna, e sono lavati mediante la Parola che Egli ha
annunciato, affinché dimorino in Lui. La mancanza non è mai da parte Sua. “Io
sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:20).
Ma, piuttosto, spesso la sposa dimentica le esortazioni che le sono state
rivolte nel Salmo 45 (versi 10-11):
Ascolta,
fanciulla, guarda e porgi l’orecchio;
Dimentica
il tuo popolo e la casa di tuo padre,
E
il Re desidererà grandemente la tua bellezza;
Prostrati
davanti a Lui, perché Egli è il tuo Signore.
In questa parte, la
sposa si è allontanata dalla sua posizione di benedizione, verso uno stato di
mondanità. Forse il riposo stesso della gioia che ha appena scoperto l’ha fatta
sentire troppo sicura; forse ha pensato che l’esortazione “Figlioletti,
guardatevi dagli idoli” (1 Giovanni 5:21) non la riguardava personalmente.
Oppure deve aver pensato che l’amore per le cose del mondo doveva essere stato
definitivamente annientato, cosicché ora fosse possibile per lei tornare
indietro senza pericolo, e, con qualche piccolo compromesso da parte sua,
potesse convincere anche i suoi amici a seguire il suo Signore. Forse non ha
neppure pensato tanto: felice di essere stata salvata e liberata, ha dimenticato
che la corrente - la direzione di questo mondo - è contro di lei; e
inconsciamente è scivolata, trascinata indietro in quello stato dal quale era
stata chiamata e liberata. Quando la corrente è contro di noi, non è necessario
girare la barca per andare alla deriva; né, durante una gara, è necessario che
un atleta corra in senso opposto, per perdere il premio.
Ah, quanto spesso il
nemico riesce, tramite questo o quell’altro mezzo, a tentare il credente
portandolo via da quella posizione di completa consacrazione a Cristo, nella
quale soltanto è possibile sperimentare la pienezza della Sua potenza e del Suo
amore. Dico la pienezza della Sua potenza e del Suo amore; poiché egli può non
aver smesso di amare il suo Signore. Nel passaggio che abbiamo davanti, la sposa
Lo ama ancora sinceramente, ma non completamente; ella avverte ancora una
potenza nella Sua Parola, sebbene ella non obbedisca più con immediatezza. Non
si rende conto di quanto male sta facendo al suo Signore, e quanto è reale il
muro che li separa.
La mondanità le sembra
una piccola cosa; non ha realizzato la solenne verità dei molti passaggi della
Parola di Dio che parlano con schiettezza della follia, del pericolo, del
peccato dell’amicizia col mondo. “Non amate il mondo né le cose che sono nel
mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui” (1 Giovanni 2:15).
“O gente adultera, non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia verso Dio?
Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio” (Giacomo 4:4).
“Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che
rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione tra la luce e le
tenebre? E quale accordo fra Cristo e Belial? O quale relazione c’è tra il
fedele e l’infedele? . . . Perciò:
Uscite
di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore,
E
non toccate nulla d’immondo,
Ed
Io vi accoglierò,
E
sarò come un Padre per voi,
E
voi sarete per Me come figli e figlie, dice il Signore Onnipotente”. (2 Corinzi
6:14-18).
Dobbiamo prendere una
decisione: non possiamo godere del mondo e di Cristo. La sposa non ha imparato
questo: ella resta volentieri in comunione con entrambi, senza preoccuparsi
della loro incompatibilità. Ella osserva con gioia l’avvicinarsi dello
Sposo:
Ecco
la voce del mio amico! Eccolo che viene,
Saltando
per i monti, balzando per i colli.
L’amico
mio è simile a una gazzella, o a un cerbiatto.
Eccolo,
egli sta dietro il nostro muro, e guarda per la
finestra,
Lancia
occhiate attraverso le persiane.
Il
cuore della sposa sussulta sentendo la voce del suo Amato che viene in cerca di
lei. Egli ha attraversato le colline; si avvicina a lei; Egli sta dietro il
muro; osserva anche attraverso le finestre; con parole dolci e toccanti la
chiama a Sé. Egli non la rimprovera: le Sue tenere suppliche affondano nei suoi
ricordi:
Il
mio amico parla e mi dice:
“Alzati,
amica mia, mia bella, e vieni,
Poiché,
ecco, l’inverno è passato,
Il
tempo delle piogge è finito, se n’è andato;
I
fiori spuntano sulla terra,
Il
tempo del canto è giunto,
E
la voce della tortora si fa udire nella nostra
campagna.
Il
fico ha messo i suoi frutti,
Le
viti fiorite esalano il loro profumo.
Alzati,
amica mia, mia bella, e vieni”.
Tutta la natura è
sensibile al ritorno dell’estate, e tu, Sposa Mia, resterai insensibile al Mio
amore?
Alzati,
amica mia, mia bella, e vieni.
Può una tale supplica
essere fatta invano? Ahimè, può esserlo, e lo fu!
Con parole ancor più
toccanti lo Sposo continua:
Mia
colomba, che stai nelle fessure delle rocce,
Nel
nascondiglio delle balze,
Mostrami
il tuo viso,
Fammi
udire la tua voce;
Poiché
la tua voce è soave, e il tuo viso è bello.
Che pensiero
meraviglioso, che Dio desideri comunione con noi! E che Egli, il cui amore un
tempo Lo rese l’Uomo di Dolori, ora può essere l’Uomo delle Gioie mediante la
devozione amorevole dei cuori umani.
Ma per quanto sia
forte il Suo amore, e struggente il Suo desiderio per la Sua sposa, Egli non può
andare oltre. Dov’è ella adesso Egli non può raggiungerla. Ma certamente ella
tornerà a Lui. Non ha Egli forse diritto su di lei? Ella, che sente e gioisce
del Suo amore, lascerà che il Suo desiderio non conti nulla per lei? Poiché,
notiamo, qui non è la sposa che cerca invano il suo Signore, ma è lo Sposo che
sta cercando lei. Oh, che Egli non la cerchi invano!
Prendete
le volpi, le piccole volpi che danneggiano le vigne,
Perché
le nostre vigne sono in fiore.
Egli continua. I
nemici possono essere piccoli, ma il danno fatto è grande. Un piccolo rametto in
fiore, tanto piccolo da essere notato a malapena, può essere facilmente
rovinato, ma così la fruttuosità dell’intero ramo può essere distrutta per
sempre. E quanto sono numerose quelle piccole volpi! Piccoli compromessi con il
mondo; disobbedienza nelle piccole cose alla piccola e ferma voce dello Spirito
del Signore; qualche piccola condiscendenza della carne a trascurare il dovere;
qualche piccola deviazione nella propria condotta; fare il male nelle piccole
cose cosicché ne venga il bene; e la bellezza e la fruttuosità della vigna sono
sacrificate!
Nella risposta della
sposa abbiamo una triste illustrazione dell’illusorietà del peccato. Invece di
correre a incontrarLo, prima consola il proprio cuore ricordando la Sua fedeltà,
e la sua unione con Lui:
Il
mio amico è mio, e io sono sua:
Di
lui, che pastura il gregge fra i gigli.
La mia posizione, ella
dice, è di sicurezza, non devo preoccuparmene. Egli è mio, e io sono Sua; e
niente può alterare quella relazione. Posso trovarLo ora in ogni momento, Egli
nutre il Suo gregge tra i gigli. Mentre il sole della prosperità risplende su di
me posso con sicurezza godere di questo tempo qui senza di Lui. Se la prova e
l’oscurità dovessero giungere, Egli certamente non mi
abbandonerà.
Prima
che spiri la brezza del giorno e che le ombre fuggano,
Torna,
amico mio,
Come
la gazzella o il cerbiatto
Sui
monti che ci separano!
Senza preoccuparsi del
desiderio del Suo Amato, ella pensa di poter aspettare ancora un po’ prima di
dimorare nel Suo amore; e lo Sposo, addolorato, si
allontana!
Povera sposa stolta!
Presto si renderà conto che le cose che una volta la soddisfacevano ora non
possono soddisfarla più; e che è più facile far orecchio da mercante alla Sua
tenera chiamata che richiamare a sé o trovare il suo Signore
assente.
Il giorno divenne
freddo, e le ombre fuggirono; ma Egli non ritornò. Allora nella notte solenne
ella scoprì il suo errore: era buio, e lei era sola. Ritirandosi per riposare
spera ancora nel Suo ritorno; ma non ha ancora imparato la lezione che la
mondanità è un ostacolo insormontabile alla piena
comunione.
Sul
mio letto, durante la notte, ho cercato il mio amore;
L’ho
cercato, ma non l’ho trovato.
Ella attende e si
stanca: la Sua assenza diventa insopportabile:
Ora
mi alzerò, e andrò attorno per la città,
Per
le strade e per le piazze;
Cercherò
il mio amore;
L’ho
cercato ma non l’ho trovato.
Quanto è diversa la
sua posizione da quella che sarebbe dovuta essere! Invece di cercare lo Sposo
sola, desolata, e nel buio, avrebbe potuto correrGli incontro alla luce del
sole, appoggiandosi sul Suo braccio. Quando la sua comunione era compromessa,
aveva scambiato la vista parziale del Suo Amato attraverso la finestra con la
gioia del Suo abbraccio e la Sua pubblica confessione di averla scelta come Sua
sposa!
Le
guardie che vanno attorno per la città mi hanno
incontrata;
E
ho chiesto loro: “Avete visto il mio amore?”
Di
poco le avevo passate,
Quando
trovai il mio amore.
Ella aveva obbedito al
Suo comando: “Alzati, e vieni”. Senza temere il Suo rimprovero, Lo stava
cercando nel buio; e quando inizia a confessare al Suo Signore, presto Lo trova
e viene ristorata nel Suo favore:
Io
l’ho preso, e non lo lascerò,
Finché
non l’abbia condotto in casa di mia madre,
Nella
camera di colei che mi ha concepita.
La Gerusalemme celeste
è la madre di noi tutti. Lì la comunione non è vissuta in modo carnale o con
ostinata indulgenza.
Questa parte si
conclude con la comunione completamente ristorata come era al principio, con
l’amorevole richiesta dello Sposo affinché nessuno disturbi la Sua
sposa:
Io
vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
Per
le gazzelle, per le cerve dei campi,
Non
svegliate, non svegliate l’amore mio,
Finché
lei non lo desideri!
Che tutti noi
possiamo, mentre viviamo quaggiù nel mondo senza appartenergli, trovare la
nostra dimora nei luoghi celesti nei quali siamo seduti con Cristo (cfr. Efesini
2:6). Inviati nel mondo per testimoniare del nostro Signore, sforziamoci di
rimanere come stranieri qui, pronti a confessare Lui come il vero oggetto della
devozione delle nostre anime.
Oh,
quanto amabili sono le Tue dimore,
O
Eterno degli eserciti!
L'anima
mia anela e si strugge per i cortili dell’Eterno;
Il
mio cuore e la mia carne mandano grida di gioia al DIO vivente . .
.
Beati
coloro che abitano nella Tua casa e Ti lodano del continuo . .
.
Un
giorno nei Tuoi cortili val più che mille altrove;
Io
preferisco stare sulla soglia della casa del mio DIO,
Che
abitare nelle tende degli empi.
Perché
l’Eterno DIO è sole e scudo;
L’Eterno
darà grazia e gloria;
Egli
non rifiuterà alcun bene a quelli che camminano
rettamente.
O
Eterno degli eserciti,
Beato
l’uomo che confida in Te! (Salmo 84).
PARTE
3
LA
GIOIA DELLA COMUNIONE ININTERROTTA
Cantico
dei Cantici 3:6 - 5:1
O
Gesù, meraviglioso Re,
Celebre Conquistatore.
Ineffabile
la Tua dolcezza,
Nella quale ogni letizia si trova!
Te,
Gesù, possano le nostre voci benedire;
Te solo possiamo noi amare;
E
sempre nelle nostre vite mostrare
L’immagine Tua.
Nelle prime due parti
ci siamo occupati principalmente delle parole e degli avvenimenti che hanno
interessato la sposa; in netto contrasto con questo, nella presente sezione la
nostra attenzione sarà dapprima chiamata ad ascoltare lo Sposo, e poi da Lui
sentiremo parlare della sposa come oggetto del Suo amore e gioia del Suo cuore.
Le figlie di Gerusalemme sono le prime a parlare.
Chi
è colei che sale dal deserto, simile a colonne di
fumo,
Profumata
di mirra e d'incenso e d’ogni aroma dei mercanti?
Esse stesse danno la
risposta:
Il
re Salomone si è fatto una lettiga
Di
legno del Libano.
Ne
ha fatto le colonne d'argento,
La
spalliera d’oro, il sedile di porpora;
In
mezzo è un ricamo, lavoro d’amore
Delle
figlie di Gerusalemme.
Ecco
la lettiga di Salomone,
Intorno
a cui stanno sessanta prodi,
Fra
i più valorosi d’Israele.
Tutti
maneggiano la spada,
Sono
esperti nelle armi;
Ciascuno
ha la sua spada al fianco,
Per
gli spaventi notturni.
In questi versi la
sposa non è menzionata; ella è eclissata dalla magnificenza e dalla condizione
del suo reale Sposo; ciononostante, ella prende parte e condivide quello
splendore. L’aria stessa è profumata dal fumo dell’incenso, che sale come
colonne verso le nuvole; e tutti quei prodi che stanno a guardia dello Sposo,
dimostrano la Sua dignità, e sono a protezione della sposa che Lo accompagna, in
quanto ella è partecipe della Sua gloria. I due viaggiano su un mezzo fatto di
fragrante cedro del Libano, e l’oro e l’argento più fini sono stati impiegati
nella sua costruzione. Il legno fragrante simbolizza la bellezza dell’umanità
santificata, mentre l’oro ci ricorda della gloria divina del nostro Signore, e
l’argento della purezza e preziosità della Sua Chiesa redenta. La porpora
imperiale con la quale è fiancheggiato ci parlano dei Gentili, dei doni portati
dalla “figlia di Tiro”, mentre il “lavoro d’amore delle figlie di Gerusalemme” è
in accordo con la profezia: “i ricchi del popolo ricercheranno il tuo favore”
(cfr. Salmo 45:12).
Queste sono le cose
che attraggono l’attenzione delle figlie di Gerusalemme, ma la sposa è occupata
con il Re stesso, ed esclama:
Uscite,
figlie di Sion, ammirate il re Salomone
Con
la corona di cui l’ha incoronato sua madre
Il
giorno delle sue nozze,
Il
giorno della gioia del suo cuore.
Il Re incoronato è
tutto per lei, ed ella vorrebbe che anche le figlie di Sion provassero lo stesso
sentimento. Ella contempla con piacere la gioia del Suo cuore nel giorno del
matrimonio, poiché non si rivolge più a Lui per interesse personale, ma si
rallegra nella Sua gioia, nel trovare in lei la Sua soddisfazione. Coltiviamo
sufficientemente questo desiderio altruistico, essere tutto per Gesù, e fare
tutto quello che Gli possa recare gioia? O siamo consapevoli del fatto che
andiamo a Lui principalmente per le nostre necessità, o al massimo per il bene
dei nostri simili? Quanto della preghiera incomincia e finisce con la creatura,
dimenticando del privilegio di dare gioia al Creatore! Eppure è solo quando Egli
vede nel nostro amore altruistico e nella nostra devozione a Lui il Suo
riflesso, che il Suo cuore può sentire piena soddisfazione, e spandersi in
preziose espressioni d’amore come quelle che troviamo nelle parole che
seguono:
Come
sei bella amica mia, come sei bella!
I
tuoi occhi, dietro il tuo velo,
Somigliano
a quelli delle colombe;
i
tuoi capelli sono come un gregge di capre,
Sospese
ai fianchi del monte di Galaad.
I
tuoi denti sono come un branco di pecore tosate
Che
tornano dal lavatoio;
Tutte
hanno dei gemelli,
Non
ce n’è una che sia sterile.
Le
tue labbra somigliano a un filo scarlatto,
La
tua bocca è graziosa,
etc.
(vedere versi 4:3-5)
Abbiamo già visto la
spiegazione del fatto che la sposa rifletta come in uno specchio la bellezza
dello Sposo. Ben può Egli con soddisfazione descrivere la bellezza di lei mentre
è così occupata con Lui! Le labbra che parlano solo di Lui sono come un filo
scarlatto; la bocca o parola che non parla di sé, o per sé, è graziosa ai Suoi
occhi.
Possiamo ben
immaginare quanto dolci fossero le Sue parole di apprezzamento e di lode per la
Sua sposa; ma la gioia di lei era troppo profonda per poter essere descritta;
ella rimane silenziosa nel suo amore. Adesso non penserebbe più di mandarLo via
fino al calar della sera come abbiamo visto prima.
E ancora meno lo Sposo
pensa di trovare la Sua gioia in altri che nella Sua sposa. Egli
dice:
Prima
che spiri la brezza del giorno
E
che le ombre fuggano,
Io
andrò al monte della mirra
E
al colle dell’incenso.
La separazione non
viene mai da parte Sua. Egli è sempre pronto per la comunione con un cuore
preparato, e in questa felice comunione la sposa diventa ancora più bella, e più
simile al suo Signore. Ella viene progressivamente trasformata a Sua immagine,
di gloria in gloria, attraverso la meravigliosa opera dello Spirito Santo, fino
a che lo Sposo può dichiarare:
Tu
sei tutta bella, amica mia,
E
non c’è nessun difetto in te.
E ora ella è pronta
per il servizio, e ad esso lo Sposo l’attrae; Egli le dice con
sincerità:
Vieni
con me dal Libano, o mia sposa;
Vieni
con me dal Libano!
Guarda
dalla cima dell’Amana,
Dalla
cima del Sanir e dell’Ermon,
Dalle
spelonche dei leoni,
Dai
monti dei leopardi.
“Vieni con Me”. È
sempre così. Se il nostro Salvatore dice: “Andate per tutto il mondo e predicate
l’Evangelo a ogni creatura” (Marco 16:15), Egli premette: “Ogni potestà mi è
stata data”, e anche: “Io sono con voi tutti i giorni” (Matteo 28:18,20). O se,
come in questo caso, Egli chiama la Sua sposa, dicendole “vieni”, dice anche
“con Me”. Ed è in seguito a questo amorevole invito che per la prima volta Egli
cambia le parole “amica Mia” con altre ancora più affettuose: “Mia
sposa”.
Cosa sono le spelonche
dei leoni, quando il Leone della tribù di Giuda è con noi; o i monti dei
leopardi, quando Egli è al nostro fianco! “Non temerò alcun male, perché Tu sei
con me” (cfr. Salmo 23:4). D’altra parte, è proprio nel fronteggiare il
pericolo, mentre ella sta affaticandosi con Lui nel servizio, che Egli
dice:
Tu
mi hai rapito il cuore, o mia sorella, o sposa mia!
Tu
mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi,
Con
uno solo dei monili del tuo collo.
Non è meraviglioso
come il cuore del nostro Amato può essere così rapito dall’amore di chi accetta
il Suo invito, e può andare con Lui in cerca di coloro che sono perduti? Le note
a piè di pagina nella versione Riveduta della Scrittura sono molto
significative: “Tu hai estasiato il mio cuore”, o “Tu mi hai dato coraggio”. Se
il cuore dello Sposo può essere incoraggiato dalla fedeltà e dalla compagnia
amorevole della Sua sposa, possiamo rallegrarci e incoraggiarci l’un l’altro nel
servizio. San Paolo dovette attraversare enormi difficoltà quando fu condotto
prigioniero a Roma, senza sapere che cosa lo aspettasse lì; ma quando i fratelli
lo incontrarono al Foro Appio, egli ringraziò Dio e prese coraggio. Che noi
possiamo sempre fortificare le nostre mani l’un l’altro in
Dio!
Ma per tornare al
nostro discorso; lo Sposo rallegra i momenti di fatica e i ripidi sentieri del
pericolo con la dolce comunicazione del Suo amore:
Quanto
sono dolci le tue carezze, o mia sorella, o sposa mia!
Come
le tue carezze sono migliori del vino,
Come
l’odore dei tuoi profumi è più soave di tutti gli
aromi!
Sposa
mia, le tue labbra stillano miele,
Miele
e latte sono sotto la tua lingua;
L'odore
delle tue vesti è come l’odore del Libano.
O
mia sorella, o sposa mia, tu sei un giardino serrato,
Una
sorgente chiusa, una fonte sigillata.
I
tuoi germogli sono un giardino di melagrani
E
d’alberi di frutti deliziosi,
Di
piante di cipro e di nardo;
Di
nardo e di croco, di canna odorosa e di cinnamomo,
E
di ogni albero da incenso;
Di
mirra e d’aloe,
E
di ogni più squisito aroma.
Tu
sei una fontana di giardino,
Una
sorgente d’acqua viva,
Un
ruscello che scende giù dal Libano.
Impegnata con lo Sposo
nella salvezza dei perduti, le espressioni delle sue labbra sono per Lui come
latte e miele; e figura su figura Egli le esprime la Sua soddisfazione e gioia.
Ella è un giardino pieno di frutti preziosi e di profumi piacevoli, ma un
giardino serrato, cioè chiuso; il frutto che ella porta può essere di
benedizione a molti, ma il giardino è solo per Lui; ella è una fontana, ma una
fontana chiusa, sigillata. Eppure ancora è una fontana da giardino, e un
ruscello d’acqua viva che scende dal Libano: essa porta fertilità e dona ristoro
ovunque vada; e tutto questo è da Lui e per Lui.
La sposa ora parla per
la seconda volta in questa parte. Come le sue prime espressioni furono su di
Lui, ora le seconde sono per Lui; l’io non si trova più.
Sorgi,
vento del nord, e vieni, vento del sud!
Soffiate
sul mio giardino, perché se ne spandano gli aromi!
Venga
l’amico mio nel suo giardino
E
ne mangi i frutti deliziosi!
Ella è pronta per ogni
esperienza: il vento del nord e quello del sud possono soffiare sul suo
giardino, se gli aromi se ne spandono per deliziare il suo Signore con la loro
fragranza. Egli ha chiamato Suo il giardino di lei; che venga Egli dunque, e ne
colga i preziosi frutti.
A questo lo Sposo
replica:
Sono
venuto nel mio giardino, o mia sorella, o sposa mia;
Ho
colto la mia mirra e i miei aromi;
Ho
mangiato il mio favo di miele;
Ho
bevuto il mio vino e il mio latte.
Ora, quando ella chiama, Egli
subito risponde. Quando ella è solo per il suo Signore, Egli le assicura di
trovare in lei tutto il Suo compiacimento.
Questa parte si chiude
con l’invito della sposa agli amici dello Sposo e della sposa, come pure a se
stessa:
Amici,
mangiate,
Bevete,
inebriatevi d’amore!
La consacrazione di
noi tutti al nostro Signore, piuttosto che ridurre la potenza da impartire,
aumenta sia la potenza sia la nostra gioia nel ministrare per Lui. I cinque pani
e i due pesci in possesso dei discepoli, dati al Signore e da lui benedetti,
divennero più che sufficienti a nutrire le moltitudini affamate, e si
moltiplicarono, nell’atto della distribuzione, al punto che quando tutti furono
sazi avanzarono dodici ceste piene di pezzi di pane e di pesce (cfr. Marco
6:38-44).
Abbiamo, dunque, in
questa meravigliosa parte, come abbiamo visto, un’immagine della comunione
ininterrotta e della gioia che ne consegue. Possano le nostre vite
corrispondervi! Prima, essere uno con il Re, e poi parlare del Re; la gioia
della comunione porta alla comunione nel servizio, ad essere uno per Gesù,
pronti a qualunque esperienza che servirà per continuare nel servizio,
arrendendo tutto a Lui, e desiderando di ministrare tutto per Lui. Non c’è
spazio per l’amore del mondo qui, poiché l’unione con Cristo ha riempito il
cuore; non c’è spazio per le gratificazioni del mondo, poiché tutto è stato
sigillato e preservato perché il Signore ne faccia uso.
Gesù, la vita mia è Tua!
E sempre sarà
Nascosta in Te.
Poiché nulla può separare
La Tua vita dalla mia.
PARTE
4
COMUNIONE
DI NUOVO INFRANTA. RISTORAZIONE
Cantico
dei Cantici 5:2 - 6:10
La quarta parte
comincia con delle parole della sposa rivolge alle figlie di Gerusalemme, nelle
quali ella narra la sua recente triste esperienza, e implora il loro aiuto nel
suo dolore. Ha perduto di nuovo la presenza e il conforto del suo Sposo; questa
volta non a causa di una ricaduta nella mondanità, ma a causa di pigra
accondiscendenza con se stessa.
Non ci viene narrato
quali furono i passi che la condussero a quel fallimento; di come l’io avesse
ritrovato posto nel suo cuore. Forse la causa fu orgoglio per il livello
spirituale che aveva raggiunto per grazia; o, non meno probabile, cura per la
soddisfazione delle benedizioni che aveva ricevuto, anziché per Colui che aveva
elargito le benedizioni; queste potrebbero essere state cause della separazione.
Ella sembra essere inconsapevole della sua inclinazione; occupata di sé e
soddisfatta di sé, scarsamente ha notato la Sua assenza; riposava, riposava
sola, senza chiedersi dove Egli fosse andato, o che cosa stesse facendo. E più
ancora, le porte della sua camera non era soltanto chiuse, ma sbarrate; segno
che il Suo ritorno non era né desiderato né atteso con
impazienza.
Eppure il suo cuore
non era lontano da Lui; c’era una musica nella Sua voce che risvegliava degli
echi nella sua anima come nessun’altra voce poteva fare. Ella era ancora “un
giardino serrato, una fonte sigillata”, per quanto riguardava il mondo. La
trappola questa volta fu ancora più pericolosa e insidiosa perché non era
attesa. Leggiamo la sua narrazione:
Io
dormivo, ma il mio cuore vegliava.
Sento
la voce del mio amico che bussa e dice:
“Aprimi,
sorella mia, amica mia,
Colomba
mia, o mia perfetta!
Poiché
il mio capo è coperto di rugiada
E
le mie chiome sono piene di gocce della notte”.
Quanto spesso la
posizione dello Sposo è quella di corteggiatore che bussa fuori dalla porta,
come nella Sua lettera alla chiesa di Laodicea (o “la chiesa dell’opinione
popolare”, come la definì il reverendo Charles Fox in un discorso a Keswick,
come pure definisce la chiesa di Filadelfia “la chiesa dell’amore fraterno”):
“Ecco, Io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la Mia voce e apre la
porta, Io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con Me” (Apocalisse 3:20). È
triste che Egli debba stare fuori a una porta chiusa, che sia costretto a
bussare; ma ancora più triste è che Egli debba bussare, e bussare invano alla
porta dei cuori che ora appartengono a Lui. In questo caso non è la posizione
della sposa ad essere sbagliata; se lo fosse, la Sua parola come prima sarebbe
“Alzati, e vieni”; ma ora la Sua parola è “Aprimi, sorella mia, amica mia”. La
sua condizione di soddisfazione di sé e amore del riposo avevano chiuso la
porta.
Molto toccanti sono le
parole dello Sposo: “Aprimi, sorella mia” (Egli è il primogenito di molti
fratelli), “amica mia” (l’oggetto della devozione del Mio cuore), “colomba mia”
(colei che è stata adornata dei molti doni e della grazia dello Spirito Santo),
“mia perfetta” (lavata, rinnovata, e purificata per Me); ed Egli la incita ad
aprire facendo riferimento alla Sua condizione:
Il
mio capo è coperto di rugiada
E
le mie chiome sono piene di gocce della notte.
Perché il Suo capo è
coperto di rugiada? Perché il Suo cuore è il cuore di un pastore. Ci sono quelli
che il Padre Gli ha dato che vagano sulle oscure montagne del peccato: molti, oh
quanti, non hanno mai ascoltato la voce del Pastore; molti, troppi, coloro che
una volta nell’ovile si sono allontanati, lontano da quel rifugio sicuro. Il
cuore che non può dimenticare, l’amore che non può venir meno, devono cercare le
pecore vaganti fino a quando l’ultima non sarà trovata: “Il Padre mio opera fino
ad ora, e anch’Io opero” (Giovanni 5:17). E potrebbe ella, che fino a poco tempo
prima è stata al Suo fianco, e che con gioia ha affrontato le spelonche dei
leoni e le montagne dei leopardi, lasciare il Suo Amato solo nella ricerca delle
pecore erranti e perdute?
Aprimi,
sorella mia, amica mia, colomba mia, o mia perfetta!
Poiché
il mio capo è coperto di rugiada
E
le mie chiome sono piene di gocce della notte.
Non conosco una
supplica più toccante di questa nella Parola di Dio, eppure triste è la risposta
della sposa:
Io
mi sono tolta la gonna; come me la rimetterei ancora?
Mi
sono lavata i piedi; come li sporcherei ancora?
Quanto è tristemente
possibile dilettarsi in conferenze e convegni, banchettare di tutte le buone
cose che ci sono messe davanti, e non essere pronti a lasciarli per salvare i
perduti con abnegazione; consolarsi nel riposo della fede mentre non si combatte
il buon combattimento della fede; essere soddisfatti della liberazione e della
purificazione avuta mediante la fede, ma avere poco tempo per le povere anime
che soffrono nella melma del peccato. Se possiamo toglierci gli abiti quando
dovremmo tenerli indosso, e se possiamo lavarci i piedi mentre Egli è solo sulle
montagne alla ricerca dei perduti, non c’è forse una triste mancanza di
comunione con il nostro Signore?
Non avendo risposta
dalla sposa,
L’amico
mio ha passato la mano per la finestra,
Il
mio amore si è agitato per lui.
Ma, ahimè, la porta
non era solo chiusa a chiave, ma sbarrata; e i Suoi sforzi per entrare furono
vani.
Mi
sono alzata per aprire al mio amico,
E
le mie mani hanno stillato mirra,
Le
mie dita mirra liquida,
Sulla
maniglia della serratura.
Ho
aperto all’amico mio,
Ma
l’amico mio si era ritirato, era partito.
Ero
fuori di me mentr’egli parlava;
Quando, ma troppo
tardi, la sposa si alza, sembra essere stata più preoccupata a ungersi con la
mirra che a correre a dare il benvenuto al Suo Signore che la aspettava; più
occupata con la sua stessa bellezza che con i Suoi desideri. Non vengono
pronunciate parole di benvenuto, sebbene il suo cuore viene meno dentro di lei;
e lo Sposo addolorato si era ritirato prima che ella fosse pronta a riceverLo.
Di nuovo (come nel terzo capitolo) ella va alla ricerca del suo Signore; e
questa volta la sua esperienza è molto più dolorosa che nella precedente
occasione.
L’ho
cercato, ma non l’ho trovato;
L’ho
chiamato, ma non mi ha risposto.
Le
guardie che vanno attorno per la città mi hanno
incontrata,
Mi
hanno battuta, mi hanno ferita;
Le
guardie delle mura mi hanno strappato il velo.
La sua prima ricaduta
era stata per inesperienza; se una seconda caduta fosse stata provocata da una
svista, ella sarebbe stata per lo meno pronta e disposta quando era stata
richiamata. Non è una cosa da poco cadere nell’abitudine di essere lenti
all’obbedienza, anche nel caso di un credente: nel caso degli increduli il
risultato della disobbedienza è inesprimibilmente
terribile:
Volgetevi
alla Mia riprensione;
Ecco,
Io verserò il Mio Spirito su di voi
e
vi farò conoscere le Mie parole.
Poiché
ho chiamato e voi avete rifiutato,
ho
steso la Mia mano e nessuno vi ha fatto attenzione . . .
Anch’Io
riderò della vostra sventura . . .
Allora
essi grideranno a Me, ma Io non risponderò;
Mi
cercheranno con premura, ma non Mi troveranno. (Proverbi
1:23-28).
Il traviamento della
sposa, sebbene doloroso, non era definitivo; poiché esso fu seguito da un
sincero ravvedimento. Ella andò nel buio a cercarLo; chiamò, ma Egli non
rispose, e le guardie, trovatala, l’hanno battuta e ferita. Essi sembrano aver
compreso la gravità delle sue inclinazioni meglio di quanto ella stessa abbia
fatto. I credenti possono essere accecati dalle loro incoerenze; altri,
comunque, le notano; e più alta è la loro posizione agli occhi del nostro
Signore, maggiore è la certezza che all’errore segua il
rimprovero.
Ferita, disonorata,
avendo fallito la sua ricerca, e quasi nella disperazione, la sposa si rivolge
alle figlie di Gerusalemme; e narrando loro la storia delle sue sofferenze, le
scongiura di dire al suo Amato che ella non è infedele o disattenta verso di
Lui.
Io
vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate il mio
amico,
Che
gli direte? Che sono malata d’amore.
La risposta delle
figlie di Gerusalemme mostra molto chiaramente che la sposa afflitta, vagante
nell’oscurità, non viene riconosciuta come la sposa del Re, sebbene la sua
bellezza venga comunque notata.
Che
è dunque l’amico tuo, più di un altro amico,
O
la più bella fra le donne?
Che
è dunque l’amico tuo, più di un altro amico,
Che
così ci scongiuri?
Queste domande,
insinuando che il suo Amato non fosse diverso da chiunque altro, scuotono la sua
anima fin dalle fondamenta; e, dimenticando se stessa, ella riversa dalla
pienezza del suo cuore un’estasiante descrizione della gloria e della bellezza
del suo Signore.
L’amico
mio è bianco e vermiglio,
e
si distingue fra diecimila.
(vedere
versi 5:10-16, che si concludono con i seguenti)
Il
suo palato è tutto dolcezza,
tutta
la sua persona è un incanto.
Tal
è l'amore mio, tal è l’amico mio,
o
figlie di Gerusalemme.
È interessante
confrontare la descrizione che la sposa dà dello Sposo con la descrizione
dell’“Antico di Giorni” in Daniele 7:9-10, e del nostro Signore risorto in
Apocalisse 1:13-16. Le differenze sono molto
caratteristiche.
In Daniele 7 vediamo
l’Antico di Giorni seduto sul trono del giudizio; la Sua veste è bianca come la
neve, e i capelli del Suo capo sono come lana pura; il Suo trono e le ruote del
trono erano un fuoco ardente, e un fiume di fuoco scorreva e scendeva dalla Sua
presenza. Il Figlio dell’Uomo fu fatto avvicinare a Lui, e ricevette da Lui il
dominio, e la gloria, e un Regno eterno che non sarà mai distrutto. In
Apocalisse 1 vediamo il Figlio dell’Uomo stesso, vestito con una veste lunga
fino ai piedi, e la cui testa e i cui capelli erano “bianchi come lana candida,
come neve”; ma la sposa vede il suo Sposo in tutto il vigore della Sua
giovinezza, “i Suoi riccioli sono crespi, neri come il corvo”. Gli occhi del
Salvatore risorto sono descritti come “fiamma di fuoco”, ma la Sua sposa li vede
come “come colombe presso ruscelli d’acqua”. In Apocalisse “la Sua voce era come
il fragore di grandi acque . . . e dalla Sua bocca usciva una spada a due
tagli”. Per la sposa, “le Sue labbra sono gigli, che stillano mirra liquida”, e
“la Sua bocca è la dolcezza stessa”. L’aspetto del Salvatore risorto è “come il
sole quando risplende in tutta la sua forza”, e l’effetto della visione su
Giovanni (“Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto”) non fu diverso da
quello della visione data a Saulo - poi chiamato Paolo - quando si avvicinava a
Damasco (cfr. Atti 9:3 e seg.). Ma per la Sua sposa “il Suo aspetto è come il
Libano, maestoso come i cedri”. Il Leone della tribù di Giuda è per la Sua sposa
il Re d’amore; e, con tutto il cuore e a volto scoperto, ella descrive la Sua
bellezza in tal maniera che le figlie di Gerusalemme sono prese da un forte
desiderio di cercarLo con lei, affinché anch’esse possano contemplare la Sua
bellezza.
Dov’è
andato il tuo amico,
O
la più bella fra le donne?
Quale
direzione ha preso l’amico tuo?
La sposa
risponde:
Noi
lo cercheremo con te.
Il
mio amico è sceso nel suo giardino,
Nelle
aie degli aromi,
A
pascolare le greggi nei giardini
E
cogliere gigli.
Nonostante appaia
disperata e abbattuta, ella sa di essere ancora l’oggetto del Suo affetto, e Lo
reclama come suo. L’espressione che segue, “io sono dell’amico mio; e l’amico
mio, che pascola il gregge tra i gigli, è mio”, è simile a quella trovata
nel secondo capitolo: “il mio amico è mio, e io sono sua”; eppure la
differenza è notevole. Un tempo il suo primo pensiero di Cristo era reclamarLo
come suo; ora questo è secondario. Ora ella pensa dapprima al Suo diritto; e
solo in seguito menziona il proprio. Vediamo un ulteriore sviluppo della grazia
nel capitolo 7, verso 10, dove la sposa, perdendo di vista completamente il
proprio diritto, dice:
Io
sono del mio diletto,
E
il suo desiderio è verso di me. (verso 7:10, N.D.)
Non prima che ella
abbia pronunciato queste parole ed essersi riconosciuta come diritto del Suo
sposo - un diritto che in pratica ha ripudiato quando ha sbarrato la sua porta -
appare lo Sposo. E senza parole di rimprovero, ma con l’amore più tenero, le
dice quanto è bella ai Suoi occhi, e parla di lei encomiandola davanti alle
figlie di Gerusalemme. Egli le dice:
Amica
mia, tu sei bella come Tirza [la bellissima città di
Samaria],
Leggiadra
come Gerusalemme [la gloriosa città del grande Re],
Tremenda
[o piuttosto, brillante] come un esercito a bandiere
spiegate.
Distogli
da me i tuoi occhi, che mi turbano. (vedere versi 4-7)
Quindi, rivolgendosi
alle figlie di Gerusalemme, Egli esclama:
Ci
sono sessanta regine, ottanta concubine,
E
fanciulle innumerevoli;
Ma
la mia colomba, la perfetta mia, è unica;
È
l’unica di sua madre,
La
prescelta di colei che l’ha partorita.
Le
fanciulle la vedono e la proclamano beata;
La
vedono pure le regine e le concubine e la lodano.
Chi
è colei che appare come l’alba,
Bella
come la luna, pura come il sole,
Tremenda
come un esercito a bandiere spiegate?
Così questa parte si
conclude con la comunione pienamente ristorata; la sposa riabilitata e
apertamente riconosciuta dallo Sposo come Sua incomparabile compagna e amica. La
dolorosa esperienza attraverso cui ella è passata è stata carica di beni
durevoli, e non abbiamo altre indicazioni di una comunione interrotta, anzi,
seguono solo gioia e fruttuosità.
PARTE
5
I
FRUTTI DELLA COMUNIONE RICONOSCIUTA
Cantico
dei Cantici 6:2 - 8:4
Nella seconda e nella
quarta parte di questo libretto abbiamo visto infranta la comunione della sposa;
nel primo caso, a causa della caduta nella mondanità, e nel secondo a causa
della pigrizia e della soddisfazione di sé. Questa parte invece, come la terza,
riguarda la comunione ininterrotta. Essa si apre con le parole della
sposa:
Io
sono discesa nel giardino dei noci
A
vedere le piante verdi della valle,
A
vedere se le viti mettevano le gemme,
Se
i melagrani erano in fiore.
Non
so come, ma il mio desiderio
Mi
ha posta sui carri del mio nobile popolo.
Come nel principio
della terza parte, la sposa, in comunione ininterrotta con il suo Signore, era
presente, sebbene non menzionata fino a quando non ha reso evidente la sua
presenza rivolgendosi alle figlie di Sion; così, in questa parte la presenza del
Signore non viene notata fino a quando Egli stesso si rivolge alla Sua sposa. Ma
ella è uno con il suo Signore mentre è impegnata nel Suo servizio! La Sua
promessa, “Io sono con voi tutti i giorni”, è sempre adempiuta verso di lei; ed
Egli non deve più supplicarla di alzarsi e venire via; o dirle che il suo capo
“è coperto di rugiada” e le sue chiome “sono piene di gocce della notte”; o
dirle che se Lo ama deve occuparsi dei Suoi agnelli e delle Sue pecore. Ella
stessa è il Suo giardino, e non dimentica di prendersene cura con attenzione, né
bada alle vigne degli altri trascurando di badare alla propria. Con Lui come
pure per Lui, ella scende nel giardino dei noci. Tanto profonda è l’unione tra
di essi, che molti commentatori hanno trovato difficoltoso decidere se a parlare
fosse la sposa o lo Sposo, e in realtà si tratta di una questione di poca
importanza; poiché, come abbiamo detto, entrambi erano lì, e un’anima sola.
Eppure crediamo di essere nel giusto attribuendo queste parole alla sposa, dato
che a lei si rivolgono le figlie di Gerusalemme, ed è lei quella che risponde
loro.
La sposa e lo Sposo
appaiono essere stati trovati dal loro popolo nella dolce comunione del
servizio, e la sposa si trova seduta sui carri del suo popolo - il popolo suo
oltre che del suo Sposo.
Le figlie di
Gerusalemme la richiamano indietro:
Torna,
torna, o Sulamita,
Torna,
torna, che ti ammiriamo.
Non è un mistero chi
ella sia, né perché il suo Amato valga più di qualunque altro amato; Egli è
riconosciuto come il re Salomone, e ad ella è dato lo stesso nome, ma nella
forma femminile (Sulamita).
Nelle parole “torna,
torna”, alcuni hanno visto un’indicazione del rapimento della Chiesa; e con essi
spiegano parti del contesto seguente, che però appare incoerente con questa
interpretazione, come congettura anziché progressione. Sebbene questa
interpretazione sia interessante, in quanto potrebbe spiegare l’assenza di
riferimenti al Re nei versi precedenti, noi non la riteniamo valida; preferiamo
guardare all’intero cantico come a una progressione, e ne paragoniamo le parole
finali con le parole con cui si conclude il libro dell’Apocalisse: “Sì, vengo
presto. Amen. Vieni, Signore Gesù” (Apocalisse 22:20). Dunque interpretiamo
l’allontanamento della sposa dal giardino come soltanto
temporaneo.
La sposa risponde alle
figlie di Gerusalemme:
Perché
ammirate la Sulamita?
o,
come è scritto nella versione Nuova Diodati:
Che
cosa vedete nella Sulamita?
Nella presenza del Re,
ella non riesce a capire il motivo per cui qualcuno debba rivolgere la propria
attenzione a lei. Come Mosè, il quale stette alla presenza di Dio, e quando
scese dal monte non sapeva che il suo volto risplendeva di una gloria divina
(cfr. Esodo 34:29), così accade qui alla sposa. E noi possiamo imparare questa
importantissima lezione: quelli che non hanno veduto la bellezza del Signore,
non mancheranno di ammirare la Sua bellezza riflessa nella Sua sposa. Lo sguardo
rapito delle figlie di Gerusalemme sorprende la sposa, che dice: cosa vedete in
me, che sono la sposa, sebbene indegna, del glorioso Re? State forse guardando
“una danza a due schiere?” (cioè la danza di Mahanaim, fatta da due schiere
delle donne più belle di Israele).
Le figlie di
Gerusalemme non hanno alcuna difficoltà a rispondere alla sua domanda, e a
riconoscerla come di nascita reale: “O figlia di Principe!”; e descrivono nel
linguaggio orientale la sua magnifica bellezza: dai piedi alla testa in lei
vedono solo bellezza e perfezione (versi 7:2-6). Che contrasto con il suo stato
naturale! Un tempo “dalla pianta del piede fino alla testa” non vi era altro che
“ferite, lividure e piaghe aperte” (Isaia 1:6); ma ora i suoi piedi “calzati con
la prontezza dell’Evangelo della pace” (Efesini 6:15), e i capelli stessi del
suo capo la proclamano una Nazirea: il “Re è incatenato dalle tue trecce!”
(Cantico 7:6).
Ma Qualcuno risponde,
più a lei che alle figlie di Gerusalemme, a quella sua domanda: “che cosa vedete
nella Sulamita?”. Lo Sposo stesso risponde:
Quanto
sei bella, quanto sei piacevole,
Amore
mio, in mezzo alle delizie!
Egli vede in lei la
bellezza e la fruttuosità delle alte palme, della vite graziosa, del melo
fragrante (versi 7:8-9). La grazia l’ha resa come la palma, che è l’emblema
della rettitudine e della fertilità. Il frutto della palma da datteri è
considerato migliore del pane dai viaggiatori orientali, tanto è grande il suo
potere nutritivo; e la forza che genera quel frutto nell’albero non svanisce:
anzi, con il passar degli anni, il frutto diventa ancora più perfetto e più
abbondante.
Il
giusto fiorirà come la palma,
Crescerà
come il cedro del Libano.
Quelli
che son piantati nella casa del Signore
Fioriranno
nei cortili del nostro Dio.
Porteranno
ancora frutto nella vecchiaia;
Saranno
pieni di vigore e verdeggianti
(Salmo 92:12-14)
Ma per quale motivo il
giusto è stato reso così saldo e rigoglioso?
Per
annunziare che il Signore è giusto;
Egli
è la mia Rocca, e non v’è ingiustizia in Lui. (verso
92:15)
Uno con il nostro
Signore, Egli è nostro per mostrare la Sua grazia e la Sua virtù, per far
rispecchiare in noi la Sua bellezza, per farci essere i Suoi fedeli
testimoni.
La palma è anche
l’emblema della vittoria; essa innalza la sua magnifica corona verso i cieli,
senza timore del calore del sole soffocante, o dei venti cocenti del deserto.
Per la sua bellezza era uno degli ornamenti di Salomone, e del Tempio veduto da
Ezechiele. Quando il nostro Salvatore fu ricevuto a Gerusalemme come Re di
Israele, la gente prese dei rami di palme e Gli andò incontro (cfr. Giovanni
12:13); e nel glorioso giorno del Suo matrimonio, “una folla immensa che nessuno
[può] contare, proveniente da tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue, [starà]
in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, vestiti di bianche vesti e con
delle palme in mano”; e attribuiranno a Dio e a Cristo la loro salvezza,
gridando: “La salvezza appartiene al nostro Dio che siede sul trono, e
all’Agnello” (Apocalisse 7:9-10).
Ma se la sposa
assomiglia alla palma, ella assomiglia anche alla vite. Ha grandemente bisogno
delle cure di suo Marito, e le ricambia con amore. Dimorando in Cristo, la vera
sorgente della fruttuosità, ella produce “grappoli d’uva”, deliziosi e
rinfrescanti, ma anche rinvigorenti, come il frutto della palma - e dunque
deliziosi e rinfrescanti per Lui, il proprietario della vigna, come pure per il
mondo stanco e assetato in cui Egli l’ha posta.
La vite ci dà delle
lezioni suggestive: essa necessita e cerca supporto; il coltello affilato del
potatore spesso elimina impietosamente le sue tenere ghirlande, e sciupa il suo
bell’aspetto, ma ne aumenta la fruttuosità. È stato meravigliosamente
scritto:
La Vite vivente, Cristo ha scelto per Sé:
Dio l’ha data all’uomo per farne uso e sostenersi
Grano, vino, e olio, ciascuno di questi è buono:
E Cristo è il Pane della vita e la Luce della vita.
Eppure, Egli non ha scelto il grano estivo,
Che
spunta diritto e libero crescendo rapidamente,
E
che ha il suo momento, ma finisce, e non spunta più
Né
l’ulivo, i cui tanti rami si aprono
Nell’aria
dolce, e non perde mai una foglia,
Fiorendo
e fruttificando in perpetuo;
Ma
solo questa, per Lui e a Lui appartiene:
Quella
eterna, sempre fertile Vite,
Che
dà il calore e la passione al mondo,
Attraverso
la sua linfa vitale, rinnovata e versata.
* *
* * *
* *
Da ogni tralcio vivente della Vite cola vino;
È forse più povera per quello che ha versato?
L’ubriaco e l’impudico ne bevono;
Sono essi più ricchi per quel dono ricevuto?
Misura la tua vita con la perdita anziché il
guadagno;
Non per quanto hai bevuto ma per quanto hai sparso;
Poiché la forza dell’amore consisté nel sacrificio
d’amore;
E colui che più soffre, ha più da offrire.
Ma una figura è
maggiormente utilizzata dallo Sposo: “il profumo del tuo fiato, [è] come quello
delle mele”. Nella prima parte la sposa esclama:
Qual
è un melo tra gli alberi del bosco,
Tal
è l’amico mio fra i giovani.
Io
desidero sedermi alla sua ombra,
Il
suo frutto è dolce al mio palato.
Qui troviamo il
risultato di quella comunione. Il melo di cui si è nutrita ha profumato il suo
fiato, e le ha impartito il suo odore. Lo Sposo conclude la Sua
descrizione:
La
tua bocca [è] come un vino generoso
Che
scende dolcemente
Per
il mio diletto,
Sfiorando
delicatamente le labbra di chi dorme.
Quanto è meravigliosa
la grazia che ha fatto si che la sposa di Cristo fosse tutto per il suo Amato!
Retta come la palma, vittoriosa e perennemente fruttuosa mentre si avvicina al
cielo; tenera e gentile come la Vite, noncurante di sé ed altruista, non
meramente per portare frutto nonostante le avversità, ma per portare il suo
frutto migliore attraverso di esse; godendo del suo Amato, mentre riposa alla
Sua ombra, e partecipando alla Sua fragranza; cosa non ha fatto per lei la
grazia! E quale dev’essere la sua gioia nel vedere, ancor più pienamente, la
soddisfazione del glorioso Sposo verso quell’umile fiore selvatico che Egli ha
preso come Sua sposa, e che ha reso splendido con la Sua grazia e
virtù!
Io
sono del mio amico,
Verso
me va il suo desiderio
ella
esclama con gioia. Ora
non c’è nulla solo di sé o per sé, ma tutto è di Te e per Te. E se questi sono i
dolci frutti che si ottengono andando nel giardino dei noci, e curando il Suo
giardino con Lui, non sarà necessario forzarla perché ella continui in questo
servizio benedetto.
Vieni,
amico mio, usciamo ai campi,
Passiamo
la notte nei villaggi!
Ella non si vergogna
delle sue umili origini, poiché non teme vergogna: l’amore perfetto ha cacciato
via la paura (cfr. 1 Giovanni 4:18). Lo stato reale del Re, con i suoi fasti e
il suo splendore, può essere goduto momento per momento; ogni ora è più dolce
con Lui al suo fianco per rendere prospero il giardino; per darGli ogni sorta di
frutti preziosi, nuovi e vecchi, che ella ha conservato per Lui; e meglio
ancora, per soddisfarlo con l’amore che porta per Lui. Non solo è felice di
questa comunione nel servizio, ma desidererebbe volentieri che non ci fossero
onori o doveri a distrarre la Sua attenzione e riducendo per qualche momento la
gioia della Sua presenza.
Oh,
perché non sei tu come un mio fratello,
Allattato
dal seno di mia madre!
Trovandoti
fuori, ti bacerei
E
nessuno mi disprezzerebbe.
Ella vorrebbe potersi
curare di Lui, e avere la Sua completa attenzione, come una sorella può
prendersi cura di suo fratello. È profondamente consapevole del fatto che Egli
le ha elargito grandi ricchezze, e che lei non è nulla in confronto a Lui; ma
invece di esaltarsi con orgoglio per quello che è riuscita a fare grazie di Lui,
ella vorrebbe, se fosse possibile, poter essere lei a donare e Lui a ricevere.
Ben lontano è quel pensiero maldisposto, che deve così straziare il cuore del
nostro Signore: “Non penso che Dio mi chieda di fare questo”; oppure, “Devo
proprio abbandonare questa cosa, per poter essere un Cristiano?”. La vera
devozione preferisce chiedere che le sia consentito dare, e reputa una perdita
tutte le cose che non possono essere date per il Signore: “Ritengo che ogni cosa
sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio
Signore” (Filippesi 3:8).
Questo desiderio
ardente di essere di più per Lui, comunque, non acceca la coscienza della sposa
impedendole di vedere che ha bisogno della Sua guida, e che Egli solo è il Suo
vero Maestro.
Ti
condurrei, t’introdurrei in casa di mia madre;
Tu
m’istruiresti
E
io ti darei da bere vino aromatico,
Succo
del mio melagrano.
Io Ti darei il meglio
di quello che ho, eppure cercherei ancora tutto il mio riposo e la mia
soddisfazione in Te.
La
sua sinistra sia sotto il mio capo
E
la sua destra mi abbracci!
E così si conclude
questa parte. Non c’è nulla di più dolce per lo Sposo o per la sposa, di questa
comunione consacrata e non ostacolata; ed Egli, di nuovo, scongiura le figlie di
Gerusalemme, dicendo:
Figlie
di Gerusalemme, io vi scongiuro,
Non
svegliate, non svegliate l’amor mio,
Finché
lei non lo desideri!
Una comunione davvero
consacrata! Che noi possiamo sempre goderne; e dimorando in Cristo, canteremo,
con le parole familiari del noto inno:
Le Tue braccia sono strette intorno a me,
E il mio capo è sul Tuo seno;
E la mia anima esausta Ti ha trovato
Quale perfetto, perfetto riposo!
Benedetto Gesù,
Ora io so che son benedetto.
PARTE
6
COMUNIONE
SENZA LIMITI
Cantico
dei Cantici 8:5 - 8:14
Abbiamo raggiunto la
parte conclusiva del libro, il quale, come abbiamo visto, è un poema che
descrive la vita del credente sulla terra. La prima parte (Cantico dei Cantici
1:2-2:7) inizia con la vita insoddisfatta della sposa - il cui desidero può
essere soddisfatto solo arrendendosi senza riserve allo Sposo dell’anima sua,
cioè a Cristo - e vediamo che quando ella si arrende, invece di trovare la croce
che tanto temeva, trova un Re, il Re d’amore, che soddisfa i suoi desideri più
profondi, e trova soddisfazione in lei.
La seconda parte
(capitolo 2:8-3:5) mostra un fallimento da parte sua; ella è stata riattratta
nel mondo, e ben presto vede che il suo Amato non può seguirla laggiù; allora,
con pieno convincimento di cuore va a cercarLo, confessando il Suo nome, e così
la sua ricerca ha successo, e la sua comunione viene
ristorata.
La terza parte
(capitolo 3:6-5:1) parla della comunione ininterrotta. Dimorando in Cristo, ella
condivide la Sua sicurezza e la Sua gloria. Ella, comunque, attira l’attenzione
delle figlie di Gerusalemme dalle cose materiali al suo Re. E, mentre è così
occupata con Lui, desiderando che anche altri lo siano come lo è lei, scopre che
il suo reale Sposo si compiace in lei, e la invita a gioire della comunione nel
servizio, senza temere le spelonche dei leoni e i monti dei
leopardi.
La quarta sezione
(capitolo 5:2-6:10), comunque, mostra di nuovo un fallimento; non si tratta di
nuovo di una caduta a causa della mondanità, ma piuttosto di orgoglio spirituale
e pigrizia. La ristorazione ora è molto più difficile; ma ella va diligentemente
in cerca del suo Signore, e Lo confessa, attraendo altri a cercarLo insieme a
lei, ed Egli si rivela e la comunione è ristorata, per non essere mai più
interrotta.
La quinta sezione
(capitolo 6:2-8:4), come abbiamo visto, descrive non solo la reciproca
soddisfazione e la gioia che la sposa e lo Sposo provano insieme, ma il
riconoscimento della posizione della sposa e della sua bellezza da parte delle
figlie di Gerusalemme.
E ora, nella sesta
parte (capitolo 8:5-8:14) giungiamo alla scena conclusiva del libro. In essa,
vediamo la sposa appoggiarsi al suo Amato, e chiederGli di stringerla ancor più
fermamente a sé, e affaccendarsi nella Sua Vigna, fino al giorno in cui Egli la
chiamerà via dal suo servizio terreno. A questa ultima parte volgeremo
maggiormente la nostra attenzione.
Essa si apre, come la
terza, con una domanda o esclamazione delle figlie di Gerusalemme. Prima esse
chiedevano: “Chi è colei che sale dal deserto, simile a colonne di
fumo...”, ma la loro attenzione era rivolta solo allo sfarzo e allo
stato del Re, quindi non alla Sua persona, né alla Sua sposa. Esse erano
attratte dalla felice posizione della sposa in relazione al suo Amato, e non da
quello che li circondava.
Chi
è colei che sale dal deserto
Appoggiata
all’amico suo?
È attraverso la sposa
che la loro attenzione si sposta sullo Sposo; la loro unione e comunione sono
ora aperti e manifesti. Per l’ultima volta viene menzionato il deserto; ma,
dolcemente consolata dalla presenza dello Sposo, non v’è alcun deserto
nell’animo della sposa. Con tutta la confidanza dell’amore fiducioso ella si
appoggia al suo Amato. Egli è la sua forza, la sua gioia, il suo orgoglio, e il
suo premio; mentre ella è il Suo tesoro particolare, l’oggetto delle Sue cure
più tenere. Tutti i tesori della Sua saggezza e potenza le appartengono; quando
ella lavora è a riposo, attraverso il deserto continua ad essere soddisfatta,
mentre si appoggia sul suo Amato.
Meravigliose sono le
rivelazioni della grazia e dell’amore al cuore, che lo Spirito Santo ci insegna
attraverso la relazione tra la sposa e lo Sposo, il Cristo di Dio è più che un
comune Sposo per il Suo popolo. Egli, che quando era in terra poté dire: “Prima
che Abrahamo fosse nato, Io sono” (Giovanni 8:58), qui reclama la Sua sposa fin
dal giorno della sua nascita, e non solo da quello del loro matrimonio. Già da
prima ella Lo conosceva, ed Egli la conosceva; ed Egli glielo ricorda nelle
parole:
Io
ti ho svegliata sotto il melo,
Dove
tua madre ti ha partorito.
Egli trova piacere
nella sua bellezza, ma non è tanto quella la causa, quanto l’effetto del Suo
amore; poiché Egli l’ha presa quando non aveva bellezza. L’amore che l’ha resa
quello che è diventata, e che ora prende piacere in lei, non è un amore
incostante, né ella deve temere che possa cambiare.
Con gioia la sposa
comprende la verità, cioè che ella appartiene a Lui, ed
esclama:
Mettimi
come un sigillo sul tuo cuore,
Come
un sigillo sul tuo braccio;
Perché
l’amore è forte come la morte,
La
gelosia [amore ardente] è dura [trattiene] come lo
Sceol;
I
suoi ardori sono ardori di fuoco,
Fiamma
dell’Eterno.
Il Sommo Sacerdote
portava i nomi delle dodici tribù di Israele sul suo cuore; ogni nome era inciso
come sigillo nella costosa e indistruttibile pietra scelta da Dio; ogni sigillo
o pietra era incastonata nell’oro più puro; allo stesso modo, Egli portò gli
stessi nomi sulle sue spalle, indicando che l’amore e la forza del Sommo
Sacerdote erano a garanzia delle tribù di Israele. Lo Sposo è per la sposa il
Suo Profeta, Sacerdote, e Re, poiché “l’amore è forte come la morte”. Non che
ella dubiti della costanza del suo Amato, ma ha constatato, ahimè!, l’incostanza
del proprio cuore; e così desidera di essere legata al cuore e al braccio del
suo Amato con catene e sigilli d’oro, con l’emblema della divinità. Perciò il
Salmista pregava: “legate la vittima della solennità e portatela ai corni
dell’altare” (Salmo 118:27).
Possiamo dire che è
facile portare il sacrificio all’altare che santifica l’offerta, ma serve la
coercizione divina - le corde dell’amore - perché esso rimanga lì. Così, qui la
sposa si dispone e si fissa sul cuore e sul braccio di Colui che d’ora in poi
per lei è “tutto in tutti”, cosicché ella può per sempre aver fiducia solo in
quell’amore, ed essere sostenuta solo per quella forza.
Non abbiamo tutti
bisogno di imparare una lezione da questo? E di pregare di essere preservati dal
tornare (parlando per simboli) a cercare aiuto in Egitto, confidando in carri e
cavalli, e sperando nei prìncipi, nei figli degli uomini, anziché nell’Iddio
vivente? Come i Re di Israele, che avevano vinto grandi battaglie per fede, ma a
volte andavano proprio da quelle nazioni pagane anni più tardi! Il Signore
preservi il Suo popolo da questa trappola.
La sposa continua:
“I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma dell’Eterno” (versione
Luzzi). È bene notare che questa è l’unica occasione in cui è menzionato il nome
“Eterno”. Ma come ometterlo qui? Poiché l’amore è di Dio, e Dio è
amore.
Alla sua richiesta, lo
Sposo risponde con parole rassicuranti:
Le
grandi acque non potrebbero spegnere l’amore,
I
fiumi non potrebbero sommergerlo.
Se
uno desse tutti i beni di casa sua in cambio
dell’amore,
Sarebbe
del tutto disprezzato.
L’amore che la grazia
ha portato nel cuore della sposa è in sé stesso divino e persistente; le grandi
acque non potrebbero spegnerlo, né potrebbero i fiumi sommergerlo. Sofferenza e
dolore, lutto e privazione possono mettere alla prova la sua costanza, ma non lo
spegneranno. La sua sorgente non è umana o naturale; come fuoco, è nascosto con
Cristo in Dio. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà l’afflizione, o la
distretta, o la persecuzione, o la fame, o la nudità, o il pericolo, o la spada?
. . . Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori in virtù di Colui che
ci ha amati. Infatti io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né
principati, né potenze, né cose presenti, né cose future, né altezze, né
profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in
Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 8:35-39). Il nostro amore verso Dio è reso
sicuro dall’amore di Dio per noi. Per l’anima davvero salvata per grazia, nessun
tentativo di farle abbandonare l’amore di Dio avrà successo. “Se uno desse
tutti i beni di casa sua in cambio dell’amore, sarebbe del tutto
disprezzato”.
Liberata dall’ansietà
sulla propria perfetta fedeltà, la sposa felice chiede poi guida, e comunione
nel servizio con il suo Signore, verso coloro che non hanno ancora raggiunto la
sua posizione.
Noi
abbiamo una piccola sorella,
Che
non ha ancora mammelle;
Che
cosa faremo per la nostra sorella,
Nel
giorno in cui si parlerà di lei?
Quanto appare
meravigliosamente l’unione della sposa con lo Sposo in queste espressioni.
“Abbiamo una piccola sorella”, non “io ho...”; e ancora: “che cosa faremo...”.
Ella non ha più relazioni private o interessi privati; in tutte le cose è una
con Lui. E vediamo un ulteriore sviluppo della grazia nella domanda stessa.
Verso la conclusione dell’ultima parte ella riconosce lo Sposo come suo Maestro.
Ella non decide per conto proprio sul da farsi per la sorella, ma chiede il Suo
consenso; apprenderà così quali sono i Suoi pensieri, e avrà comunione con Lui
nei Suoi piani.
Quante ansietà e
preoccupazioni si risparmierebbero i figli di Dio se imparassero ad agire in
questo modo! Non è vero forse che spesso cerchiamo di prendere le migliori
decisioni possibili, di realizzarle nel modo migliore, sentendo il grande peso
della responsabilità del servizio, e chiedendo sinceramente a Dio di aiutarci?
Ma se Egli sarà sempre il nostro Maestro nel servizio, e lasceremo a Lui la
responsabilità, la nostra forza non verrà meno per le preoccupazioni e le
ansietà, ma sarebbe tutto a Sua disposizione, per adempiere i Suoi
scopi.
Nella “piccola
sorella”, ancora immatura, non vediamo forse gli eletti di Dio, dati a Cristo da
Dio Padre, quando non sono ancora in quella relazione salvifica con Lui? E forse
anche quei “bambini” in Cristo che devono ancora essere alimentati con latte
anziché con cibo solido (cfr. 1 Corinzi 3:1 e seg.), ma che, cresciuti con cura,
diverranno credenti con esperienza, adatti al servizio per il Signore? Allora
essi saranno chiamati al servizio per cui il Signore li ha
preparati.
Lo Sposo
risponde:
Se
è un muro,
Costruiremo
su di lei una torretta d’argento;
Se
è un uscio,
La
chiuderemo con una tavola di cedro.
In questa risposta lo
Sposo riconosce con dolcezza la Sua unità con la Sua sposa, nello stesso modo in
cui ella aveva dimostrato di essere cosciente della sua unità con Lui. Quando
ella chiede: “Che cosa faremo per la nostra sorella?”, Egli risponde: “Noi
costruiremo. . . chiuderemo. . .”, cioè non eseguirà i Suoi piani di grazia
noncurante della Sua sposa, ma opererà con e per mezzo di lei. Cosa può essere
fatto per questa sorella, comunque, dipende da quello che diventerà. Se “un
muro”, cioè salda sul vero fondamento, forte e stabile, ella sarà adornata e
bella con finimenti d’argento; ma se sarà instabile e smossa facilmente come
“una porta”, questo trattamento non sarà possibile, né adatto; dovrà essere
chiusa con “tavole di cedro”, circondata con vincoli, per la sua
protezione.
La sposa,
rallegrandosi, risponde: “io sono un muro”, ella conosce il fondamento
sul quale è edificata, non ci sono “se” nel suo caso: ella è consapevole di aver
trovato favore agli occhi del suo Amato. La benedizione di Neftali è sua: il
favore dello Sposo è su di Lei, “io sono stata ai Suoi occhi come chi ha
trovato pace”.
Ma cosa impariamo
dalla relazione di questa felice consapevolezza con i versi che
seguono?
Salomone
aveva una vigna a Baal-Amon;
Egli
affidò la vigna a dei guardiani,
Ognuno
dei quali portava, come frutto, mille sicli d’argento.
La
mia vigna, che è mia, sta davanti a me.
Tu,
Salomone, tieni per te i tuoi mille sicli,
E
ne abbiano duecento quelli che guardano il frutto della
tua!
Si tratta di una
relazione di grande importanza, che ci insegna che ciò che la sposa era (per
grazia) ha più importanza di quello che aveva fatto; e che ella non operò per
guadagnare il favore, ma anzi, essendole stato garantito il favore, mette tutto
il suo amore nel servizio. La sposa conosce la sua relazione che la lega al suo
Signore, e il Suo amore per lei; e nel dirGli di tenere per sé i sicli
d’argento, la sua preoccupazione è che la sua vigna non produca meno frutto per
il Re rispetto a quanto produce l’altra Sua vigna di Baal-Amon; la vigna della
sposa è ella stessa, e desiderava portare per il suo Signore molto frutto. Ella
vede, inoltre, che i guardiani della vigna, i suoi compagni di lavoro nei campi,
che ministrano la parola e la dottrina, sono ben ripagati; ella non mette la
museruola al bue che trebbia il grano; una decima piena, anzi doppia, era la
porzione di coloro che avevano i frutti e lavoravano nella vigna insieme a
lei.
Non sappiamo quanto a
lungo sia durato questo felice servizio, e quando si sia concluso; soltanto
Colui che chiama i Suoi servitori a lavorare nei giardini, e a coltivarli per
Lui - come Adamo fu posto nel paradiso di Dio - conosce il termine di questo
servizio. Presto o tardi il riposo verrà, il peso e il calore dell’ultimo giorno
saranno svaniti, l’ultimo conflitto finirà, e la voce dello Sposo sarà udita
rivolgersi alla Sua amata:
Tu
che abiti nei giardini,
I
compagni stanno attenti alla tua voce!
Fammela
udire!
Il tuo servizio tra i
tuoi compagni è finito; hai combattuto il buon combattimento, hai serbato la
fede, hai finito la tua corsa (cfr. 2 Timoteo 4:7); ora ti è riservata la corona
della giustizia, e lo Sposo stesso sarà la tua straordinaria
ricompensa!
Ben può la sposa
farGli udire la sua voce mentre, correndo a incontrarLo,
grida:
Fa’
presto, mio diletto
E
sii simile a una gazzella o a un cerbiatto,
Sui
monti degli aromi!
Ella non Gli chiede
più, come nella seconda parte:
Torna,
amico mio, come la gazzella o il cerbiatto
Sui
monti di Bether [cioè, della separazione]
La sposa non hai più
desiderato il Suo allontanamento, poiché non ci sono monti di Bether per coloro
che dimorano in Cristo; ora sono i monti degli aromi. Colui che abita nelle lodi
di Israele che si innalzano, come il profumo dell’incenso, dal cuore del Suo
popolo, è invitato dalla Sua sposa a far presto, a venire con rapidità, ed
essere come una gazzella o un cerbiatto sui monti degli
aromi.
Molto dolce è la
presenza del nostro Signore, che per il Suo Spirito abita nel Suo popolo, mentre
Lo serviamo quaggiù; ma sul sentiero molte sono le spine a cui dobbiamo fare
attenzione; ed è bene che soffriamo ora con il nostro Signore, affinché possiamo
anche essere glorificati insieme a Lui. Si avvicina, comunque, il giorno in cui
Egli ci porterà con sé nei giardini celesti del palazzo del grande Re. Lì, i
figli di Dio “non avranno più fame e non avranno più sete, non li colpirà più
il sole né alcuna arsura; perché l’Agnello che è in mezzo al trono li pascerà e
li guiderà alle sorgenti delle acque della vita; e Dio asciugherà ogni lacrima
dai loro occhi” (Apocalisse 7:16-17).
Lo
Spirito e la sposa dicono: Vieni! . . .
Sì,
vengo presto!
Amen;
vieni, Signore Gesù! (Apocalisse 22:17-20)
APPENDICE
Le
Figlie di Gerusalemme
Una domanda posta di
frequente è: chi rappresentano le figlie di Gerusalemme?
Esse certamente non
sono la sposa, eppure non sono tanto lontane da lei. Esse sanno in che luogo lo
Sposo conduce il Suo gregge per farlo riposare la notte; ad esse Egli si rivolge
per chiedere loro di non svegliare la Sua amata durante il suo riposo, mentre
dimora in Lui; esse spostano la loro attenzione sullo Sposo quando Egli appare
con dignità e gloria dal deserto; i loro doni d’amore adornano il Suo carro; la
sposa chiede aiuto a loro per trovare il suo Amato, e, toccate dalla descrizione
della bellezza dello Sposo, esse la aiutano nella ricerca; esse descrivono
appieno la bellezza della sposa, ma, d’altra parte, non le troviamo mai
impegnate con la persona dello Sposo; Egli non è “tutto in tutti” in loro; esse
badano alle cose esteriori e carnali.
Non rappresentano
dunque coloro che, se non salvati, sono molto vicini ad esserlo? O, se salvati,
sono solo quasi salvati? Che si preoccupano al presente più delle cose di questo
mondo che delle cose di Dio? Curare i propri interessi, assicurare il proprio
benessere, gli importa di più che piacere a Dio in ogni cosa. Essi forse
potranno far parte di quella moltitudine di cui si parla in Apocalisse 7:9-17,
che viene dalla grande tribolazione, ma non faranno parte dei
centoquarantaquattromila (le “primizie a Dio e all’Agnello”, cfr. Apocalisse
14:1-5), poiché hanno dimenticato l’avvertimento del nostro Signore in Luca
21:34-36; e dunque non sono “ritenuti degni di scampare a tutte queste cose che
stanno per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”. Essi non hanno,
come Paolo, ritenuto “che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della
conoscenza di Cristo Gesù” (Filippesi 3:8), e dunque essi non giungono a
partecipare a quella risurrezione, che Paolo temeva di poter perdere, ma pure
cercava di prepararsi per essa.
Desidero far conoscere
a tutti la nostra solenne convinzione che non tutti coloro che sono Cristiani, o
pensano di essere tali, saranno in grado di giungere alla risurrezione di cui
Paolo parla in Filippesi 3:10, o incontreranno il Signore nell’aria. Ma a coloro
le cui vite di consacrazione manifestano che essi non sono del mondo, ma sono in
attesa del Suo ritorno, apparirà senza peccato, per la loro salvezza (Ebrei
9:28).
Trascrizione
in lingua originale: Kathy Sewell
(ksewell@gate.net)
Disponibile
presso: Christian Classics Ethereal
Library ( http://www.ccel.org/
)
Traduzione
in italiano: Renato Giliberti (mailto:regilib@tin.it)
Disponibile
presso: http://www.evangelici.net/classici/
e
presso: http://www.naiot.it/