CARISMATICA
STUDIO BIBLICO
Introduzione
Suddivisione schematica della Carismatica.
Nota:
·
Lo studio dei ministeri fondamentali (detti anche gerarchici)
(Ebrei 13:17; Efesini 4:11)
Nota: La “gerarchia”
è determinata dal ministero e quindi è espressione teocratica e non
democratica.
·
Lo studio dei doni e delle operazioni (prive di carattere
gerarchico) (
Nota: Il testo di 1a Corinzi 12:4-6
parla di “Karisma”
e “Energemeta”,
cioè “doni” ed “operazioni o manifestazioni di potenza”; sembra quindi riferirsi a
tutte quelle manifestazioni spirituali che si differenziano dal ministero, non
soltanto perché privi di carattere gerarchico, ma anche di natura sussistente
(perché transitori anche nel tempo).
·
Lo studio delle attività dette amministrative o assistenziali (Romani 12:8; Atti 6:3)
Nota: particolarmente quest’ultima
voce fa emergere la verità che tutto nella chiesa, anche quanto potesse essere
compiuto dall’abilità naturale, ha un carattere soprannaturale.
Suddivisione biblica della
materia
1. Cataloghi
carismatici:
·
Con 9 manifestazioni (1 Corinzi 12:8-10);
·
Con 8 manifestazioni (1 Corinzi 12:28);
·
Con 7 manifestazioni (Romani 12:6-8);
·
Con 5 manifestazioni (Efesini 4:11).
2. Voci
risultanti dai cataloghi carismatici
Apostolo, Pastore, Dottore, Evangelista, Profeta, Dono di
profezia, di esortazione, di liberalità o assistenza,
di opere di pietà, di governo, di presidenza (che può includere le definizioni:
conduttore, vescovo, anziano), parola di sapienza, di scienza, fede, doni di
guarigioni, potenti operazioni, discernimento spirituale, lingue,
interpretazioni.
I ministri fondamentali
Tutti, o quasi, sono concordi, nell’accettare come fondamento della carismatica i ministeri fondamentali che per riconoscimento quasi unanime sono costituiti da quelli presentati in Efesini 4:11.
A. APOSTOLO: (dal greco classico “spedizione
navale” divenne poi, nella terminologia religiosa, “inviato”). Può essere definito ministero di priorità perché
generalmente è il primo nella cronologia del servizio ed il più importante
nella sua fisionomia gerarchica.
Ha le seguenti caratteristiche:
·
“Possesso di un
compito e autorità per adempierlo” e perciò un inviato plenipotenziario;
·
“Accentramento di
qualificazioni diverse per poter essere fondatore e conduttore” (da questo
concetto è nata la definizione “Apostolo
dell’India”). (Filippesi 2:25; 1 Corinzi 9:2; 2
Corinzi 12:2);
·
“Idoneità, quindi,
per recare il messaggio, stabilire la dottrina, curare l’organizzazione e
l’amministrazione dell’opera fino all’autonomia delle chiese” (Atti 2:42; 6:3).
Particolari di studio:
·
Inizialmente fu attribuito soltanto ai dodici e il “collegio apostolico” era infatti costituito da questi che divennero per antonomasia
“testimoni oculari ed auricolari di
Cristo” facendo concludere ad alcuni che l’apostolo è il testimone (Atti
1:21,22; Luca 6:13; Atti 8:1; 15:2).
·
Successivamente, con lo sviluppo del
cristianesimo, fu chiaramente ravvisata la continuità di questo ministero
facilmente individuabile nell’opera dell’apostolato (1 Corinzi 9:2; Romani
16:7; 2 Corinzi 8:23).
·
Quanto sopra potrebbe dar ragione a quella corrente
cristiana che interpreta Efesini 2:20 come definizione
di una circostanza “non confinata nel
tempo” e che quindi non fa del solo “collegio
apostolico” il fondamento della chiesa, ma vede il rinnovarsi dei fenomeni
spirituali quasi sotto il profilo di “ricorsi
storici”.
·
Gli oppositori di questa tesi fanno rilevare che il libro
degli Atti, primo libro storico della chiesa, non contiene altri nomi di Apostoli oltre gli undici e Mattia (ai quali però sono
aggiunti Paolo e Barnaba), ma non ci sembra che quest’argomento sia valido a
difendere le conclusioni.
·
Non ci sembra che siano valide neanche le osservazioni e
le conclusioni di coloro che danno grande risalto al
parallelismo esistente tra l’apostolato di Paolo e quello degli undici per
rigettare l’elezione di Mattia.
B. PROFETA: Nell’ebraico questo ministerio è definito con vari nomi che possono essere resi nella nostra lingua in “Colui che ha ricevuto una missione da Dio”, oppure “il chiamato dal suo Dio” (Giona 1:2; Isaia 6:8). Nel greco questo nome implica il concetto di “colui che parla al posto o nel nome di Dio”. E’ colui che parla in forma estemporanea e frequentemente estatica per diretta ispirazione divina.
Ha le seguenti caratteristiche:
· Una personalità ieratica, capace di dare al messaggio il suo carattere di austerità (Matteo 3:5-7; 11:9);
· Chiamato da Dio, consapevole della chiamata e manifestando la chiamata (Amos 7:14);
· La “punta d’assalto” nell’opera del ministerio, nel compito di porgere un messaggio ardito, coraggioso, vibrante e privo di qualsiasi calcolo o considerazione (Geremia 20:8).
Particolarità di studio:
·
Il profetismo nacque libero ed infatti anche antichi patriarchi furono considerati profeti
(Giuda 14);
·
Successivamente vennero organizzati ecclesiasticamente
(2 Re 2:3-5) e furono chiamati “veggenti”
(1 Samuele 9:9) termine che aveva un corrispettivo nella lingua classica e che
poteva essere tradotto “contemplante”.
·
“Veggente” non
esprime il concetto di uno che vede il futuro (come alcuni hanno detto), ma piuttosto di uno che vede fuori del tempo (Numeri
24:24);
·
Il messaggio profetico, che può essere anche “edificazione, esortazione e consolazione”,
senza predizione è sempre l’evidente messaggio intellegibile dello Spirito dato
in forma evidentemente carismatica (
·
La profezia presenta nelle sue estrinsecazioni
caratteristiche costanti, ma nel ministero cristiano si suddivide, secondo alcuni, in:
Ø
Ministero del profeta sussistente e partecipato dal
ministero (Atti 15:32);
Ø
Dono di profezia transitorio, ma
partecipato dal soggetto (1 Corinzi 12:9);
Ø
Spirito di profezia, eccezionale atto della sovranità di
Dio non partecipato totalmente dal soggetto (1 Samuele 19:24;
Giovanni 11:51).
C. EVANGELISTA: “Colui che annuncia la
lieta
novella” (Per il suo significato questo nome è stato attribuito anche agli
scrittori degli evangeli). L’annunciatore della buona o delle buone novelle nel
senso generico e spesso anche nel senso specifico di annunciatore
di redenzione, è stato il ministerio di ogni epoca (Isaia 40:3; 57:7). Col
Nuovo Testamento, però, l’evangelista diviene il ministro di un particolare
evangelo (Romani 1:1,9) che ha, naturalmente, al
centro la salute messianica (1 Corinzi 1:17; Galati 1:7,8).
Ha le seguenti caratteristiche:
·
Una spiccata personalità missionaria (Atti 8:5);
·
Un’esuberante vitalità spirituale revivalista,
conquistatrice e polemica (Atti 6:8,9);
·
Un senso di profondo adattamento ai luoghi e alle
necessità itineranti (2 Corinzi 11:26);
·
Una sottomissione assoluta alla guida divina (Atti 8:16).
Particolarità di studio:
·
Può essere prima dell’apostolo senza essere apostolo e in alcuni casi può seguire l’opera dell’apostolo
in qualità di predicatore preambulante;
·
Comunque non siamo d’accordo
con coloro che affermano in modo assoluto essere il ministero dell’evangelista
di carattere missionario (questi dividono i ministeri in due gruppi attribuendo
a quello di carattere missionario i ministeri di apostoli, profeti,
evangelisti);
·
Se è vero che il primo compito dell’evangelista è quello
di dare l’annunzio messianico (Atti 2:18; 8:5), è
anche vero che egli è colui che può sempre (e quindi anche alle chiese) recare
una “buona novella” nell’espletamento
di un ministero di incoraggiamento, di risveglio e di sprone verso una più
profonda vita spirituale (Romani 1:11,15; 15:29; 2 Timoteo 4:5);
·
Quest’ultimo concetto è largamente prevalso nelle chiese di oggi fino a quasi sbiadire la prima fondamentale
caratteristica dell’evangelista.
D. PASTORE: (dirigere una moltitudine o pasturare (1 Pietro 5:2). E’ divenuto l’espressione classica del conduttore del
gregge, di colui cioè, che non soltanto ha la
responsabilità, ma anche la totale direzione e guida delle pecore, animali
sforniti di senso d’orientamento. Anche in questa simbologia o in questa
nomenclatura
Il “pastore” come l’evangelista è il
ministerio di sempre: in Israele la perfezione di questo ministerio si identificava con la funzione direttiva esercitata da
Dio: Salmo 23; Salmo 80:1. Ma si riconosceva questa qualificazione a coloro che avevano ricevuto un mandato da Dio per essere
guida del gregge: Isaia 44:28; Salmo 78:72. Anche oggi Cristo è idealmente il
Sommo Pastore (1 Pietro 5:4).
E quanto Egli riferisce al Suo ministerio rappresenta la più eloquente sintesi di etica e pratica pastorale (Giovanni 10:17).
Ha le seguenti caratteristiche:
·
Capacità a presiedere, quindi a dirigere e controllare
(Romani 12:8).
·
Attitudini di governo, quindi capacità amministrative (1
Corinzi 12:28)
·
Idoneità all’insegnamento, soprattutto pratico, cioè esortativo e di ammaestramento morale. (1 Timoteo 5:17)
·
Senso di responsabilità inerente al bisogno degli
individui e della comunità (Ebrei 13:17)
Particolarità di studio:
·
Quasi all’unanimità la
critica esegetica individua il pastore con l’Angelo della Chiesa. (Apocalisse
2:1)
·
In relazione a quanto sopra consegue:
Ø
Che la comunità
rispecchia la personalità del pastore e viceversa.
Ø
Che il pastore è il
vero diretto responsabile della comunità davanti a Dio.
·
Il pastore può essere sfornito di qualificazioni
profetiche, apostoliche, evangelistiche o docenti,
eppure possedere per intero le capacità di guida e di governo richieste dal Suo
ministerio.
·
La storia cristiana è ricchissima di esempi
di “pastori” non teologi.
E. DOTTORE: (dal greco “colui che insegna”).
In alcune versioni, il greco didàscalos è tradotto
“insegnante” e questo termine
anticamente era “soltanto”
l’equivalente del nostro moderno “teologo”
(Romani 12:7); successivamente entrò nella lingua
classica in riferimento a tutte le discipline di studio. Anche il termine
ebraico corrispondente aveva lo stesso significato e in Israele il “dottore” o “dottore della legge” era essenzialmente l’insegnante e l’interprete
dei precetti sacri e della rivelazione (Luca 2:46). Cristo si dichiara il supremo dottore della
chiesa e dei credenti (Matteo 23:8) e con questa
dichiarazione avoca a Se, in ultima istanza, tutte le controversie dottrinali.
Ha le seguenti caratteristiche:
·
Capacità intuitive relativamente alla
comprensione della dottrina (2 Timoteo
3:10);
·
Capacità didattiche nell’esporre la dottrina (2 Timoteo 2:2; Romani 12:7);
·
Capacità polemiche per ostacolare le false dottrine (Tito
1:9; 2:1).
Particolarità di studio:
·
Nella chiesa apostolica e nei primi secoli del
cristianesimo, il “dottore” (Atti 13:1) è stato individuato in un ministero ben definito,
indipendente da altri ministeri. I “dottori”
della chiesa sono stati, infatti, considerati quei teologi o apologeti che
hanno definito e difeso le verità della dottrina cristiana.
·
Dal IV secolo, soprattutto
con Agostino, forse influenzato dalla propria esperienza, è nata e si è
sviluppata una corrente che afferma essere questo ministerio congiunto con
quello del pastore.
·
L’esperienza storica, anche attuale sembra però smentire decisamente quest’affermazione attraverso la figura di
moltitudini di “pastori” non teologi
e di “teologi” non pastori.
·
I due termini esprimono “capacità di condurre” e “capacità d’istruire
intorno alla dottrina”.
·
Con definizione quasi scherzosa i secondi sono stati
definiti, con una esemplificazione, come coloro che preparano le vivande ed i primi
come coloro che le servono.
·
Alcuni vedono nel dottore un continuatore del ministero
apostolico e ravvisano fra i due anche un parallelo legale (Galati 6:6; 1 Corinzi 9:4-6)
Nota: Il passo ai Galati include già da sé
stesso il ministero apostolico, didattico, pastorale.
·
Comunque, rimanendo
rigorosamente fermi alle definizioni linguistiche, il dottore è colui che esercita
in una sfera ministeriale le doti di “conoscenza” e “sapienza” attraverso
particolari attitudini d’insegnamento, mentre il pastore è colui che ha
capacità di guida e di governo.
Ministeri
definiti ecclesiasticamente
Oltre
ai cinque ministeri fondamentali, assieme a questi emergono altri ministeri ugualmente
carismatici, che sembrano sorgere o sembrano precisarsi con l’organizzazione
della chiesa.
Questi ministeri, che possono essere visti anche come posizioni intermedie o compendiative dei ministeri dei ministeri fondamentali,
sembrano anche essere connessi con determinate condizioni, cioè
col possesso da parte del ministro di particolari requisiti indispensabili
all’espletamento di esso.
Queste condizioni emergono chiaramente nell’illustrazione delle singole voci:
A. VESCOVO: (dal greco: episcopoi = sorvegliante). La letteratura
neotestamentaria sembra alquanto imprecisa nel definire la responsabilità del
vescovo, ma il significato letterale del suo nome e le testimonianze concordi
di tutta la letteratura cristiana dei primi secoli ci autorizzano a concludere che il vescovo, nato come “sorvegliante”, cioè pastore
di una comunità importante, è divenuto in seguito il sorvegliante di un gruppo
di comunità di cui una ecclesiasticamente importante e le altre di importanza
minore o di natura missionaria. I requisiti biblici del Vescovo ci fanno
comprendere che il suo ministerio é di natura pastorale e perciò egli espleta l’ufficio di sovrintendente per l’edificazione della
propria giurisdizione e per la preservazione dell’integrità morale e dottrinale
delle comunità affidate alle sue cure (Tito 1:7,9,10; 1 Timoteo 3:2; Atti 20:
17,28).
Da questo punto di vista questo ministerio esprime una “condizione”, cioè quella costituita dalla
capacità di presiedere sopra una giurisdizione o sopra un gruppo di comunità.
B. ANZIANO: (dal greco: presbiteri
= anziano). Questo termine fu accettato dalla cristianità come
retaggio della sinagoga, dove esprimeva chiaramente una condizione. Gli anziani
di Israele erano quegli individui che giungevano alla canutezza con una riserva di saggezza, esperienza,
rettitudine e che per questa ragione venivano riconosciuti idonei ad assumere
in mezzo al popolo una posizione direttiva. E’ probabile che nel seno delle
prime chiese cristiane prevalse il medesimo concetto e che quindi soprattutto
dal seno degli anziani venivano eletti vescovi e
pastori benché nella letteratura neotestamentaria i due termini sembrano
confondersi. Questa confusione di nome può avvalorare anziché scartare l’ipotesi
perché può far pensare che originariamente si pensasse ad una
equiparazione tra gli “anziani”
ed i “vescovi” fino al punto di
vedere gli negli altri e viceversa. (1 Timoteo 5:17;
Filippesi 1:1; Tito 1:5)
C. DIACONO: (alterazione di diaconi
= servitore). Qualifica di idoneità assistenziale
riconosciuta a coloro nel quali sono evidenti capacità illuminate e valorizzate
dallo Spirito Santo. Essi attendevano soprattutto all’espletamento dei servizi
delle distribuzioni, opere pietose, sussidi, ecc. (Romani 12:8;
1 Corinzi 12:22; Atti 6:3).
Nota: Non concordiamo con la
critica moderna che definisce il diaconato “ministerio
minore”, perché riteniamo che la grandezza di un ministerio sia determinata
più dall’azione estrinseca che non dal suo contenuto intrinseco; preferiamo
definirlo “ministerio che esprime una
condizione” e quindi ministerio che, più dei ministeri fondamentali, può
tenere in conto la personalità umana.
Lo scopo del ministeri
I ministeri sono i doni di Cristo alla Chiesa; è ovvio,
quindi, che sono stati dati alla chiesa e per la chiesa.
·
Perfezionamento dei santi (versione Luzzi,
Efesini 4:12);
·
Per l’edificazione completa della Chiesa (Idem);
·
Sviluppo della conoscenza e della fede (Efesini 4:13);
·
Trasformazione gloriosa dei credenti (2 Corinzi 3:18);
·
Per il raggiungimento della maturità cristiana (Efesini 4:14).
I doni fondamentali della
Chiesa
Si può dire per i doni quanto detto per i ministeri e cioè che essi sono
molteplici, almeno oltre il numero comunemente definito, ma alcuni di essi
possono essere dichiarati fondamentali.
La critica corrente
accetta a catalogo dei doni fondamentali dello Spirito quello di Paolo in 1 Corinzi
12, mentre la chiesa cattolica preferisce quello di Isaia
11 che elenca nel testo ebraico sei manifestazioni dello Spirito che diventano
sette nella traduzione dei Settanta. Comunque è
interessante notare che nell’uno e nell’altro caso i doni si dividono in tre
diverse categorie, come vedremo in seguito, ma, noi, accettando un concetto
carismatico più dinamico di quello della chiesa cattolica, dobbiamo preferire
il catalogo Paolino dell’epistola ai Corinzi.
·
Parola di sapienza
·
Parola di scienza
·
Fede
·
Doni di guarigione
·
Potenti operazioni
·
Profezia
·
Discernimento
·
Lingue
·
Interpretazione delle lingue.
Classificazione
caratteristica dei doni fondamentali
A. Doni che
conferiscono potenza per conoscere:
·
Parola di sapienza
·
Parola di scienza
·
Discernimento
B. Doni che
conferiscono potenza per operare:
·
Fede
·
Doni di guarigione
·
Potenti operazioni
C. Doni che
conferiscono potenza per parlare:
·
Profezia
·
Lingue
·
Interpretazioni
È ovvio che tutte queste azioni si svolgono sopra un piano
carismatico, cioè soprannaturale.
È necessario anche notare che i primi due doni del primo gruppo sembrano essere
doni per parlare, ma in realtà il dono viene
manifestato attraverso la parola non carismatica, ma razionale, ma esso è
costituito dalla “sapienza” e dalla “scienza” che rappresentano intrinsecamente
il carisma.
a. Definizione
particolareggiata dei doni: CONOSCENZA
·
Parola di sapienza: Conoscenza della sapienza divina,
necessaria alla vita pratica del credente, e facoltà di dare quindi
insegnamenti utili alla vita morale e spirituale della Chiesa. È chiamata
anche “Parola spirituale” in
contrapposizione alla “Parola intellettuale» che è quella che segue e
quindi può essere definita una facoltà pratica in contrapposizione ad una “facoltà teorica”. Si manifesta nell’esposizione delle verità divine,
nell’amministrazione comunitaria, nei rapporti sociali, nell’opera di edificazione cristiana, nell’intelligenza delle
Scritture. (Atti 7:10; 8:3; Colossesi 4:5; Giacomo
3:13; Matteo 13:54)
·
Parola di conoscenza e di scienza: Conoscenza delle
verità essenzialmente teoretiche del piano spirituale. È chiamata, come già
detto, anche “Parola intellettuale” cioè “facoltà propria dell’intelletto”.
Con questo dono il credente partecipa la sapienza di Dio. Quando il temine “conoscenza”
si unisce nella Scrittura al termine “sapienza”,
il primo ha un significato passivo e il secondo attivo, indicando così
chiaramente che la “parola di conoscenza”
si riferisce più direttamente alla vita o intellettuale o della ragione. E’
ovvio che nella vita dello Spirito queste diverse sfere di vita si fondono si
compenetrano e s’integrano vicendevolmente. Si manifesta nella conoscenza
teologica, cioè di Dio e delle cose relative a Dio, e
nella conoscenza dogmatica, cioè dei principi della dottrina cristiana (2
Corinzi 2:14; 10:5; Romani 11:33; 15:14)
·
Discernimento
degli spiriti: Per alcuni è soltanto la facoltà di leggere negli animi,
ma è più logico pensare che è la capacità di penetrare nel mondo invisibile
degli spiriti e non soltanto per individuare quelli che si manifestano
attraverso la strumentalità umana, ma anche quelli
che si muovono liberamente nell’aria (Efesini 6:12).
Con questo dono il credente partecipa l’onniveggenza di Dio. Si manifesta nel
discernere i ministri e i ministeri, gli animi e i pensieri umani, gli spiriti
e le loro influenze (Matteo 7:15; Giovanni 1:4 ; 2:25;
Fatti 5:3; 16:16.18).
b. Definizione
particolareggiata dei domi: AZIONE
·
Fede: Il contesto
dimostra chiaramente che questa fede è distinta dalla omonima virtù teologale
che è il temine di mediazione per raggiungere la salvezza. La fede è sempre
adesione ad una verità enunciata o rivelata da Dio, non in forza della sua
dimostrazione intrinseca, ma in forza di una fiducia in colui
che l’ha enunciata. In questo caso quindi, trattandosi di quella fede
comunemente definita “dei miracoli”,
si tratta della eccezionale adesione provocata dallo
Spirito al verificarsi di circostanze soprannaturali volute da Dio. Benché il
passo di Marco 11:22 sia discusso nella traduzione,
sembra che nella versione Diodati ci dia una felice
definizione di questa fede che è dello Spirito e quindi è propria di Dio il
Quale «crede” (?) sempre che la cosa
avviene. Possiamo vedere questo dono nei miracoli compiuti per la fede o
nell’afferrare esaudimenti prodigiosi a mezzo della fede o nel comandare per la fede la natura
stessa (Giosuè 10:13; 2 Re 4:4; 1 Re 18:43,44).
·
Doni di
guarigioni. È interessante notare che questo dono come quello che
segue, è distinto dal precedente, come anche è interessante notare la sua forma
plurale che potrebbe indicare:
Ø
Che il dono è
rappresentato dalle guarigioni stesse e non dalle proprietà di conferire
guarigione.
Ø
Che il dono di conferire guarigione è multiplo e
multiforme in relazione al fatto che in una stessa
riunione, uno stesso taumaturgo possa esercitare a favore di “molti” e quindi di “molte” malattie il dono spirituale. Comunque
poiché sembra che il potere taumaturgico rappresenti uno stato normale del
credente (Marco 16:18) o almeno dei ministri (Giacomo 5:14, Atti 8:6-7 e
28:2-10) si può dedurre che qui le guarigioni, sia che esse stesse
rappresentino il risultato dell’esercizio del dono, sia che rappresentino il
dono, sono presentate come una manifestazione spontanea e conseguenziale
dell’attività cultuale carismatica che può essere compresa immaginando
l’opposto di quanto esplicitamente descritto da Paolo in 1 Corinzi 11:30,31.
·
Potenti operazioni. Il testo autorizza
anche a tradurre “lavoro di potenza”,
“miracolo”, “azione soprannaturale”. Poiché viene
presentato come un dono distinto dalla Fede, che è, come abbiamo visto,
generatrice di miracoli, non pensiamo che la diversa definizione voglia
semplicemente compiere una distinzione fra causa (fede) ed effetto (miracolo)
ma pensiamo piuttosto che voglia riferirsi ad una entità spirituale di diversa
fisionomia. Si può pensare legittimamente che questo dono sia costituito
dall’autorità carismatica che permette di compiere un “lavoro di potenza” nel piano spirituale, come: avvilire gli
spiriti, far piombare il giudizio divino, usare autorità spirituale (Atti 19:12; 16:18; 13:11; 1 Timoteo 1:20; Atti 5:9)
c.
Definizione particolareggiata dei doni: PAROLA
·
Profezia. Facoltà spirituale a
carattere transitorio di parlare per il nome di Dio o in luogo di Dio (come può essere tradotto il vocabolo greco). Dono
estemporaneo che esclude la preparazione razionale di colui
che lo esercita. L’esercitare questo dono non fa del credente un profeta
nel senso ministeriale, ma soltanto in senso cultuale
e quindi soltanto nell’esercizio del culto. Lo studio etimologico del nome ci
autorizza a concludere che il dono di profezia può
essere espresso:
a. Come voce
del Signore.
b. Come
rapportando la voce del Signore.
Crediamo che
questa differenza sia in rapporto alla misura della fede di colui
che esercita il dono (Romani 12:6), che può agire o come un “canale” o come un “messaggero”. Nel primo caso il credente, raggiunto il piano
spirituale che lo rende partecipe del dono, diviene uno strumento attivo ma
inerte; nel
secondo caso diviene uno strumento attivo dinamico. (Malachia
2;2; Atti 21:11)
·
b) Lingue.
Facoltà soprannaturale per esprimersi in una lingua non intelligibile a colui che parla. Più frequentemente questo dono si esprime
in favelle arcane (1 Corinzi 14:2; 13:1) ma non è
escluso che possa esprimersi in lingue conosciute a coloro che ascoltano (1
Corinzi 13:1 e Atti 2:11). Rappresenta sempre uno stato estatico nel quale il
razionale è superato dal soprannaturale, sia che si
consideri la glossolalia come un “segno”
(Atti 2:4) e sia che si consideri come un “dono”
(1 Corinzi 12.30). Frequentemente il movimento Pentecostale ha creato un
equivoco biblico nel sottolineare la precisazione di cui sopra, che almeno nei
termini, non risulta biblica. Si può chiarire che un “battesimo dello Spirito” che non può non essere accompagnato da
manifestazioni spirituali ed è evidente che
· Interpretazioni. Facoltà soprannaturale che permette di interpretare (non di tradurre) il messaggio in lingue. Stato estatico che stabilisce un legame fra il glossolalo e colui che lo interpreta, e quindi stato estatico che rappresenta il raggiungimento della stessa sfera spirituale di colui e esercita il dono delle lingue, Non si può escludere che l’interpretazione possa essere data dal glossolalo stesso, come non si può assolutamente escludere che uno stesso interprete possa seguire diversi glossolali (1 Corinzil4:5,27)
Lo scopo dei doni
Con i doni
Quanto sopra ci dichiara quindi che lo scopo dei doni, come
quello dei ministeri, è quello di rendere la chiesa conforme al piano divino.
(Genesi 2:18,23; 2 Corinzi 11:2; Efesini 5:27).
Roberto
Bracco