CHE NE SARA’
DEI SUOI SOGNI?
CAPITOLO 1
CONFLITTO ETERNO
Che ne
sarà dei suoi sogni!
Questa frase è stata pronunziata, forse per la
prima volta, dai figliuoli di Giacobbe, ma da allora è
stata ripetuta migliaia e migliaia di volte nel corso dei secoli.
E’ una sfida, una sfida di uomini
violenti e crudeli ad un giovane fratello " sognatore" e
" visionario".
I fratelli di Giuseppe sembrano ignorare che la
sfida lanciata al proprio congiunto si trasforma in una sfida lanciata contro
Dio; essi non vogliono soltanto frantumare i sogni di Giuseppe, ma vogliono
anche distruggere i programmi di "Colui che ha rivelato
i Suoi piani" attraverso i sogni dati a Giuseppe.
Difficilmente coloro che lottano contro i figli di
Dio, si rendono pienamente conto che la loro battaglia è volta contro Dio
stesso. Essi pensano di combattere e contrastare il programma degli uomini, la
fede degli uomini ed invece contrastano e combattono
il piano di Dio.
Saulo da Tarso perseguitava i cristiani e nei cristiani perseguitava Cristo; ma egli sapeva di
perseguitare i cristiani ed ignorava di perseguitare Cristo.
Nell’Evangelo ci viene ricordato,
per le labbra del Maestro divino, che molti giungeranno addirittura a
martirizzare, ad uccidere i santi nella persuasione di "rendere un servizio grato a
Dio".
Naturalmente, dobbiamo accettare il principio che questa ignoranza è colpevole perché è la cecità di coloro "che vogliono essere ciechi" e che
quindi diventano strumenti tenebrosi di violenza per ostacolare e contrastare i
piani di Dio negli uomini e per gli uomini.
Anche
l’inconsapevolezza dei fratelli di Giuseppe può essere definita colpevole perché
appare distintamente come manifestazione d’insensibilità e di peccato.
Distruggiamo i suoi sogni — dicono questi uomini
violenti — frantumiamo le sue speranze, le sue aspettative;
sovvertiamo i suoi programmi ambiziosi, i suoi desideri alati.
Mentre parlano, guardano a Giuseppe, pensano a
Giuseppe e non riescono a vedere Dio, Colui che "ha messo da parte" un uomo per
costituirlo signore e salvatore di tutta la sua casa.
I propositi di violenza dei figliuoli
di Giacobbe non possono giungere a neutralizzare i
piani
dell’Eterno perché "Iddio può tutto e le cose che Egli ha deliberate non possono
essere impedite" (Giobbe 42: 1).
I disegni divini si compiono e quei medesimi uomini
che avevano pensato di distruggerli saranno beneficati
dai programmi dell’Altissimo; Giuseppe, vice-re d’Egitto, sarà un giorno il
"covone
ritto in pié" e la "stella risplendente" fra
tutti i luminari d’Israele.
Perché non vedere in Giuseppe l’immagine di ogni figlio di Dio lottato e perseguitato?
Non è forse vero che i conflitti che impegnano i
santi, sono sempre provocati dalle forze del male che tentano di frantumare i
rosei sogni che preannunziano un avvenire radioso?
Vedremo che ne sarà dei suoi sogni, dicono gli
eserciti infernali, schierati davanti ad
ogni
figlio di Dio.
Vedremo che ne sarà dei suoi sogni di progresso, di
benedizioni, di esperienze, di servizio, di gloria..,
vedremo!
Sì, essi vedranno, proprio come videro
i fratelli di Giuseppe, e vedranno la fedeltà e la potenza. di
quell’Iddio che non soltanto ha fatto le promesse, ma
che opera per adempiere in armonia con i programmi preparati a consolazione di
coloro che lo amano.
Se abbiamo "sognato" benedizioni,
le benedizioni non ci potranno essere rapite dalla violenza e dalla potenza
degli avversari; se abbiamo "sognato" progresso, esperienze, ministero,
noi giungeremo al traguardo di questi beni preziosi condotti dalla mano dell’Eterno.
Infine, se abbiamo "sognato" gloria
e gloria eterna, noi giungeremo alle porte di perla
della Santa Città, per fare, con tutti i redenti, l’ingresso trionfale della
vittoria.
Se abbiamo sognato, cioè se
abbiamo ricevuto una rivelazione dal cielo, una luce da Dio; se abbiamo "sognato",
cioè se siamo stati informati dei piani divini, noi giungeremo al compimento
meraviglioso delle promesse celesti. Anche quando le
potenze che ci assaliranno saranno violente e crudeli, noi le conterremo
impavidi e vedremo sempre risplendere il sole della vittoria nel compimento dei
piani preparati da Dio per noi.
Non dobbiamo ignorare che Dio ha
preparato piani particolareggiati per ognuno di noi e tanto meno
dobbiamo ignorare che questi piani hanno ed avranno la loro conclusione malgrado
le opposizioni degli avversari. Davanti ai nostri passi sono pronte le opere di Dio, le benedizioni
di Dio, i progetti di Dio e l’inferno non vorrebbe farci giungere a queste mete,
ma Colui che ha preparato i tesori preziosi della Sua grazia ci condurrà fino
al possesso totale di essi.
Neanche uno dei disegni tracciati dall’Onnipotente
sarà cancellato dall’ira degli uomini e dell’inferno e questo è vero per tutti i figli di Dio: per te e per me!
Dobbiamo sentirci tutti incoraggiati dalla certezza
che quello che l’Eterno ha preparato per il nostro vicino e lontano futuro avrà
il suo perfetto compimento nel tempo di Dio e nei modi di Dio.
Soltanto noi possiamo tradire l’elezione celeste o
respingere la chiamata divina; soltanto noi possiamo sprezzare le benedizioni o
trascurare le preziose realtà preparate da Dio; ma quando la nostra vita, come
la vita di Giuseppe identifica la verità e la luce, allora sicuramente si
compiranno in essi i "sogni divini".
Le potenze malefiche potranno essere espressione di
crudeltà e di violenza non inferiore a quella dei fratelli di Giuseppe ma non
trionferanno perché l’Altissimo esegue sempre i suoi piani per esaltar Se
stesso a benedire gli "eletti"
che sono stati "prescelti" ed
"amati da Lui”.
Che i piani di Dio debbano essere ostacolati e
combattuti è cosa naturale: la luce è in
conflitto con
le tenebre e le tenebre sono in lotta con la luce; il male ed il bene si danno guerra
ad oltranza senza mai pervenire ad una tregua o ad un armistizio.
Giuseppe era odiato dai fratelli per la sola
ragione che egli era la personificazione del bene ed i suoi fratelli
l’incarnazione del male; il futuro di Giuseppe dava tanto fastidio ai
suoi fratelli; quanto ne dava loro il presente di Giuseppe: tutto quello che
concerneva l’amato da Dio era ragione di turbamento per coloro che non
onoravano Iddio.
Se osserviamo attentamente la biografia di
Giuseppe, constatiamo che quelle medesime cose che turbavano i suoi fratelli e
che suscitavano il loro odio per lui, proprio quelle medesime cose
rallegravano Giacobbe, il padre di Giuseppe ed alimentavano l’amore del
patriarca per il figliuolo. Questa constatazione è particolarmente significativa perché ci conferma il principio che i "malvagi" non
possono sopportare quel bene, quello stesso bene, che è la gioia dei "giusti".
Osserviamo per esempio la reazione dei fratelli di
Giuseppe al racconto dei suoi sogni; è una reazione
violenta, incomposta, maligna.
Osserviamo invece la reazione di Giacobbe a quei
medesimi racconti; egli è costretto ad esortare Giuseppe, forse per calmare
gli adirati figliuoli, ma serba quegli annunci
gelosamente nel proprio cuore: la reazione di Giacobbe è positiva, illuminata,
affettuosa.
Il bene è e sarà sempre contrastato dal male e i
piani di Dio saranno sempre combattuti da coloro che non sono
irradiati dalla luce della verità. Tutte le forze dell’universo sono
polarizzate verso due opposti che saranno sempre due
opposti e che
perciò saranno sempre i due termini di lotta.
La lotta non deve perciò preoccupare o spaventare i
figli di Dio, perché essa rappresenta un elemento fatale e indispensabile nella
legge della vita; con la lotta viene la benedizione dell’aiuto divino e dopo la
lotta c’è il sorriso della vittoria.
La sola «preoccupazione» dei credenti deve essere
costituita dalla realizzazione, nella propria vita, delle
caratteristiche che fecero di Giuseppe l’amato di Dio ed il protetto da Dio.
Guardiamo nelle pagine che seguono l’antitesi
vivace che esiste fra la personalità del pio Giuseppe e quella dei suoi malvagi
fratelli, perché da questo contrasto scaturisce la spiegazione dell’eterno
mistero di una lotta e di una vittoria.
CAPITOLO 2
GIUSEPPE
La letteratura biblica frequentemente si è
soffermata ad esaminare ed approfondire la personalità del figliuolo
di Giacobbe e Rachele, che sbalza dalle pagine della Bibbia come una delle più
perfette "figure" di Gesù
Cristo.
Il giovane odiato dai propri fratelli, venduto, dichiarato
morto e che nel paese d’Egitto risorge a nuova vita e nuova gloria per
costituirsi il benefattore ed il salvatore della sua casa, presenta un così
copioso numero di analogie col Cristo, da essere
giustamente additato come una delle tante immagini del Salvatore del mondo.
Ma pur non dimenticando questa importante
considerazione di tipologia biblica, vogliamo piuttosto esaminare la
personalità di Giuseppe rispetto a se stessa e ciò allo
scopo di
mettere in chiaro, quelle caratteristiche che ci hanno fatto identificare nel
giovane figliuolo di Giacobbe l’espressione stessa del bene.
La pagina della Scrittura che sta davanti a noi
rappresenta un testo lucidissimo e particolareggiato per eseguire l’esame propostoci.
1.
"Ed egli rapportava al padre loro,
la mala fama che andava attorno di loro" (Genesi 37:2)
Il nostro giovane personaggio ci appare come l’uomo
che si addolora nel veder commettere il male; la pessima condotta dei suoi
fratelli, turba profondamente il suo cuore e produce
in lui un legittimo zelo morale. Giuseppe non può esercitare un potere disciplinare
nei confronti dei propri fratelli che sono d’età maggiore della sua ed è
costretto a servirsi dell’unico mezzo a sua disposizione per tentare di
contenere e reprimere il loro male: relazionare ogni
cosa al patriarca Giacobbe.
La sua azione è legittima perché tende soltanto a
salvare i propri congiunti e a difendere la reputazione familiare gravemente
compromessa dalla pessima condotta dei suoi licenziosi fratelli.
L’azione di Giuseppe può essere assomigliata a
quella di tutti coloro che attraverso la tormentosa
storia del popolo d’Israele, sono insorti per reprimere il male e difendere il
bene; può anche essere assomigliata, stabilite le giuste proporzioni, a quella magistrale
opera di epurazione che il Maestro divino, un giorno condusse a termine, entro il
maestoso Tempio di Gerusalemme.
Giuseppe si muove, parla, agisce, soltanto perché
ama il bene, la luce, la verità; la vita dei fratelli rappresenta una macchia
alla "testimonianza
familiare" e Giuseppe soffre ed insorge.
È logico che il suo insorgere serve soprattutto per
attirare nuovo odio sopra il suo capo: coloro che hanno difeso il bene contro
il male sono stati sempre oggetto di odio, anche
quando hanno sinceramente ed esplicitamente amato coloro verso i quali hanno esercitato
lo zelo della loro vita.
Il ministero di quanti combattono
apertamente il male è popolare soltanto in periodo di risveglio, ma quando il
senso morale ed il senso spirituale del popolo sono in regresso, il ministero
che condanna il peccato serve soltanto per attirare odio e persecuzione sopra il
ministro.
Assieme a Giuseppe e dopo Giuseppe migliaia di
servi del Signore hanno fatto questa incredibile e
amara esperienza; "Rapportatore", "spia", "intollerante" "puritano" "presuntuoso":
ecco i titoli con i quali i fratelli potevano gratificare Giuseppe e che sono
poi gli stessi titoli dardeggiati anche oggi verso coloro che si permettono di
arguire il male; ma queste ignobili qualifiche non potevano far desistere
Giuseppe dall’amare il bene e dal difendere il bene.
D’altronde, Giuseppe non è l’uomo capace soltanto
di condannare il peccato degli altri per essere tollerante verso se stesso al
momento opportuno; egli ama il bene, lo ama sempre, lo
ama anche quando è costretto a pagare un duro prezzo per coltivare il suo prezioso
sentimento.
Perché non
ricordare, infatti, la dura esperienza del giovane ebreo, nella casa di Potifarre? Egli è un servo, uno schiavo, soggetto
all’autorità dei suoi padroni; eppure, quando la moglie di Potifarre
vuole indurlo a peccare Giuseppe resiste e resiste fino al punto di provocare
le più violente e crudeli reazioni di una donna ricca, potente,
ma venduta al male.
Il povero Giuseppe è costretto a pagare con anni di
prigione la difesa della sua illibatezza, ma egli è fermo nei suoi propositi
che non assomigliano ai propositi di coloro che sanno
puntare severamente l’indice contro lo sbaglio ed il peccato degli altri, ma sanno
anche prontamente allargare la propria mano per coprire con essa il peccato
della loro vita.
Individui abili nel giudicare, nel condannare, nel
colpire severamente si trovano ovunque e si trovano
sempre, ma non sempre e non ovunque s’incontrano uomini sinceri ed imparziali
come Giuseppe che sa lottare il peccato, ma lo sa lottare senza esclusione di colpi
e senza riguardi personali.
2.
L’AMORE DI GIUSEPPE
" ...non vi
contristate, e non vi rincresca di avermi venduto per essere menato qua; poiché Iddio mi abbia
mandato davanti a voi per la vostra conservazione " (Genesi 45:5)
Nel capitolo 37 della Genesi leggiamo che « Giacobbe amava Giuseppe » e
un poco
più
avanti leggiamo che i "fratelli odiavano Giuseppe"; dell’amore di Giuseppe non è
fatta la più piccola menzione e quindi non è subito detto come Giuseppe
ricambiasse l’amore del padre e come rispondesse all’odio dei fratelli.
Sembra quasi che
Se noi però continuiamo a studiare la vita di
Giuseppe abbiamo nelle pagine che seguono, l’esplicita
conferma quanto avevamo soltanto intraveduto all’inizio della storia.
Giacobbe ama Giuseppe non soltanto perché è
l’ultimo, il più tenero dei figliuoli, non soltanto
perché è nato in vecchiaia, non soltanto perché è l’attesa progenie avuta dalla
moglie amata, ma anche perché è quello che corrisponde affettuosamente e calorosamente
al suo amore.
Giuseppe dal carattere sincero, franco, aperto, sa
anche essere espansivo ed affettuoso ed il vecchio patriarca non può rimanere
insensibile alle tenerezze del ragazzo che lo ripagano
molte amarezze sofferte a cagione degli altri figliuoli.
Ma
Giuseppe non è affettuoso e ricco d’amore solo per suo padre: anche i suoi fratelli
sono l’oggetto del sincero calore affettivo ed egli riesce a contraccambiare il
loro odio con l’amore più sincero.
Anche i suoi "rapporti" al
padre sono ispirati dall’amore; egli ama il vecchio genitore, ama la famiglia,
ama i fratelli e vuol far del bene a tutti; è per questo che cerca di far
cessare il male che non giova a nessuno, ma danneggia la famiglia.
Osserviamo, attraverso le pagine suggestive,
sentimentali, che raccontano la storia di Giuseppe, quali sono i sentimenti del
giovane nei confronti del vecchio genitore anche nei riguardi dei fratelli:
egli è pronto ad accogliere, ad aiutare, ad incoraggiare, a perdonare... forse
si può pensare che egli mostra una tenerezza particolare per Giacobbe e per Beniamino,
ma questa circostanza cosi umana così logica non diminuisce la grandezza dell’amore
di Giuseppe per tutto il resto della famiglia.
Il giovane odiato, venduto, simbolicamente anche
ucciso, non ricorda più o se ricorda, ricorda soltanto
per assicurare ai propri fratelli che egli ha perdonato, anzi che egli ha
accettato tutto quel che è accaduto come un piano voluto da Dio, preparato da
Dio.
Anche dopo la morte di Giacobbe, quando cioè non esisteva più nessun ostacolo per far pesare una pur
legittima punizione, Giuseppe continua a mostrare verso i fratelli tutta la generosità
del suo cuore traboccante d’amore.
Ci volevano alcuni millenni perché l’Evangelo
rivelasse la potenza dell’amore, ma Giuseppe appare
come un’anticipazione di quella forza indistruttibile che sembra sempre sconfitta
mentre sempre risorge per affermare la propria vittoria.
3.
“Ed egli sognò ancora un altro sogno” (Genesi
37:9)
Giuseppe è l’impersonificazione
della santità, l’espressione dell’amore ed è anche il
modello
della spiritualità. Egli vive nelle sfere dello Spirito ed è sensibile,
profondamente sensibile alle realtà ed ai misteri di
quelle sfere meravigliose.
Non possiamo lasciar cadere i «suoi sogni»,
come si lasciano cadere i particolari insignificanti di una grande
biografia o della biografia di un grande. Essi ci parlano delle relazioni che
legano Giuseppe allo Spirito; lo Spirito rivela e Giuseppe riceve la rivelazione.
Gli uomini che odono la voce di Dio, che vedono le
visioni di Dio, che sognano i sogni di Dio sono, generalmente, uomini
dallo spirito sensibile che sanno tanto estraniarsi dai sensi naturali quanto
sanno elevarsi nelle sfere invisibili del divino e del sopranaturale.
Giuseppe era uno di questi e di lui ben poteva dire
più tardi Faraone "è uomo in cui è lo Spirito di Dio" (Genesi 41:38).
E’ stato detto inoltre molte volte che l’uomo è spirituale quando vive nello spirito ed è stato anche
precisato che vivere nello spirito vuoi dire essenzialmente possedere ed usare i
sensi spirituali; se accettiamo queste definizioni dobbiamo accettare che
Giuseppe era veramente un uomo spirituale. Egli ebbe sogni preannunciatori perché era spirituale; egli interpretò i
sogni dei cortigiani di Faraone perché era spirituale; egli spiegò e chiarì i
sogni di Faraone perché era spirituale; egli espose un programma di salvezza
per il paese d’Egitto e per le terre vicine perché era spirituale.
La vita di Giuseppe si svolgeva nella sfera del
visibile e del materiale, ma di più ancora si svolgeva nelle sfere
dell’invisibile e dello spirituale; sopra di lui riposava lo Spirito e intorno
a lui palpitavano e si muovevano le meravigliose ed eterne realtà dello Spirito.
Giuseppe risplende nella sua fulgida testimonianza
di fede, di santità, di amore, di spiritualità; egli
appare davanti a noi come il simbolo del bene in contrapposizione al simbolo
del male espresso dai suoi crudeli avversari.
La sua vita ha un’eloquenza inconfondibile e ci
dichiara che il "vero" può anche essere momentaneamente
avvilito e nascosto, ma quando è il "vero", è fatalmente destinato a risorgere e
trionfare perché rappresenta l’immancabile attuazione dei piani divini.
Gli empi o l’inferno stesso possono desiderare o
sperare che i "sogni non si adempiano", ma questi desideri e queste
speranze saranno delusi dal compimento di un disegno celeste che ha ed avrà
sempre i propri esecutori in tutti coloro che come Giuseppe
vivono fedeli nella mano dell’Eterno.
CAPITOLO 3
I FRATELLI DI GIUSEPPE
Tanto è luminosa la testimonianza di Giuseppe quanto è oscura la vita dei suoi fratelli; essi sono i suoi
avversari naturali e compaiono nel nostro testo come l’impersonificazione
del male.
Il bene è sempre ostacolato dal male, la luce dalle
tenebre, la verità dall’errore: questa battaglia universale ed eterna ha da una
parte Giuseppe e dall’altra i suoi fratelli; il primo è la luce i secondi sono
le tenebre.
Anche per
i fratelli di Giuseppe possiamo compiere un esame analitico ed esaminare la
loro vita schematizzando le loro caratteristiche negative; la loro impurità, il
loro odio, il loro orgoglio, la loro invidia, la loro impostura.
L’esame del male offre sempre un numero di dettagli
o di caratteristiche superiori a quelle del bene; basta ricordare per
confermare questa asserzione che gli attributi del frutto
dello Spirito elencati dall’apostolo Paolo nella sua epistole ai Galati sono notevolmente
inferiori per numero di quelli che lo stesso apostolo attribuisce alle opere della
carne.
1. LE
AZIONI DEI FRATELLI DI GIUSEPPE.
Il nostro testo non è molto prolisso nel descrivere
la vita dei figli di Giacobbe, ma
anche
nella laconicità dice molto: "...la mala fama che andava attorno di loro..." (Genesi 37:2).
La testimonianza dei fratelli di Giuseppe è
totalmente negativa ed il loro comportamento morale è disonorevole; quello che
si sa di loro, che si dice di loro è motivo di biasimo per l’intera famiglia
del patriarca.
Non abbiamo particolari immediati nel capitolo 37
della Genesi, ma se leggiamo attentamente le pagine che seguono, scopriamo che
fra i fratelli di Giuseppe non manca menzogna, non manca frode, non manca
violenza, non manca crudeltà, non manca bassa carnalità; gli episodi riferiti
dalla Bibbia, che includono questi uomini, suscitano orrore e ci spiegano
esaurientemente il significato di una frase stringata: "la mala fama che andava attorno di
loro".
Non dobbiamo quindi meravigliarci del conflitto che
organizza i figli di Giacobbe contro il fratello minore: uomini con pochi
scrupoli o senza scrupoli affatto non potevano tollerare la condanna espressa
implicitamente e esplicitamente da una vita pura e
timorata di Dio.
2. L’ODIO
DEI FRATELLI DI GIUSEPPE.
Se la cattiva condotta dei figliuoli
di Giacobbe appare come il primo elemento negativo della loro vita e quindi
come la prima spiegazione di un conflitto morale e
spirituale,
l’odio che cova nel loro cuore si presenta, oltre che come il secondo elemento,
anche come il suggello della battaglia che abbiamo già definita "eterna lotta fra le tenebre e la
luce".
Questi uomini non conoscono amore perché dominati
dalla potenza di quel sentimento infernale che è guerra, distruzione.
Giuseppe è stato sempre oggetto del loro odio, ma i
limiti della loro violenza interiore sono stati
determinati, per molto tempo, dalla protezione paterna esercitata sopra il giovane.
Quando però si presenta l’occasione di dar libero corso ai sentimenti intimi dell’anima,
l’odio esplode nella forma più violenta, quella dell’omicidio: "...venite, ed uccidiamolo..." dicono fra
loro i figli di Giacobbe.
"Uccidiamolo"; essi si riferiscono ad un loro
simile, ad un loro congiunto, ad un loro
fratello! L’odio è folle, non è capace di fare
considerazioni sentimentali od umanitarie e questi uomini
traboccano di una follia crudele e malvagia.
A questo punto sembrano sorgere forme più o meno larvate di scrupoli morali, ma anche se siamo
disposti a concedere il credito di essi, non possiamo, per qualche debole eccezione,
negare la manifestazione d’odio che appare regola dei fratelli di Giuseppe considerati
collettivamente.
Giuda, Ruben parlano come
moderatori, sembra quasi che sentano deboli palpiti d’amore nel loro cuore; in
realtà essi cercano di ostacolare un inutile delitto quasi per un sentimento di
superstizione...; temono che quel folle e ingiustificato crimine faccia
ricadere del sangue e quindi dolori e sofferenze sopra di loro.
Ma
l’odio c’è e l’odio si accanisce contro l’inerme Giuseppe e non soltanto contro
Giuseppe: i figli di Giacobbe tornano dal padre; hanno la giubba del giovane
nelle mani e quella giubba è stata abbondantemente macchiata col sangue di un
becco ucciso. Essi portano la giubba a Giacobbe e con falsa perplessità
chiedono al patriarca: "Conosci questa giubba?" l’abbiamo trovata lungo il nostro
itinerario nel deserto!
Non è anche questo odio?
Odio verso il vecchio genitore
che essi sanno profondamente affezionato al fratello venduto.
Osserviamo la loro insensibilità morale, Giacobbe
colpito dalla notizia cade in una straziante e prolungata manifestazione di dolore;
sembra quasi che il povero vecchio debba soccombere schiacciato dalla ferale novella,
i suoi occhi sono in lagrime e le sue labbra si muovono soltanto per far uscire
un profondo lamento, ma i suoi figli mantengono il silenzio, il colpevole silenzio.
Forse i macigni si sarebbero sciolti di commozione
di fronte all’angoscioso dolore di Giacobbe, ma i suoi figliuoli
che con una rivelazione, una confessione, avrebbero potuto placare quel dolore,
rimangono indifferenti e cercano soltanto di calmare l’emozione straziante del
vecchio genitore con le ipocrite formalità suggerite dalla consuetudine umana.
L’insensibilità di questi uomini fornisce un
violento contrasto con la sensibilità del fratello minore. Andiamo per pochi
minuti ad un episodio di molti anni dopo: Giuseppe vice-re d’Egitto è nel mezzo
dei suoi fratelli; essi non lo hanno riconosciuto ed esternano liberamente fra
loro l’ansia che li opprime per la tragica situazione che si è determinata.
Sembra che anche il tempo e le esperienze abbiano
alquanto lavorato la personalità dei figli di Giacobbe ed essi sono lì,
affollati da tristi reminescenze ed inseguiti da tragici rimorsi.
Giuseppe recita una parte suggerita da un programma
e continua a nascondere la propria identità ai suoi congiunti, ma... egli non
può continuare la finzione, la sua sensibilità sta per esplodere in emozioni
incontenibili ed egli prende a gridare: — Uscite tutti fuori, lasciatemi solo con questi uomini!
Non appena l’ordine è eseguito, non appena l’ultimo
egiziano è uscito Giuseppe da sfogo completo al fuoco che brucia dentro di lui
e si fa riconoscere dai suoi fratelli, li abbraccia convulsamente, chiede
particolareggiate notizie del padre, della famiglia, di ogni
persona e di ogni cosa... è una scena commovente che ha al centro la
sensibilità di un cuore tenero, di un cuore nobile.
Ma torniamo invece al nostro racconto; qui abbiamo
il pianto di un vecchio genitore che lamenta angosciosamente il suo figliuolo creduto morto, intorno a lui sono i suoi figliuoli
che «sanno», che potrebbero placare
il suo cordoglio e che invece rimangono nel silenzio. Anche
questa è una scena profondamente commovente, ma al centro purtroppo scorgiamo
soltanto l’insensibilità di cuori che sembrano incapaci di amare.
Noi possiamo definire questa insensibilità
con i più diversi nomi, ma ricordiamoci che la definizione più espressiva, più
corrispondente alla realtà è quella contenuta nella parola "odio".
L’odio è il tenebroso contrapposto dell’amore e
poiché il male è sempre l’assenza del bene, anche l’odio è sempre
l’assenza dell’amore.
I figli di Giacobbe anche sotto questo profilo
morale rimangono davanti a noi come impersonificazione
delle tenebre in lotta con la personificazione della luce.
3. L’INVIDIA
E L’ORGOGLIO DEL FRATELLI DI GIUSEPPE.
Non sono necessarie molte parole per sottolineare questo particolare aspetto della personalità
dei figli di Giacobbe.
La furiosa violenza che l’anima contro il fratello
scaturisce infatti particolarmente da questi
sentimenti; essi sono invidiosi dei privilegi di Giuseppe, sono invidiosi delle
fulgenti previsioni relative a Giuseppe e sono offesi dalla posizione che Giuseppe
assume nel seno della famiglia.
Invidia ed orgoglio non germogliano mai in un cuore
spirituale e quindi dobbiamo tornare alla conclusione che i fratelli di
Giuseppe erano venduti soltanto alla propria carnalità. Essi non sapevano
rallegrarsi dell’affetto del padre per il giovane figliuolo
e tanto meno sapevano gioire per la vocazione celeste che il fratello minore incominciava
ad avvertire dentro di se; sapevano soltanto sentire invidia e sentire
orgoglio.
Giuseppe, l’ultimo dei figliuoli,
il meno utile alla famiglia, il meno impegnato nell’economia domestica doveva
essere oggetto di particolare attenzioni da parte di suo padre?
Perché
questo?
Giuseppe, l’unico figlio di una moglie lungamente
sterile, quello che più degli altri era distante dal privilegio della
primogenitura, doveva esprimere pretese di superiorità?
O no, i figli di Giacobbe non erano disposti ad accettare
questo stato di cose; essi
dovevano
infrangere la posizione presente e frantumare quella futura di Giuseppe; essi dovevano
neutralizzare i
sogni suggestivi del loro giovane fratello.
Sembra proprio d’imbattersi nello stesso fenomeno
che frequentemente cade sotto ai nostri occhi in
questi giorni.
Anche
nella nostra generazione esistono moltitudini di figli di Giacobbe che non sono
disposti ad accettare l’amore di Dio e le vocazioni di Dio, quando queste
sublimi realtà sono retaggio del pio Giuseppe.
L’invidia e l’orgoglio ha
oggi le stesse caratteristiche di ieri e noi assistiamo addolorati allo
spettacolo di tante persecuzioni che nascono e si compiono nel seno della «famiglia» cristiana. Sono i figli di
Giacobbe di oggi che invidiano le vocazioni celesti e
le benedizioni celesti e combattono, perché feriti nel loro orgoglio, tutti
coloro che sono stati scelti ed appartati da Dio per l’opera del ministero.
Anche oggi l’odio nasce soprattutto dall’invidia e
dall’orgoglio di uomini che si sentono più grandi, più
qualificati, più in diritto degli eletti di Dio; uomini privi di spiritualità e
dotati «d’occhio
maligno» che non sanno comprendere che davanti a Dio non
contano le qualificazioni umane, ma soltanto le disposizioni interiori.
Iddio sa trovare Giuseppe, Mosè, Gedeone, Davide,
Amos, Pietro... uomini sconosciuti, inconsiderati, deboli, ma che possono
presentare un "cuore secondo il cuore dell’ Eterno".
Contro questi uomini non mancheranno le invidie dei
figli di Giacobbe, di Core, Datan ed Abiram e di quanti altri si sentiranno menomati nella
propria personalità,
ma
verso questi uomini sarà ugualmente tutto il favore e tutta la benedizione del
cielo.
4.
Il nostro testo conclude
il profilo biografico dei figli di Giacobbe parlandoci delle loro azioni
fraudolenti.
Un episodio soltanto basta per dirci chiaramente a
quale profondità tenebrosa può giungere l’opera priva della luce della
sincerità e dell’onestà.
Giuseppe si trova abbandonato nella cisterna dove è
stato gettato dai fratelli; Ruben che lo ha salvato dall’immediata uccisione si
è allontanato dal luogo, gli altri fratelli sono lì in prossimità
dell’occasionale prigione.
Improvvisamente compare una carovana di cammellieri
diretta verso l’Egitto; sono
mercanti ismaeliti
che si recano con le loro merci a commerciare nel ricco paese dei Faraoni.
Un’improvvisa idea sorge nella mente di Giuda ed
egli l’espone e la propone ai suoi fratelli: — Vendiamo il fanciullo!
Siamo nell’epoca che esalta il concetto della
schiavitù e quindi non dobbiamo meravigliarci che anche un giovane si trasforma
in merce di facile commercio.
L’idea è accolta entusiasticamente perché presenta
molti aspetti pratici e convenienti: evita un’inutile
omicidio, elimina ugualmente un fastidioso pretendente e procura un cospicuo
ed immediato guadagno.
Giuseppe viene tratto
fuori dalla cisterna e venduto per venti sicli
d’argento.
La somma, probabilmente, viene
immediatamente suddivisa fra tutti i fratelli presenti alla contrattazione;
Ruben non è lì e ritorna soltanto quando la carovana si è allontanata; nota subito
l’assenza di Giuseppe e si allarma della sparizione… ma i fratelli tacciono.
Ruben rimane all’oscuro del contratto, della
vendita e viene "frodato"
della parte dell’incasso che avrebbe dovuto ricevere dalla mano dei suoi
fratelli.
Egli rimarrà all’oscuro della sorte di Giuseppe
fino al giorno del meraviglioso incontro nel paese
d’Egitto.
Questo episodio di "frode" ci
ricorda che la "comunione" che si stabilisce sul terreno del male
non è mai "vera
comunione".
Forse quando determinati interessi comuni congiungono
le azioni, i malvagi si trovano anche a camminare assieme e ad operare uniti,
ma quando gli interessi non sono più "comuni", ma
"personali",
allora l’associazione s’incrina e si rompe e gli iniqui si frodano e si
combattono primieramente fra loro.
Soltanto nella luce e nella verità, cioè là, dove la frode è assente, la comunione è vera e
l’unità è perfetta perché tutto si compie per un fine che prescinde e trascende
gli interessi e gli scopi personali.
Ma i figliuoli di Giacobbe
agivano nelle tenebre e perciò avevano degli incontri fra loro esclusivamente
quando gli scopi erano identici, ma non appena gli scopi tornavano nelle sfere
dell’egoismo personale, gli incontri si esaurivano in un distanziamento
che si concludeva nella frode.
Osserviamo questi uomini che, dopo aver venduto il proprio fratello e prima ancora di mentire al padre,
mentiscono a colui che fino a poco prima è stato complice con loro e mentiscono
frodandogli la
parte dovuta del bottino ricavato dall’orrendo crimine che anticipa nei secoli
il turpe delitto di Giuda.
Impuri, invidiosi, orgogliosi, gravidi di odio, contaminati di frode questi uomini, in lotta contro
il loro pio fratello, possono essere considerati da noi come l’espressione più eloquente
del male che combatte il bene.
Non è un audace giudizio e non è una severa
sentenza, ma è soltanto una logica conclusione alla quale si giunge nel
tentativo di applicare la lezione morale che scaturisce nitida dalle pagine del
nostro testo.
Nella stessa maniera che noi individuiamo nell’odio
di Caino e nell’invidia di Caino la manifestazione del
male contro il bene impersonificato nel pio e mite
Abele, così individuiamo nell’odio e nell’invidia dei figli di Giacobbe la manifestazione
delle tenebre contro la luce rappresentata degnamente dal casto Giuseppe.
Ci troviamo di fronte alla legge dei "ricorsi storici" del mondo
spirituale e morale, cioè ci troviamo di fronte alla
perenne battaglia fra la verità e l’errore, ma di questo diremo di più nelle
pagine che seguono.
CAPITOLO 4
RICORSI STORICI
“L’empio fa delle macchinazioni contro al giusto
e digrigna i denti contro a lui. Gli empi hanno tratta la spada, e hanno teso
il loro arco, per abbattere il povero afflitto ed il bisognoso; per ammazzar
quelli che camminano dirittamente. L’empio spia il
giusto, e cerca di ucciderlo” (Salmo 37:12, 14, 33)
I piani divini sono perennemente contrastati dalle
forze del male e naturalmente, quando questi piani includono gli uomini anche
questi sono combattuti strenuamente dagli eserciti infernali.
I versi del salmo 37 ricordati al principio di
questo capitolo illustrano vivacemente questa
Circostanza che non ha un’epoca ed un luogo perché appartiene a tutte le epoche
e a tutti i luoghi: Il giusto è perseguitato dall’empio e l’uomo pio è il bersaglio
del malvagio.
Nel giusto, nell’uomo che cammina in dirittura si
compie un piano divino e nell’empio invece s’adempie un proposito infernale.
Non è quindi la lotta dell’uomo all’uomo, ma quella di maggiori dimensioni, del
diavolo a Dio.
Non erano i fratelli, possiamo arditamente affermare,
che combattevano Giuseppe, ma era l’inferno che cercava di ostacolare il programma
preparato da Dio e che Dio voleva compiere in
Giuseppe.
La legge o il fenomeno dei "ricorsi storici "
riproduce il medesimo conflitto in ogni luogo, in ogni epoca e noi possiamo
vedere, attraverso la storia di ieri e di oggi, che l’empio
continua ad insidiare il giusto per poter neutralizzare un disegno celeste che
nel giusto trova l’esecutore fedele e sottomesso.
La testimonianza storica, d’altronde, s’identifica
con la nostra esperienza cristiana perché anche noi siamo entrati nel fenomeno
dei "ricorsi
storici" ed abbiamo vissuto e viviamo
le identiche circostanze incontrate dai credenti di tutte le epoche.
Come i fratelli di Giuseppe si scagliarono contro
il loro congiunto, così le potenze dell’errore si sono scagliate e si scagliano
contro di noi; lo scopo dell’inferno è sempre lo stesso: "annullare i sogni di Dio".
Quante figliuole di Dio,
quanti giovani credenti subiscono le più fiere opposizioni ed i più crudeli
attacchi nel seno delle proprie famiglie; mariti inconvertiti, genitori
intolleranti che sferrano le più dure persecuzioni per far capitolare una
confessione di fede, cioè per far crollare una speranza, per far naufragare una
vocazione.
Non è questo uno spettacolo simile a quello
presentato dal nostro testo?
Ieri i fratelli, oggi i mariti, i
genitori, forse le mogli, forse altri congiunti che tentano ugualmente di distruggere
una chiamata, un programma divino.
Sembra quasi di sentir di nuovo risuonare la frase:
"che ne sarà dei suoi sogni...".
È lo stesso proposito di distruzione, la stessa finalità tenebrosa che muove, anche inconsapevolmente
questi poveri strumenti soggiogati all’inferno.
E non soltanto in casa, nel seno
delle proprie famiglie, ma anche attraverso i contatti più logici col mondo, il
conflitto si ripete e rinasce ad ogni occasione.
Quante volte un credente, una credente sono stati insidiati e combattuti negli ambienti che li
accoglievano come lavoratori; datori di lavoro intolleranti, direttori o
capo-squadra insofferenti e crudeli si sono accaniti in persecuzioni ostinate
per far crollare una decisione, per far capitolare una resistenza.
Dietro gli individui e oltre le loro azioni dobbiamo saper vedere le potenze spirituali dell’inferno che
muovono gli occasionali strumenti, per distruggere i piani luminosi di Dio.
Frequentemente i persecutori non sono neanche
pienamente coscienti degli scopi che vogliono raggiungere, ma lo spirito che li
muove, che li anima suscita quella vivace violenza che s’incontra sempre nei
luoghi dove avviene il conflitto fra la verità e l’errore.
Lo spirito dell’inferno non può rimanere
indifferente di fronte allo sviluppo dei piani della luce e della verità;
quando le anime trovano la salvezza, quando il servizio di Dio viene compiuto, quando l’opera del ministero progredisce,
quando il cielo si apre per far scendere
benedizione e risveglio, gli strumenti del male reagiscono per combattere i
figli di Dio. Anzi, molte volte questo contrasto violento si manifesta anche
prima che Dio compia i suoi piani perché gli eserciti diabolici sferrano
l’attacco proprio per annullare le cose che sono state soltanto annunziate in
"sogno"
o in "visione" o in "profezia" o più
semplicemente ancora che sono state annunziate a mezzo delle
promesse espresse dall’Evangelo.
E non soltanto in casa o nei
luoghi di lavoro, o fra gli amici e fra i conoscenti scoppiano quelle battaglie
che mettono alla prova i sinceri figli del Signore, ma anche dal seno della
chiesa, molte volte, sorgono i novelli figli di Giacobbe che ripetono: — Vediamo che ne sarà dei suoi
sogni!
Anche qui però la promessa divina ripara gli eletti
e Colui che è pronto a difendere i suoi piani ed i suoi figli dagli
attacchi del mondo è anche pronto ad ergersi a torre di fortezza per difendere
Giuseppe, ogni nuovo Giuseppe, dalla violenza dei suoi malvagi, o dei suoi
pochi illuminati fratelli.
Non dobbiamo turbarci se ci viene
ricordato che le battaglie spirituali si svolgono anche nel seno della chiesa.
Anche qui purtroppo, Satana dispone di strumenti di
violenza e non soltanto perché esistono, come sono sempre esistite, le quinte
colonne dell’inferno, ma perché molti figli del Signore si trasformano sovente
in occasionali gregari del diavolo.
Quando un cristiano viene sedotto diventa
un seduttore,
per lo stesso processo morale che si verificò durante la prima seduzione.
Noi sappiamo infatti che Eva fu sedotta dal serpente,
ma Adamo fu sedotto da Eva e quindi possiamo dire che Eva fu il serpente di
Adamo.
Anche un cristiano, quando è sedotto dall’orgoglio
o dall’invidia o dall’odio, si schiera decisamente
contro i piani divini e, naturalmente, si scaglia verso coloro nei quali Iddio vuole
attuare i suoi disegni di sapienza e d’amore.
Capita sovente che un ministero od una vocazione
siano ostacolati proprio nel seno della chiesa, come capita sovente che i più ispirati
programmi missionari o le più evidenti manifestazioni di risveglio trovino opposizione
piena ed organizzata da parte di alcuni membri, forse
influenti, di una comunità.
La storia cristiana ci ricorda, a conferma di
quanto sopra, che tutti o quasi tutti gli strumenti usati da Dio in maniera
straordinaria, hanno conosciuto il primo e più pressante conflitto nello stesso
ambiente cristiano dal quale sono sorti per operare. La legge dei ricorsi storici non
fallisce e come Giuseppe fu perseguitato dalla sua
casa, così i fedeli servitori del Signore dei secoli successivi sono stati combattuti
dagli intimi, dagli amici, dai fratelli.
Nel mondo, in casa, nella chiesa e anche
nell’ambito delle proprie esperienze individuali, il conflitto si ripete e si
perpetua ed è sempre il conflitto che impegna le forze del bene contro le forze del male o piuttosto che accanisce le forze del male
contro le forze del bene. Quando questa battaglia si svolge sul terreno
dell’esperienza personale mette in evidenza in maniera
ancora più chiara la propria fisionomia, ma in realtà il carattere di questo
conflitto non muta mai perché o contrastato dal mondo o contrastato dalla
chiesa o contrastato direttamente dagli spiriti infernali, nelle prove e
tentazioni intime, quando il bene è contrastato, è sempre contrastato dal male.
Il male contrasta il bene sempre con un obiettivo
preciso: quello di neutralizzare i piani celesti.
Gli strumenti e le circostanze possono variare ma la sostanza del fenomeno non varia mai e non
varierà mai fino al giorno della nemesi finale che vedrà il trionfo assoluto di
Giuseppe sopra i suoi malvagi fratelli cioè che vedrà l’esaltazione vittoriosa
del bene sopra gli eserciti in rotta, sconfitti ed avviliti, dell’infernale
principe del male.
CAPITOLO 5
COME IDDIO COMPIE I SUOI PIANI
I ricorsi storici esistono non soltanto nelle azioni tenebrose
dell’inferno, ma logicamente anche nelle manifestazioni della potenza e della
sapienza di Dio.
L’inferno replica nel tempo i suoi programmi e
Iddio infrange sistematicamente e con regolarità storica questi programmi: la storia di
Giuseppe si ripete e si ripete in tutti gli aspetti drammatici
e luminosi.
Quando ci
riferiamo a Giuseppe ricordiamo la sua vocazione e poi l’odio dei fratelli verso
di lui, le loro vili macchinazioni, le disavventure in Egitto: nella casa di Potifarre prima e nella prigione dopo... e di seguito ci
scorre davanti agli occhi come sequenze luminose la liberazione miracolosa,
l’ascesa rapida, l’incontro provvidenziale con i suoi, la salvezza offerta ad
un popolo eletto da Dio. Sono tutti dettagli di un piano maestoso, nel quale
emergono gli elementi del conflitto fra le tenebre e la luce, ma soprattutto
emergono i fini divini perseguiti e raggiunti da Colui
che controlla e domina tutte le potenze dell’universo.
Quando invece osserviamo il fenomeno dei ricorsi storici prescindendo
dalla testimonianza di Giuseppe ci troviamo di fronte
a piccole variazioni di dettagli, ma a stupefacenti identità di programmi; da
una parte possiamo vedere, come è stato ripetutamente detto, lo stesso piano
infernale e dall’altra la medesima azione divina: quella che ci mostra
chiaramente "come
Iddio compie i suoi meravigliosi piani di salvezza".
Ecco perché Giuseppe poteva dire con convinzione ai
suoi fratelli sgomentati dall’improvviso riconoscimento: "...non vi rincresca di
avermi venduto per esser menato qui, poiché Iddio mi abbia mandato davanti a
voi per vostra conservazione" (Genesi 45:5).
Egli aveva individuati
tutti i particolari del piano di Dio ed aveva riconosciuto che l’Onnipotente
era stato sempre presente nelle vicende della sua vita per compiere un
programma prestabilito, di salute e di redenzione.
Iddio opera, opera sempre, opera con potenza e
sapienza a favore di coloro che sono stati chiamati da
Lui e che devono essere strumenti di provvidenza per l'esecuzione dei suoi
programmi.
Forse le esperienze degli unti di
Dio potranno apparire negative od essere amare, ma anche attraverso questi
dettagli sconcertanti l’Eterno sviluppa e compie i Suoi
piani.
Giuseppe come Mosè, Pietro come Paolo, Daniele come
Mardocheo hanno conosciuto i
metodi divini ed hanno veduto, nella propria vita « come Iddio compie i Suoi piani ».
Osserviamo per esempio la biografia di Mosè: — Egli
doveva essere ucciso alla sua nascita per decreto reale ed invece fu
risparmiato dalla tenerezza dei suoi genitori che "videro il fanciullo
bello" (Atti 7:20 Ebrei 11:23).
L’atto temerario di due coniugi israeliti, che si
commuovono di fronte "all’eccezionale bellezza" di un neonato, sottolinea,
come sempre in questi casi, l’opera di Dio; è Dio che suscita la straordinaria
bellezza di Mosè, è Dio che esalta questa bellezza e la trasfigura agli occhi
dei genitori, è Dio che infonde coraggio e decisione in quei cuori inteneriti
dallo spettacolo sentimentale di un fanciullino appena
nato.
Dio vuol salvare un «fanciullo»
perché vede in lui un «uomo» che dovrà essere usato per un piano di
redenzione.
Mosè rimane nascosto per tre mesi in casa dei
propri genitori e poi... viene affidato alla
misericordia di Dio; guardiamo a quella piccola cestella
bitumata che dondola sopra le acque ondeggianti; non sembra di vedere un fanciullino cullato dalle braccia eterne di Dio?
Da questo momento possiamo vedere una serie di azioni volute e sincronizzate da Dio: La figliuola di
Faraone che proprio in quell’ora scende al fiume per
prendere il suo bagno.
La cestella che suscita
la sua legittima curiosità e che dondola proprio davanti ai suoi occhi.
Il fanciullo che prorompe
in un pianto accorato proprio quando giunge fra le mani della principessa.
Maria, la sorella del fanciullo,
che riesce magistralmente a recitare una parte nell’opera maestosa di Dio.
Sono particolari che possono anche passare
inosservati, ma che rimangono ugualmente lì, dove sono stati
posti, per il compimento di un disegno divino.
La risposta di Dio ad un decreto infernale che voleva
la distruzione del popolo eletto, viene subito e viene potente e Mosè non
soltanto è salvato dalla morte, salvato dalle acque, ma è anche salvato da ogni
preoccupazione e pericolo e può essere accolto di nuovo nella casa paterna e
può avere ancora la cura di una mamma, che riabbraccia il suo bellissimo fanciullo.., e riceve, per allattarlo, un salario pagato dalle casse del crudele
nemico: Faraone.
Mosè, con il latte di sua madre, assorbe anche
l’amore per il suo popolo e quando fanciullo o ragazzo
viene condotto alla principessa che lo ha adottato, non tradisce gli intimi
sentimenti che gli sono stati stillati. Il futuro legislatore d’Israele rimane
alla corte egiziana e forse approfitta di tutte le opportunità che gli vengono fornite per formare la propria cultura e la propria
personalità, ma rimane ebreo, profondamente ebreo per accarezzare un lontano
piano di redenzione politica e sociale.
Il piano di Mosè non è ancora il piano di Dio e
l’ardito giovane deve fare esperienze di amara
delusione, ma, nonostante questi intermezzi, talvolta incomprensibili, i piani
divini si sviluppano e progrediscono.
Quando Mosè, ormai canuto, ritornerà in Egitto per
iniziare e concludere il piano della liberazione sarà
sempre quel Mosè che è scampato dalla crudeltà di un decreto reale, che è stato
salvato dalla tenerezza della «figlia di Faraone», che è stato allevato a spese
delle casse del potente monarca che lo voleva uccidere e che è stato, infine,
allevato ed educato fra gli agi e le ricchezze di quella stessa casa che egli ritorna
ora per sfidare e colpire nel nome di Dio.
Se guardiamo da un diverso punto di
vista il medesimo maestoso episodio, possiamo osservare che Mosè è anche quel
medesimo Mosè che è stato rifiutato dai suoi fratelli, che è stato costretto
alla fuga per timore di Faraone, ma anche dalla delusione e dall’amarezza
ricevuta dal suo popolo.
Mosè come Giuseppe rimane al centro di un programma
luminoso e vittorioso di un programma che accetta ed
usa anche tutte le circostanze negative per adempiere il volere divino.
Iddio
compie i Suoi piani e li compie
sempre in armonia con le promesse annunziate o rivelate. Egli prepara gli
eventi, muove le cose, sfrutta le circostanze, buone od avverse, e poi esalta
gli strumenti prescelti e preparati usandoli per il conseguimento della
vittoria finale.
Quando Iddio ha deliberata
una cosa, quando Iddio ha formulato un piano, quando Iddio ha rivelata una
promessa, dobbiamo attenderci soltanto che tutto si compirà secondo le
intenzioni e la volontà di Dio. L’inferno potrà usare anche le più poderose
riserve di potenza spirituale e di potenza umana, ma
non potrà infrangere lo scopo di Dio.
Se vogliamo una sintesi della sovrana autorità di
Dio, possiamo trovarla nelle meravigliose ed illuminate parole di Mardocheo ad Ester: — Poiché se oggi tu ti taci, soccorso e liberazione
sorgeranno per i Giudei da qualche altra parte; ma tu e la casa di tuo padre perirete; e chi sa se non sei pervenuta ad essere regina per
un tempo come questo? (Ester
4:14).
Mardocheo era
certo che Iddio avrebbe liberato i Giudei dall’ira e dalla potenza di Haman ed anche dalla crudeltà del decreto formulato da
Assuero e perciò cercava di vincere le esitazioni di Ester,
sua cugina e sua figlia adottiva, inviandole il messaggio che abbiamo
ricordato.
L’uomo di Dio proclama due verità: — l’Eterno può
far giungere il soccorso da qualsiasi direzione e perciò il Suo trionfo è
sicuro; ed inoltre l’Eterno può farci raggiungere posizioni particolari che
sono necessarie per
l’esecuzione dei Suoi piani.
Iddio compie sempre i Suoi piani, li compie nel furore delle battaglie e li compie a dispetto
delle lotte e delle persecuzioni, anzi le persecuzioni rappresentano spesso il
combustibile
necessario ad alimentare la fiamma della verità.
L’ira degli uomini acquista lode a Dio e la potenza
massiccia degli attacchi avversari serve soltanto ad esaltare il Suo Nome.
No! nessuno potrà
cancellare i sogni che abbiamo sognati in Dio e nessuno potrà distruggere la
nostra vocazione. Le corone celesti, cioè la corona della vita, la corona
della giustizia, la corona incorruttibile, non potranno esserci mai rubate e
mai ci potrà essere confiscata od espropriata la casa che è intestata a noi nel
cielo.
Un giorno sederemo « nel nostro »
trono, e riceveremo «il nostro»
nuovo nome perché le potenze che hanno od avranno cercato di toglierci queste
benedizioni saranno infrante per sempre.
Iddio
compie i Suoi piani e questi riguardano soprattutto la
nostra salvezza eterna.
Non sgomentiamoci dunque per i conflitti che
c’impegnano e non sgomentiamoci neanche quando la vittoria sembra allontanarsi
da noi perché nel ministero, come nell’esperienza cristiana; nel sentiero della
santificazione, come in quello del servizio Iddio è con noi per compiere i Suoi
piani cioè per darci la vittoria.
Iddio è con noi e sarà con noi come
è stato con Cristo; dobbiamo aver l’audacia di credere che noi siamo
guardati da Dio come era guardato Gesù, perché Iddio doveva compiere un piano
in Gesù e Iddio deve compiere un piano in noi, per noi e attraverso noi.
Gesù è stato guardato, protetto, difeso e intorno a
Lui tutte le circostanze, anche le più drammatiche, anche le più tragiche, si
sono mosse per
Sopra il Cristo si compiono le profezie d’Isaia, le
profezie del salmista e noi possiamo leggere; ...i re della terra si ritrovano
e i principi si consigliano assieme contro l’Eterno e contro il suo Unto... (Salmo 2:2).
Possiamo leggere le vivaci e drammatiche
descrizioni delle sofferenze e delle prove del figlio di Dio che è contrastato
perché in Lui è contrastato il piano stesso di Dio, ma possiamo anche leggere le promesse e
le affermazioni di vittoria espresse risolutamente dall’Eterno: — Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si befferà di loro... (Salmo 2:4).
E’ bello volgere lo sguardo della fede verso
l’alto; è bello soprattutto quando la battaglia ci
avvolge col fragore delle armi, col grido dei combattenti e con lo spettacolo
di sangue e di morte che ci circonda; è bello, sì! perché
possiamo vedere Iddio, Iddio che si fa beffa dei nostri nemici, Iddio che ride
della strategia e della potenza dell’inferno e degli uomini.
Quell’ironia
divina, quel sorriso amaro ci danno il coraggio, la
virilità per rimanere saldi, immobili, abbondanti nell’opera del Signore:
Alleluia!
Iddio guarda, guarda dal cielo e sembra dire: — Piccolo
Erode, piccolo Nerone, piccolo Giuliano non vi accorgete
che picchiate il vostro capo contro una montagna di pietra? Voi cercate
d’infrangere i miei programmi, la mia volontà e per questo coalizzate
la vostra potenza e la vostra ira, ma «pur nondimeno Io ho consacrato il mio Re, sopra Sion...» (Salmo 2:5).
E Iddio continua a parlare per ripetere
attraverso i secoli:
«Pur nondimeno ho suscitato questo risveglio per il Mio popolo...
Pur
nondimeno ho chiamato altre anime a Me...
Pur
nondimeno ho preparato questo strumento per l’ opera
del ministero...
Pur
nondimeno ho benedetto questo Mio figliuolo...».
Fratello, sorella, Iddio compie i Suoi
piani in noi, per noi; li compie sempre e li compie a dispetto di tutte le
circostanze; non temere! Iddio è con noi!
Dobbiamo soltanto essere certi della nostra
salvezza, della nostra vocazione, della nostra
chiamata, della nostra rivelazione perché quando siamo sicuri di aver "ricevuto"
da Dio, di essere stati posti da Dio in un programma preparato da Lui, possiamo
anche essere sicuri che Egli ci darà la vittoria fino al compimento del Suo
piano divino.
Lascia che gli avversari ripetano anche oggi:
" ...distruggiamo
i suoi sogni...".
Se quello che hai veduto in visione è stata la
rivelazione di Dio alla tua anima, puoi essere certo
che le cose "dette
da parte del Signore avranno compimento" (Luca 2:45).
Giuseppe esaltato da Dio divenne benedizione e
salvezza per coloro che avevano tentato di distruggere i suoi sogni ed anche
noi sostenuti dall’Alto giungeremo alla vittoria che sarà felicità in Dio e
benedizione di Dio.
Roberto
Bracco