Il Ministerio Cristiano
Introduzione
Il
ministerio cristiano rappresenta uno dei soggetti meno conosciuti e meno
studiati nel seno della cristianità. Sembra quasi che l’influenza moderna sia riuscita
a sbiadire il concetto della soprannaturalità del servizio nella chiesa e che
quindi la sostituzione del ministerio spirituale con quello tecnico e formale,
largamente in uso in questi giorni, sia accettato come una circostanza logica e
pacifica.
Questo
studio si ripropone di riportare alla luce, e quindi
di sottoporre all’attenzione generale, un soggetto che, benché dimenticato ed
ignorato, non ha perduto nulla della sua attualità e del suo valore. Non
abbiamo la presunzione di credere che queste pagine siano perfettamente idonee
al conseguimento dello scopo, ma speriamo almeno che esse rappresentino un
incentivo verso uno studio profondo ed accurato del ministerio cristiano.
Siamo
certi che tutti i credenti, attraverso l’esame sincero delle Scritture,
riconosceranno non soltanto la necessità di fare del ministerio spirituale disciplina di studio, ma anche quella, molto più importante,
di porre il ministerio spirituale al centro dell’attività ecclesiastica e
dell’attività cristiana in genere.
Con
questa rosea visione raccomandiamo a Dio questo modesto lavoro e, soprattutto,
quei fedeli che si accosteranno ad esso a scopo di
studio.
Roberto Bracco
IL MINISTERIO SPIRITUALE
a) Lo
Spirito nel ministerio cristiano.
Il ministerio cristiano
è un ministerio spirituale e questo vuol dire soprattutto che è esercitato
nella guida e nella potenza dello Spirito.
Ogni dettaglio di
questo glorioso ministerio, ogni attività periferica di esso
devono essere manifestazioni dello Spirito perché il lavoro di Dio può essere
compiuto soltanto dallo Spirito di Dio.
La
predicazione o il diaconato; i governi come sussidi; la presidenza, il
pastorato-, tutto deve essere controllato, guidato, attivizzato dallo Spirito
Santo. Sostituire a questa Persona divina la capacità o l’eloquenza umana
significa uscire fuori dai limiti perfetti del vero
ministerio cristiano.
Non è bello affidare
predicazione o presidenza; insegnamento e governo ad individui incapaci a farsi
controllare e guidare dallo Spirito. Possono anche essere individui in possesso
di indiscutibili doti sociali o umane, ma non per
questo potranno esercitare un ministerio che dipende esclusivamente
dall’intelligenza e dalla potenza dello Spirito.
Osserviamo per un
momento il lavoro di un vero operaio cristiano: “La mia parola e la mia
predicazione non è stata con parole persuasive dell’umana sapienza, ma con
dimostrazioni di Spirito e di potenza” (1Corinzi 2:4).
Paolo ci traccia, a grandi
linee, un termine di raffronto e ci dichiara, in maniera esplicita, che il
lavoro di Dio ignora le risorse umane per attingere la propria linfa alla fonte
inesauribile dello Spirito.
Egli parla del
ministerio cristiano come del più elevato, del più glorioso dei ministeri e lo
definisce categoricamente il “ministerio dello Spirito”. “Come non sarà
piuttosto con gloria il ministerio dello Spirito” (2Corinzi
3,8).
Accettato questo
principio, accettiamo implicitamente l’altro che tutte le caratteristiche e
tutte le circostanze di questo ministerio rappresentano doni e manifestazioni
dello Spirito; cioè, come già detto, ogni parola, ogni
azione, ogni programma inclusi nel ministerio cristiano sono il risultato della
potenza e della guida dello Spirito attraverso la strumentalità
umana. Lo studio accurato dei seguenti passi scritturali può fornire la più
ampia delucidazione del problema: Romani 12:6-8,
1Corinzi 12:1-11, 1 Corinzi
Questi versi biblici
dichiarano apertamente che l’uomo non può dare nessuno
apporto umano al ministerio cristiano, il quale è ministerio integralmente
spirituale.
b) Le
caratteristiche del ministerio spirituale.
Le manifestazioni del
ministerio cristiano si possono dividere e classificare in tre distinte
categorie seguendo la falsariga tracciata dall’apostolo Paolo nella sua
epistola ai Corinti. Possiamo così dire che esse sono
rappresentate dai dono soprannaturali (dal greco Kàrismata):
1Corinzi 12.4; dai ministeri e dai servizi (dal greco Diaconai):
1Corinzi 12.5; e dalle operazioni o manifestazioni di potenza (dal greco Energemeta): 1 Cor 12.6.
Tutte queste
manifestazioni però possono esser considerate ugualmente doni o fenomeni dello
Spirito: 1 Cor.
Possiamo dire, per dare
un’illustrazione, che come l’organismo umano è fornito di apparati,
sistemi e, nei suoi più minuti particolari, di organi, così la chiesa è fornita
di servizi, di doni, di operazioni spirituali capaci di compiere totalmente
l’opera del ministerio per l’edificazione del corpo di Cristo. Efesi 4. 12, 16 Efesi
Quindi non diremo mai
che la profezia o la glossolalia (lingue) rappresentano doni dello Spirito o manifestazioni dello Spirito,
ma diremo che anche i sussidi, i governi, il diaconato, l’insegnamento, ecc.
fanno parte dei diversi sistemi di un unico organismo la cui vitalità è
accentrata perfettamente nello Spirito di Dio.
c) I
ministeri.
Si dice, generalmente,
che i ministeri nel ministerio sono cinque. Noi siamo più disposti ad affermare
che i ministeri fondamentali sono
cinque e con questo vogliamo affermare:
1) Che molte attività cristiane non
esplicitamente contenute in questi cinque ministeri, possono essere ugualmente
definite tali.
2) Che le definizioni di questi
cinque ministeri sono alquanto generiche e quindi possono includere anche altri
servizi ed altre attività.
Comunque, i cinque
ministeri nel ministerio (facciamo questa precisazione per amor di precisione)
sono:
Apostoli, profeti,
evangelisti, pastori e dottori. Efesi
Diamo qui di seguito
una risposta biblica precisando però che essa può essere allargata ed ampliata
anche oltre i limiti da noi segnati per uscire dal generico.
1) Apostoli. Il significato letterale può
essere dato per mandati o inviati.
Si differenziano nella
letteratura neo-testamentaria in due classi distinte; la prima è costituita da
coloro che furono scelti dal Maestro divino e che dovevano essere nel seno
della cristianità nascente i testimoni oculari ed auricolari delle opere di
Cristo e delle sue parole ed in pari tempo il primo nucleo direttivo del popolo
cristiano, nel seno del quale furono appunto chiamati “collegio apostolico”.
Fatti
2) Profeti
chiamati anticamente che veggenti (1 Sam. 9.9), cioè
uomini che vedono. Alcuni pensano che i profeti siano quei ministri di Dio che
predìcono o prevedono l’avvenire, ma questo concetto non è esatto. Il profeta vede e parla fuori dei sensi e, fino ad
un limite, separatamente dal proprio raziocinio, ma egli può vedere cose future
come può vedere cose che non hanno relazione con il tempo e quindi può parlare
anche semplicemente per edificare, esortare, consolare. 1 Cor.14.3.
Il parlare del profeta
è estemporaneo e dipende esclusivamente dalla ispirazione; egli dice cose che
non rappresentano, neanche in parte, il risultato della meditazione e della
preparazione.
Il profeta infine è
colui che esercita la profezia non a carattere eccezionale o transitorio, ma a
carattere permanente, cioè è colui che parla non per una improvvisa ed
eccezionale manifestazione del “dono” di profezia, ma per l’assistenza di una
stabile potenza spirituale. Atti 13.1, Atti
3) Evangelista. Annunziatore di buone novelle. Molti credono che il ministerio
dell’evangelista sia esclusivamente un ministerio missionario e quindi
evangelista sia soltanto colui che predica e proclama la salvezza agli
inconvertiti. Questo concetto è errato, perché il Nuovo Testamento c’insegna
che l’evangelista è il ministro chiamato da Dio, oltre che per predicare agli
inconvertiti, anche per suscitare risvegli spirituali nelle comunità e per
indurre il popolo cristiano, mediante una predicazione caratteristicamente
evangelista, ad una più profonda vita spirituale. 2 Tim.
4.5, 1 Cor.1.17, Rom. 1,11, 15.
4) Pastore, cioè
guida spirituale del gregge; conduttore. Questo ministerio è il ministerio
tipico di governo nella comunità cristiana. 1 Pietro 5.2, 1 Cor.12.28.
Il pastore è
soprattutto colui che in mezzo agli altri ministri, e quindi in mezzo agli
altri ministeri, presiede (Rom. 12.28), fatica nella parola (1 Tim.5.17), veglia per il popolo (Ebrei 13.17).
5) Dottore.
Colui che insegna. Il ministro che possiede particolari attitudini per
l’insegnamento della legge e della dottrina e che quindi è idoneo oltre che a
fare applicazioni pratiche, a fare anche applicazioni teoriche e speculative.
Egli si
differenzia nettamente dall’evangelista del quale non possiede l’esuberanza;
dal profeta del quale non conosce l’estemporaneità; dal pastore del quale non
ha le attitudini di governo e di ammaestramento. Tito
I MINISTERI NELLA
CHIESA
Lo scopo
dei ministeri.
Una concezione esatta di
quello che è lo scopo divino dei ministeri ci aiuta a comprendere il piano di
Dio ed anche ad assumerci interamente le nostre responsabilità cristiane. Oggi
una percentuale molto elevata di credenti e di ministri hanno sostituito, con
le proprie idee, il concetto biblico dello scopo dei ministeri cristiani ed è
per questo che si sente ripetere, da ogni direzione, che tutti i ministeri
devono tendere al fine di evangelizzare il mondo.
Il concetto biblico,
ripetiamo, è un altro e secondo questo concetto l’evangelizzazione del mondo è
prevista soltanto di riflesso. I ministeri sono stati costituiti
soprattutto per “l’edificazione del
corpo di Cristo” (Efesi 4.12). Essi infatti
posseggono particolari caratteristiche spirituali che li rende idonei per una
missione edificativi più che per un fine evangelistico; anche il ministerio
dell’evangelista, il solo fra i cinque che sembra riservato per un lavoro
missionario, possiede, come gli altri, caratteristiche cristiane che fanno di
esso un ministerio di edificazione nella
chiesa.
Si può riassumere
che lo scopo del ministerio può essere racchiuso entro i seguenti punti:
1) Perfetto radunamento dei Santi (Efesi 4.12).
2) Progresso dei fedeli verso la perfezione di
Cristo (Efesi 4.13).
3) Trasformazione dei credenti nella natura
gloriosa di Dio (2 Cor. 3.18).
Il piano di Dio quindi
prevede soprattutto il potenziamento della chiesa e i ministeri sono gli
strumenti spirituali per il conseguimento di questo scopo. Naturalmente
l’evangelizzazione non è ignorata, ma viene presentata come attività
consequenziale: una chiesa edificata in grazia e in potenza attirerà
spontaneamente con la luce della sua gloria i peccatori che brancolano nel
buio.
Questo piano
meraviglioso trova un parallelo nelle parole di Gesù: “Voi riceverete la
potenza dello Spirito Santo, il quale verrà sopra voi; e mi sarete testimoni…”
(Fatti 1-8).
L’evangelizzazione non
può precedere, ma deve seguire l’edificazione della Chiesa e quindi non è
strano che “l’opera del ministerio” rappresenti soprattutto l’edificazione del
popolo di Dio.
Mettere pastori,
profeti, dottori sul fronte delle missioni per lasciare scoperte le posizioni
dell’edificazione della Chiesa, significa sfornire la prima linea di
combattimenti necessari per conquistare la vera vittoria cristiana.
b)
Terminologia ecclesiastica.
Il ministerio
cristiano, nelle sue particolari caratteristiche, viene anche definito da una
terminologia che possiamo chiamare ecclesiastica. Per l’intelligenza del
soggetto è necessario considerare il problema anche da questo punto di vista,
precisando però sin da ora che questa terminologia non intende riferirsi ad
altre attività spirituali del ministerio cristiano oltre quelle menzionate, ma
intende riferirsi alle medesime attività considerate soprattutto da un punto di vista amministrativo
organizzativo.
I ministeri di cui alla terminologia
definita ecclesiastica sono tre: Vescovo, anziano, diacono. Di seguito possiamo
esaminarli progressivamente in maniera più particolareggiata:
1) Vescovo, dal greco episcopoi
cioè sorveglianti. Al sorgere delle comunità cristiane questo termine espresse
genericamente il compito del conduttore di una comunità o quello più
impegnativo di soprintendente di un gruppo di comunità di una medesima giurisdizione;
successivamente prevalse il secondo concetto. Nel seno delle nostre chiese può
essere considerato investito di quest’ufficio anche il pastore di quelle
comunità ecclesiasticamente importanti che mantiene
sotto la propria giurisdizione un certo numero di comunità di
importanza minore, o di missioni ( 1Tim.3.2, Atti
2) Anziano, dal greco presbiteri che vuol
dire letteralmente anziano. Anche questo termine, nell’uso neo-testamentario, è
alquanto generico, ma comunque sembra esprimere più che un titolo, una
condizione. Infatti questo termine entrò nella cristianità dal giudaesimo ove gli “anziani” erano quegli individui che per
età, esperienza, saggezza e rettitudine venivano designati per essere i
notabili e quindi i conduttori del popolo.
Nelle primitive chiese cristiane la designazione degli
anziani doveva essere effettuata con i medesimi concetti; fra questi potevano
poi essere prescelti anche i vescovi e i diaconi (1 Tim.
3) Diaconi, dal greco: servitori. Anche
questo più che un titolo è una condizione o una idoneità. Venivano designati
diaconi quei credenti riconosciuti capaci di servire per la giuda dello Spirito
(Fatti 6.3).
Il servizio del
diaconato è soprattutto di carattere assistenziale e prevede le distribuzioni
(Rom. 12.8), le opere pietose (idem), i sussidi (1 Cor. 12.28).
La critica moderna
definisce il diaconato: ministerio inferiore, ma noi vorremmo dire che
qualsiasi classificazione dei ministeri nel ministerio cristiano è assolutamente
soggettiva ed arbitraria e quindi consideriamo questo servizio cristiano, un
servizio spirituale di tanto valore come un qualsiasi altro servizio che
contribuisce per l’edificazione del corpo.
c) I
ministeri e i doni nella chiesa e nel tempo.
Le manifestazioni dello
Spirito cioè le caratteristiche del ministerio cristiano che noi chiamiamo doni
o ministeri rappresentano un patrimonio spirituale della chiesa, quindi i
ministeri sono della chiesa e per la chiesa e i doni si trovano nella chiesa.
Gli individui
partecipano queste manifestazioni in quanto fanno parte della chiesa, ma il
patrimonio rimane sempre un bene del corpo di Cristo.
Con questa premessa
vogliamo affermare che le manifestazioni dello Spirito sono permanenti nella
chiesa, mentre nell’individuo possono essere a carattere eccezionale, a
carattere transitorio ed anche, naturalmente a carattere permanente, cioè doni
e ministeri possono manifestarsi nell’individuo in maniera eccezionale, in
maniera transitoria o in maniera stabile. È più facile, naturalmente, che i
doni, piuttosto che i ministeri, conoscano queste eventualità nella direzione
da noi seguita. Vogliamo dire che è più facile manifestare un dono una sola
volta o per un periodo più o meno breve di tempo, che avere un ministerio per
una sola circostanza. Però queste eventualità sono possibili per ambedue queste
manifestazioni dello Spirito.
Di seguito diamo
alcuni riferimenti scritturali a conferma e a delucidazione.
1) Dono permanente 1 Tim.
2) Dono temporaneo 1 Cor.
3) Dono eccezionale 1 Cor.14.30.
1) Ministerio permanente Atti
2) Ministerio
temporaneo Fatti 6.5; 8.5.
3) Ministerio eccezionale 1 Cor.
Questa verità c’illumina intorno
all’amministrazione dei doni spirituali perché ci precisa che qualsiasi
rivendicazione individuale o qualsiasi ministerio autonomo o separatista sono
infirmati dall’illegittimità più evidente. Il servitore non può mai avanzare
diritti di proprietà esclusiva sul dono che possiede, perché il dono è della
chiesa ed il ministro non può esercitare il suo mandato indipendentemente dalla
chiesa o ignorando la chiesa, perché il mandato stesso appartiene alla chiesa
ed è stato dato da Dio esclusivamente per l’edificazione della chiesa.
Lo Spirito santo nello
sviluppo di questo meraviglioso lavoro distribuisce i suoi doni come Egli vuole
(1 Cor. 12, 11), mentre si muove nella chiesa. Egli conosce le leggi
dell’opportunità e della tempestività e perciò muove gli individui
semplicemente come membra dell’unico organismo che è la chiesa (1 Cor. 12.14).
d) Lo
scopo dei doni.
Distinguendo fra doni e
ministeri benché, come abbiamo già detto tutti possono essere definiti
manifestazioni dello Spirito, dobbiamo, dopo aver parlato dello scopo dei
ministeri, parlare dello scopo dei doni.
Il Nuovo Testamento è
preciso anche su questo punto ed esso c’insegna che i doni non hanno una
funzione spettacolare, come non devono essere soltanto un’esibizione di
emotività sterile, ma devono raggiungere i limiti del piano che Dio ha
preparato per la sua chiesa. La mente infinita dell’Eterno ha concepito un
piano glorioso per il suo popolo perché Egli vuol fare di esso “… un aiuto convenevole a Cristo; un essere che sia
carne della sua carne ed ossa delle sue ossa (Genesi 2, 18, 23).
La chiesa deve essere
“una casta vergine a Cristo” ( 2 Cor. 11.2), affinché comparisca nella sua
presenza: “gloriosa, santa, irreprensibile; senza macchia e crespa…” (Efesi 5.27).
Doni e ministeri devono
“fare” la chiesa nel senso che devono rappresentare il mezzo di Dio per
raggiungere il fine di Dio. La trasformazione nella gloria, dei credenti deve
essere il risultato meraviglioso dell’opera del ministerio nel suo pieno e
potente esercizio spirituale (2 Cor. 3, 8, 18).
Quindi, per concludere,
possiamo convenire che lo scopo dei doni è unicamente quello dichiarato dalle
Scritture che ci precisano che essi sono stati dati:
1) Per un fine utile
ed opportuno 1 Cor. 12.7.
2) Per stabilire
vitalità e moto nel corpo Rom. 12.5.
3) Per l’edificazione,
l’esortazione e la consolazione della chiesa 1 Cor. 14.3.
4) Per
l’ammaestramento della chiesa 1Cor
5) Per convincere di
peccato e per giudicare il peccato 1Cor.
e) I doni
fondamentali nella chiesa.
Come si è voluto
indicare il numero dei ministeri spirituali, così si è voluto stabilire il
numero dei doni dello Spirito. Dei primi, si è detto che sono cinque, dei
secondi nove. Questi numeri però non vanno accettati in maniera assoluta,
perché stanno più ad indicare quelli che rappresentano i ministeri e i doni
fondamentali che non la totalità delle manifestazioni spirituali.
Comunque, il numero
nove per i doni dello Spirito è particolarmente significativo, perché esprime nella
sua terminologia matematica la perfezione assoluta. La radice quadrata del nove
è tre, numero che nella Bibbia indica sempre la perfezione; quindi qui abbiamo
il tre moltiplicato per sé stesso, cioè per tre, a darci il numero che indica,
almeno fondamentalmente, il complesso dei doni spirituali.
Non abbiamo voluto fare
una divagazione audace o oziosa, perché scrivendo dei doni dello Spirito viene
spontaneamente da sottolineare le coincidenze numeriche. Infatti i nove doni
dello Spirito possono essere classificati in tre triadi, cioè in tre gruppi
caratteristici. Il tre, simbolo di perfezione, sembra legato strettamente a
queste meravigliose manifestazioni dello Spirito. I nove doni dello Spirito
sono elencati in 1Cor.12, 8-10 e sono:
- Parola si sapienza, parola di scienza, fede, guarigioni,
potenti operazioni, profezia, discernimento, lingue, interpretazione.
Essi si possono
dividere per analogia caratteristica nei seguenti gruppi:
1) Doni che
conferiscono potenza per conoscere in maniera soprannaturale:
A) Parola di sapienza
B) Parola di scienza
C) Discernimento.
2) Doni che
conferiscono potenza per operare in maniera soprannaturale:
A) Fede
B) Doni di guarigioni
C) Potenti operazioni.
3) Doni che conferiscono
potenza per parlare in maniera soprannaturale:
A) Profezia
B) Lingue
C) Interpretazioni delle lingue.
Come possiamo notare, i
doni dello Spirito offrono alla chiesa la possibilità di svolgere un’attività
soprannaturale assolutamente perfetta.
f) I doni
nelle loro definizioni.
Non sempre esiste un
accordo perfetto, nel seno della cristianità, relativamente al significato
della definizione dei doni, quindi le delucidazioni che forniamo qui di seguito
non hanno la pretesa di rappresentare la soluzione perfetta di ogni
controversia.
Noi intendiamo
esprimere il nostro modesto parere nella certezza che un soggetto di così
multiformi e spaziosi sviluppi non può essere mai ristretto entro la povertà di
poche e inadeguate espressioni umane.
1) Parole di sapienza. Uno studio
comparativo delle Scritture permette di affermare che questo dono rappresenta
quella facoltà spirituale mediante la quale, l’individuo entra in possesso di
una sapienza divina e riesce ad usarla nelle necessità della vita cristiana,
cioè riesce per essa, a dare insegnamenti e a fare applicazioni giovevoli al
progresso spirituale dei credenti. Quindi la parola di sapienza può essere
usata per:
A) Esporre le verità divine Atti
B) Per
penetrare i misteri di Dio Apoc.
C) Per amministrare nel popolo di
Dio Atti 6.3.
D) Per regolare le relazioni con
gli inconvertiti Col. 4.5.
E) Per promuovere il progresso
cristiano Giac.
F) Per interpretare ed applicare
le Scritture (Matteo
2) Parole di
conoscenza. Questo dono rappresenta quella facoltà spirituale di penetrare
nei misteri e nei piani di Dio soprattutto a scopo speculativo. Quando i due
termini “sapienza” e “conoscenza” sono uniti il primo ha un significato attivo
ed il secondo un significato passivo o, come diremmo comunemente, il primo
affronta la vita spirituale dal punto di vista pratico, mentre il secondo lo
affronta soprattutto dal punto di vista teorico.
Quindi la “parola
di conoscenza” si manifesta:
A) Nella
“conoscenza” di Dio 2 Cor.
B) Nella “conoscenza” delle cose relative a Dio
Rom.
C) Nella “conoscenza” delle
dottrine cristiane Rom.
3) Discernimento
degli spiriti. Facoltà di penetrare nel mondo spirituale per cogliere i
suoi aspetti e le sue realtà, indipendentemente dal raziocinio e dai mezzi
fisici. Questo dono rende partecipi della “veggenza” dello Spirito e permette
di riguardare alle cose che normalmente soltanto Iddio può vedere (1 Sam. 16.7).
Esso si manifesta:
A) Nel “discernere” la falsità dei
profeti Matteo
B) Nel
“discernere” l’esatta attitudine di un’anima Giov.
C) Nel penetrare
fino ai pensieri ed ai sentimenti dell’uomo Giov.
D) Nello scoprire la frode e la
menzogna Fatti 5.3.
E) Nel “discernere” gli spiriti
Fatti 16, 16-18.
4) Fede. Sembra
che questo dono rappresenti quella facoltà spirituale mediante la quale
l’individuo può entrare nel mondo soprannaturale per operare in maniera
soprannaturale. Comunque, è certo che qui non è indicata la fede quale mezzo
per giungere alla salvezza e neanche la fede normale che è congenita in ogni
cristiano.
Alcuni hanno definita
questa fede: “la fede dei miracoli” altri, seguendo un passo scritturale: “la
fede di Dio” (Marco 11.22). Quest’ultima definizione ci sembra la più felice
perché realmente qui ci troviamo di fronte alla “fede” dono dello Spirito Santo
e manifestazione dello Spirito Santo; non è quindi la fede dell’uomo, ma la
fede dello Spirito cioè di Dio; quando c’è questo genere di fede si crede nello
stesso modo di Dio il quale sa che quando “dice la parola” la cosa è.
Possiamo precisare
quindi che essa è:
A) Fede per compiere miracoli
Fatti 3.4
B) Fede
per vincere la natura Matteo
C) Fede per afferrare promesse
audaci 1 Re
D) Fede contro speranza Giov.
5) Doni di
guarigioni. Alcuni credono che questo dono rappresenti quella facoltà
spirituale che permette di comunicare salute e quindi guarigione agli ammalati;
altri pensano che il testo si riferisca alle guarigioni stesse quindi il “dono”
sarebbe “la guarigione” e non il potere di compiere guarigioni. Questa seconda
ipotesi è confortata sia pure debolmente dalla forma grammaticale che esprime
al plurale il dono stesso.
Comunque, anche
qui siamo fuori dalla vita cristiana ordinaria nella quale tutti i credenti possono pregare per gli ammalati e nella
quale altresì gli anziani e gli evangelisti devono compiere questa missione in
sottomissione al loro specifico mandato (Giac.
6) Potenti
operazioni. Secondo il testo originale questo dono potrebbe essere
definito: “lavoro di potenza” cioè miracolo. Dono quindi che conferisce la
facoltà di compiere determinate operazioni nelle quali emerga una potenza soprannaturale.
La natura, nelle sue manifestazioni minute come in quelle cosmiche; nelle sue
manifestazioni fisiche come in quelle spirituali, è regolata da leggi che
soltanto in minima parte sono conosciute dall’uomo. Il “lavoro di potenza” è
quel lavoro che si compie fuori delle leggi conosciute dall’uomo e che, appunto
per questo motivo, viene definito lavoro fuori dalla natura o contro la natura.
Possiamo vedere la manifestazione di questo dono soprattutto :
A) Nei segni e prodigi Fatti
B) Potenti operazioni Fatti
C) Liberazione dagli spiriti
Fatti
Quest’ultimo verso ci
parla in maniera particolare dell’autorità, nel mondo dello spirito, che viene conferita da questo dono.
7) Profezia.
Facoltà spirituale per esortare, consolare ed edificare mediante parlare in
lingua intelligibile ispirata da Dio. La profezia quindi non è soltanto
predizione del futuro ma è penetrazione nel piano di Dio nel quale, non
esistendo il tempo, può anche essere
affrontato il futuro rispetto all’uomo.
La profezia è
estemporanea e quindi è sempre il risultato di ispirazione che ignora la
preparazione e, qualche volta la conoscenza; in altre parole mentre il predicatore
deve conoscere e deve preparare il sermone, colui che profetizza non deve
sottostare necessariamente a nessuna di queste circostanze.
Il “dono” di
profezia si differenzia dal “ministerio del profeta”. Il primo può essere
esercitato da tutti 1Cor.14.31, e quindi può essere a carattere transitorio o
eccezionale, mentre il secondo è esercitato da coloro che sono stati chiamati a
questo ministerio 1Sam.
Non tutti concordano
con questa affermazione ed infatti un emerito
scrittore americano dichiara: “il possedere questo dono fa, di un credente, un
profeta…”.
Il dono di profezia
deve essere esercitato in prima o in terza persona singolare? Cioè il credente
deve parlare come se fosse il Signore o a nome del Signore?
Crediamo che non esista
una norma rigida e che questa attività spirituale debba essere regolata
dall’enunciato della scrittura: “…in rapporto alla proporzione della fede…” Rom.12.6
Il credente che sale
fino al piano spirituale che gli permette di afferrare il dono o di essere
afferrato dal dono e quindi di esercitare la profezia potrà e dovrà muoversi ed agire entro i limiti
della propria fede che gli permetterà di parlare come “fosse il Signore” oppure
“da parte del Signore”.
Nel primo caso il
credente agisce come se fosse un canale inerte attraverso il quale lo Spirito
di Dio fluisce liberamente , mentre nel secondo caso egli agisce come attivo
messaggero di Dio. I due seguenti passi scritturali possono illustrare le due
eventuali circostanze. Malachia 2,2; Fatti
8) Lingue.
Facoltà soprannaturale di esprimersi in una lingua non intelligibile a colui
che parla e, frequentemente, a coloro che ascoltano. Talvolta le “lingue”
esprimono delle verità divine in lingue terrene e quindi conosciute Fatti 2,11,
mentre altre volte esprimono delle verità in lingue celesti e quindi
sconosciute 1Cor. 13.1, 14.2.
Le “lingue” sono state
sempre distinte in segno Atti 2.4 e dono (1Cor.12.30); questa distinzione afferma
che tutti i credenti che vengono riempiti della potenza dello Spirito Santo devono esprimersi in lingue ispirate al
conseguimento della loro esperienza, ma che soltanto alcuni possono nell’esercizio dell’attività cultuale partecipare il dono.
Nell’epistola ai Corinti sembra esistere un’incoerenza relativamente al
valore e allo scopo di questo dono, ma uno studio accurato permette di
individuare in modo preciso la coerenza perfetta esistente nelle dichiarazioni
delle Scritture. L’Apostolo Paolo nel mettere in luce il piano di Dio dichiara
ai cristiani di Corinto che essi esageravano nell’esercitare a tempo e fuor di
tempo il dono delle lingue, attraente, forse, per le sue caratteristiche
spettacolari; ricorda altresì che esso era stato incluso, dalla saggezza
divina, come manifestazione spirituale che fosse segno agli inconvertiti. Quindi il voler accentrare tutta
l’attività della chiesa intorno a quest’unico dono significava privare la
comunità delle benedizioni ordinate da Dio.
È chiaro però che Paolo,
sia quando parla delle lingue come segno agli increduli e sia quando ne parla
come strumento di edificazione alla comunità, si riferisce alle “lingue
interpretate”.
Comunque dalle
Scritture emerge qual è, nella chiesa di Dio, lo scopo di questo dono e quindi
possiamo concludere che esso opera per:
A) Consolazione ed edificazione individuale
1Cor.14.4.
B) Edificazione
della chiesa 1Cor. 14.5.
C) Segno agli increduli 1Cor.
9) Interpretazione
delle lingue. Facoltà soprannaturale che consente di interpretare il
messaggio spirituale in lingue. Questo dono rappresenta una manifestazione
estatica che consegue l’elevazione del credente fino alla sfera dello Spirito
sulla quale agisce colui che dà il messaggio. L’interpretazione può essere data
eccezionalmente anche da colui che ha dato il messaggio (1Cor. 14.5) e sembra
che uno stesso possa interpretare anche diversi messaggi in una medesima
riunione (1Cor. 14.27), ma questo verso biblico è variamente interpretabile e
può voler dire semplicemente che l’interprete normalmente si deve distinguere
da colui che porge il messaggio.
Lo scopo di questo dono è quello:
A) Edificare la chiesa 1Cor. 14.5 (È verso questo
scopo il valore dell’interpretazione è pari a quello della profezia).
B) Un segno agli inconvertiti 1Cor.
AMMINISTRAZIONE SPIRITUALE DEI DONI
a) Compito
fondamentale della chiesa.
I doni dello Spirito,
cioè le particolari manifestazioni del ministerio che vanno comunemente sotto
questo nome, rappresentano un patrimonio prezioso per la chiesa. Questo
patrimonio però può essere amministrato positivamente soltanto a mezzo della
più illuminata saggezza e del più profondo senso di responsabilità.
Non bisogna
dimenticare, infatti, che i doni dello Spirito sono manifestazioni dello
Spirito, cioè estrinsecazioni di quella
benedetta persona divina che è chiamata “la dinamite di Dio”. Questo nome è
stato dato allo Spirito Santo in riferimento al passo biblico Atti 1-8 ove il
termine tradotto dal Diodati per “virtù” è
nell’originale greco “dunamis”; questo vocabolo ha
fornito la radice etimologica ai due nomi della nostra lingua: dinamite e
dinamo.
Lo Spirito Santo quindi
è potenza dirompente ed inesauribile e le sue manifestazioni, di conseguenza,
hanno bisogno di essere amministrate con avvedutezza profonda.
Giustamente osservava
un critico che il fulmine che brucia e distrugge è della medesima natura
dell’energia benefica che viene sfruttata da una centrale elettrica. L’energia
è preziosa e desiderabile, ma deve essere controllata affinché non divenga
causa di rovina e di morte.
Il paragone potrebbe sembrare
irriverente e, qualcuno, potrebbe anche obiettare che lo Spirito che ha una
“mente” non può essere messo a confronto con una manifestazione di energia
naturale che è incosciente. Pur prescindendo dal fatto che noi ignoriamo fino a
che punto l’energia elettrica ubbidisca ad una “mente”, non possiamo fare a
meno di ricordare che l’amministrazione del ministerio cristiano è stato
affidato alla chiesa e quindi questa inesauribile fonte di potenza è stata,
diremmo sottoposta (benché nel mondo dello Spirito le subordinazioni sono in
termini diversi di quelle del mondo fisico) alla responsabilità della chiesa.
b)
Principi fondamentali dell’amministrazione.
La chiesa per poter
amministrare saggiamente i doni dello Spirito si deve uniformare ad alcuni principii fondamentali enunciati dalle Scritture. Essi
sono:
1) Senso di
proporzione (1Cor.14, 15-19). Tutti i doni sono stati dati alla chiesa per
un fine benefico e quindi tutti sono necessari per l’edificazione del corpo.
Nell’uso dei doni bisogna perciò mettere in azione il senso di proporzione che
darà la possibilità di un esercizio equilibrato di tutti i doni, evitando così
il pericolo dell’esercizio esclusivo di quei doni che per il loro aspetto
spettacolare possono, più degli altri, appagare determinate esigenze umane.
Un individuo ha bisogno
di esercitare, oltre che la sua lingua, anche il suo orecchio; oltre che i suoi
occhi, anche le sue mani, ed anche la chiesa ha bisogno di un esercizio
proporzionato ed equilibrato.
2) Senso di
relazione con lo scopo dei doni.
Se l’esercizio dei doni
non adempie il fine per il quale i doni sono stati dati alla chiesa,
l’amministrazione di essi è imperfetta.+
È inutile assistere
alle manifestazioni dello Spirito se queste non raggiungono lo scopo di Dio. La
chiesa deve amministrare in modo che i doni raggiungano sempre lo scopo
prestabilito che è quello:
A) Di edificare 1Cor.14, 12,
23.
B) Di manifestarsi per un fine utile ed opportuno 1Cor.12.7.
C) Di esortare e consolare 1Cor.14.3.
3) Senso di
sapienza.
I doni devono valorizzare e non avvilire la personalità
del credente; in altre parole, il credente non deve apparire, nell’esercizio
dei doni, come un fanciullino incosciente che si trastulla con un balocco del
quale ignora il funzionamento, ma deve apparire “uomo compiuto” che con piena
consapevolezza collabora con Dio nell’esercizio del dono dello Spirito Santo
nei modi e nel tempo opportuni. 1Cor.14.20.
4) Senso di
subordinazione e di ordine.
Non raccomanderemo mai
abbastanza la più ampia libertà spirituale in tutte le attività cristiane e
quindi non ultima fra queste, nell’attività cultuale. Questa libertà non
significa né indipendenza, né disordine.
Lo
Spirito, ordine supremo dell’Universo, vuole muoversi entro i limiti ampi di
una libertà che non è caos e quindi coloro che esercitano i doni dello Spirito
devono seguire umilmente questa direzione per assecondare i piani divini.
Alcuni limiti possono essere indicati in relazione a precisi riferimenti scritturali:
A) Autocontrollo (1Cor.14.32).
Il credente deve essere sempre padrone
della situazione per non incorrere nel pericolo di cadere in dannose
degenerazioni. L’entusiasmo, l’emotività possono avvilire la personalità del
credente se egli non esercita un preciso controllo.
B) Ordine (1Cor.14.40).
Il credente deve
saper riconoscere la guida dello Spirito per assecondarla affinché tutto si
svolga in maniera nitida, chiara, avvincente nell’ordine più perfetto.
C) Subordinazione.
Il credente deve riconoscere gli
insegnamenti ed il ministerio di coloro che sono stati chiamati da Dio al
compito specifico di presiedere e guidare le riunioni e quindi di essere gli
amministratori più diretti del ministerio cristiano (1Cor. 14, 36-37, Rom.
12.8).
5) Senso di libertà
dalle emozioni (1Cor. 14.8).
Le
manifestazioni dello Spirito non devono essere precedute o addirittura
soffocate dalle emozioni del credente.
Il cristiano che viene attraversato dallo
Spirito può, invece che permettere allo Spirito di operare, reagire fisicamente
alla sua presenza divina.
Molti gridi
incomposti, molte manifestazioni movimentate e disordinate indicano che i
credenti reagiscono mediante la propria emotività alla presenza dello Spirito
Santo.
Un autore cristiano illustra in questo
modo la differenza esistente fra reazione e manifestazione:
- L’elettricità
che rende incandescente il filamento e quindi accende la lampada può anche
strappare un urlo incomposto all’individuo che tocca un filo scoperto. L’urlo
però non è una manifestazione dell’elettricità, ma una reazione
all’elettricità.
Quest’originale illustrazione
esemplificativa ci fa concludere che alla chiesa sono necessarie non le
reazioni allo Spirito, ma le manifestazioni dello Spirito. È necessario quindi
che lo Spirito fluisca nei suoi canali naturali e segua i suoi metodi precisi
perché sia sempre energie benefica e non potenza demolitrice.
Non possiamo però chiudere questo
paragrafo senza una necessaria precisazione: - L’esistenza di lacune e
imperfezioni nell’esercizio del ministerio e quindi anche l’esistenza
d’inopportune reazioni non deve mai indurre il popolo cristiano a reprimere le
manifestazioni dello Spirito. Se per eliminare i disordini noi sopprimiamo
l’esercizio dei doni spirituali, possiamo essere assomigliati a quel medico che
per eliminare l’emicrania del paziente gli taglia la testa.
È stato detto che molte chiese, nella vita
dello Spirito, possono essere assomigliate ad un bambino che impara a
camminare: le sue cadute non ci devono scoraggiare e non ci devono indurre a
scoraggiarlo.
c) Lo
Spirito e gli spiriti.
Un’altra verità che
deve essere conosciuta dalla chiesa per poter espletare rettamente la propria
attività amministrativa del ministerio cristiano è quella relativa “agli
spiriti” e cioè a quelle potenze spirituali che cercano di esercitare la
propria influenza sul popolo di Dio per un fine malefico.
Martin Lutero
affermava ai suoi giorni che il diavolo è la scimmia di Dio; oggi possiamo
dichiarare che il metodo dell’inferno è sempre uguale e che i credenti possono
essere tratti in inganno da manifestazioni spirituali di natura diabolica che
esteriormente possono essere confuse con le manifestazioni dello Spirito Santo.
Compito della chiesa è non soltanto di
esercitare largamente il dono di discernimento degli spiriti, ma anche di
“provare” diligentemente ogni cosa mediante la luce delle Scritture.
Quando leggiamo: “… provate gli spiriti se
son da Dio…” (1Giov. 4,1) possiamo intendere che
nessun mezzo cristiano deve essere trascurato per controllare le manifestazioni
spirituali nella chiesa.
Molti disordini, molte eresie e molte
rovine sono purtroppo la conseguenza della disavvedutezza o dell’ignoranza
manifestata dai cristiani di fronte all’esercizio di attività spirituali; essi
hanno permesso che spiriti di confusione e di disordine facessero il loro infausto
ingresso nel seno del popolo di Dio. Quante volte anzi questi spiriti sono
stati oltre che accolti con compiacimento, esaltati e glorificati soltanto
perché essi lusingavano l’insano amor proprio di alcune comunità povere di
spiritualità, ma ricche di vanagloria.
Non basta vedere un miracolo od udire una
profezia per riconoscere a priori la presenza dello Spirito Santo, ma bisogna
sottoporre tutto all’esame intelligente dello Spirito e della Parola.
Comunque pensiamo che i seguenti avvertimenti
dedotti dalle Scritture possono essere, in linea generale, i principi
fondamentali per un controllo cristiano:
1) Gli spiriti possono profetizzare o parlare,
1Cor.12.3; 1Giov.4, 1-2.
2) Gli spiriti possono compiere miracoli, Fatti
3) Gli spiriti possono indovinare o discernere,
Fatti 16.-16.
4) Gli spiriti possono predire, 1Sam. 28.3.
Però soltanto i doni dello Spirito o il
ministerio dello Spirito:
1) Esaltano Gesù, 1Cor.12.3.
2) Producono vera consolazione, Fatti
3) Conducono a Dio, o convertono, Fatti
d) I doni
come patrimonio spirituale.
Abbiamo già detto che i doni e tutte le
manifestazioni spirituali del ministerio cristiano rappresentano un patrimonio
della chiesa. I credenti come parte integrale della chiesa, partecipano i doni,
ma mentre per essi il dono può essere un fenomeno transitorio od anche
eccezionale, per la chiesa rimane un possesso stabile; in altre parole, un
credente può partecipare anche una sola volta il dono di profezia, ma la chiesa
possiede in maniera costante questo dono e tutti gli altri.
Per comprendere bene questo concetto è
necessario tener presente qual è la personalità dei doni. I doni hanno una
personalità spirituale e quindi sono sempre manifestazioni spirituali di una
sfera spirituale; la chiesa è stata chiamata da Dio a vivere in questa sfera e
perciò è stata chiamata a vivere queste manifestazioni. Le membra singole
invece possono elevarsi a questa sfera con fasi alterne di persone e di tempo
ed è per questo che i medesimi doni sono esercitati ora dagli uni ed ora dagli
altri, mentre però si trovano sempre nella chiesa.
I credenti, comunque, sono tenuti a godere
e ad esercitare la ricchezza di questo patrimonio spirituale e perciò devono
avere, di fronte al ministerio e ai doni, una posizione illuminata. Essi devono
sapere:
1) Che i doni possono essere desiderati,
1Cor.12.31.
2) E possono essere procacciati, 1Cor.14.1.
3) Che il credente può anche desiderare, in
forma comunitaria, di abbondarne,
1Cor.14.22.
4) Che si può chiedere a Dio un dono necessario
per integrarne un altro, 1Cor 14.-5.
5) Che tutti possono partecipare i doni dello
Spirito, 1Cor. 14.-31.
6) Ma che ognuno può avere un dono differente,
1Cor.14.26.
7) Ed infine che ognuno può soffocare o
spegnere lo Spirito, 1Tess. 5,19.
e) I doni
in relazione alla morale.
Moralità e spiritualità
sono entità, per noi astratte, strettamente collegate e quindi generalmente
pensiamo che la misura della moralità di un individuo o di una comunità ci dia
anche la misura della spiritualità. Questo concetto non è rigorosamente esatto
e se è vero che qualche volta la misura di una delle due menzionate entità ci
dà la conseguenza la misura dell’altra, è anche vero che frequentemente esse
sono indipendenti e finanche contrastanti.
I farisei, per esempio, conducevano una
vita morale eccepibile, ma non possiamo rendere l’identica testimonianza
scrivendo della loro vita spirituale. Uomini, invece, come Davide ci hanno
mostrata una vita spirituale esuberante, ma non ci hanno dato lo stesso esempio
nella loro vita morale. È vero che Davide peccatore rappresenta l’uomo
spirituale in decadenza, ma è anche vero che egli è sempre l’uomo spirituale.
Se egli riesce a pentirsi dei suoi peccati e ad umiliarsi nei suoi peccati è
soltanto in virtù della propria spiritualità.
Se esiste un’indipendenza fra moralità e
spiritualità, non dobbiamo meravigliarci se incontriamo la medesima
indipendenza fra morale del credente o della comunità e il dono dello Spirito.
Non possiamo escludere che generalmente i doni dello Spirito devono essere
manifestazioni conseguenti ad una vita d’irreprensibilità cristiana, ma non
possiamo neanche stabilire questo principio come regola immutabile.
Il mondo dello Spirito è incontrollabile
dal punto di vista razionale e quindi non sempre possiamo conoscere il perché
un dono si manifesti attraverso uno strumento umano piuttosto che attraverso un
altro da noi ritenuto più idoneo. Comunque rimane stabile il principio che non
è il dono dello Spirito a determinare l’esatta posizione del credente di fronte
a Dio, e quindi il motivo del suo vanto cristiano, ma è soltanto la
sottomissione più assoluta all’opera santificante
dello Spirito Santo.
Infatti, la Scrittura ci dichiara che una
comunità:
1) Può avere tutti i doni (1Cor.1.7).
ed essere:
2) Immorale,
carnale, contenziosa, vanagloriosa (1Cor.3,3; 4,19; 5,1).
Un ministro può
essere:
3) Profeta e può profetizzare (Num. 22,31, 1Sam.19.24).
ed essere:
4) avaro o malvagio (idem).
ALTERAZIONE DEL
MINISTERIO
a)
Ministeri inesistenti.
Uno dei più radicati
sentimenti umani è il desiderio dell’innovazione; quando questo sentimento si
estrinseca nelle comuni sfere della vita è apportatore di benessere, ma quando
invece cerca di conseguire una concretizzazione nelle cose divine è causa di
turbamento e disordine. Tutte le innovazioni conseguite fuori delle Scritture o
in contrasto alle Scritture rappresentano una violazione della legge di Dio e
se queste innovazioni si riferiscono al ministerio cristiano, rappresentano
un’alterazione del ministerio. Dobbiamo concludere che l’istituzione, da parte
delle comunità cristiane di nuovi ministeri costituisce un attentato al
ministerio spirituale della chiesa, perché questa è chiamata a riconoscere e a
confermare soltanto i ministeri esistenti nelle dichiarazioni della Parola di
Dio.
Purtroppo invece molti ministeri
spirituali non si manifestano più nel mezzo del popolo cristiano, mentre altri
ministeri, inesistenti nelle Scritture, vengono esercitati e valorizzati. Le
conseguenze possono essere soltanto quelle riservate ad ogni violazione
dell’insegnamento biblico.
Senza dilungarci sull’argomento vogliamo
entrare in una precisazione esemplificativa e parlare di almeno due di questi
ministeri inesistenti:
1) Assistente-pastore,
o, come è chiamato da altri vice anziano.
Premetto che riteniamo quest’ufficio più che utile,
necessario per una legge di collaborazione, che nel cristianesimo è regola
senza eccezioni; una legge ribadita solennemente da Cristo stesso che inviò i
suoi discepoli in missione mandandoli “a due a due”. Vogliamo però distinguere
fra “ufficio” e “ministerio”.
Come ministerio non è confortato da nessun
passo delle scritture e quindi può essere annoverato fra quelli aggiunti per
ragioni di opportunità ecclesiastica.
Il torto più grave delle comunità è stato
quello di fare di quest’ufficio un ministerio e quindi di designare dei
ministri, generalmente per elezione, con questo specifico titolo spirituale.
Questo ministerio, stando alla sua definizione dovrebbe essere a carattere
integrativo cioè dovrebbe integrare il ministerio del pastore. All’atto pratico
purtroppo molte volte persegue il fine opposto. Non bisogna dimenticare infatti
che essendo considerato un ministerio gli vengono, più che riconosciuti,
conferiti dei privilegi, come non bisogna dimenticare che frequentemente la
designazione di questo ministro avviene in coincidenza con quella del pastore.
Queste circostanze fanno, qualche volta, dell’assistente pastore un oppositore
naturale del pastore. Colui quindi che secondo la definizione dovrebbe essere
il collaboratore più intimo si palesa invece il censore del pastore stesso.
La scrittura, ripetiamo, ignora questo
ministerio benché invece prevede dei collaboratori per i ministri. Questi
collaboratori però non acquisiscono altro titolo o altri ministeri all’infuori
di quelli che posseggono in armonia con le scritture e, soprattutto non vengono
investiti da un mandato a mezzo del suffragio comunitario ma vengono prescelti
dal ministro bisognoso di collaborazione. Nel caso specifico del pastore, deve
essere lo stesso ad individuare, entro o fuori la cerchia dei ministri o degli
anziani, quel credente, o quei credenti, che possano realmente assisterlo in
armonia con le sue esigenze spirituali (Fatti 16.3, 2Tim.
2) Amministratori
dei beni mobiliari ed immobiliari.
Anche questo ufficio,
assunto in molte comunità, al livello di ministerio testimonia dell’alterazione
del ministerio cristiano.
La chiesa cristiana ha una vita spirituale
e quindi tutte le manifestazioni devono avere un carattere spirituale. I
problemi devono essere affrontati e risolti spiritualmente; i programmi devono
avere una base spirituale; i metodi devono essere di essenza spirituale. In
altre parole il ministerio nella chiesa deve essere sempre una manifestazione dello Spirito Santo.
Se questo principio è stabile l’aggiunta
di questo ministerio è oltre che arbitraria, inopportuna.
Pastori, anziani, diaconi devono, nelle
loro diverse sfere, adempiere il mandato inerente ai propri ministeri che non
esclude l’amministrazione economica-finanaziaria
delle comunità.
I beni finanziari rappresentano per la
chiesa uno strumento utile ai propri fini spirituali e quindi l’uso di essi
deve essere lasciato alla capacità di ministri spirituali.
Voler creare dei ministeri tecnici
significa voler scindere l’attività spirituale da quella materiale con l’unico
risultato naturalmente, di mettere queste due attività in conflitto. Questa
dichiarazione è avvallata dall’esperienza: molte volte, purtroppo, gli
amministratori privi di un reale ministerio e quindi sforniti di una visione
spirituale, hanno, con le loro considerazioni e deduzioni tecniche, turbato ed
ostacolato il movimento dello Spirito Santo nella chiesa (1Cor. 2,14-15).
b)
Formalità liturgiche ed ecclesiastiche.
Sempre, quando il ministerio spirituale
non viene esercitato nella sua ricca esuberanza trascendentale, il formalismo
viene stabilito nelle comunità come surrogato delle manifestazioni dello
Spirito. Il formalismo ecclesiastico perciò rappresenta un’ulteriore
caratteristica di un ministerio alterato.
Dove esistono schemi liturgici
tradizionali; formalità ecclesiastiche codificate dalla consuetudine, esiste
una evidente alterazione del ministerio cristiano, che si adempie solo e sempre
nella più assoluta libertà spirituale. Anche qui quindi ci troviamo di fronte
all’eterna lotta fra la carne e lo Spirito; la prima è rappresentata dal
formalismo ecclesiastico che tenta di imporre i concetti dell’uomo e la
personalità dell’uomo, mentre il secondo è rappresentato dal ministerio
cristiano che vuole concretizzare i concetti di Dio e vuole esaltare la Sua
divina personalità.
Le caratteristiche più comuni del
formalismo ecclesiastico sono.
1) Forme di culto prive di fondamento biblico.
Non importa se queste forme sono più o meno originali ed
anche più o meno interessanti; esse sono sempre una caratteristica del
formalismo.
Come abbiamo detto ripetutamente il
ministerio dello Spirito trova il suo esercizio nella libertà più completa e
non può essere mai vincolato da altra norma all’infuori di quella sancita dalla
Bibbia.
Oggi invece assistiamo frequentemente a
pratiche di culto nelle quali ogni cosa è prevista rigorosamente in anticipo:
cantici, preghiere, sermoni, seguono una regola rigida che se è ossequiente ad
un principio di ordine è contrastante con l’insegnamento delle scritture.
Ma non soltanto l’esistenza di un codice
liturgico ci parla di una forma di culto priva di un fondamento biblico, ma
anche l’introduzione nel culto, stesso di elementi estranei al ministerio
spirituale. Determinate regole per esempio di apertura e di chiusura del
servizio religioso non trovano riscontro nella Bibbia ed hanno più il sapore
della tradizione che non quello della subordinazione alla guida dello Spirito.
Anche quelle che in molte comunità vengono chiamate “testimonianze” hanno
l’aspetto di una innovazione umana quando vengono accettate nel servizio
religioso come parte “essenziale” del culto.
Relativamente a
quest’ultime, infatti, dobbiamo far notare:
A) Che esse finiscono
coll’essere ripetizione meccanica di frasi comuni
stereotipate e quindi manifestazioni aride e prive di qualsiasi contenuto
spirituale.
B) Che nel culto
cristiano esse possono entrare soltanto come elemento accessorio in circostanze
eccezionali che comunque ne giustifichino la presenza
(Fatti
2) Assenza di manifestazioni spirituali.
Quando il ministerio
viene sostituito dal formalismo liturgico, i diversi atti di culto previsti
dalla consuetudine sostituiscono le manifestazioni spirituali.
Le manifestazioni spirituali infatti
cessano di avere un luogo nella chiesa ed una possibilità di esercizio in mezzo
ai credenti. Messaggi in lingue, interpretazioni, profezie, salmi, ecc, non
possono più inserirsi nel servizio religioso che non solo è già completato
nell’anticipato programma liturgico, ma che è, soprattutto, controllato in
opposizione alla libertà dello Spirito Santo.
Le manifestazioni spirituali si
trasferiscono, in questo modo, dalla chiesa all’individuo che solo ha la
possibilità di realizzarle nell’ambito della propria vita devozionale
privata.
Oggi sono poche le chiese immuni dalla
terribile piaga del formalismo e quindi sono poche le chiese nel seno delle
quali i carismi dello Spirito trovano il loro pieno ed incontrastato servizio.
3) Presenza dell’emotività umana.
Abbiamo parlato in
altra parte di questo studio della differenza esistente fra manifestazione
dello Spirito e reazione allo Spirito e quindi abbiamo già chiarito che
qualsiasi fenomeno di emotività rappresenta non una manifestazione ma una
reazione. A questo punto dobbiamo precisare che quanto sono più rare le
manifestazioni, tanto più sono abbondanti le reazioni.
Una chiesa che vive un’esuberante vita
spirituale vede progressivamente sottomettere le emozioni dei singoli al
controllo e alla potenza dello Spirito Santo. L’emotività ci sarà sempre, ma lo
Spirito impedirà, nella fase conclusiva, di prendere l’assoluto sopravvento
nell’attività cultuale della chiesa.
Quando il ministerio cristiano è
mortificato invece, l’emotività riesce ad avere libertà d’azione e, purtroppo,
la presenza dello Spirito, nella piena libertà del suo programma, viene
sostituita dall’incomposta manifestazione dell’emozioni umane.
c)
Organizzazione ecclesiastica.
Desideriamo esprimere
una parola di plauso all’organizzazione ecclesiastica chiarendo, soprattutto,
come il ministerio cristiano l’accoglie e in che cosa si differenzia da esso;
chiarendo cioè i limiti di rispetto e le regole di collaborazione fra
ministerio spirituale ed organizzazione ecclesiastica.
È stato detto molte volte che il termine
organizzazione deve essere letto “ordine”. Questo ci direbbe che
l’organizzazione ecclesiastica ha il solo scopo di curare l’ordine della vita
cristiana in relazione alle norme contenute nelle scritture.
In una chiesa, nel
sano esercizio del ministerio cristiano, questo principio può essere accettato
incondizionatamente, ma in una chiesa nella quale il ministerio dello Spirito è
mortificato l’organizzazione trova la propria attuazione come una nuova
alterazione del ministerio cristiano.
In questo caso
l’organizzazione, sia riferendoci a quella centrale che a quella periferica,
fonda la propria sussistenza su norme statuarie che non prevedono quasi mai la
guida dello Spirito Santo. Ne consegue che il ministerio, viene sostituito od
alterato, da princìpi di tecnica giuridica
incompatibili con la vera libertà dello Spirito.
Non vogliamo essere
fraintesi nelle nostre dichiarazioni e quindi ripetiamo e chiariamo:
organizzazione, intesa come ordine, e ministerio spirituale trovano la loro
perfetta fusione quando il secondo è valorizzato dal pieno esercizio, ma si
trovano invece in conflitto aperto ed inconciliabile quando la prima occupa una
posizione di predominio nella chiesa.
La natura umana, per
inclinazione propria, tende più all’organizzazione che al ministerio spirituale
perché in essa si trova l’ambiente affine alle proprie esigenze di vita.
Nell’organizzazione disciplina, attività comunitarie, attività missionarie,
vita collettiva, vita individuale, programmi ecclesiastici, non suscitano mai
perplessità e non creano problemi impegnativi; tutto è previsto e tutto può
essere facilmente ed automaticamente risolto col metodo meccanico della tecnica
statuaria.
Nel ministerio
spirituale invece tutti gli atti della vita cristiana impegnano i credenti di fronte
a Dio ed i problemi possono trovare la loro felice soluzione soltanto nella
guida dello Spirito di Dio che deve essere cercata fervidamente attraverso la
preghiera e il digiuno (Fatti 13.2, Fatti8.29, Fatti
16. 6-7, 9).
La scrittura prevede
l’esistenza di commissioni o, come potrebbero essere chiamati oggi, di
comitati, per ragioni ecclesiastiche-dottrinali
(Fatti 15.22).
Prevede anche
commissioni investite di mandati assistenziali 2Cor. 8,19-20, come prevede
l’esistenza di un “collegio di presbiteri” 1Tim. 4.-14.
Se osserviamo però
attentamente queste circostanze spirituali previste dalla Bibbia, ci accorgiamo
che esse agiscono in funzione di subordinazione del ministerio cioè sono
circostanze talvolta temporanee, talvolta permanenti che non si sostituiscono
al ministerio, ma che compiono la loro funzione come manifestazione dello
Spirito nell’opera del ministerio.
Quindi, per concludere,
dobbiamo dire che molte super strutture organizzative che regolano oggi la vita
delle chiese cristiane in genere, non possono essere accettate come parte
integrale od integrante del ministerio, ma devono essere considerate piuttosto
un’alterazione di esso o almeno una sostituzione della guida dello Spirito con
metodi e sistemi umani. Ne consegue, purtroppo che non tutta l’attività di
questi giorni rispecchia fedelmente il programma divino, ma che notevole parte
di essa invece rappresenta soltanto il risultato di sforzi e considerazioni
umane in opposizione al libero ministerio cristiano dello Spirito.
Iddio ha un programma
per la chiesa e per il mondo, ma questo programma non potrà essere mai attuato
se il ministerio dello Spirito nelle sue molteplici manifestazioni;
nell’esuberanza dei suoi doni e dei suoi ministeri, non troverà luogo ed
opportunità di esercizio pieno ed incontrastato. Questo non vuol dire che Iddio
forse non potrà compiere i suoi disegni divini, ma vuol dire soltanto che essi
troveranno adempimento a mezzo di quegli individui e di quel popolo che faranno
vivere il ministerio dello Spirito.