IL MARTIRE DELLE CATACOMBE
(Una storia dell’antica
Roma)
«Se soltanto per fini umani ho lottato con
le belve ad Efeso, che utile ne ho?
Se i morti non risuscitano, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo»
(1 Corinzi 15:32).
PREFAZIONE
Un racconto anonimo intitolato
“Il martire delle catacombe: una storia dell’antica Roma” fu pubblicato molti
anni or sono. Una copia del libro fu salvata da un vascello americano comandato
dal capitano Richard Roberts,
che ritrovò lo scritto
abbandonato in mare dopo un tremendo uragano nel gennaio del 1876. Il libro si
trova ora nelle mani di suo figlio.
Questo volumetto, che porta lo stesso titolo, è
un’attenta dedizione del precedente. L’opera è stata portata avanti nella
speranza che possa essere usata dal Signore per rendere viva, sia per coloro
che sono fedeli e tengono a queste cose, che per coloro che sono disinteressati,
per i credenti e i loro figli, in questi ultimi e malvagi tempi, l’immagine di
ciò che i primi cristiani affrontarono per il nostro Signore Gesù Cristo sotto
l’amara persecuzione della Roma pagana. Crediamo che la stessa si ripeterà
sicuramente con intensità satanica nel futuro, sotto l’impero Romano.
Possa tutto questo ricordarci che, se il nostro Signore tarderà a venire,
saremo chiamati a soffrire per il suo nome. La Bibbia non ha più un posto di
autorità in molte delle nostre scuole; l’abitudine di pregare nelle famiglie si
è ormai persa; il nostro Signore Gesù Cristo, l’unigenito ed amato
figlio di Dio, è screditato nelle case di coloro che si dichiarano suoi
“amici”; la testimonianza sulla terra si sta perdendo; la chiamata rivolta alla
chiesa di Laodicea di pentirsi sta passando
inosservata e il desiderio del nostro Signore di comunione con lui è ora
ignorato.
La promessa alla chiesa di Smirne: “Sii fedele fino alla fine, e io ti darò la corona della vita”, è
valida anche ai nostri giorni”.
Il sangue dei martiri nei Paesi perseguitati grida dalla terra ed è un
avvertimento per i cristiani di ogni nazione, ma noi ancora gridiamo con un
pianto anelante: “Vieni, Signore Gesù, torna presto”.
Richard L. Roberts
CAPITOLO I :
IL COLOSSEO
Macellati per
compiacere i Romani
Era un gran giorno di festa a Roma. Da tutti i quartieri, un
vasto numero di persone si stava dirigendo verso una destinazione comune. Al di
là della collina Capitolina, attraverso il Foro, passato il tempio della Pace,
l’arco di Tito e il palazzo Imperiale, continuarono fino a che raggiunsero il
Colosseo, dove entrarono attraverso le centinaia di porte e attraversandole sparirono.
Lì una scena meravigliosa si presentava da sola: sotto si estendeva la vasta
arena, circondata dalle file di posti a sedere senza numero che sorgevano fino
alla cima del muro esterno, ad oltre cento piedi. L’intera superficie era
coperta di esseri umani di ogni classe e di ogni età. Una così grande assemblea
riunita in quel modo, presentando alla vista lunghe file di facce severe, che
si estendevano in successione, formava uno spettacolo senza uguali e che era
stato calcolato nei minimi particolari per catturare l’anima degli spettatori.
Più di centomila persone erano lì raccolte, animate da un comune sentimento e
incitate da una sola passione. Era la sete di sangue che li portava qua e là e
da nessuna parte possiamo trovare un triste commento della gloriosa
civilizzazione dell’antica Roma, se non in questo suo grandioso spettacolo.
Lì si trovavano guerrieri che avevano combattuto guerre in paesi stranieri e
che erano abituati a compiere gesta di grande valore, eppure non provavano
alcuna indignazione alle scene di codardia che si presentavano ai loro occhi.
Nobili di antiche famiglie si trovavano presenti, ma non trovavano, in questo
spettacolo brutale, nessuna macchia che minasse l’onore della propria nazione.
Filosofi, poeti, sacerdoti, condottieri i più grandi così come i più piccoli
del paese, riempivano quei posti a sedere, le grida e gli applausi dei Patrizi
erano tanto rumorosi ed esprimevano tanto desiderio di sangue quanto quelli dei
Plebei. Che speranza poteva quindi esserci per Roma, quando i cuori del suo
popolo si erano totalmente abbandonati a questa oppressione cruenta e brutale?
In
un posto che sovrastava gli altri
nell’anfiteatro, si trovava l’imperatore Decio (Decius),
vicino al quale si trovavano tutte le persone più eminenti trai romani. Tra di
essi, c’era un gruppo di ufficiali appartenenti alla Guardia Pretoriana, che commentavano i diversi punti della scena
davanti a loro con un’aria da intenditori. Le forti risate, la gaiezza e i loro
splendidi abiti, li rendevano oggetto di molte attenzioni da parte dei loro
vicini.
Diversi spettacoli preliminari erano già stati introdotti ed ora i
combattimenti potevano cominciare. Furono presentati alcuni duelli corpo a
corpo, molti dei quali risultarono fatali e che portarono differenti gradi di
interesse a seconda del coraggio e dell’abilità dei combattenti.
Il loro effetto fu quello di stimolate l’appetito dello spettatore ad un
piacere più spassionato e di dargli un desiderio per eventi più esultanti, che
sarebbero seguiti.
Un
uomo in particolare aveva trovato l’ammirazione e gli applausi della
moltitudine. Era un africano della Mauritania, dalla forza e dalla statura di
un gigante. In più la sua abilità sembrava eguagliare la sua forza. Usava il
suo pugnale con una destrezza meravigliosa e aveva avuto la meglio su ogni
avversario.
Stava
ora per battersi con un gladiatore dalla Batavia, un
uomo pari a lui per statura e forza. Il contrasto fra i due colpiva molto;
l’africano era bruno, con capelli ricci ed occhi splendenti, il bataviano nel complesso era magro, con capelli biondi ed
espressivi occhi grigi. Era difficile stabilire di chi fosse il vantaggio, così
il loro scontro sarebbe stato di tutto rispetto. Ma dal momento che il primo
aveva già combattuto diverse volte, si pensava che le probabilità fossero
contro di lui. L’incontro, comunque, iniziò con un grande spirito e desiderio
di vittoria da entrambe le parti. Il bataviano
sferrava colpi tremendi, che venivano però schivati dalla destrezza dell’altro.
L’africano era veloce e furioso, ma non poteva fare niente contro la fresca e
cauta difesa del suo vigile avversario.
Alla
fine, quando fu dato il segnale, il combattimento fu sospeso e i gladiatori
furono condotti via, senza nessun accenno di misericordia o ammirazione, ma
semplicemente cercando di capire quale fosse il modo migliore per soddisfare il
pubblico romano. Si capiva comunque chiaramente, che sarebbero tornati di
nuovo.
Questa volta un gran numero di uomini fu condotto
nell’arena. Anche questi erano armati di pugnale, e da un momento all’altro
avrebbero sferrato l’attacco. Non era più un conflitto tra due diverse parti,
ma un combattimento generale, nel quale ogni uomo attaccava il suo vicino. Tali
scene erano le più sanguinarie, le più eccitanti. Un conflitto di questo tipo
avrebbe sempre distrutto il maggior numero nel minor tempo. Cinquecento uomini
armati, nel pieno della propria vita e delle proprie forze, stavano dibattendosi
insieme; a volte diventavano praticamente un ammasso di corpi, altre volte
diventavano una cosa sola con il mucchio di morti che giacevano a terra.
Questi, però, si assalivano con una furia certamente non minore; lotte separate
si sarebbero sviluppate tutt’intorno, ed i vincitori
di una si sarebbero di nuovo uniti in una folla di combattenti.
Ad un certo punto la battaglia si affievolì. Dei cinquecento uomini, ne
rimasero solo cento, ed erano esausti e feriti. Improvvisamente fu dato un
segnale e due uomini piombarono nell’arena ponendosi dalla parte opposta della folla.
Erano l’africano e il bataviano. Freschi dopo essersi riposati, si avventarono sopra
gli esausti lottatori di fronte a loro, che non avevano nè
lo spirito per unirsi, nè la forza per resistere.
Fu
una carneficina. Questi due giganti sferrarono colpi a destra e a sinistra
senza pietà, finché si trovarono soli in piedi nell‘arena e l’applauso della
moltitudine scese come il rumore di un tuono nelle loro orecchie.
A
loro volta si attaccarono e attrassero l’attenzione degli spettatori, intanto
che i corpi di coloro feriti e massacrati, venivano rimossi. Il combattimento
fu accanito come non mai, e piuttosto simile al precedente. L’africano era
agile, il bataviano cauto, ma alla fine, il primo
sferrò un colpo disperato; il bataviano lo parò e
rispose con un colpo fulmineo. L’africano indietreggiò e lasciò cadere il suo
pugnale, ma era già troppo tardi, perché il colpo del suo avversario gli aveva
tranciato il braccio sinistro. Mentre cadeva, un rombo di gioia esplose fra i
centomila esseri umani; ma non era ancora la fine perché, anche se il vincitore
era in piedi sopra la sua vittima, gli addetti ai servizi nell’arena balzarono
in avanti cacciandolo fuori. Eppure, i romani sapevano,così come l’uomo ferito,
che non ci sarebbe stata misericordia; la sua fine era semplicemente rimandata.
“Il
bataviano è un lottatore abile, Marcello”, disse uno
dei giovani ufficiali ad un compagno del gruppo a cui abbiamo appena alluso.
“Sì,
lo è veramente, Lucullo”, replicò l’altro.
“Penso
di non aver mai visto un gladiatore migliore, anche se entrambi erano fuori dal
comune. “C’è un uomo ancora più abile qui”.
“Ah,
e chi è”?
“Il
gladiatore Macer, penso che sia il migliore che io
abbia mai visto”.
“Ho
sentito di lui. Pensi che uscirà nell’arena oggi”?
“Suppongo
di sì”.
La breve conversazione fu interrotta da un forte ruggito proveniente dal serraglio, il posto dove erano confinate le bestie feroci. Era un ruggito fiero e terrificante, il tipico ruggito di un animale feroce quando è arrabbiato e affamato. Presto le grate di ferro furono spalancate da un uomo che stava al di sopra e una tigre piombò nell’arena. Proveniva dall‘Africa ed era stata portata lì solo qualche tempo prima. Era stata tenuta tre giorni senza cibo e la sua rabbia furiosa, dovuta alla fame e al confinamento, aveva raggiunto un livello incredibile. Muovendo la sua coda come una frusta, girò nell’arena con gli occhi iniettati di sangue, fissando gli spettatori. Ma ben presto, l’attenzione di quest’ultimi fu attirata da un altro soggetto; dalla parte opposta, un uomo fu gettato nell’arena. Non era armato, era nudo come tutti i gladiatori, ad eccezione di una fascia che gli cingeva i fianchi. Tenendo nella mano il tipico pugnale, avanzò in tutta tranquillità verso il centro della scena. Tutti gli sguardi erano fissati su quest’uomo. “Macer! Macer!”, intorno numerosi spettatori.
La
tigre presto lo vide ed emise un breve, ma incisivo ruggito selvaggio. Macer rimase fermo, con i suoi occhi tranquillamente fissi
sulla bestia, che sbattendo la sua coda più freneticamente che mai, si diresse
verso di lui. Alla fine, si accovacciò e quindi, con grande agilità, gli balzò
addosso, ma Macer era preparato. Come un fulmine si
lanciò alla sua sinistra e proprio nel momento in cui la tigre cadde sul
terreno, egli
sferrò un colpo veloce e deciso al cuore dell’animale; fu un colpo
fatale. L’enorme bestia tremò dalla testa ai piedi e trascinandosi emise un
ultimo ruggito, dopodichè, cadde morta sulla sabbia.
Ancora una volta l’applauso della moltitudine sorse come un tuono tutt’intorno.
“Meraviglioso”, gridò Marcello.
“Non
ho mai visto nessuno abile come Macer”.
“Senza
dubbio, deve aver lottato per tutta la sua vita”, replicò l’amico.
Ma
presto la carcassa della tigre fu portata via e il cigolio delle grate che si
aprivano attrasse nuovamente l’attenzione. Questa volta era un leone. Si fece
avanti piano piano e si guardò intorno come se fosse
sorpreso. Era il più grande della sua specie, un gigante in quanto a taglia, ed
era stato preservato per qualche antagonista di livello superiore. Sembrava in
grado di affrontare un paio di animali della grandezza della tigre che
l’aveva preceduto. In confronto a lui, Macer sembrava
un bambino.
Anche
il leone era a digiuno da molto, ma non appariva tanto arrabbiato come la
tigre. Attraversò l’arena e poi cominciò a girare in tondo con una specie di
trotto, come se cercasse una via d’uscita. Scoprendo che ogni lato era
sbarrato, alla fine tornò al centro e appoggiando il muso al terreno, emise un
ruggito così forte, così acuto e duraturo, che anche le massicce pietre del
Colosseo, vibrarono al suo suono.
Macer rimase immobile, nemmeno un
muscolo della sua faccia si mosse. Teneva la testa eretta con la stessa
espressione scrutatrice e la sua spada pronta. All’improvviso, il leone si girò
verso di lui. La bestia feroce e l’uomo, si trovarono faccia a faccia
fissandosi l’un l’altro. Ma lo sguardo fisso e calmo dell’uomo, sembrava
riempire di rabbia l’animale. Esso indietreggiò con la coda eretta, ed ergendo
la criniera si accovacciò per compiere il terribile balzo.
La vasta moltitudine era in piedi incantata; lì c’era qualcosa degno del loro
interesse.
La scura sagoma del leone si lanciò in avanti, ma ancora una volta la figura
del gladiatore, con la sua abituale strategia, balzò in avanti e colpì.
Stavolta, comunque, la spada colpì una costola, poi gli cadde dalle mani. Il
leone era leggermente ferito, ma questo colpo servì solo a portare la sua furia
al massimo livello. Eppure Macer, non perse nemmeno
per un attimo la sua presenza di spirito, nemmeno in un momento così tremendo.
Completamente disarmato, era in piedi davanti alla bestia aspettando il suo
attacco. Il leone saltava continuamente qua e là, ma ogni volta era evitato
dall’agile gladiatore, che destreggiandosi riuscì a rientrare in possesso della
sua arma. Armato di questa spada “fidata”, aspettò il balzo finale. Il leone si
fece di nuovo avanti, ma questa volta Macer mirò
giusto. La spada colpì il suo cuore, L’enorme bestia si accovacciò agonizzante.
Rialzandosi sulle zampe, corse attraversando l’arena e con un ultimo ruggito
cadde morta davanti alle sbarre dalle quali era entrata. Macer
fu condotto via e riapparve il bataviano. I romani
richiedevano una certa varietà. Una piccola tigre fu posta davanti a lui e fu
presto vinta, poi fu la volta di un leone. Era estremamente feroce anche se la
sua taglia risultava normale, Era evidente che il bataviano
non aveva le stesse capacità di Macer. Il leone fece
un balzo e fu ferito, ma nello sferrare un secondo attacco, riuscì a colpire il
suo avversario riducendolo letteralmente in pezzi. A quel punto Macer fu rimandato fuori e uccise il leone con facilità.
Mentre era in piedi nell’arena in mezzo ad una miriade di applausi, un uomo
entrò dalla parte opposta: era l’africano. Il suo braccio non era stato
fasciato, ma penzolava coperto di sangue. Vacillava verso Macer
dolorante e incerto. I romani sapevano che era stato mandato fuori per essere
ucciso. Anche il malcapitato lo sapeva, così avvicinandosi al suo antagonista
lasciò cadere la sua spada e cominciò a gridare disperato: “Dai, uccidimi e
metti fine alle mie pene”.
Tra
la meraviglia di tutti, Macer indietreggiò e depositò
la sua spada. Gli spettatori cercarono di immaginare cosa stesse succedendo e
furono ancora più stupiti quando Macer si rivolse
verso l’Imperatore protendendo le sue mani.
“Imperatore
Augusto” gridò, “Sono un Cristiano! Combatterò contro le bestie feroci, ma non
alzerò la mia mano sopra un altro essere umano. Piuttosto che uccidere morirò”.
Dopodichè, un eclatante mormorio si elevò nell’arena.
“Che
cosa ha detto”? gridò Marcello.
“Un
Cristiano! Quando è successo”?
“Ho
sentito” disse Lucullo “che è stato visitato nella sua cella da alcuni di
questi miseri Cristiani e si è unito alla loro spregevole setta che sta
raccogliendo tutti i rifiuti della specie umana. Si, è probabile che egli sia
un Cristiano”.
“Ed
è disposto ad affrontare la morte piuttosto che lottare”?
“Questo
è il modo di fare di quei fanatici”.
La
rabbia prese il posto della sorpresa nella folla inferocita. Erano indignati
dal fatto che un semplice gladiatore avesse osato deluderli. Gli inservienti
corsero fuori per intervenire: l’incontro doveva proseguire. Se Macer non voleva combattere, ne avrebbe dovuto affrontare
le conseguenze.
Ma
egli era fermo nella sua decisione. Disarmato, avanzò verso l’africano, che
l’avrebbe potuto atterrare anche con un solo pugno. La faccia dell’africano
sembrava quella di un demonio. Sorpresa, gioia, e trionfo scintillavano nei
suoi occhi dall’aspetto sinistro. Afferrando la sua spada con una presa sicura,
colpì Macer al cuore.
“Signore
Gesù, ricevi il mio spirito”. Le parole annegarono in un torrente di sangue e
questo umile, ma coraggioso testimone, lasciò questa terra per unirsi al nobile
esercito dei martiri.
“Ci sono spesso scene di questo tipo”? chiese Marcello.
“Spesso.
Ogni volta che appaiono dei Cristiani. Essi combattono contro qualsiasi bestia,
le ragazze affrontano leoni e tigri, ma nessuno di quei pazzi affronterà un
uomo. Gli spettatori sono amareggiati e delusi a causa di Macer.
Era il migliore di tutti i gladiatori, e diventando un Cristiano ha agito come
un folle”.
“Deve
essere una religione meravigliosa se può portare un semplice gladiatore ad
agire così”, disse Marcello.
“Avrai
l’opportunità di saperne di più”!
“In
che modo”?
“Non
l’hai saputo? Ti è stato affidato il compito di scovare alcuni di questi
Cristiani. Essi si trovano giù nelle Catacombe e devono essere cacciati fuori”.
“Pensavo
ne avessero avuto abbastanza dal momento che cinquanta di loro sono stati
bruciati questa mattina”.
“E
un centinaio sono stati decapitati la scorsa settimana, ma questo è niente. La
città brulica di Cristiani e l’Imperatore ha determinato di ripristinare
perfettamente l’antica religione. Dal momento che questi Cristiani sono
apparsi, é iniziato il declino dell’impero. L’imperatore ha in mente di
annientarli, essi sono una maledizione e devono essere trattati di conseguenza.
Capirai presto”.
“Non
sono stato abbastanza tempo a Roma per capire” disse Marcello umilmente “e non
capisco cosa questi Cristiani realmente credano. Ho sentito di crimini di ogni
tipo a loro imputati; comunque, se è come dici, avrò la possibilità di saperne
di più”.
Ma a quel punto, un’altra scena attrasse la loro attenzione. Un vecchio entrò
nell’arena. Era curvo, con capelli bianco argento e sembrava estremamente
anziano. La sua apparizione fu accolta con grida di derisione, anche se il suo
magnifico viso e le sue maniere dignitose, avrebbero dovuto destare
ammirazione. Mentre le risate e gli strilli di presa in giro echeggiavano nelle
sue orecchie, egli alzò il suo capo per pronunciare alcune parole.
“Chi è costui?” chiese Marcello.
“Alessandro,
un maestro dell’abominevole setta dei Cristiani; è così testardo che non
ripudierà mai ciò in cui crede”.
“Silenzio,
sta parlando”
“Romani”
disse il vecchio uomo, “sono un Cristiano, il mio Dio è morto per me, e io dono
con gioia la mia vita a lui”.
Un
grande brulicare di grida e maledizioni quasi sommersero la sua voce e ancora
prima che potesse finire, tre pantere lo circondarono. Egli incrociò le sue
braccia e con gli occhi rivolti al cielo, cominciò a muovere le labbra come se
stesse sussurrando una preghiera. Le bestie feroci gli balzarono addosso e in
pochi minuti fu ridotto a pezzi.
Altri
animali selvaggi furono condotti nell’arena.
Erano
tenuti nel recinto, ma saltarono contro la barriera e nella loro rabbia si
assalirono uno con l’altro.
Fu
una scena orrenda.
Nel
mezzo di tutto questo, un gruppo di prigionieri inermi fu rudemente spinto
nell’arena. Era composto principalmente da giovani ragazze, che venivano così
sacrificate per placare la sete dei barbari Romani. La sola vista avrebbe mosso
a compassione qualsiasi cuore in cui i sentimenti di tenerezza non fossero
stati rovinati. Ma per la misericordia non c’era posto a Roma. Tremanti ed
impaurite, le povere giovani donne mostrarono la fragilità della natura umana
dovendosi confrontare con la morte in una forma così terribile, ma dopo pochi
momenti la fede riacquistò il suo potere, e le riscattò da ogni forma di paura.
Come le bestie si resero conto della presenza delle loro prede e cominciarono
ad avvicinarsi, le giovani unirono le loro mani e alzando gli occhi al cielo,
iniziarono a cantare un inno solenne che salì in alto chiaro e
meravigliosamente dolce:
“A Colui che ci ha amato,
a Colui che ha lavato i nostri peccati
col Suo Sangue.
A Colui che ci ha fatti sacerdoti e re,
al nostro Dio e Padre;
a Lui sia gloria e dominio
per sempre in eterno.
Alleluia, amen”!
Una dopo l’altra, le voci furono annegate nel sangue,
nell’agonia e nella morte; una dopo l’altra le grida di angoscia si mescolarono
con le esclamazioni di lode; e questi degni giovani spiriti, così eroici nella
sofferenza e fedeli fino alla morte, continuarono il loro canto per unirlo ai
salmi dei redenti in cielo.
CAPITOLO 2:
IL CAMPO PRETORIANO
“Cornelio, il centurione,
un uomo giusto e timorato di Dio»
Marcello era nato a Gades ed era
stato allevato nella dura disciplina dell’esercito romano. Era stato assegnato
a missioni in Africa, in Siria e in Gran Bretagna, dove si era distinto, non
solo per il coraggio, ma anche per l’abilità in campo. Per queste ragioni,
aveva ricevuto onori e promozioni e al suo arrivo a Roma, dove era arrivato
come portatore di dispacci, piacque tanto all’imperatore che fu assegnato ad
un’onorevole stazione tra i Pretoriani.
Lucullo non era mai stato fuori dall’Italia, anzi, raramente era stato fuori
città. Apparteneva ad una delle più vecchie e nobili famiglie romane e amava
elargire benessere e potere. Rimase affascinato dalla natura coraggiosa e
franca di Marcello e i due
giovani uomini divennero buoni amici. La conoscenza profonda della capitale che
Lucullo possedeva, lo rese capace di aiutare il suo amico e le scene descritte
nel precedente capitolo avvennero durante una delle prime visite che Marcello
aveva tatto al Colosseo restaurato.
Il campo Pretoriano era situato vicino alle mura della città, a cui era stato
unito un altro muro che lo chiudeva. I soldati vivevano in camere come celle,
costruite nel muro stesso. Erano numerosi e ben affiatati e la loro situazione
nella capitale gli diede un tale potere e influenza, che per anni controllarono
il governo della capitale,
Un posto di comando tra i Pretoriani era certamente una strada verso la fortuna
e Marcello poteva aspirare ad eccellenti prospettive e futuri onori.
La mattina seguente Lucullo entrò nella sua stanza. Dopo i consueti saluti,
parlò del combattimento a cui entrambi avevano assistito.
“Tali scene non sono di mio gusto” disse Marcello. “Sono dei codardi. Mi piace vedere
due uomini preparati affrontarsi in un combattimento equo, ma una tale
carneficina come quella che avete nel Colosseo, è detestabile. Perché Macer avrebbe dovuto essere ucciso? Era un uomo coraggioso
e io gli rendo onore. E perché dovrebbero vecchi uomini o piccoli bambini
essere posti davanti alle bestie feroci”?
“E’ la legge. Sono Cristiani”!
“La risposta è sempre la stessa! Ma cosa hanno fatto i Cristiani di tanto
grave? Li ho visti in ogni parte del mondo, ma non ho mai sentito che fossero
coinvolti in atti di disturbo”.
“Sono esseri umani della peggiore specie”
“Così si dice, ma che prove ci sono”?
“Prove? E’ ben risaputo. Il loro crimine è che complottano in segreto contro le
leggi e la religione di Stato. L’odio che hanno verso le nostre istituzioni è
così intenso che morirebbero piuttosto che offrire sacrifici. Essi non
appartengono ad un re o ad un monarca, ma al giudeo crocifisso che credono sia
tuttora vivo. E ci mostrano la loro malevolenza asserendo che, alla fine, noi
tutti saremo torturati nell’Ades per sempre”.
“Tutto ciò può essere vero, non lo so! Non so niente di ciò che li riguarda”.
“La città e l’intero impero sono invasi da essi. E nota questo: il declino del
nostro impero, che tutti vedono e di cui si lamentano, lo spargersi della
debolezza e dell’insubordinazione, il restringimento dei nostri confini, tutto
questo aumenta nello stesso modo in cui i Cristiani aumentano. Di chi può
essere colpa, se non di questi malvagi”?
“Come hanno fatto a produrre tutte queste cose”?
“Attraverso le loro pratiche e i loro detestabili insegnamenti. Insegnano che
combattere è sbagliato, che i soldati sono i più vili fra gli uomini, che la
nostra gloriosa religione, sotto la quale abbiamo prosperato, è una maledizione
e che gli dei immortali sono dei demoni. Nei loro insegnamenti essi mirano ad
abbattere ogni tipo di moralità. Nelle loro pratiche private, commettono i più
oscuri e folli crimini. Compiono ogni cosa in segreto, ma a volte riusciamo ad
udire i loro discorsi malvagi e i loro indecenti canti”.
“Tutto ciò è quindi molto serio e se è vero, meritano una severa punizione. Ma
in accordo con le tue affermazioni, essi si tengono in disparte e si conosce
veramente poco su di loro. Dimmi, ti sembra che coloro che abbiamo visto
soffrire ieri fossero come le persone che mi hai appena descritto? Ti sembrava
che il vecchio uomo avesse trascorso la sua vita in scene viziose? Pensi che
quelle giovani ragazze cantassero inni indecenti, mentre aspettavano i leoni”?
A Colui che ci ha amati,
a Colui che ha lavato i nostri peccati.
E
Marcello cantò sottovoce le parole che aveva udite.
“Ti confesso, amico mio, che io ho fatto cordoglio per loro”.
“Ed io”, disse Marcello, “avrei pianto se non fossi stato un soldato romano.
Considera per un momento: mi hai detto cose riguardo a questi Cristiani, che tu
stesso hai confessato di aver saputo da persone che ignorano ciò che veramente
avviene. Hai asserito che sono malfamati e vigliacchi, la feccia della terra.
Io li ho visti mentre, a confronto con la morte, mostravano le più alte qualità
dell’anima. L’hanno affrontata in modo nobile, sono morti dignitosamente. In
tutta la sua storia, Roma non può produrre una tale scena di devozione, come
quella vissuta ieri. Tu dici che detestano i soldati, eppure sono impavidi; mi
hai detto che sono traditori, eppure non resistono alle leggi; hai dichiarato
che sono impuri, eppure, se c’è purezza sulla terra, essa appartiene a quelle
giovani donne che ho visto morire ieri”.
“Hai un gran entusiasmo verso quei banditi”!
“No, non è così, Lucullo. Desidero solo conoscere la verità. Per tutta la mia
vita ho udito questi resoconti, ma ieri per la prima volta, ho sospettato che
possano essere falsi. Ora ti contesto con convinzione e trovo che la tua
conoscenza sia basata su niente. Ora ricordo che in tutto il mondo questi
Cristiani sono pacifici e onesti. Non sono coinvolti in rivolte, o atti di
disturbo e nessuno dei crimini da te citato, può essere provato contro di loro.
Perché, allora, dovrebbero morire”?
“L’Imperatore ha senza dubbio le sue buone ragioni per comportarsi così”!
“Può essere stato istigato da consiglieri ignoranti e maliziosi”.
“Penso che sia interamente una sua convinzione”.
“Il numero di coloro che sono stati messi a morte è veramente grande”.
“Oh sì, alcune migliaia, ma ne rimangono ancora molti; questi sono comunque al
di fuori della nostra portata e ciò mi ricorda del mio compito qui. Ti porto la
commissione imperiale”.
Lucullo estrasse dalle pieghe del suo mantello militare un rotolo di pergamena,
che allungò a Marcello. L’ultimo ne esaminò il contenuto con gran foga. Gli era
stato riconosciuto un grado maggiore e gli veniva assegnato il compito di
scovare e arrestare i Cristiani nei loro nascondigli, con particolare menzione
alle Catacombe.
Marcello lesse il rotolo aggrottando le sopracciglia e lo ripose.
“Non mi sembri molto contento”.
“Confesso che il compito è spiacevole. Sono un soldato e non amo dare la caccia
a vecchi uomini e deboli bambini per conto dei miei superiori; tuttavia, come
soldato, devo ubbidire. Dimmi qualcosa di più di queste Catacombe”.
“Le Catacombe? E’ un distretto sotterraneo che si estende in cunicoli
sconosciuti che si diramano sotto la città. I Cristiani corrono alle Catacombe
ogni qualvolta ci sia un pericolo e sono anche in grado di cremare i propri
morti là sotto. Una volta lì, possono raggiungere le più alte cariche dello
Stato”.
“Chi ha fatto le Catacombe”?
“Nessuno lo sa esattamente. Esistono da tantissimo tempo. Credo che fossero
state scavate allo scopo di ottenere sabbia per il cemento usato nelle
costruzioni. Al momento, tutto il nostro cemento viene da lì e puoi vedere gli
operai che lo portano in città lungo le grandi strade. Devono allontanarsi
parecchio ora, perché nel corso delle epoche hanno scavato così tanto, che ora,
sotto la città si è creata una falla”
“Esiste qualche entrata regolare”?
“Ci sono numerose entrate. Questa è la difficoltà. Se ce ne fossero poche,
potremmo catturare i fuggitivi, ma non possiamo dirti in quale direzione
recarti per avanzare verso di loro”.
“C’è qualche distretto sospettato”?
“Sì, circa due miglia a sud della Via Appia, vicino alla tomba di Cecilia
Metella, c’è una grande torre circolare e sai, sono stati frequentemente
scoperti dei corpi lì. Si
suppone che siano i corpi dei Cristiani che vengono dall’anfiteatro e che sono
portati via per essere bruciati. Con l’avvicinarsi delle guardie, i Cristiani
lasciano cadere i corpi e si dileguano. Ma, dopo tutto, questo non dà garanzie
perché, una volta entrato nelle catacombe, non sei più vicino all’obiettivo di
prima. Nessun essere umano può penetrare in quel labirinto senza l’assistenza
di coloro che vivono lì”.
“Chi vive lì”?
“I becchini, che ancora scavano per ottenere sabbia per gli edifici. Sono quasi
tutti Cristiani e sono sempre al lavoro per scavare tombe per coloro che
trovano la morte. Questi uomini hanno vissuto lì durante tutta la loro vita e
non solo conoscono benissimo tutti i passaggi, ma hanno anche una specie di
istinto che li guida”.
“Non sei mai stato nelle Catacombe”?
“Una volta, molto tempo fa, un
becchino mi ha guidato, ma rimasi per poco. La mia impressione fu quella di
aver visto il posto più terribile del mondo”.
“Ho sentito parlare delle Catacombe, ma non ho mai saputo niente di loro. E’
strano che siano così poco conosciuti. Si potrebbero ingaggiare i becchini per
condurre le guardie attraverso questo labirinto”?
“No, non tradiranno mai i Cristiani”.
“Avete provato”?
“Certamente. Alcuni acconsentono e conducono gli ufficiali giudiziari
attraverso i passaggi fino a che, quest’ultimi si ritrovano confusi. Le loro
torce si estinguono ed il terrore comincia ad avere il sopravvento. A questo
punto, chiedono di essere riportati indietro. I becchini dichiarano che i
Cristiani devono essere scappati via, così riaccompagnano i soldati al punto
iniziale”.
“Nessun soldato è stato abbastanza risoluto nell’andare avanti fino al
ritrovamento dei Cristiani”?
“Se insistono nel continuare la ricerca, i becchini li fanno girare a vuoto
continuamente, conducendoli nei passaggi senza numero che si intersecano nei
vari distretti”.
“Non è ancora stato trovato nessuno che tradisca i fuggitivi”?
“A volte, ma cosa è servito? Al primo allarme, ogni Cristiano sparisce nel
nulla nella varie vie, che si aprono ovunque”.
“Le mie prospettive di successo sembrano minime”.
“Sì, sono veramente poche, ma la nostra speranza sta nel tuo coraggio e nella
tua astuzia. Il successo di questa impresa sarà la tua fortuna. E ora, salutiamoci.
Ti ho trasmesso tutto quello che sapevo e non avrai difficoltà a saperne di più
interpellando qualsiasi becchino”.
Dicendo così, Lucullo se ne andò.
Marcello appoggiò la testa sulle mani e si perse nei suoi pensieri. Ma nel
mezzo della sua meditazione, continuavano a riecheggiare i versi di quella gloriosa
melodia che parla del trionfo sulla morte:
A Colui che ci ha amati,
A Colui che ci ha lavati dai nostri peccati.
CAPITOLO
3: LA VIA APPIA
I sepolcri in triste
mostra fanno la guardia alle ceneri
dei potenti addormentati sulla Via Appia
Marcello si occupò del
compito che gli era stato affidato senza aspettare oltre. Il giorno seguente
cominciò le sue indagini e, siccome era soltanto un giro di ispezione, non
prese soldati con sé. Cominciando dagli alloggi pretoriani, camminò fuori dalla
città fino giù alla via Appia.
Questa strada famosa era affiancata, da entrambi i lati, da magnifiche tombe,
tutte attentamente conservate dalle famiglie a cui appartenevano. In fondo alla
strada si trovavano case e ville fitte come grappoli, ancora all’interno della
città. L’aperta campagna era molto distante. Alla fine raggiunse un’enorme
torre rotonda, che distava circa due miglia dalle porte della città. Era
costruita con enormi blocchi di travertino, con bellissimi ornamenti che erano,
allo stesso tempo, semplici. Il suo stile severo e la solida
costruzione le conferiva un’aria di audace sfida contro la rovina del tempo.
A questo punto, Marcello si fermò e si guardò indietro. Per uno straniero a
Roma, ogni paesaggio presentava qualcosa di nuovo e interessante; di notevole
prestigio era la lunga fila di tombe. Esse erano ciò che restava dei grandi,
nobili e coraggiosi dei tempi antichi, i cui epitaffi annunciavano le loro
azioni onorevoli sulla terra e le oscure prospettive di una prossima vita
sconosciuta.
Arte e sfarzo caratterizzavano questi sontuosi monumenti e l’affetto delle
persone pie durante i secoli, li aveva preservati dal decadimento. Qui, dove
Marcello si trovava, c’era il sublime mausoleo di Cecilia Metella; poco lontano
si trovavano le tombe di Calatino e dei Servili.
Ancora più in là, i suoi occhi caddero sui resti della tomba di Scipione, la
classica architettura che fu santificata dalla “polvere dei suoi eroici
abitanti”.
Le parole di Cicerone, ricorrevano nella sua mente:
“Quando esci dalla porta Capena e vedi la tomba di Calatino, di Scipione, dei Servili, e dei Metelli, puoi ancora dire che gli inquilini lì cremati sono
infelici”?
C’era l’arco di Druso al di là della strada; da una parte c’era la grotta di
Egeria e, più in là, il luogo dove Annibale una volta si fermò e lanciò il suo
giavellotto contro le mura di Roma. La lunga serie di tombe continuava a
distanza e terminava con la piramide di Caio Cestio,
la quale presentava la più grande scena di magnificenza sulla faccia della
terra che si potesse trovare in un sepolcro.
Da ogni lato le abitazioni degli uomini coprivano il terreno, perché la città
imperiale aveva, tempo indietro, eliminato i confini che originariamente la
delimitavano, costruendo le sue case in ogni punto della campagna, così che
ogni viaggiatore era in difficoltà nel dire dove finisse la campagna e dove
iniziasse la città.
Da lontano i rumori della città, il rollio delle innumerevoli carrozze e la
moltitudine di piedi che camminavano, raggiunsero le sue orecchie. Davanti a
lui sorgevano monumenti e templi, lo splendore del palazzo imperiale, le
innumerevoli cupole e colonne si innalzavano come una città nell’aria e, al di
sopra di tutto, l’elevato monte Capitolino, coronato con il tempio di Giove.
Ma più impressionante di tutto lo splendore delle case dei viventi, era la
solennità della città dei morti. Che mostra di gloria architettonica era esibita
intorno a lui! Lì sorgevano gli orgogliosi monumenti delle grandi, antiche
famiglie di Roma. Eroismo, genialità, valore, orgoglio, lusso; ogni cosa che
l’uomo stima o ammira, qui animava le eloquenti pietre e risvegliava le
emozioni. Lì c’era la forma visibile della più alta influenza dell’antica
religione pagana. Eppure, gli effetti sull’anima, non corrispondevano mai con lo
splendore delle loro forme esterne, o con la pomposità dei loro rituali. Gli
epitaffi dei morti non mostravano la fede, ma l’amore per la vita trionfante;
nessuna sicurezza di una vita immortale, ma un triste desiderio per i piaceri
del mondo.
Questi furono i pensieri di Marcello mentre si trovava lì e di nuovo rammentò
le parole di Cicerone: “Puoi pensare che gli inquilini lì cremati siano
infelici”?
“Questi Cristiani” pensò, “coloro che sto cercando, sembra abbiano imparato più
di quello che posso trovare in tutta la nostra filosofia. Non solo essi hanno
conquistato la paura della morte, ma hanno imparato a morire con allegrezza.
Quale potere segreto hanno acquisito tanto da ispirare perfino i più giovani e
i più deboli fra loro? Qual è il significato nascosto del loro canto? La mia
religione può solo sperare nel fatto che
io non sia infelice, la loro li conduce alla morte con trionfanti inni di
gioia”.
Come poteva Marcello proseguire la sua ricerca dei Cristiani? Folle di persone
passavano di lì, ma nessuno sembrava in grado di poterlo assistere. Costruzioni
di tutti i tipi, muri, tombe e templi lo circondavano, ma non vide nessun posto
che potesse metterlo in contatto con le Catacombe.
Era quasi sul punto di non sapere più che cosa fare. Tornò indietro per la
stessa strada e camminò lentamente, scrutando attentamente ogni persona che
incontrava ed esaminando da vicino ogni edificio. Eppure non ottenne nessun
risultato, a parte la scoperta che, in apparenza, non ci fosse segno di connessione
con il sotterraneo.
Il giorno passò e si fece tardi, ma Marcello si ricordò che c’erano molte
entrate per le Catacombe, così continuò la sua ricerca, sperando di trovare
prima della fine della giornata qualche indizio.
Alla fine, la sua costanza fu ricompensata. Aveva camminato avanti e indietro
in ogni direzione, spesso ritornando sui suoi passi e ricominciando dal punto
di partenza. La luce del giorno stava scemando e il sole stava sparendo
all’orizzonte, quando con la coda dell’occhio catturò l’immagine di un uomo che
stava camminando nella direzione opposta, seguito da un ragazzo. L’uomo era
vestito con un abito poco elegante, macchiato e umido, sporco di sabbia e
terra. La sua carnagione era bianca e pallida come uno che è stato a lungo
imprigionato e la sua intera figura attrasse l’attenzione del giovane soldato.
Si fermò davanti all’uomo e appoggiandogli la mano sulla spalla, disse; “Tu sei
un becchino. Vieni con me”!
L’uomo alzò lo sguardo e vide un viso severo. La vista dell’abito del soldato
lo terrorizzò. In un istante scappò via e prima che Marcello potesse seguirlo,
era già lontano e fuori dalla sua vista.
Ma Marcello si assicurò il ragazzo.
“Vieni con me”, gli disse.
Il povero ragazzino lo guardò con una tale angoscia e paura che Marcello si
commosse.
“Abbi pietà, per il bene di mia madre; lei morirà se io sarò preso”!
Il ragazzo si gettò ai suoi piedi mormorando queste parole con voce rotta.
“Non ti farò del male. Vieni”, e lo condusse via verso uno spazio lontano dalla
vista dei passanti.
“E ora” disse, fermandosi e confrontandosi col ragazzo,
“dimmi la verità. Chi sei”?
“Il mio nome è Pollio”, disse il ragazzo.
‘Dove vivi”?
“A Roma”.
“Cosa stai facendo qui”?
“Ero fuori per una commissione”.
“Chi era quell’uomo”?
“Un
becchino”.
“Cosa facevi con lui”?
“Stava portando un fagotto per me”.
“Cosa c’era nel fagotto”?
“Viveri”.
“A chi li stavate portando”?
“A una persona povera che abita da queste parti”.
“Dove vive”?
“Non lontano da qui”.
“E ora, ragazzo, dimmi la verità: non sai niente delle Catacombe”?
“Ho sentito qualcosa a riguardo”, disse il ragazzo calmo.
“Sei mai stato all’interno di esse”?
“Sono stato in qualcuna”.
“Conosci nessuno che vive lì”?
“Alcuni. Il becchino vive lì”.
“Allora, stavi andando nelle Catacombe con lui”.
“Cosa ci dovrei fare in un posto come quello a quest’ora”? Disse innocentemente
il ragazzo.
“E’ proprio quello che voglio sapere. Stavi andando là”?
“Come potrei osare andare lì, quando è proibito dalla legge”?
“Si è fatto tardi”, disse Marcello brutalmente, “vieni con me al culto serale al tempio situato lassù”.
Il ragazzo esitò. “Vado di fretta”, disse.
“Ma tu sei mio prigioniero. Io non sono mai mancato al servizio d’adorazione
degli dei. Tu devi venire ad assistere alla mia devozione”.
“Non posso”, disse fermamente il ragazzo.
“Perché, no”?
“Sono un Cristiano”.
“Lo sapevo. Hai degli amici nelle Catacombe e stavi andando lì, Ecco chi sono
le persone povere a cui stavi portando i viveri e la commissione era per loro”.
Il ragazzo abbassò la testa e rimase in silenzio.
“Ora voglio che tu mi porti all’entrata delle Catacombe”.
“Oh, soldato generoso, abbi pietà! Non chiedermi questo, non posso farlo. Non tradirò
mai i miei amici”!
“Non ne hai bisogno. E’ poca cosa mostrare un’entrata tra le migliaia che
conducono giù di sotto. Pensi che le guardie non le conoscano già tutte”?
Il ragazzo pensò per un momento e alla fine diede il suo assenso.
Marcello lo prese per mano e lo seguì. Il ragazzo girò alla destra della Via Appia, camminando per un breve tratto. Lì si
trovarono davanti ad una casa disabitata. Entrò e scese in una specie di cella.
Lì c’era una porta che apparentemente si apriva su un gabinetto. Il ragazzo si
avvicinò ad essa e si fermò.
“Voglio andare giù”, disse Marcello, fermamente.
“Non oserai andare giù da solo, vero”?
“I Cristiani dicono di essere contrari ad uccidere. Perché, quindi, dovrei aver
paura? Andiamo avanti”.
“Non ho torce con me”.
“Ma le ho io, sono venuto preparato. Andiamo”.
“Non posso”.
“Ti rifiuti”?
“Devo rifiutarmi”, disse il ragazzo. “I miei amici e i miei parenti sono là
sotto. Piuttosto che condurti da loro, morirei cento volte”!
“Sei coraggioso, ma non sai cosa significhi morire”.
“Non lo so? Quale Cristiano può avere paura della morte? Ho visto così tanti
dei miei amici morire in agonia e ho aiutato a bruciare i loro corpi. Non ti
condurrò là, portami pure in prigione”.
Il ragazzo si girò.
“Ma se io ti porto via, cosa penseranno i tuoi amici? Hai una madre”?
Il ragazzo abbassò la testa e scoppiò in un pianto a dirotto. Il solo
menzionare quel caro nome, l’aveva sopraffatto.
“Vedo che ne hai una e che la ami. Portami giù e la rivedrai di nuovo”.
“Non
li tradirò mai! Morirò prima. Fai di me quello che vuoi”.
“Se avessi intenzioni malvagie” disse Marcello, “pensi che andrei giù da solo”?
“Cosa può volere un soldato, per di più Pretoriano, dai Cristiani, se non
distruggerli”?
“Ragazzo, non ho cattive intenzioni. Se mi guidi laggiù, ti prometto che non
userò le mie conoscenze contro i tuoi amici. Quando sarò di sotto, sarò un
prigioniero, ed essi potranno fare di me quello che vorranno”.
“Mi assicuri che non li tradirai”?
“Lo faccio, per la vita di Cesare e gli dei immortali”, disse Marcello
solennemente.
“Allora, andiamo”, disse il ragazzo. “Non abbiamo bisogno di torce. Seguimi con attenzione”.
E il giovane entrò nella stretta entrata.
CAPITOLO
4: LE CATACOMBE
Nessuna luce, ma piuttosto tenebre visibili
servivano solo per scoprire...
Proseguirono il cammino nelle tenebre, fino a che il passaggio si ampliò e
giunsero ai gradini che conducevano di sotto. Marcello afferrò le vesti del
ragazzo e lo seguì. Era certamente una situazione che poteva provocare allarme.
Egli stava volontariamente ponendo sé stesso nelle mani di uomini che la sua
classe sociale aveva mandato dall’aria aperta, in questi tetri soggiorni. Per
loro, poteva solo essere considerato un persecutore. Eppure, era tale
l’impressione che si era fatto della loro gentilezza e mansuetudine, che non
aveva nessun timore. Il ragazzo aveva il potere di condurlo alla morte nelle
fitte tenebre di questi impenetrabili labirinti e nonostante ciò, non gliene
importava niente. Era il desiderio di conoscere di più di questi Cristiani,
avere accesso ai loro segreti, che lo portava ad andare avanti; e dal momento
che aveva giurato, doveva occuparsi del fatto che questa visita non venisse
usata per tradirli o nuocere loro.
Dopo essere scesi per un po’, camminarono a livello del terreno, Ben presto
entrarono in una piccola sala con una volta che era illuminata dalla luce fioca
di una fornace. Il ragazzo aveva percorso il tragitto senza nessuna esitazione,
dimostrando di avere una perfetta familiarità con la strada. Arrivato alla
sala, accese una torcia che si trovava sul pavimento e riprese il suo viaggio.
C’è qualcosa nell’aria di una fornace che non trovi in nessun altro posto. Non
è solamente la mancanza d’aria, l’umidità, o il fetore della terra, ma una
certa indefinibile influenza che unisce tutte queste cose e le intensifica.
Questa era l’aria che si respirava nelle Catacombe.
Il freddo e l’umido colpiva i visitatori come l’atmosfera fredda del reame
della morte. I vivi sentivano il misterioso potere della morte.
Il giovane Pollio proseguì davanti e Marcello seguiva
dietro. La torcia illuminava debolmente le intense tenebre. Nessuno splendore
del giorno, nessun raggio se pur debole, potevano entrare lì, per dare sollievo
all’intensità di quell’oscurità così oppressiva. Erano letteralmente tenebre,
che si potevano tastare. La luce della torcia splendette per un po’, poi si
spense nelle tenebre. Il sentiero divenne tortuoso e disseminato di
innumerevoli curve. Improvvisamente Pollio si fermò e
indicò un punto. Marcello vide spuntare nell’oscurità un’apertura nel sentiero
che conduceva ancora più giù. Era un burrone, nel quale non si vedeva il fondo.
“Dove conduce”?
“Di sotto”.
“Ci sono ancora tanti passaggi là sotto”?
“Oh sì, tanti quanti ce ne sono qui e ancora altri più sotto. Ho sentito almeno
tre differenti storie riguardo a questi sentieri, ed alcuni dei vecchi becchini
dicono che a volte sono stati anche a grandissima profondità”.
Il passaggio proseguiva in una maniera da dare l’idea di aver completamente
perso l’orientamento. Marcello non poteva dire se si trovava a pochi passi dall’entrata, o ancora tremendamente
lontano. Mentre la prima
impressione di oscurità se ne andava, guardò più attentamente dove passava e
ammirò più da vicino le meraviglie di quello strano posto. Lungo tutti i muri
c’erano delle lapidi che sembravano coprire i lunghi e angusti scavi. Le nicchie erano scavate su entrambi i lati, ed erano così vicine da non
lasciare che un piccolo spazio fra una e l’altra. Le iscrizioni che si
trovavano sulle lapidi mostravano che quelle erano le tombe dei Cristiani. Non
ebbe tempo per fermarsi a leggere, ma notò la frequente ricorrenza della stessa
espressione:
HONORIA - QUI VIVE IN PACE
FAUSTA - IN PACE
Vicino ad ogni lapide, vide la stessa, dolce, gentile parola. “PACE”, pensò
Marcello, “che persone meravigliose sono questi Cristiani che anche nel mezzo
di tali scenari, possono serbare il proprio nobile disprezzo per la morte”.
I suoi occhi si abituarono sempre più all’oscurità. Ora il passaggio si faceva
sempre più angusto, il soffitto si abbassava, le parti si avvicinavano. I muri
erano ruvidi e tagliati grossolanamente, dal momento che gli operai li
lasciavano così quando dovevano trascinare il loro ultimo carico di sabbia per
gli edifici sopra.
L’umidità sotterranea e la crescita di funghi si spargeva ovunque, incupendo i
già tristi colori e riempiendo l’aria di vapore pesante, mentre il fumo delle
torce rendeva l’atmosfera ancora più opprimente.
Superarono centinaia di passaggi e marcature di posti dove incontrarono molti
sentieri che si dividevano in diverse direzioni. Questi innumerevoli sentieri
fecero capire a Marcello quanto il fatto di essere tagliato fuori dal mondo “di
sopra” gli desse ben poche speranze. Il ragazzo teneva la sua vita nelle mani.
“Non si è mai perso nessuno”?
“Spesso”.
“Che cosa ne è di loro”?
“A volte vagano fino a che incontrano degli amici, a volte non se ne sa più
niente. Ma, a tutt’oggi, la maggior parte di noi
conosce il posto così bene che se perde la strada è in grado di ritornare in
poco tempo ad un sentiero conosciuto”.
Una cosa in particolare colpì il giovane soldato, era l’immenso numero di
piccole tombe. Pollio gli disse che erano quelle dei
bambini e questo provocò in Marcello un insieme di pensieri ed emozioni mai
provate prima.
“Bambini”, pensò. “Cosa fanno qui i piccoli, i puri, gli innocenti? Perché non
sono stati bruciati fuori, dove il sole risplende e i fiori sbocciano
dolcemente sopra le loro tombe? Dovevano proprio percorrere dei sentieri così
bui durante la propria vita? Dovevano prendere parte alle sofferenze di coloro
che fuggivano qui a causa della persecuzione? Doveva questa aria viziata e
l’oscurità permanente di questi cupi posti accorciare la loro degna esistenza e
mandare i loro spiriti immacolati a morire prima del tempo”?
“Abbiamo camminato a lungo”, disse Marcello. “Arriveremo presto”?
“Molto presto”, rispose il ragazzo.
Qualsiasi idea Marcello potesse essersi fatto prima di entrare lì sul fatto di
cacciare fuori questi fuggitivi, si rendeva ora conto che tutti i tentativi di
farlo sarebbero stati vani. Un esercito di uomini avrebbe potuto entrare lì
senza mai venire a contatto con i Cristiani. Più lontano si spingevano, più il
loro viaggio sarebbe stato senza speranza. Sarebbero stati costretti a passare
attraverso gli innumerevoli passaggi e a vagare fino alla morte. Ma ora, un
dolce suono si udì da lontano e attirò la sua attenzione. Dolce al di là di
ogni descrizione, basso e melodico, proveniva dal fondo dei lunghi passaggi e
colpiva i suoi sensi affascinati come da una voce dal cielo. Mentre
proseguivano, una luce apparse davanti a loro, che irrompeva con i suoi raggi
nelle tenebre. Il suono si faceva più forte, ora crescendo in un coro
magnifico, ora spegnendosi in un dolce lamento di supplica.
In pochi minuti raggiunsero una curva nel sentiero e la scena si parò davanti
ai loro occhi.
“Stop”, disse Pollio, arrestando il suo compagno e spegnendo
la torcia. Marcello obbedì, e guardò con profondo desiderio lo spettacolo di
fronte a lui.
Era una sala con un soffitto a volta della misura di circa quindici piedi di
altezza e trenta piedi di larghezza. In questo posto c’erano stipate circa
cento persone, uomini, donne e bambini. Da una parte si trovava un tavolo,
dietro il quale c’era un venerabile uomo che sembrava essere il loro
responsabile. Il luogo era illuminato con lo splendore delle torce che scacciava
la spettrale oscurità sopra I ‘assemblea. Le persone erano consumate ed
emaciate, e le loro facce erano caratterizzate dallo stesso pallore che Marcello
aveva osservato nel becchino. Ma l’espressione che avevano non era di
dispiacere, miseria, o disperazione. La speranza illuminava i loro occhi, mentre le
loro facce parlavano di gioia e trionfo. La scena commuoveva l’anima degli
spettatori nell’intimo, il che confermava tutto quello che egli aveva visto dei
Cristiani, il loro eroismo, la loro speranza, la loro pace, che era basata su
qualcosa che era a lui nascosto. Mentre ascoltava, udì i loro canti, intonati
dall’intera congregazione.
Grandi e meravigliose sono le Tue opere,
Signore Iddio onnipotente.
Giuste e veraci sono le Tue vie,
Re dei santi.
Chi non ti temerà, o Signore,
e glorificherà il Tuo nome?
Perchè Tu solo sei santo.
Tutte le nazioni verranno e ti adoreranno,
perchè i Tuoi giudizi sono stati manifestati.
A
questo punto ci fu una pausa. Il venerabile conduttore lesse qualcosa da un
rotolo che suonava nuovo a Marcello. Era una sublime asserzione
sull’immortalità dell’anima e della vita dopo la morte.
Alla
fine, colui che stava leggendo proruppe con gioiose esclamazioni che portarono
a mormorii di gratitudine ed entusiastica speranza da parte dei presenti, Le
parole vibrarono nel cuore dell’ascoltatore, anche se non ne capiva il pieno
significato: “O morte, dov’è la tua vittoria, o morte dov’è il tuo dardo?”
Queste parole sembravano aprire la sua mente ad un nuovo mondo con nuovi
pensieri. Peccato, morte, Cristo, con tutto quell’infinito insieme di idee che
girava intorno ad essi, provocava la sua anima risvegliata. Il desiderio che
aveva provato per i segreti dei Cristiani, stava ora bruciando ardentemente
dentro di lui.
Il conduttore alzò la sua testa, e alzò le mani, pregando con fervore.
Indirizzandosi al Dio invisibile, egli pronunciò una confessione di indegnità e
ringraziò per essere stato lavato dal peccato attraverso il sangue e
l’espiazione di Cristo. Egli pregò che lo Spirito dall’alto potesse lavorare in
loro per renderli santi. Poi elencò i loro dispiaceri e pregò per liberazione,
chiedendo la fede in vita, la vittoria nella morte e una meravigliosa entrata
in cielo nel nome del loro Redentore, Gesù.
Dopo questo, seguì un altro inno che fu cantato come quello di prima:
Guardate,
il tabernacolo di Dio è con gli uomini.
Egli dimorerà con loro,
essi saranno il suo popolo,
e Dio stesso sarà con loro
e sarà il loro Dio.
Dio cancellerà tutte le lacrime dai loro occhi,
e non ci sarà più morte, né dispiacere,
neanche pianti.
Non ci sarà nessun altro pensiero,
perchè le cose del passato se ne sono andate. Amen.
Benedizione, gloria e saggezza,
ringraziamento, onore, potenza,
sia al nostro Dio
per sempre. Amen.
A quel punto la congregazione cominciò a disperdersi. Pollio
proseguì nel suo cammino, conducendo Marcello. Alla vista della sua figura
marziale e della sua luccicante armatura, indietreggiarono tutti e sarebbero
scappati nelle diverse direzioni se Marcello non avesse gridato a gran voce:
“Non abbiate timore, Cristiani, sono solo e in vostro potere!” Sentendo questo,
tutti si voltarono e lo guardarono con trepidante curiosità. L’uomo anziano che
aveva condotto l’incontro avanzò e lo guardò interessato.
“Chi sei e perchè ci cerchi nell’ultimo posto che ci è stato lasciato da vivere
sulla terra?”
“Non sospettate il male in me. Sono venuto solo e sono alla vostra mercè”.
“Ma cosa può un soldato, per di più Pretoriano, volere da noi? Sei perseguitato?
Sei un criminale? La tua vita è forse in pericolo?”
“No. Sono un ufficiale di alto rango e autorità, ma per tutta la mia vita ho
cercato con ansia la verità. Ho sentito parlare molto di voi Cristiani, ma in
questo tempo di persecuzione, è molto difficile trovarvi a Roma. Vi ho trovati
qui!”
A questo punto l’uomo anziano chiese all’assemblea di sciogliersi, così da
poter conversare con il nuovo arrivato. Gli altri fecero prontamente ciò che
gli era stato chiesto e si ritirarono in diverse vie, sentendosi pienamente
sollevati.
Una pallida signora avanzò con entusiasmo verso Pollio
e lo abbracciò.
“Quanto sei stato via, figliolo!”
“Ho incontrato questo ufficiale, cara madre, e sono stato trattenuto”
“Grazie a Dio sei salvo. Ma chi è costui?”
“Penso che sia un uomo onesto”, disse il ragazzo, “guarda che fiducia ha di
noi:”
“Cecilia”, disse l’anziano, “non andartene, rimani un po’.”
La donna si trattenne e pochi altri fecero lo stesso.
“Io sono Onorio”, disse il vecchio, indirizzandosi a Marcello”, un umile
anziano della chiesa di Cristo. Penso che tu sia sincero e desideroso di
sapere. Dicci ora cosa vuoi da noi.”
“Il mio nome è Marcello e sono un capitano della Guardia Pretoriana.”
“Ahimé”, gridò Onorio e a mani giunte cadde indietro sulla sua sedia. Gli altri
guardarono Marcello con occhi esterrefatti e donna Cecilia pianse con un dolore
tremendo: “O Pollio! Come hai potuto tradirci?”
CAPITOLO 5: IL SEGRETO DEI CRISTIANI
Il mistero di santità, Dio manifestato in carne
Il giovane soldato stava in piedi attonito per l’effetto che il suo nome
aveva prodotto.
“Perchè tremate tutti così?” disse. “E’ per colpa mia?”
“Ahimé”, disse di nuovo Onorio, “anche se siamo rinchiusi in questo posto,
siamo in costante comunicazione con la città. Abbiamo sentito di questi nuovi
sforzi fatti per perseguitarci più severamente c che Marcello, un capitano dei
Pretoriani, è stato incaricato di ricercarci. Ora ti vediamo qui fra di noi, il
nostro principale nemico. Non dovremmo avere paura? Per quale motivo ci stai
inseguendo?
“Non avete proprio nessun motivo per temermi”, mormorò Marcello, “anche se
fossi il vostro peggiore nemico. Non sono forse in vostro potere? Se decideste
di trattenermi, potrei scappare? Se mi voleste uccidere, potrei resistere? Sono
senza alcun aiuto. La mia presenza qui, solo tra voi, è la prova che non sono
pericoloso.
“E’ vero”, disse Onorio, riprendendo il suo calmo contegno. “Hai ragione, non
potresti mai ritornare senza la nostra assistenza.”
“Ascoltatemi, allora, e vi spiegherò. Sono un soldato romano. Sono nato in
Spagna e sono cresciuto nell’umiltà e nella moralità. Mi è stato insegnato ad
avere timore degli dei e a fare il mio dovere. Sono stato in molti paesi e mi
sono dedicato principalmente alla mia professione, anche se non ho mai
trascurato la religione. Ho studiato tutti gli scritti dei filosofi greci e
romani e il risultato è che ho imparato da loro a disprezzare i nostri dei e
dee, che non sono meglio, o forse sono peggio di me.
“Da Platone a Cicerone, ho imparato che c’è un Essere Supremo e che è mio dovere
ubbidirgli. Ho imparato anche, che sono immortale, e che diventerò uno spirito
quando morirò. Come sarò allora? Sarò felice o miserabile? Come posso avere una
felicità sicura in quella vita spirituale? Essi descrivono la gloria di quella
vita immortale con linguaggio eloquente, ma non danno nessuna direzione per
uomini comuni come me. Il desiderio della mia anima è di saperne di più.
I sacerdoti non sono in grado di dirmi niente. Essi sono attaccati alle vecchie
forme e cerimonie in cui non credono. L’antica religione è morta e agli uomini
non interessa più niente. In molti paesi ho sentito parlare tanto dei
Cristiani. Rinchiuso nel campo, non ho avuto parecchie opportunità di vederli.
Comunque, non mi è mai interessato veramente conoscerli fino a questi ultimi
giorni. Ho sentito di tutti gli usuali resoconti riguardo la loro immoralità, i
loro vizi segreti, le loro dottrine ingannevoli. Ho creduto a tutto questo fino
all’altro giorno. Pochi giorni fa ero al Colosseo. Lì, per la prima volta, ho
imparato qualcosa sui Cristiani. Ho visto il gladiatore Macer,
un uomo la cui paura era sconosciuta, deporre tranquillamente la sua vita,
piuttosto che fare quello che credeva fosse sbagliato. Ho visto un vecchio
andare incontro alla morte con un sorriso pieno di pace; e soprattutto, ho
visto un gruppo di ragazzine, dare se stesse alle bestie feroci con un canto di
trionfo sulle proprie labbra
“A Colui che ci ha amati,
a colui che ci ha lavati dai nostri peccati”.
Mentre Marcello parlava si produsse un effetto fantastico.
Gli occhi degli ascoltatori si riempirono di entusiasmo e di gioia. Quando
menzionò Macer, si guardarono l’un l’altro con
un’occhiata significativa, quando parlò del vecchio, Onorio chinò la testa e
quando parlò dei bambini e mormorò le parole del loro canto, girarono le loro
facce e piansero.
“Per la prima volta nella mia vita fo visto la morte vinta. Io stesso posso
affrontare la morte senza terrore e così può fare ogni soldato quando va sul
campo di battaglia. E’ la nostra professione. Ma quelle persone gioivano nella
morte. Lì, non c’erano soldati, ma bambini, che avevano lo stesso, meraviglioso
sentimento nel proprio cuore. Da quel momento non ho pensato ad altro. Chi è colui che vi ama? Chi è colui che ha
lavato i vostri peccati? Chi è colui che causa questo coraggio sublime e che fa
sorgere la speranza in voi? Che cos’è che vi sostiene qui? Chi stavate pregando
poco fa? Io ho l’ordine di condurre i soldati contro di voi e distruggervi. Ma
prima di tutto, voglio conoscervi e vi giuro, per l’Essere Supremo, che la mia
visita non vi porterà alcuna preoccupazione. Ditemi, dunque, il segreto dei Cristiani.”
“Le tue parole”, disse Onorio, “sono vere e sincere. Ora io so che tu non sei
una spia o un nemico, ma un’anima curiosa mandata qui dallo Spirito Santo per
imparare ciò che hai a lungo cercato. Gioisci, perchè colui che viene a Cristo
non sarà cacciato.”
“Vedo davanti a te uomini e donne che hanno lasciato i propri amici, case,
onori, agi, per vivere qui nel bisogno, timore, dispiacere, ed essi pensano che
questo sia niente per Cristo; sì, essi non danno valore alla propria vita, rinuncerebbero a tutto per colui che
li ha amati.”
“Hai ragione, Marcello, nel pensare che ci sia qualche grande potenza che può
fare tutto questo. Non è fanatismo, nemmeno la delusione, o l’entusiasmo. E’ la
conoscenza della verità e dell’amore del Dio vivente.”
“Ciò che hai visto in tutta la tua vita, è il nostro più caro possedimento.
Come un tesoro nei nostri cuori, per noi vale più di tutto ciò che il mondo può
dare. Ci dà felicità in vita anche in questo luogo di tenebre, e nella morte ci
rende vittoriosi. Tu desideri conoscere l’Essere Supremo. La nostra fede (il
Cristianesimo) è
il nostro tutto, il nostro Creatore, il nostro Redentore, il nostro Salvatore.
Tu desideri conoscere la vita immortale. Le Scritture ne parlano. Esse ci
mostrano che credendo in Gesù Cristo, il figlio di Dio, e amando e servendo Dio
sulla terra, noi dimoreremo con lui nell’infinita, eterna beatitudine in cielo.
Esse ci parlano di come vivere in modo tale da piacere a lui qui, e ci fanno
comprendere come lo loderemo dopo. Attraverso le Scritture impariamo che la
morte, anche se nostra nemica, non è più una maledizione per il credente, ma
piuttosto una benedizione, dal momento che “partire per essere con Cristo è
molto meglio” che rimanere qui, perchè non entriamo alla presenza di colui che
ci ha amati e ha dato se stesso per noi.”
“Oh, allora”, sussurrò con voce rotta Marcello, “se è così, fatemi conoscere
questa verità perchè l’ho cercata per anni, per questo ho pregato quell’Essere
Supremo di cui ho udito. Voi siete i possessori di ciò che desidero conoscere.
Il fine e scopo della mia vita è qui. Abbiamo l’intera notte a disposizione.
Non dissuadetemi, ma piuttosto, poco alla volta, ditemi tutto. Ha il vero Dio,
quindi, reso noto tutto ciò che io ho ignorato?”
Lacrime di gioia spuntarono negli occhi dei Cristiani.
Onorio mormorò alcune parole di ringraziamento e preghiera a bassa voce.
Dopodichè, prese il manoscritto che aveva maneggiato con tanta cura.
“Questa”, disse, “mio caro giovane, è la parola della vita che viene da Dio,
che porta una tale pace e gioia agli uomini. In essa noi troviamo tutto quello
che la nostra anima desidera. In questa parole divine impariamo ciò che non può
essere trovato in nessun altro posto; e anche se la mente può meditare su di
essa per tutta una vita, l’estensione della sua gloriosa verità, non può essere
raggiunta.”
Poi Onorio aprì il libro e iniziò a parlare a Marcello di Gesù. Gli parlò delle
promesse nel giardino dell’Eden, di colui che avrebbe schiacciato la testa di
Satana, della lunga
successione di profeti che avevano annunciato
Alla fine, lesse il racconto della Sua morte sul Calvario.
L’effetto che tutto questo ebbe su Marcello, fu meraviglioso. Una luce sembrava
brillare nella sua mente. La santità di Dio che guardava con avversione il
peccato umano; la sua giustizia, che richiedeva una punizione; la sua pazienza,
che era senza limite; la sua misericordia, che aveva progettato un modo per
salvare le sue creature dalla rovina che esse stesse si erano tirate addosso;
il suo incredibile amore, per il quale ci aveva donato il suo unico e amato
Figlio, l’amore che l’aveva portato qui giù a sacrificare sé stesso per la loro
salvezza; tutto era ora chiaro!
Quando Onorio giunse alla fine della tremenda storia del Calvario e arrivò al
grido: “Mio Dio, mio Dio, perchè mi hai abbandonato”, seguito da quello
trionfante “Tutto è compiuto”, fu attirato da un pianto a singhiozzi che
proveniva da Marcello. Guardando attraverso le lacrime che avevano invaso i
suoi occhi, Onorio vide la forma di un uomo forte inginocchiato, con la sua
intera struttura che tremava per l’emozione.
“Basta, basta per ora”, mormorò, “lasciatemi pensare a lui.”
“Colui che ci ha amati,
Colui che ha lavato i nostri peccati
nel Suo proprio Sangue.”
E Marcello affondò la faccia nelle mani. Onorio alzò gli
occhi al cielo e pregò. I due erano soli, perchè i loro compagni se ne erano
andati in silenzio. La luce di una lampada situata in una nicchia dietro
Onorio, illuminava timidamente la scena. I due rimasero in silenzio per molto
tempo.
Ad un certo punto, Marcello alzò la testa.
“Sento”, disse, “che anch’io ho avuto una parte nel causare la morte del Santo.
Vai avanti a leggere ancora dalla Parola della Vita, perchè la mia vita dipende
da essa.”
Allora Onorio continuò a leggere il racconto della crocifissione e del
seppellimento di Gesù; la resurrezione la mattina del terzo giorno e
l’ascensione alla destra di Dio. Lesse della discesa dello Spirito Santo il
giorno della Pentecoste che battezzò i credenti della Sua costante presenza,
rendendo il corpo di essi il suo tempio e del loro meraviglioso ministero che
dava gloria a Cristo e lo rivelava ai peccatori pentiti.
Onorio non finì con questo, ma volendo portare pace all’anima di Marcello,
lesse le parole di Gesù che invita il peccatore ad andare a lui, assicurandogli
vita eterna nel momento stesso che egli lo accetta come Signore e Salvatore.
Egli lesse della “nuova nascita”, la nuova vita e la promessa di Gesù di
tornare e prendere il popolo lavato col suo sangue per incontrarlo nell’aria.
“E’
“Cristo Gesù venne nel mondo per salvare i perduti.”
“E, come posso riceverlo?”
“E’ per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da
voi; è il dono di Dio. Non è in virtù d’opere affinché nessuno se ne vanti… il
salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo
Gesù, nostro Signore.”
“Ma non c’è niente che io debba fare?”
“Gesù, dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati e per sempre, si è
seduto alla destra di Dio.” Egli è in grado di salvare per sempre tutti coloro
che credono che “Cristo Gesù è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra
di Dio e anche intercede per noi”.
“Oh, allora, se io posso osare un approccio, insegnami le parole, conducimi a lui.”
Nell’imprecisione di contorni di
quella volta scura, nella solitudine e nel solenne silenzio, Onorio si
inginocchiò e Marcello fece lo stesso vicino a lui. Il venerabile Cristiano
alzò la sua voce in preghiera. Marcello sentiva che la sua anima era stata
innalzata verso il cielo, alla meravigliosa presenza del Salvatore, attraverso
la potenza di quella fervente e fiduciosa preghiera. Le parole trovarono eco
nella sua propria anima e nel suo Spirito; e in questa profonda umiliazione,
egli presentò i suoi
bisogni al suo compagno, così che potesse pregare in maniera più consona di
quello che avrebbe potuto fare lui. Ma, alla fine, i suoi desideri si
rafforzarono. La fede uscì timidamente, tremante, ma reale e la sua anima fu
rinforzata. Quando Onorio ebbe finito, la sua lingua era sciolta e, finalmente,
il pianto del suo cuore; “Signore, io credo! Oh, aiuta la mia incredulità!”
“L’unico mediatore fra Dio e l’uomo, Cristo Gesù”, era diventato reale per la
sua fede e le parole di Gesù: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia
Parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in
giudizio, ma è passato dalla morte alla vita… e Io do loro la vita eterna e non
periranno mai e nessuno le rapirà dalla mai mano”, furono ricevute, credute, e
portarono gioia.
Le ore passavano, ma chi può convenientemente descrivere il progresso di un’anima
che passa dalla morte alla vita?
Quando il mattino sorse sulla terra sovrastante, un glorioso giorno era sorto
sull’anima e sullo spirito di Marcello sotto quella volta: il peso del peccato
era stato rimosso e la pace di Dio, attraverso Gesù Cristo, l’aveva riempito.
Il segreto dei Cristiani era diventato suo e lui era volontariamente diventato
schiavo di Gesù Cristo. Unito ai suoi fratelli in Cristo poteva ora cantare con
loro:
“A Colui che ci ha amati
a Colui che ha lavato i nostri peccati
col Suo proprio Sangue,
a Lui sia la gloria e il dominio
per sempre in eterno”.
CAPITOLO
6: IL NUVOLO DI TESTIMONI
Tutti questi morivano nella fede
Il neo-convertito imparò presto di più riguardo ai Cristiani. Dopo un breve
riposo si alzò e fu raggiunto da Onorio, che si offrì di mostrargli la natura
del luogo dove vivevano.
Coloro che aveva visto al culto alla cappella formavano una piccola parte degli
abitanti delle Catacombe. Il loro numero superava le diverse migliaia ed erano
sparsi dappertutto in piccole comunità, ognuna delle quali aveva il suo modo di
comunicare con la città. Si allontanò un po’ accompagnato da Onorio. Era
esterrefatto del numero di persone che aveva incontrato e, anche se sapeva che
i Cristiani erano numerosi, non pensava che una così vasta proporzione sarebbe
stata forzata a scegliere una vita nelle Catacombe. Non era neanche meno
interessato ai morti che ai vivi. Mentre camminava leggeva le iscrizioni sulle
loro tombe e trovò in loro tutta la stessa, forte fede e dignitosa speranza.
L’amore che provava nel leggere e il profondo interesse che Onorio metteva in
questi pii memoriali, lo rendevano una guida congeniale.
“Qui”, disse Onorio, “giace una testimonianza in favore della verità.”
Marcello guardò il punto indicato e lesse quanto segue:
PRIMIZIO. IN
PACE,
DOPO MOLTI TORMENTI,
UN VALOROSO MARTIRE,
VISSE CIRCA TRENTOTTO
ANNI.
SUA MOGLIE, FECE FARE
TUTTO QUESTO
PER IL SUO CARISSIMO
MARITO,
CHE BEN MERITAVA.
“Questi uomini”, disse Onorio, “ci mostrano come i Cristiani dovrebbero morire.
Yonder è un altro che ha sofferto come Primizio.
PAOLO FU
M’ESSO A MORTE
DOPO TORTURA,
ED ORA POTRA’ VIVERE
IN ETERNA BEATITUDINE.
“E
qui”, disse ancora Onorio, “c’è la tomba di una nobil
donna che mostrò quella forza che Cristo può sempre concedere anche al più
debole dei suoi seguaci nell’ora del bisogno:
CLEMENZIA,
TORTURATA, MORTA.
DORME E RISUSCITERA
“Se chiamati lassù”, disse Onorio, “nel passare attraverso la morte, lo spirito
è istantaneamente “assente dal
corpo e presente col Signore”. Il promesso ritorno del nostro Signore, che può
avvenire in qualsiasi momento, è la “beata speranza” dei Cristiani consapevoli.
“Perchè il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba
di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi
viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a
incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre col Signore.”
“Qui”, continuò Onorio, “giace Costante, doppiamente costante per il suo Dio a
causa di una doppia prova. Prima gli fu dato del veleno, ma dal momento che non
fu sufficientemente efficace, fu passato a fil di
spada.”
IL TIRO MORTALE NON OSO’
DONARE A
COSTANTE LA CORONA CHE
LA SPADA GLI PERMISE DI OFFRIRE
Così camminarono leggendo le iscrizioni che apparivano da
ogni parte. Nuovi sentimenti sorsero in Marcello mentre leggeva il glorioso
elenco di nomi. Quello era per lui la storia della Chiesa di Cristo. Lì c’erano
gli atti dei martiri descritti davanti a lui con parole che bruciavano. Le rudi
immagini che adornavano molte tombe, portavano con loro un patos che il lavoro
più fine di un abile artista non poteva produrre. Le lettere incise
grossolanamente, gli errori grammaticali che caratterizzavano molte di esse,
davano una prova toccante del tesoro del Vangelo ai poveri e miseri.
“Non ci sono fra voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti”, ma il
Vangelo è predicato ai poveri.
Su molte lapidi c’era un monogramma che era formato dalle iniziali del nome di
Cristo. “X” e “P” venivano unite così da formare una cifra. Alcune avevano un
ramo di palma, l’emblema della vittoria e dell’immortalità, il simbolo di
quella palma di gloria che ondeggiava nelle mani della grande folla che stava
in piedi intorno al trono. Altri lapidi avevano incisioni diverse.
“Che cosa è questa?”, chiese Marcello, indicando l’immagine di una nave.
“Mostra lo spirito redento che è salpato dalla terra per il porto sicuro.”
“E qual’è il significato di questo pesce che vedo
rappresentato così spesso?”
“Il pesce è usato perchè le lettere che formano il suo nome in Greco, sono le
iniziali delle parole che esprimono la gloria e la speranza dei Cristiani.
Queste lettere stanno per Gesù, per Cristo, per Figlio di Dio, e per Salvatore,
così il pesce simboleggia, sotto il suo nome, “Gesù Cristo, il Figlio di Dio,
il Salvatore.”
“Cosa significa l’immagine che vedo così spesso: una nave ed un enorme mostro
marino?”
“Quello è Giona, un profeta di Dio, di cui tu ancora ignori l’esistenza.”
Onorio, allora, gli raccontò la storia di Giona, e gli mostrò come l’uscita
dalle viscere del pesce ricordava ai Cristiani la sua liberazione dalle tenebre
della tomba.
“Questa gloriosa speranza di resurrezione è un indescrivibile conforto”, disse
egli, “e noi amiamo ricordarla attraverso diversi simboli. Qui, c’è un simbolo
della stessa benedetta verità: la colomba che portò a Noè un ramo d’ulivo.”
Egli raccontò al suo compagno l’avvenimento del diluvio, così che Marcello
potesse capire il significato della
rappresentazione.
“Ma fra tutti i simboli usati”, disse Onorio, “nessuno è chiaro come
questo”, e indicò un’immagine della resurrezione di Lazzaro.
“Qui, ancora”, disse, “c’è un’ancora, il segno della speranza che il Cristiano
getta mentre passa attraverso i flutti burrascosi della vita, tenendosi
attaccato alla sua casa celeste.”
“Qui vedi il gallo, il simbolo del vegliare; perchè il nostro Signore ha detto
“Vegliate e pregate”. C’è pure l’agnello, simbolo tipico dell’innocenza e della
gentilezza, che ci ricorda l’Agnello di Dio, che ha portato i nostri peccati, e
attraverso il cui sacrificio noi riceviamo vita eterna e perdono. Qui c’è
ancora la colomba, che, come l’agnello, rappresenta l’innocenza; e qui ancora
la vedi mentre porta il ramo d’ulivo della pace.”
“Ci sono le lettere Alfa e Omega, la prima e l’ultima dell’alfabeto greco, che
rappresentano il nostro Signore; perchè tu sai ora che egli disse: “Io sono
l’Alfa e l’Omega”. E c’è la corona, che ci ricorda l’incorruttibile corona che
il Signore, il giusto giudice, ci darà. Così, noi amiamo circondarci con tutto
quello che può ricordarci la gioia che sta davanti a noi. Ammaestrati da tutto
ciò, guardiamo in alto dalle tenebre che ci circondano e, per fede, vediamo la
luce dell’eterna gloria.”
“Qui”, disse Marcello, facendo una pausa, “c’è qualcosa che sembra adatto alla
mia condizione. Suona profetico. Forse anch’io posso essere chiamato a dare la
mia testimonianza per Cristo. Possa io essere trovato fedele!”
IN CRISTO, AL TEMPO DELL’IMPERATORE
ADRIANO,
MARIO, UN GIOVANE UFFICIALE MILITARE,
CHE VISSE ABBASTANZA PER DARE IL SUO
SANGUE PER CRISTO,
E MORIRE IN PACE.
I SUOI AMICI POSERO QUESTA LAPIDE CON
LACRIME E TIMORE
CAPITOLO 7: LA CONFESSIONE Dl FEDE
“Del
resto tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno
perseguitati”
Quattro
giorni erano trascorsi da quando il giovane soldato aveva lasciato la sua
camera in caserma. Erano stati giorni pieni di eventi per lui, giorni
infinitamente importanti. Un marchio di dolore era stato posto sugli argomenti
trattati, ma la ricerca di quest’anima desiderosa della verità non era stata
vana, essendo “nata di nuovo“ dallo Spirito.
La decisione era stata presa. Da una parte c’erano la fama, l’onore e
l’agiatezza, dall’altra la povertà, il bisogno e il dolore; eppure egli aveva
fatto la sua scelta e si rivolse a quest’ultima senza un attimo di esitazione.
Egli scelse “meglio soffrire afflizione con il popolo di Dio, che godere dei
piaceri del peccato per un tempo”.
Al suo ritorno visitò il generale e fece rapporto. Lo informò che era stato fra
i Cristiani, che non poteva eseguire il suo mandato ed era pronto a portarne le
conseguenze. Il generale gli ordinò severamente di ritirarsi nei suoi alloggi.
Lì, in mezzo ad una profonda meditazione, pensando a quale potesse essere la
ragione di tutto questo, fu informato dell’entrata di Lucullo. Il suo amico lo
salutò con molto affetto, ma era evidentemente pieno di ansia.
“Ho appena visto il generale”, disse, “che mi ha mandato per darti un
messaggio. Ma prima dimmi, cosa hai combinato?”
Marcello gli spiegò ogni cosa dal momento che era partito a quando era tornato,
senza nascondere nemmeno un particolare.
Il profondo fervore mostrò quanto forte, vero ed eterno fosse il lavoro dello
Spirito Santo in lui. Egli raccontò poi del colloquio con il suo generale.
“Sono entrato nella stanza sentendo l’importanza del passo che stavo per fare.
Stavo per commettere un atto di tradimento virtuale, un crimine che può essere
punito solo con la morte. Nonostante questo non potevo fare nient’altro.”
“Mi ha ricevuto gentilmente, perchè pensava avessi avuto un esito positivo alla
mia ricerca. Gli ha detto che dal momento che me ne sono andato, sono stato fra
i Cristiani e da quello che ho visto sono stato forzato a cambiare il mio
atteggiamento nei loro riguardi. Pensavo che fossero un nemico dello Stato e
quindi degni di morte, ma ho scoperto che sono uomini leali all’Imperatore e
uomini virtuosi. Non avrei mai potuto usare la mia spada contro tali persone, e
piuttosto che farlo, avrei rinunciato alla mia impresa.”
“I sentimenti di un soldato” disse Lucullo, “non hanno il diritto di
interferire con i suoi doveri.”
“Ma il mio dovere verso il Dio che mi ha fatto, è più forte di quello che devo
agli uomini.”
“Ma la simpatia che hai per questi Cristiani ti ha fatto
impazzire?” disse egli. “Lo sai che questo è tradimento?”
“Mi sono inginocchiato e ho detto che ero pronto a portarne le conseguenze.”
“Sconsiderato giovane” mi gridò severamente, “vai al tuo quartier
generale e ti comunicherò la mia decisione.”
“E così sono venuto qui e sono restato fino adesso, aspettando ansiosamente la
mia sentenza.”
Lucullo aveva ascoltato tutto il resoconto di Marcello senza dire una parola e
senza fare nemmeno un gesto. Un’espressione di triste sorpresa sulla sua faccia
diceva quali fossero i suoi sentimenti. Egli parlò quasi mormorando quando
Marcello finì.
“E quale sia la sentenza, dovresti certamente saperlo bene. Con la disciplina
romana, anche in tempi normali, non si può mai scherzare, ma ora i sentimenti
del governo sono alterati in modo inusuale contro questi Cristiani. Se tu
persisterai in questa maniera, tu cadrai.”
“Ti ho spiegato tutte le mie ragioni.”
“Conosco, Marcello la tua natura pura e sincera. Tu hai
sempre avuto una mente devota; hai sempre amato i nobili insegnamenti della
filosofia. Non puoi continuare a soddisfarti con essi come hai sempre fatto?
Per quale motivo dovresti essere attratto da questa miserabile dottrina di un
giudeo crocifisso?”
“Le filosofie di cui tu parli non mi hanno mai soddisfatto. Tu stesso sai che
non c’è niente di certo in esse e in cui l’anima possa riposarsi. Ma il
Cristianesimo è la verità di Dio, portata qui da lui stesso, e santificata
nella sua propria morte.”
“Tu mi hai pienamente spiegato l’intero credo Cristiano. Il
tuo entusiasmo lo fa apparire attraente, lo confesso; e se tutti i suoi seguaci
fossero veramente come te, mio caro Marcello, potrebbe essere adatto a benedire
il mondo. Ma non sono venuto qui a discutere di religione, sono venuto a
parlare di te. Tu sei in pericolo, mio caro amico, la tua posizione, il tuo
onore, il tuo compito, la tua intera vita sono in gioco. Considera ciò che hai
fatto. Ti era stato affidato un compito importante. Ci si aspettava che tu
tornassi portando importanti informazioni, Ma invece di farlo, sei tornato e
hai informato il generale che hai avuto la peggio sul nemico, che il tuo cuore
si è unito a loro e che tu rifiuti di usare le armi contro di loro. Se un
soldato fosse libero di scegliere contro chi combattere, cosa ne sarebbe della
disciplina? Deve ubbidire agli ordini. Ho ragione?”
“Sì, Lucullo.”
“La questione per te non è decidere se sceglierai la filosofia o il
Cristianesimo, ma se sarai un Cristiano o un soldato. Da come stanno andando le
cose ora, ti sei reso conto che è impossibile per te essere un soldato e un
Cristiano allo stesso tempo. Devi rinunciare a uno dei due. E non solo, ma se
tu decidi di essere un Cristiano, dovrai anche condividere il loro destino, perchè
non può esserti fatto nessun favore. D’altra parte, se tu continui ad essere un
soldato, dovrai lottare contro i Cristiani.”
“Questo è fuori questione.”
“Marcello, tu hai intimi amici che sono disposti a dimenticare la tua grande
offesa e io ho supplicato il generale per te. Anche lui ti rispetta per le tue
qualità militari. E’ disposto a perdonarti a certe condizioni.”
“Quali sarebbero?”
“Le più misericordiose di tutte le condizioni. Dimentica gli ultimi quattro
giorni, cancellali dalla tua memoria. Riappropriati del tuo compito. Prendi i
tuoi soldati e vai avanti con le tue responsabilità arrestando quei Cristiani.”
“Lucullo”, disse Marcello alzandosi dalla sua sedia con le braccia incrociate.
“Io ti voglio molto bene e ti sono grato per il tuo affetto fedele. Non lo
dimenticherò mai. Ma quello che c’è ora dentro di me, anche se potrà sembrarti
strano, è più forte di tutti gli onori di Stato. E’ l’amore di Dio. Per questo
sono pronto a rinunciare a tutto, onore, classe sociale e la vita stessa. La mia
decisione è irrevocabile. Io sono un Cristiano.”
Per un momento Lucullo si sedette attonito e appesantito guardando il suo amico. Egli era ben conscio
dell’animo risoluto di Marcello e vide con tanta pena che il suo tentativo di
persuasione era fallito miseramente.
Dopo un po’ parlò ancora. Usò ogni argomento che fosse in suo potere, tirò
fuori ogni motivo che potesse influenzarlo. Gli parlò del terribile destino che
lo aspettava e delle peculiari vendette che sarebbero state dirette contro di
lui, ma tutte le sue parole furono completamente inutili. Alla fine si alzò
invaso da una profonda tristezza.
“Marcello”, disse, “tu tenti il fato. Stai correndo come un pazzo verso un
terribile destino. Hai davanti a te tutto ciò che la fortuna ti riserbava, ma tu
hai voltato le spalle a tutto per stare in mezzo a quei miserabili. Io ho
svolto il compito di un amico cercando di convincerti a lasciare la tua follia,
ma tutto quello che posso fare non è di alcuna utilità.”
“Ti ho portato la sentenza del generale. Tu sei degradato e messo agli arresti
come Cristiano. Domani sarai arrestato e messo sotto punizione. Ma ci sono
ancora diverse ore prima che tutto ciò avvenga e io posso avere la magra consolazione
di aiutarti a scappare. Vattene via. Sbrigati, perchè non c’è tempo da perdere.
C’è un solo posto al mondo dove puoi essere al sicuro dall’ira di Cesare.”
Marcello ascoltò in silenzio. Lentamente rilasciò le sue braccia lasciandole
cadere lungo i fianchi. Tristemente si slacciò
la sua magnifica armatura che aveva indossato con così tanto orgoglio. Si trovò
in piedi di fronte al suo amico solo con la sua tunica.
“Lucullo, ti ripeto un’altra volta che non potrò mai dimenticare la tua fedele
amicizia. Il mio desiderio sarebbe di vederti venire via con me, che le tue
preghiere potessero salire con le mie a colui che servo. Ma va bene, andrò.
Addio!”
“Addio, Marcello. Probabilmente non ci incontreremo mai più in questa vita. Se
sarai nel bisogno o nel pericolo, sai a chi potrai rivolgerti.”
I due giovani uomini si abbracciarono e Marcello se ne andò frettolosamente.
Camminò fuori dal campo e continuò fino a raggiungere il Foro. Tutt’intorno a lui c’erano maestosi templi di marmo,
colonne e monumenti. C’era l’Arco di Tito che sovrastava
Verso tutto questo egli diresse i suoi passi e discese il ripido pendio fino
alla cima della collina. Dalla sommità guardò lo scenario che gli stava intorno.
Il posto era una piazza spaziosa pavimentata di marmo, circondata da templi. Da
una parte c’era il campo Marzio, unito al Tevere, il cui giallo flusso avanzava
verso il Mar Mediterraneo. All’estremità, la città si estendeva nella sua
ineguale estensione, sovrastata da stretti muri e, al di là, irradiava le
sue strade lontano, verso le campagne. Templi, colonne e monumenti innalzavano
i loro alti capi. Innumerevoli statue riempivano le strade con una moltitudine
di forme scultoree, fontane slanciate nell’aria, carrozze che correvano
attraverso le vie, le legioni di Roma marciavano avanti e indietro in parate
militari e da ogni parte ondeggiava, senza tregua, la marea della vita nella
città imperiale.
Lontano, la terra si estendeva punteggiata di villaggi senza numero, case e
palazzi, ricca e lussuosa vegetazione, il posto della pace e della pienezza. Da
una parte sorgeva la linea blu degli Appennini, incoronati di neve; dall’altra
le scure onde del Mediterraneo lavavano le distanti spiagge.
Improvvisamente Marcello fu attirato da un grido. Si voltò, Un vecchio in abiti
succinti, con una faccia emaciata e gesti frenetici, stava urlando una timorosa
denuncia.
Il suo sguardo selvaggio e la maniera fiera mostrava che non era completamente
in sé.
E’ caduta, è caduta Babilonia la grande!
E’ diventata ricettacolo di demoni, covo
di
ogni spirito immondo, rifugio di ogni uccello
impuro e abominevole.
Perchè i suoi peccati si sono accumulati
fino al cielo e Dio si è ricordato delle
sue iniquità.
Usatele il trattamento che lei usava,
datele doppia retribuzione per le sue
opere...
Datele tormento e afflizione nella stessa
misura in cui ha glorificato se stessa e
vissuto nel lusso.
Perciò in uno stesso giorno verranno i suoi
flagelli: morte, lutto e fame, e sarà
consumata
dal fuoco poiché potente è Dio, il Signore
che l’ha giudicata.
I re della terra che fornicavano e vivevano
in lascivie con lei, quando vedranno il
fumo
del suo incendio piangeranno e faranno
cordoglio per lei. Spaventati dai suoi
tormenti
se ne staranno lontani e diranno: “Ahi,
ahi!
Babilonia, la gran città, la potente
città! Il
tuo giudizio è venuto in un momento.
I mercanti di queste cose che sono stati
arricchiti da lei se ne staranno lontani
per
timore del suo tormento, piangeranno e
faranno cordoglio dicendo: “Ahi, ahi, la
gran
città che era vestita di lino fino, di
porpora e
di scarlatto, adorna d’oro, di pietre
preziose
e di perle! In un attimo una ricchezza così
grande è stata distrutta.” Tutti i piloti,
tutti
i naviganti, i marinai e quanti trafficano
sul
mare se ne staranno lontano e vedendo il
fumo del suo incendio esclameranno:
Quale città fu mai simile a questa grande
città?” E si getteranno della polvere sul
capo
e grideranno, piangeranno e faranno
cordoglio dicendo:
“Ahi, ahi! La grande città nella quale tutti
quelli che avevano navi in mare si erano
arricchiti con la sua opulenza! In un
attimo è
stata
ridotta a un deserto.
Rallegrati, o cielo, per la sua rovina. E voi
santi, apostoli e profeti, rallegratevi perché
Dio, giudicandola, vi ha reso giustizia.
Una vasta folla si raccolse intorno a lui stupita, ma a
malapena egli si fermò quando alcuni
soldati apparsero per portarlo via.
“Senza dubbio è uno di quei poveri Cristiani il cui cervello è stato sconvolto
dalla sofferenza”, pensò Marcello. Mentre l’uomo veniva portato via, continuava
a gridare le sue terrificanti denunce e una grande folla lo seguì deridendolo.
Presto il rumore si placò e si sentì sempre più distante.
“Non c’è tempo da perdere. Devo andare! “, pensò Marcello
e si voltò.
CAPITOLO 8: LA VITA NELLE CATACOMBE
Al suo ritorno nelle Catacombe, Marcello fu accolto con
lacrime di gioia. Ascoltarono con ogni premura il resoconto del colloquio con i
suoi superiori e, mentre simpatizzavano con le sue difficoltà, gioivano nel
sapere che egli era stato trovato degno di soffrire per Cristo.
Circondato da questo nuovo scenario, imparava ogni giorno di più riguardo la
verità, e vedeva ciò che i suoi seguaci sopportavano. La vita nelle Catacombe
si apriva intorno a lui in tutte le sue meravigliose varietà. Il vasto numero
di coloro che dimoravano al di sotto, veniva sostenuto con provvigioni
attraverso la comunicazione costante con la città di sopra. Tutto questo veniva
portato avanti durante la notte. Gli uomini più risoluti e coraggiosi si
offrivano come volontari per questo compito pericoloso. A volte c’erano alcune
donne e anche ragazzi che andavano a fare le commissioni, e il giovane Pollio era il più acuto e che tornava con maggior esito di
tutti. Tra la vasta popolazione di Roma non era difficile passare inosservati,
e di conseguenza le cose necessarie erano ottenute facilmente. Eppure, a volte
il viaggio aveva un destino fatale, e i coraggiosi avventurieri non tornavano
più. C’era una grande quantità d’acqua nei passaggi sui vari piani. Sorgenti e
fontane qui ne rifornivano a sufficienza per tutti i loro bisogni.
La notte venivano fatte anche le spedizioni più tristi di tutte. Si trattava
dell’andare alla ricerca dei morti che erano stati sbranati dalle bestie feroci
o bruciati sul rogo. I resti dei propri cari venivano ottenuti con grandi
rischi e venivano portati giù tra migliaia di pericoli. Poi gli amici del
defunto avrebbero organizzato il funerale e la crematura.
Dopo tutto questo i resti venivano depositati nelle strette celle e chiusi con
le lapidi sulle quali veniva inciso il nome dell’occupante.
Gli antichi Cristiani, ispirati dalla gloriosa dottrina della resurrezione,
guardavano avanti con ardente speranza al momento in cui la corruzione sarebbe
stata trasformata in incorruttibilità, il mortale in immortale.
Egli non era conscio del fatto che il corpo il cui destino era così sublime,
sarebbe stato ridotto in cenere e che anche quelle fiammelle funerarie erano un
disonore per quel tempio di Dio che era stato così altamente favorito dal
Cielo. Così i corpi degli uomini venivano
portati qui, fuori dalla vista degli uomini, dove nessuna mano
irriverente poteva disturbare il solenne silenzio del loro ultimo riposo, fino
a che “l’ultima tromba” avrebbe dato quella chiamata che la chiesa primitiva
aspettava giornalmente con tanto ardore. Nella città di sopra, il Cristianesimo
si era sviluppato nelle generazioni successive e, durante tutto quel tempo, i
morti che venivano portati qui erano cresciuti notevolmente. Così ora le
Catacombe formavano una vasta città dei morti, la cui silente popolazione
dormiva in file senza fine, schiera dopo schiera, aspettando il grido del Signore
che avrebbe raccolto i suoi ”lavati col sangue” in un momento, in un battito di
palpebre, per incontrarlo nell’aria.
In molti posti gli archi erano stati abbattuti e il tetto alzato tanto da
formare delle stanze. Nessuna di loro era molto ampia, ma formavano delle aree
dove i fuggitivi potevano incontrarsi in gruppi più grandi e respirare più
liberamente. Lì passavano molto del loro tempo, e lì avevano anche i loro
incontri di chiesa.
La natura dei tempi in cui vivevano spiega la loro situazione. Le semplici
virtù della vecchia repubblica erano passate e la libertà aveva preso piede. La
corruzione si era sviluppata nell’impero e aveva conquistato ogni cosa sotto la
sua intorpidita influenza. Complotti, ribellioni, tradimenti colpirono lo
Stato, ma le persone cadute stavano in silenzio. Videro i loro più coraggiosi
soffrire, i loro nobili morire, rimanendo immobili. Il cuore generoso, l’anima
di fuoco, non sorgevano più. Solo le passioni più basse innalzavano i propri
sentimenti degenerati, in un tale Stato, la verità di Cristo si fece largo
fortemente e fra tali nemici ebbe da combattere contro questi ostacoli per fare
i suoi lenti, ma continui progressi.
Coloro che venivano numerati sotto il suo stendardo, non avevano vita facile.
La sua tromba non emetteva suoni incerti. Il conflitto era rigido e coinvolgeva
reputazione, fama, fortuna, amici e la vita stessa - tutto ciò che un uomo ha
di più caro. Il tempo scorreva. Se i seguaci della verità crescevano di numero,
così anche il vizio intensificava il suo potere e la sua malignità; le persone
navigavano nella più profonda corruzione, lo Stato spingeva ad una rovina
certa.
Poi sorsero quelle terribili persecuzioni che puntavano a cancellare dalla
terra l’ultima traccia del Cristianesimo. Una terribile prova avrebbe aspettato
i Cristiani se avessero resistito al decreto imperiale; per coloro che la
seguivano, l’ordine della Verità era inesorabile, e quando la decisione era
presa, era quella finale. Prendere una tale decisione, spesso significava per i
Cristiani, morte immediata, o l’esilio dalla città, privati delle gioie della
propria casa e della luce del giorno.
I cuori dei Romani erano induriti e i loro occhi accecati. Neppure l’innocenza
dei bambini, o purezza delle donne, nessun uomo nobile, neppure il rispetto per
i capelli bianchi, o la fede irremovibile, o l’amore trionfante sulla morte,
poteva toccarli o muoverli a pietà. Essi non vedevano la nera nuvola di
desolazione che sovrastava il distrutto impero, e non sapevano che coloro che
nella loro furia perseguitavano, erano gli unici che potevano salvarli.
Eppure in quel regno di terrore, le Catacombe si aprivano davanti ai Cristiani
come una città di rifugio. Lì giacevano le ossa dei loro padri che, di
generazione in generazione, avevano lottato per la verità e i loro corpi
consumati, attendevano lì il grido della resurrezione. Lì avevano portato i
loro parenti, uno dopo l’altro li avevano lasciati, ed erano tornati in
superficie. Lì un figlio aveva seppellito il corpo dell’anziana madre; lì erano
stati portati i resti di coloro che erano stati fatti a pezzi dalle bestie
feroci nell’arena, i corpi anneriti di coloro che erano stati dati alle fiamme,
o i corpi buttati di coloro più sfortunati che avevano visto le proprie vite
consumarsi tra la lenta agonia della morte per crocifissione. Ogni Cristiano
aveva alcuni amici o parenti che giacevano lì. Il terreno e l’aria erano
“santificati“. Non era strano che essi cercassero sicurezza in un tale posto.
Inoltre, in questo luogo sotterraneo, trovarono l’unico rifugio dalla
persecuzione. Non potevano cercarlo in una nazione straniera o scappare al di
là del mare, perché per loro non c’erano paesi che potessero essere un riparo e
nessun paese al di là del mare dava una speranza. Il potere imperiale di Roma,
afferrava il mondo civilizzato nella sua morsa, il suo incredibile sistema di
ordine pubblico si estendeva in tutti i territori e nessuno poteva fuggire
dalla sua collera. Il suo potere era così irresistibile, che dal più nobile al
più schiavo senza significato, ne erano tutti soggetti. L’Imperatore
detronizzato non poteva fuggire la sua vendetta. Quando Nerone cadde, potè solo andarsene e suicidarsi in una villa vicina.
Eppure lì, tra questi labirinti infiniti, anche il potere di Roma era vano e i
suoi ingannevoli emissari vacillavano all’entrata.
Qui, allora, i Cristiani perseguitati sostavano, e un gran numero di persone
affollava questi sentieri e grotte. Durante il giorno si incontravano per
scambiarsi parole di incoraggiamento e conforto,
o per commemorare la morte di alcuni nuovi martiri; durante la notte
mandavano fuori i più coraggiosi fra di loro per scoprire qualcosa del mondo al
di sopra, o per portare sotto alcuni dei corpi massacrati di nuove vittime.
Attraverso le diverse persecuzioni, essi vivevano sicuri lì più delle migliaia
che perivano in tutto l’Impero; il potere della Cristianità a Roma fu scosso
solo leggermente. La loro sicurezza era assicurata e la vita preservata, ma a
quale prezzo? Perché cos’è la vita senza luce, o cos’è la sicurezza del corpo
nell’oscurità che deprime l’anima? La natura fisica dell’uomo si ritira da un destino
simile e la sua delicata organizzazione è velocemente conscia della mancanza di
questi indefinibili principi di rinnovamento che sono connessi solo con la
luce. Una dopo l’altra le funzioni del corpo perdono il proprio tono e la
propria energia. Questo indebolimento del corpo affligge la mente,
predisponendola all’oscurità, al dubbio, e alla disperazione. Per un uomo è un
onore più grande essere vero e risoluto in tali circostanze, che morire
eroicamente in un’arena o perire senza indietreggiare al palo. Qui, dove
intorno non ci sono altro che 1e ombre delle tenebre, essi incontravano le
prove più dure.
La fermezza sotto la persecuzione era ammirabile, ma diventava sublime quando
la persecuzione era mescolata a tali orrori.
L’aria fredda che talvolta entrava in questi labirinti li congelava, ma non
portava aria pura da sopra; i pavimenti, i muri, i tetti, erano coperti con i depositi puzzolenti dei vapori umidi
che circolavano intorno; l’atmosfera era impregnata di esalazioni impure e
miasma velenoso: il denso fumo delle torce che bruciavano continuamente poteva
mitigare i gas nocivi, ma opprimeva gli abitanti del posto con la sua accecante
e soffocante influenza.
Eppure, in mezzo a questo cumulo di orrori, l’anima dei martiri continuava ad essere incrollabile. Lo spirito vivo che
aveva resistito a tutto questo, si rafforzava sempre di più di quanto era mai
successo negli orgogliosi giorni della vecchia repubblica. La forza di Regolo,
la devozione di Curzio, la costanza di Bruto, erano qui vinte, non solo da
uomini forti, ma anche dalle giovani vergini e i deboli fanciulli. Così, non cedendo al feroce potere della
persecuzione, questi uomini andavano avanti, onesti, puri di cuore, coraggiosi
e nobili. Per loro la morte non recava terrore, o quella terribile vita nella
morte che erano chiamati a condurre lì nelle tristi regioni della morte.
Sapevano bene cosa li aspettasse, così erano in grado di accettare ogni
sofferenza. Di loro spontanea volontà erano scesi lì, perdendo tutto ciò che
l’anima dell’uomo ha di più prezioso e resistettero per il grande amore con cui
erano stati amati.
Gli sforzi costanti che fecero per diminuire le tenebre circostanti erano visibili ovunque. I muri in alcuni punti erano ricoperti con
stucco bianco e in altri erano adornati con immagini, non di mortali
divinizzati per un’adorazione idolatra, ma di quei grandi, vecchi eroi della
verità che “per fede conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero
l’adempimento di promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza
del fuoco, scamparono al taglio della spada, guarirono da infermità, divennero
forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri.”
Quando l’ora dell’amara angoscia si presentava, potevano guardare scene o
leggere pensieri che potevano sollevare le loro anime, ispirarli con una forza
rinnovata per il futuro e quali soggetti migliori a cui guardare, così forti da incoraggiare, così potenti da consolare.
Anche le decorazioni dei luoghi di culto erano molto speciali. L’unico mobile
che essi contenevano era un semplice tavolo di legno su cui era posato del pane
e del vino per
E ancora, le dottrine essenziali del
Cristianesimo non conoscevano contaminazione, nessun cambio. La colpa
dell’uomo, la misericordia del Padre, la riconciliazione attraverso il Figlio,
il dimorare nello Spirito Santo, la salvezza attraverso la fede nel Redentore,
il valore del suo sangue prezioso, la sua resurrezione fisica, la benedetta
speranza del suo ritorno, tutte queste verità fondamentali erano nutrite con
fervore e con un’energia a cui nessuna parola può far giustizia.
La loro era la speranza celeste, l’ancora dell’anima, così forte e così sicura
che la furia dell’ira dell’Impero non riuscì a strapparli dalla Rocca dei tempi
a cui essi erano aggrappati.
La loro era la fede sublime che li sosteneva nelle difficoltà più grandi.
L’Uomo glorificato alla destra di Dio era l’oggetto della loro speranza. La
fede in lui era tutto. Era il respiro della vita, così reale che li sorreggeva
nell’ora del sacrificio cruento; così duraturo che anche quando sembrava che
tutti i seguaci di Cristo fossero spariti dalla faccia della terra, loro
potevano ancora guardare con fiducia e attenderlo.
Il loro era quell’amore che Cristo, quando era sulla terra, definiva come
contenente tutta la legge ed i profeti.
Lo spirito settario, le amarezze denominazionali, lì erano sconosciute. Avevano
un grande nemico da combattere; come avrebbero potuto contendere uno contro
l’altro? Qui sorgeva un amore che non aveva nessun riguardo alla razza o alla
classe sociale, ma abbracciava tutti nella sua immensa circonferenza, tanto che
ognuno poteva dare la sua vita per il suo fratello. Qui l’amore di Dio sparso
nei loro cuori dallo Spirito Santo, non si fermava al sacrificio della vita. La
persecuzione che sorgeva intorno a loro fortificava in loro quello zelo, quella
fede e quell’amore che risplendeva così lucente nel mezzo delle tenebre durante
gli anni. Essa restringeva il loro numero ai veri e sinceri; era un antidoto
all’ipocrisia. Dava il coraggio per atti di eroismo e ispirava i più tremanti
dando il coraggio della devozione. Essi vivevano in un periodo che essere
Cristiani voleva dire mettere a repentaglio la propria vita. Essi non
indietreggiarono, ma proclamarono coraggiosamente la propria fede accettandone
le conseguenze. Posero una linea di confine tra essi e il mondo e stettero
valorosamente dalla loro parte. Per dirla in poche parole, fare un piccolo
atto, poteva spesso salvare dalla morte; ma la lingua si rifiutava di
pronunciare formule idolatre e la mano ostinata rifiutava di versare la
libagione. Cioè, le dottrine vitali del Cristianesimo erano per essi molto più
importanti di un semplice responso intellettuale. Lo stesso Cristo non era per
loro un’idea, un pensiero, ma una persona reale. La vita di Gesù sulla terra
era una verità vivente. Essi l’accettavano come l’esempio migliore per ogni
uomo La sua gentilezza, l’umiltà, la pazienza e mansuetudine, credevano fossero
state offerte loro per imitarle; mai separavano il Cristiano ideale dalla
realtà. Pensavano che la fede di un uomo consistesse in vita quanto in sentimento e non avevano imparato a separare
la dottrina dal Cristianesimo pratico. Per essi la morte di Cristo era un
grande evento che per tutti gli altri era secondario. Nessuno poteva capire
meglio di loro colui che morì a fatti e non a parole per i figli degli uomini. Colui che è
risorto e glorificato alla destra di Dio, a cui tutta la potenza è data in cielo
e sulla terra, era per essi una realtà divina. Tra i propri fratelli potevano
pensare a molti che si sarebbero fatti appendere ad una croce per qualcun altro
o morire al rogo per il loro Dio. Avevano preso la croce e seguito Cristo,
sopportando il suo vituperio.
Quella croce e quel vituperio non erano figurativi. Lo testimoniavano questi
oscuri labirinti, case solo per morti, che mai per anni furono aperti per
proteggere i viventi. Lo
testimoniavano i nomi di questi
martiri, quelle parole di trionfo. I muri riportavano indietro nel tempo le
parole di dolore, di lamento e di ogni sentimento che mutava e che era stato
inciso nelle epoche successive da coloro che erano stati esiliati in queste
Catacombe.
Portavano lì giù le loro storie per i tempi futuri, portando all’immaginazione
le forme, i sentimenti, e le opere di coloro che erano imprigionati lì. Come le
forme di vita sono impresse sul negativo di una macchina fotografica, così la
grande voce proveniente dalle anime dei martiri, tirata fuori dalla sofferenza,
rimaneva impressa sul muro.
Umili testimoni della verità, disprezzati, abbandonati, invano le loro
suppliche di misericordia erano ascoltate dagli uomini; essi furono soffocati
nel sangue fra i corpi macellati e il fumo del sacrificio.
Eppure, mentre la loro razza rispose al pianto di disperazione solo con nuove
torture, questi muri rocciosi provarono di essere più misericordiosi,
portandoli al proprio petto, così che il loro pianto di sofferenza potesse
rimanere custodito e sepolto nella roccia per sempre.
La conversione di Marcello al Cristianesimo era stata improvvisa. Eppure questa
veloce transizione dall’errore alla verità non era infrequente. Egli aveva
provato le più alte forme di superstizione e filosofia pagana trovandole
mancanti e quando il Cristianesimo apparve davanti a lui, egli trovò ciò che
desiderava. Esso possedeva esattamente ciò che era necessario a soddisfare
l’insaziabile fame della sua anima e a riempire il vuoto del suo cuore con una
pienezza di pace. Avendo aperto i suoi occhi e avendo visto la luce del Sole
della Giustizia, non poteva più chiuderli. Il lavoro di rigenerazione era stato
divinamente compiuto ed egli diede un sereno benvenuto alla sofferenza
condivisa con i perseguitati. Conversioni come queste ricordavano la prima
predicazione del Vangelo. Dappertutto nel mondo pagano c’era un grande numero
di anime che si sentivano come Marcello e che affrontavano le stesse
esperienze. C’era solo bisogno di predicare la verità, accompagnata dal potere
dello Spirito Santo, per aprire loro gli occhi e portarli a vedere la luce.
Combinata con l’influenza divina che sorpassava la ragione umana, vediamo
quindi la causa della rapida espansione del Cristianesimo.
Vivendo, muovendosi e conversando con i suoi nuovi fratelli, Marcello, presto
iniziò ad entrare nelle loro speranze, paure e gioie. La loro fede e fiducia
esprimeva chi erano veramente al cuore di Marcello e tutte le aspettazioni
gloriose che li sostenevano, divennero la consolazione della sua anima. La
benedetta Parola della vita, divenne il suo costante diletto e tutti i suoi
insegnamenti trovarono in lui un ardente discepolo.
Incontri di lode e preghiera erano frequenti dappertutto nella Catacombe.
Tagliati fuori dalle ordinarie occupazioni del mondo, essi si lanciavano
interamente in altri, più alti obiettivi. Privati dell’opportunità di fare
sforzi per il mantenimento del corpo, erano costretti a fare della cura
dell’anima il loro affare principale. Guadagnavano ciò che avevano visto per
fede. Il mondo con le sue cose allettanti e le migliaia di attrattive, aveva
perso il suo mordente. Il cielo si avvicinava sempre di più, i loro pensieri e
il loro linguaggio erano del Regno. Amavano parlare della gioia che attende
coloro che saranno fedeli fino alla morte, amavano conversare ricordando i
fratelli che se ne erano andati con il Signore, che non erano persi, ma
semplicemente li avevano preceduti; parlandone, amavano anticipare il momento
in cui il loro proprio momento sarebbe arrivato. Ma soprattutto, aspettavano
ogni giorno, quella grande, chiamata finale che avrebbe risuscitato i morti,
trasformato i viventi, e portato i suoi, comprati e lavati col suo sangue, ad
incontrarlo nell’aria. Aspettavano il giudizio al trono di Cristo, dove egli
avrebbe donato la ricompensa per il fedele servizio (1 Tessalonicesi 4: 13-18;
Filippesi 3:20; 1 Cor. 3).
Così Marcello vide questi tristi passaggi non lasciati alla silente inattività
dei morti, ma riempiti da migliaia di viventi. Smorti, pallidi e oppressi,
trovarono fra queste tenebre un destino migliore di quello che si potevano
aspettare lassù alla luce del sole. La vita impegnata animava il ritrovo dei
vivi, i sentieri risuonavano del suono delle voci umane. La luce della verità e
la virtù che li esiliava dall’aria in superficie, bruciava nuovamente fra le
tenebre sotterranee. I teneri saluti di affetto, di amicizia, di fratellanza e
d’amore, sorgevano fra i luoghi ammuffiti. Qui le lacrime di dolore si
mischiavano con il sangue dei martiri e una mano affettuosa avvolgeva le loro
pallide membra in un lenzuolo. In queste grotte le loro anime eroiche si
innalzavano al di sopra del dispiacere. La speranza e la fede sorridevano
esaltanti mostrando la luce della “splendente stella del mattino” e la voce di
lode che usciva dalle labbra di chi era in lutto.
CAPITOLO 9: LA PERSECUZIONE
“Infatti avete bisogno di costanza, affinché fatta la
volontà di Dio,
otteniate quello che vi è stato promesso.”
La persecuzione venne con una grande furia. Nelle poche settimane in cui
Marcello visse nelle Catacombe, un grande numero di persone vi aveva trovato
rifugio. Mai, prima di quel momento, tanti si erano rifugiati lì. Ultimamente
le autorità se la prendevano con i Cristiani più in vista e, di conseguenza, i
fuggitivi erano composti da questa classe; era quindi una severa persecuzione
che abbracciava tutti e una tale violenza indiscriminata era stata mostrata
solo sotto pochi Imperatori. Ma ora non c’era più distinzione di classe sociale
o posizione. I più umili seguaci, così come i più illustri insegnanti erano
spinti verso la morte.
Fino a questo momento la comunicazione con le città era apparentemente facile
perchè i poveri Cristiani di sopra non negavano mai aiuto a quelli di sotto, né
dimenticavano i loro bisogni. Provviste e assistenza di tutti i tipi erano
ottenute prontamente. Ma ora gli unici su cui potevano contare erano loro
stessi, uscendo, condividendo il loro destino e diventando partecipanti,
piuttosto che portatori di carità.
Eppure la loro situazione non era disperata. C’erano ancora molte persone a
Roma che li amavano e li assistevano, anche se non erano cristiane. In ogni
grande movimento c’è sempre una buona parte composta da persone neutre che, per
interesse o per indifferenza, rimanevano salde.
Queste persone si univano generalmente alla parte più forte, pronte a scappare
al primo pericolo. Tale era la condizione della maggior parte a Roma. Essi
avevano amici e parenti fra i Cristiani che amavano e per cui provavano
simpatia. Erano sempre stati pronti ad assisterli, ma avevano troppo a cuore la
propria incolumità per portarli nelle loro dimore. Continuavano, come sempre,
ad assistere all’adorazione dei loro dei, ed erano nominalmente aderenti alle
vecchie superstizioni. Su queste persone, ora i Cristiani erano obbligati a
dipendere per le necessità della vita.
Le spedizioni in città erano ora accompagnate da grande pericolo e solo i più
coraggiosi osavano avventurarsi. Tale, comunque, era il disprezzo del pericolo
e della morte con cui essi avevano a che fare, che non c’era mai scarsità di
uomini per questo compito pericoloso.
Anche Marcello si offrì, felice di poter in qualche modo fare del bene ai suoi
fratelli. La sua mancanza di paura e l’ acutezza, che l’aveva un tempo portato
agli alti ranghi come militare, ora lo rendeva adatto per il successo di questo
obiettivo.
Un gran numero di persone veniva annientato ogni giorno. I loro corpi venivano
cercati e portati via dai Cristiani per seppellirli. Il tutto non era molto
difficile da attuare, perchè sollevava le autorità dal peso di bruciare e
seppellire i corpi.
Un giorno arrivò la notizia alla comunità sottostante
Essi si infilarono in strade buie e, alla fine, arrivarono al Colosseo, luogo
di martirio per così tanti dei loro compagni. La scura sagoma dell’edificio si
innalzava davanti a loro, vasta, tenebrosa e austera come il potere imperiale
che rappresentava. Una folla di guardie, soldati e gladiatori erano dentro le
porte di ferro, dove i passaggi erano illuminati da torce.
Le guardie conoscevano i loro scopi e rudemente ordinarono loro di seguirli. Li
condussero fino all’arena. Qui giaceva un gran numero di corpi che erano stati
dilaniati quel giorno. Erano orribilmente mutilati e alcuni scarsamente
riconoscibili come esseri umani.
Dopo una lunga ricerca, trovarono i due che cercavano. I loro corpi erano stati
messi in grandi sacchi pronti per essere portati via.
Marcello guardò la scena. Tutto intorno a lui sorgeva un muro massiccio su cui
si innalzavano molte terrazze al di là del circolo esterno. La sua ombra nera
sembrava chiuderlo con una barriera che non poteva oltrepassare.
”Quanto tempo passerà”, pensò, “prima che prenda il mio posto qui e dia la vita
per il mio Salvatore? Quando quel tempo verrà, sarò io saldo? Signore Gesù, in
quell’ora sostienimi!”
La luna non si era ancora alzata a sufficienza per illuminare l’arena.
All’interno era buio e minaccioso. La ricerca era stata fatta con torce
ottenute dalle guardie. In quel momento Marcello udì una voce profonda
proveniente dalle volte alle sua spalle. Il suo tono risuonò nell’aria della
notte in modo distinto e fu udita al di là del rude schiamazzo delle guardie:
”Ora è venuta la salvezza e la
potenza, il
Regno del nostro Dio, e il potere del suo
Cristo, perchè è stato gettato giù
l’accusatore dei nostri fratelli, colui
che giorno e
notte li accusava davanti al nostro Dio.
Ma
essi lo hanno vinto per mezzo del sangue
dell’Agnello, e con la parola della loro
testimonianza;
e non hanno amato la loro vita,
anzi l’hanno esposta alla morte”.
“Chi è costui?”, chiese Marcello.
“Non farci caso”, rispose il suo compagno. “E’ fratello Cinna.
Il suo dolore l’ha reso pazzo. Il suo unico figlio fu bruciato all’inizio della
persecuzione e da quel momento egli vaga per la città denunciando la sua pena.
Fino a poco tempo fa l’avevano lasciato stare, ma ora lo hanno arrestato.”
“E’ prigioniero qui?”
“Sì, è così.”
Ancora si elevò la voce di Cinna,
tremante, minacciosa e terribile:
“Fino a quando aspetterai, o Signore santo
e veritiero, per fare giustizia e
vendicare il
nostro sangue su quelli che abitano sopra
la terra?”
“Questo, dunque, è l’uomo che ho udito al Campidoglio?”
“Sì,ha attraversato la città e il suo pianto si è udito
anche nel palazzo.”
“Andiamo.”
Presero i loro sacchi e si avviarono verso le porte. Dopo una piccola attesa,
gli fu permesso di passare. Come uscirono, udirono la voce di Cinna a distanza:
“E’ caduta, è caduta, Babilonia la grande!
E’
diventata ricettacolo
di demoni, covo di ogni spirito immondo,
rifugio di ogni uccello
impuro ed abominevole”.
“Uscite da essa, popolo Mio.”
Nessuno di loro parlò fino a che non ebbero raggiunto una
distanza di sicurezza dal Colosseo.
“Ho paura”, disse Marcello “che ci possano catturare.”
“Le tue paure sono giustificate”, disse l’altro.
“In questo momento, le guardie possono essere sulle tue tracce, ma dobbiamo
essere preparati a questo. In tempi così, dobbiamo essere pronti ad affrontare
la morte ad
ogni angolo. Cosa dice il Signore: “Vegliate”. Dobbiamo essere pronti a dire
queste parole quando il tempo verrà: “Ora sono pronto a sacrificarmi.”
”Sì”, disse Marcello, “il nostro Signore ci ha avvertito riguardo ciò che ci
aspetta: “Nel mondo avrete tribolazioni”, e disse anche, “ma fatevi animo, Io
ho vinto il
mondo dove sono io sarete anche voi.”
“Attraverso di lui”, continuò Marcello, “siamo più che vincitori sopra la
morte. Le afflizioni presenti sono niente rispetto alla gloria che ci sarà
rivelata.”
Così, si consolarono l’un l’altro con le promesse della benedetta Parola della
Vita che, in tutte le età e in ogni circostanza, può dare una tale, celeste
consolazione.
Portando i loro carichi, alla fine raggiunsero la destinazione sani e salvi,
riconoscenti di essere stati preservati.
Pochi giorni dopo Marcello uscì allo scoperto per procurare delle provviste. Questa
volta era solo. Si recò a casa di un uomo che era loro amico e che gli aveva
fornito molta assistenza, Si trovava al di là delle mura, in un sobborgo vicino
alla Via Appia. Dopo aver ottenuto ciò di cui aveva bisogno, cominciò a fare
alcune domande per sapere le ultime novità.
“Le novità, purtroppo non sono per niente buone”, disse l’uomo, “uno degli
ufficiali Pretoriani si è recentemente convertito al Cristianesimo e
l’Imperatore è furioso. Ha
incaricato un altro di prendere il posto dell’ufficiale e l’ha mandato a
perseguitare i Cristiani. Ne catturano diversi ogni giorno”
“Ah, e conosci il nome dell’ufficiale Pretoriano incaricato di perseguitare i
Cristiani?”
“Lucullo.”
“Lucullo”, mormorò rattristato Marcello. “Che strano!”
“Si dice che sia un uomo di grandi capacità ed energia.”
“Ho sentito parlare di lui. Questa è proprio una cattiva notizia per i
Cristiani.”
“La conversione di quell’altro ufficiale Pretoriano ha veramente fatto arrabbiare l’Imperatore.
C’è ora una taglia sulla sua testa. Se hai la possibilità di incontrarlo sul
tuo cammino, è meglio che tu lo avverta. Dicono che sia nelle Catacombe.”
“Sì, deve essere lì. Non c’è altro posto dove stare al sicuro.
“Questi sono tempi terribili. Hai bisogno di essere cauto.”
“Non possono uccidermi più di una volta”, disse Marcello.
“Certo che voi Cristiani avete una forza incredibile. Ammiro il vostro
coraggio, anche se penso che dovreste conformarvi al decreto dell’Imperatore.
Perchè dovreste correre così velocemente verso la morte?”
“Il nostro Redentore morì per noi, noi siamo pronti a morire per Lui. E dal
momento che morì per il suo popolo, siamo pronti a seguire il suo esempio e
deporre la nostra vita per i nostri fratelli.”
“Siete persone meravigliose”, disse l’uomo alzando le
sue mani.
Marcello si congedò e partì con le sue provviste. Le notizie che aveva appena
ricevuto riempivano la sua mente.
“Così Lucullo ha preso il mio posto”, pensò. “Mi chiedo se mi abbia voltato la
faccia. Mi considererà ancora il suo amico Marcello, o soltanto un Cristiano?
Potrei scoprirlo presto. Sarebbe strano se cadessi nelle sue mani, eppure, se
sarò catturato, sarà probabilmente per mano sua.
”Questo è il dovere di un soldato, perchè dovrei quindi lamentarmi? Se gli è
stato affidato questo compito, non deve fare altro che obbedire. Come soldato
può inevitabilmente trattarmi come un nemico dello Stato. Egli può avere pietà
o amore per me nel suo cuore, ma non può mancare il suo compito.”
“Se c’è una taglia sulla mia testa, essi raddoppieranno i loro sforzi. Il mio
momento, credo, è alle porte; devo essere pronto ad affrontarlo.”
Con tali pensieri si incamminò verso
“Ehi, amico”, gridò una voce rude. “Non così velocemente! Chi sei e dove stai
andando?”
“Via”, gridò Marcello con il tono di comando di uno che è capo sopra altri
uomini; e si lasciò l’uomo alle spalle.
La folla rimase esterrefatta dal suo tono autoritario dalle maniere imperiali, ma
l’uomo che aveva parlato mostrò ancora più coraggio.
“Dicci chi sei, o di qui non passi.”
“Amico”, disse Marcello, “fatti da parte! Non sai chi sono io? Sono un
Pretoriano!”
Al solo nominare quella parola la folla si aprì e Marcello passò attraverso di
essa. Ma non aveva fatto più di cinque passi che una voce esclamò: “Fermatelo, è
il Cristiano Marcello!”
Un grido sorse dalla folla. Marcello non aveva bisogno di ulteriori parole.
Afferrando il suo carico, cominciò a correre verso il Tevere. L’intera folla lo
inseguì, ma Marcello era stato addestrato ad ogni tipo di sport e presto la
distanza tra lui e la folla aumentò notevolmente. Alla fine raggiunse il Tevere
e si diresse nella direzione opposta.
Gli inseguitori non lo inseguirono oltre.
CAPITOLO 10: L’ARRESTO
La prova della nostra fede produce pazienza. Onorio era
seduto nella cappella con alcune persone, tra cui Donna Cecilia. I raggi
flebili dell’unica lampada illuminavano insufficientemente la scena. Erano
silenziosi e tristi. Una profonda malinconia li aveva colti. Intorno a loro
c’era il rumore dei passi, delle voci e un confuso mormorio di
vita.
Improvvisamente udirono un passo veloce e Marcello entrò.
Gli occupanti della cappella si alzarono piangendo dalla gioia.
“Dov’è Pollio?”, gridò Cecilia agitata.
“Non l’ho visto! “, disse Marcello.
“Non l’hai visto?”, replicò Cecilia cadendo sulla sua sedia.
“Perchè, è in ritardo?”
“Doveva tornare sei ore fa ed io sono molto preoccupata.”
“Oh, non c’è pericolo”, disse Marcello sottovoce, “sa badare a sé stesso.”
Cercò di passare oltre con tono noncurante, ma il suo aspetto tradiva le sue
parole.
“Non c’è pericolo”, disse Cecilia, “sappiamo benissimo tutti che tipi di
pericoli ci sono. Non è mai stato così pericoloso come ora.”
“Cosa ti ha fatto tardare, Marcello? Avevamo cominciato a rassegnarci a non
vederti più.”
“Sono stato fermato vicino alla Via Alba”, disse Marcello.
“Ho preso il mio carico e sono corso verso il fiume. La
folla mi ha inseguito, ma sono riuscito a saltare nel fiume e attraversarlo. Ho
preso poi una via secondaria nella direzione opposta, dopodichè ho
riattraversato e sono arrivato qui sano e salvo.”
“Hai avuto una fuga difficile. C’è una taglia sulla tua testa.”
“L’avete saputo?”
“Sì e c’è di più. Abbiamo sentito del raddoppiamento degli sforzi che erano
stati fatti per colpirci. Stanno arrivando tempi difficili e noi dobbiamo
contare più che mai su colui che è il solo che può salvarci.”
“Noi possiamo confonderli”, disse Marcello speranzoso.
“Essi tengono d’occhio le nostre entrate principali”,
disse Onorio.
“Allora possiamo crearne delle altre. Le aperture sono innumerevoli.”
“Hanno offerto delle ricompense per tutti i fratelli responsabili.”
“E allora? Proteggeremo quei fratelli più attentamente che mai.”
“Le nostre ragioni di vita si stanno lentamente assottigliando.
“Ma
ci sono ancora molti cuori coraggiosi e fedeli come sempre. Chi ha paura di
rischiare la propria vita ora? Finché vivremo nelle Catacombe non finiranno mai
le provviste; Se siamo in grado di continuare le nostre fughe, aiuteremo i
nostri fratelli, se moriamo, riceveremo la corona del martirio.”
“Hai ragione, Marcello. La tua fede svergogna le mie paure. Come possono coloro
che vivono nelle Catacombe aver paura di morire? Sarà un buio momentaneo che
passerà subito. Ma in questo giorno abbiamo sentito troppe cose che hanno stressato
i nostri cuori e hanno riempito i nostri spiriti di spavento.
“Ahimé”, continuò Onorio, con una voce che assomigliava a un lamento. “Le
persone sono sparse e le assemblee lasciate desolate! Ma cinque mesi fa c’erano
cinquanta assemblee Cristiane in questa città dove la luce della verità
risplendeva e il suono di lodi e preghiere saliva al Dio Altissimo. Ora sono
state rivoltate, le persone disperse e portate via dalla vista dell’uomo.”
Egli fece una pausa, sopraffatto dall’emozione e poi con
un filo di voce ripeté le parole di lamento del Salmo 80:
“Signore, Dio degli eserciti, fino a quando
sarai irritato contro la preghiera del tuo popolo?
Tu li hai cibati di pane intriso di pianto
e li hai dissetati con lacrime in abbondanza.
Tu ci hai resi oggetto di contesa per i vicini
e i nostri nemici ridono di noi.
O Dio degli eserciti ristoraci, fa risplendere
il tuo volto e saremo salvi.
Portasti fuori dall’Egitto una vite; scacciasti
le nazioni per piantarla; Tu sgombrasti il terreno
ed essa mise radici e riempì la terra.
I monti furono coperti della sua ombra
e i suoi tralci furono come cedri altissimi.
Stese i suoi rami fino al mare e i suoi germogli
fino al fiume.
Perché hai rotto i suoi recinti e tutti i
passanti la spogliano?
Il cinghiale del bosco la devasta,
le bestie della campagna ne fanno il loro pascolo.
O Dio degli eserciti, ritorna; guarda dal
Cielo e vedi, e visita questa vigna;
proteggi quel che la tua destra ha piantato,
e il germoglio che hai fatto crescere
forte per te.
Essa è arsa dal fuoco, è recisa; il popolo
perisce alla minaccia del Tuo volto.”
“Tu sei triste, Onorio”, disse Marcello.
“Le sofferenze, è vero, stanno aumentando in mezzo a noi; ma possiamo essere
più che vincitori attraverso colui che ci ha amati. Cosa dice lui?”
“A colui che vincerà io darò da mangiare dell’albero della vita.”
Mentre Marcello pronunciava queste parole, il suo corpo si fece eretto, i suoi
occhi brillavano e il suo viso era colmo di entusiasmo. Le sue emozioni furono
trasmesse ai suoi compagni e mentre, una ad una queste gloriose promesse
arrivavano alle loro orecchie, dimenticarono per un po’ i loro dispiaceri
pensando alle future benedizioni.
“Marcello”, disse Onorio, “hai scacciato la mia oscurità con le tue parole;
dobbiamo essere superiori alle tribolazioni terrene. Venite, fratelli,
deponiamo le nostre preoccupazioni. Il più giovane nella fede ha svergognato la
nostra. Guardiamo alla gioia che ci è posta davanti perchè noi sappiamo che
anche se il nostro uomo esteriore si va disfando, il
nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno.”
“La morte è vicina”, continuò, “i nemici ci circondano e il cerchio si stringe.
Che la nostra morte sia degna del nome che portiamo.”
“Perchè questi sguardi cupi?”, disse Marcello. “E’ la morte più vicina di quanto
fosse prima? Non siamo al sicuro nelle Catacombe?”
“Non l’hai saputo, allora?”
“Cosa?”
“Della morte di Crisippo?”
“Crisippo! Morto! No! Come? Quando?”
“I soldati dell’Imperatore sono stati condotti giù nelle Catacombe da qualcuno
che conosceva la strada.”
“Sono arrivati fino alla stanza dove si stava tenendo il culto. Questo è
successo nelle Catacombe al di là del Tevere. I fratelli hanno dato l’allarme e
sono fuggiti. Ma il venerabile Crisippo, sia per la
sua vecchiaia, che per il desiderio di martirio, ha rifiutato di scappare. Si è
gettato in ginocchio e ha cominciato a pregare. Due fedeli attendenti sono
rimasti con lui. I soldati sono piombati nella stanza e, anche se Crisippo era in ginocchio, l’hanno colpito violentemente
alla testa. E caduto morto sul colpo e i suoi due attendenti sono stati
scannati di fianco a lui.”
“Sono andati a raggiungere il nobile esercito dei martiri. Sono stati fedeli
fino alla morte e riceveranno la corona della vita”, disse Marcello.
In quel momento furono interrotti da un improvviso tumulto. Istantaneamente
furono all’erta.
“I soldati”, esclamarono tutti.
Ma no, non erano i soldati. Era un Cristiano, un messaggero dal mondo di sopra.
Pallido e tremante, si gettò a terra e, agitando la sua mano, parlò quasi senza
respiro:
“Ahimé, ahimé!”
A Donna Cecilia la vista di quest’uomo fece uno strano effetto. Stava indietro
contro il muro tremando dalla testa ai piedi, le mani giunte, gli occhi che
guardavano intorno all’impazzata, le labbra che si muovevano come per voler
dire qualcosa, ma non usciva nessun suono.
“Parla, parla! Dicci tutto”, gridò Onorio.
“Pollio”, sussurrò il messaggero.
“Cosa gli è successo?”, chiese Marcello costernato.
“E’ stato arrestato, è in prigione.”
A quella comunicazione scoppiò un urlo che suonò pieno di paura. Veniva da Donna
Cecilia. In un attimo si era accasciata sul pavimento.
I presenti corsero a soccorrerla e la riportarono al suo alloggio. Lì cercarono
di rianimarla ed essa rinvenne, ma il colpo era stato così duro che le sembrava
di vivere in un sogno.
Nel
frattempo il messaggero aveva riacquistato le forze e raccontò tutto ciò che
sapeva.
“Pollio era con te? “, chiese Marcello.
“No, era solo.”
“Con
quale compito?”
“Quello di avere notizie fresche. Io ero al lato della strada un po’ più
indietro rispetto a lui. Stava tornando a casa. Abbiamo camminato fino a che
non abbiamo incontrato un gruppo di uomini. Con mia grande sorpresa, Pollio si era fermato a discutere. Non ho capito ciò che si
dicevano, ma ho visto i loro gesti e a distanza, ho visto che lo catturavano.
Non ho potuto fare niente. Mi sono tenuto a distanza di sicurezza ed ho
continuato ad osservarli. Nel giro di mezz’ora una truppa Pretoriana
era sul posto. Pollio fu loro consegnato e portato
via.
“Pretoriani?”, disse Marcello. “Conosci il capitano?”
“Sì, era Lucullo”.
“Bene”, disse Marcello e cadde in una profonda riflessione.
CAPITOLO 11: L’OFFERTA
Non c’è amore più
grande che quello di dare la vita per
i propri amici.
Era
sera nel campo Pretoriano. Lucullo era nella sua stanza illuminata da una
lampada che emanava una brillante luce tutt’intorno.
Improvvisamente qualcuno bussò alla porta ed egli si affrettò ad aprire. Un
uomo entrò ed avanzò silenziosamente al centro della stanza. Si liberò della
copertura dell’ampio mantello da cui era avvolto e affrontò Lucullo.
“Marcello”, gridò l’altro stupito, mentre si faceva avanti abbracciando il suo
visitatore pieno di gioia.
“Amico caro”, disse egli, “a quale felice opportunità devo questo incontro?
Stavo proprio pensando a te, cercando di immaginare quando ci saremmo incontrati
di nuovo.”
“Temo che i nostri incontri”, disse Marcello con tono triste, “ non saranno molto
frequenti ora. Sto facendo questo a rischio della mia vita.”
“Vero”, disse Lucullo, partecipando alla sua tristezza.
“Tu sei ricercato e c’è una taglia sulla tua testa. Eppure, eccoti qui, salvo
come in quei giorni felici prima che questa pazzia ti intrappolasse. O
Marcello, perchè non puoi tornare indietro?”
“Non posso cambiare la mia natura e nemmeno ciò che è stato fatto. Ancora di
più, Lucullo, anche se può apparirti difficile da comprendere, non sono mai
stato così felice.”
“Felice”, gridò l’altro profondamente sorpreso.
“Sì, Lucullo, anche se afflitto, non sono atterrato; anche se perseguitato, non
sono disperato.
“La persecuzione dell’Imperatore non è materia di poco conto.”
“Lo so molto bene. Vedo i fratelli cadere a causa d’essa ogni giorno. Ogni
giorno il cerchio che mi circonda si assottiglia. Compagni vanno su alla città,
ma sono portati indietro morti per essere depositati nelle proprie tombe.”
“E
ancora dici che sei felice?”
“Si, Lucullo, ho una pace di cui il mondo non è a conoscenza; una pace
che viene dall‘alto, che supera ogni comprensione.”
“So Marcello, che sei troppo coraggioso per aver paura della morte, ma non
avrei mai immaginato che tu potessi avere quella forza per sopportare così
tranquillamente tutto ciò che presto dovrai soffrire. Il tuo coraggio è
soprannaturale, o piuttosto è il
coraggio dei pazzi.”
“Viene dall’alto. Lucullo. Il mio Signore Gesù Cristo per me è più di tutte le
ricchezze e l’onore del mondo. Un tempo ero incapace di provare una cosa del
genere, ma ora le cose vecchie sono passate e tutto è diventato nuovo.
Sostenuto da questa nuova forza, posso sopportare tutto il male che mi può
venire contro. Non mi aspetto altro che sofferenze e so che morirò con agonia;
eppure il pensiero non supera la forte fede che ho dentro di me.”
“Mi fa male”, disse Lucullo tristemente “vederti così determinato. Se vedessi
un minimo segno di titubanza in te, spererei che il tempo potesse cambiare o
modificare i tuoi sentimenti. Ma sembri veramente determinato nel tuo nuovo
cammino.
“Che Dio mi conceda di essere fedele fino alla fine!”, disse Marcello con tono
sicuro.
“Ma non è dei miei sentimenti che sono venuto a parlare. Vengo, Lucullo, per
chiedere il tuo aiuto, per richiamare la tua simpatia. Tu una volta mi
promettesti di mostrarmi la tua amicizia se ne avessi avuto bisogno. Ora vengo
a reclamare questa promessa.”
“Tutto ciò che è in mio potere è già tuo, Marcello. Dimmi ciò che
vuoi.”
‘Tu hai un prigioniero.”
“Sì, ne ho molti.”
“Questo
è un ragazzino.”
“Credo che i miei uomini abbiano catturato un ragazzo poco tempo fa.”
“Questo giovane è troppo
insignificante per essere catturato. Inoltre, non è ancora sotto l’ira dell’Imperatore,
è ancora in tuo potere. Io vengo, Lucullo, per implorare la sua liberazione.”
“Ahimé Marcello, cosa mi stai chiedendo? Hai dimenticato la disciplina
dell’esercito Romano, o il giuramento militare? Non sai che se facessi questo,
violerei quel giuramento e sarei un traditore? Se tu mi chiedessi di cadere
sulla mia spada, lo farei molto più prontamente di questo.”
“Non ho dimenticato il giuramento militare e nemmeno la disciplina del campo,
Lucullo. Io penso che questo ragazzo, essendo poco più che un bambino può non
essere considerato un prigioniero. L’ordine dell’Imperatore si estende anche ai
bambini?”
”Non ha fatto distinzione d’età. Non hai visto anche tu bambini e giovani come
questo soffrire la morte nel Colosseo?”
“Ahimé, l’ho visto”, disse Marcello, mentre i suoi pensieri tornavano a quelle
ragazze il cui canto di morte una volta aveva colpito in modo così doloroso e
dolce insieme il suo cuore. “Allora, anche questo ragazzo deve soffrite?”
“Sì”, disse
Lucullo, “a meno che abiuri il Cristianesimo.”
“Non lo farà mai.”
“Allora andrà incontro al suo destino. La legge dice questo, non io, Marcello.
lo sono solo uno strumento, non darmene la colpa.”
“Non ti condanno. So bene quanto tu sia ubbidiente. Permettimi allora di farti
un’altra proposta. Liberare i prigionieri non è permesso, ma uno scambio di
prigionieri è legale.”
“Sì.”
“Se ti dicessi di un prigioniero molto più importante di
quel ragazzo, lo scambieresti, non è vero?” Ma tu non hai preso nessuno di noi
prigioniero!”
“No, ma abbiamo potere sopra i nostri. E c’è qualcuno fra di noi per cui
l’imperatore ha posto una enorme ricompensa. Per la cattura di quest’ultimo,
dovrebbero essere restituiti almeno un centinaio di ragazzi.”
“E’ quindi normale tra i Cristiani tradirsi l’un l’altro?”
“Impossibile.”
“E’ così in questo caso.”
“Ma chi si offrirebbe?”
“Io, Marcello!”
A questa sconvolgente dichiarazione Lucullo indietreggiò.
“Tu”, gridò.
“Sì, io.”
“Tu stai farneticando. E’ impossibile!”
“Sono serio. E’ per questo che ho esposto la mia vita per venire da te. Ho
mostrato l’interesse che ho per lui correndo questo grande rischio. Ti
spiegherò!”
“Questo ragazzo, Pollio, è l’ultimo di un’antica
famiglia Romana. E’ l’unico figlio di sua madre. Suo padre morì in battaglia.
Appartiene alla famiglia dei Servili.”
“I Servili. Allora, sua madre è Donna Cecilia.”
“Sì, si è rifugiata nelle Catacombe. La sua intera vita e il suo amore sono
attaccati a questo ragazzo. Ogni giorno gli permette di andare in città,
un’avventura pericolosa e durante la sua assenza. Lei sta in gran pena. Nello
stesso tempo, ha paura a tenerlo sempre chiuso là a causa dell’aria viziata che
può essere fatale per la sua vita. Così lo espone a quello che lei pensa sia il
pericolo minore. Questo è il ragazzo che voi tenete prigioniero. Sua madre l’ha
saputo e ora, sta lottando tra la vita e la morte. Se distruggete lui, morirà
anche lei e una delle più nobili e pure famiglie di Roma non esisterà più.”
“Per questa ragione, vengo a offrire me stesso in cambio. Chi sono io? Sono solo al mondo,
nessuna vita è legata alla mia. Nessuno dipende da me per il presente, nè per il futuro, Non ho paura della morte. Può essere
adesso come in qualsiasi altro momento. Verrà prima o poi e io preferisco
donare la mia vita per un amico, piuttosto che morire inutilmente.”
“Per questa ragione, Lucullo, ti imploro, per i sacri legami dell’amicizia, per
la tua pietà, per la promessa fattami, dammi il tuo aiuto ora e prendi la mia
vita in cambio della sua.”
Lucullo si alzò e cominciò a camminare per la stanza con grande agitazione.
“Perchè, Marcello”, gridò, “mi tratti in modo così terribile?”
“La mia proposta è facile da accettare.”
“Tu dimentichi quanto la tua vita sia preziosa per me.”
“Ma penso a quel ragazzo.”
“Mi dispiace terribilmente per lui, ma pensi che possa ricevere la tua vita
come ammenda?”
“La mia vita è già persa e prima o poi sarò catturato. Ti prego di farlo
intanto che posso essere di qualche aiuto.”
“Tu non morirai fino a che ci sarò io a impedirlo. La tua vita non è ancora
persa. Per gli dei immortali, passerà molto tempo prima che prenda il tuo posto
nell’arena.”
“Nessuno mi potrà salvare una volta preso. Tu potrai provare a fare del tuo meglio,
ma cosa potrai fare per qualcuno su cui è caduta l’ira dell’Imperatore?”
“Posso fare molto per sviarli. Tu non sai quanto io possa fare. Ma anche se non
potessi fare niente, non voglio ascoltare questa proposta ora.”
“Se andassi dall’Imperatore in persona, lui ascolterebbe la mia richiesta?”
“Egli ti prenderebbe prigioniero e vi metterebbe a morte entrambi.”
“Potrei mandare un messaggero con la mia proposta.”
“Il messaggio non gli arriverebbe mai, o almeno non in tempo.”
“Non c’è quindi speranza?” disse Marcello con tono triste.
“Nessuna.”
“E tu assolutamente rifiuti di attuare le mie richieste?”
“Ahimé, Marcello, come posso rendermi colpevole della morte di un amico? Tu non
hai pietà di me. Perdonami se rifiuto una così irragionevole proposta.”
“La volontà di Dio sarà fatta”, disse Marcello. “Devo tornare indietro. Ahimé,
come posso portare con me questo messaggio di disperazione?”
I due amici si abbracciarono in silenzio e Marcello partì, lasciando Lucullo
sopraffatto dallo stupore per questa richiesta.
Marcello tornò alle Catacombe sano e salvo. I fratelli lì che sapevano di
questa sua uscita, lo accolsero pieni di gioia. Donna Cecilia stava ancora
estraniata dal mondo, solamente conscia in parte degli eventi che la
circondavano. A volte la mente vagava e nel suo delirio, parlava di avvenimenti
felici della sua giovinezza. Ma la vita che aveva condotto nelle Catacombe,
l’alternanza di paura e speranza, gioia e dispiacere, l’ansietà sempre presente
e l’aria opprimente del posto stesso, aveva sopraffatto sia la mente che il
corpo. La sua delicata natura si era abissata davanti
alla furia della situazione e quest’ultima pesante notizia aveva completato la
prostrazione. Non riusciva a riprendersi dai suoi effetti.
Quella notte si presero cura di lei. Ogni ora diventava più debole e
lentamente, ma inesorabilmente, la vita se ne stava andando, Al punto in cui
era arrivata, nemmeno il ristoro di suo figlio l’avrebbe salvata.
Ma anche se i pensieri terreni l’avevano lasciata e i sentimenti si erano
indeboliti, la passione di quegli anni vissuti, non aveva diminuito la sua potenza.
Le sue labbra ancora mormoravano le sacre parole che per così a lungo erano
state il suo sostegno e la sua consolazione. il nome del suo caro ragazzo
usciva dalle sue labbra e il presente pericolo era dimenticato; ma era il
benedetto nome di Gesù che veniva pronunciato con il più profondo fervore.
Dopo poco venne la fine, iniziò con un lungo momento di immobilità, gli occhi
spalancati, un rossore passò sul suo viso pallido ed emaciato ed ella ebbe un
ultimo grido:
“Vieni, Signore Gesù.” Con pianti, la vita se ne andò e il puro spirito di
Donna Cecilia ritornò a Dio che glielo aveva donato.
CAPITOLO 12:
LA PROVA Dl POLLIO
Dalla bocca dei fanciulli
e dei lattanti Tu hai tratto una forza.
La grande stanza si
trovava in un edificio non lontano dal Palazzo imperiale. il pavimento era di
marmo pulito e le colonne di porfido erano sostenute da una cupola rivestita.
Un altare con la statua di un dio era alla fine dell’appartamento. Dei
magistrati nelle loro tuniche occupavano le poltrone dalla parte opposta. Di
fronte a loro c’erano alcuni soldati che facevano la guardia a un prigioniero.
Il prigioniero era il giovane Pollo.
Il suo viso era pallido, ma il suo portamento era eretto e fermo. La
rimarcabile intelligenza che lo aveva sempre caratterizzato, non lo aveva
lasciato. I suoi occhi attenti catturavano ogni cosa. Egli sapeva dell’inevitabile
destino che lo aspettava. Eppure non c’era traccia di paura o indecisione in
lui. Egli sapeva che i soli legami che lo trattenevano sulla terra erano stati
staccati. Quella mattina presto la notizia della morte di sua madre l’aveva
raggiunto. Gli era stata portata da un uomo che pensava che la conoscenza di
questo, l’avrebbe fortificato nell’essere risoluto. Quell’uomo era Marcello. La
gentilezza di Lucullo gli aveva fatto ottenere un colloquio. Il suo giudizio fu
corretto. Mentre sua madre era in vita, il pensiero di lei, avrebbe indebolito
la sua risolutezza; ora che era morta, anch’egli era desideroso di partire.
Nella sua semplice fede credeva che
la morte l’avrebbe riunito alla cara madre che amava così profondamente. Con
questi sentimenti affrontò il giudizio.
“Chi sei?”
“Marco Servilio Pollio.”
“Quanti anni hai?”
“Tredici.”
Alla menzione del suo nome un mormorio di compassione si alzò in mezzo
all’assemblea, perché quel nome era ben conosciuto a Roma.
“Sei incolpato del crimine di essere un Cristiano. Che cosa hai da dire?”
“Non sono colpevole di alcun crimine”, disse il ragazzo.
“Sono un Cristiano e sono contento di avere la possibilità di confessarlo davanti
agli uomini.”
“E’ come tutti gli altri”, disse uno dei giudici. Hanno tutti la stessa
formula.”
“Conosci la natura del tuo crimine?”
“Non sono colpevole di alcun crimine”, ripeté Pollio.
“La mia fede mi insegna ad avere timore di Dio ed onorare l’Imperatore. Ho ubbidito
a tutte le leggi e non son un traditore.”
“Sono un Cristiano, ma non un traditore.”
“La legge dello Statuto impedisce di essere un Cristiano, pena la morte. Se tu
sei un Cristiano, devi morire.”
“Sono un Cristiano”, ripeté Pollio fermamente.
“Allora devi morire.”
“Sia così.”
“Ragazzo, sai cosa vuol dire affrontare la morte.”
“Ho visto molto della morte negli ultimi mesi. Ho sempre desiderato di deporre
la mia vita per il Signore quando il mio turno fosse arrivato.”
“Ragazzo,
tu sei giovane. Abbiamo pietà della tua tenera età e della tua inesperienza.
Sei stato addestrato in modo così peculiare che sei scarsamente responsabile
della tua presente follia. A causa di questo, siamo disposti a darti un’altra
possibilità. Questa religione che ti ha infatuato è una follia. Tu credi che un
povero giudeo, che fu giustiziato duecento anni fa, è un Dio. Può qualcosa
essere più assurdo di questo? La nostra religione è la religione di Stato. E’
sufficiente per soddisfare le menti dei giovani e dei vecchi, ignoranti ed
istruiti. Lascia le tue pazze superstizioni e torna alla nostra più saggia e
vecchia religione.”
“Non posso.”
“Tu sei l’ultimo di una nobile famiglia. Lo Stato riconosce la dignità e la
nobiltà dei Servili. I tuoi antenati vivevano nell’agio e nel potere. Tu sei un
povero miserabile ragazzino e per di più prigioniero. Sii saggio, Pollio. Pensa alla gloria di chi ti ha preceduto e butta da
una parte il miserabile ostacolo che ti porta lontano dalla loro illustre
fama”.
“Non posso.”
“Hai vissuto un’esistenza miserabile. Il più povero mendicante di Roma stava
meglio di te. Il suo cibo è ottenuto con meno sforzo e meno umiliazione. Il suo
riparo è alla luce del giorno. Al di là di tutto è salvo, la sua vita gli
appartiene. Non ha bisogno di vivere nella paura della giustizia romana. Ma tu
hai dovuto condurre un’esistenza miserabile, nel bisogno, nel pericolo e nelle
tenebre. Cosa ti ha dato la tua esaltante religione? Che cosa ha fatto per te
questo giudeo divinizzato? Niente! Peggio di niente! Lascia, quindi, torna sui
tuoi passi. Benessere, conforto, amici, onore dello Stato e il favore
dell’Imperatore saranno tuoi.”
”Non posso.”
“Tuo padre fu una persona leale e un soldato coraggioso. Morì in battaglia per
il suo paese. Ti lasciò che eri solo un bambino, erede di tutti i suoi errori e
l’ultimo successore della sua casa. Poco sapeva dell’influenza che ti
circondava per condurti lontano. La mente di tua madre, indebolita dai
dispiaceri, circondata da insidiosi stratagemmi, di falsi insegnanti, ti ha
portato, per ignoranza, alla rovina. Il tuo nobile padre è vissuto perchè tu
potessi ora essere la speranza della sua linea genealogica; tua madre avrebbe
anch’ella seguito la fede dei suoi illustri antenati. Dai un valore alla memoria
di tuo padre? Non ti richiama ai tuoi doveri filiali? Pensi che non sia peccato
portare disonore all’orgoglioso nome che porti e buttare così scioccamente
infamia sull’illustre fama tramandatati dai tuoi padri? Manda via questa
delusione che ti acceca. Per la memoria di tuo padre, per l’onore della tua
famiglia, lascia la tua strada.”
“Non ho portato loro disonore. La mia fede è pura e santa. Posso morire, ma non
posso essere falso con il mio Salvatore.”
“Vedi che siamo misericordiosi con te. Il tuo nome e la tua inesperienza
provoca in noi pietà. Se fossi un comune prigioniero, ti offriremmo in poche
parole la scelta fra la ritrattazione o la morte. Ma vogliamo ragionare con te,
perchè non desideriamo vedere una nobile famiglia estinguersi per l’ignoranza e
l’ostinatezza di un erede degenerato.”
“Vi ringrazio per la vostra considerazione”, disse Pollio.
“Ma le vostre motivazioni non hanno alcun peso per me, per me ciò che conta
sono le affermazioni del mio Signore.
“Ragazzo sconsiderato! C’è qualcosa di molto più potente che ti spaventerà:
l’ira dell’Imperatore è terribile.”
“Eppure ancora più terribile è l’ira dell’Agnello.”
“Tu parli un linguaggio incomprensibile. Cos’è
l’ira dell’Agnello? Tu non sai cosa ti aspetta,”
“I miei compagni e amici hanno già sopportato tutto quello che voi potete
infliggere. Io spero di poter avere una tale forza.”
“Puoi sopportare il terrore dell’arena?”
“Spero di avere più di una forza mortale.”
“Puoi affrontare i leoni selvaggi e le tigri che balzeranno su dite?”
“Colui nel quale confido non mi lascerà solo nel momento del bisogno.”
“Hai così fiducia?”
“Confido in colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me.”
“Hai pensato alla morte sul rogo? Sei pronto ad affrontare le fiamme?”
“Ahimé, se dovrò sopportarle, non indietreggerò. Il peggio finirà presto e poi sarò
per sempre con il Signore.”
“Fanatismo e superstizione hanno preso il completo possesso della tua vita. Tu
non sai cosa ti aspetta. E’ facile affrontare le minacce ed è facile usare
parole per fare professioni di coraggio. Ma come sarà, quando ti si presenterà
la crudele realtà?”
“Guarderò a colui che mai abbandona i suoi nel momento del bisogno.”
“Egli non ha fatto niente per te!”
”Lui ha fatto tutto per me. Ha dato la propria vita perchè io potessi vivere.
Attraverso di lui ho ricevuto una vita più nobile di quella che voi mi volete
togliere.”
“Questo è uno dei tuoi soliti sogni. Come
può essere possibile che un miserabile giudeo possa fare questo?”
“Egli è la pienezza della Deità. Dio manifestato in carne. Egli soffrì la morte
nel corpo, così che noi potessimo ricevere vita nell
‘anima.”
“Non c’è niente che possa aprire
i tuoi occhi? Non è abbastanza che il tuo pazzo credo ti abbia portato una tale miseria e dolore? Vuoi andare ancora
avanti? Quando vedrai che la morte è inevitabile, non ti allontanerai dai tuoi
errori?”
“Lui mi dà la forza di superare la morte; io non ho paura. Guardo alla morte
stessa come un cambio da questa vita di dispiaceri ad una immortalità di
beatitudini. Se muoio a causa delle bestie feroci o delle fiamme, è lo stesso.
Egli mi renderà capace di continuare fedelmente. Egli mi sosterrà e condurrà il
mio spirito ad una vita immortale in Cielo. La morte di cui mi parlate non mi
incute terrore; ma la vita a cui mi invitate è più terribile per me che un
migliaio di morti.”
“Per l’ultima volta ti diamo
un’opportunità. Insensato ragazzo, fermati per un momento nella tua pazza corsa
verso la follia. Dimentica per un istante gli insani consigli dei tuoi fanatici
insegnanti. Pensa a tutto quello che ti è stato detto. C’è la vita davanti a
te; una vita piena di gioia e di piaceri; una vita ricca di ogni benedizione.
Onore, amici, benessere, potere, tutto è tuo. Un nome nobile, l’eredità della
tua famiglia ti aspettano. Sono tutte tue. Per guadagnarle non devi fare altro
che prendere questo calice e portare la tua libazione
sull’altare degli dei, Prendilo! E’ un semplice atto; fallo velocemente. Salva
te stesso dalla morte.”
Tutti gli occhi erano fissi su Pollio durante
quest’ultima offerta. Lo stupore aveva riempito le menti degli spettatori nel
trovarlo così irremovibile.
Ma anche quest’ultimo appello non ebbe effetto. Pallido, ma risoluto, Pollio spinse via il calice offertogli.
“Non sarò mai falso verso il mio Signore”.
A queste parole ci fu un momento di pausa.
Poi il capo dei magistrati parlò.
“Tu hai segnato la tua propria condanna. Andiamocene!”, continuò,
indirizzandosi ai soldati.
CAPITOLO
13: LA MORTE DI POLLIO
«Sii fedele fino alla
fine ed io ti darò la corona della vita”
La sentenza di Pollio fu rapida e definitiva. Il
giorno seguente ci sarebbe stato uno spettacolo al Colosseo. Gli alti terrazzi
erano affollati di Romani assetati di sangue e si verificò la solita,
impressionante successione di orrori che è stata precedentemente descritta.
I gladiatori si batterono di nuovo uccidendosi l’un l’altro, singolarmente e in
massa. C’era ogni tipo di combattimento conosciuto nell’arena e coloro che
provocavano più morti, erano sicuri di trovare il favore della platea.
Come sempre erano presentate scene di sangue e agonia; il campione del giorno
riceveva le congratulazioni dei volubili spettatori. Di nuovo l’uomo lottava
contro un altro uomo, o vinceva in un combattimento con una tigre. Ancora il
gladiatore ferito guardava disperatamente in alto cercando misericordia, ma
vedeva solo il segnale di morte attraverso il pollice voltato in giù degli
spettatori senza cuore.
L’insaziabile appetito richiedeva ora un maggior numero di massacri. Il
combattimento tra uomini di uguali capacità, per quel giorno aveva perso la sua
attrattiva. Era risaputo che i Cristiani
venivano tenuti per la conclusione dello spettacolo e la loro apparizione era
attesa con ansia.
Lucullo si trovava fra le guardie vicino al trono dell’Imperatore. Le sua
fronte era aggrottata e la gaiezza di un tempo se ne era andata.
Più in alto, fra le sedie, dietro di lui, c’era qualcuno pallido in volto che
era concentrato e fissava l’arena. C’era un’espressione di profonda ansia su
quella faccia che la rendeva diversa da quella di tutti gli altri.
In quel momento si sentì il rumore delle sbarre che si alzavano e una tigre
piombò nell’arena. Innalzando il suo capo cominciò a guardare con occhi malvagi
la vasta assemblea di esseri umani lì riuniti.
Presto si innalzò un forte mormorio. Un ragazzo era stato gettato nell’arena.
Era pallido, magro e la sua esile figura era niente di fronte all’enorme massa
della bestia furiosa. Come se non bastasse, per deriderlo maggiormente era
stato vestito da gladiatore.
Eppure, a dispetto della sua giovinezza e della sua debolezza, non c’era niente
nel suo viso o nelle sue maniere che
tradisse paura. Il suo sguardo era calmo e astratto. Si mosse tranquillamente
al centro dell’arena e lì, davanti a tutti, unì le sue mani e alzando i suoi
occhi, cominciò a pregare.
Nel frattempo la tigre continuava a muoversi intorno. Aveva visto il ragazzo, ma la sua vista non aveva
provocato nessuna reazione.
Buttava lo sguardo verso il muro e di tanto in tanto, lanciava un feroce
ruggito.
L’uomo con la faccia rattristata, intanto, guardava con tutta l’anima assorta
in contemplazione.
Sembrava non ci fosse nessun desiderio da parte della tigre di attaccare il
ragazzo, che continuava a pregare.
La moltitudine era diventata impaziente. I mormorii crescevano e le persone lanciavano
grida per provocare la tigre in modo che attaccasse.
Ma in quel momento, nel bel mezzo del tumulto, si udì il suono di una voce
profonda e terribile:
“Fino a quando aspetterai, o Signore santo
e veritiero,
per fare giustizia e vendicare il nostro
sangue
su quelli che abitano sopra la terra?”
Seguì
un profondo silenzio. Ognuno, colto di sorpresa, guardò il proprio vicino.
Ma il silenzio fu presto rotto dalla stessa voce, che echeggiò con terrificante
enfasi:
“Ecco, Egli viene con le nuvole e ogni
occhio lo vedrà;
lo vedranno anche quelli che lo trafissero e
tutte le tribù della
terra faranno lamenti per lui. Sì, amen”.
“Sei giusto, Tu che sei e che eri, Tu, il santo
per aver così giudicato.
Essi infatti hanno versato il sangue dei santi
e dei profeti
e Tu hai dato loro sangue da bere; è quello
che meritano.
E udii dall’altare una voce che diceva:” Sì,
o Signore,
Dio onnipotente, veritieri e giusti sono i tuoi
giudizi”.
In quel momento i mormorii, i pianti e le grida passarono in
second’ordine. Presto la causa di tale disturbo
divenne nota.
”E’ un maledetto Cristiano.” – “E’ il fanatico Cinna!”
– “E’ stato rinchiuso per quattro giorni
senza cibo.” - “Portatelo fuori.”
“Lanciatelo alle tigri!”
Le grida e le esacrazioni sorsero fino a diventare un
unico, vasto ruggito. La tigre girava intorno con frenesia. I guardiani delle
belve all’interno udirono le parole della moltitudine e si affrettarono ad
ubbidire.
Presto le grate si apersero. Spaventosamente emaciato e orribilmente pallido,
egli venne fuori con passo tremolante. I suoi occhi bramavano cose non terrene,
le sue gote erano infiammate, i suoi capelli e la lunga barba erano tutti
arruffati.
La tigre lo vide e si avvicinò a lui piano piano.
Arrivata ad una breve distanza la belva furiosa si accovacciò. Il giovane si
buttò sulle ginocchia guardando, ma Cinna non vide la
tigre. Egli aveva fissato i suoi occhi sulla folla e ondeggiando il suo
braccio, gridava con lo stesso tono di minaccia:
“Ahimé, ahimé, ahimé, abitanti della terra!”
La sua voce fu strozzata nel sangue. Ci fu un balzo, una caduta e poi più
nulla.
Ora la tigre si stava rivolgendo verso il ragazzo. La sua sete di sangue era al
massimo; con la chioma ruvida, occhi infiammati era pronta ad affrontare la sua
preda.
Il ragazzo si rese conto che la fine stava per arrivare e ancora cadde sulle
sue ginocchia. La folla era in silenzio e aspettava con profonda eccitazione la
nuova scena di sangue. L’uomo che stava seguendo così attentamente, si alzò in
piedi, guardando la scena sotto di lui. Alte grida che crescevano continuamente
arrivarono da dietro di lui. “Giù, giù, siediti! Ci stai oscurando la visuale!”
Ma l’uomo non sentì o forse di proposito non fece caso alle urla. Alla fine la
folla era diventata così rumorosa che gli ufficiali di sotto si girarono per
vederne la causa.
Lucullo era uno di loro. Voltandosi vide l’intera scena e divenne pallido come
un morto.
“Marcello!“, gridò. Per un momento barcollò, ma poi scappò dal luogo di
disturbo.
Ora un profondo mormorio si alzò dalla moltitudine. La tigre, che aveva girato
e girato intorno al ragazzo cercando di farlo agitare con la sua grande furia,
si era accovacciata pronta per un balzo.
Il ragazzo si alzò. Sul suo viso c’era un’espressione serafica, i suoi occhi erano pieni di entusiasmo.
Non vedeva più l’arena, i muri circostanti, l’estensione delle sedie con le
innumerevoli facce; non vedeva più gli sguardi spietati dei crudeli spettatori, o la gigantesca forma del
suo selvaggio nemico.
Il suo spirito elevato sembrava entrare già attraverso i cancelli d’oro della Nuova Gerusalemme e la gloria
ineffabile del pieno giorno del Cielo scintillava sul suo sguardo.
“Madre, sto per raggiungerti! Signore Gesù, ricevi il mio Spirito!”
Le sue parole suonarono chiare e dolci alle orecchie della moltitudine. Quando
esse terminarono, la tigre balzò. Il momento successivo non ci fu altro che una
massa seminascosta nella nuvola di polvere.
Il dramma finì. La tigre si ritirò, il terreno era rosso di sangue, e lì
giaceva la forma del coraggioso, nobile Pollio.
Poi, tra il silenzio che seguì, venne un grido che suonò come una tromba e
scosse tutti i presenti:
“O morte, dov’è il tuo dardo? O tomba, dov’è la tua vittoria Grazie sia a Dio che ci dà la vittoria
attraverso il nostro Signore Gesù Cristo.”
Un migliaio di uomini sorsero con una simultanea rabbia e indignazione. Diecimila
mani erano tese verso il coraggioso intruso.
“Un Cristiano - “Un Cristiano!“ - “Al rogo.” - “Gettatelo alla tigre!” -
“Buttatelo nell’arena!”
Tali erano le urla che attrassero l’attenzione. Lucullo raggiunse Marcello
giusto in tempo per salvarlo da una folla di Romani inferociti che volevano
farlo a pezzi. La tigre sotto non era mai stata così furiosa e assetata di
sangue. Lucullo saltò in mezzo a loro, spingendoli a destra e sinistra come un
domatore tra le belve.
Sopraffatti dalla sua autorità, si
fecero indietro e i soldati si avvicinarono.
Lucullo affidò loro Marcello e condusse la compagnia fuori dall’anfiteatro.
Fuori, lui stesso si prese la responsabilità del prigioniero. I soldati li
seguirono.
“Ahimé, Marcello! Pensi che sia stato saggio gettare la tua vita in quel modo?”
“Ho parlato sotto l’impulso del momento. Quel caro ragazzo che amavo è morto
sotto i miei occhi! Non ho potuto trattenermi, eppure non me ne pento. Anch’io
sono pronto a deporre la mia vita per il mio Re e mio Dio.”
“Non posso questionare con te! Tu vai al di là di ogni ragionamento.”
“Non volevo tradire me stesso, ma dal momento che l’ho fatto, sono contento.
Anzi, sono contento, e gioisco del fatto che questa è la mia opportunità per
soffrire per il mio Redentore.”
“Ahimé, amico mio! Non tieni in nessun conto la tua vita?”
“Io amo il mio Salvatore più della mia stessa vita.”
“Vedi, Marcello, la strada davanti a te è aperta. Puoi correre velocemente.
Corri e sarai salvo.”
Lucullo gli sussurrò queste parole frettolosamente. I soldati si trovavano ad
una ventina di passi lontano da loro. L’opportunità di scappare era a suo
favore.
Marcello strinse la mano del suo amico.
“No, Lucullo. Non voglio
guadagnare la mia vita a scapito del tuo
disonore. Io amo il cuore tenero
che ha pronunciato queste parole, ma non dovrai affrontare delle difficoltà a
causa della tua amicizia con me.”
Lucullo lo fissò e si allontanò in silenzio.
CAPITOLO
14: LA TENTAZIONE
Tutte queste cose ti darò,
se tu ti prostri e mi adori
Quella notte Lucullo rimase nella cella con il suo amico. Cercò ogni
possibile argomento per scrollare la sua risolutezza. Si appellò ad ogni motivo
che comunemente influenza gli uomini. Non lasciò nulla di intentato. Tutto fu
invano, la fede di Marcello era troppo ferma. Essa era fondata sulla Rocca dei
Tempi e né la tempesta più violenta, o la tenera influenza di un’amicizia,
potevano indebolire la sua determinazione.
“No”, disse egli, “la mia scelta è fatta. Io devo seguire ciò che sta di fronte
a me. Ho soppesato tutte le conseguenze delle mie azioni, ma a dispetto di
tutto, continuerà come ho iniziato.”
“Ti sto chiedendo solo una piccola cosa”, disse Lucullo. “Non voglio che tu
rinunci alla tua religione per sempre, ma solo per il momento. Sta sorgendo una
terribile persecuzione e davanti alla sua furia tutti devono cadere, siano essi
giovani o vecchi, alti o bassi. Tu hai visto che non c’è alcun rispetto per la
classe o l’età. Pollio sarebbe stato salvato se fosse
stato possibile; c’era una grande simpatia nei suoi confronti. Era giovane e
difficilmente incolpabile dei suoi errori; era anche nobile, l’ultimo di
un’antica famiglia. Ma la legge è inesorabile ed egli ha sofferto la sua pena.
Anche Cinna, poteva essere risparmiato. Non era nè più nè meno che un pazzo, ma è
così forte lo zelo contro i Cristiani che anche la sua evidente pazzia non gli
ha dato sicurezza.”
“Lo so bene. Il Principe delle tenebre si scaglia contro la Chiesa di Dio, ma
essa è fondata sulla Roccia e i cancelli dell’inferno non possono prevalere
contro di lei. Non ho forse visto gli onesti, i puri, i nobili, i santi e gli innocenti soffrire tutti
nello stesso modo? Pensi che non sappia che non c’è misericordia per i
Cristiani? Lo sapevo già da molto tempo. Sono stato sempre preparato alle
conseguenze fin dal momento che ho accettato Gesù Cristo come mio Signore e
Salvatore.”
“Ascoltami, Marcello. Ho detto di averti chiesto una piccola cosa. Non hai
bisogno di rinunciare a questa religione che ti ha chiesto un prezzo così alto
da pagare. Tienitela, se deve essere così, ma riconosci le circostanze intanto
che le acque sono ancora calme. Accetta il consiglio di un uomo saggio, non di
un fanatico.”
“Che cosa intendi dire?”
“Questo. Nel giro di pochi anni avverrà un cambiamento. Anche la persecuzione
diminuirà, o avverrà una reazione, o forse l’Imperatore morirà e altri
governanti con sentimenti diversi sorgeranno. Ci sarà così sicurezza per i
Cristiani. Allora le persone che ora sono afflitte, potranno uscire dai loro
posti nascosti, tornare alla loro vecchia occupazione e recuperare dignità e
benessere. Ricordati questo. Non buttare così la tua vita che può servire allo
Stato e rendere felice te stesso. Pensa un po’ a te stesso, guarda alla tua
vita. Lascia da parte la tua religione solo per un po’, e ritorna a quella di
Stato. Sarà solo per un tempo. Così puoi scampare il presente pericolo e quando
tempi migliori arriveranno, tornare ad essere di nuovo un Cristiano.”
“Questo è impossibile, Lucullo. E’ qualcosa che la mia anima aborrisce. Come
potrei essere ipocrita? Se tu sapessi
cosa è avvenuto in me, non mi chiederesti di abiurare il mio Dio e rinunciare
alla mia anima immortale. E’ meglio morire una volta fra le torture più severe
che possono essere inflitte.”
“Tu stai prendendo una via così estrema, che non so più come salvarti. Non è
abiurare, è strategia; non è ipocrisia, ma saggezza.”
“Dio mi proibisce di fare tali cose e peccati contro di lui.”
“Guarda al di là di questo. Non ne beneficerai tu solo, ma anche gli altri. I
Cristiani che ami saranno assistiti da te molto di più di quanto lo siano ora.
Nella loro situazione presente tu sai bene che sono incapaci di vivere della
simpatia e assistenza di coloro che professano la religione di Stato, ma nel
segreto essi preferiscono la religione dei Cristiani. Chiameresti questi uomini
ipocriti e spergiuri? Non sono piuttosto benefattori e amici?”
“Questi uomini non hanno mai conosciuto la fede e la speranza dei Cristiani che
io ho. Non hanno mai conosciuto la nuova nascita, la nuova natura divina, la
stabile presenza dello Spirito Santo, la comunione con il Figlio del Dio
vivente, come io ora conosco. Non hanno conosciuto l’amore di Dio che esplode
nel cuore per dar loro nuovi sentimenti, speranze e desideri. Per loro simpatizzare
per i Cristiani e aiutarli è una cosa buona; ma il Cristiano che è vile a
sufficienza per abiurare la sua fede e negare il Salvatore che lo ha redento,
non potrebbe mai avere abbastanza generosità nella sua anima traditrice per assistere
i suoi fratelli abbandonati.”
“Quindi, Marcello, ho un’ultima offerta da farti e poi me ne andrò. E’ l’ultima speranza e non so se
sarà possibile o meno. Proverò comunque, sperando di guadagnare il tuo
consenso. E’ la seguente: non hai bisogno di abiurare la tua fede; non devi
fare sacrifici agli dei; non devi fare niente di ciò che disapprovi. Dimentica
il passato. Ritorna di nuovo, non con il cuore, ma solo in apparenza, a ciò che
eri prima. Tu eri un brillante soldato, devoto ai tuoi doveri. Non hai mai
preso parte a servizi religiosi, eri raramente presente nei templi. Hai passato
il tuo tempo nel campo e la tua devozione era in privata. Hai raccolto tutte le
istruzioni dai libri dei filosofi e non dei sacerdoti. Che sia così ancora;
ritorna ai tuoi doveri.”
“Appari ancora in pubblico in mia compagnia; coinvolgiti in piacevoli
conversazioni, e consacra te stesso ai tuoi vecchi scopi. Sarà facile e
piacevole da fare e non ti richiederà niente che sia vile o disgustoso. Le
autorità chiuderanno gli occhi sulla tua assenza e la tua cattiva condotta, e
anche se non vorranno farti tornare ai tuoi vecchi onori, sarai messo al tuo
vecchio comando nella legione. E le cose andranno bene. Sarà necessaria un po’
di discrezione, un saggio silenzio, un apparente ritorno ai compiti del passato. Se tu rimani a Roma si penserà
che la notizia della tua conversione era sbagliata; se tu te ne vai non si
saprà.”
“No, Lucullo, anche se acconsentissi, il piano che tu mi proponi non sarebbe
possibile per molte ragioni. Sono state fatte delle affermazioni su di me, sono
state offerte ricompense per il mio arresto e, soprattutto, la mia ultima
apparizione al Colosseo davanti all’imperatore, non ha porta a nessuna speranza
di perdono. In ogni caso, non posso acconsentire. Il mio Salvatore non può essere
adorato in questa maniera. I suoi seguaci lo devono confessare apertamente.
“Chiunque”, egli disse, “mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io
riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.” Rinnegarlo nella mia
vita anche se apparentemente, è precisamente lo stesso che negarlo in maniera
formale come la legge ordina. Non posso farlo. Io amo colui che mi ha amato per
primo e ha dato se stesso per me. La mia gioia più grande è proclamarlo davanti
agli uomini; morire per lui sarà il mio atto nobile e la corona dei martiri, la
mia più gloriosa ricompensa.”
Lucullo non disse più nulla, perchè si rese conto che ogni tentativo di
persuasione era inutile. Il tempo rimanente fu speso in conversazioni su altri
argomenti. Marcello non sprecò queste ultime preziose ore trascorse con il suo
amico.
Pieno
di gratitudine per il suo affetto nobile e generoso, lo ricompensò condividendo
con lui il più grande tesoro che l’uomo possa possedere: la fede in Cristo.
Lucullo lo ascoltò pazientemente, più per amicizia che per interesse. Eppure,
alcune delle parole di Marcello rimasero impresse nella sua memoria.
Il giorno seguente ebbe luogo il processo. Fu breve e formale. Marcello
fu irremovibile e ricevette la condanna con contegno. Lo stesso pomeriggio
sarebbe avvenuta l’esecuzione. Egli doveva morire, non assalito da bestie
feroci e nemmeno per mano di un gladiatore, fra gli atroci tormenti del rogo.
Era nel luogo dove tanti Cristiani avevano portato la loro testimonianza della
verità, che Marcello suggellò la sua fede con la sua vita. Il palo fu posto nel
centro del Colosseo, e le fascine appoggiate tutt’intorno.
Marcello entrò, condotto da guardie brutali, che aggiungevano colpi e derisioni
all’orrore della punizione che si avvicinava. Guardò intorno al vasto circolo
di visi, uomini e donne duri, crudeli e senza pietà; guardò l’arena e pensò
alle migliaia di Cristiani che lo avevano preceduto nella sofferenza e che
erano andati a raggiungere il nobile esercito di martiri che avrebbe adorato
per l’eternità intorno al trono.
Pensò alla morte di tutti quei bambini alla quale aveva assistito e ritornò
alla sua mente il loro trionfante canto:
A Colui che ci ha amati
A Colui che ha lavato i nostri peccati.
Ora
le guardie lo stavano spingendo rudemente conducendolo al palo, dove lo legarono
con grosse catene così che, scappare fosse impossibile.
“Sono pronto ad essere offerto”, mormorò, “il tempo della mia partenza è vicino...
davanti a me giace
la corona della giustizia, che il Signore, il giusto Giudice, mi darà un
giorno.”
La torcia si avvicinò, le
fiamme si alzarono e un denso volume di fumo negò la vista del martire per un
momento. Quando passò, lo videro di nuovo in piedi in mezzo al fuoco con il
viso verso l’alto e le mani giunte.
Le fiamme salirono intorno a lui. Si facevano sempre più vicine e, divorando le
fascine, lo accerchiarono. Dopo aver lasciato su di lui un nero velo di fumo,
ripresero forza avvolgendolo con le loro lingue biforcute.
Ma il martire se ne stava ancora eretto, calmo tra la sofferenza, sereno nella
sua agonia, per fede vedeva il suo Salvatore. Egli era lì, anche se gli altri
non potevano vederlo; le sue braccia piene d’amore erano intorno al suo fedele
servitore, e il suo Spirito lo consolava.
Le fiamme crebbero e crebbero. La vita, assalita più violentemente, tremante
nella sua fortezza e lo spirito preparato a volare verso il suo Paradiso di
riposo.
Alla fine, il sofferente ebbe un inizio convulsivo, come se il dolore
fortissimo fosse diventato irresistibile, ma compiendo un violento sforzo ebbe
la meglio sul suo dolore. Alzò le sue braccia verso l’alto e diede un flebile
cenno d’addio. Poi, con un ultimo, sovrumano sforzo, gridò a più non posso:
“Vittoria”.
La vita sembrava averlo lasciato, perché cadde fra le fiamme violente. Lo
spirito di Marcello era “partito per essere con Cristo, che è cosa di gran
lunga migliore.”
CAPITOLO 15: LUCULLO
La memoria del giusto è
benedetta.
Alla scena di tortura e di morte, c’era uno spettatore la cui faccia, piena
di agonia, non staccò mai lo sguardo da Marcello; i cui occhi videro ogni atto
ed espressione, le cui orecchie assorbirono ogni parola. Quando tutti ormai se
ne erano andati, lui rimase nello stesso pesto, l’unico essere umano in quella
vasta estensione di sedie vuote. Alla fine, si alzò per andarsene.
L’antica elasticità dei suoi passi se ne era andata. Si muoveva in modo lento e
flebile; il suo sguardo perso nel vuoto e la sua espressione di dolore lo
rendevano come un uomo colpito da una malattia.
Si mosse verso alcune delle guardie, che apersero per lui i cancelli che
conducevano all’arena.
“Portatemi un’urna per le ceneri”, disse, camminando verso i resti.
Alcuni frammenti di ossa, polverizzati dalla furia delle fiamme, erano tutto
quello che rimaneva di Marcello.
Silenziosamente, Lucullo prese l’urna che le guardie gli avevano portato, e raccogliendo
quanti più frammenti potesse trovare, portò via le ceneri.
Mentre si allontanava fu affiancato da un vecchio e si fermò meccanicamente.
”Cosa volete da me?”,
chiese cortesemente.
“Sono Onorio, un anziano tra i Cristiani. Un mio caro amico è stato messo a
morte oggi in questo posto. Sono venuto a vedere se posso ottenere i suoi
resti.”
“E’ bene che vi siate rivolto proprio a me, venerabile uomo”, disse Lucullo.
“Se aveste dichiarato il vostro nome ad altri, sareste stato arrestato, perchè
c’è una taglia sulla vostra testa. Ma io non posso rispondere alla vostra
richiesta. Marcello è morto e i suoi resti sono qui in quest’urna. Saranno
depositati nella tomba della mia famiglia con i più alti onori, perchè lui era
il mio migliore amico e la sua perdita rende la terra vuota per me e la vita un
peso.”
“Voi, quindi”, disse Onorio, “non potete essere altri che Lucullo, colui di cui
ho sempre sentito parlare con parole d’affetto?”
“Sono io. Mai si sono trovati due amici fedeli come eravamo noi. Se fosse stato
possibile, io l’avrei salvato. Non sarebbe mai stato arrestato, se non avesse
gettato sé stesso
nelle mani della legge. O triste destino! Quando feci in modo che non potesse
essere arrestato, lui andò davanti all’Imperatore in persona, costringendomi a
portare, con le mie stesse mani, colui che amavo in prigione e alla morte.”
“Quello che per voi è una perdita, è per lui un immenso guadagno. Egli è
entrato in possesso della felicità immortale.”
“La sua morte è stata un trionfo”, disse Lucullo. “Ho visto tanti Cristiani
morire, ma mai sono stato così colpito dalla loro speranza e fiducia. Marcello
è morto come se la morte fosse un’inspiegabile benedizione.”
“Era così per lui, ma non è così per tutti coloro che giacciono seppelliti nel
tenebroso posto dove sono costretti a dimorare. Al loro numero vorrei
aggiungere i resti di Marcello. Vorreste acconsentire a questo?”
“Avevo sperato, venerabile Onorio, che dal momento che il mio caro amico mi ha
lasciato, io potessi avere il magro piacere di dare ai suoi resti un degno
onore e piangere sulla sua tomba.”
“Ma, nobile Lucullo, non pensate che il vostro amico avrebbe preferito essere
seppellito con una semplice cerimonia della sua nuova fede e riposare tra quei
martiri ai cui nomi si è associato per sempre?”
Lucullo restò in silenzio, pensando per alcuni momenti.
Alla fine, parlò:
“Sui suoi desideri non ho alcun dubbio. Li rispetterà, e negherà a me stesso
l’onore di organizzare un funerale. Prendeteli, Onorio. Ma io assisterò alla
vostra cerimonia. Permetterete al soldato, che solo conoscete come vostro
nemico, di entrare nel vostro ritrovo ed essere testimone dei vostri atti?”
“Sarete il benvenuto, nobile Lucullo, come Marcello è stato accolto prima di
voi e forse, anche voi riceverete la stessa benedizione che è stata accordata a
lui.”
“Non sperate niente del genere”, disse Lucullo, “io sono molto diverso da
Marcello in gusti e sentimenti. Posso imparare a sentire simpatia per voi, o
addirittura ammirarvi, ma mai mi unirò a voi.”
“Venite con noi, in qualunque modo e siate presente al funerale del vostro
amico. Un messaggero verrà per voi domani.”
Lucullo diede il suo assenso e dopo aver consegnato la preziosa urna nelle mani
di Onorio, se ne andò triste a casa sua.
Il giorno seguente si recò con il messaggero alle Catacombe. Lì vide la
comunità Cristiana e vide il luogo dove vivevano, ma dai precedenti resoconti
del suo amico, si era già fatto una chiara idea della loro vita, delle loro
sofferenze e afflizioni.
Un lamento si alzò nelle oscure volte e fece eco a lungo nei sentieri; si alzò
in quelle volte comunicando che un nuovo fratello era destinato alla tomba; ma
il dolore che parlava di dispiacere mortale, fu sostituito da una più elevata
tensione esprimendo la fede dell’anima e la speranza piena di desiderio per il
proprio amato Signore.
Onorio prese il prezioso rotolo, la Parola della Vita, le cui promesse erano
così potenti da sostenere nel mezzo del più grande dolore; con tono solenne,
lesse dalla lettera ai Corinzi che in ogni tempo e in ogni clima, è stata così
cara al cuore da guardare al di là del tempo per cercare conforto nella
prospettiva della risurrezione.
Poi alzò il suo capo e con tono fervente innalzò la sua preghiera al Dio Santo
del cielo, attraverso Cristo, il divino Mediatore, per cui la morte è stata
conquistata e la vita eterna assicurata.
La pallida, triste faccia di Lucullo era evidente tra coloro che piangevano.
Anche se non era un Cristiano, poteva ammirare una tale, gloriosa dottrina e
ascoltare con timore ad una così grande speranza. Fu lui che pose gli amati
resti nel suo finale luogo di riposo; lui, i cui occhi diedero l’ultima
occhiata alle care spoglie; e lui, le cui mani si alzarono verso la lapide su
cui il nome e l’epitaffio di Marcello fu scritto.
Lucullo tornò a casa, ma era un uomo diverso. La gaiezza della sua natura
sembrava essere stata sostituita dalle severe afflizioni che aveva dovuto
affrontare.
Egli aveva affermato che non sarebbe diventato un Cristiano. La morte del suo
amico l’aveva riempito di tristezza, ma non c’è dispiacere per il peccato, non c’è pentimento, né desiderio
che si possa sostituire alla conoscenza del Dio vero e vivente. Egli
aveva perso il potere di trarre piacere dal mondo, ma non aveva guadagnato
altra risorsa di felicità.
Eppure la memoria del suo amico produsse un effetto su di lui. Cominciò a provare
simpatia per le persone povere e oppresse a cui Marcello si era unito. Ammirava
la costanza e si dispiaceva per le loro immeritate sofferenze. Vide che tutte
le virtù e la bontà rimasta a Roma era nelle mani di questi poveri emarginati.
Questi sentimenti lo condussero ad assisterli. Egli trasferì a loro l’amicizia
e la promessa di aiuto che una volta aveva dato a Marcello. I suoi soldati non
arrestarono più nessuno, o se lo facevano era perchè ci sarebbe stata una via
per scappare. La sua posizione elevata e i legami influenti che aveva, furono
al servizio dei Cristiani. Il suo palazzo era ben conosciuto da loro come il
luogo più sicuro per avere rifugio e assistenza ed il suo nome era da tutti
onorato.
Ma tutte le cose hanno una fine; così le costanti sofferenze dei Cristiani e
l’amicizia di Lucullo terminarono. Dopo circa un anno dalla morte di Marcello,
l’austero Imperatore Decio fu detronizzato e un nuovo governante salì al suo
posto. La persecuzione si fermò. La pace ritornò nelle assemblee, i Cristiani
uscirono dalle Catacombe per dimorare di nuovo alla luce del sole, per
comunicare le lodi di colui che li aveva redenti, per continuare la lotta senza
fine con il male.
Gli anni passarono, ma nessun cambiamento avvenne in Lucullo. Quando Onorio
uscì dalle Catacombe, fu portato da Lucullo nel suo palazzo e mantenuto per il
resto della sua vita. Egli voleva ripagare il suo debito di gratitudine verso
il nobile benefattore condividendo la verità, ma morì senza vedere il suo
desiderio realizzato.
Le benedizioni vennero, ma non immediatamente; alla fine della sua vita il
Salvatore fece breccia nella vita di Lucullo. Da diversi anni, il mondo aveva
perso il suo fascino; il benessere, l’onore e il potere non significavano più
niente per lui, la sua vita era piena di una tristezza che nessuno poteva
curare. A quel punto lo Spirito del Signore si posò su di lui e attraverso il
suo divino potere, lo rese capace di gioire dell’amore di quel Salvatore, che
aveva conquistato così tanti cuori.
Molti secoli erano trascorsi sulla città dei Cesari dalla persecuzione di Decio,
che aveva costretto gli umili servitori di Gesù alla vita nelle tenebrose
Catacombe. Facciamo qualche passo nella Via Appia e guardiamoci intorno.
Davanti a noi sta la lunga fila di tombe, su, fino alla città antica. Qui gli
uomini potenti di Roma, un tempo trovarono riposo, portando con loro, anche se
nelle proprie tombe, tutto il fasto del benessere, della gloria e del potere.
Sotto i nostri piedi stanno le rudi tombe di coloro che in vita furono
scacciati come indegni di respirare l’aria del cielo.
Ed ora, che cambiamento! Intorno a noi giacciono queste imponenti tombe in
rovina, sconsacrate, le porte distrutte, le loro ceneri in balia del vento. I
nomi della maggior parte di coloro che furono sepolti qui sono sconosciuti;
l’impero che avevano eretto è caduto; le legioni da loro condotte a
conquistare, dormono del sonno che non conosce risveglio fino alla seconda
resurrezione.
Ma con la memoria ai perseguitati che riposano al di sotto, l’assemblea di Dio
sulla terra guarda indietro adorando; i loro sepolcri sono diventati luogo di
pellegrinaggio e il lavoro in cui essi ebbero una parte così nobile ci è stato
tramandato e continuerà fino al ritorno di Cristo.
Umiliati, disprezzati, scacciati, afflitti, affamati... il loro nome non si
troverà scritto sui libri di storia, ma noi sappiamo bene, che questi nomi sono
scritti nel Libro della Vita e la loro comunione sarà con coloro di cui è
scritto:
Sono quelli che vengono dalla grande
tribolazione.
Essi hanno lavato le loro vesti e le hanno
imbiancate nel sangue dell’Agnello. Perciò
sono davanti al trono di Dio e lo servono
giorno e notte nel suo tempio; e colui che
siede sul trono stenderà la sua tenda su di
loro. Non avranno più fame e non avranno
più sete.
non li colpirà più alcuna arsura
perchè l’Agnello che è in mezzo al
trono li
pascerà e li guiderà alle sorgenti delle acque
della vita; e Dio asciugherà ogni lacrima dai
loro occhi.
Tratto con permesso da «SOLI DEO GLORIA»