Sono stato molto combattuto nell’inserire questo libro tra quelli
che voglio proporre, per diversi motivi:
1.
è stato scritto da diversi monaci che, sebbene hanno provato a
scrivere allo steso modo, spesso tradiscono la diversità di linguaggio e di
pensiero. Inoltre il loro credo, per quanto alcuni di loro non sono stati
lontani da Dio e dal Suo pensiero, è chiaramente attraverso le dottrine
cattoliche.
2.
spesso si fa riferimento a LIBRI APOCRIFI.
Ciò non toglie che è un testo di notevole spessore, dal quale, con i
dovuti accorgimenti, si può trarre molto.
Cefa.
-----------------------
L’imitazione
di Cristo
Libro
I
INCOMINCIANO
LE ESORTAZIONI UTILI PER LA VITA DELLO SPIRITO
Capitolo
I
L'IMITAZIONE
DI CRISTO E IL DISPREZZO DI TUTTE LE VANITA' DEL MONDO
1.
"Chi
segue me non cammina nelle tenebre" (Gv 8,12), dice il Signore. Sono
parole di Cristo, le quali ci esortano ad imitare la sua vita e la sua
condotta, se vogliamo essere veramente illuminati e liberati da ogni cecità
interiore. Dunque, la nostra massima preoccupazione sia quella di meditare
sulla vita di Gesù Cristo. Già l'insegnamento di Cristo è eccellente, e supera
quello di tutti i santi; e chi fosse forte nello spirito vi troverebbe una manna
nascosta. Ma accade che molta gente trae un ben scarso desiderio del Vangelo
dall'averlo anche più volte ascoltato, perché è priva del senso di Cristo.
Invece, chi vuole comprendere pienamente e gustare le parole di Cristo deve
fare in modo che tutta la sua vita si modelli su Cristo. Che ti serve saper
discutere profondamente della Trinità, se non sei umile, e perciò alla Trinità
tu dispiaci? Invero, non sono le profonde dissertazioni che fanno santo e
giusto l'uomo; ma è la vita virtuosa che lo rende caro a Dio. Preferisco
sentire nel cuore la compunzione che saperla definire. Senza l'amore per Dio e
senza la sua grazia, a che ti gioverebbe una conoscenza esteriore di tutta la
Bibbia e delle dottrine di tutti i filosofi? "Vanità delle vanità, tutto è
vanità" (Qo 1,2), fuorché amare Dio e servire lui solo. Questa è la
massima sapienza: tendere ai regni celesti, disprezzando questo mondo.
2.
Vanità è
dunque ricercare le ricchezze, destinate a finire, e porre in esse le nostre
speranze. Vanità è pure ambire agli onori e montare in alta condizione. Vanità
è seguire desideri carnali e aspirare a cose, per le quali si debba poi essere
gravemente puniti. Vanità è aspirare a vivere a lungo, e darsi poco pensiero di
vivere bene. Vanità è occuparsi soltanto della vita presente e non guardare fin
d'ora al futuro. Vanità è amare ciò che passa con tutta rapidità e non
affrettarsi là, dove dura eterna gioia. Ricordati spesso di quel proverbio:
"Non si sazia l'occhio di guardare, né mai l'orecchio è sazio di udire"
(Qo 1,8). Fa', dunque, che il tuo cuore sia distolto dall'amore delle cose
visibili di quaggiù e che tu sia portato verso le cose di lassù, che non
vediamo. Giacché chi va dietro ai propri sensi macchia la propria coscienza e
perde la grazia di Dio.
Capitolo
II
L'UMILE
COSCIENZA DI SE'
1.
L'uomo, per
sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non si ha il timor di
Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore è più apprezzabile di
un sapiente che, montato in superbia e dimentico di ciò che egli è veramente,
vada studiando i movimenti del cielo. Colui che si conosce a fondo sente di
valere ben poco in se stesso e non cerca l'approvazione degli uomini. Dinanzi a
Dio, il quale mi giudicherà per le mie azioni, che mi gioverebbe se io anche
possedessi tutta la scienza del mondo, ma non avessi l'amore? Datti pace da una
smania eccessiva di sapere: in essa, infatti, non troverai che sviamento grande
ed inganno. Coloro che sanno desiderano apparire ed essere chiamati sapienti.
Ma vi sono molte cose, la cui conoscenza giova ben poco, o non giova affatto,
all'anima. Ed è tutt'altro che sapiente colui che attende a cose diverse da
quelle che servono alla sua salvezza. I molti discorsi non appagano l'anima;
invece una vita buona rinfresca la mente e una coscienza pura dà grande fiducia
in Dio. Quanto più grande e profonda è la tua scienza, tanto più severamente
sarai giudicato, proprio partendo da essa; a meno che ancor più grande non sia
stata la santità della tua vita.
2.
Non volerti
gonfiare, dunque, per alcuna arte o scienza, che tu possegga, ma piuttosto abbi
timore del sapere che ti è dato. Anche se ti pare di sapere molte cose; anche
se hai buona intelligenza, ricordati che sono molte di più le cose che non sai.
Non voler apparire profondo (Rm 11,20;12,16); manifesta piuttosto la tua
ignoranza. Perché vuoi porti avanti ad altri, mentre se ne trovano molti più
dotti di te, e più esperti nei testi sacri? Se vuoi imparare e conoscere
qualcosa, in modo spiritualmente utile, cerca di essere ignorato e di essere
considerato un nulla. E' questo l'insegnamento più profondo e più utile,
conoscersi veramente e disprezzarsi. Non tenere se stessi in alcun conto e
avere sempre buona e alta considerazione degli altri; in questo sta grande
sapienza e perfezione.
3.
Anche se tu
vedessi un altro cadere manifestamente in peccato, o commettere alcunché di
grave, pur tuttavia non dovresti crederti migliore di lui; infatti non sai per
quanto tempo tu possa persistere nel bene. Tutti siamo fragili; ma tu non devi
ritenere nessuno più fragile di te.
Capitolo
III
L'AMMAESTRAMENTO
DELLA VERITA'
1.
Felice colui
che viene ammaestrato direttamente dalla verità, così come essa è, e non per
mezzo di immagini o di parole umane; ché la nostra intelligenza e la nostra
sensibilità spesso ci ingannano, e sono di corta veduta. A chi giova un'ampia e
sottile discussione intorno a cose oscure e nascoste all'uomo; cose per le
quali, anche se le avremo ignorate, non saremo tenuti responsabili, nel
giudizio finale? Grande nostra stoltezza: trascurando ciò che ci è utile, anzi
necessario, ci dedichiamo a cose che attirano la nostra curiosità e possono
essere causa della nostra dannazione. "Abbiamo occhi e non vediamo"
(Ger 5,21). Che c'importa del problema dei generi e delle specie? Colui che
ascolta la parola eterna si libera dalle molteplici nostre discussioni. Da
quella sola parola discendono tutte le cose e tutte le cose proclamano quella
sola parola; essa è "il principio" che continuo a parlare agli uomini
(Gv 8,25). Nessuno capisce, nessuno giudica rettamente senza quella parola.
Soltanto chi sente tutte le cose come una cosa sola, e le porta verso l'unità e
le vede tutte nell'unità, può avere tranquillità interiore e abitare in Dio
nella pace. O Dio, tu che sei la verità stessa, fa' che io sia una cosa sola
con te, in un amore senza fine. Spesso mi stanco di leggere molte cose, o di
ascoltarle: quello che io voglio e desidero sta tutto in te. Tacciano tutti i
maestri, tacciano tutte le creature, dinanzi a te: tu solo parlami.
2.
Quanto più
uno si sarà fatto interiormente saldo e semplice, tanto più agevolmente capirà
molte cose, e difficili, perché dall'alto egli riceverà lume dell'intelletto.
Uno spirito puro, saldo e semplice non si perde anche se si adopera in
molteplici faccende, perché tutto egli fa a onore di Dio, sforzandosi di
astenersi da ogni ricerca di sé. Che cosa ti lega e ti danneggia di più dei
tuoi desideri non mortificati? L'uomo retto e devoto prepara prima,
interiormente, le opere esterne che deve compiere. Così non saranno queste ad
indurlo a desideri volti al male; ma sarà lui invece che piegherà le sue opere
alla scelta fatta dalla retta ragione. Nessuno sostiene una lotta più dura di
colui che cerca di vincere se stesso. Questo appunto dovrebbe essere il nostro
impegno: vincere noi stessi, farci ogni giorno superiori a noi stessi e
avanzare un poco nel bene.
3.
In questa
vita ogni nostra opera, per quanto buona, è commista a qualche imperfezione;
ogni nostro ragionamento, per quanto profondo, presenta qualche oscurità. Perciò
la constatazione della tua bassezza costituisce una strada che conduce a Dio
più sicuramente che una dotta ricerca filosofica. Non già che sia una colpa lo
studio, e meno ancora la semplice conoscenza delle cose - la quale è, in se
stessa, un ben ed è voluta da Dio -; ma è sempre cosa migliore una buona
conoscenza di sé e una vita virtuosa. Infatti molti vanno spesso fuori della
buona strada e non danno frutto alcuno, o scarso frutto, di bene, proprio
perché si preoccupano più della loro scienza che della santità della loro vita.
Che se la gente mettesse tanta attenzione nell'estirpare i vizi e nel coltivare
le virtù, quanta ne mette nel sollevare sottili questioni filosofiche non ci
sarebbero tanti mali e tanti scandali tra la gente; e nei conviventi non ci
sarebbe tanta dissipazione. Per certo, quando sarà giunto il giorno del
giudizio, non ci verrà chiesto che cosa abbiamo studiato, ma piuttosto che cosa
abbiamo fatto; né ci verrà chiesto se abbiamo saputo parlare bene, ma piuttosto
se abbiamo saputo vivere devotamente. Dimmi: dove si trovano ora tutti quei
capiscuola e quei maestri, a te ben noti mentre erano in vita, che brillavano
per i loro studi? Le brillanti loro posizioni sono ora tenute da altri; e non è
detto che questi neppure si ricordino di loro. Quando erano vivi sembravano
essere un gran che; ma ora di essi non si fa parola. Oh, quanto rapidamente
passa la gloria di questo mondo! E voglia il cielo che la loro vita sia stata
all'altezza del loro sapere; in questo caso non avrebbero studiato e insegnato
invano. Quanti uomini si preoccupano ben poco di servire Iddio, e si perdono a
causa di un vano sapere ricercato nel mondo. Essi scelgono per sé la via della
grandezza, piuttosto di quella dell'umiltà; perciò si disperde la loro mente
(Rm 1,21). Grande è, in verità, colui che ha grande amore; colui che si ritiene
piccolo e non tiene in alcun conto anche gli onori più alti. Prudente è, in
verità, colui che considera sterco ogni cosa terrena, al fine di guadagnarsi
Cristo (Fil 3,8). Dotto, nel giusto senso della parola, è, in verità, colui che
fa la volontà di Dio, buttando in un canto la propria volontà.
Capitolo
IV
LA
PONDERATEZZA NELL'AGIRE
Non dobbiamo credere a tutto ciò
che sentiamo dire; non dobbiamo affidarci a ogni nostro impulso. Al contrario,
ogni cosa deve essere valutata alla stregua del volere di Dio, con attenzione e
con grandezza d'animo. Purtroppo, degli altri spesso pensiamo e parliamo più
facilmente male che bene: tale è la nostra miseria. Quelli che vogliono essere
perfetti non credono scioccamente all'ultimo che parla, giacché conoscono la
debolezza umana, portata alla malevolenza e troppo facile a blaterare. Grande
saggezza, non essere precipitosi nell'agire e, d'altra parte, non restare
ostinatamente alle nostre prime impressioni. Grande saggezza, perciò, non
andare dietro a ogni discorso della gente e non spargere subito all'orecchio di
altri quanto abbiamo udito e creduto. Devi preferire di farti guidare da uno
migliore di te, piuttosto che andare dietro alle tue fantasticherie; prima di
agire, devi consigliarti con persona saggia e di retta coscienza. Giacché è la
vita virtuosa che rende l'uomo l'uomo saggio della saggezza di Dio, e buon
giudice in molti problemi. Quanto più uno sarà inutilmente umile e soggetto a
Dio, tanto più sarà saggio, e pacato in ogni cosa.
Capitolo
V
LA LETTURA
DEI LIBRI DI DEVOZIONE
Nei libri di devozione si deve
ricercare la verità, non la bellezza della forma. Essi vanno letti nello
spirito con cui furono scritti; in essi va ricercata l'utilità spirituale,
piuttosto che l'eleganza della parola. Perciò dobbiamo leggere anche opere
semplici, ma devote, con lo stesso desiderio con cui leggiamo opere dotte e
profonde. Non lasciarti colpire dal nome dello scrittore, di minore o maggiore
risonanza; quel che ci deve indurre alla lettura deve essere il puro amore
della verità. Non cercar di sapere chi ha detto una cosa, ma bada a ciò che è
stato detto. Infatti gli uomini passano, "invece la verità del Signore
resta per sempre" (Sal 116,2); e Dio ci parla in varie maniere,
"senza tener conto delle persone" (1Pt 1,17). Spesso, quando leggiamo
le Scritture, ci è di ostacolo la nostra smania di indagare, perché vogliamo
approfondire e discutere là dove non ci sarebbe che da andare avanti in semplicità
di spirito. Se vuoi trarre profitto, leggi con animo umile e semplice, con
fede. E non aspirare mai alla fama di studioso. Ama interrogare e ascoltare in
silenzio la parola dei santi. E non essere indifferente alle parole dei
superiori: esse non vengono pronunciate senza ragione.
Capitolo
VI
GLI
SREGOLATI MOTI DELL'ANIMA
Ogni qual volta si desidera una
cosa contro il volere di Dio, subito si diventa interiormente inquieti. Il
superbo e l'avaro non hanno mai requie; invece il povero e l'umile di cuore
godono della pienezza della pace. Colui che non è perfettamente morto a se
stesso cade facilmente in tentazione ed è vinto in cose da nulla e
disprezzabili. Colui che è debole nello spirito ed è, in qualche modo, ancora
volto alla carne e ai sensi, difficilmente si può distogliere del tutto dalle
brame terrene; e, quando pur riesce a sottrarsi a queste brame, ne riceve
tristezza. Che se poi qualcuno gli pone ostacolo, facilmente si sdegna; se,
infine, raggiunge quel che bramava, immediatamente sente in coscienza il peso
della colpa, perché ha assecondato la sua passione, la quale non giova alla
pace che cercava. Giacché la vera pace del cuore la si trova resistendo alle
passioni, non soggiacendo ad esse. Non già nel cuore di colui che è attaccato
alla carne, non già nell'uomo volto alle cose esteriori sta la pace; ma nel
cuore di colui che è pieno di fervore spirituale.
Capitolo
VII
GUARDARSI
DALLE VANE SPERANZE E FUGGIRE LA SUPERBIA
Chi mette la sua fiducia negli uomini
e nelle altre creature è un insensato. Chi mette la sua fiducia negli uomini e
nelle altre creature è un insensato. Non ti rincresca di star sottoposto ad
altri, per amore di Gesù Cristo, e di sembrare un poveretto, in questo mondo.
Non appoggiarti alle tue forze, ma salda la tua speranza in Dio: se farai tutto
quanto sta in te, Iddio aderirà al tuo buon volere. Non confidare nel sapere
tuo o nella capacità di un uomo purchessia, ma piuttosto nella grazia di Dio,
che sostiene gli umili e atterra i presuntuosi. Non vantarti delle ricchezze,
se ne hai, e neppure delle potenti amicizie; il tuo vanto sia in Dio, che
concede ogni cosa, ed ama dare se stesso, sopra ogni cosa. Non gonfiarti per la
prestanza e la bellezza del tuo corpo; alla minima malattia esse si guastano e
si deturpano. Non compiacerti di te stesso, a causa della tua abilità e della
tua intelligenza, affinché tu non spiaccia a Dio, a cui appartiene tutto ciò
che di buono hai sortito dalla natura. Non crederti migliore di altri,
affinché, per avventura, tu non sia ritenuto peggiore dinanzi a Dio, che ben
conosce quello che c'è in ogni uomo (cfr. Gv 2,25). Non insuperbire per le tue
opere buone, perché il giudizio degli uomini è diverso da quello di Dio, cui
spesso non piace ciò che piace agli uomini. Anche se hai qualcosa di buono,
pensa che altri abbia di meglio, cosicché tu mantenga l'umiltà. Nulla di male
se ti metti al di sotto di tutti gli altri; molto male è invece se tu ti metti
al di sopra di una sola persona. Nell'umile è pace indefettibile; nel cuore del
superbo sono, invece, continua smania e inquietudine.
Capitolo
VIII
EVITARE
L'ECCESSIVA FAMILIARITA'
"Non aprire il tuo cuore al
primo che capita" (Sir 8,22); i tuoi problemi, trattali invece con chi ha
saggezza e timore di Dio. Cerca di stare raramente con persone sprovvedute e
sconosciute; non metterti con i ricchi per adularli; non farti vedere
volentieri con i grandi. Stai, invece, accanto alle persone umili e semplici,
devote e di buoni costumi; e con esse tratta di cose che giovino alla tua
santificazione. Non avere familiarità con alcuna donna, ma raccomanda a Dio
tutte le donne degne. Cerca di essere tutto unito soltanto a Dio e ai suoi
angeli, evitando ogni curiosità riguardo agli uomini. Mentre si deve avere
amore per tutti, la familiarità non è affatto necessaria. Capita talvolta che
una persona che non conosciamo brilli per fama eccellente; e che poi, quando
essa ci sta dinanzi, ci dia noia solo al vederla. D'altra parte, talvolta
speriamo di piacere a qualcuno, stando con lui, e invece cominciamo allora a
non piacergli, perché egli vede in noi alcunché di riprovevole.
Capitolo
IX
OBBEDIENZA
E SOTTOMISSIONE
1. Stare sottomessi, vivere soggetti a un
superiore e non disporre di sé è cosa grande e valida. E' molto più sicura la
condizione di sudditanza, che quella di comando. Ci sono molti che stanno
sottomessi per forza, più che per amore: da ciò traggono sofferenza, e
facilmente se ne lamentano; essi non giungono a libertà di spirito, se la loro
sottomissione non viene dal profondo del cuore e non ha radice in Dio. Corri
pure di qua e di là; non troverai pace che nell'umile sottomissione sotto la
guida di un superiore. Andar sognando luoghi diversi, e passare dall'uno
all'altro, è stato per molti un inganno.
1. Certamente ciascuno preferisce agire a suo
talento, ed è maggiormente portato verso chi gli dà ragione. Ma, se Dio è
dentro di noi, dobbiamo pur talvolta lasciar perdere i nostri desideri, per
amore della pace. C'è persona così sapiente che possa conoscere pienamente ogni
cosa? Perciò non devi avere troppa fiducia nelle tue impressioni; devi
ascoltare volentieri anche il parere degli altri. Anche se la tua idea era
giusta, ma la abbandoni per amore di Dio seguendo quella di altri, da ciò
trarrai molto profitto. Stare ad ascoltare ed accettare un consiglio - come
spesso ho sentito dire - è cosa più sicura che dare consigli. Può anche
accadere che l'idea di uno sia buona; ma è sempre segno di superbia e di
pertinacia non volersi arrendere agli altri, quando la ragionevolezza o
l'evidenza lo esigano.
Capitolo
X
ASTENERSI
DAI DISCORSI INUTILI
1. Per quanto possibile, stai lontano
dall'agitarsi che fa la gente. Infatti, anche se vi si attende con purezza di
intenzione, l'occuparsi delle faccende del mondo è un grosso impaccio, perché
ben presto si viene inquinati dalle vanità, e fatti schiavi. Più di una volta
vorrei essere stato zitto, e non essere andato in mezzo alla gente.
1. Ma perché andiamo parlando e chiacchierando
così volentieri con altri, anche se poi è raro che, quando torniamo a star
zitti, non abbiamo qualche guasto alla coscienza? Parliamo così volentieri
perché, con queste chiacchiere, cerchiamo di consolarci a vicenda, e speriamo
di sollevare il nostro animo oppresso dai vari pensieri. Inoltre molto ci
diletta discorrere e fantasticare delle cose che amiamo assai e che
desideriamo, o di ciò che sembra contrastarci. Ma spesso purtroppo tutto questo
è vano e inutile; giacché una simile consolazione esteriore va molto a scapito
di quella interiore e divina.
2. Non dobbiamo passare il nostro tempo in
ozio, ma in vigilie e in orazioni; e, se possiamo o dobbiamo parlare, dire cose
edificanti. Infatti, mentre il malvezzo e la trascuratezza del nostro progresso
spirituale ci induce facilmente a tenere incustodita la nostra lingua, giova
assai al nostro profitto interiore una devota conversione intorno alle cose
dello spirito; tanto più quando ci si unisca, nel nome di Dio, a persone
animate da pari spiritualità.
Capitolo
XI
LA
CONQUISTA DELLA PACE INTERIORE E L'AMORE DEL PROGRESSO SPIRITUALE
1. Se non ci volessimo impicciare di quello
che dicono o di quello che fanno gli altri, e di cose che non ci riguardano,
potremmo avere una grande pace interiore. Come, infatti, è possibile che uno
mantenga a lungo l'animo tranquillo se si intromette nelle faccende altrui, se
va a cercare all'esterno i suoi motivi di interesse, se raramente e
superficialmente si raccoglie in se stesso? Beati i semplici, giacché avranno
grande pace. Perché mai alcuni santi furono così perfetti e pieni di spirito
contemplativo? Perché si sforzarono di spegnere completamente in sé ogni
desiderio terreno, cosicché - liberati e staccati da se stessi - potessero
stare totalmente uniti a Dio, con tutto il cuore. Noi, invece, siamo troppo
presi dai nostri sfrenati desideri, e troppo preoccupati delle cose di quaggiù;
di rado riusciamo a vincere un nostro difetto, anche uno soltanto, e non siamo
ardenti nel tendere al nostro continuo miglioramento. E così restiamo inerti e
tiepidi. Se fossimo, invece, totalmente morti a noi stessi e avessimo una
perfetta semplicità interiore, potremmo perfino avere conoscenza delle cose di
Dio, e fare esperienza, in qualche misura, della contemplazione celeste. Il
vero e più grande ostacolo consiste in ciò, che non siamo liberi dalle passioni
e dalle brame, e che non ci sforziamo di entrare nella via della perfezione,
che fu la via dei santi: anzi, appena incontriamo una difficoltà, anche di poco
conto, ci lasciamo troppo presto abbattere e ci volgiamo a consolazioni
terrene.
1. Se facessimo di tutto, da uomini forti, per
non abbandonare la battaglia, tosto vedremmo venire a noi dal cielo l'aiuto del
Signore. Il quale prontamente sostiene coloro che combattono fiduciosi nella
sua grazia; anzi, ci procura occasioni di lotta proprio perché ne usciamo
vittoriosi. Che se facciamo consistere il progresso spirituale soltanto in
certe pratiche esteriori, tosto la nostra religione sarà morta. Via, mettiamo
la scure alla radice, cosicché, liberati dalle passioni, raggiungiamo la pace
dello spirito. Se ci strappassimo via un solo vizio all'anno diventeremmo
presto perfetti. Invece spesso ci accorgiamo del contrario; troviamo cioè che
quando abbiamo indirizzata la nostra vita a Dio eravamo più buoni e più puri di
ora, dopo molti anni di vita religiosa. Il fervore e l'avanzamento spirituale
dovrebbe crescere di giorno in giorno; invece già sembra gran cosa se uno
riesce a tener viva una particella del fervore iniziale.
2. Se facessimo un poco di violenza a noi
stessi sul principio, potremmo poi fare ogni cosa facilmente e gioiosamente.
Certo è difficile lasciare ciò a cui si è abituati; ancor più difficile è
camminare in senso contrario al proprio desiderio. Ma se non riesci a vincere
nelle cose piccole e da poco, come supererai quelle più gravi? Resisti fin
dall'inizio alla tua inclinazione; distaccati dall'abitudine, affinché questa
non ti porti, a poco a poco, in una situazione più ardua. Se tu comprendessi
quanta pace daresti a te stesso e quanta gioia procureresti agli altri, e
vivendo una vita dedita al bene, sono certo che saresti più sollecito nel
tendere al tuo profitto spirituale.
Capitolo
XII
I VANTAGGI
DELLE AVVERSITA'
1. E' bene per noi che incontriamo talvolta
difficoltà e contrarietà; queste, infatti, richiamano l'uomo a se stesso, nel
profondo, fino a che comprenda che quaggiù egli è in esilio e che la sua
speranza non va riposta in alcuna cosa di questo mondo. E' bene che talvolta
soffriamo contraddizione e che la gente ci giudichi male e ingiustamente, anche
se le nostre azioni e le nostre intenzioni sono buone. Tutto ciò suol favorire
l'umiltà, e ci preserva dalla vanagloria. Invero, proprio quando la gente
attorno a noi ci offende e ci scredita, noi aneliamo con maggior forza al
testimone interiore, Iddio.
1. Dovremmo piantare noi stessi così
saldamente in Dio, da non avere necessità alcuna di andar cercando tanti
conforti umani. Quando un uomo di buona volontà soffre tribolazioni e
tentazioni, o è afflitto da pensieri malvagi, allora egli sente di aver maggior
bisogno di Dio, e di non poter fare nulla di bene senza di lui. E si rattrista
e piange e prega, per il male che soffre; gli viene a noia che la vita
continui; e spera che sopraggiunga la morte (2 Cor 1,8), così da poter
scomparire e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora egli capisce che nel mondo
non può esserci completa serenità e piena pace.
Capitolo
XIII
RESISTERE
ALLE TENTAZIONI
1. Finché saremo al mondo, non potremo essere
senza tribolazioni e tentazioni; infatti sta scritto nel libro di Giobbe che la
vita dell'uomo sulla terra (Gb 7,1) è tutta una tentazione. Ognuno dovrebbe,
dunque, stare attento alle tentazioni e vigilare in preghiera (1Pt 4,7),
affinché il diavolo non trovi il punto dove possa esercitare il suo inganno; il
diavolo, che mai non posa, ma va attorno cercando chi possa divorare (1Pt 5,8).
Nessuno è così avanzato nella perfezione e così santo da non aver talvolta
delle tentazioni. Andare esenti del tutto da esse non possiamo. Tuttavia, per
quanto siano moleste e gravose, le tentazioni spesso sono assai utili; perché,
a causa delle tentazioni, l'uomo viene umiliato, purificato e istruito. I santi
passarono tutti per molte tribolazioni e tentazioni, e progredirono; invece
coloro che non seppero sostenere le tentazioni si pervertirono e tradirono. Non
esiste una istituzione così perfetta, o un luogo così nascosto, dove non si
trovano tentazioni e avversità. L'uomo non è mai del tutto esente dalla
tentazione, fin che vive. Ciò per cui siamo tentati è dentro di noi, poiché
siamo nati nella concupiscenza. Se vien meno una tentazione o tribolazione,
un'altra ne sopraggiunge e c'è sempre qualcosa da sopportare, perché abbiamo
perduto il bene della nostra felicità. Molti, di fronte alle tentazioni,
cercano di fuggire, ma cadono poi in esse anche più gravemente. Non possiamo
vincere semplicemente con la fuga; ma è con la sopportazione e con la vera
umiltà che saremo più forti di ogni nemico. Ben poco progredirà colui che si
allontana un pochino e superficialmente dalle tentazioni, senza sradicarle: tosto
ritorneranno ed egli sarà ancor peggio. Vincerai più facilmente, a poco a poco,
con una generosa pazienza e con l'aiuto di Dio; più facilmente che insistendo
cocciutamente nel tuo sforzo personale. Accogli frequentemente il consiglio di
altri, quando sei nella tentazione; e non essere aspro con colui che è tentato,
ma dagli conforto, come desidereresti fosse fatto a te.
1. Causa prima di ogni perversa tentazione è
la mancanza di stabilità spirituale e la scarsezza di fiducia in Dio; giacché,
come una nave senza timone viene spinta qua e là dalle onde, così l'uomo
infiacchito, che abbandona i suoi propositi, viene in vario modo tentato. Come
il fuoco serve a saggiare il ferro (Sir 31,26), così la tentazione serve a
saggiare la santità di una persona (Sir 27,6). Quali possibilità ciascuno abbia
in potenza, spesso non lo sappiamo; ma la tentazione dispiega palesemente ciò
che siamo. Tuttavia bisogna vigilare, particolarmente intorno all'inizio della
tentazione; poiché il nemico si vince più facilmente se non gli si permette per
nulla di varcare le porte della nostra mente; e se gli si sbarra la strada al
di là della soglia, non appena abbia bussato. Di qui il detto: "resisti
agli inizi; è troppo tardi quando si prepara la medicina" (Ovidio, Remedia
amoris, II,91). Infatti, dapprima viene alla mente un semplice pensiero, di poi
una forte immaginazione, infine un compiacimento, un impulso cattivo e
un'acquiescenza. E così, piano piano, il nemico malvagio penetra del tutto,
proprio perché non gli si è resistito all'inizio. E quanto più a lungo uno ha
tardato torpidamente a resistere, tanto più si è, via via, interiormente
indebolito, mentre il nemico è andato crescendo di forze contro di lui.
2. Alcuni sentono le maggiori tentazioni al
principio della loro conversione a Dio; altri invece alla fine. Alcuni sono
fortemente turbati pressoché per tutta la vita; altri sentono tentazioni
piuttosto lievi: secondo quanto dispongono la sapienza e la giustizia di Dio,
le quali pesano la condizione e i meriti di ciascuno e preordinano ogni cosa
alla salvezza degli eletti. Perciò non dobbiamo lasciarci cogliere dalla
disperazione, quando siamo tentati. Dobbiamo invece, pregare Iddio ancor più
fervorosamente, affinché si degni di aiutarci in ogni tentazione; Lui che, in
verità, secondo quanto dice Paolo (1Cor 10,13), farà in modo che la tentazione
sia accompagnata dai mezzi per poterla sopportare. Abbassiamo, dunque, in
umiltà, l'anima nostra sotto la mano di Dio, quando siamo tentati e tribolati,
giacché il Signore salverà gli umili di spirito e li innalzerà (1Pt 5,6; Sal
33,19). Quanto uno abbia progredito si dimostra nella tentazione e nella
tribolazione; qui sta il suo maggior merito; qui appare più chiaramente la sua
virtù. Non è gran cosa esser devoti e fervorosi quando non si hanno difficoltà;
sapere invece sopportare se stessi nel momento dell'avversità dà a sperare in
un grande avanzamento spirituale. Avviene che alcuni sono al riparo da grandi
tentazioni, ma sono spesso sconfitti nelle piccole tentazioni di ogni giorno; e
così, umiliati per essere caduti in cose tanto da poco, non ripongono più
fiducia in se stessi, nelle cose più grandi.
Capitolo
XIV
EVITARE I
GIUDIZI TEMERARI
1. Rivolgi gli occhi a te stesso e stai attento
a non giudicare quel che fanno gli altri. In tale giudizio si lavora senza
frutto; frequentemente ci si sbaglia e facilmente si cade in peccato. Invece,
nel giudizio e nel vaglio di se stessi, si opera sempre fruttuosamente. Spesso
giudichiamo secondo un nostro preconcetto; e così, per un nostro atteggiamento
personale, perdiamo il criterio della verità. Se il nostro desiderio fosse
diretto soltanto a Dio, non ci lasceremmo turbare così facilmente dalla
resistenza opposta dal nostro senso umano. Di più, spesso, c'è qualcosa, già
nascosto, latente in noi, o sopravveniente dall'esterno, che ci tira di qua o
di là. Molti, in tutto ciò che fanno, cercano se stessi, senza neppure
accorgersene. Sembrano essere in perfetta pace quando le cose vanno secondo i
loro desideri e i loro gusti; se, invece, vanno diversamente, subito si agitano
e si rattristano.
1. Avviene di frequente che nascono divergenze
tra amici e concittadini, persino tra persone pie e devote, per diversità nel
modo di sentire e di pensare. Giacché è difficile liberarsi da vecchi posizioni
abituali, e nessuno si lascia tirare facilmente fuori dal proprio modo di
vedere. Così, se ti baserai sui tuoi ragionamenti e sulla tua esperienza, più
che sulla forza propria di Gesù Cristo, raramente e stentatamente riuscirai ad
essere un uomo illuminato; Dio vuole, infatti, che noi ci sottomettiamo
perfettamente a lui, e che trascendiamo ogni nostro ragionamento grazie ad un
fiammeggiante amore.
Capitolo
XV
LE OPERE
FATTE PER AMORE
1. Non si deve fare alcun male, per nessuna
cosa al mondo né per compiacenza verso chicchessia; talora, invece, per giovare
a uno che ne ha bisogno, si deve senza esitazione lasciare una cosa buona che
si sta facendo, o sostituirla con una ancora più buona: in tal modo non si distrugge
l'opera buona, ma soltanto la si trasforma in meglio.
1. A nulla giova un'azione esterna compiuta
senza amore; invece, qualunque cosa, per quanto piccola e disprezzata essa sia,
se fatta con amore, diventa tutta piena di frutti. In verità Iddio non tiene
conto dell'azione umana in sé e per sé, ma dei moventi di ciascuno. Opera
grandemente colui che agisce con rettitudine; opera lodevolmente colui che si
pone al servizio della comunità, più che del suo capriccio. Accade spesso che
ci sembri amore ciò che è piuttosto attaccamento carnale; giacché è raro che,
sotto le nostre azioni, non ci siano l'inclinazione naturale, il nostro gusto,
la speranza di una ricompensa, il desiderio del nostro comodo. Chi ha un amore
vero e perfetto non cerca se stesso, in alcuna sua azione, ma desidera
solamente che in ogni cosa si realizzi la gloria di Dio. Di nessuno è invidioso
colui che non tende al proprio godimento, né vuole personali soddisfazioni,
desiderando, al di là di ogni bene, di avere beatitudine in Dio. Costui non
attribuisce alcunché di buono a nessuno, ma riporta il bene totalmente a Dio;
dal quale ogni cosa procede, come dalla sua fonte e, nel quale, alla fine,
tutti i santi godono pace. Oh, chi avesse anche una sola scintilla di vera
carità, per certo capirebbe che tutto ciò che è di questa terra è pieno di
vanità.
Capitolo
XVI
SOPPORTARE
I DIFETTI DEGLI ALTRI
1. Quei difetti, nostro od altrui, che non
riusciamo a correggere, li dobbiamo sopportare con pazienza, fino a che Dio non
disponga altrimenti. Rifletti che, per avventura, questa sopportazione è la
cosa più utile per te, come prova di quella pazienza, senza della quale ben
poco contano i nostri meriti. Tuttavia, di fronte a tali difficoltà, devi
chiedere insistentemente che Dio si degni di venirti in aiuto e che tu riesca a
sopportarle lietamente. Se uno, ammonito una volta e un'altra ancora, non si
acquieta, cessa di litigare con lui; rimetti invece ogni cosa in Dio, affinché
in tutti noi, suoi servi, si faccia la volontà e la gloria di Lui, che ben sa
trasformare il male in bene. Sforzati di essere paziente nel tollerare i
difetti e le debolezze altrui, qualunque essi siano, giacché anche tu presenti
molte cose che altri debbono sopportare.
2. Se non riesci a trasformare te stesso
secondo quella che pure è la tua volontà, come potrai pretendere che gli altri
si conformino al tuo desiderio? Vogliamo che gli altri siano perfetti; mentre
noi non correggiamo le nostre manchevolezze. Vogliamo che gli altri si
correggano rigorosamente; mentre noi non sappiamo correggere noi stessi. Ci
disturba una ampia libertà degli altri; mentre non sappiamo negare a noi stessi
ciò che desideriamo. Vogliamo che gli altri siano stretti entro certe regole;
mentre noi non ammettiamo di essere un po' più frenati. In tal modo, dunque, è
chiaro che raramente misuriamo il prossimo come noi stessi. Se fossimo tutti
perfetti, che cosa avremmo da patire dagli altri, per amore di Dio? Ora, Dio
così dispone, affinché apprendessimo a portare l'uno i pesi dell'altro (Gal
6,2). Infatti non c'è alcuno che non presenti difetti o molestie; non c'è
alcuno che basti a se stesso e che, di per sé, sia sufficientemente saggio.
Occorre, dunque, che ci sopportiamo a vicenda, che a vicenda ci consoliamo, che
egualmente ci aiutiamo e ci ammoniamo. Quanta virtù ciascuno di noi abbia, ciò
appare al momento delle avversità: non sono le occasioni che fanno fragile
l'uomo, ma esse mostrano quale esso è.
Capitolo
XVII
LA VITA
NEI MONASTERI
1. Se vuoi mantenere pace e concordia con gli
altri, devi imparare a vincere decisamente te stesso in molte cose. Non è cosa
facile stare in un monastero o in un gruppo, e viverci senza lamento alcuno,
mantenendosi fedele sino alla morte. Beato colui che vi avrà vissuto santamente
e vi avrà felicemente compiuta la vita. Se vuoi stare saldo al tuo dovere e
avanzare nel bene, devi considerarti esule pellegrino su questa terra. Per
condurre una vita di pietà, devi farti stolto per amore di Cristo.
2. Poco contano l'abito e la tonsura; sono la trasformazione
della vita e la completa mortificazione delle passioni, che fanno il monaco.
Chi tende ad altro che non sia soltanto Dio e la salute dell'anima, non troverà
che tribolazione e dolore. Ancora, non avrà pace duratura chi non si sforza di
essere il più piccolo, sottoposto a tutti. Qui tu sei venuto per servire, non
comandare. Ricordati che sei stato chiamato a sopportare e a faticare, non a
passare il tempo in ozio e in chiacchiere. Qui si provano gli uomini, come si
prova l'oro nel fuoco (cfr. Sir 27,6). Qui nessuno potrà durevolmente stare, se
non si sarà fatto umile dal profondo del cuore, per amore di Dio.
Capitolo
XVIII
GLI ESEMPI
DEI GRANDI PADRI SANTI
1. Guarda ai luminosi esempi dei grandi santi
padri, nei quali rifulse una pietà veramente perfetta e vedrai come sia ben
poco, e quasi nulla, quello che facciamo noi. Ahimé!, che cosa è la nostra
vita, paragonata alla vita di quei santi? Veramente santi, e amici di Cristo,
costoro servirono il Signore nella fame e nella sete; nel freddo, senza avere
di che coprirsi; nel faticoso lavoro; nelle veglie e nei digiuni; nelle
preghiere e nelle pie meditazioni; spesso nelle ingiurie e nelle persecuzioni.
Quante tribolazioni, e quanto gravi, hanno patito gli apostoli, i martiri, i
testimoni della fede, le vergini e tutti gli altri che vollero seguire le orme
di Cristo; essi infatti, ebbero in odio se stessi in questo mondo, per
possedere le loro anime nella vita eterna. Quale vita rigorosa, e piena di
rinunce, vissero questi grandi padri nel deserto; quante lunghe e gravi
tentazioni ebbero a sopportare; quanto spesso furono tormentati dal diavolo;
quante ripetute e fervide preghiere offrirono a Dio; quali dure astinenze
seppero sopportare. Come furono grandi l'ardore e il fervore con i quali
mirarono al loro progresso spirituale; come fu coraggiosa la battaglia che essi
fecero per vincere i loro vizi; come fu piena e retta la loro intenzione, che
essi tennero sempre volta a Dio! Lavoravano per tutta la giornata, e la notte
la passavano in continua preghiera; ma neppure durante il lavoro veniva mai
meno in loro l'orazione interiore. Tutto il loro tempo era impiegato utilmente;
e a loro sembrava troppo corta ogni ora dedicata a Dio; ancora, per la grande
soavità della contemplazione, dimenticavano persino la necessità di rifocillare
il corpo. Rinunciavano a tutte le ricchezze, alle cariche, agli onori, alle
amicizie e alle parentele; nulla volevano avere delle cose del mondo;
mangiavano appena quanto era necessario alla vita e si lamentavano quando si
dovevano sottomettere a necessità materiali.
2. Erano poveri di cose terrene, molto ricchi
invece di grazia e di virtù; esteriormente miserabili, ricompensati però
interiormente dalla grazia e dalla consolazione divina; lontani dal mondo, ma
vicini a Dio, amici intimi di Dio,; si ritenevano un nulla ed erano disprezzati
dagli uomini, ma erano preziosi e cari agli occhi di Dio. Stavano in sincera
umiltà, vivevano in schietta obbedienza; camminavano in amore e sapienza: per
questo progredivano spiritualmente ogni giorno, e ottenevano tanta grazia
presso Dio. Essi sono offerti come esempio per tutti coloro che si sono dati
alla vita religiosa; essi ci devono indurre all'avanzamento nel bene, più che
non ci induca al rilassamento la schiera delle persone poco fervorose.
3. Quanto fu grande l'ardore di questi uomini
di Dio, quando diedero inizio alle loro istituzioni. Quale devozione nella
preghiera, quale slancio nella vita, quale rigore in esso vigoreggiò; quanto
rispetto e quanta docilità sotto la regola del maestro fiorì in tutti loro.
Restano ancora certi ruderi abbandonati, ad attestare che furono veramente
uomini santi e perfetti, costoro, che con una strenua lotta, schiacciarono il
mondo. Oggi, invece, già uno è ritenuto buono se non tradisce la fede; se
riesce a sopportare con pazienza quel che gli tocca. Tale è la nostra attuale
condizione di negligente tiepidezza, che ben presto cadiamo nel fervore
iniziale; pigri e stanchi, già ci viene a noia la vita. Voglia il cielo che in
te non si vada spegnendo del tutto l'avanzamento nelle virtù; in te che
frequentemente hai avuto sotto gli occhi gli esempi dei santi.
Capitolo
XIX
COME SI
DEVE ADDESTRARE COLUI CHE SI E' DATO A DIO
1. La vita di colui che si è dato a Dio deve
essere rigogliosa di ogni virtù, cosicché, quale egli appare esteriormente alla
gente, tale sia anche interiormente. Anzi, e a ragione, di dentro vi deve
essere molto più di quanto appare di fuori; giacché noi siamo sotto gli occhi
di Dio, e a lui dobbiamo sommo rispetto, ovunque ci troviamo; Dio, dinanzi al
quale dobbiamo camminare puri come angeli. Ogni giorno dobbiamo rinnovare il
nostro proposito e spronare noi stessi al fervore, come fossimo appena venuti,
oggi, alla vita del monastero. Dobbiamo dire: aiutami, Signore Iddio, nel mio
buon proposito e nel santo servizio che ti è dovuto; concedimi di ricominciare
oggi radicalmente, perché quel che ho fatto fin qui è nulla. Il nostro
progresso spirituale procede di pari passo con il nostro proposito. Grande
vigilanza occorre per chi vuol avanzare nel bene; ché, se cade spesso colui che
ha forti propositi, che cosa sarà di colui che soltanto di rado si propone
alcunché, e con poca fermezza? Svariati sono i modi nei quali ci accade di
abbandonare il nostro proposito; anche la semplice omissione di un solo esercizio
di pietà porta quasi sempre qualche guasto. In verità, la fermezza di proposito
dei giusti dipende, più che dalla loro saggezza, dalla grazia di Dio, nel quale
essi ripongono la loro fiducia, qualunque meta riescano a raggiungere, giacché
l'uomo propone ma chi dispone è Dio, le cui vie noi non conosciamo. Se
talvolta, per fare del bene o per essere utili ai fratelli, si omette un
abituale esercizio di pietà, esso potrà facilmente essere recuperato più tardi;
che se, invece, quasi senza badare, lo si tralascia per malavoglia o
negligenza, ciò costituisce già una colpa, e deve essere sentito come una
perdita.
2. Per quanto ci mettiamo tutto l'impegno
possibile, sarà facile che abbiamo a cadere ancora, in varie occasioni.
Tuttavia dobbiamo fare continuamente qualche proponimento preciso, specialmente
in contrapposto a ciò che maggiormente impedisce il nostro profitto spirituale.
Cose esterne e cose interiori sono necessarie al nostro progresso spirituale,
perciò, le une come le altre, dobbiamo esaminarle attentamente e metterle nel
giusto ordine. Se non riesci a stare sempre concentrato in te stesso,
raccogliti di tempo in tempo, almeno una volta al giorno, la mattina o la sera:
la mattina per fare i tuoi propositi, la sera per esaminare come ti sei comportato,
cioè come sei stato, nelle parole, nonché nei pensieri, con i quali forse hai
più spesso offeso Dio o il prossimo. Armati, come un soldato, contro le
perversità del diavolo. Tieni a freno la gola; così terrai più facilmente a
freno ogni altra cattiva tendenza del corpo. Non stare mai senza far nulla: sii
occupato sempre, a leggero o a scrivere, a pregare o a meditare, o a fare
qualche lavoro utile per tutti. Gli esercizi corporali di ciascuno siano
compiuti separatamente; né tutti possono assumersene ugualmente. Se non sono
esercizi di tutta la comunità, non devono essere palesati a tutti, giacché ciò
che è personale si fa con maggior profitto nel segreto. Tuttavia guarda di non
essere tardo alle pratiche comunitarie; più pronto, invece, a quelle tue proprie.
Che, compiuto disciplinatamente e interamente il dovere imposto, se avanza
tempo, ritornerai a te stesso, come vuole la tua devozione personale. Non è
possibile che tutti abbiano a fare il medesimo esercizio, giacché a ciascuno
giova qualcosa di particolare. E poi si amano esercizi diversi secondo i
momenti: alcuni ci sono più graditi nei giorni di festa, altri nei giorni
comuni. Inoltre, nel momento della tentazione e nel momento della pacifica
tranquillità, abbiamo bisogno di esercizi ben diversi. Infine quando siamo
nella tristezza ci piace pensare a certe cose; ad, invece quando siamo nella
Letizia del Signore.
3. Nelle feste più solenni dobbiamo rinnovare
gli esercizi di pietà ed implorare con fervore più grande l'aiuto dei santi. I
nostri proponimenti devono andare da una ad altra festività, come se in quel
punto dovessimo lasciare questo mondo e giungere alla festa eterna. Per questo,
nei periodi di particolare devozione, dobbiamo prepararci con cura, e
mantenerci in più grande pietà, attenendoci più rigorosamente ai nostri doveri,
quasi stessimo per ricevere da Dio il premio delle nostre fatiche. Che se tale
premio sarà rimandato, dobbiamo convincerci che non eravamo pienamente
preparati e che non eravamo ancora degni della immensa gloria, che ci sarà
rivelata (Rm 8,18) nel tempo stabilito; e dobbiamo fare in modo di prepararci
meglio alla morte. "Beato quel servo - dice Luca evangelista - che il
padrone, al suo arrivo, avrà trovato sveglio e pronto. In verità vi dico che
gli darà da amministrare tutti i suoi beni" (Lc 12,44; cfr. Lc 12,37).
Capitolo
XX
L'AMORE
DELLA SOLITUDINE E DEL SILENZIO
1. Cerca il tempo adatto per pensare a te e
rifletti frequentemente sui benefici che vengono da Dio. Tralascia ogni cosa
umanamente attraente; medita argomenti che ti assicurino una compunzione di
spirito, piuttosto che un modo qualsiasi di occuparti. Un sufficiente spazio di
tempo, adatto per dedicarti a buone meditazioni, lo troverai rinunciando a fare
discorsi inutilmente oziosi e ad ascoltare chiacchiere sugli avvenimenti del
giorno. I più grandi santi evitavano, per quanto possibile, di stare con la
gente e preferivano stare appartati, al servizio di Dio. E' stato detto: ogni
volta che andai tra gli uomini ne ritornai meno uomo di prima (Seneca, Epist. VII,
3). E ne facciamo spesso esperienza, quando stiamo a lungo a parlare con altri.
Tacere del tutto è più facile che evitare le intemperanze del discorrere, come
è più facile stare chiuso in casa che sapersi convenientemente controllare
fuori casa. Perciò colui che vuole giungere alla spiritualità interiore, deve,
insieme con Gesù, ritirarsi dalla gente. Soltanto chi ama il nascondimento sta
in mezzo alla gente senza errare; soltanto chi ama il silenzio parla senza
vaneggiare; soltanto chi ama la sottomissione eccelle senza sbagliare; soltanto
chi ama obbedire comanda senza sgarrare; soltanto colui che è certo della sua
buona coscienza possiede gioia perfetta.
2. Però, anche nei santi, questo senso di
sicurezza ebbe fondamento nel timore di Dio. Essi brillarono per straordinarie
virtù e per grazia, ma non per questo furono meno fervorosi e intimamente
umili. Il senso di sicurezza dei cattivi scaturisce, invece, dalla superbia e
dalla presunzione; e , alla fine, si muta in inganno di se stessi. Non sperare
di avere sicurezza in questo mondo, anche se sei ritenuto buon monaco o eremita
devoto; spesso, infatti, coloro che sembravano eccellenti agli occhi degli
uomini sono stati messi nelle più gravi difficoltà. Per molte persone è meglio
dunque non essere del tutto esenti da tentazioni ed avere sovente da lottare
contro di queste, affinché non siamo troppo sicure di sé, non abbiamo per caso
a montare in superbia o addirittura a volgersi sfrenatamente a gioie terrene.
Quale buona coscienza manterrebbe colui che non andasse mai cercando le gioie
passeggere e non si lasciasse prendere dal mondo! Quale grande pace, quale
serenità avrebbe colui che sapesse stroncare ogni vano pensiero, meditando
soltanto intorno a ciò che attiene a Dio e alla salute dell'anima, e ponendo ben
fissa ogni sua speranza in Dio! Nessuno sarà degno del gaudio celeste, se non
avrà sottoposto pazientemente se stesso al pungolo spirituale. Ora, se tu vuoi
sentire dal profondo del cuore questo pungolo, ritirati nella tua stanza,
lasciando fuori il tumulto del mondo, come sta scritto: pungolate voi stessi,
nelle vostre stanze (Sal 4,4). Quello che fuori, per lo più, vai perdendo, lo
troverai nella tua cella; la quale diventa via via sempre più cara, mentre reca
noi soltanto a chi vi sta di mal animo. Se, fin dall'inizio della tua venuta in
convento, starai nella tua cella, e la custodirai con buona disposizione
d'animo, essa diventerà per te un'amica diletta e un conforto molto gradito.
3. Nel silenzio e nella quiete l'anima devota
progredisce e apprende il significato nascosto delle Scritture; nel silenzio e
nella quiete trova fiumi di lacrime per nettarsi e purificarsi ogni notte, e
diventa tanto più intima al suo creatore quanto più sta lontana da ogni chiasso
mondano. Se, dunque, uno si sottrae a conoscenti e ad amici, gli si farà vicino
Iddio, con gli angeli santi. E' cosa migliore starsene appartato a curare il
proprio perfezionamento, che fare miracoli, dimenticando se stessi. Cosa
lodevole, per colui che vive in convento, andar fuori di rado, evitare di
apparire, persino schivare la gente. Perché mai vuoi vedere ciò che non puoi
avere? "Il mondo passa, e passano i suoi desideri" (1Gv 2,17). I
desideri dei sensi portano a vagare con la mente; ma, passato il momento, che
cosa ne ricavi se non un peso sulla coscienza e una profonda dissipazione?
Un'uscita piena di gioia prepara spesso un ritorno pieno di tristezza; una
veglia piena di letizia rende l'indomani pieno di amarezza; ogni godimento
della carne penetra con dolcezza, ma alla fine morde e uccide. Che cosa puoi
vedere fuori del monastero, che qui tu non veda? Ecco, qui hai il cielo e la
terra e tutti glie elementi dai quali sono tratte tutte le cose. Che cosa
altrove potrai vedere, che possa durare a lungo sotto questo sole? Forse credi
di poterti saziare pienamente; ma a ciò non giungerai. Ché, se anche tu vedessi
tutte le cose di questo mondo, che cosa sarebbe questo, se non un sogno senza
consistenza? Leva i tuoi occhi in alto, a Dio, e prega per i tuoi peccati e per
le tue mancanze. Lascia le vanità alla gente vana; e tu attendi invece a quello
che ti ha comandato Iddio. Chiudi dietro di te la tua porta, chiama a te Gesù,
il tuo diletto, e resta con lui nella cella; ché una sì grande pace altrove non
la troverai. Se tu non uscirai e nulla sentirai dal chiasso mondano, resterai
più facilmente in una pace perfetta. E poiché talvolta sentire cose nuove reca
piacere, occorre che tu sappia sopportare il conseguente turbamento dell'animo.
Capitolo
XXI
LA
COMPUNZIONE DEL CUORE
1. Se vuoi fare qualche progresso conservati
nel timore di Dio, senza ambire a una smodata libertà; tieni invece saldamente
a freno i tuoi sensi, senza lasciarti andare a una stolta letizia. Abbandonati
alla compunzione di cuore, e ne ricaverai una vera devozione. La compunzione
infatti fa sbocciare molte cose buone, che, con la leggerezza di cuore,
sogliono subitamente disperdersi. E' meraviglia che uno possa talvolta trovare
piena letizia nella vita terrena, se considera che questa costituisce un esilio
e se riflette ai tanti pericoli che la sua anima vi incontra. Per leggerezza di
cuore e noncuranza dei nostri difetti spesso non ci rendiamo conto dei guai
della nostra anima; anzi, spesso ridiamo stoltamente, quando, in verità,
dovremmo piangere. Non esiste infatti vera libertà, né santa letizia, se non
nel timore di Dio e nella rettitudine di coscienza. Felice colui che riesce a
liberarsi da ogni impacci dovuto a dispersione spirituale, concentrando tutto
se stesso in una perfetta compunzione. Felice colui che sa allontanare tutto
ciò che può macchiare o appesantire il suo spirito. Tu devi combattere da uomo:
l'abitudine si vince con l'abitudine. Se impari a non curarti della gente,
questa lascerà che tu attenda tranquillamente a te stesso. Non portare dentro di
te le faccende degli altri, non impicciarti neppure di quello che fanno le
persone più in vista; piuttosto vigila sempre e in primo luogo su di te, e
rivolgi il tuo ammonimento particolarmente a te stesso, prima che ad altre
persone, anche care. Non rattristarti se non ricevi il favore degli uomini;
quello che ti deve pesare, invece, è la constatazione di non essere del tutto e
sicuramente nella via del bene, come si converrebbe a un servo di Dio e a un
monaco pieno di devozione.
2. E' grandemente utile per noi, e ci dà
sicurezza di spirito, non ricevere molte gioie in questa vita; particolarmente
gioie materiali. Comunque, è colpa nostra se non riceviamo consolazioni divine
o ne proviamo raramente; perché non cerchiamo la compunzione del cuore e non
respingiamo del tutto le vane consolazioni che vengono dal di fuori. Riconosci
di essere indegno della consolazione divina, e meritevole piuttosto di molte
sofferenze, Quando uno è pienamente compunto in se stesso, ogni cosa di questo
mondo gli appare pesante e amara. L'uomo retto, ben trova motivo di pianto
doloroso. Sia che rifletta su di sé o che vada pensando agli altri, egli
comprende che nessuno vive quaggiù senza afflizioni; e quanto più severamente
si giudica, tanto maggiormente si addolora. Sono i nostri peccati e i nostri
vizi a fornire materia di giusto dolore e di profonda compunzione; peccato e
vizi dai quali siamo così avvolti e schiacciati che raramente riusciamo a
guardare alle cose celesti. Se il nostro pensiero andasse frequentemente alla
morte, più che alla lunghezza della vita, senza dubbio ci emenderemmo con
maggior fervore. Di più, se riflettessimo nel profondo del cuore alle
sofferenze future dell'inferno e del purgatorio, accetteremmo certamente
fatiche e dolori, e non avremmo paura di un duro giudizio. Invece queste cose
non penetrano nel nostro animo; perciò restiamo attaccati alle dolci mollezze,
restiamo freddi e assai pigri. Spesso, infatti, è sorta di spirituale povertà
quella che facilmente invade il nostro misero corpo. Prega dunque umilmente il
Signore che ti dia lo spirito di compunzione; e di', con il profeta: nutrimi, o
Signore, "con il pane delle lacrime; dammi, nelle lacrime, copiosa
bevanda" (Sal 79,6).
Capitolo
XXII
LA
MEDITAZIONE DELLA MISERIA UMANA
1.
Dovunque tu
sia e dovunque ti volga, sei sempre misera cosa; a meno che tu non ti volga
tutto a Dio. Perché resti turbato quando le cose non vanno secondo la tua
volontà e il tuo desiderio? Chi è colui che tutto ha secondo il suo
beneplacito? Non io, non tu, né alcun altro su questa terra. Non c'è persona al
mondo, anche se è un re o un papa, che non abbia qualche tribolazione o
afflizione. E chi è dunque che ha la parte migliore? Senza dubbio colui che è
capace di sopportare qualche male per amore di Dio. Dice molta gente, debole e
malata nello spirito: guarda che vita beata conduce quel tale; come è ricco e
grande, come è potente e come è salito in alto! Ma, se poni mente ai beni
eterni, vedrai che tutte queste cose passeggere sono un nulla, anzi qualcosa di
molto insicuro e particolarmente gravoso, giacché le cose temporali non si
possono avere senza preoccupazioni e paure. Per la felicità non occorre che
l'uomo possieda beni terreni in sovrabbondanza; basta averne una modesta
quantità, giacché la vita di quaggiù è veramente una misera cosa. Quanto più
uno desidera elevarsi spiritualmente, tanto più la vita presente gli appare
amara, perché constata pienamente le deficienze dovute alla corrotta natura
umana. Invero mangiare, bere, star sveglio, dormire, riposare, lavorare, e
dover soggiacere alle altre necessità che ci impone la nostra natura, tutto
ciò, in realtà, è una miseria grande e un dolore per l'uomo religioso; il quale
amerebbe essere sciolto e libero da ogni peccato. In effetti l'uomo che vive
interiormente si sente schiacciato, come sotto un peso, dalle esigenze
materiali di questo mondo; ed è perciò che il profeta prega fervorosamente di
essere liberato, dicendo: "Signore, toglimi da queste necessità" (Sal
24,17).
2.
Guai a quelli
che non riconoscono la loro miseria. Guai, ancor più, a quelli che amano questa
vita miserabile e destinata a finire; una vita alla quale tuttavia certa gente
- anche se, lavorando o elemosinando, mette insieme appena appena il necessario
- si abbarbica, come se potesse restare quaggiù in eterno, senza darsi pensiero
del regno di Dio. Gente pazza, interiormente priva di fede; gente sommersa
dalle cose terrene, tanto da gustare solo ciò che è materiale. Alla fine, però,
constateranno, con pena, quanto poco valessero - anzi come fossero un nulla -
le cose che avevano amato. Ben diversamente, i santi di Dio, e tutti i devoti
amici di Cristo; essi non andavano dietro ai piaceri del corpo o a ciò che
rende fiorente questa vita mortale. La loro anelante tensione e tutta la loro
speranza erano per i beni eterni; il loro desiderio - per non essere tratti al
basso dall'attaccamento alle cose di quaggiù - si elevava interamente alle cose
invisibili, che non vengono meno. O fratello, non perdere la speranza di
progredire spiritualmente; ecco, ne hai il tempo e l'ora. Perché, dunque, vuoi
rimandare a domani il tuo proposito? Alzati, e comincia all'istante, dicendo: è
questo il momento di agire; è questo il momento di combattere; è questo il
momento giusto per correggersi. Quando hai dolori e tribolazioni, allora è il
momento per farti dei meriti. Giacché occorre che tu passi attraverso il
"fuoco e l'acqua" prima di giungere nel refrigerio (Sal 65,12). E se
non farai violenza a te stesso, non vincerai i tuoi vizi. Finché portiamo
questo fragile corpo, non possiamo essere esenti dal peccato, né vivere senza
molestie e dolori. Ben vorremmo aver tregua da ogni miseria; ma avendo perduto,
a causa del peccato, la nostra innocenza, abbiamo perduto quaggiù anche la vera
felicità. Perciò occorre che manteniamo in noi una ferma pazienza, nell'attesa
della misericordia divina, "fino a che sia scomparsa l'iniquità di questo
mondo" (Sal 56,2) e le cose mortali "siano assunte dalla vita
eterna" (2Cor 5,4).
3.
Tanto è
fragile la natura umana che essa pende sempre verso il vizio. Ti accusi oggi
dei tuoi peccati e domani commetti di nuovo proprio ciò di cui ti sei accusato.
Ti proponi oggi di guardarti dal male, e dopo un'ora agisci come se tu non ti
fossi proposto nulla. Ben a ragione, dunque, possiamo umiliarci; né mai possiamo
avere alcuna buona opinione di noi stessi, perché siamo tanto deboli e
instabili. Inoltre, può andare rapidamente perduto per negligenza ciò che a
stento, con molta fatica, avevamo alla fine raggiunto, per grazia di Dio. E che
cosa sarà di noi alla fine, se così presto ci prende la tiepidezza? Guai a noi,
se pretendessimo di riposare tranquillamente, come se già avessimo raggiunto
pace e sicurezza, mentre, nella nostra vita, non si vede neppure un indizio di
vera santità. Occorrerebbe che noi fossimo di nuovo plasmati, quasi in un buon
noviziato, a una vita irreprensibile; in tal modo potremo sperare di
raggiungere un certo miglioramento e di conseguire un maggior profitto
spirituale.
Capitolo
XXIII
LA
MEDITAZIONE DELLA MORTE
1. Ben presto la morte sarà qui, presso di te.
Considera, del resto, la tua condizione: l'uomo oggi c'è e domani è scomparso;
e quando è sottratto alla vista, rapidamente esce anche dalla memoria. Quanto
grandi sono la stoltezza e la durezza di cuore dell'uomo: egli pensa soltanto alle
cose di oggi e non piuttosto alle cose future. In ogni azione, in ogni
pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; ché, se
avrai retta la coscienza, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star
lontano dal peccato che sfuggire alla morte. Se oggi non sei preparato a
morire, come lo sarai domani? Il domani è una cosa non sicura: che ne sai tu se
avrai un domani? A che giova vivere a lungo, se correggiamo così poco noi
stessi? Purtroppo, non sempre una vita lunga corregge i difetti; anzi spesso
accresce maggiormente le colpe. Magari potessimo passare santamente anche una
sola giornata in questo mondo. Molti fanno il conto degli anni trascorsi dalla
loro conversione a Dio; ma scarso è sovente il frutto della loro emendazione.
Certamente morire è cosa che mette paura; ma forse è più pericoloso vivere a
lungo. Beato colui che ha sempre dinanzi agli occhi l'ora della sua morte ed è
pronto ogni giorno a morire. Se qualche volta hai visto uno morire, pensa che
anche tu dovrai passare per la stessa strada. La mattina, fa conto di non
arrivare alla sera; e quando poi si farà sera non osare sperare nel domani. Sii
dunque sempre pronto; e vivi in tal modo che, in qualunque momento, la morte
non ti trovi impreparato.
1. Sono molti coloro che muoiono in un
istante, all'improvviso; giacché "il Figlio dell'uomo verrà nell'ora in
cui non si pensa che possa venire" (Mt 24,44; Lc 12,40). Quando sarà
giunto quel momento estremo, comincerai a giudicare ben diversamente tutta la
tua vita passata, e molto ti dorrai di esser stato tanto negligente e tanto
fiacco. Quanto é saggio e prudente l'uomo che, durante la vita, si sforza di
essere quale desidera esser trovato al momento della morte! Ora, una piena
fiducia di morire santamente la daranno il completo disprezzo del mondo,
l'ardente desiderio di progredire nelle virtù, l'amore del sacrificio, il
fervore nella penitenza, la rinuncia a se stesso e il saper sopportare ogni
avversità per amore di Cristo. Mentre sei in buona salute, molto puoi lavorare
nel bene; non so, invece, che cosa potrai fare quando sarai ammalato. Giacché
sono pochi quelli che, per il fatto di essere malati, diventano più buoni; così
come sono pochi quelli che, per il fatto di andare frequentemente in
pellegrinaggio, diventano più santi. Non credere di poter rimandare a un tempo
futuro la tua salvezza, facendo affidamento sui suffragi degli amici e dei
parenti; tutti costoro ti dimenticheranno più presto di quanto tu non creda.
Perciò, più che sperare nell'aiuto di altri, è bene provvedere ora, fin che si
è in tempo, mettendo avanti un po' di bene. Ché, se non ti prendi cura di te
stesso ora, chi poi si prenderà cura di te? Questo è il tempo veramente
prezioso; sono questi i giorni della salvezza; è questo il tempo che il Signore
gradisce (2Cor 6,2). Purtroppo, invece, questo tempo tu non lo spendi utilmente
in cose meritorie per la vita eterna. Verrà il momento nel quale chiederai
almeno un giorno o un'ora per emendarti; e non so se l'otterrai. Ecco, dunque,
mio caro, di quale pericolo ti potrai liberare, a quale pericolo ti potrai
sottrarre, se sarai stato sempre nel timore di Dio, in vista della morte.
Procura di vivere ora in modo tale che, nell'ora della morte, tu possa avere
letizia, anziché paura; impara a morire al mondo, affinché tu cominci allora a
vivere con Cristo; impara ora a disprezzare ogni cosa, affinché tu possa allora
andare liberamente a Cristo; mortifica ora il tuo corpo con la penitenza,
affinché tu passa allora essere pieno di fiducia.
2. Stolto, perché vai pensando di vivere a
lungo, mentre non sei sicuro di avere neppure una giornata? Quante persone sono
state ingannate, inaspettatamente tolte a questa vita! Quante volte hai sentito
dire che uno è morto di ferite e un altro è annegato; che uno, cadendo
dall'alto, si è rotto la testa; che uno si è soffocato mentre mangiava e un
altro è morto mentre stava giocando? Chi muore per fuoco, chi per spada; chi
per una pestilenza, chi per un assalto dei predoni. Insomma, comunque destino è
la morte; e passa rapidamente come un'ombra la vita umana. Chi si ricorderà di
te, dopo che sarai scomparso, e chi pregherà per te? Fai, o mio caro, fai ora
tutto quello che sei in grado di fare, perché non conosci il giorno della tua
morte; né sai che cosa sarà di te dopo. Accumula, ora, ricchezze eterne, mentre
sei in tempo. Non pensare a nient'altro che alla tua salvezza; preoccupati
soltanto delle cose di Dio. Fatti ora degli amici, venerando i santi di Dio e
imitando le loro azioni, "affinché ti ricevano nei luoghi eterni, quando
avrai lasciato questa vita" (Lc 16,9). Mantienti, su questa terra, come
uno che è di passaggio; come un ospite, che non ha a che fare con le faccende
di questo mondo. Mantieni libero il tuo cuore, e rivolto al cielo, perché non
hai stabile dimora quaggiù (Eb 13,14). Al cielo rivolgi continue preghiere e
sospiri e lacrime, affinché, dopo la morte, la tua anima sia degna di passare
felicemente al Signore. Amen.
Capitolo
XXIV
IL
GIUDIZIO DIVINO E LA PUNIZIONE DEI PECCATI
1. In ogni cosa tieni l'occhio fisso al termine
finale; tieni l'occhio, cioè, a come comparirai dinanzi al giudice supremo; al
giudice che vede tutto, non si lascia placare con doni, non accetta scuse; e
giudica secondo giustizia (cfr. Is 11,4). Oh!, sciagurato e stolto peccatore,
come potrai rispondere a Dio, il quale conosce tutto il male che hai fatto; tu
che tremi talvolta alla vista del solo volto adirato di un uomo? Perché non
pensi a quel che avverrà di te nel giorno del giudizio, quando nessuno potrà
essere scagionato e difeso da altri, e ciascuno costituirà per se stesso un
peso anche troppo grave? E' adesso che la tua fatica è producente; è adesso che
il tuo pianto e il tuo sospiro possono piacere a Dio ed essere esauditi; è
adesso che il tuo dolore può ripagare il male compiuto e renderti puro.
1. Un grave e salutare purgatorio l'ha colui
che sa sopportare. Questi, ricevendo ingiustizie, si dispiace della cattiveria
altrui, più che del male patito; è pronto a pregare per quelli che lo
contrastano e perdona di cuore le loro colpe; non esita a chiedere perdono agli
altri; è più incline ad aver compassione che ad adirarsi; fa violenza sovente a
se stesso e si sforza di sottoporre interamente la carne allo spirito.
Stroncare ora i vizi e purgarsi ora dai peccati è miglior cosa che lasciarli da
purgare in futuro. Invero noi facciamo inganno a noi stessi amando le cose
carnali, contro l'ordine stabilito da Dio. Che altro divorerà, quel fuoco, se
non i tuoi peccati? Perciò, quanto più indulgi a te stesso quaggiù, seguendo la
carne, tanto più duramente pagherai poi, preparando fin d'ora materiale più
abbondante per quelle fiamme. Ciascuno sarà più gravemente punito in ciò in cui
ebbe a peccare. Colà i pigri saranno incalzati da pungoli infuocati; e i golosi
saranno tormentati da grande sete e fame. Colà sui lussuriosi e sugli amanti
dei piaceri saranno versati in abbondanza pece ardente e zolfo fetido; e gli
invidiosi, per il grande dolore, daranno in ululati, quali cani rabbiosi. Non
ci sarà vizio che non abbia il suo speciale tormento. Colà i superbi saranno
pieni di ogni smarrimento; e gli avari saranno oppressi da gravissima miseria.
Un'ora trascorsa colà, nella pena, sarà più grave di cento anni passati qui in
durissima penitenza. Nessuna tregua, colà, nessun conforto per i dannati;
mentre quaggiù talora ci si stacca dalla fatica e si gode del sollievo degli
amici.
2. Devi darti da fare adesso, e piangere i
tuoi peccati, per poter essere senza pensiero nel giorno del giudizio. In quel
giorno, infatti, i giusti staranno in piena tranquillità in faccia a coloro che
li oppressero (Sap 5,1) e li calpesteranno. Starà come giudice colui che ora si
sottomette umilmente al giudizio degli uomini. In quel giorno, grande speranza
avranno il povero e l'umile, e sarà pieno di paura il superbo; apparirà che è
stato saggio in questo mondo colui che ha saputo essere stolto e disprezzato
per amore di Cristo. In quel giorno sarà cara ogni tribolazione che sia stata
sofferta pazientemente, e "ogni iniquità chiuderà la sua bocca" (Sal
106,42); l'uomo pio sarà nella gioia, mentre sarà nel dolore chi è vissuto
senza fede. In quel giorno il corpo tribolato godrà più che se fosse stato
nutrito di delizie; risplenderà la veste grossolana e quella fine sarà
oscurata; una miserabile dimora sarà più ammirata che un palazzo dorato. In
quel giorno una pazienza che non sia venuta mai meno, gioverà più che tutta la
potenza della terra; la schietta obbedienza sarà glorificata più che tutta
l'astuzia del mondo. In quel giorno la pura e retta coscienza darà più gioia
che la erudita dottrina; il disprezzo delle ricchezze varrà di più che i tesori
di tutti gli uomini. In quel giorno avrai maggior gioia da una fervente
preghiera che da un pranzo prelibato; trarrai più gioia dal silenzio che avrai
mantenuto, che da un lungo parlare. In quel giorno le opere buone varranno di
più che le molte parole; una vita rigorosa è una dura penitenza ti saranno più
care di ogni piacere di questa terra.
3. Impara a patire un poco adesso, affinché
allora tu possa essere liberato da patimenti maggiori. Prova te stesso prima,
quaggiù, per sapere di che cosa sarai capace allora. Se adesso sai così poco
patire, come potrai sopportare i tormenti eterni? Se adesso un piccolo
patimento ti rende così incapace di sopportazione, come ti renderà la Geenna?
Ecco, in verità, non le puoi avere tutte e due, queste gioie: godere in questa
vita e poi regnare con Cristo. Che ti gioverebbe, se, fino ad oggi, tu fossi
sempre vissuto tra gli onori e i piaceri, e ora ti accadesse di morire
improvvisamente? Tutto, dunque, è vanità, fuorché amare Iddio e servire a Lui
solo. E perciò, colui che ama Dio con tutto il suo cuore non ha paura né della
morte, né della condanna, né del giudizio, né dell'inferno. Un amore perfetto
porta con tutta sicurezza a Dio; chi invece continua ad amare il peccato ha
paura e - ciò non fa meraviglia - della morte e del giudizio. Se poi non hai
ancora amore bastante per star lontano dal male, è bene che almeno la paura
dell'inferno ti trattenga; in effetti, chi non tiene nel giusto conto il timore
di Dio non riuscirà a mantenersi a lungo nella via del bene, ma cadrà ben
presto nei lacci del diavolo.
Capitolo
XXV
CORREGGERE
FERVOROSAMENTE TUTTA LA NOSTRA VITA
1. Che tu sia attento e preciso, nel servire
Iddio; ripensa frequentemente alla ragione per la quale sei venuto qui,
lasciando il mondo. Non è stato forse per vivere in Dio e farti tutto spirito?
Che tu sia, dunque, fervoroso, giacché in breve tempo sarai ripagato dei tuoi
sforzi; né avrai più, sul tuo orizzonte, alcun timore e dolore faticherai qui
per un poco, e poi troverai una grande pace, anzi, una gioia perpetua. Se sarai
costante nella fede e fervoroso nelle opere, Dio, senza dubbio, sarà giusto e
generoso nella ricompensa. Che tu mantenga la santa speranza di giungere alla
vittoria, anche se non è bene che tu ne abbia alcuna sicurezza, per non cadere
in stato di torpore o di presunzione. Una volta, un tale, dibattuto
interiormente tra il timore e la speranza, sfinito dal doloro, si prostrò in
chiesa davanti ad un altare dicendo tra sé: "Oh! Se sapessi di poter
perseverare!". E subito, di dentro, udì una risposta, che veniva da Dio:
"Perché, se tu sapessi di poter perseverare, che cosa vorresti fare? Fallo
adesso, quello che vorresti fare, e sarai del tutto tranquillo". Allora,
rasserenato e confortato, egli si affidò alla volontà di Dio, e cessò in lui
quella angosciosa incertezza; egli non volle più cercar di sapere quel che
sarebbe stato di lui in futuro, e si diede piuttosto a cercare "quale
fosse la volontà del Signore: volontà di bene e di perfezione", (Rm 12, 2)
per intraprendere e portare a compimento ogni opera buona. Dice il profeta:
"Spera nel Signore e fa il bene; abita la terra e nutriti delle sue
ricchezze" (Sal 36,3).
1. Una sola cosa è quella che distoglie molta
gente dal progresso spirituale e dal fervoroso sforzo di correzione: lo
sgomento di fronte agli ostacoli e l'asprezza di questa lotta. Invero avanzano
nelle virtù coloro che si sforzano di superare virilmente ciò che è per essi
più gravoso, e che più li contrasta; giacché proprio là dove più si vince se
stessi, mortificandosi nello spirito, più si guadagna, e maggior grazia si
ottiene. Certo che non tutti gli uomini hanno pari forze per vincere se stessi
e per mortificarsi. Tuttavia, uno che abbia tenacia e buon volere, anche se le
sue passioni sono più violente, riuscirà a progredire più di un altro, pur
buono, ma meno fervoroso nel tendere verso le virtù. Due cose giovano
particolarmente al raggiungimento di una totale emendazione: il fare violenza a
se stessi, distogliendosi dal male, a cui ciascuno è portato per natura; e il
chiedere insistentemente il bene spirituale di cui ciascuno ha maggior bisogno.
Inoltre tu devi fare in modo di evitare soprattutto ciò che più spesso trovi
brutto in altri. Da ogni parte devi saper trarre motivo di profitto spirituale.
Così, se ti capita di vedere o di ascoltare dei buoni esempi, devi ardere dal
desiderio di imitarli; se, invece, ti pare che qualcosa sia degno di
riprovazione, devi guardarti dal fare altrettanto; se talvolta l'hai fatto,
procura di emendarti. Come il tuo occhio giudica gli altri, così, a tua volta,
sarai giudicato tu dagli altri. Quale gioia e quale dolcezza, vedere dei frati
pieni di fervore e di devozione, santi nella vita interiore e nella loro
condotta; quale tristezza, invece, e quale dolore, vedere certi frati, che
vanno di qua e di là, disordinatamente, tralasciando di praticare proprio ciò
per cui sono stati chiamati! Gran danno procura, questo dimenticarsi delle
promesse della propria vocazione, volgendo i desideri a cose diverse da quelle
che ci vengono ordinate.
2. Ricordati della decisione che hai presa, e
poni dinanzi ai tuoi occhi la figura del crocifisso. Riflettendo alla vita di
Gesù Cristo, avrai veramente di che vergognarti, ché non hai ancora cercato di
farti più simile a lui, pur essendo stato per molto tempo nella vita di Dio. Il
monaco che si addestra con intensa devozione sulla vita santissima e sulla
passione del Signore, vi troverà in abbondanza tutto ciò che gli può essere
utile e necessario; e non dovrà cercare nulla di meglio, fuor di Gesù. Oh, come
saremmo d'un colpo pienamente addottrinati se avessimo nel nostro cuore Gesù
crocifisso! Il monaco pieno di fervore sopporta ogni cosa santamente e accetta
ciò che gli viene imposto; invece quello negligente e tiepido trova una
tribolazione sull'altra ed è angustiato per ogni verso, perché gli manca la
consolazione interiore, e quella esterna gli viene preclusa. Il monaco che vive
fuori della regola va incontro a piena rovina. Infatti chi tende ad una
condizione piuttosto libera ed esente da disciplina sarà sempre
nell'incertezza, poiché ora non gli andrà una cosa, ora un'altra. Come fanno
gli altri monaci, così numerosi, che vivono ben disciplinati dalla regola del
convento? Escono di rado e vivono liberi da ogni cosa; mangiano assai
poveramente e vestono panni grossolani; lavorano molto e parlano poco; vegliano
fino a tarda ora e si alzano per tempo; pregano a lungo, leggono spesso e si
comportano strettamente secondo la regola. Guarda i Certosini, i Cistercensi, e
i monaci e le monache di altri Ordini, come si alzano tutte le notti per
cantare le lodi di Dio. Ora, sarebbe vergognoso che, in una cosa tanto
meritoria, tu ti lasciassi prendere dalla pigrizia, mentre un grandissimo
numero di monaci comincia i suoi canti di gioia, in unione con Dio. Oh!, se noi
non avessimo altro da fare che lodare il Signore, nostro Dio, con tutto il
cuore e con tutta la nostra voce. Oh!, se tu non avessi mai bisogno di
mangiare, di bere, di dormire; e potessi invece, lodare di continuo il Signore,
e occuparti soltanto delle cose dello spirito. Allora saresti più felice di
adesso, che sei al servizio del tuo corpo per varie necessità. E volesse il
Cielo che non ci fossero, queste necessità, e ci fossero soltanto i pasti
spirituali dell'anima, che purtroppo gustiamo ben di rado.
3. Quando uno sarà giunto a non cercare il
proprio conforto in alcuna creatura, allora egli comincerà a gustare
perfettamente Dio; allora accetterà di buon grado ogni cosa che possa
succedere; allora non si rallegrerà, o rattristerà, per il molto o il poco che
possieda. Si rimetterà del tutto e con piena fiducia in Dio: in Dio, che per
lui sarà tutto, in ogni circostanza; in Dio, agli occhi del quale nulla muove o
va interamente perduto; in Dio, e per il quale ogni cosa vive, servendo senza
esitazione al suo comando. Abbi sempre presente che tutto finisce e che il
tempo perduto non ritorna. Non giungerai a possedere forza spirituale, se non
avrai sollecitudine e diligenza. Se comincerai ad essere spiritualmente malato.
Se invece ti darai tutto al fervore, troverai una grande pace, e sentirai più
lieve la fatica, per la grazia di Dio e per la forza dell'amore. Tutto può,
l'uomo fervido e diligente. Impresa più grande delle sudate fatiche corporali è
quella di vincere i vizi e di resistere alle passioni. E colui che non sa
evitare le piccole mancanze, cade, a poco a poco, in mancanze maggiori. Sarai
sempre felice, la sera, se avrai spesa la giornata fruttuosamente. Vigila su te
stesso, scuoti e ammonisci te stesso; checché facciano gli altri, non
dimenticare te stesso. Il tuo progresso spirituale sarà pari alla violenza che
avrai fatto a te stesso. Amen.
FINISCONO LE ESORTAZIONI UTILI PER
LA VITA DELLO SPIRITO.
Libro
II
INCOMINCIAMO
LE ESORTAZIONI CHE CI INTRODUCONO ALL'INTERIORITA'
Capitolo
I
IL
RACCOGLIMENTO INTERIORE
1. "Il regno di Dio è dentro di voi"
(Lc 17,21), dice il Signore. Volgiti a Dio con tutto il tuo cuore, lasciando
questo misero mondo, e l'anima tua troverà pace. Impara a disprezzare ciò che
sta fuori di te, dandoti a ciò che è interiore, e vedrai venire in te il regno
di Dio. Esso è, appunto, "pace e letizia nello Spirito Santo" (Rm
14,17); e non è concesso ai malvagi. Se gli avrai preparato, dentro di te, una
degna dimora, Cristo verrà a te e ti offrirà il suo conforto. Infatti ogni lode
e ogni onore, che gli si possa fare, viene dall'intimo; e qui sta il suo
compiacimento. Per chi ha spirito di interiorità è frequente la visita di
Cristo; e, con essa, un dolce discorrere, una gradita consolazione, una grande
pace, e una familiarità straordinariamente bella. Via, anima fedele, prepara il
tuo cuore a questo sposo, cosicché si degni di venire presso di te e di
prendere dimora in te. Egli dice infatti: Se uno mi ama, osserverà la mia
parola, e verremo a lui e abiteremo presso di lui" (Gv 14,23). Accogli,
dunque, Cristo, e non far entrare in te nessun'altra cosa. Se avrai Cristo
sarai ricco, sarai pienamente appagato. Sarà lui a provvedere e ad agire
fedelmente per te. Così non dovrai affidarti agli uomini. Questi mutano in un
momento e vengono meno rapidamente, mentre cristo "resta in eterno"
(Gv 12, 34) e sta fedelmente accanto a noi, fino alla fine. Non dobbiamo far
molto conto sull'uomo, debole e mortale, anche se si tratta di persona che ci è
preziosa e cara; né dobbiamo troppo rattristarci se talvolta ci combatte e ci
contrasta. Quelli che oggi sono con te, domani si possono mettere contro di te;
spesso si voltano come il vento.
1. Riponi interamente la fiducia in Dio, e sia
lui il tuo timore e il tuo amore. Risponderà lui per te, e opererà per il bene,
nel modo migliore. "Non hai stabile dimora quaggiù" (Eb 13,14);
dovunque tu abbia a trovarti, sei un forestiero e un pellegrino, né mai avrai
pace se non sarai strettamente unito a Cristo. Perché ti guardi tutto attorno
quaggiù, se non è questo il luogo della tua pace? La tua dimora deve essere tra
le cose celesti; quelle terrene le devi guardare come di passaggio. Passano
tutte le cose, e con esse anche tu; vedi di non invischiarti, per evitare di
essere catturato e perire. Sia il tuo pensiero sempre presso l'Altissimo; e la
tua preghiera si diriga, senza sosta a Cristo. Che se non riesci a meditare le
profonde realtà celesti, cerca rifugio nella passione di Cristo e prendi lieta
dimora nelle sue sante ferite. Se ti sarai rifugiato, con animo devoto, nelle
ferite e nelle piaghe preziose di Gesù, sentirai un gran conforto nella
tribolazione, e non farai molto caso del disprezzo degli uomini, sopportando
con facilità quanto si dice contro di te. Anche Cristo fu disprezzato dagli
uomini in questo mondo e, nel momento in cui ne aveva maggior bisogno, fu
abbandonato, tra sofferenze disonoranti, da quelli che lo conoscevano e gli
erano amici. Cristo volle soffrire ed essere disprezzato; e tu osi lamentarti
di qualcuno? Cristo ebbe avversari e oppositori; e tu vuoi che tutti ti siano
amici e ti facciano del bene? Come potrà essere premiata la tua capacità di
soffrire se non avrai incontrato alcuna avversità? Se non vuoi sopportare nulla
che ti si opponga, in che modo potrai essere amico di Cristo? Se vuoi regnare
con Cristo, sorreggiti in Cristo e per mezzo di Cristo. Che se, una sola volta
tu riuscissi ad entrare perfettamente nell'intimo di Gesù, gustando un poco
dell'ardente suo amore, non ti preoccuperesti per nulla di ciò che ti piace o
non ti piace; troveresti gioia, invece nelle offese che ti si fanno. Giacché
l'amore per Gesù ci porta a disprezzare noi stessi.
2. L'uomo che ama Gesù e la verità, l'uomo
veramente interiore e libero da desideri contrari alla suprema volontà, può
volgersi a Dio senza impacci, e innalzarsi in ispirito sopra se stesso,
ricavandone una pace ricca di frutto. Veramente saggio, e dotto di una dottrina
impartita da Dio più che dagli uomini, è colui che stima tutte le cose per
quello che sono, non per quello che se ne dice nei giudizi umani. Se uno sa
procedere secondo la guida interiore, evitando di valutare le cose secondo i
criteri del mondo, non si perde nel ricercare il luogo adatto o nell'attendere
il tempo opportuno per dedicarsi ad esercizi di devozione. Se uno ha spirito di
interiorità, subito si raccoglie in se stesso, giacché non si disperde mai del
tutto nelle cose esterne. Per lui non è un ostacolo un lavoro che gli venga
imposto né una occupazione che, in quel momento, appaia doverosa; giacché egli
sa adattarsi alle situazioni, così come esse si presentano. Colui che è
intimamente aperto e rivolto al bene, non bada alle azioni malvagie degli
uomini, pur se possano apparire mirabili; infatti, quanto più uno attira a sé
le cose esteriori, tanto più resta legato, e distratto da sé medesimo. Se tutto
fosse a posto in te, e tu fossi veramente puro, ogni cosa accadrebbe per il tuo
bene e per il tuo vantaggio; che se molte cose spesso ti sono causa i disagio o
di turbamento, è proprio perché non sei ancora perfettamente morto a te stesso
e distaccato da tutto ciò che è terreno. Nulla insozza e inceppa il cuore umano
quanto un amore non ancora purificato, volto alle cose di questo mondo; se
invece tu rinunci a cercare gioia in ciò che sta fuori di te, potrai
contemplare le realtà celesti e godere frequentemente di gioia interiore.
Capitolo
II
L'UMILE
SOTTOMISSIONE
1.
Non fare gran
conto di chi ti sia favorevole o contrario; piuttosto preoccupati assai che, in
ogni cosa che tu faccia, Dio sia con te. Abbi retta coscienza; Dio sicuramente
ti difenderà. Non ci sarà cattiveria che possa nuocere a colui che Dio vorrà
aiutare. Se tu saprai tacere e sopportare, constaterai senza dubbio l'aiuto del
Signore. E' lui che conosce il tempo e il modo di sollevarti; a lui perciò devi
rimetterti: a lui che può soccorrerci e liberarci da ogni smarrimento.
1.
Perché ci
possiamo mantenere in una più grande umiltà, è sovente assai utile che altri
conosca i nostri difetti, e che ce li rimproveri. Quando uno si umilia per i
propri difetti facilmente fa tacere gli altri, e acquieta senza difficoltà
coloro che si sono adirati contro di lui. All'umile Dio dona protezione ed
aiuto; all'umile Dio dona il suo amore e il suo conforto; verso l'umile Dio si
china; all'umile largisce tanta grazia, innalzandolo alla gloria, perché si è
fatto piccolo; all'umile Dio rivela i suoi segreti, invitandolo e traendolo a
sé con dolcezza. Così colui che umilmente ammette la propria colpa si sente
pienamente in pace, avendo egli la sua dimora in Dio, e non nel mondo. Non
credere di aver fatto alcun progresso spirituale, se non ti senti inferiore ad
ogni altro.
Capitolo
III
CHI E'
COLUI CHE AMA IL BENE E LA PACE
1. Se, in primo luogo, manterrai te stesso
nella pace, potrai dare pace agli altri; ché l'uomo di pace è più utile
dell'uomo di molta dottrina. Colui che è turbato dalla passione trasforma anche
il bene in male, pronto com'è a vedere il male dappertutto; mentre colui che
ama il bene e la pace trasforma ogni cosa in bene. Chi è pienamente nella pace
non sospetta di alcuno. Invece chi è inquieto e turbato sta sempre in
agitazione per vari sospetti. Non è tranquillo lui, né permette agli altri di
esserlo; dice sovente cose che non dovrebbe dire e tralascia cose che più gli
converrebbe fare; sta attento a ciò che dovrebbero fare gli altri, e trascura
ciò a cui sarebbe tenuto lui stesso. Sii dunque zelante, innanzi tutto , con te
stesso; solo così potrai essere giustamente zelante con il tuo prossimo. Tu sei
molto abile nel trovare giustificazioni per quello che fai e nel farlo apparire
sotto una certa luce, mentre rifiuti di accettare le giustificazioni negli
altri. Sarebbe invece più giusto che tu accusassi te stesso e scusassi il tuo
fratello. Se vuoi essere sopportato, sopporta gli altri anche tu.
1. Vedi quanto sei ancora lontano dal vero
amore e dalla umiltà di chi non sa adirarsi e indignarsi con alcuno, fuor che
con se stesso. Non è grande merito stare con persone buone e miti; è cosa, questa,
che fa naturalmente piacere a tutti, e nella quale tutti troviamo facile
contentezza, giacché amiamo di più quelli che ci danno ragione. E' invece
grande virtù, e lodevole comportamento, degno di un uomo, riuscire a vivere in
pace con le persone dure e cattive, che si comportano senza correttezza e non
hanno condiscendenza verso di noi. Ci sono alcuni che stanno, essi, nella pace
e mantengono pace anche con gli altri. Ci sono invece alcuni che non stanno in
pace essi, né lasciano pace agli altri: pesanti con il prossimo, e ancor più
con se stessi. Ci sono poi alcuni che stanno essi nella pace e si preoccupano
di condurre alla pace gli altri. La verità è che la vera pace, in questa nostra
misera vita, la dobbiamo far consistere nel saper sopportare con umiltà,
piuttosto che nel non avere contrarietà. Colui che saprà meglio sopportare,
conseguirà una pace più grande. Vittorioso su se stesso e padrone del mondo,
questi è l'amico di Cristo e l'erede del cielo.
Capitolo
IV
LA
LIBERTA' DI SPIRITO E LA SEMPLICITA' DI INTENZIONE
1. Due sono le ali che permettono all'uomo di
sollevarsi al di sopra delle cose terrene, la semplicità e la libertà: la
semplicità, necessaria nella intenzione; la libertà, necessaria nei desideri.
La semplicità tende a Dio; la libertà raggiunge e gode Dio. Nessuna buona
azione ti sarà difficile se sarai interiormente libero da ogni desiderio non
retto. E godrai pienamente di questa interiore libertà se mirerai soltanto alla
volontà di Dio e se cercherai soltanto l'utilità del prossimo. Se il tuo cuore
fosse retto, ogni cosa creata sarebbe per te specchio di vita e libro di santa
dottrina. Giacché non v'è creatura così piccola e di così poco valore che non
rappresenti la bontà di Dio. Se tu fossi interiormente buono e puro, vedresti ogni
cosa senza velame, e la comprenderesti pienamente: è infatti il cuore puro che
penetra il cielo e l'inferno.
1. Come uno è di dentro, così giudica di
fuori. Chi è puro di cuore è tutto preso dalla gioia, per quanta gioia è nel
mondo. Se, invece, da qualche parte, ci sono tribolazioni ed angustie, queste
le avverte di più chi ha il cuore perverso. Come il ferro, messo nel fuoco,
lasciando cadere la ruggine, si fa tutto splendente, così colui che si dà
totalmente a Dio si spoglia del suo torpore e si muta in un uomo nuovo. Quando
uno comincia ad essere tiepido spiritualmente teme anche il più piccolo
travaglio, e accoglie volentieri ogni conforto che gli venga dal di fuori.
All'incontro, quando uno comincia a vincere pienamente se stesso e a camminare
veramente da uomo nella via del Signore, allora fa meno conto di quelle cose
che prima gli sembravano gravose.
Capitolo
V
L'ATTENTO
ESAME DI SE STESSI
1. Non possiamo fare troppo affidamento su noi
stessi, perché spesso ci manca la grazia e la capacità di sentire rettamente.
Scarsa è la luce che è in noi, e subitamente la perdiamo per la nostra
negligenza. Spesso poi non ci accorgiamo neppure di essere così ciechi
interiormente: facciamo il male e, cosa ancora peggiore, ci andiamo scusando.
Talora siamo mossi dalla passione, e la prendiamo per zelo; rimproveriamo negli
altri piccole cose e passiamo sopra a quelle più grosse, commesse da noi.
Avvertiamo con prontezza, e pesiamo ben bene ciò che gli altri ci fanno
soffrire, ma non ci accorgiamo di quanto gli altri soffrono per causa nostra.
Chi riflettesse bene e a fondo su se stesso, non giudicherebbe severamente gli
altri. L'uomo interiore, prima di occuparsi di altre cose, guarda dentro di sé;
e, intento diligentemente a se stesso, è portato a tacere degli altri.
Solamente se starai zitto sugli altri, guardando specialmente a te stesso,
giungerai a una vera e devota interiorità.
1. Se sarai tutto intento a te stesso e a Dio,
ben poco ti scuoterà quello che sentirai dal di fuori. Sei forse da qualche
parte, quando non sei presente in te? E se, dimenticando te stesso, tu avessi
anche percorso il mondo intero, che giovamento ne avresti ricavato? Se vuoi
avere pace e spirituale solidità, devi lasciar andare ogni cosa, e avere
dinanzi agli occhi solamente te stesso. Grande sarà il tuo progresso se
riuscirai a mantenerti libero da ogni preoccupazione terrena; se invece
apprezzerai in qualche modo una qualsiasi cosa temporale, farai un gran passo
indietro. Nulla per te sia grande, nulla eccelso, nulla gradito e caro, se non solamente
Iddio, oppure cosa che venga da Dio. Considera vano ogni conforto che ti venga
da qualsiasi creatura. L'anima che ama Dio disprezza tutto ciò che sia
inferiore a Dio. Conforto dell'anima e vera letizia del cuore è soltanto Dio,
l'eterno, l'incommensurabile, colui che riempie di sé l'universo.
Capitolo
VI
LA GIOIA
DI UNA COSCIENZA RETTA
1. Giusto vanto dell'uomo retto è la
testimonianza della buona coscienza. Se sarai certo, in coscienza, di aver
agito rettamente, sarai sempre nella gioia. La buona coscienza permette di
sopportare tante cose ed è piena di letizia, anche nelle avversità. Al
contrario, se sentirai in coscienza di aver fatto del male, sarai sempre
timoroso ed inquieto. Dolce riposo sarà il tuo, se il cuore non avrà nulla da
rimproverarti. Non rallegrarti se non quando avrai fatto del bene. I cattivi
non godono mai di una vera letizia e non sentono mai la pace dell'anima,
giacché "non c'è pace per gli empi", dice il Signore (Is 48,22;
57,21). E se la gente dice: "siamo in pace, non ci accadrà alcun male (Mic
3,11), chi mai oserà farci del male?", non creder loro; ché improvvisa si
leverà la collera di Dio, "e quello che hanno fatto andrà in fumo, e i
loro piani svaniranno" (Sal 145,4). Per colui che ama Iddio, non è difficile
trovare la propria gloria nella sofferenza, poiché ciò significa trovarla nella
croce del Signore. La gloria data o ricevuta dagli uomini dura poco; e una
certa tristezza le si accompagna sempre. Invece la gloria dei giusti viene
dalla loro coscienza, non dalle parole della gente; la loro letizia viene da
Dio ed è in Dio; la loro gioia viene dalla verità. Colui che aspira alla gloria
vera ed eterna non si preoccupa di quella temporale; invece colui che cerca
questa gloria caduca, anziché disprezzarla dal profondo dell'animo,
evidentemente ama di meno la gloria celeste. Grande serenità di spirito
possiede colui che non bada alle lodi né ai rimproveri della gente; giacché, se
ha la coscienza pulita, si sentirà facilmente contento e tranquillo.
1. Tu non sei maggiormente santo se ricevi
delle lodi, né maggiormente cattivo se ricevi dei rimproveri; sei quello che
sei, e non puoi essere ritenuto più grande di quanto tu non sia agli occhi di
Dio. Se fai attenzione a quello che tu sei in te stesso, interiormente, non
baderai a ciò che possano dire di te gli uomini. L'uomo vede in superficie, Dio
invece vede nel cuore; l'uomo guarda alle azioni esterne. Dio giudica invece le
intenzioni. Agire bene, sempre, e avere poca stima di se medesimi, è segno di umiltà
di spirito; non cercare conforto da alcuna creatura è segno di grande libertà e
di fiducia interiore. Chi non cerca per sé alcuna testimonianza dal di fuori,
evidentemente si abbandona del tutto a Dio. Infatti, come dice S. Paolo,
"non riceve il premio colui che si loda da sé, ma colui che è lodato da
Dio" (2Cor 10,18). Procedere tenendo Dio nel cuore, e non essere stretto
da alcun legame che venga di fuori, ecco la condizione dell'uomo spirituale.
Capitolo
VII
L'AMORE DI
GESU' SOPRA OGNI COSA
1. Beato colui che comprende che cosa voglia
dire amare Gesù e disprezzare se stesso per Gesù. Si deve lasciare ogni persona
amata, per colui che merita tutto il nostro amore: Gesù esige di essere amato,
lui solo, sopra ogni cosa. Ingannevole e incostante è l'amore della creatura;
fedele e durevole è l'amore di Gesù. Chi s'attacca alla creatura cadrà con la
creatura, che facilmente vien meno; chi abbraccia Gesù troverà saldezza per
sempre. Ama e tienti amico colui che, quando tutti se ne andranno, non ti
abbandonerà, né permetterà che, alla fine, tu abbia a perire. Che tu lo voglia
oppure no, dovrai un giorno separarti da tutti; tienti dunque stretto, in vita
e in morte, a Gesù, e affidati alla fedeltà di lui, che solo ti potrà aiutare
allorché gli altri ti verranno meno.
1. Per sua natura, Gesù, tuo amore, è tale da
non permettere che tu ami altra cosa; egli vuole possedere da solo il tuo
cuore, e starvi come un re sul suo trono. Di buon grado Gesù starà presso di
te, se tu saprai liberarti perfettamente da ogni creatura. Qualunque fiducia tu
abbia posto negli uomini, escludendo Gesù, ti risulterà quasi del tutto buttata
via. Non affidarti o appoggiarti ad una canna, che si piega al vento, perché
"ogni carne è come fieno e ogni suo splendore cadrà come il fiore del fieno"
(1Pt 1,24). Se guarderai soltanto alle esterne apparenze umane, sarai tosto
ingannato. E se cercherai consolazione e profitto negli altri, ne sentirai
molto spesso un danno. Se cercherai in ogni cosa Gesù, troverai certamente
Gesù. Se invece cercherai te stesso, troverai ancora te stesso, ma con tua
rovina. Infatti, se non cerca Gesù, l'uomo nuoce a se stesso, più che non
possano nuocergli i suoi nemici e il mondo intero.
Capitolo
VIII
L'INTIMA
AMICIZIA CON GESU'
1. Quando è presente Gesù, tutto è per il
bene, e nulla pare difficile. Invece, quando Gesù non è presente, tutto è
difficile. Quando Gesù non è presente, tutto è difficile. Quando Gesù non parla
nell'intimo, ogni consolazione vale assai poco. Invece, se Gesù dice anche
soltanto una parola, sentiamo una grande consolazione. Forse che Maria
Maddalena non balzò subitamente dal luogo in cui stava in pianto, quando Marta
le disse: "C'è qui il maestro, ti chiama?" (Gv 11,28). Momento
felice, quello in cui Gesù ci invita dal pianto al gaudio spirituale. Come sei
arido e aspro, lontano da Gesù; come sei sciocco e vuoto se vai dietro a
qualcosa d'altro, che non sia Gesù. Non è, questo, per te, un danno più grande
che perdere il mondo intero? Che cosa ti può mai dare il mondo se non possiedi
Gesù? Essere senza Gesù è un duro inferno; essere con Gesù è un dolce paradiso.
Non ci sarà nemico che possa farti del male, se avrai Gesù presso di te. Chi
trova Gesù trova un grande tesoro prezioso; anzi, trova un bene più grande di
ogni altro bene. Chi perde Gesù perde più che non si possa dire; perde più che
se perdesse tutto quanto il mondo. Colui che vive senza Gesù è privo di tutto;
colui che vive saldamente con lui è ricco di tutto.
1. Grande avvedutezza è saper stare vicino a
Gesù; grande sapienza sapersi tenere stretti a lui. Abbi umiltà e pace, e Gesù
sarà con te; abbi devozione e tranquillità di spirito, e Gesù starà con te. Che
se comincerai a deviare verso le cose esteriori, potrai subitamente allontanare
da te Gesù, perdendo la sua grazia; e se avrai cacciato lui, e l'avrai perduto,
a chi correrai per rifugio, a chi ti volgerai come ad amico? Senza un amico non
puoi vivere pienamente; e se non hai come amico, al di sopra di ogni altro,
Gesù, sarai estremamente triste e desolato.
2. E' da stolto, dunque, quello che fai,
ponendo la tua fiducia e la tua gioia in altri che in Gesù. E' preferibile
avere il mondo intero contro di te che avere Gesù disgustato di te. Sicché, tra
tutte le persone care, caro, per sé, sia il solo Gesù; tutti gli altri si
devono amare a causa di Lui; Lui, invece, per se stesso. Gesù Cristo, il solo
che troviamo buono e fedele più di ogni altro amico, lui solo dobbiamo amare,
di amore particolare. Per lui e in lui ti saranno cari sia gli amici che i
nemici; e lo pregherai per gli uni e per gli altri, affinché tutti lo conoscano
e lo amino. Non desiderare di essere apprezzato od amato per te stesso, poiché
questo spetta soltanto a Dio, che non ha alcuno che gli somigli. Non volere che
uno si lasci prendere, nel suo cuore, tutto da te, né lasciarti tutto prendere
tu dall'amore di chicchessia. Gesù soltanto deve essere in te, come in ognuno
che ami il bene. Sii puro interiormente e libero, senza legami con le creature.
Se vuoi essere pienamente aperto a gustare "com'è soave il Signore"
(Sal 33,9), devi essere del tutto spoglio e offrire a Dio un cuore semplice e
puro.
3. Ma, in verità, a tanto non giungerai, se
prima non sarà venuta a te la sua grazia trascinandoti, cosicché, scacciata e
gettata via ogni cosa, tu possa unirti con Lui, da solo a solo. Quando la
grazia di Dio scende sull'uomo, allora egli diventa capace di ogni impresa;
quando invece la grazia viene meno, l'uomo diventa misero e debole, quasi
abbandonato al castigo. Ma anche così non ci si deve lasciare abbattere; né si
deve disperare. Occorre piuttosto stare fermamente alla volontà di Dio e,
qualunque cosa accada, sopportarla sempre a lode di Gesù Cristo; giacché dopo
l'inverno viene l'estate, dopo la tempesta una grande quiete.
Capitolo
IX
LA
MANCANZA DI OGNI CONFORTO
1. Non è difficile disprezzare il conforto
umano, quando abbiamo quello che viene da Dio. Ma è cosa difficile assai saper
sopportare la mancanza, sia del conforto umano sia del conforto divino, saper
accettare volonterosamente di soffrire, per amore di Dio, la solitudine del
cuore, e senza guardare i propri meriti. Che c'è di straordinario se sei pieno
di santa gioia, quando scende su di te la grazia divina? E', questo, un momento
che è nel desiderio di tutti. Galoppa leggero chi è sostenuto dalla grazia. Che
c'è di strabiliante se non sente fatica colui che è sostenuto dall'Onnipotente
ed è condotto dalla somma guida? Di buona voglia e prontamente accettiamo un
po' d'aiuto; difficilmente uno se la cava da solo. Il santo martire Lorenzo
seppe staccarsi da questo mondo, persino dall'amato suo sacerdote, giacché egli
disprezzò ogni cosa che gli apparisse cara quaggiù. Egli giunse a sopportare
con dolcezza che gli fosse tolto Sisto, sommo sacerdote di Dio, che egli amava
sopra ogni cosa. Per amore del Creatore egli, dunque, superò l'amore verso un
uomo; di fronte a un conforto umano preferì la volontà di Dio. Così impara
anche tu ad abbandonare, per amore di Dio, qualche intimo e caro amico; e non
sentire come cosa intollerabile se vieni abbandonato da un amico, ben sapendo
che, alla fine, tutti dobbiamo separarci, l'uno dall'altro. Grande e lunga è la
lotta che l'uomo deve fare dentro di sé, per riuscire a superare se stesso e a
porre in Dio tutto il proprio cuore. Colui che pretende di bastare a se stesso
va molto facilmente alla ricerca di consolazioni umane. Colui invece che ama
veramente Cristo e segue volenterosamente la via della virtù non scende a tali
consolazioni: egli non cerca le dolcezze esteriori , ma cerca piuttosto di
sopportare grandi prove e dure fatiche per amore di Cristo.
1. Quando, dunque, Dio ti dà una consolazione
spirituale, accoglila con gratitudine. Ma comprendi bene che si tratta di un
dono che ti viene da Dio, non di qualcosa che risponda a un tuo merito. Per tale
dono non devi gonfiarti o esaltarti, né presumere vanamente di te; al
contrario, per tale dono, devi farti più umile, più prudente e più timorato in
tutte le tue azioni, giacché passerà quel momento e verrà poi la tentazione.
Quando poi ti sarà tolta quella consolazione, non disperare subitamente, ma
aspetta con umiltà e pazienza di essere visitato dall'alto: Dio può ridarti una
consolazione più grande. Non è, questa, cosa nuova né strana, per coloro che
conoscono la via di Dio; questo alterno ritmo si ebbe frequentemente nei grandi
santi e negli antichi profeti. Ecco la ragione per la quale, mentre la grazia
era presso di lui, quello esclamava: "Nella pienezza dissi: così starò in
eterno" (Sal 29,7); poi, allontanatasi la grazia, avendo esperimentato la
sua interiore condizione, aggiungeva: "togliesti, o Dio, da me la tua
faccia e sono pieno di tristezza" (Sal 29,8). Tuttavia quegli frattanto
non disperava, ma pregava Iddio più insistentemente, dicendo: "A te,
Signore, innalzerò la mia voce, innalzerò la mia preghiera al mio Dio"(Sal
29,9). Ricavava alla fine il frutto della sua orazione, e proclamava di essere
stato esaudito, con queste parole: "Il Signore mi udì ed ebbe misericordia
di me; il Signore è venuto in mio soccorso" (Sal 29,11). Come?
"Mutasti - disse - il mio pianto in gioia, e mi circondasti di
letizia" (Sal 29,12). Poiché così avvenne per i grandi santi, noi deboli e
poveri, non dobbiamo disperarci, se siamo ora ferventi, ora tiepidi; ché lo
spirito viene e se ne parte, a suo piacimento. E' per questo che il santo
Giobbe diceva: "Lo visiti alla prima luce, ma tosto lo metti alla
prova" (Gb 7,18).
2. Su che cosa posso io fare affidamento, in
chi posso io confidare? Soltanto nella grande misericordia divina e nella
speranza della grazia celeste. Persone amanti del bene, che mi stiano vicine,
devoti confratelli, amici fedeli, libri edificanti ed eccellenti trattati,
dolcezza di canti e di inni: anche se avessi tutte queste cose, poco mi
aiuterebbero e avrebbero per me ben poco sapore, quando io fossi abbandonato
dalla grazia e lasciato nella mia miseria. Allora, il rimedio più efficace sta
nel saper attendere con pazienza, sprofondandosi nella volontà di Dio. Non ho
mai trovato un uomo che avesse devozione e pietà tanto grandi da non sentire
talvolta venir meno la grazia o da non avvertire un affievolimento del suo
fervore. Non ci fu mai un santo rapito così in alto e così illuminato, da non
subire, prima o poi, la tentazione. Infatti, chi non è provato da qualche
tribolazione non è degno di una profonda contemplazione di Dio. Ché la
tentazione di oggi è segno di una divina consolazione di domani; la quale
viene, appunto, promessa a coloro che sono stati provati dalla tentazione. A
colui che avrà vinto, dice, "concederò di mangiare dell'albero della vita"
(Ap 2,7). In effetti, la consolazione divina viene data affinché l'uomo sia più
forte nel sostenere le avversità; poi viene la tentazione, affinché egli non si
insuperbisca di quello stato di consolazione. Non dorme il diavolo, e la carne
non è ancor morta. Perciò non devi smettere mai di prepararti alla lotta,
perché da ogni parte ci sono nemici, che non si danno riposo.
Capitolo
X
LA
GRATITUDINE PER LA GRAZIA DIVINA
1. Perché vai cercando quiete, dal momento che
sei nato per la tribolazione? Disponiti a patire, più che ad essere consolato;
a portare la croce, più che a ricevere gioia. Anche tra coloro che vivono nel
mondo, chi non sarebbe felice - se potesse ottenerli in ogni momento - di non
avere il conforto e la letizia dello spirito, poiché le gioie spirituali
superano tutti i piaceri mondani e le delizie materiali? Le delizie del mondo
sono tutte vuote o poco buone; mentre le delizie spirituali, esse soltanto,
sono veramente piene di gioia ed innocenti, frutto delle virtù e dono
soprannaturale di Dio agli spiriti puri. In verità però nessuno può godere a
suo talento di queste divine consolazione, perché il tempo della tentazione non
dà lunga tregua. E poi una falsa libertà di spirito e una eccessiva fiducia in
se stessi sono di grande ostacolo a questa visita dall'alto. Dio ci fa dono
dandoci la consolazione della grazia; ma l'uomo risponde in modo riprovevole se
non attribuisce tutto a Dio con gratitudine. E così non possono fluire su di
noi i doni della grazia, perché non sentiamo gratitudine per colui dal quale
essa proviene e non riportiamo tutto alla sua fonte originaria. La grazia sarà
sempre dovuta a chi è giustamente grato; mentre al superbo sarà tolto quello
che suole esser dato all'umile. Non voglio una consolazione che mi tolga la
compunzione del cuore; non desidero una contemplazione che mi porti alla
superbia. Ché non tutto ciò che è alto è santo; non tutto ciò che è soave è
buono; non tutti i desideri sono puri; non tutto ciò che è caro è gradito a
Dio. Invece, accolgo con gioia una grazia che mi faccia essere sempre più umile
e timorato, e che mi renda più pronto a lasciare me stesso. Colui che è stato
formato dal dono della grazia ed ammaestrato dalla dura sottrazione di essa,
non oserà mai attribuirsi un briciolo di bene; egli riconoscerà piuttosto di
essere povero e nudo.
1. Da' a Dio ciò che è di Dio, e attribuisci a
te ciò che è tuo: mostrati riconoscente a Dio per la grazia , e a te
attribuisci soltanto il peccato, cosciente di meritare una pena per la colpa
commessa. Mettiti al posto più basso, e ti sarà dato il più alto; giacché la
massima elevazione non si ha che con il massimo abbassamento. I santi più alti
agli occhi di Dio sono quelli che, ai propri occhi , sono i più bassi; essi
hanno una gloria tanto più grande quanto più si sono sentiti umili. Ripieni
della verità e della gloria celeste, non desiderano la vana gloria di questo
mondo; basati saldamente in Dio, non possono in alcun modo insuperbire. Essi,
che attribuiscono a Dio tutto quel che hanno ricevuto di bene, non vanno cercando
di essere esaltati l'uno dall'altro, ma vogliono invece quella gloria, che
viene soltanto da Dio; aspirano e sono tutti tesi a questo: che, in loro stessi
e in tutti i beati, sia lodato Iddio sopra ogni cosa. Sii dunque riconoscente
anche per la più piccola cosa; così sarai degno di ricevere doni più grandi. La
cosa più piccola sia per te come la più grande; quello che è più disprezzabile
sia per te come un dono straordinario. Se si guarda all'altezza di colui che lo
dà, nessun dono sembrerà piccolo o troppo poco apprezzabile. Non è piccolo
infatti ciò che ci viene dato dal Dio eccelso. Anche se ci desse pene e
tribolazioni, tutto questo deve esserci gradito, perché il Signore opera sempre
per la nostra salvezza, qualunque cosa permetta che ci accada. Chi vuol
conservare la grazia divina, sia riconoscente quando gli viene concessa, e
sappia sopportare quando gli viene tolta; preghi perché essa ritorni, sia
prudente ed umile affinché non abbia a perderla.
Capitolo
XI
SCARSO E'
IL NUMERO DI COLORO CHE AMANO LA CROCE DI GESU'
1. Oggi, di innamorati del suo regno celeste,
Gesù ne trova molti; pochi invece ne trova di pronti a portare la sua croce.
Trova molti desiderosi di consolazione, pochi desiderosi della tribolazione,
molti disposti a sedere a mensa, pochi disposti a digiunare. Tutti desiderano
godere con Lui, pochi vogliono soffrire per Lui. Molti seguono Gesù fino alla
distribuzione del pane, pochi invece fino al momento di bere il calice della
passione. Molti guardano con venerazione ai suoi miracoli, pochi seguono
l'ignominia della croce. Molti amano Iddio fin tanto che non succedono
avversità. Molti lo lodano e lo benedicono soltanto mentre ricevono da lui
qualche consolazione; ma, se Gesù si nasconde e li abbandona per un poco,
cadono in lamentazione e in grande abbattimento. Invece coloro che amano Gesù
per Gesù, non già per una qualche consolazione propria, lo benedicono nella
tribolazione e nella angustia del cuore, come nel maggior gaudio spirituale. E
anche se Gesù non volesse mai dare loro una consolazione, ugualmente vorrebbero
sempre lodarlo e ringraziarlo.
1. Oh!, quanta è la potenza di un amore
schietto di Gesù, non commisto con alcun interesse ed egoismo! Forse che non si
debbono definire quali mercenari tutti quelli che vanno sempre cercando
consolazione? Forse che non si dimostrano più innamorati di sé che di Cristo
quelli che pensano sempre al proprio utile e al proprio vantaggio? Dove si
troverà uno che voglia servire Iddio senza ricompensa? E' difficile trovare chi
sia spiritualmente così alto da voler essere spogliato di ogni cosa. Invero,
chi lo troverà uno veramente povero nello spirito e distaccato da ogni
creatura? Il suo pregio è come quello di cose provenienti da lontano, dagli
estremi confini della terra (Pro 31,10). Anche se uno si spogliasse di tutte le
sue sostanze (Ct 8,7), non è ancor nulla; anche se facesse grande penitenza, è
ancora poca cosa; anche se avesse appreso ogni scienza, egli è ancora ben lungi
dalla meta; anche se avesse grande virtù e fervente devozione, ancora gli manca
molto: cioè la sola cosa, che gli è massimamente necessaria. Che cosa dunque?
Che, abbandonato tutto, abbandoni anche se stesso, ed esca totalmente da sé,
senza che gli rimanga un briciolo di amore di sé; che, dopo aver compiuto tutto
quello che riconosce suo dovere, sia persuaso di non aver fatto niente; che non
faccia gran conto di ciò che pur possa sembrare grande, ma sinceramente si
proclami servo inutile, come dice la Verità stessa: "Quando avrete fatto
tutto ciò che vi è stato comandato, dite: siamo servi inutili" (Lc 17,10).
Allora sì, che uno potrà essere davvero povero e nudo spiritualmente, e dire
col profeta: "Sono abbandonato e povero" (Sal 24,16). Ma nessuno è
più ricco, nessuno più potente, nessuno più libero di costui, che sa abbandonare
se stesso e ogni cosa e porsi all'ultimo posto.
Capitolo
XII
LA VIA
MAESTRA DELLA SANTA CROCE
1.
Per molti è
questa una parola dura: rinnega te stesso, prendi la tua croce e segui Gesù (Mt
16,24; Lc 9,23). Ma sarà molto più duro sentire, alla fine, questa parola:
"allontanatevi da me maledetti, nel fuoco eterno" (Mt 25,41). In
verità coloro che ora accolgono volonterosamente la parola della croce non
avranno timore di sentire, in quel momento, la condanna eterna. Ci sarà nel
cielo questo segno della croce, quando il Signore verrà a giudicare. In quel
momento si avvicineranno, con grande fiducia, a Cristo giudice tutti i servi
della croce, quelli che in vita si conformarono al Crocefisso. Perché, dunque,
hai paura di prendere la croce, che è la via per il regno? Nella croce è la
salvezza; nella croce è la vita; nella croce è la difesa dal nemico; nella
croce è il dono soprannaturale delle dolcezze del cielo; nella croce sta la
forza delle mente e la letizia dello spirito; nella croce si assommano le virtù
e si fa perfetta la santità. Soltanto nella croce si ha la salvezza dell'anima
e la speranza della vita eterna. Prendi, dunque, la tua croce, e segui Gesù;
così entrerai nella vita eterna. Ti ha preceduto lui stesso, portando la sua
croce (Gv 19,17) ed è morto in croce per te, affinché anche tu portassi la tua
croce, e desiderassi di essere anche tu crocefisso. Infatti, se sarai morto con
lui, con lui e come lui vivrai. Se gli sarai stato compagno nella sofferenza,
gli sarai compagni anche nella gloria.
1.
Ecco, tutto
dipende dalla croce, tutto è definito con la morte. La sola strada che porti
alla vita e alla vera pace interiore, è quella della santa croce e della
mortificazione quotidiana. Va' pure dove vuoi, cerca quel che ti piace, ma non troverai,
di qua o di là, una strada più alta e più sicura della via della santa croce.
Predisponi pure ed ordina ogni cosa, secondo il tuo piacimento e il tuo gusto;
ma altro non troverai che dover sopportare qualcosa, o di buona o di cattiva
voglia troverai cioè sempre la tua croce. Infatti, o sentirai qualche dolore
nel corpo o soffrirai nell'anima qualche tribolazione interiore. Talvolta sarà
Dio ad abbandonarti, talaltra sarà il prossimo a metterti a dura prova; di più,
frequentemente, sarai tu di peso a te stesso. E non potrai trovare conforto e
sollievo in alcuno modo; ma dovrai sopportare tutto ciò fino a che a Dio
piacerà. Dio, infatti, vuole che tu impari a soffrire tribolazioni senza
consolazione, e che ti sottometta interamente a lui, facendoti più umile per
mezzo della sofferenza. Nessuno sente così profondamente la passione di Cristo,
come colui al quale sia toccato di soffrire cose simili. La croce è, dunque,
sempre pronta e ti aspetta dappertutto; dovunque tu corra non puoi sfuggirla,
poiché, in qualsiasi luogo tu giunga, porti e trovi sempre te stesso. Volgiti
verso l'alto o verso il basso, volgiti fuori o dentro di te, in ogni cosa
troverai la croce. In ogni cosa devi saper soffrire, se vuoi avere la pace
interiore e meritare il premio eterno.
2.
Se porti la
croce di buon animo, sarà essa a portarti e a condurti alla meta desiderata,
dove ogni patimento avrà quella fine che quaggiù non può aversi in alcun modo.
Se invece la croce tu la porti contro voglia, essa ti peserà; aggraverai te
stesso, e tuttavia la dovrai portare, Se scansi una croce, ne troverai senza
dubbio un'altra, e forse più grave. Credi forse di poter sfuggire a ciò che
nessun mortale poté mai evitare? Quale santo stesse mai in questo mondo senza
croce e senza tribolazione? Neppure Gesù Cristo, nostro signore, durante la sua
vita, passò una sola ora senza il dolere della passione. "Era necessario -
diceva - che il Cristo patisse, e risorgesse da morte per entrare nella sua
gloria" (Lc 24,26 e 46). E perché mai tu vai cercando una via diversa da
questa via maestra, che è quella della santa croce? Tutta la vita di Cristo fu
croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia? Sbagli, sbagli se cerchi
qualcosa d'altro, che non sia il patire tribolazioni; perché tutta questa vita
mortale è piena di miseria e segnata tutt'intorno da croci. Spesso, quanto più
uno sarà salito in alto progredendo spiritualmente, tanto più pesanti saranno
le croci che troverà, giacché la sofferenza del suo esilio su questa terra
aumenta insieme con l'amore di Dio.
3.
Tuttavia,
costui, in mezzo a tante afflizioni, non manca di consolante sollievo, giacché,
sopportando la sua croce, sente crescere in sé un frutto grandissimo; mentre si
sottopone alla croce volontariamente, tutto il peso della tribolazione si
trasforma in sicura fiducia di conforto divino. Quanto più la carne è prostrata
da qualche afflizione, tanto più lo spirito si rafforza per la grazia
interiore. Anzi, talvolta, per amore di conformarsi alla croce di Cristo, uno
si rafforza talmente, nel desiderare tribolazioni e avversità, da non voler
essere privato del dolore e dell'afflizione giacché si sente tanto più accetto
a Dio quanto più numerosi e gravosi sono i mali che può sopportare Cristo. Non
che ciò avvenga per forza umana, ma per la grazia di Cristo; la quale tanto può
e tanto fa, nella nostra fragile carne, da farle affrontare ed amare con
fervore di spirito ciò che, per natura, essa fugge e abortisce. Non è secondo
la natura umana portare e amare la croce, castigare il corpo e ridurlo in schiavitù,
fuggire gli onori, sopportare lietamente le ingiurie, disprezzare se stesso e
desiderare di essere disprezzato; infine, soffrire avversità e patimenti, senza
desiderare, in alcun modo, che le cose vadano bene quaggiù. Se guardi alle tue
forze, non potresti far nulla di tutto questo. Ma se poni la tua fiducia in
Dio, ti verrà forza dal cielo, e saranno sottomessi al tuo comando il mondo e
la carne. E neppure avrai a temere il diavolo nemico, se sarai armato di fede e
porterai per insegna la croce di Cristo. Disponiti dunque, da valoroso e fedele
servo di Cristo, a portare virilmente la croce del tuo Signore, crocefisso per
amor tuo. Preparati a dover sopportare molte avversità e molti inconvenienti,
in questa misera vita. Così sarà infatti per te, dovunque tu sia; questo, in
realtà, troverai, dovunque tu ti nasconda. Ed è una necessità che le cose
stiano così. Non c'è rimedio o scappatoia dalla tribolazione, dal male o dal
dolore, fuor di questo, che tu li sopporti. Se vuoi essere amico del Signore ed
essergli compagno, bevi avidamente il suo calice. Quanto alle consolazioni,
rimettiti a Dio: faccia lui, con queste, come meglio gli piacerà. Ma, da parte
tua, disponiti a sopportare le tribolazioni, considerandole come le
consolazioni più grandi; giacché "i patimenti di questa nostra vita
terrena", anche se tu li dovessi, da solo, sopportare tutti, "non
sono nulla a confronto della conquista della gloria futura" (Rm 8,18).
4.
Quando sarai
giunto a questo punto, che la sofferenza ti sia dolce e saporosa per amore di
Cristo, allora potrai dire di essere a posto, perché avrai trovato un paradiso
in terra. Invece, fino a che il patire ti sia gravoso e tu cerchi di fuggirlo,
non sarai a posto: ti terrà dietro dappertutto la serie delle tribolazioni. Ma
le cose poi andranno subito meglio, e troverai pace, se ti sottoporrai a ciò
che è inevitabile, e cioè a patire e a morire. Anche se tu fossi innalzato fino
al terzo cielo, come Paolo, non saresti affatto sicuro, con ciò, di non dover
sopportare alcuna contrarietà. "Io gli mostrerò - dice Gesù - quante cose
egli debba patire per il mio nomo" (At 9,16). Dunque, se vuoi davvero
amare il Signore e servirlo per sempre, soltanto il patire ti rimane. E magari
tu fossi degno di soffrire qualcosa per il nome di Gesù! Quale grande gloria ne
trarresti; quale esultanza ne avrebbero i santi; e quanto edificazione ne
riceverebbero tutti! Saper patire è cosa che tutti esaltano a parole; sono
pochi però quelli che vogliono patire davvero. Giustamente dovresti preferire
di patire un poco per Cristo, dal momento che molti sopportano cose più gravose
per il mondo.
5.
Sappi per
certo di dover condurre una vita che muore; sappi che si progredisce nella vita
in Dio quanto più si muore a se stessi. Nessuno infatti può comprendere le cose
del cielo, se non si adatta a sopportare le avversità per Cristo. Nulla è più
gradito a Dio, nulla è più utile per te, in questo mondo, che soffrire
lietamente per Cristo. E se ti fosse dato di scegliere, dovresti preferire di
sopportare le avversità per amore di Cristo, piuttosto che essere allietato da
molte consolazioni; giacché saresti più simile a Cristo e più conforme a tutti
i santi. Infatti, il nostro merito e il progresso della nostra condizione non
consistono nelle frequenti soavi consolazioni, ma piuttosto nelle pesanti
difficoltà e nelle tribolazioni da sopportare. Ché, se ci fosse qualcosa di
meglio e di più utile per la salvezza degli uomini, Cristo ce lo avrebbe
certamente indicato, con la parola e con l'esempio. Invece egli esortò
apertamente i discepoli che stavano con lui, e tutti coloro che desideravano
mettersi al suo seguito, dicendo: "Se uno vuol venire dietro di me,
rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24; Lc 9,23).
Dunque, la conclusione finale, attentamente lette e meditate tutte queste cose,
sia questa, "che per entrare nel regno di Dio, occorre passare attraverso
molte tribolazioni" (At 14,22).
FINISCONO LE ESORTAZIONI CHE CI
INDUCONO ALL'INTERIORITA'.
Libro
III
INCOMINCIA
IL LIBRO DELLA CONSOLAZIONE INTERIORE
Capitolo
I
CRISTO
PARLA INTERIORMENTE ALL'ANIMA FEDELE
1. "Darò ascolto a quello che stia per
dire dentro di me il Signore" (Sal 84,9). Beata l'anima che ascolta il
Signore che le parla dentro, e accoglie dalla sua bocca la parola di
consolazione. Beate le orecchie che colgono la preziosa e discreta voce di Dio,
e non tengono alcun conto dei discorsi di questo mondo. Veramente beate le
orecchie che danno retta, non alla voce che risuona dal di fuori, ma alla
verità, che ammaestra dal di dentro. Beati gli occhi, che, chiusi alle cose
esteriori, sono attenti alle interiori. Beati coloro che sanno penetrare ciò
che è interiore e si preoccupano di prepararsi sempre più, con sforzo
quotidiano, a comprendere le cose arcane del cielo. Beati coloro che bramano di
dedicarsi a Dio, sciogliendosi da ogni impaccio temporale.
1. Comprendi tutto ciò, anima mia, e chiudi la
porta dei sensi, affinché tu possa udire quello che ti dice interiormente
Iddio, tuo signore. Questo dice il tuo diletto: "Io sono la tua
salvezza" (Sal 34,3), la tua pace, la tua vita; stai accanto a me e
troverai la pace; lascia tutte le cose che passano, cerca le cose eterne. Che
altro sono le cose corporali, se non illusioni? E a che gioveranno tutte le
creature, se sarai abbandonata dal Creatore? Oh, anima mia, rinuncia a tutto e
fatti cara e fedele al tuo Creatore, così da poter raggiungere la vera
beatitudine.
Capitolo
II
SI FA
SENTIRE DENTRO DI NOI SENZA ALTISONANTI PAROLE
1. "Parla, o Signore, il tuo servo ti
ascolta" (1 Sam 3,10). "Io sono il tuo servo; dammi luce per
apprezzare quello che tu proclami" (Sal 118,125). Disponi il mio cuore
alle parole della tua bocca; il tuo dire discenda come rugiada. Dissero una
volta a Mosè i figli di Israele: "Parlaci tu, e potremo ascoltarti; non ci
parli il Signore, affinché non avvenga che ne moriamo" (Es 20,19). Non
così, la mia preghiera, o Signore. Piuttosto, con il profeta Samuele, in umiltà
e pienezza di desiderio, io ti chiedo ardentemente: "Parla, o Signore, il
tuo servo ti ascolta" (1 Sam 3,10). Non mi parli Mosè o qualche altro
profeta; parlami invece tu, Signore Dio, che ispiri e dai luce a tutti i
profeti: tu solo, senza di loro, mi puoi ammaestrare pienamente; quelli,
invece, senza di te, non gioverebbero a nulla. Possono, è vero, far risuonare
parole, ma non danno lo spirito; parlano bene, ma, se tu non intervieni, non
accendono il cuore; lasciano degli scritti, ma sei tu che ne mostri il
significato; presentano i misteri, ma sei tu che sveli il senso di ciò che sta
dietro al simbolo; emettono ordini, ma sei tu che aiuti ad eseguirli; indicano
la strada , ma sei tu che aiuti a percorrerla. Essi operano solamente
all'esterno, ma tu prepari ed illumini i cuori; essi irrigano superficialmente,
ma tu rendi fecondi; essi fanno risuonare delle parole, ma sei tu che aggiungi
all'ascolto il potere di comprendere.
1. Non mi parli dunque Mosè; parlami tu,
Signore mio Dio, verità eterna, affinché, se ammonito solo esteriormente e
privo di fuoco interiore, io non resti senza vita e non mi isterilisca;
affinché non mi sia di condanna la parola udita non tradotta in pratica,
conosciuta ma non amata, creduta ma non osservata. "Parla, dunque, o
Signore, il tuo servo ti ascolta" (1 Sam 3,10): "tu hai infatti
parole di vita eterna" (Gv 6,69). Parlami, affinché scenda un po' di
consolazione all'anima mia, e tutta la mia vita sia purificata. E a te sia lode
e onore perpetuo.
Capitolo
III
DARE UMILE
ASCOLTO ALLA PAROLA DI DIO, DA MOLTI NON MEDITATA A DOVERE
1. Ascolta, figlio, le mie parole; parole
dolcissime, più alte di tutta la dottrina dei filosofi e dei sapienti di questo
mondo. "Le mie parole sono spirito e vita" (Gv 6,63), e non vanno
valutate secondo l'umano sentire. Non si debbono convertire in vano
compiacimento; ma si debbono ascoltare nel silenzio, accogliendole con tutta
umiltà e con grande amore. E dissi: "Beato colui che sarà stato formato da
te, o Signore, e da te istruito intorno alla legge, così che gli siano
alleviati i giorni del dolore" ed egli non sia desolato su questa terra
(Sal 93,12s). Io, dice il Signore, fin dall'inizio ammaestrai i profeti, e
ancora non manco di parlare a tutti. Ma molti sono sordi e duri alla mia voce.
Numerosi sono coloro che ascoltano più volentieri il mondo che Dio, e seguono
più facilmente i desideri della carne che la volontà di Dio. Il mondo promette
cose da poco e che durano ben poco; eppure ci si fa schiavi del mondo, con
grande smania. Io prometto cose grandissime ed eterne; eppure il cuore degli
uomini resta torbido. Chi mai mi obbedisce e mi serve con tanto zelo, come si
serve al mondo a ai suoi padroni? "Arrossisci, o Signore, così dice il
mare" (Is 23,4). E se vuoi sapere il perché, ascolta. Per uno scarso
vantaggio si percorre un lungo cammino; ma. Per la vita eterna, molti a stento
alzano da terra un piede. Si corre dietro ad un modesto guadagno; talora, per
un soldo, si litiga vergognosamente; per una cosa da nulla e dietro una piccola
speranza non si esita a faticare giorno e notte; ma - cosa spudorata - per un
bene che non viene meno, per un premio inestimabile, per l'onore più grande e
la gloria che non ha fine, si stenta a faticare anche un poco.
1. Arrossisci, dunque, servo pigro e
lamentoso; ché certuni sono più pronti ad andare alla perdizione di quanto non
sia pronto tu ad andare alla vita: trovano essi più gioia in cose false di
quanta ne trovi tu nella verità. Eppure essi sono ben spesso traditi dalla loro
speranza, mentre la mia promessa non delude nessuno, né lascia a mani vuote
colui che confida in me. Quel che ho promesso, darò; quel che ho detto
adempirò, purché uno sia rimasto costante, sino alla fine, nel mio amore. Io
sono colui che compenserà tutti i buoni e metterà severamente alla prova tutte
le persone devote. Scrivi le mie parole nel tuo cuore e meditale attentamente;
ti saranno molto utili nell'ora della tentazione. Quello che non avrai capito
alla prima lettura, lo comprenderai nel giorno in cui io verrò a te. Due sono i
modi con i quali io visito i miei eletti; la tentazione e la consolazione. Due
sono le lezioni che io do loro ogni giorno; una, rimproverando i loro vizi,
l'altra, esortandoli a rafforzare le loro virtù. Colui che, avendo ricevuto
"le mie parole, le disprezza, avrà chi lo giudica". Nell'ultimo
giorno (Gv 12,48).
Preghiera per chiedere la
grazia della devozione.
3. Signore mio Dio, tu sei tutto il mio bene.
E io, chi sono per osare di rivolgermi a te? Sono il tuo miserabile piccolo
servo, un abietto vermiciattolo, molto più misero e disprezzabile di quanto io
stesso non capisca e non osi confessare. Tuttavia, Signore, ricordati di me,
che sono un nulla, nulla ho e nulla valgo. Tu solo sei buono, giusto e santo;
tutto puoi e ogni cosa viene da te; tutto tu colmi, soltanto il peccatore tu
lasci a mani vuote. Ricordati della tua misericordia (Sal 24,6) e riempi il mio
cuore con la tua grazia; tu, che non permetti che resti vana la tua opera. Come
potrò sopportare me stesso, in questa misera vita, se tu non mi conforterai con
la tua pietà e con la grazia? Non distogliere da me la tua faccia, non tardare
con la tua visita, non farmi mancare la tua grazia, affinché l'anima mia non
divenga per te come una terra arida (Sal 142,6). Signore, insegnami a fare la
tua volontà (Sal 142,10); insegnami a stare degnamente e umilmente accanto a
te. Tutto tu sai di me, poiché mi conosci nell'intimo; anzi mi conoscevi prima
che il mondo esistesse, prima che io fossi nato.
Capitolo
IV
INTIMAMENTE
UNITI A DIO, IN SPIRITO DI VERITA' E DI UMILTA'
1. Figlio, cammina alla mia presenza in
spirito di verità, e cercami sempre con semplicità di cuore. Chi cammina
dinanzi a me in spirito di verità sarà protetto dagli assalti malvagi; la
verità lo farà libero da quelli che cercano di sedurlo e dai perversi, con le
loro parole infamanti. Se ti farà libero la verità, sarai libero veramente e
non terrai in alcun conto le vane parole degli uomini. E' vero, o Signore: ti
prego, così mi avvenga, come tu dici. Mi sia maestra la tua verità; mi
custodisca e mi conduca alla meta di salvezza; mi liberi da effetti e da amori
perversi, contrari alla divina volontà. Allora camminerò con te, con grande
libertà di spirito.
1. Io ti insegnerò, dice la Verità, ciò che è
retto e mi è gradito. Ripensa con grande, amaro dolore, ai tuoi peccati, e non
credere mai di valere qualcosa, per opere buone che tu abbia compiuto. In
realtà sei un peccatore, irretito da molte passioni e schiavo di esse. Da te
non giungi a nulla: subitamente cadi e sei vinto; subitamente vieni sconvolto e
dissolto. Non hai nulla di che ti possa vantare; hai molto, invece, di che ti
debba umiliare, giacché sei più debole assi di quanto tu possa capire. Di tutto
quello che fai, niente ti sembri grande, prezioso e ammirevole; niente ti
sembri meritevole di stima. Alto, lodevole e desiderabile davvero ti sembri
soltanto ciò che è eterno. Più di ogni altra cosa, ti sia cara la verità
eterna; e sempre ti dispiaccia la tua estrema pochezza. Nulla devi temere,
disprezzare e fuggire quanto i tuoi vizi e i tuoi peccati; cose che ti debbono
affliggere più di ogni danno materiale.
2. Ci sono persone che camminano al mio cospetto
con animo non puro: persone che - dimentiche di se stesse e della propria
salvezza, e mosse da una certa curiosità e superbia - vorrebbero conoscere i
miei segreti, e comprendere gli alti disegni di Dio. Costoro cadono sovente in
grandi tentazioni e in grandi peccati per quella loro superbia e curiosità, che
io ho in odio. Mantieni una religiosa riverenza dinanzi al giudizio divino,
dinanzi allo sdegno dell'Onnipotente. Non volere, dunque, sondare l'operato
dell'Altissimo. Esamina invece le tue iniquità: in quante cose hai errato e
quante cose buone hai tralasciato. Ci sono alcuni che fanno consistere la loro
pietà soltanto nelle letture, nelle immagini sacre e nelle raffigurazioni
esteriori e simboliche; altri mi hanno sulla bocca, ma poco c'è nel loro cuore.
Ci sono invece altri che, illuminati nella mente e puri nei loro affetti,
anelando continuamente alle cose eterne, provano fastidio a sentir parlare di
cose terrene e soffrono ad assoggettarsi a ciò che la natura impone. Sono
questi che ascoltano ciò che dice, dentro di loro, lo spirito di verità. Il
quale li ammaestra a disprezzare le cose di questa terra e ad amare quelle del
cielo; ad abbandonare il mondo e ad aspirare, giorno e notte, al cielo.
Capitolo
V
MIRABILI
EFFETTI DELL'AMORE VERSO DIO
1. Ti benedico, o Padre celeste, padre del mio
Signore Gesù Cristo, perché ti sei degnato di ricordarti della mia miseria. Ti
ringrazio, o Padre delle misericordie, Dio di ogni consolazione (2Cor 1,3),
che, con il tuo conforto, talora mi ritempri, quantunque io ne sia totalmente
indegno. In ogni momento ti benedico e do gloria a te, con l'unigenito tuo
Figlio e con lo Spirito Santo Paraclito, per tutti i secoli. Oh!, mio Signore,
che sei santo e mi ami, come esulteranno tutte le mie viscere, quando verrai nel
mio cuore! "In te è la mia gloria, la gioia del mio cuore, la mia speranza
e il mio rifugio nel giorno della tribolazione" (Sal 3,4; 118; 111;
58,17). Poiché, però, il mio amore per te è ancora fiacco, e deboli sono le mie
forze, ho bisogno del tuo aiuto e del tuo conforto. Vieni a me, dunque, il più
spesso, e istruiscimi nella via della santità; liberami dalle passioni malvage
e risana il mio cuore da tutti gli affetti sregolati, cosicché, interiormente
risanato e del tutto purificato, io diventi pronto nell'amarti, forte nel
patire, fermo nel perseverare.
1. Grande cosa è l'amore. Un bene grande,
veramente. Un bene che, solo, rende leggera ogni cosa pesante e sopporta
tranquillamente ogni cosa difficile; porta il peso, senza fatica, e rende dolce
e gustosa ogni cosa amara. Il nobile amore di Gesù spinge ad operare grandi
cose e suscita desideri di sempre maggiore perfezione. L'amore aspira a salire
in alto, senza essere trattenuto da alcunché di terreno. Esige di essere libero
e staccato da ogni affetto umano, cosicché non abbia ostacoli a scrutare
nell'intimo, non subisca impacci per interessi temporali, non sia sopraffatto
da alcuna difficoltà. Niente è più dolce dell'amore; niente è più forte, più
alto o più grande: niente, né in cielo né in terra, è più colmo di gioia, più
completo o più buono: perché l'amore nasce da Dio e soltanto in Dio, al di
sopra di tutte le cose create, può trovare riposo. Chi ama vola, corre
lietamente; è libero, e non trattenuto da nulla; dà ogni cosa per il tutto, e
ha il tutto in ogni cosa, perché trova la sua pace in quell'uno supremo, dal
quale discende e proviene tutto ciò che è buono; non guarda a ciò che gli viene
donato, ma, al di là dei doni, guarda a colui che dona. Spesso l'amore non
consce misura, in un fervore che oltrepassa ogni confine. L'amore non sente
gravezza, non tiene conto della fatica, anela a più di quanto non possa
raggiungere, non adduce a scusa la sua insufficienza, perché ritiene che ogni
cosa gli sia possibile e facile. Colui che ama può fare ogni cosa, e molte cose
compie e manda ad effetto; mentre colui che non ama viene meno e cade. L'amore
vigila; anche nel sonno, non s'abbandona; affaticato, non è prostrato; legato,
non si lascia costringere; atterrito, non si turba: erompe verso l'alto e
procede sicuro, come fiamma viva, come fiaccola ardente.
2. Questo mio grido l'intende appieno colui
che possiede amore. Un grande grido agli orecchi di Dio è lo slancio stesso
ardente dell'anima, che esclama: Dio mio, mio amore, tu sei interamente mio ed
io sono interamente tua. Accrescimi nell'amore, affinché io impari a gustare
nell'intimo quanto l'amore è soave; impari a sciogliermi nell'amore e ad
immergermi in esso. Che io sia tutto preso dall'amore, che mi elevi sopra me
stesso, in estasi appassionata, che io canti il canto dell'amore e che mi
innalzi con te, o mio diletto; venga meno, nel lodarti, l'anima mia, nella
gioia dell'amore. Che io ti ami più che me stesso, e me stesso soltanto per te;
che in te io ami tutti coloro che ti amano veramente, come comanda la legge
dell'amore, luce che da te proviene.
3. L'amore è sollecito, sincero e devoto;
lieto e sereno; forte e paziente; fedele e prudente; longanime; virile e sempre
dimentico di sé: ché, se uno cerca se stesso, esce fuori dall'amore. L'amore è
attento, umile e sicuro; non fiacco, non leggero, né intento a cose vuote;
sobrio, casto, costante, quieto e vigilante nei sensi. L'amore è sottomesso,
basso e disprezzato ai suoi propri occhi; devoto e grato a Dio. In Dio confida
e spera sempre, anche quando non lo sente vicino, perché non si vive nell'amore
senza dolore. Colui che non è pronto a soffrire ogni cosa e ad ubbidire al suo
Diletto, non è degno di essere chiamato uomo d'amore; questi deve abbracciare
con slancio tutte le avversità e le amarezze per il suo Diletto, senza da ciò
deflettere, qualsiasi evidenza si frapponga.
Capitolo
VI
CHI HA
VERO AMORE, COME NE DA' PROVA
1. Figlio, ancora non sei forte e saggio
nell'amore. Perché, o Signore? Perché, per una piccola contrarietà lasci la
strada intrapresa e troppo avidamente cerchi consolazione. Chi è forte
nell'amore, regge alle tentazioni e non crede alla suadente furbizia del
nemico. Come gli sono caro nella prosperità, così gli sono caro nelle
avversità. Chi è saggio nell'amore non guarda tanto al pregio del dono, quanto
all'amore di colui che dona. Guarda più all'affetto che al prezzo, e pone tutti
i doni al di sotto della persona amata. Chi è nobile nell'amore non si appaga
nel dono, ma si appaga in me, al di sopra di qualunque dono. Se talvolta, verso
di me, o verso i miei santi, hai l'animo meno ben disposto di quanto vorresti,
non per questo tutto è perduto. Quell'amore che talora senti, buono e dolce, è
effetto della grazia presente in te; è, per così dire, un primo assaggio della
patria celeste. Ma è cosa su cui non bisogna fare troppo conto, perché non è
ferma e costante.
2. Segno di virtù e di grande merito, è
questo: lottare quando si affacciano cattivi impulsi dell'animo, e disprezzare
le suggestioni del diavolo. Dunque non lasciarti turbare da alcun pensiero che
ti venga dal di fuori, di qualsivoglia natura. Saldamente mantieni, invece, i
tuoi propositi, con l'animo diretto a Dio. Non è una vana illusione che,
talvolta, tu sia d'un tratto portato fino all'estremo rapimento, per poi
ritornare subito alle consuete manchevolezze spirituali; queste infatti non
dipendono da te, ma le subisci contro tua voglia. Anzi, fino a che tali
manchevolezze ti disgustano, e ad esse resisti, questo è cosa meritoria, non
già rovinosa per l'anima. Sappi che l'antico avversario tenta in ogni modo di
ostacolare il tuo desiderio di bene, distogliendoti da qualsiasi esercizio di
devozione; distogliendoti, cioè dal culto dei santi, dal pio ricordo della mia
passione, dall'utile pensiero dei tuoi peccati, dalla vigilanza del tuo cuore;
infine dal fermo proponimento di progredire nella virtù. L'antico avversario
insinua molti pensieri perversi, per molestarti e spaventarti, per distoglierti
dalla preghiera e dalle sante letture. Lo disgusta che uno umilmente si
confessi; se potesse, lo farebbe disertare dalla comunione. Non credergli, non
badargli, anche se ti avrà teso sovente i lacci dell'inganno. Ascrivile a lui,
quando ti insinua cose cattive e turpi. Digli: vattene, spirito impuro;
arrossisci, miserabile. Veramente immondo sei tu, che fai entrare nei miei
orecchi cose simili. Allontanati da me, perfido ingannatore; non avrai alcun
posto in me: presso di me starà Gesù, come un combattente valoroso; e tu sarai
svergognato. Preferisco morire e patire qualsiasi pena, piuttosto che cedere a
te. Taci, ammutolisci; non ti ascolterò più, per quante insidie tu mi possa
tendere. "Il Signore è per me luce e salvezza; di chi avrò paura? (Sal
26,1). Anche se fossero eretti contro di me interi accampamenti, il mio cuore
non vacillerà (Sal 26,3). Il Signore è il mio alleato e il mio redentore"
(Sal 18,15).
3. Combatti come un soldato intrepido. E se
talvolta cadi per la tua debolezza, riprendi forza maggiore, fiducioso in una
mia grazia più grande, guardandoti però attentamente dalla vana compiacenza e
dalla superbia: è a causa di esse che molti vengono indotti in inganno, cadendo
talora in una cecità pressoché incurabile. E' questa rovina degli uomini
superbi, stoltamente presuntuosi, che ti deve indurre a prudenza e ad
indefettibile umiltà.
Capitolo
VII
PROTEGGERE
LA GRAZIA SOTTO LA SALVAGUARDIA DELL'UMILTA'
1. O figlio, è per te cosa assai utile e
sicura tenere nascosta la grazia della devozione; non insuperbirne, non
continuare a parlarne e neppure a ripensarci molto. Disprezza, invece, temendo
questa grazia come data a uno che non ne era degno. Non devi attaccarti troppo
forte a un tale slancio devoto, che subitamente può trasformarsi in un
sentimento contrario. Nel tempo della grazia ripensa a quanto, di solito, sei
misero e povero senza la grazia. Un progresso nella vita spirituale non lo
avrai raggiunto quando avrai avuto la grazia della consolazione, ma quando, con
umiltà, abnegazione e pazienza, avrai saputo sopportare che essa ti sia tolta.
Cosicché, neppure allora, tu sia pigro nell'amore alla preghiera o lasci cadere
del tutto le abituali opere di pietà; anzi, tu faccia volenterosamente tutto
quanto è in te, come meglio potrai e saprai, senza lasciarti andare del tutto a
causa dell'aridità e dell'ansietà spirituale che senti.
2. Molti, non appena accade qualcosa di male,
si fanno tosto impazienti e perdono la buona volontà. Ma le vie dell'uomo non
dipendono sempre da lui. E' Dio che può dare e consolare, quando vuole e quanto
vuole e a chi egli vuole; nella misura che gli piacerà e non di più. Molti,
poi, fattisi arditi per il fatto che sentivano la grazia della devozione,
procurarono la loro rovina: essi vollero fare di più di quanto era nelle loro
possibilità, non considerando la propria pochezza e seguendo l'impulso del
cuore piuttosto che il giudizio della ragione. Presunsero di poter fare più di
quello che era nella volontà di Dio; perciò d'un tratto persero la grazia.
Essi, che avevano posto il loro nido nel cielo, restarono a mani vuote,
abbandonati alla loro miseria; cosicché, umiliati e spogliati, imparassero, a
non volare con le loro ali, ma a star sotto le mie ali, nella speranza. Coloro
che sono ancora novellini e inesperti nella via del Signore facilmente si
ingannano e cadono, se non si attaccano al consiglio di persone elette. E se
vogliono seguire quello che loro sembra giusto, anziché affidarsi ad altri più
esperti, finiranno male, a meno che non vogliano ritrarsi dal proprio interno.
Coloro che si credono sapienti di per sé, di rado si lasciano umilmente guidare
da altri. Sennonché uno scarso sapere e una modesta capacità di comprendere,
accompagnati dall'umiltà, valgono di più di un gran tesoro di scienza,
accompagnato dal vuoto compiacimento di sé. E' meglio per te avere poco,
piuttosto che molto; del molto potresti insuperbire.
3. Non agisce con sufficiente saggezza colui
che, avendo la grazia, si dà interamente alla gioia, senza pensare alla sua
miseria di prima e alla purezza che si deve aver nel timore di Dio; timore cioè
di perdere quella grazia che gli era stata data. Così non dimostra di avere
sufficiente virtù colui che, al momento dell'avversità o in altra circostanza
che lo opprima, si dispera eccessivamente e concepisce, nei confronti, pensieri
e sentimenti di fiducia meno piena di quanto mi si dovrebbe. Al momento della
lotta, si troverà spesso estremamente abbattuto e pieno di paura proprio colui
che, in tempo di quiete, avrà voluto essere troppo sicuro. Se tu, invece,
riuscissi a restare umile e piccolo in te stesso, e a ben governare e dirigere
il tuo spirito non cadresti così facilmente nel pericolo e nel peccato. Un buon
consiglio è questo, che, quando hai nell'animo uno speciale ardore spirituale,
tu consideri bene quello che potrà accadere se verrà meno tale luce interiore.
Quando poi ciò accadesse, pensa che poi di nuovo possa tornare quella luce che
per un certo tempo ti ha tolta, per tua sicurezza e per la mia gloria. Infatti,
subire una simile prova è spesso a te più utile che godere stabilmente di una
situazione tranquilla, secondo il tuo piacere. In verità i meriti non si
valutano secondo questo criterio, che uno abbia frequenti visioni, o riceva
particolari gioie interiori, o sia posto in un grado più alto. Ma piuttosto
secondo questo criterio, che uno sia radicato nella vera umiltà e ripieno
dell'amore divino; che ricerchi sempre soltanto e interamente di rendere gloria
a Dio; che consideri se stesso un nulla; che si disprezzi veramente e
preferisca perfino essere disprezzato ed umiliato dagli altri, anziché essere
onorato.
Capitolo
VIII
LA BASSA
OPINIONE DI SE' AGLI OCCHI DI DIO
1. "Che io osi parlare al mio Signore,
pure essendo polvere e cenere" (Gn 18,27). Se avrò tenuto troppo grande
opinione di me, ecco tu mi starai dinanzi e le mie iniquità daranno testimonianza
del vero, contro di me; né potrò controbattere. Se invece mi sarò considerato
cosa da poco - riducendomi a un nulla, liberandomi da ogni reputazione di me
stesso, facendomi polvere, quale sono - la tua grazia mi sarà propizia e la tua
luce sarà vicina al mio cuore. Così ogni stima, anche minima, svanirà per
sempre, sommersa nell'abisso della mia umiltà. In tal modo, o Dio, tu mi mostri
a me stesso: che cosa sono e che cosa fui, a che giunsi. Sono un nulla ì, e
neppure me ne rendo conto. Lasciato a me stesso, ecco il nulla; tutto è
manchevolezza. Se, invece, d'un tratto, tu guardi me, immediatamente divento
forte e pieno di nuova gioia. Ed è così veramente meravigliosa questo sentirmi
così improvvisamente sollevato, e così amorosamente abbracciato da te; ché, per
la mia gravezza, sono portato sempre al basso. E' opera, questa, del tuo amore:
senza mio merito esso mi viene incontro, mi aiuta in tante mie varie necessità,
mi mette al riparo da ogni grave pericolo e mi strappa da mali veramente innumerevoli.
1. Mi ero perduto, amandomi di un amore
davvero non retto; invece, cercando soltanto te, e con retto amore, ho travato,
ad un tempo, e me stesso e te. Per tale amore mi sono sprofondato ancor di più
nel mio nulla; perché sei tu, che, nella tua grande bontà, vai, nei mie
confronti, al di là di ogni merito, e al di là di quello che io oso sperare e
chiedere. Sii benedetto, o mio Dio, perché, quantunque io non sia degno di
alcun dono, la tua magnanimità e la tua infinita bontà non cessano di largire benefici
anche agli ingrati, che si sono allontanati da te. Portaci di nuovo a te,
affinché siamo pieni di gratitudine, di umiltà e di devozione. Tu sei infatti
il nostro sostegno, la nostra forza, la nostra salvezza.
Capitolo
IX
RIFERIRE
TUTTO A DIO, ULTIMO FINE
1. O figlio, se veramente desideri farti
santo, devo essere io il tuo supremo ed ultimo fine: un fine che renderà puri i
tuoi affetti, troppo spesso piegati verso te stesso e verso le creature; ed è
male giacché, quando in qualche cosa cerchi te stesso, immediatamente vieni
meno ed inaridisci. Tutto devi dunque ricondurre, in primo luogo, a me; perché
tutto da me proviene. Considera ogni cosa come emanata dal sommo bene, e perciò
riferisci tutto a me, come alla sua origine. Acqua viva attingono a me, come a
fonte viva, l'umile e il grande, il povero e il ricco. Colui che si mette al
mio servizio, con spontaneità e libertà di spirito, riceverà grazia. Invece
colui che cerca onore e gloria, non in me, ma altrove; colui che cerca diletto
in ogni bene particolare non godrà di quella gioia vera e duratura che allarga
il cuore. Anzi incontrerà molti ostacoli ed angustie.
1. Nulla di ciò che è buono devi ascrivere a
te; nessuna capacità, devi attribuire ad un mortale. Riconosci, invece, che
tutto è di Dio, senza del quale nulla ha l'uomo. Tutto è stato dato da me,
tutto voglio riavere; e chiedo con forza che l'uomo me ne sia grato. E' questa
la verità, che mette in fuga ogni inconsistente vanteria. Quando verranno la
grazia celeste e il vero amore, allora scompariranno l'invidia e la grettezza
del cuore; perché l'amore di Dio vince ogni cosa e irrobustisce le forze
dell'anima. Se vuoi essere saggio, poni la tua gioia e la tua speranza soltanto
in me. Infatti "nessuno è buono; buono è soltanto Iddio" (Lc 18,19).
Sia egli lodato, al di sopra di ogni cosa; e sia in ogni cosa benedetto.
Capitolo
X
DOLCE
COSA, ABBANDONARE IL MONDO E SERVIRE A DIO
1. Parlerò ancora, e non tacerò; dirò
all'orecchio del mio Dio, mio signore e mio re, che sta nei cieli: se "è
tanto grande e sovrabbondante, o Signore, la dolcezza che hai preparato per
coloro che ti temono" (Sal 30,20), che cosa sei tu, per coloro che ti
amano e per coloro che ti servono con tutto il cuore? Davvero ineffabile è la
dolcezza della tua contemplazione, che tu concedi a coloro che ti amano. Ecco
dove massimamente mostrasti la soavità del tuo amore per me: non ero, e mi hai
creato; mi ero allontanato da te, e tu mi hai ricondotto a servirti; infine mi
hai comandato di amarti. Oh!, fonte di eterno amore, che potrò dire di te; come
mi potrò dimenticare di te, che ti sei degnato di ricordarti di me, dopo che mi
ero perduto nel marciume? Hai usato misericordia con il tuo servo, al di là di
ogni speranza; gli hai offerto grazia ed amicizia, al di là di ogni merito. Che
cosa mai potrò dare in cambio di un tal beneficio? Giacché non a tutti è
concesso di abbandonare ogni cosa, di rinunciare al mondo e di scegliere la
vita del monastero.
1. E' forse gran cosa che io serva a te, al
quale ogni creatura deve servire? Non già il servirti mi deve sembrare gran
cosa; piuttosto mi deve sembrare grande e meraviglioso che tu, unendolo ad
eletti tuoi servi, ti degni di accogliere quale servo, uno come me, così misero
e privo di meriti. A te appartiene chiaramente tutto ciò che io posseggo e con
cui ti servo. E invece sei tu che mi servi, più di quanto io non serva te.
Ecco, tutto fanno prontamente, secondo il tuo comando, il cielo e la terra, che
tu hai creati per servizio dell'uomo. E questo è ancor poco; ché anche gli
angeli li hai predisposti per servizio dell'uomo. Ma, al di sopra di tutto ciò,
sta il fatto che tu stesso ti sei degnato di servire l'uomo, promettendogli in
dono te stesso. E io che darò, in cambio di tutti questi innumerevoli benefici?
Potessi stare al tuo servizio tutti i giorni della mia vita; potessi almeno
riuscire a servirti degnamente per un solo giorno. In verità, a te è dovuto
ogni servizio, ogni onore e ogni lode, in eterno. In verità tu sei il mio
Signore, ed io sono il tuo misero servo, che deve porre al tuo servizio tutte
le sue forze, senza mai stancarsi di cantare le tue lodi. Questo è il mio
desiderio, questa è la mia volontà. Degnati tu di supplire alle mie deficienze.
2. Mettersi al tuo servizio, disprezzando ogni
cosa per amor tuo, è grande onore e grande merito. Infatti, coloro che si
saranno sottoposti spontaneamente al tuo santo servizio avranno grazia copiosa.
Coloro che, per tuo amore, avranno lasciato ogni piacere della carne troveranno
la soave consolazione dello Spirito Santo. Coloro che, per il tuo nome, saranno
entrati nella via stretta, lasciando ogni cosa mondana, conseguiranno una
grande libertà interiore. Quanto è grato e lieto questo servire a Dio, che
rende l'uomo veramente libero e santo. Quanto è benedetta la condizione del
religioso servizio, che rende l'uomo simile agli angeli: compiacenza di Dio,
terrore dei demoni, esempio ai fedeli. Con indefettibile desiderio dobbiamo,
dunque, abbracciare un tale servizio, che ci assicura il sommo bene e ci fa
conseguire una gioia perenne, senza fine.
Capitolo
XI
VAGLIARE E
FRENARE I DESIDERI DEL NOSTRO CUORE
1. Figlio, tu devi imparare ancora molte cose,
fin qui non bene apprese. Signore, quali sono queste cose? Che tu indirizzi il
tuo desiderio interamente secondo la mia volontà; che tu non stia attaccato a
te stesso; che ardentemente tu brami di seguire la mia volontà. Sovente vari
desideri ti accendono e urgono in te fortemente. Ma devi riflettere se tu sia
mosso dall'impulso di rendere onore a me o non piuttosto di far piacere a te
stesso. Se si tratta di me, sarai pienamente felice, comunque io voglia che
vadano le cose; se invece c'è sotto una qualunque tua voglia, ecco, è questo
che ti impedisce e ti appesantisce. Guardati, dunque, dal basarti troppo su un
desiderio concepito senza che io sia stato consultato; affinché poi tu non
abbia a pentirti; affinché non abbia a disgustarti ciò che dapprima ti era
sembrato caro e che avevi agognato, come preferibile sopra ogni cosa.
1. In verità, non ogni moto, pur se ci appare
degno di approvazione, va subito favorito; ne ogni moto che ci ripugna va
respinto fin dal principio. Occorre talvolta che tu usi il freno, anche
nell'intraprendere e nel desiderare cose buone. Ché il tuo animo potrebbe poi
esser distolto da ciò, come cosa eccessiva; o potresti ingenerare scandalo in
altri, per essere andato al di là delle regole comuni; o potresti d'un tratto
cadere in agitazione perché ti si ostacola. Altra voce, invece, occorre che tu
faccia violenza a te stesso, andando virilmente contro l'impulso dei sensi.
Occorre che tu non faccia caso a ciò che la carne desidera o non desidera,
preoccupandoti piuttosto che essa, pur contro voglia, sia sottomessa allo
spirito. Occorre che la carne sia imbrigliata e costretta a stare soggetta,
fino a che non sia pronta a tutto; fino a che non sappia accontentarsi, lieta
di poche e semplici cose, senza esitare di fronte ad alcuna difficoltà.
Capitolo
XII
L'EDUCAZIONE
A PATIRE E LA LOTTA CONTRO LA CONCUPISCENZA
1. Signore Dio, capisco che è per me veramente
necessario saper soffrire, giacché in questo mondo accadono tante avversità.
Invero, comunque io abbia disposto per la mia tranquillità, la mia vita non può
essere esente dalla lotta e dal dolore. Così è, o figlio. Ma tale è la mia
volontà: tu non devi andar cercando una pace, che non abbia e non senta
tentazione o avversità; anzi devi ritenere per certo di avere trovato pace,
anche quando sarai afflitto da varie tribolazioni e sarai provato da varie
contrarietà. Se obietterai di non riuscire ora a sopportare tanto, come
riuscirai a sostenere poi il fuoco del purgatorio? Tra due mali, scegliere
sempre il minore. Così, per poter sfuggire alle pene eterne future, vedi di
sopportare, con fermezza e per amore di Dio, i mali presenti. Credi forse che
quelli che vivono nel mondo non abbiano a patire per nulla, o soltanto un
pochino? No; questo non lo riscontrerai, nemmeno cercando tra le persone che
vivono tra gli agi più grandi. Tuttavia - mi dirai - costoro hanno molte gioie,
fanno ciò che loro più piace e alle loro tribolazioni non danno, perciò, gran
peso. Ammettiamo che le cose stiano così e che costoro abbiano tutto ciò che
vogliono. Ma quanto pensi che potrà durare? Ecco "come fumo si
disperderanno" (Sal 36,20) coloro che in questo mondo sono nell'abbondanza;
delle loro gioie di un tempo non resterà ricordo alcuno.
1. Di più, anche mentre sono ancora in vita,
costoro non sono esenti da amarezze, da noie e da timori. Che anzi,
frequentemente, proprio dalle stesse cose dalle quali si ripromettono gioia,
essi traggono una dolorosa pena. E giustamente per loro ciò accade. Infatti,
cercando essi ed inseguendo il piacere anche contro l'ordine disposto da Dio,
non lo raggiungono senza vergogna ed amarezza. Come è breve, questo piacere e
falso e contrario al volere di Dio; e come è turpe. Eppure gli uomini, ebbri e
ciechi, non capiscono; e, come bruti, vanno incontro alla morte dell'anima per
un piccolo piacere di questa vita corruttibile. Ma tu, figlio, non andare
dietro alle "tue concupiscenze; distogliti dal tuo capriccio" (Sir
18,30). "Metti il tuo gaudio nel Signore; Egli ti darà ciò che il tuo
cuore domanderà" (Sal 36,4). In verità, se veramente desideri la pienezza
della gioia e della mia consolazione, ecco, la tua felicità consisterà nel
disprezzo di tutto ciò che è nel mondo e nel distacco da ogni piacere. Così ti
saranno concesse grandi consolazioni. Quanto più ti allontanerai da ogni
conforto che venga dalle creature, tanto più grandi e soavi consolazioni
troverai in me. A questo non giungerai, però, senza avere prima sofferto e
faticosamente lottato. Farà resistenza il radicato costume; ma sarà vinto poi
da una abitudine migliore. Protesterà la carne, ma sarà tenuta in freno dal
fervore spirituale. Ti istigherà, fino all'esasperazione, l'antico serpente; ma
sarà messo in fuga dalla preghiera oppure gli sarà ostacolato un facile
ingresso, se ti troverà preso da un lavoro pratico.
Capitolo
XIII
METTERSI
AL DI SOTTO DI TUTTI IN UMILE OBBEDIENZA, SULL'ESEMPIO DI GESU' CRISTO
1. Figlio, colui che tenta di sottrarsi
all'obbedienza si sottrae anche alla grazia. Colui che cerca il bene suo
personale perde anche il bene che è proprio del vivere in comune. Colui che non
si sottopone lietamente e spontaneamente al suo superiore, dimostra che la
carne non gli obbedisce ancora perfettamente, ma spesso recalcitra e mormora.
Impara dunque a sottometterti prontamente al tuo superiore, se vuoi soggiogare
la tua carne. Infatti, il nemico di fuori lo si vincerà più presto, se sarà
stato sconfitto l'uomo interiore. Non c'è peggiore e più insidioso nemico
dell'anima tua, di te stesso, quando il corpo non si accorda con lo spirito.
Per avere vittoria sulla carne e sul sangue, devi assumere un totale e vero
disprezzo di te. Tu hai ancora invece un eccessivo e disordinato amore di te
stesso; per questo sei tanto esitante a rimetterti interamente alla volontà
degli altri.
1. Ma che c'è di strano, se tu, polvere e
nulla, ti sottoponi a un uomo, per amore di Dio, quando io, onnipotente ed
altissimo, che dal nulla ho creato tutte le cose per amor tuo, mi feci piccolo
fino a sottopormi all'uomo? Mi sono fatto l'ultimo e il più piccolo di tutti,
proprio perché, per questo mio abbassarmi, tu potessi vincere la tua superbia.
Impara ad obbedire, tu che sei polvere; impara ad umiliarti, tu che sei terra e
fango; impara a piegarti sotto i piedi di tutti, a disprezzare i tuoi desideri
e a metterti in totale sottomissione. Insorgi infiammato contro te stesso, e
non permettere che in te si annidi la tumefazione della superbia. Dimostrati
così basso e così piccolo che tutti possano camminare sopra di te e possano
calpestarti come il fango della strada. Che hai da lamentare tu, uomo da nulla.
Che hai tu, immondo peccatore, da contrapporre a coloro che ti accusano; tu,
che tante volte hai offeso Dio, meritando assai spesso l'inferno? Ma, ecco,
apparve preziosa al mio sguardo l'anima tua; ecco il mio occhio ebbe
compassione di te, così che, conoscendo il mio amore, tu avessi continua
gratitudine per i miei benefici ed abbracciassi, senza esitare, un'umile
sottomissione, nella paziente sopportazione dell'altrui disprezzo.
Capitolo
XIV
PENSARE
ALL'OCCULTO GIUDIZIO DI DIO, PER NON INSUPERBIRCI DEL BENE
1. Come tuono fai scendere sopra di me i tuoi giudizi,
Signore; timore e terrore scuotono tutte le mie ossa; l'anima mia si ritrae
spaventata. Sbigottito penso che neppure i cieli sono puri, di fronte a te. Se
hai trovato dei malvagi persino tra gli angeli e non li hai risparmiati, che
cosa accadrà di me? Caddero le stelle del cielo, ed io, che sono polvere, che
cosa presumo di me? Caddero nel profondo certuni, che sembrava avessero
compiuto opere degne di lode; certuni che mangiavano il pane degli angeli, li
ho visti contentarsi delle carrube che mangiavano i porci. Invero, non c'è
santità se tu, o Signore, togli la tua mano; la sapienza non serve a nulla, se
tu cessi di reggerci; la fortezza non giova, se tu cessi di custodirla; la
castità non è sicura, se tu non la difendi; la vigilanza su se stessi non vale,
se tu non sei presente con la tua santa protezione. Infatti se tu ci abbandoni,
andiamo a fondo e moriamo; se tu, invece, ci assisti ci teniamo ritti e
viviamo. In verità, noi siamo malfermi, ma tu ci rafforzi; siamo tiepidi, ma tu
ci infiammi.
1. Oh!, come devo essere conscio della mia
bassezza e della mia abiezione; e come devo considerare un nulla quel poco di
bene che mi possa sembrare di aver fatto. Con quale pienezza di sottomissione
devo accettare, o Signore, i tuoi profondi giudizi, giacché mi trovo ad essere
nient'altro che nulla e poi nulla. E' cosa grande, invalicabile, questo
riscontrare che di mio non c'è assolutamente niente. Dove mai si nasconde la
mia boria, dove finisce la sicurezza che riponevo nella mia virtù. Ogni mia
vuota vanteria è inghiottita nella profondità dei tuoi giudizi sopra di me. Che
cosa mai è l'uomo di fronte a te? Forse che la creta può vantarsi nei confronti
di colui che la plasma? (cfr. Is 45,9). Come può gonfiarsi, con vane parole,
colui che, in verità, nell'intimo è soggetto a Dio? Neppure il mondo intero lo
potrebbe far montare in superbia, poiché la Verità stessa lo ha soggiogato.
Neppure un elogio da parte di tutti gli uomini lo potrebbe smuovere, poiché ha
posto interamente la sua speranza in Dio: infatti, quelli che fanno tanti
elogi, ecco, non sono che nulla, e scompariranno con il suono delle loro
parole. Mentre la "parola del Signore resta in eterno" (Sal 116,2).
Capitolo
XV
COME
COMPORTARCI E CHE COSA DIRE DI FRONTE A OGNI NOSTRO DESIDERIO
1. Figliolo, così tu devi dire in ogni cosa:
Signore, se questa è la tua volontà, così si faccia. Signore, se questo è per
tuo amore, così si faccia, nel tuo nome. Signore, se questo ti parrà necessario
per me, e lo troverai utile, fa' che io ne usi per il tuo onore; se invece
comprenderai che questo è male per me e non giova alla mia salvezza, toglimi
questo desiderio. Infatti, non tutti i desideri vengono dallo Spirito Santo,
anche se a noi appaiono retti e buoni. E' difficile giudicare veramente se sia
uno spirito buono, o uno spirito contrario, che ti spinge a desiderare questa o
quell'altra cosa; oppure se tu sia mosso da un sentimento personale. Molti, che
dapprima sembravano guidati da sentimento buono, alla fine si sono trovati
ingannati. Perciò ogni cosa che balza alla mente come desiderabile sempre la si
deve volere e cercare con animo pieno di timor di Dio e con umiltà di cuore.
Soprattutto, ogni cosa va rimessa a me, con abbandono di se stessi, dicendo:
Signore, tu sai cosa sia meglio per me. Si faccia così, o altrimenti, secondo
la tua volontà. Dammi quello che vuoi, e quanto vuoi e quando vuoi. Disponi di
me secondo la tua sapienza, la tua volontà e la tua maggior gloria. Mettimi
dove tu vuoi, e fai con me quello che vuoi, liberamente. Sono nelle tue mani; fammi
rigirare per ogni verso. Ecco, io sono il tuo servo, disposto a tutto, perché
non voglio vivere per me ma per te: e volesse il cielo che ciò fosse in modo
degno e perfetto.
Preghiera perché riusciamo a
compiere la volontà di Dio.
2. Amorosissimo Gesù, dammi la tua grazia,
perché "sia operante in me" (Sap 9,10) e in me rimanga sino alla
fine. Dammi di desiderare e di volere ciò che più ti è gradito, e più ti piace.
La tua volontà sia la mia volontà; che io la segua e che ad essa mi confermi pienamente;
che io abbia un solo volere e disvolere con te; che io possa desiderare o non
desiderare soltanto quello che tu desideri e non desideri. Dammi di morire a
tutte le cose del mondo; fammi amare di esser disprezzato per causa tua, e di
essere dimenticato in questo mondo. Fammi bramare sopra ogni altra cosa di
avere riposo in te, e di trovare in te la pace del cuore. Tu sei la vera pace
interiore, tu sei il solo riposo; fuori di te ogni cosa è aspra e tormentosa.
"In questa pace, nella pace vera, cioè in te, unico sommo eterno bene,
avrà riposo e quiete" (Sal 4,9). Amen.
Capitolo
XVI
SOLTANTO
IN DIO VA CERCATA LA VERA CONSOLAZIONE
1. Qualunque cosa io possa immaginare e
desiderare per mia consolazione, non l'aspetto qui, ora, ma in futuro. Ché,
pure se io potessi avere e godere da solo tutte le gioie e le delizie del
mondo, certamente ciò non potrebbe durare a lungo. Sicché, anima mia, non
potrai essere pienamente consolata e perfettamente confortata se non in Dio,
che allieta i poveri e accoglie gli umili. Aspetta un poco, anima mia, aspetta
ciò che Dio ha promesso e avrai in cielo la pienezza di ogni bene. Se tu brami
disordinatamente i beni temporali, perderai quelli eterni del cielo: dei beni
di quaggiù devi avere soltanto l'uso temporaneo, col desiderio fisso a quelli
eterni. Anima mia, nessun bene di quaggiù, ti potrà appagare perché non sei
stata creata per avere soddisfazione in queste cose. Anche se tu avessi tutti i
beni del mondo, non potresti essere felice e beata, perché è in Dio, creatore
di tutte le cose, che consiste la tua completa beatitudine e la tua felicità.
Non è una felicità quale appare nella esaltazione di coloro che amano
stoltamente questo mondo, ma una felicità quale si aspettano i buoni seguaci di
Cristo; quale, talora, è pregustata, fin da questo momento, da coloro che
vivono dello spirito e dai puri di cuore, "il cui pensiero è già nei
cieli" (Fil 3,20).
2. Vano e di breve durata è il conforto che
viene dagli uomini; santo e puro è quello che la verità fa sentire dal di dentro.
L'uomo pio si porta con sé, dappertutto, il suo consolatore, Gesù, e gli dice:
o Signore Gesù, stammi vicino in ogni luogo e in ogni tempo. La mia
consolazione sia questa, di rinunciare lietamente ad ogni conforto umano. Che
se mi verrà meno la tua consolazione, sia per me di supremo conforto, appunto,
questo tuo volere, questa giusta prova; poiché "non durerà per sempre la
tua collera e le tue minacce non saranno eterne" (Sal 102,9).
Capitolo
XVII
AFFIDARE
STABILMENTE IN DIO OGNI CURA DI NOI STESSI
1. Figlio, lascia che io faccia con te quello
che voglio: io so quello che ti è necessario. Tu hai pensieri umani e i tuoi
sentimenti seguono spesso suggestioni umane. Signore, è ben vero quanto dici.
La tua sollecitudine per me è più grande di ogni premura che io possa avere per
me stesso. In verità, chi non rimette in te tutte le sue preoccupazioni si
affida proprio al caso. Signore, purché la mia volontà sia continuamente retta
e ferma in te, fai di me quello che ti piace. Giacché, qualunque cosa avrai
fatto di me non può essere che per il bene. Se mi vuoi nelle tenebre, che tu
sia benedetto; e se mi vuoi nella luce, che tu sia ancora benedetto. Se ti
degni di darmi consolazione, che tu sia benedetto; e se mi vuoi nelle
tribolazione, che tu sia egualmente benedetto.
1. Figlio, se vuoi camminare con me, questo
deve essere il tuo atteggiamento. Devi essere pronto a patire, come pronto a
godere; devi lietamente essere privo di tutto e povero, come sovrabbondante e
ricco. Signore, qualunque cosa vorrai che mi succeda, la sopporterò di buon
grado per tuo amore. Con lo stesso animo voglio accettare dalla tua mano bene e
male, dolcezza e amarezza, gioia e tristezza; e voglio renderti grazie per ogni
cosa che mi accada. Preservami da tutti i peccati, e non temerò né la morte né
l'inferno. Purché tu non mi respinga per sempre cancellandomi dal libro della
vita, qualunque tribolazione mi piombi addosso non mi farà alcun male.
Capitolo
XVIII
SOPPORTARE
SERENAMENTE LE MISERIE DI QUESTO MONDO SULL'ESEMPIO DI CRISTO
1. Figlio, io discesi dal cielo per la tua
salvezza e presi sopra di me le tue miserie, non perché vi fossi costretto, ma
per slancio d'amore; e ciò perché tu imparassi a soffrire e a sopportare senza
ribellione le miserie di questo mondo. Infatti, dall'ora della mia nascita fino
alla morte in croce, non venne mai meno in me la forza di sopportare il dolore.
Ho conosciuto grande penuria di beni terreni; ho udito molte accuse rivolte a
me; ho sopportato con dolcezza cose da far arrossire ed ingiurie; per il bene
fatto ho ricevuto ingratitudine; per i miracoli, bestemmie; per il mio
insegnamento, biasimi.
1. Signore, tu ben sapesti patire per tutta la
tua vita, compiendo pienamente, in tal modo, la volontà del Padre tuo; perciò è
giusto che io, misero peccatore, sappia sopportare me stesso, fin quando a te
piacerà; è giusto che, per la mia salvezza, io porti il peso di questa vita
corruttibile, fino a quando tu vorrai. In verità, anche se noi la sentiamo come
un peso, la vita di quaggiù, per effetto della tua grazia, già fu resa capace
di molti meriti e più tollerabile e luminosa, per noi, povera gente, in virtù
del tuo esempio e dietro le orme dei tuoi santi. Anzi la nostra vita è piena di
consolazione, molto più di quanto non fosse al tempo della vecchia legge, quando
era ancora chiusa la porta del cielo e ancora era nascosta la via di esso;
quando erano ben pochi quelli che si davano pensiero di cercare il regno dei
cieli, e neppure i giusti, meritevoli di salvezza, avevano potuto entrare nella
patria celeste, non essendo ancora stato pagato - prima della tua passione e
della tua santa morte - il debito del peccato. Oh, come ti debbo ringraziare
per avere mostrato a me, e a tutti i tuoi seguaci, la strada diritta e sicura
verso l'eterno tuo regno! La nostra strada è la tua vita stessa: attraverso una
santa capacità di patire camminiamo verso di te, che sei il nostro premio. Se
tu non ci avessi preceduto, con questo insegnamento, chi si prenderebbe cura di
seguirti? Quanti rimarrebbero indietro assai, se non potessero guardare al tuo
esempio luminoso. Ecco, siamo ancora ben poco fervorosi, pur dopo tanti
miracoli e nonostante i tuoi ammaestramenti; che cosa mai sarebbe di noi, se
non avessimo avuto una così grande luce per seguirti?
Capitolo
XIX
LA
CAPACITA' DI SOPPORTARE LE OFFESE E LA VERA PROVATA PAZIENZA
1. Che è quello che vai dicendo, o figlio?
Cessa il tuo lamento, tenendo presenti le sofferenze mie e quelle degli altri
santi. "Non hai resistito ancora fino al sangue" (Eb 12,4). Ciò che
tu soffri è poca cosa, se ti metti a confronto con coloro che patirono tanto
gravemente: così fortemente tentati, così pesantemente tribolati, provati in
vari modi e messi a dura prova. Occorre dunque che tu rammenti le sofferenze
più gravi degli altri, per imparare a sopportare le tue, piccole. Che se
piccole non ti sembrano, vedi se anche questo non dipenda dalla tua incapacità
di sopportazione. Comunque, siano piccoli o grandi questi mali, fa' in modo di
sopportare tutto pazientemente. Il tuo agire sarà tanto più saggio, e tanto più
grande sarà il tuo merito, quanto meglio ti sarai disposto al patire; anzi lo
troverai anche più lieve, se, intimamente e praticamente, sarai pronto e
sollecito. E non dire: questo non lo posso sopportare; non devo tollerare cose
simili da una tale persona, che mi fa del male assai, e mi rimprovera cose che
non avevo neppure pensato; da un altro, non da lui, le tollererei di buon
grado, e riterrei giusto doverle sopportare. E' una stoltezza un simile
ragionamento. Esso non tiene conto della virtù della pazienza, né di colui a
cui spetta di premiarla; ma tiene conto piuttosto delle persone e delle offese
ricevute. Vero paziente non è colui che vuole sopportare soltanto quel che gli
sarà sembrato giusto, e da chi gli sarà piaciuto. Vero paziente, invece, è
colui che non guarda da quale persona egli venga messo alla prova: se dal
superiore, oppure da un suo pari, o da un inferiore; se da un uomo buono o
santo, oppure da un malvagio, o da persona che non merita nulla. Vero paziente
è colui che indifferentemente - da qualunque persona, e per quante volte, gli
venga qualche contrarietà - tutto accetta con animo grato dalla mano di Dio;
anzi lo ritiene un vantaggio grande, poiché non c'è cosa, per quanto piccola,
purché sopportata per amore di Dio, che passi senza ricompensa, presso Dio.
1. Sii dunque preparato al combattimento, se
vuoi ottenere vittoria. Senza lotta non puoi giungere ad essere premiato per la
tua sofferenza. Se rifiuti la sofferenza, rifiuti anche il premio; se invece
desideri essere premiato, devi combattere da vero uomo e saper sopportare con
pazienza. Come al riposo non si giunge se non dopo aver faticato, così alla
vittoria non si giunge se non dopo aver combattuto. Oh, Signore, che mi diventi
possibile, per tua grazia, quello che mi sembra impossibile per la mia natura:
tu sai che ben scarsa è la mia capacità di soffrire, e che al sorgere di una,
sia pur piccola, difficoltà, mi trovo d'un colpo atterrato. Che mi diventi cara
e desiderabile, in tuo nome, qualsiasi prova e qualsiasi tribolazione: soffrire
ed essere tribolato per amor tuo, ecco ciò che è grandemente salutare all'anima
mia.
Capitolo
XX
RICONOSCERE
LA PROPRIA DEBOLEZZA E LA MISERIA DI QUESTA NOSTRA VITA
1. "Confesserò contro di me il mio
peccato" (Sal 31,5); a te, o Signore, confesserò la mia debolezza. Spesso
basta una cosa da nulla per abbattermi e rattristarmi: mi propongo di
comportarmi da uomo forte, ma, al sopraggiungere di una piccola tentazione, mi
trovo in grande difficoltà. Basta una cosa assolutamente da nulla perché me ne
venga una grave tentazione: mentre, fino a che non l'avverto, mi sento
abbastanza sicuro, poi, a un lieve spirare di vento, mi trovo quasi
sopraffatto. "Guarda dunque, Signore, alla mia miseria" (Sal 14,18) e
alla mia fragilità, che tu ben conosci per ogni suo aspetto; abbi pietà di me;
"tirami fuori dal fango, così che io non vi rimanga confitto" (Sal
68,15), giacendo a terra per sempre. Quello che mi risospinge indietro e mi fa
arrossire dinanzi a te, è appunto questa mia instabilità e questa mia debolezza
nel resistere alle tentazioni. Che, pur quando ad esse non si acconsenta del
tutto, già molto mi disturba la persecuzione loro; e assai mi affligge vivere
continuamente così, in lotta. La mia debolezza mi appare in modo chiaro dal
fatto che proprio i pensieri che dovrei avere sempre in orrore sono molto più
facili a piombare su di me che ad andarsene. Voglia il Cielo, o potentissimo
Dio di Israele, che, nel tuo grande amore per le anime di coloro che hanno fede
in te, tu abbia a guardare alla fatica e alla sofferenza del tuo servo; che tu
l'assista in ogni cosa a cui si accinge. Fammi forte della divina fortezza,
affinché non abbia a prevalere in me l'uomo vecchio: questa misera carne non
ancora pienamente sottomessa allo spirito, contro la quale bisogna combattere,
finché si vive in questa miserabile vita.
1. Ahimé!, quale è questa vita, dove non
mancano tribolazioni e miserie; dove tutto è pieno di agguati e di nemici! Ché,
se scompare un'afflizione o una tentazione, una altra ne viene; anzi, mentre
ancora dura una lotta, ne sopraggiungono molte altre, e insospettate. Ora, come
si può amare una vita così soggetta a disgrazie e a miserie? Di più, come si
può chiamare vita questa, se da essa procedono tante morti e calamità? E invece
la si ama e molta gente va cercando in essa la propria gioia. Il mondo viene
sovente accusato di essere ingannevole e vano; ma non per questo viene
facilmente abbandonato, perché troppo prevalgono le brame terrene. Altro è ciò
che induce ad amare il mondo; altro è ciò che induce a condannarlo. Inducono ad
amarlo il desiderio dell'uomo carnale, "il desiderio degli occhi e la
superbia della vita" (1 Gv 2,16); inducono invece ad odiarlo e ad esserne
disgustato le pene e le sofferenze che giustamente conseguono a quei desideri
perversi. E tuttavia - tristissima cosa - i piaceri malvagi hanno il
sopravvento in coloro che hanno l'animo rivolto al mondo, e "considerano
gioia lo stare tra le spine" (Gb 30,7); incapaci, come sono, di vedere e di
gustare la soavità di Dio e l'intima bellezza della virtù. Quelli invece che
disprezzano totalmente il mondo, e si sforzano di vivere per Dio in santa
disciplina, conoscono la divina dolcezza, che è stata promessa a chi sa davvero
rinunciare; essi comprendono appieno quanto siano gravi gli errori e gli
inganni del mondo.
Capitolo
XXI
IN DIO, AL
DI SOPRA DI OGNI BENE E DI OGNI DONO, DOBBIAMO TROVARE LA NOSTRA PACE
1. O anima mia, in ogni cosa e al di sopra di
ogni cosa, troverai riposo, sempre, nel Signore, perché lui stesso costituisce
la pace dei santi, in eterno. Dammi, dolcissimo e amabilissimo Gesù, di trovare
quiete in te. In te, al di sopra di ogni creatura, di ogni ben e di ogni
bellezza; al di sopra di ogni gloria ed onore, potere e autorità; al di sopra
di tutto il sapere, il più penetrante; al di sopra di ogni ricchezza e
capacità; al di sopra di ogni letizia e gioia, e di ogni fama e stima degli
uomini; al di sopra di ogni dolcezza, consolazione, speranza o promessa umana;
al di sopra di ogni ambita ricompensa, di ogni dono o favore che, dall'alto, tu
possa concedere; al di sopra di ogni motivo di gaudio e di giubilo, che mente
umana possa concepire e provare; infine, al di sopra degli Angeli, degli Arcangeli
e di tutte le schiere celesti, al di sopra delle cose visibili e delle cose
invisibili, e di tutto ciò che non sia tu, Dio mio. In verità, o Signore mio
Dio, tu sei eccellentissimo su ogni cosa; tu solo sei l'altissimo e
l'onnipotente; tu solo dai ogni appagamento e pienezza e ogni dolcezza e
conforto; tu solo sei tutta la bellezza e l'amabilità; tu solo sei, più d'ogni
cosa, ricco di nobiltà e di gloria; in te sono, furono sempre e saranno, tutti
quanti i beni, compiutamente. Perciò, qualunque cosa tu mi dia, che non sia te
stesso, qualunque cosa tu mi riveli di te, o mi prometta, senza che io possa
contemplare o pienamente possedere te, è ben poco e non mi appaga. Ché, in
verità, il mio cuore non può realmente trovare quiete, e totale soddisfazione se
non riposi in te, portandosi più in alto di ogni dono e di ogni creatura.
1. Cristo Gesù, mio sposo tanto amato, amico
vero, signore di tutte le creature, chi mi darà ali di vera libertà, per volare
e giungere a posarmi in te? Quando mi sarà dato di essere completamente libero
da me stesso e di contemplare la tua soavità, o Signore mio Dio? Quando mi
raccoglierò interamente in te, cosicché, per amor tuo, non mi accorga di me
stesso, ma soltanto di te, al di là del limite di ogni nostro sentire e in un
modo che non tutti conoscono? Ma eccomi qui ora a piangere continuamente e a
portare dolorosamente la mia infelicità. Giacché, in questa valle di miserie,
molti mali mi si parano innanzi: sovente mi turbano, mi rattristano e mi
ottenebrano; sovente mi intralciano il cammino o me ne distolgono, tenendomi
legato e impacciato, tanto da non poter accostarmi liberamente a te, a godere
del gioioso abbraccio, costantemente aperto agli spiriti beati. Che il mio
sospiro e la grande e varia desolazione di questo mondo abbiano a commuoverti,
o Gesù, splendore di eterna gloria, conforto dell'anima pellegrina. A te è
rivolta la mia faccia; senza che io dica nulla, è il mio silenzio che ti parla.
Fino a quando tarderà a venire il mio Signore? Venga a me, che sono il suo
poverello, e mi dia letizia; stenda la sua mano e strappi me misera da ogni
angustia. Vieni, vieni: senza di te non ci sarà una sola giornata, anzi una
sola ora, gioiosa, perché la mia gioia sei tu, e vuota è la mia mensa senza di
te. Un pover'uomo, io sono, quasi chiuso in un carcere e caricato di catene,
fino a che tu non mi abbia rifatto di nuovo, con la tua presenza illuminante,
mostrandomi un volto benevolo, e fino a che tu non mi abbia ridato la libertà.
Vadano altri cercando altra cosa, invece di te, dovunque loro piaccia. Quanto a
me, nulla mi è ora gradito, nulla mi sarà mai gradito, fuori di te, mio Dio,
mia speranza e salvezza eterna. Né tacerò, o smetterò di supplicare, fino a che
non torni a me la tua grazia e la tua parola non si faccia sentire dentro di
me.
2. Ecco, sono qua; eccomi a te, che mi hai
invocato. Le tue lacrime, il desiderio dell'anima tua, la tua umiliazione e il
pentimento del tuo cuore mi hanno piegato e mi hanno fatto avvicinare a te.
Dicevo io allora: ti avevo invocato, Signore, avevo desiderato di godere di te,
pronto a rinunciare ad ogni cosa per te; ma eri stato tu, per primo, che mi
avevi mosso a cercarti. Sii dunque benedetto, o Signore, tu che hai usato tale
bontà con questo tuo servo, secondo la grandezza della tua misericordia. Che
cosa mai potrà dire ancora, al tuo cospetto, il tuo servo, se non parole di
grande umiliazione dinanzi a te, sempre ricordandosi della propria iniquità e
della propria bassezza? Non c'è, infatti, tra tutte le meraviglie del cielo e
della terra, cosa alcuna che ti possa somigliare. Le tue opere sono perfette, e
giusti i tuoi comandi; per la tua provvidenza si reggono tutte le cose. Sia,
dunque, lode e gloria a te, o sapienza del Padre. La mia bocca, la mia anima e
insieme tutte le cose create ti esaltino e ti benedicano.
Capitolo
XXII
RICONOSCERE
I MOLTI E VARI BENEFICI DI DIO
1. Introduci, o Signore, il mio cuore nella
tua legge e insegnami a camminare nei tuoi precetti. Fa' che io comprenda la
tua volontà; fa' che, con grande reverenza e con attenta riflessione, io mi
rammenti, uno per uno e tutti insieme, i tuoi benefici, così che sappia
rendertene degne grazie. Per altro, so bene e confesso di non potere, neppure
minimamente, renderti i dovuti ringraziamenti di lode. Ché io sono inferiore a
tutti i beni che mi sono stati concessi. Quando penso alla tua altezza, il mio
spirito viene meno di fronte a questa immensità. Tutto ciò che abbiamo, nello
spirito e nel corpo, tutto ciò che possediamo, fuori di noi e dentro di noi,
per natura e per grazia, tutto è tuo dono; e sta a celebrare la benevolenza, la
misericordia e la bontà di colui, da cui riceviamo ogni bene. Che se uno riceve
di più e un altro di meno, tutto è pur sempre tuo: senza di te, non possiamo
avere neppure la più piccola cosa. Da un lato, chi riceve di più non può
vantarsene come di un suo merito, né innalzarsi sugli altri e schernire chi ha
di meno. Più grande e più santo è, infatti, colui che fa minor conto di se
stesso e ringrazia Dio con maggiore umiltà e devozione; più pronto a ricevere maggiormente
è colui che si ritiene più disprezzabile di tutti e si giudica più indegno.
D'altro lati, chi riceve di meno non deve rattristarsi, non deve indignarsi o
nutrire invidia per chi ha avuto di più; deve piuttosto guardare a te e lodare
grandemente la tua bontà, perché tu largisci i tuoi doni con tanta abbondanza e
benevolenza, "senza guardare alle persone" (1Pt 1,17).
1. Tutto viene da te. Che tu sia, dunque,
lodato per ogni cosa. Quello che sia giusto concedere a ciascuno, lo sai tu.
Perché uno abbia di meno e un altro di più, non possiamo comprenderlo noi, ma
solo tu, presso cui sono stabilmente definiti i meriti di ciascuno. Per questo,
o Signore Iddio, io considero un grande dono anche il non avere molte di quelle
cose, dalle quali vengono lodi e onori dall'esterno, secondo il giudizio umano.
Così, guardando alla sua povertà, e alla nullità della sua persona, nessuno ne
tragga un senso di oppressione, di tristezza e di abbattimento, ma invece ne
tragga consolazione e grande serenità; perché i poveri e coloro che stanno in
basso, disprezzati dal mondo, tu, o Dio, li hai scelti come tuoi intimi amici.
Una prova di questo è data dai tuoi apostoli. Tu li hai posti come
"principi su tutta la terra" (Sal 44,17); e tuttavia essi passarono
in questo mondo senza un lamento: tanto umili e semplici, tanto lontani da ogni
astuzia e malizia, che trovarono gioia anche nel sopportare oltraggi "a
causa del tuo nome" (At 5,41), abbracciando con grande slancio quello da
cui il mondo rifugge. Colui che ti ama, colui che apprezza i tuoi doni di nulla
deve esser lieto quanto di realizzare in sé la tua volontà e il comando dei
tuoi eterni decreti. Solo nel tuo volere egli deve trovare appagamento e
consolazione, tanto da desiderare di essere il più piccolo, con lo stesso slancio
con il quale altri può desiderare di essere il più grande. Colui che ti ama
deve trovare pace e contentezza nell'ultimo posto, come nel primo; deve
accettare di buon grado sia di essere disprezzato e messo in disparte, senza
gloria e senza fama, sia di essere onorato al di sopra degli altri e di
emergere nel mondo. Invero, il desiderio di fare la tua volontà e di rendere
gloria a te deve prevalere in lui su ogni altra cosa, consolandolo e
allietandolo più di tutti i doni che gli siano stati dati o gli possano essere
dati.
Capitolo
XXIII
LE QUATTRO
COSE CHE RECANO UNA VERA GRANDE PACE
1. O figlio, ora ti insegnerò la via della
pace e della vera libertà. Fa', o Signore, come tu dici; mi è gradito ascoltare
il tuo insegnamento. Studiati, o figlio, di fare la volontà di altri, piuttosto
che la tua. Scegli sempre di aver meno, che più. Cerca sempre di avere il posto
più basso e di essere inferiore a tutti. Desidera sempre, e prega, che in te si
faccia interamente la volontà di Dio. Un uomo che faccia tali cose, ecco, entra
nel regno della pace e della tranquillità. Una grande dottrina di perfezione è
racchiusa, o Signore, in queste tue brevi parole: brevi a dirsi, ma piene di
significato e ricche di frutto. Che se io potessi fedelmente custodirle, tali
parole, nessun turbamento dovrebbe tanto facilmente sorgere in me; in verità,
ogni volta che mi sento inquieto od oppresso, trovo che mi sono allontanato da
questa dottrina. Ma tu, che tutto puoi; tu che hai sempre caro il progresso
dell'anima mia, accresci sempre la tua grazia, così che io possa adempiere alle
tue parole e raggiungere la mia salvezza.
Preghiera contro i malvagi
pensieri
2. O Signore, mio Dio, "non allontanarti
da me; Dio mio, volgiti in mio aiuto" (Sal 70,12); ché vennero contro di
me vari pensieri e grandi terrori, ad affliggere l'anima mia. Come ne uscirò
illeso, come mi aprirò un varco attraverso di essi? Dice il Signore: io andrò
innanzi a te e "abbatterò i grandi della terra" (Is 45,2). Aprirò le
porte della prigione e ti rivelerò i più profondi segreti. O Signore, fa' come
dici; e ogni iniquo pensiero fugga dinanzi a te. Questa è la mia speranza,
questo è il mio unico conforto: in tutte le tribolazioni rifugiarmi in te,
porre la mia fiducia in te; invocarti dal profondo del mio cuore e attendere
profondamente la tua consolazione.
Preghiera per ottenere luce
all'intelletto
3. Rischiarami, o buon Gesù, con la luce del
lume interiore, e strappa ogni tenebra dal profondo del mio cuore; frena le varie
fantasie; caccia le tentazioni che mi fanno violenza; combatti valorosamente
per me e vinci queste male bestie, dico le allettanti concupiscenze, cosicché,
per la forza che viene da te, si faccia pace, e nell'aula santa, cioè nella
coscienza pura (Sal 121,7), risuoni la pienezza della tua lode. Comanda ai
venti e alle tempeste. Dì al mare "calmati", al vento "non
soffiare"; e si farà grande bonaccia (Mt 8,26). "Manda la tua luce e
la tua verità" (Sal 52,3) a brillare sulla terra; ché terra io sono, povera
e vuota, fino a quando tu non mi illumini. Effondi dall'alto la tua grazia;
irriga il mio cuore di celeste rugiada; versa l'acqua della devozione ad
irrigare la faccia della terra, che produca buono, ottimo frutto. Innalza la
mia mente schiacciata dalla mole dei peccati; innalza alle cose celesti tutto
l'animo mio, in modo che gli rincresca di pensare alle cose di questo mondo,
dopo aver gustato la dolcezza della felicità suprema. Strappami e distoglimi
dalle effimere consolazioni che danno le creature; poiché non v'è cosa creata
che possa soddisfare il mio desiderio e darmi pieno conforto. Congiungimi a te
con il vincolo indissolubile dell'amore, poiché tu solo basti a colui che ti
ama, e a nulla valgono tutte le cose, se non ci sei tu.
Capitolo
XXIV
GUARDARSI
DALL'INDAGARE CURIOSAMENTE LA VITA DEGLI ALTRI
1. Figlio, non essere curioso; non prenderti
inutili affanni. Che t'importa di questo e di quello? "Tu segui me"
(Gv 21,22). Che ti importa che quella persona sia di tal fatta, o diversa, o
quell'altra agisca e dica così e così? Tu non dovrai rispondere per gli altri;
al contrario renderai conto per te stesso. Di che cosa dunque ti vai
impicciando? Ecco, io conosco tutti, vedo tutto ciò che accade sotto il sole e
so la condizione di ognuno: che cosa uno pensi, che cosa voglia, a che cosa
miri la sua intenzione. Tutto deve essere, dunque, messo nelle mie mani. E tu
mantieniti in pace sicura, lasciando che altri si agiti quanto crede, e metta
agitazione attorno a sé: ciò che questi ha fatto e ciò che ha detto ricadrà su
di lui, poiché, quanto a me, non mi può ingannare.
2. Non devi far conto della vanità di un
grande nome, né delle molte amicizie, né del particolare affetto di varie
persone: tutte cose che sviano e danno un profondo offuscamento di spirito. Invece
io sarò lieto di dirti la mia parola e di palesarti il mio segreto, se tu sarai
attento ad avvertire la mia venuta, con piena apertura del cuore. Stai dunque
in guardia, veglia in preghiera (1 Pt 4,7), e umiliati in ogni cosa (Sir 3,20).
Capitolo
XXV
IN CHE
CONSISTONO LA STABILITA' DELLA PACE INTERIORE E IL VERO PROGRESSO SPIRITUALE
1. O figlio, così ho detto "io vi lascio
la pace; vi dono la mia pace; non quella, però, che dà il mondo" (Gv
14,27). Tutti tendono alla pace; non tutti però si preoccupano di ciò che
caratterizza la vera pace. La mia pace è con gli umili e i miti di cuore; e la
tua pace consisterà nel saper molto sopportare. Se mi ascolterai e seguirai le
mie parole, potrai godere di una grande pace. Che farò dunque? In ogni cosa
guarda bene a quello che fai e a quello che dici. Sia questa la sola tua
intenzione, essere caro soltanto a me; non desiderare né cercare altro, fuori
di me; non giudicare mai avventatamente quello che dicono o fanno gli altri e
non impicciarti in faccende che non ti siano state affidate. In tal modo potrai
essere meno turbato, o più raramente; ché non sentire mai turbamento alcuno e
non patire alcuna noia, nello spirito e nel corpo, non è di questa vita, ma è condizione
propria della pace eterna.
2. Perciò non credere di aver trovato la vera
pace, soltanto perché non senti difficoltà alcuna; non credere che tutto vada
bene, soltanto perché non hai alcuno che ti si ponga contro; non credere che
tutto sia perfetto, soltanto perché ogni cosa avviene secondo il tuo desiderio;
non pensare di essere qualcosa di grande o di essere particolarmente caro a
Dio, soltanto perché ti trovi in stato di grande e soave devozione. Non è da
queste cose, infatti, che si distingue colui che ama veramente la virtù; non è
in queste cose che consistono il progresso e la perfezione dell'uomo. In che
cosa, dunque, o Signore? Nell'offrire te stesso, con tutto il cuore, al volere
di Dio, senza cercare alcunché di tuo, nelle piccole come nelle grandi cose,
per il tempo presente come per l'eternità; così che tu sia sempre, alla stessa
maniera, imperturbabilmente, in atto di ringraziamento, bilanciando bene tutte
le cose, le prospere e le contrarie. Quando sarai tanto forte e generoso nella
fede che, pur avendo perduta ogni consolazione interiore, saprai disporre il
tuo animo a soffrire ancor di più - senza trovare scuse, come se tu non dovessi
subire tali e tanto grandi patimenti -; anzi quando mi proclamerai giusto e mi
dirai santo qualunque sia la mia volontà, allora sì che tu camminerai nella
vera e giusta strada della pace; allora sì che avrai la sicura speranza di
rivedere con gioia il mio volto. Se poi arriverai a disprezzare pienamente te
stesso, sappi che allora godrai di pace sovrabbondante , per quanto è possibile
alla tua condizione di pellegrino su questa terra.
Capitolo
XXVI
L'ECCELSA
LIBERTA' DELLO SPIRITO, FRUTTO DELL'UMILE PREGHIERA PIU' CHE DELLO STUDIO
1. O Signore, questo è il compito di chi vuole
essere perfetto: non staccarsi mai spiritualmente dal tendere alle cose celesti
e passare tra le molte preoccupazioni quasi senza affanno. E ciò non già per
storditezza, ma per quel tal privilegio, proprio di uno spirito libero, di non
essere attaccato ad alcuna cosa creata, con un affetto che sia contrario al
volere di Dio. Ti scongiuro, o mio Dio pieno di misericordia, tienimi lontano
dalle preoccupazioni di questa vita, così che esse non mi siano di troppo
impaccio; tienimi lontano dalle molte esigenze materiali, così che io non sia prigioniero
del piacere; tienimi lontano da tutto quanto è di ostacolo all'anima, così che
io non finisca schiacciato da queste difficoltà. E non voglio dire che tu mi
tenga lontano soltanto dalle cose che la vanità di questo mondo brama con pieno
ardore; ma da tutte quelle miserie che, a causa della comune maledizione
dell'umanità, gravano dolorosamente sull'anima del tuo servo, impedendole di
accedere, a sua voglia, alla libertà dello spirito.
2. O mio Dio, dolcezza ineffabile, muta in
amarezza per me ogni piacere terrestre: esso mi distoglie dall'amare le cose
eterne e mi avvince tristemente a sé, facendomi balenare qualcosa che, al
momento, appare buono e gradito. O mio Dio, non sia più forte di me la carne,
non sia più forte di me il sangue; non mi inganni il mondo, con la sua gloria
passeggera; non mi vinca il diavolo, con la sua astuzia. Dammi fortezza a
resistere, pazienza a sopportare, costanza a perseverare. In luogo di tutte le
consolazioni del mondo, dammi la dolcissima unzione del tuo spirito; in luogo
dell'attaccamento alle cose della terra, infondi in me l'amore della tua
gloria. Ecco, per uno spirito fervoroso sono ben pesanti e cibo e bevanda e
vestito e tutte le altre cose utili a sostenere il corpo. Di queste cose utili
fa' che io usi moderatamente, senza attaccarmi ad esse con desiderio eccessivo.
Abbandonare tutto non si può, perché alla natura si deve pur dare
sostentamento; ma la santa legge di Dio vieta di cercare le cose superflue e
quelle che danno maggiormente piacere. Diversamente la carne si porrebbe
sfacciatamente contro lo spirito. Tra questi due estremi, mi regga la tua mano,
o Signore, te ne prego; e mi guidi, per evitare ogni eccesso.
Capitolo
XXVII
PIU' DI
OGNI ALTRA COSA L'AMORE DI SE STESSO RALLENTA IL NOSTRO PASSO VERSO IL SOMMO
BENE
1. O figlio, per avere tutto, devi dare tutto
e non più appartenerti per nulla: sappi che l'amore di te stesso ti danneggia
più di ogni altra cosa di questo mondo. Ciascuna cosa sta più o meno fortemente
a te abbracciata, a seconda dell'amore e della passione che tu porti per essa.
Ma se il tuo sarà un amore puro, libero e conforme al volere di Dio, sarai
affrancato dalla schiavitù delle cose. Non desiderare ciò che non ti è lecito
avere; non volere ciò che ti può essere d'impaccio, privandoti della libertà
interiore. Pare incredibile che tu non ti rimetta a me, dal profondo del cuore,
con tutto te stesso e con tutte le cose che puoi desiderare ed avere. Perché ti
consumi in vana tristezza? Perché ti opprimi con inutili affanni? Sta' al mio
volere, e non subirai alcun nocumento. Se tu andrai cercando questo o
quest'altro; se vorrai essere qui oppure là, per conseguire maggiormente il tuo
comodo e il tuo piacere, non sarai mai in pace, libero da angosce; perché in
ogni cosa ci sarà qualche difetto e dappertutto ci sarà uno che ti contrasta.
2. Quello che giova, dunque, non è ciò che
possa essere da noi raggiunto o fatto più grande, fuori di noi; quello che
giova è ciò che viene da noi disprezzato e strappato radicalmente dal nostro
cuore. E questo va inteso non solamente della stima, del denaro o delle
ricchezze, ma anche della bramosia degli onori e del desiderio di vane lodi:
tutte cose che passano, col passare di questo mondo. Non sarà un certo luogo
che ti darà sicurezza, se ti manca il fervore spirituale. Non sarà una pace
cercata fuori di te che reggerà a lungo, se ti manca quello che è il vero
fondamento della fermezza del cuore: vale a dire se tu non sei saldamente in
me. Puoi trasferirti altrove, quanto vuoi; ma non puoi migliorare te stesso.
Se, affacciandosi un'occasione, la coglierai, troverai ancora, e ancora di più,
quello che avevi fuggito.
Preghiera per ottenere la
purificazione del cuore e la celeste sapienza.
3. O Dio, dammi vigore, con la grazia dello
Spirito Santo; fa' che il mio cuore si liberi da ogni vano, angoscioso
tormento, senza lasciarsi allettare da vari desideri di cosa alcuna, di poco
prezzo o preziosa; fa' che io guardi tutte le cose come passeggere, e me con
esse, parimenti passeggero, poiché nulla resta fermo, sotto il sole, qui dove
tutto è "vanità e afflizione di spirito" (Qo 1,14). Quanto è saggio
chi ragiona così. Dammi, o Signore, la celeste sapienza; così che io apprenda a
cercare e a trovare te, sopra ogni cosa; apprenda a gustare e ad amare te,
sopra ogni cosa; apprenda a considerare tutto il resto per quello che è,
secondo il posto assegnatogli dalla sapienza. Dammi la prudenza, per saper
allontanare chi mi lusinga; dammi la pazienza, per sopportare chi mi contrasta.
Perché qui è grande saggezza, nel non lasciarsi smuovere da ogni vuota parola e
nel non prestare orecchio alla sirena che perfidamente ci invita. Cominciata in
tal modo la strada, si procede in essa con sicurezza.
Capitolo
XXVIII
CONTRO LE
LINGUACCE DENIGRATRICI
O figlio, non sopportare di mal
animo se certuni danno un cattivo giudizio su di te e dicono, nei tuoi
confronti, parole che non ascolti con piacere. Il tuo giudizio su te stesso
deve essere ancora più grave; devi credere che non ci sia nessuno più debole di
te. Se terrai conto massimamente dell'interiorità, non darai molto peso a
parole che volano; giacché, nei momenti avversi, è prudenza, e non piccola,
starsene in silenzio, volgendo l'animo a me, senza lasciarsi turbare dal
giudizio della gente. La tua pace non riposi nella parola degli uomini. Che
questi ti abbiano giudicato bene o male, non per ciò sei diverso.
Dove sta la vera pace, dove sta la
vera gloria? Non forse in me? Godrà di grande pace chi non desidera di piacere
agli uomini, né teme di spiacere ad essi. E' appunto da un tale desiderio,
contrario al volere di Dio, e da un tale vano timore, che nascono tutti i
turbamenti del cuore e tutte le deviazioni degli affetti.
Capitolo
XXIX
INVOCARE E
BENEDIRE DIO NELLA TRIBOLAZIONE
"Sia sempre benedetto il tuo
nome" (Tb 3,23), o Signore; tu che hai disposto che venisse su di me
questa tormentosa tentazione. Sfuggire ad essa non posso; devo invece
rifugiarmi in te, perché tu mi aiuti, mutandomela in bene.
Signore, ecco io sono nella
tribolazione: non ha pace il mio cuore, anzi è assai tormentato da questa
passione.
Che dirò, allora, o Padre diletto?
Sono stretto tra queste angustie; "fammi uscire salvo da un tale momento.
Ma a tale momento io giunsi" (Gv 12,27) perché, dopo essere stato
fortemente abbattuto e poi liberato per merito tuo, tu ne fossi glorificato.
"Ti piaccia, o Signore, di salvarmi tu" (Sal 39,14); infatti che cosa
posso fare io nella mia miseria; dove andrò, senza di te? Anche in questo
momento di pericolo dammi di saper sopportare; aiutami tu, o mio Dio: non avrò
timore di nulla, per quanto grande sia il peso che graverà su di me. E
frattanto che dirò? O Signore, "che sia fatta la tua volontà" (Mt
26,42). Bene le ho meritate, la tribolazione e l'oppressione; e ora debbo
invero saperle sopportare, - e, volesse il cielo, sopportare con pazienza -
finché la tempesta sia passata e torni la bonaccia.
La tua mano onnipotente può fare
anche questo, togliere da me questa tentazione o mitigarne la violenza,
affinché io non perisca del tutto: così hai già fatto più volte con me, "o
mio Dio e mia misericordia" (Sal 58,17). Quanto è a me più difficile,
tanto è più facile a te "questo cambiamento della destra
dell'Altissimo" (Sal 76,11).
Capitolo
XXX
CHIEDERE
L'AIUTO DI DIO, NELLA FIDUCIA DI RICEVERE LA SUA GRAZIA
1. O figlio, io sono "il Signore, che
consola nel giorno della tribolazione" (Na 1,7). Vieni a me, quando sei in
pena. Quello che pone maggiore ostacolo alla celeste consolazione è proprio
questo, che troppo tardi tu ti volgi alla preghiera. Infatti, prima di
rivolgere a me intense orazioni, tu vai cercando vari sollievi e ti conforti in
cose esteriori. Avviene così che nulla ti è di qualche giovamento, fino a che
tu non comprenda che sono io la salvezza di chi spera in me, e che, fuori di
me, non c'è aiuto efficace, utile consiglio, rimedio durevole. Ora, dunque,
ripreso animo dopo la burrasca, devi trovare nuovo vigore nella luce della mia
misericordia. Giacché ti sono accanto, dice il Signore, per restaurare ogni
cosa, con misura, non solo piena, ma colma. C'è forse qualcosa che per me sia
difficile; oppure somiglierò io ad uno che dice e non fa? Dov'è la tua fede?
Sta saldo nella perseveranza; abbi animo grande e virilmente forte. Verrà a te
la consolazione, al tempo suo. Aspetta me; aspetta: verrò e ti risanerò. E' una
tentazione quella che ti tormenta; è una vana paura quella che ti atterrisce. A
che serve la preoccupazione di quel che può avvenire in futuro, se non a far sì
che tu aggiunga tristezza a tristezza? "Ad ogni giorno basta la sua
pena" (Mt 6,34). Vano e inutile è turbarsi o rallegrarsi per cose future,
che forse non accadranno mai.
2. Tuttavia, è umano lasciarsi ingannare da
queste fantasie; ed è segno della nostra pochezza d'animo lasciarsi attrarre
tanto facilmente verso le suggestioni del nemico. Il quale non bada se ti
illuda o ti adeschi con cose vere o false; non badare se ti abbatta con
l'attaccamento alle cose presenti o con il timore delle cose future. "Non
si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia timore" (Gv 14,27). Credi in me
e abbi fiducia nella mia misericordia. Spesso, quando credi di esserti
allontanato da me, io ti sono accanto; spesso, quando credi che tutto, o quasi,
sia perduto, allora è vicina la possibilità di un merito più grande. Non tutto
è perduto quando accade una cosa contraria. Non giudicare secondo il sentire
umano. Non restare così schiacciato da alcuna difficoltà, da qualunque parte
essa venga; non subirla come se ti fosse tolta ogni speranza di riemergere. Non
crederti abbandonato del tutto, anche se io ti ho mandato, a suo tempo, qualche
tribolazione o se ti ho privato della sospirata consolazione. Così, infatti, si
passa nel regno dei cieli. Senza dubbio, per te e per gli altri miei servi,
essere provati dalle avversità è più utile che avere tutto a comando. Io
conosco i pensieri nascosti; so che, per la tua salvezza, è molto bene che tu
sia lasciato talvolta privo di soddisfazione, perché tu non abbia a gonfiarti
del successo e a compiacerti di ciò che non sei. Quel che ho dato posso
riprenderlo e poi restituirlo, quando mi piacerà. Quando avrò dato, avrò dato
cosa mia; quando avrò tolto, non avrò tolto cosa tua; poiché mio è "tutto
il bene che viene dato"; mio è "ogni dono perfetto" (Gc 1,17).
3. Non indignarti se ti avrò mandato una
gravezza o qualche contrarietà; né si prostri l'animo tuo: io ti posso
subitamente risollevare, mutando tutta la tristezza in gaudio. Io sono giusto
veramente, e degno di molta lode, anche quando opero in tal modo con te. Se
senti rettamente, se guardi alla luce della verità, non devi mai abbatterti
così, e rattristarti, a causa delle avversità, ma devi piuttosto rallegrarti e
rendere grazie; devi anzi considerare gaudio supremo questo, che io non ti
risparmi e che ti affligga delle sofferenze. "Come il padre ha amato me,
così anch'io amo voi" (Gv 15,9), dissi ai miei discepoli diletti. E, per
vero, non li ho mandati alle gioie di questo mondo, ma a grandi lotte; non li
ho mandati agli onori, ma al disprezzo; non all'ozio, ma alla fatica, non a
godere tranquillità, ma a dare molto frutto nella sofferenza. Ricordati, figlio
mio, di queste parole.
Capitolo
XXXI
ABBANDONARE
OGNI CREATURA PER POTER TROVARE DIO
1. O Signore, davvero mi occorre una grazia
sempre più grande, se debbo giungere là dove nessuno né alcuna cosa creata mi
potrà essere di impaccio; infatti, finché una qualsiasi cosa mi trattenga, non
potrò liberamente volare a te. E liberamente volare a te, era appunto,
l'ardente desiderio di colui che esclamava: "Chi mi darà ali come di
colomba, e volerò, e avrò pace?" (Sal 54,7). Quale pace più grande di quella
di un occhio puro? Quale libertà più grande di quella di chi non desidera nulla
di terreno? Occorre dunque passare oltre ad ogni creatura; occorre tralasciare
pienamente se stesso, uscire spiritualmente da sé; occorre capire che tu, che
hai fatto tutte le cose, non hai nulla in comune con le creature. Chi non è
libero da ogni creatura, non potrà attendere liberamente a ciò che è divino.
Proprio per questo sono ben pochi coloro che sanno giungere alla
contemplazione, perché pochi riescono a separarsi appieno dalle cose create,
destinate a perire. Per giungere a ciò, si richiede una grazia grande, che
innalzi l'anima e la rapisca più in alto di se medesima. Ché, se uno non è
elevato nello spirito e libero da ogni creatura; se non è totalmente unito a
Dio, tutto quello che sa e anche tutto quello che possiede non ha grande peso.
Sarà sempre piccolo e giacerà a terra colui che apprezza qualcosa che non sia
il solo, unico, immenso ed eterno bene. In verità ogni cosa, che non sia Dio, è
un nulla, e come un nulla va considerata. Ben differenti sono la virtù della
sapienza, propria dell'uomo illuminato e devoto, e la scienza, propria
dell'erudito e dotto uomo di studio. Giacché la sapienza che emana da Dio, e
fluisce dall'alto in noi, è di gran lunga più sublime di quella che
faticosamente si acquista con il nostro intelletto.
1. Troviamo non poche persone che desiderano
la contemplazione, ma poi non si preoccupano di mettere in pratica ciò che si
richiede per la contemplazione stessa; e il grande ostacolo consiste in questo,
che ci si accontenta degli indizi esterni e di ciò che cade sotto i sensi,
possedendo ben poco della perfetta mortificazione. Non so come sia, da quale
spirito siamo mossi, a quale meta tendiamo, noi che sembriamo aver fama di
spirituali: ci diamo tanta pena e ci preoccupiamo tanto di queste cose che
passano e non hanno valore alcuno, mentre a stento riusciamo, qualche rara
volta, a pensare al nostre essere interiore, in totale raccoglimento. Un
raccoglimento breve, purtroppo; dopo del quale ben presto ci buttiamo alle cose
esteriori, senza più sottoporre il nostro agire a un vaglio severo. Dove siano
posti e ristagnino i nostri affetti, noi non badiamo; e non ci disgusta che
tutto sia corrotto. Invece il grande diluvio avvenne perché "ciascuno aveva
corrotto la sua vita" (Gn 6,12). Quando, dunque, la nostra interna
inclinazione è profondamente guastata, necessariamente si guasta anche la
conseguente azione esterna, rivelatrice di scarsa forza interiore. E' dal cuore
puro che discendono frutti di vita virtuosa. Si indaga quanto uno abbia fatto,
ma non si indaga attentamente con quanta virtù egli abbia agito. Si guarda se
uno sia stato uomo forte e ricco e nobile; se sia stato abile e valente
scrittore, cantante eccellente o bravo lavoratore; ma si tace, da parte di
molti, su quanto egli sia stato povero in spirito e paziente e mite e devoto, e
quanta spiritualità interiore egli abbia avuto. La natura bada alle cose
esterne dell'uomo; la grazia si rivolge alle cose interiori. Quella
frequentemente si inganna, questa si affida a Dio per non essere ingannata.
Capitolo
XXXII
RINNEGARE
SE STESSI E RINUNCIARE AD OGNI DESIDERIO
1. O figlio, se non avrai rinnegato totalmente
te stesso, non potrai avere una perfetta libertà. Infatti sono come legati,
tutti coloro che portano amore alle cose e a se stessi, pieni di bramosia e di
curiosità, svagati, sempre in cerca di mollezze. Essi vanno spesso immaginando
e raffigurando, non ciò che è di Gesù Cristo, ma ciò che è perituro; infatti
ogni cosa che non è nata da Dio scomparirà. Tieni ben ferma questa massima,
breve e perfetta: tralascia ogni cosa; rinunzia alle brame e troverai la pace.
Quando avrai attentamente meditato nel tuo cuore questa massima, e l'avrai
messa in pratica, allora comprenderai ogni cosa. O Signore, non è, questa, una
faccenda che si possa compiere in un giorno; non è un gioco da ragazzi. Che
anzi in queste brevi parole si racchiude tutta la perfezione dell'uomo di fede.
1. O figlio, non devi lasciarti piegare, non
devi subito abbatterti, ora che hai udito quale è la strada di chi vuole essere
perfetto. Devi piuttosto sentirti spinto a cose più alte; almeno ad aspirare ad
esse col desiderio. Volesse il cielo che così fosse per te; che tu giungessi a
non amare più te stesso, e ad attenerti soltanto alla volontà mia e di colui
che ti ho mostrato quale padre. Allora tu mi saresti assai caro e la tua vita
si tramuterebbe tutta in una pace gioiosa. Ma tu hai ancora molte cose da
abbandonare; e se non rinunzierai a tutte le cose e del tutto, per me, non otterrai
quello che chiedi. "Il mio invito è che, per farti più ricco, tu acquisti
da me l'oro colato" (Ap 3,18), vale a dire la celeste sapienza, che
sovrasta tutto ciò che è basso; che tu lasci indietro e la sapienza di questo
mondo ed ogni soddisfazione di se stesso ed ogni compiacimento degli uomini. Il
mio invito è che tu, in luogo di ciò che è ritenuto prezioso e importante in
questo mondo, acquisti una cosa disprezzante: la vera sapienza, che viene dal
cielo ed appare qui disprezzata assai, piccola e quasi lasciata in oblio.
Sapienza che non presume molto di sé, non ambisce ad essere magnificata quaggiù
e viene lodata a parole da molti, i quali, con la loro vita, le stanno invece
lontani. Eppure essa è la gemma preziosa, che i più lasciano in disparte.
Capitolo
XXXIII
L'INSTABILITA'
DEL NOSTRO CUORE E LA INTENZIONE ULTIMA, CHE DEVE ESSERE POSTA IN DIO
figlio, non ti fidare della
disposizione d'animo nella quale ora ti trovi; ben presto essa muterà in una
disposizione diversa. Per tutta la vita sarai oggetto, anche se tu non lo vuoi,
a tale mutevolezza. Volta a volta, sarai trovato lieto o triste, tranquillo o
turbato, fervente oppure no, voglioso o pigro, pensoso o spensierato. Ma colui
che è ricco di sapienza e di dottrina spirituale si pone saldamente al di sopra
di tali mutevolezze, non badando a quello che senta dentro di sé, o da che
parte spiri il vento della instabilità; badando, invece, che tutto il proposito
dell'animo suo giovi al fine dovuto e desiderato. Così infatti egli potrà
restare sempre se stesso in modo irremovibile, tenendo costantemente fisso a
me, pur attraverso così vari eventi, l'occhio puro della sua intenzione.
E quanto più puro sarà l'occhio
dell'intenzione, tanto più sicuro sarà il cammino in mezzo alle varie tempeste.
Ma quest'occhio puro dell'intenzione, in molta gente, è offuscato, perché lo
sguardo si volge presto a qualcosa di piacevole che balzi dinanzi. E poi
raramente si trova uno che sia esente del tutto da questo neo, di cercare la
propria soddisfazione: Come gli Ebrei, che erano venuti, quella volta, a
Betania, da Marta e Maria, "non già per vedere Gesù, ma per vedere
Lazzaro" (Gv 12,9).
Occorre, dunque, che l'occhio
dell'intenzione sia purificato, reso semplice e retto; occorre che esso, al di
là di tutte le varie cose che si frappongono, sia indirizzato a me.
Capitolo
XXXIV
CHI E'
RICCO D'AMORE GUSTA DIO IN TUTTO E AL DI SOPRA DI OGNI COSA
1. Ecco, mio Dio e mio tutto. Che voglio di
più; quale altra cosa posso io desiderare per la mia felicità? O parola piena
di dolce sapore, sapore però che gusta soltanto colui che ama il Verbo, non
colui che ama il mondo e le cose del mondo! Mio Dio e mio tutto. E' detto
abbastanza per chi ha intelletto; ed è una gioia, per chi ha amore, ripeterlo
spesso. In verità, se tu sei con noi, recano gioia tutte le cose; se, invece,
tu sei lontano, tutto infastidisce. Sei tu che dai pace al cuore: una grande
pace e una gioia festosa. Sei tu che fai gustare rettamente ogni cosa e fai sì
che noi ti lodiamo in tutte le cose. Senza di te nulla ci può dare diletto
durevole. Perché una cosa possa esserci gradita e rettamente piacevole, occorre
che la tua grazia non sia assente; occorre che questa cosa sia condita del
condimento della tua sapienza. C'è forse una cosa che uno non sappia rettamente
gustare, se questi ha gusto di te? E che cosa mai potrà esserci di gioioso per
uno che non ha gusto di te? Dinanzi alla tua sapienza, scompaiono i sapienti di
questo mondo; scompaiono anche coloro che amano ciò che è carnale: tra quelli
si trova una grande vanità, tra questi la morte. Veri sapienti sono
riconosciuti , all'incontro, coloro che seguono te, disprezzando le cose di
questo mondo e mortificando la carne: veri sapienti, perché passati dalla
vanità alla verità, dalla carne allo spirito. Sono questi che sanno gustare
Dio, e riconducono a lode del Creatore tutto ciò che di buono si trova nelle
creature.
1. Diversi, molto diversi per noi, sono il
gusto che dà il Creatore e il gusto che dà la creatura; quello dell'eternità e
quello del tempo; quello della luce increata e quello della luce che viene
data. O eterna luce, che trascendi ogni luce creata, manda dall'alto un lampo
splendente, che tutto penetri nel più profondo del mio cuore! Rendi puro e
lieto e limpido e vivo il mio spirito, in tutte le sue facoltà; che esso sia
intimamente unito a te, in un gioioso abbandono. Quando, dunque, verrà quel
momento beato ed atteso, in cui tu mi appagherai pienamente con la tua presenza
e sarai tutto e in tutto per me? Fino a quando questo non mi sarà concesso, non
ci sarà per me una piena letizia. Ancora, purtroppo, vive in me l'uomo vecchio;
ancora non è totalmente crocefisso, non è morto del tutto; ancora si pone
duramente, con le sue brame, contro lo spirito; muove lotte interiori e non
permette che il regno dell'anima abbia pace. Ma "tu, che comandi alla
forza del mare e plachi il moto dei flutti (Sal 88,10), levati in mio soccorso
(Sal 43,25); disperdi le genti che vogliono la guerra (Sal 67,31)abbattile con
la tua potenza" (Sal 58,12). Mostra, te ne scongiuro, le tue opere grandi,
e sarà data gloria alla tua speranza, altro rifugio non mi è dato se non in te,
Signore Dio mio.
Capitolo
XXXV
IN QUESTA
VITA, NESSUNA CERTEZZA DI ANDARE ESENTI DA TENTAZIONI
1. O figlio, giammai, in questa vita, sarai
libero dall'inquietudine: finché avrai vita, avrai bisogno d'essere
spiritualmente armato. Ti trovi tra nemici e vieni assalito da destra e da
sinistra. Perciò, se non farai uso, da una parte e dall'altra, dello scudo
della fermezza, non tarderai ad essere ferito. Di più, se non terrai il tuo
animo fisso in me, con l'unico proposito di tutto soffrire per amor mio, non
potrai reggere l'ardore della lotta e arrivare al premio dei beati. Tu devi
virilmente passare oltre ogni cosa, e avere braccio valido contro ogni ostacolo:
"la manna viene concessa al vittorioso" (Ap 2,17), mentre una miseria
grande è lasciata a chi manca di ardore.
1. Se vai cercando la tua pace in questa vita,
come potrai giungere alla pace eterna? Non a una piena di tranquillità, ma a
una grande sofferenza ti devi preparare. Giacché la pace vera non la devi
cercare in terra, ma nei cieli; non negli uomini, o nelle altre creature, ma
soltanto in Dio. Tutto devi lietamente sopportare, per amore di Dio: fatiche e
dolori; tentazioni e tormenti; angustie, miserie e malanni; ingiurie, biasimi e
rimproveri; umiliazioni e sbigottimenti; ammonizioni e critiche sprezzanti.
Cose, queste, che aiutano nella via della virtù e costituiscono una prova per
chi si è posto al servizio di Cristo; cose, infine, che preparano la corona del
cielo. Ché una eterna ricompensa io darò un travaglio di breve durata; e una
gloria senza fine, per una umiliazione destinata a passare.
2. Forse tu credi di poter sempre avere le
consolazioni spirituali a tuo piacimento? Non ne ebbero sempre neppure i miei
santi; i quali soffrirono, invece, tante difficoltà e tentazioni di ogni genere
e grandi desolazioni. Sennonché, con la virtù della sopportazione, essi si
tennero sempre ritti, confidando più in Dio che in se stessi; consci che
"le sofferenze del momento presente non sono nulla a confronto della
conquista della gloria futura" (Rm 8,18). O vuoi tu avere subito quello
che molti ottennero a stento, dopo tante lacrime e tante fatiche? "Aspetta
il Signore, comportati da uomo" (Sal 26,14), e fatti forza; non disperare,
non disertare. Disponiti, invece, fermamente, anima e corpo, per la gloria di
Dio. Strabocchevole sarà la mia ricompensa. Io sarò con te in ogni
tribolazione.
Capitolo
XXXVI
CONTRO I
VUOTI GIUDIZI UMANI
1. O figlio, poni saldamente il tuo cuore nel
Signore; e se la coscienza ti proclama onesto e senza colpa, non temere il
giudizio degli uomini. Cosa buona e santa è sopportare il giudizio umano; cosa
non gravosa per chi è umile di cuore e confida in Dio, più che in se stesso.
C'è molta gente che parla tanto: e, perciò, poco è il credito che le si deve
dare. Del resto, fare contenti tutti non è possibile. Che se Paolo cercò di
piacere a tutti nel Signore e si fece "tutto per tutti" (1Cor 9,22),
tuttavia non diede alcuna importanza al fatto d'essere giudicato da questo
tempo"(1Cor 4,3). Egli operò grandemente, con tutto se stesso e con tutte
le sue forze, per l'edificazione e la salvezza del prossimo; ma non poté
impedire che talvolta fosse giudicato e persino disprezzato dagli altri. Per
questo, tutto mise nelle mani di Dio, a cui tutto è noto. Con la pazienza e con
l'umiltà egli si difese dalla sfrontatezza di quelli che dicevano iniquità o
pensavano vuotaggini e menzogne o buttavano fuori ogni cosa a loro capriccio:
pur talvolta rispondendo, perché dal suo silenzio non nascesse scandalo ai
deboli.
1. "Chi sei tu mai, per avere paura di un
uomo mortale? " (Is 51,12). L'uomo, oggi c'è, e domani non lo si vede più.
Temi Iddio, e non ti sgomenterai di ciò che può farti paura da parte degli uomini.
Che cosa può un uomo contro di te, con parole e improperi? Egli nuoce a se
stesso, più che a te; né potrà sfuggire al giudizio di Dio, chiunque egli sia.
Per quanto ti riguarda, tu tieni fissi gli occhi in Dio, e "non voler
opporti a lui, con parole di lamento" ("Tm 2,14). Che se, al momento,
sembra che tu soccomba e che tu sia coperto di vergogna immeritata, non devi,
per questo, sdegnarti; né devi fare che sia più piccolo il tuo premio, per
difetto di pazienza. Guarda, invece, a me, cui è dato di strappare l'uomo da
ogni ingiustizia, "rendendo a ciascuno secondo le sue opere" (Mt
16,27; Rm 2,6).
Capitolo
XXXVII
L'ASSOLUTA
E TOTALE RINUNCIA A SE STESSO PER OTTENERE LIBERTA' DI SPIRITO
1. O figlio, abbandona te stesso, e mi
troverai. Vivi libero da preferenze, libero da tutto ciò che sia tuo proprio, e
ne avrai sempre vantaggio; ché una grazia sempre più grande sarà riversata
sopra di te, non appena avrai rinunciato a te stesso, senza volerti più
riavere. O Signore, quante volte dovrò rinunciare, e in quali cose dovrò
abbandonare me stesso? Sempre, e in ogni momento, sia nelle piccole come nelle
grandi cose. Nulla io escludo: ti voglio trovare spogliato di tutto.
Altrimenti, se tu non fossi interiormente ed esteriormente spogliato di ogni
tua volontà, come potresti essere mio; e come potrei io essere tuo? Più presto
lo farai, più sarai felice; più completamente e sinceramente lo farai, più mi
sarai caro e tanto maggior profitto spirituale ne trarrai. Ci sono alcuni che
rinunciano a se stessi, ma facendo certe eccezioni: essi non confidano
pienamente in Dio, e perciò si affannano a provvedere a se stessi. Ci sono
alcuni che dapprima offrono tutto; ma poi, sotto i colpi della tentazione,
ritornano a ciò che è loro proprio, senza progredire minimamente nella virtù.
Alla vera libertà di un cuore puro e alla grazia della rallegrante mia
intimità, costoro non giungeranno, se non dopo una totale rinuncia e dopo una
continua immolazione; senza di che non si ha e non si avrà una giovevole unione
con me.
1. Te l'ho detto tante volte, ed ora lo
ripeto: lascia te stesso, abbandona te stesso e godrai di grande pace
interiore. Da' il tutto per il tutto; non cercare, non richiedere nulla; sta'
risolutamente soltanto in me, e mi possederai, avrai libertà di spirito, e le tenebre
non ti schiacceranno. A questo debbono tendere il tuo sforzo, la tua preghiera,
il tuo desiderio: a saperti spogliare di tutto ciò che è tuo proprio, a
metterti nudo al seguito di Cristo nudo, a morire a te stesso, a vivere sempre
in me. Allora i vani pensieri, i perversi turbamenti, le inutili
preoccupazioni, tutto questo scomparirà. Allora scompariranno il timore
dissennato, e ogni amore non conforme al volere di Dio.
Capitolo
XXXVIII
IL BUON
GOVERNO DI SE' NELLE COSE ESTERNE E IL RICORSO A DIO NEI PERICOLI
1. O figlio, tu devi attentamente mirare a
questo, che dappertutto, e in qualunque azione ed occupazione esterna, tu
rimanga interiormente libero e padrone di te; che le cose siano tutte sotto di
te, e non tu sotto di esse. Cosicché tu abbia a dominare e governare i tuoi
atti, e tu non sia come un servo o mercenario, ma tu sia libero veramente come
l'ebreo, che passa dalla servitù alla condizione di erede e alla libertà dei
figli di Dio. I figli di Dio stanno al di sopra delle cose di questo mondo, e
tengono gli occhi fissi all'eterno; guardano con l'occhio sinistro le cose che
passano, e con il destro le cose del cielo; infine non sono attratti, così da
attaccarvisi, dalle cose di questo tempo, ma traggono le cose a sé, perché
servano al bene, così come sono state disposte da Dio e istituite dal sommo
artefice. Il quale nulla lascia, in alcuna sua creatura, che non abbia il suo
giusto posto.
1. Se, di fronte a qualunque avvenimento, non
ti fermerai all'apparenza esterna e non apprezzerai con occhio carnale tutto
ciò che vedi ed ascolti; se, all'incontro, in ogni questione, entrerai subito,
come Mosè, sotto la tenda, per avere consiglio dal Signore, udrai talvolta la
risposta di Dio, e ne uscirai istruito su molte cose di oggi e del futuro. Era
solito Mosè ritornare alla sua tenda, per dubbi e quesiti da risolvere; era
solito rifugiarsi nella preghiera, per alleviare i pericoli e le perversità
degli uomini. Così anche tu devi rifugiarti nel segreto del tuo cuore,
implorando con tanta intensità l'aiuto divino. Che se - come si legge - Giosuè
e i figli di Israele furono raggirati dai Gabaoniti, fu proprio perché non
chiesero prima il responso del Signore; ma, facendo troppo affidamento su
questi allettanti discorsi, furono traditi da una falsa benevolenza.
Capitolo
XXXIX
NESSUN
AFFANNO NEL NOSTRO AGIRE
1. O figlio, ogni tua faccenda affidala a me;
al tempo giusto disporrò sempre io per il meglio. Attieniti al mio comando e ne
sentirai vantaggio. O Signore, di gran cuore affido a te ogni cosa; poco
infatti potranno giovare i miei piani. Volesse il cielo che io non fossi tanto
preso da ciò che potrà accadere in futuro, e mi offrissi, invece, senza esitare
alla tua volontà.
1. O figlio, capita spesso che l'uomo persegua
con ardore alcunché di cui sente la mancanza; e poi, quando l'ha raggiunto,
cominci a giudicare diversamente, perché i nostri amori non restano fermi
intorno a uno stesso punto, e ci spingono invece da una cosa all'altra. Non è
una questione da nulla rinunciare a se stessi, anche in cose di poco conto. Il
vero progresso dell'uomo consiste nell'abnegazione di sé. Pienamente libero e
sereno è appunto soltanto chi rinnega se stesso. Ecco, però, che l'antico
avversario, il quale si pone contro tutti coloro che amano il bene, non
tralascia la sua opera di tentazione; anzi, giorno e notte, prepara gravi
insidie, se mai gli riesca di far cadere nel laccio dell'inganno qualcuno che
sia poco guardingo. "Vegliate e pregate, dice i Signore, per non entrare in
tentazione" (Mt 26,41).
Capitolo
XL
NULLA DI
BUONO HA L'UOMO DA SE' E DI NULLA PUO' VANTARSI
1. "O Signore, che cosa è l'uomo, che tu
abbia a ricordarti di lui? Che cosa è il figlio dell'uomo, che tu venga a
lui?" (Sal 8,5). Quali meriti ha mai l'uomo, perché tu gli dia la tua
grazia? O Signore, di che posso lamentarmi se mi abbandoni; che cosa posso, a
buon diritto, addurre se tu non mi concedi quello che chiedo? Soltanto questo,
in verità, posso dire, con certezza, in cuor mio: Signore, nulla io sono, nulla
posso, nulla di buono io ho da me stesso; anzi fallisco in ogni cosa, tendendo
sempre al nulla. Se non vengo aiutato da te e plasmato interiormente, mi
infiacchisco totalmente e mi abbandono. "Invece tu, o Signore, sei sempre
te stesso e tale resti in eterno" (Sal 101, 28.31), immutabilmente buono,
giusto, santo, talché fai e disponi ogni cosa con sapienza. Io, invece, essendo
più pronto a regredire che ad avanzare, non mi mantengo sempre nella stessa
condizione; che anzi "sette tempi diversi passano sopra di me" (Dn 4,
13.20.22); anche se il mio stato può, d'un tratto, mutarsi in meglio, non
appena tu lo vuoi, e mi porgi la mano soccorritrice. Da te solo, infatti, non
già dall'uomo soccorso, mi può venire l'aiuto e il dono della fermezza,
cosicché la mia faccia non muti continuamente, e il mio cuore si volga solo a
te, e in te trovi pace. Dunque, se io fossi capace di disprezzare ogni
consolazione degli uomini - sia per conseguire maggior fervore, sia per
rispondere al bisogno di cercare te, in mancanza di chi mi possa confortare -
allora potrei fondatamente sperare nella tua grazia ed esultare del dono di una
rinnovellata consolazione.
1. Siano rese grazie a te; a te dal quale
tutto discende, se qualcosa di buono mi accade. Ché io non sono altro che
vanità, "anzi un nulla, al tuo cospetto" (Sal 38, 6), un uomo
incostante e debole. Di che cosa posso io vantarmi; come posso pretendere di
essere stimato? Forse per quel nulla che io sono? Sarebbe vanità sempre più
grande. O veramente vuota vanteria, peste infame, massima presunzione, che
distoglie dalla vera gloria, privandoci della grazia del cielo. Giacché mentre
si compiace di se stesso, l'uomo dispiace a te; mentre ambisce ad essere lodato
dagli altri, si spoglia della vera virtù. Vera gloria, invece, e gaudio santo,
è gloriarci in te, non in noi; trovare compiacimento nel tuo nome, non nella
nostra virtù; non cercare diletto in alcuna creatura, se non per te. Sia lodato
il tuo nome, non il mio; siano esaltate le tue opere, non le mie; sia benedetto
il tuo nome santo, e a me non sia data lode alcuna da parte degli uomini. Tu
sei la mia gloria e la gioia del mio cuore; in te esulterò e mi glorierò
sempre: "per nulla invece in me, se non nella mia debolezza"
("Cor 12,5). Lasciando ai Farisei il cercare gloria gli uni dagli altri,
io cercherò quella gloria che viene solo da Dio. A confronto della tua gloria
eterna, è vanità e stoltezza ogni lode che viene dagli uomini, ogni onore di
quaggiù, ogni mondana grandezza. O mia verità e mia misericordia, mio Dio,
Trinità beata, a te solo sia lode, onore, virtù e gloria, per gli infiniti
secoli dei secoli!
Capitolo
XLI
IL
DISPREZZO DI OGNI ONORE DI QUESTO MONDO
Figlio, non crucciarti se vedi che
altri sono onorati ed innalzati, mentre tu sei disprezzato ed umiliato. Drizza
il tuo animo a me, nel cielo; così non ti rattristerà il disprezzo degli
uomini, su questa terra. O Signore, noi siamo come ciechi e facilmente ci
lasciamo sedurre dall'apparenza. Ma se esamino seriamente me stesso, non c'è
cosa che possa essermi fatta da alcuna creatura che sia un torto nei miei
confronti: dunque non avrei motivo di lamentarmi con te. E', appunto, perché
spesso e gravemente ho peccato al tuo cospetto, che qualsiasi creatura si può
muovere a ragione contro di me. A me, dunque, è giusto che si dia vergogna e
disprezzo; a te invece, lode, onore e gloria. E se non mi sarò ben predisposto
a desiderare di essere disprezzato da ogni creatura, ad essere buttato in un
canto e ad essere considerato proprio un nulla, non potrò trovare pace e serenità
interiore; non potrò essere spiritualmente illuminato e pienamente a te unito.
Capitolo
XLII
LA NOSTRA
PACE NON DOBBIAMO PORLA NEGLI UOMINI
1. O figlio, se la tua pace l'attendi da
qualcuno, secondo il tuo sentimento e il piacere di stare con lui, avrai sempre
incertezza ed impacci. Se, invece, tu ricorrerai alla verità, sempre viva e
stabile, non sarai contristato per l'abbandono da parte di un amico; neppure
per la sua morte. Su di me deve essere fondato l'amore per l'amico; in me deve
essere amato chi ti appare degno e ti è particolarmente caro in questa vita;
senza di me non regge e non dura l'amicizia; non c'è legame d'amicizia
veramente puro, se non sono io ad annodarlo. Perciò tu devi essere totalmente
morto ad ogni attaccamento verso persone che ti siano care così da preferire,
per quanto sta in te, di essere privo di ogni umana amicizia.
1. Tanto più ci si avvicina a Dio, quanto più
ci si ritira lontano da ogni conforto terreno. Tanto più si ascende in alto, a
Dio, quanto più si entra nel profondo di noi stessi, persuadendosi di non
valere proprio nulla. Che se uno, invece, attribuisce a sé qualcosa di buono,
questi ostacola la venuta della grazia divina il lui; giacché la grazia dello
Spirito Santo cerca sempre un cuore umile. Se tu sapessi annichilirti e uscire
da ogni affetto di quaggiù, liberandoti da ogni attaccamento di questo mondo,
allora, certamente, io verrei a te, con larghezza di grazia; infatti, quando
guardi alle creature, ti si sottrae la vista del Creatore. Per amore del
Creatore, dunque, vinci te stesso, in tutte le cose; così potrai giungere a
conoscere Dio. Se una cosa, per quanto piccola sia, la si ama e ad essa si
guarda non rettamente, questa ti ostacola la via verso il sommo Dio, e ti
corrompe.
Capitolo
XLIII
CONTRO
L'INUTILE SCIENZA DI QUESTO MONDO
1. Figlio, non ti smuovano i ragionamenti
umani, per quanto eleganti e profondi; ché "il regno di Dio non consiste
nei discorsi, ma nelle virtù" (1Cor 4,20). Guarda alle mie parole; esse
infiammano i cuori e illuminano le menti; conducono al pentimento e infondono
molteplice consolazione. Che tu non legga mai neppure una parola al fine di
poter apparire più dotto e più sapiente. Attendi, invece, alla mortificazione
dei vizi; cosa che ti gioverà assai più che essere a conoscenza di molti
difficili problemi. Per quanto tu abbia molto studiato ed appreso, dovrai
sempre tornare al principio primo. Sono io "che insegno all'uomo la
sapienza" (Sal 93,10); sono io che concedo ai piccoli una conoscenza più
chiara di quella che possa essere impartita dall'uomo. Colui per il quale sono
io a parlare, avrà d'un tratto la sapienza e progredirà assai nello spirito.
Guai a coloro che vanno ricercando presso gli uomini molte strane nozioni, e
poco si preoccupano di quale sia la strada del servizio a me dovuto. Verrà il
tempo in cui apparirà il maestro dei maestri, Cristo signore degli angeli, ad
ascoltare quel che ciascuno ha da dire, cioè ad esaminare la coscienza di
ognuno. Allora Gerusalemme sarà giudicata in gran luce (Sof 1,12). Allora ciò
che si nascondeva nelle tenebre apparirà in piena chiarezza; allora verrà meno
ogni ragionamento fatto di sole parole.
1. Sono io che innalzo la mente umile, così da
farle comprendere i molti fondamenti della verità eterna; più che se uno avesse
studiato a scuola per dieci anni. Sono io che insegno, senza parole sonanti,
senza complicazione di opinioni diverse, senza contrapposizione di argomenti;
senza solennità di cattedra. Sono io che insegno a disprezzare le cose terrene,
a rifuggire da ciò che è contingente e a cercare l'eterno; inoltre, a rifuggire
dagli onori, a sopportare le offese, a riporre ogni speranza in me, a non
desiderare nulla all'infuori di me e ad amarmi con ardore, al di sopra di ogni
cosa. In verità ci fu chi, solo con il profondo amore verso di me, apprese le
cose di Dio; e le sue parole erano meravigliose. Abbandonando ogni cosa, egli
aveva imparato assai più che applicandosi a sottili disquisizioni. Ad alcuni
rivolgo parole valevoli per tutti; ad altri rivolgo parole particolari. Ad
alcuni appaio con la mite luce di figurazioni simboliche, ad altri rivelo i
misteri con grande fulgore. La voce dei libri è una sola, e non plasma tutti in
egual modo. Io, invece, che sono maestro interiore, anzi la verità stessa, io
che scruto i cuori e comprendo i pensieri e muovo le azioni degli uomini, vado
distribuendo a ciascuno secondo che ritengo giusto.
Capitolo
XLIV
NON CI SI
DEVE ATTACCARE ALLE COSE ESTERIORI
1. O figlio, molte cose occorre che tu le
ignori, considerandoti come morto su questa terra, come uno per cui il mondo
intero è crocifisso; molte altre cose, occorre che tu vi passi in mezzo, senza
prestare ascolto, meditando piuttosto su ciò che costituisce la tua pace. Giova
di più distogliere lo sguardo da ciò che non approviamo, lasciando che ciascuno
si tenga il suo parere, piuttosto che metterci in accanite discussioni. Se
sarai in regola con Dio e terrai conto del suo giudizio, riporterai più
facilmente la vittoria.
1. Signore, a che punto siamo arrivati? Ecco
per una perdita nelle cose di questo mondo, si piange; per un piccolo guadagno
ci si affatica e si corre. Invece un danno spirituale passa nell'oblio, e a
stento, troppo tardi, si ritorna in sé. Ci si preoccupa di ciò che non serve a
nulla o a ben poco; e ciò che è sommamente necessario lo si lascia da parte con
negligenza. Giacché l'uomo inclina tutto verso le cose esteriori, e beatamente
vi si acquieta, se subito non si ravvede.
Capitolo
XLV
NON FARE
AFFIDAMENTO SU ALCUNO: LE PAROLE FACILMENTE INGANNANO
1. "Aiutami, o Signore, nella tribolazione,
perché è vana la salvezza che viene dagli uomini" (Sal 59,13). Quante
volte non trovai affatto fedeltà, proprio là dove avevo creduto di poterla
avere; e quante volte, invece, la trovai là dove meno avevo creduto. Vana è,
dunque, la speranza negli uomini, mentre in te, o Dio, sta la salvezza dei
giusti. Sii benedetto, o Signore mio Dio, in tutto quanto ci accade. Deboli
siamo, e malfermi; facilmente ci inganniamo e siamo mutevoli. Quale uomo è
tanto prudente e tanto attento da saper sempre custodire se stesso, così da non
cadere mai in qualche delusione e incertezza? Ma non cadrà così facilmente
colui che confida in te, o Signore, e ti cerca con semplicità di cuore. Che se
incontrerà una tribolazione, in qualunque modo sia oppresso, subitamente ne
sarà strappato da te, o sarà da te consolato, poiché tu non abbandoni chi spera
in te, fino all'ultimo. Cosa rara è un amico sicuro, che resti tale in tutte le
angustie dell'amico. Ma tu, o Signore, tu solo sei sempre pienamente fedele:
non c'è amico siffatto, fuori di te.
1. Quale profonda saggezza ci fu in
quell'anima santa che poté dire: il mio spirito è saldo, e fondato su Cristo!
Se così fosse anche per me, non sarei tanto facilmente agitato da timori umani,
né mi sentirei ferito dalle parole. Chi può mai prevedere ogni cosa e
cautelarsi dai mali futuri? Se, spesso, anche ciò che era previsto riesce
dannoso, con quanta durezza ci colpirà ciò che è imprevisto? Perché non ho
meglio provveduto a me misero?; e perché mi sono affidato tanto leggermente ad altri?
Siamo uomini, nient'altro che fragili uomini, anche se molti ci ritengono e ci
dicono angeli. Oh, Signore, a chi crederò; a chi, se non a te? Tu sei la verità
che non inganna e non può essere ingannata; mentre "l'uomo è sempre
bugiardo" (Sal 115,11), debole, insicuro e mutevole, specie nelle parole,
tanto che a stento ci si può fidare subito di quello che, in apparenza, pur ci
sembra buono. Con quanta sapienza tu già ci avevi ammonito che ci dobbiamo
guardare dagli uomini; che "nemici dell'uomo sono i suoi più vicini"
(Mt 10,36); che non si deve credere se uno dice: "ecco qua, ecco là!"
(Mt 24,23; Mc 13,21)! Ho imparato a mie spese, e voglia il cielo che ciò mi
serva per acquistare maggiore prudenza e non ricadere nella stoltezza. Bada, mi
dice taluno, bada bene, e serba per te quel che ti dico. Ma, mentre io sto
zitto zitto, credendo che la cosa resti segreta, neppure lui riesce a tacere
ciò per cui mi aveva chiesto il silenzio: improvvisamente mi tradisce, tradendo
anche se stesso; e se ne va. Oh, Signore, difendimi da siffatte fandonie e
dalla gente stolta, cosicché io non cada nelle loro mani, e mai non commetta
simili cose. Da' alla mia bocca una parola vera e sicura, e lontana da me il
linguaggio dell'inganno. Che io mi guardi in ogni modo da ciò che non vorrei
dover sopportare da altri.
2. Quanta bellezza e quanta pace, fare
silenzio intorno agli altri; non credere pari pari ad ogni cosa, né andare
ripetendola; rivelare sé stesso soltanto a pochi; cercare sempre te, che scruti
i cuori, senza lasciarsi portare di qua e di là da ogni vuoto discorso; volere
che ogni cosa interiore ed esterna, si compia secondo la tua volontà! Quale
tranquillità, fuggire le apparenze umane, per conservare la grazia celeste; non
ambire a ciò che sembri assicurare ammirazione all'esterno, e inseguire invece,
con ogni sollecitudine, ciò che assicura emendazione di vita e fervore! Di
quanto danno fu, per molti, una virtù a tutti nota e troppo presto lodata. Di
quanto vantaggio fu, invece, una grazia conservata nel silenzio, durante questa
nostra fragile vita, della quale si dice a ragione che è tutta una tentazione e
una lotta!
Capitolo
XLVI
AFFIDARSI
A DIO QUANDO SPUNTANO PAROLE CHE FERISCONO
1. O figlio, sta saldo e fermo, e spera in me.
Che altro sono, le parole, se non parole?: volano al vento, ma non intaccano la
pietra. Se sei in colpa, pensa ad emendarti di buona voglia; se ti senti
innocente, considera di doverle sopportare lietamente per amor di Dio. Non è
gran cosa che tu sopporti talvolta almeno delle parole, tu che non sei capace
ancora di sopportare forti staffilate. E perché mai cose tanto da nulla ti
feriscono nell'animo, se non perché tu ragioni ancora secondo la carne e dai
agli uomini più importanza di quanto sia giusto? Solo per questo, perché hai
paura che ti disprezzino, non vuoi che ti rimproverino dei tuoi falli e cerchi
di nasconderti dietro qualche scusa. Se guardi più a fondo in te stesso,
riconoscerai che il mondo e il vano desiderio di piacere agli uomini sono
ancora vivi dentro in te. Se rifuggi dall'esser poco considerato e dall'esser
rimproverato per i tuoi difetti, segno è che non sei sinceramente umile né
veramente morto al mondo, e che il mondo è per te crocefisso. Ascolta, invece
la mia parola e non farai conto neppure di diecimila parole umane. Ecco, anche
se molte cose si potessero inventare e dire, con malizia grande, contro di te,
che male ti potrebbero fare esse, se tu le lasciassi del tutto passare, non
considerandole più che una pagliuzza? Ti potrebbero forse strappare anche un
solo capello? Chi non ha spirito di interiorità e non tiene Iddio dinanzi ai
suoi occhi, questi si lascia scuotere facilmente da una parola offensiva. Chi
invece, senza ricercare il proprio giudizio, si affida a me, questi sarà libero
dal timore degli uomini. Sono io, infatti, il giudice, cui sono palesi tutti i
segreti; io so come è andata la cosa; io conosco, sia colui che offende sia
colui che patisce l'offesa. Quella parola è uscita da me; quel che è avvenuto,
è avvenuto perché io l'ho permesso, "affinché fossero rivelati gli intimi
pensieri di tutti" (Lc 2,35). Sono io che giudicherò il colpevole e
l'innocente; ma voglio che prima siano saggiati, e l'uno e l'altro, al mio
arcano giudizio.
1. La testimonianza degli uomini sbaglia
frequentemente. Il mio giudizio, invece, è veritiero; resterà e non muterà.
Nascosto, per lo più, o aperto via via a pochi, esso non sbaglia né può
sbagliare, anche se può sembrare ingiusto agli occhi di chi non ha la sapienza.
A me dunque si ricorra per ogni giudizio e non ci si fidi del proprio criterio.
Il giusto, infatti non resterà turbato, "qualunque cosa gli venga" da
Dio (Pro 12,21). Qualunque cosa sia stata ingiustamente portata contro di lui,
non se ne darà molto pensiero; così come non si esalterà vanamente, se, a buon
diritto, sarà scagionato da altri. Il giusto considera, infatti, che "sono
io colui che scruta i cuori e le reni" (Ap 2,23); io, che non giudico
secondo superficiale apparenza umana. Invero, sovente ai miei occhi apparirà
condannabile ciò che, secondo il giudizio umano, passa degno di lode. O Signore
Dio, "giudice giusto, forte e misericordioso" (Sal 7,12), tu che
conosci la fragilità e la cattiveria degli uomini, sii la mia forza e tutta la
mia fiducia, ché non mi basta la mia buona coscienza. Tu sai quello che io non so;
per questo avrei dovuto umiliarmi dinanzi ad ogni rimprovero e sopportarlo con
mansuetudine. Per tutte le volte che mi comportai in tal modo, perdonami, nella
tua benevolenza, e dammi di nuovo la grazia di una più grande sopportazione. In
verità, a conseguire il perdono, la tua grande misericordia mi giova di più che
non mi giovi una mia supposta santità a difesa della mia segreta coscienza.
Ché, "pur quando non sentissi di dovermi nulla rimproverare", non
potrei per questo ritenermi giusto (1 Cor 4,4); perché, se non fosse per la tua
misericordia, "nessun vivente sarebbe giusto, al tuo cospetto" (Sal
142,2).
Capitolo
XLVII
OGNI COSA
GRAVOSA VA SOPPORTATA, PER CONSEGUIRE LA VITA ETERNA
1. O figlio, non lasciarti sopraffare dai
compiti che ti sei assunto per amor mio; non lasciarti mai abbattere dalle
tribolazioni. In ogni evenienza ti dia, invece, forza e consolazione la mia
promessa; ché io ben so ripagare al di là di qualsiasi limite e misura. Non
durerà a lungo la tua sofferenza quaggiù; non continuerà per sempre il peso dei
tuoi dolori. Attendi un poco, e li vedrai finire d'un tratto, questi dolori;
verrà il momento in cui fatiche ed agitazioni cesseranno. E' poca cosa, e dura
poco, tutto ciò che passa con questa vita. Fa quel che devi; lavora fedelmente
nella mia vigna: io stesso sarò la tua ricompensa. Scrivi, leggi, canta,
piangi, taci, prega, sopporta virilmente le avversità: premio a tutto questo,
alle più grandi lotte, è la vita eterna. Sarà pace, in quell'ora che sa il
Signore. E non ci sarà giorno e notte, come adesso, ma perpetua luce, chiarità
infinita, pace ferma e sicura tranquillità. Allora non dirai: "chi mi
libererà da questo corpo di morte?" (Rm 7,24); e non esclamerai
"ohimé!, quanto si prolunga questo mio stare quaggiù" (Sal 119,5). Ché
la morte sarà annientata e vi sarà piena salvezza, senza ombra di angustia; e,
intorno a te, una gioia beata, una soave schiera gloriosa.
1. Oh!, se tu vedessi il premio eterno che
ricevono i santi in cielo; se tu vedessi di quanta gloria esultano ora, essi
che un tempo erano ritenuti spregevoli e quasi immeritevoli di vivere, per
certo, ti getteresti subito a terra, preferendo essere inferiore a tutti,
piuttosto che eccellere anche su di un solo; non desidereresti giorni lieti in
questa vita, godendo piuttosto delle tribolazioni sopportate per amore di Dio,;
infine crederesti che il guadagno più grande consiste nell'essere considerato
un nulla tra gli uomini. Oh!, se queste cose avessero un gusto per te e ti
scendessero nel profondo del cuore, come oseresti fare anche il più piccolo
lamento? Forse che, per la vita eterna, non si deve sopportare ogni
tribolazione? Non è cosa di poco conto, perdere o guadagnare il regno di Dio.
Alza, dunque, il tuo sguardo al cielo: eccomi, insieme a tutti i miei santi, i
quali sopportano grandi lotte, nella vita di quaggiù. Ora essi sono nella
gioia, ricevono consolazione, stanno nella serenità, nella pace e nel riposo. E
resteranno con me nel regno del Padre mio, per sempre.
Capitolo
XLVIII
LA VITA ETERNA
E LE ANGUSTIE DELLA VITA PRESENTE
1. O beata dimora della città suprema, o
giorno spendente dell'eternità, che la notte non offusca; giorno perennemente
irradiato dalla somma verità; giorno sempre gioioso e sereno; giorno, per sua
essenza, immutabile! Volesse il cielo che tutte queste cose temporali finissero
e che sopra di noi brillasse quel giorno; il quale già illumina per sempre, di
splendida luce, i santi, mentre, per coloro che sono pellegrini su questa
terra, esso splende soltanto da lontano e di riflesso! Ben sanno i cittadini
del cielo quanto sia piena di gioia quell'età; lamentano gli esuli figli di Eva
quanto, invece, sia grave e pesante l'età presente. Invero, brevi e duri, pieni
di dolori e di angustie, sono i giorni di questo nostro tempo, durante i quali
l'uomo è insozzato da molti peccati e irretito da molte passioni, oppresso da
molte paure, schiacciato da molti affanni, distratto da molte curiosità,
impicciato in molte cose vane, circondato da molti errori, atterrito da molte
fatiche, appesantito dalle tentazioni, snervato dai piaceri, afflitto dal
bisogno. Oh!, quando finiranno questi mali; quando mi libererò dalla miserevole
schiavitù dei vizi; quando, nella mia mente avrò soltanto te, o Signore, e in
te troverò tutta la mia gioia; quando godrò di libertà vera, senza alcun
legame, senza alcun gravame della mente e del corpo; quando avrò pace stabile e
sicura, da nulla turbata, pace interiore ed esteriore, pace non minacciata da
alcuna parte? O buon Gesù, quando ti vedrò faccia a faccia; quando contemplerò
la gloria del tuo regno; quando sarai il tutto per me (1Cor 15,28); quando sarò
con te nel tuo regno, da te preparato dall'eternità per i tuoi diletti? Sono
qui abbandonato, povero ed esule in terra nemica, ove ci sono continue lotte e
immani disgrazie. Consola tu il mio esilio, lenisci il mio dolore, perché ogni
mio desiderio si volge a te con sospiri. Infatti qualunque cosa il mondo mi
offra come sollievo, essa mi è invece di peso. Desidero l'intimo godimento di
te, ma non mi è dato di raggiungerlo; desidero star saldo alle cose celesti, ma
le cose temporali e le passioni non mortificate mi tirano in basso; nello
spirito, voglio pormi al di sopra di tutte le cose, ma, nella carne, sono
costretto a subirle, contro mia voglia. E così, uomo infelice, combatto con me
stesso e divento un peso per me stesso (Gb 7,20), ché lo spirito tende all'alto
e la carne al basso.
1. Oh!, quale è l'intima mia sofferenza,
quando, dentro di me, sto pensando alle cose del cielo e, mentre prego, di
colpo, mi balza davanti la turba delle cose carnali. Dio mio, "non stare
lontano da me" (Sal 70,12) e "non allontanarti in collera dal tuo
servo" (Sal 26,9). "Lancia i tuoi fulmini", disperdi questa
turba; "lancia le tue saette e saranno sconvolte le macchinazioni del
nemico" (Sal 143,6). Fa' che i miei sentimenti siano concentrati in te;
fa' che io dimentichi tutto ciò che appartiene al mondo; fa' che io cacci via e
disprezzi le ingannevoli immagini con le quali ci appare il vizio. Vieni in mio
aiuto, o eterna verità, cosicché nessuna cosa vana abbia potere di smuovermi;
vieni, o celeste soavità; cosicché ogni cosa non pura fugga davanti al tuo
volto. Ancora, perdonami e assolvimi, nella tua misericordia, ogni volta che,
nella preghiera, vado pensando ad altro fuori che a te. In verità, confesso
sinceramente di essere solitamente molto distratto; ché, ben spesso, io non
sono là dove materialmente sto e seggo, ma sono invece là dove vengo portato
dalla mente. Là dove è il mio pensiero, io sono; il mio pensiero solitamente è
là dove sta ciò che io amo; è quello che fa piacere alla nostra natura, o ci è
caro per abitudine, che mi viene d'un tratto alla mente. Per questo tu, che sei
la verità, dicesti chiaramente: "dove è il tuo tesoro là è il tuo
cuore" (Mt 6,21). Se amo il cielo, volentieri penso alle cose del cielo;
se amo il mondo, mi rallegro delle gioie e mi rattristo delle avversità del
mondo; se amo le cose carnali, di esse sovente vado. Fantasticando; se amo ciò
che è spirito, trovo diletto nel pensare alle cose dello spirito. Qualunque
siano le cose che io amo, di queste parlo e sento parlare volentieri; di queste
riporto a casa il ricordo. Beato invece colui che, per te, o Signore, lascia
andare tutto ciò che è creato, e che, facendo violenza alla natura, crocifigge
i desideri della carne col fervore dello Spirito: così da poterti offrire, a
coscienza tranquilla, una orazione pura; così da essere degno di prendere parte
ai cori celesti, rifiutando, dentro e fuori di sé, ogni cosa terrena.
Capitolo
XLIX
IL
DESIDERIO DELLA VITA ETERNA. I GRANDI BENI PROMESSI A QUELLI CHE LOTTANO
1. Figlio, quando senti, infuso dall'alto, un
desiderio di eterna beatitudine; quando aspiri ad uscire dalla povera dimora
del tuo corpo, per poter contemplare il mio splendore, senza ombra di mutamento,
allarga il tuo cuore e accogli con grande sollecitudine questa santa
ispirazione. Rendi grazie senza fine alla superna bontà, che si mostra tanto
benigna con te, venendo indulgente presso di te; ti risolleva con ardore e ti
innalza con forza, cosicché, con la tua pesantezza, tu non abbia a inclinare
verso le tue cose terrene. Tutto ciò, infatti, non lo devi ad una tua
iniziativa o ad un tuo sforzo, ma soltanto al favore della grazia di Dio, che
dall'alto guarda a te. Ti sarà dato così di progredire nelle virtù, in una
sempre più grande umiltà, preparandoti alle lotte future attaccato a me con
tutto lo slancio del tuo cuore e intento a servirmi con volonteroso fervore.
1. Figlio, il fuoco arde facilmente, ma senza
fumo la fiamma non ascende. Così certuni ardono dal desiderio delle cose
celesti, ma non sono liberi dalla tentazione di restare attaccati alle cose
terrene; e perciò, quello che pur avevano chiesto a Dio con tanto desiderio,
non lo compiono esclusivamente per la gloria di Dio. Tale è sovente il tuo
desiderio, giacché vi hai immesso un fermento così poco confacente: non è puro
e perfetto, infatti, quello che è inquinato dal comodo proprio. Non chiedere
ciò che ti piace e ti è utile, ma piuttosto ciò che è gradito a me e mi rende
gloria. A ben vedere, al tuo desiderio e ad ogni cosa desiderata devi preferire
il mio comando, e seguirlo. Conosco la tua brama, ho ascoltato i frequenti tuoi
gemiti: già vorresti essere nella libertà gloriosa dei figlio di Dio; già ti
alletta la dimora eterna, la patria del cielo, pienamente felice. Ma un tale
momento non è ancora venuto; questo è tuttora un momento diverso: il momento
della lotta, della fatica e della prova. Tu brami di essere ricolmo del sommo
bene, ma questo non lo puoi ottenere adesso. Sono io "aspettami, dice il
Signore" (Sof 3,8), finché venga il regno di Dio. Devi essere ancora
provato qui in terra, e travagliato in vario modo. Qualche consolazione ti sarà
data talvolta; ma non ti sarà concessa una piena sazietà. "Confortati,
pertanto e sii gagliardo" (Gs 1,7), nell'agire e nel sopportare ciò che va
contro la natura. Occorre che tu ti rivesta dell'uomo nuovo; che tu ti
trasformi in un altro uomo. Occorre, ben spesso, che tu faccia quello che non
vorresti e che tu tralasci quello che vorresti. Avrà successo quanto è voluto
da altri, e quanto vuoi tu non andrà innanzi. Sarà ascoltato quanto dicono gli
altri, e quanto dici tu sarà preso per un nulla. Altri chiederanno, e
riceveranno; tu chiederai, e non otterrai. Altri saranno grandi al cospetto degli
uomini; sul tuo conto, silenzio. Ad altri sarà affidata questa o quella
faccenda; tu, invece, non sarai ritenuto utile a nulla. Da ciò la natura uscirà
talvolta contristata; e già sarà molto se sopporterai in silenzio.
2. In questi, e in consimili vari modi, il
servo fedele del Signore viene si solito sottoposto a prova, come sappia
rinnegare e vincere del tutto se stesso. Altro, forse, non c'è, in cui tu debba
essere così morto a te stesso, fuor che constatare ciò che contrasta con la tua
volontà, e doverlo sopportare; specialmente allorché ti viene imposto di fare
cosa che non ti sembra opportuna o utile. Non osando opporre resistenza a un
potere superiore, tu, che sei sottoposto, trovi duro camminare al comando di
altri, e lasciar cadere ogni tua volontà. Ma se consideri, o figlio, quale sia
il frutto di queste sofferenze, cioè il rapido venire della fine e il premio,
allora non troverai più alcun peso in tali sofferenze, ma un validissimo
conforto al tuo soffrire. Giacché, invece di quella scarsa volontà che ora, da
te, non sai coltivare, godrai per sempre nei cieli la pienezza della tua
volontà. Nei cieli, invero, troverai tutto ciò che vorrai, tutto ciò che potrai
desiderare; nei cieli godrai integralmente di ciò che è bene e non temerai che
esso ti venga a mancare. Nei cieli il tuo volere, a me sempre unito, a nulla
aspirerà che venga di fuori, a nulla che sia tuo proprio. Nei cieli nessuno ti
farà resistenza, nessuno si lamenterà di te, nessuno ti sarà di ostacolo e
nulla si porrà contro di te; ma tutti i desideri saranno insieme realizzati e
ristoreranno pienamente il tuo animo, appagandolo del tutto. Nei cieli, per
ogni oltraggio patito, io darò gloria; per la tristezza, un premio di lode; per
l'ultimo posto, una dimora nel regno, nei secoli. Nei cieli si vedrà il frutto
dell'obbedienza; avrà gioia il travaglio della penitenza; sarà coronata di
gloria l'umile soggezione. Ora, dunque, devi chinarti umilmente sotto il potere
di ognuno, senza preoccuparti di sapere chi sia colui che ti ha detto o comandato
alcunché; bada sommamente - sia un superiore, o uno più giovane di te o uno
pari a te, a chiederti o ad importi qualcosa - di accettare tutto come giusto,
facendo in modo di eseguirlo con buona volontà. Altri vada cercando questo,
altri quello; che uno si glori in una cosa, e un altro sia lodato mille volte
per un'altra: quanto a te, invece, non in questa o in quest'altra cosa devi
trovare la tua gioia, ma nel disprezzare te stesso, nel piacere soltanto a me e
nel darmi gloria. E' questo che devi desiderare, che in te sia glorificato
sempre Iddio, "per la vita e per la morte" (Fil 1,20).
Capitolo
L
CHI E'
NELLA DESOLAZIONE DEVE METTERSI NELLE MANI DI DIO
1. Signore Dio, Padre santo, che tu sia, ora e
sempre, benedetto, perché come tu vuoi così è stato fatto, e quello che fai è
buono. Che in te si allieti il tuo servo, non in se stesso o in alcunché
d'altro. Tu solo sei letizia vera; tu la mia speranza e il mio premio; tu, o
Signore, la mia gioia e la mia gloria. Che cosa ha il tuo servo , se non quello
che, pur senza suo merito, ha ricevuto da te? Quello che hai dato e hai fatto a
me, tutto è tuo. "Povero io sono, e tribolato, fin dagli anni della mia
giovinezza" (Sal 87,16); talvolta l'anima mia è triste fino alle lacrime,
talvolta si turba in se stessa sotto l'incombere delle passioni. Desidero il
gaudio della pace; domando la pace dei tuoi figli, da te nutriti nello
splendore della consolazione. Se tu doni questa pace, se tu infondi questa
santa letizia, l'anima del tuo servo sarà tutta un canto nel dar lode a te,
devotamente. Se, invece, tu ti ritrai, come fai talvolta, il tuo servo non
potrà percorrere lesto la "via dei tuoi comandamenti" (Sal 118,32).
Di più, gli si piegheranno le ginocchia, fino a toccargli il petto; per lui non
sarà più come prima, ieri o ier l'altro, quando il tuo lume gli splendeva sul
capo e l'ombra delle tue ali lo proteggeva dall'irrompere delle tentazioni.
1. Padre giusto e degno di perpetua lode,
giunga l'ora in cui il tuo servo deve essere provato. Padre degno di amore, è
giusto che in questo momento il tuo servo patisca un poco per te. Padre degno
di eterna venerazione, giunge l'ora, che da sempre sapevi sarebbe venuta, l'ora
in cui il tuo servo - pur se interiormente sempre vivo in te - deve essere
sopraffatto da cose esteriori, vilipeso anche ed umiliato, scomparendo dinanzi
agli uomini , afflitto dalle passioni e dalla tiepidezza; e ciò per risorgere
di nuovo con te, in una aurora di nuova luce, nello splendore dei cieli. Padre
santo, così hai disposto, così hai voluto; e come hai voluto è stato fatto.
Giacché questo è il dono che tu fai all'amico tuo, di patire e di essere
tribolato in questo mondo, per amor tuo; e ciò quante volte e da chiunque
permetterai che sia fatto. Nulla accade quaggiù senza che tu lo abbia
provvidenzialmente disposto, e senza una ragione. "Cosa buona è per me,
che tu mi abbia umiliato, per farmi conoscere la tua giustizia" (Sal
118,71) e per far sì che io abbandoni ogni orgoglio interiore e ogni
temerarietà. Cosa per me vantaggiosa, che la vergogna abbia ricoperto il mio
volto, così che, per essere consolato, io abbia a cercare te, piuttosto che gli
uomini. In tal modo imparo a temere l'imperscrutabile tuo giudizio, con il
quale tu colpisci il giusto insieme con l'empio, ma sempre con imparziale
giustizia. Siano rese grazie a te, che non sei stato indulgente verso i miei
peccati e mi hai invece scorticato con duri colpi, infliggendomi dolori e
dandomi angustie, esterne ed interiori. Nessuno, tra tutti coloro che stanno
sotto il cielo, quaggiù, mi può dare consolazione; tu solo lo puoi, o Signore
mio Dio, celeste medico delle anime, che colpisci e risani, "cacci
all'inferno e da esso ritogli" (Tb 13,2). La rigida tua regola stia sopra
di me; essa mi ammaestrerà.
2. Padre diletto, ecco, io sono nelle tue
mani; mi curvo sotto la verga, che mi corregge. Percuotimi il dorso e il collo,
affinché io indirizzi la mia vita tortuosa secondo la tua volontà. Come tu
suoli, e con giustizia, fa' di me un devoto e umile discepolo, pronto a
camminare a ogni tuo cenno. A te affido me stesso, e tutto ciò che è mio, per
la necessaria correzione. E' preferibile essere aspramente rimproverato
quaggiù, che nella vita futura. Tu conosci tutte le cose, nel loro insieme e
una per una; nulla rimane a te nascosto dell'animo umano. Tu conosci le cose
che devono venire, prima che esse siano, e non hai bisogno che alcuno ti
indichi o ti rammenti quello che accade su questa terra. Tu conosci ciò che mi
aiuta a progredire, e sai quanto giova la tribolazione per togliere la ruggine
dei vizi. Fa' di me quello che ti piace, e che io, appunto, desidero; e non
voler giudicare severamente la mia vita di peccato, che nessuno conosce più
perfettamente e chiaramente di te. Fa' che io comprenda ciò che è da
comprendere; che io ami ciò che è da amare; fa' che io approvi ciò che
sommamente piace a te; che io apprezzi ciò che a te pare prezioso; fa' che io
disprezzi ciò che è abietto ai tuoi occhi. Non permettere che io giudichi
"secondo la veduta degli occhi materiali; che io non mi pronunzi secondo quel
che si sente dire" da gente profana (Is 11,3). Fa' che io, invece,
discerna le cose esteriori e le cose spirituali in spirito di verità; fa' che,
sopra ogni cosa, io vada sempre ricercando il tuo volere. Se il giudizio umano,
basato sui sensi, sovente trae in inganno, si ingannano anche coloro che sono
attaccati alle cose del mondo, amando soltanto le cose visibili. Forse che uno
è migliore perché è considerato qualcosa di più, nel giudizio di un altro?
Quando questi lo esalta, è un uomo fallace che inganna un uomo fallace, un
essere vano che inganna un essere vano, un cieco che inganna un cieco, un
miserabile che inganna un miserabile; quando lo elogia a vuoto, realmente lo fa
vergognare ancor più. Invero, secondo il detto dell'umile san Francesco, quanto
ciascuno è ai tuoi occhi, tanto egli è; e nulla di più.
Capitolo
LI
DEDICARSI
A COSE PIU' UMILI QUANDO SI VIENE MENO NELLE PIU' ALTE
Tu non riesci, o figlio, a
persistere in un fervoroso desiderio di virtù e restare in un alto grado di contemplazione.
Talora, a causa della colpa che è all'origine dell'umanità, devi scendere più
in basso e portare il peso di questa vita corruttibile, pur contro voglia e con
disgusto; disgusto e pesantezza di spirito, che sentirai fino a che vestirai
questo corpo mortale. Nella carne, dunque, e sotto il peso della carne devi
spesso patire, poiché non sei capace di stare interamente e continuamente in
occupazioni spirituali e nella contemplazione di Dio. Allora devi rifugiarti in
occupazioni umili e materiali e fortificarti con azioni degne; devi attendere,
con ferma fiducia, che io venga dall'alto e mi manifesti a te; devi sopportare
con pazienza il tuo esilio e la tua aridità di spirito, fino a che io non venga
di nuovo a te, liberandoti da tutte le angosce. Invero ti farò dimenticare le
tue fatiche, nel godimento della pace interiore; ti aprirò dinanzi il campo
delle Scritture, nel quale potrai cominciare a correre con animo sollevato
"la via dei mie comandamenti" (Sal 118,32). Allora dirai: "i
patimenti di questo mondo non sono nulla in confronto alla futura gloria, che
si rivelerà in noi" (R>m 8,18).
Capitolo
LII
L'UOMO NON
SI CREDA MERITEVOLE DI ESSERE CONSOLATO, MA PIUTTOSTO DI ESSERE COLPITO
1. E' giusto, o Signore, quello che fai con me
quando mi lasci abbandonato e desolato; perché della tua consolazione o di
alcuna tua visita spirituale io non son degno, e non lo sarei neppure se
potessi versare tante lacrime quanto un mare. Altro io non merito che di essere
colpito e punito, per averti offeso, spesso e in grave modo, e per avere, in
molte occasioni peccato grandemente. Dunque, a conti fatti, in verità, io non
sono meritevole del minimo tuo conforto. Ma tu, Dio clemente e pietoso, per
manifestare l'abbondanza della tua bontà in copiosa misericordia, non vuoi che
l'uomo, opera della tue mani, perisca; inoltre ti degni di consolare il tuo
servo, anche al di là di ogni merito, in modo superiore all'umano: ché non
somigliano ai discorsi degli uomini, le tue parole consolatrici. O Signore, che
cosa ho fatto perché tu mi abbia a concedere qualche celeste conforto? Non
rammento di aver fatto nulla di buono; rammento invece di essere sempre stato
facile al vizio e tardo all'emendamento. Questa è la verità; non posso negarlo.
Se dicessi il contrario, tu ti porresti contro di me, e nessuno verrebbe a
difendermi. Che cosa ho meritato con i mie peccati, se non l'inferno e il fuoco
eterno?
1. Sinceramente lo confesso, io sono
meritevole di essere vituperato in tutti i modi, e disprezzato, non già di
essere annoverato tra i tuoi fedeli. Anche se questo me lo dico con dolore,
paleserò chiaramente, contro di me, per amore di verità, i miei peccati, così
da rendermi degno di ottenere più facilmente la tua misericordia. Che dirò,
colpevole quale sono, e pieno di vergogna? Non ho la sfrontatezza di
pronunziare parola; se non questa soltanto: ho peccato, Signore, ho peccato,
abbi pietà di me, dammi il tuo perdono. "Lasciami un poco; lascia che io
pianga tutto il mio dolore, prima di andare nel luogo della tenebra, coperto
dalla caligine della morte" (Gb 10,20s). Che cosa chiedi massimamente dal
colpevole, dal misero peccatore, se non che egli si penta e si umilii per le
sue colpe? Dalla sincera contrizione e dall'umiliazione interiore sboccia la
speranza del perdono, e ritrova se stessa la coscienza sconvolta; l'uomo
riacquista la grazia perduta e trova riparo dall'ira futura. Dio e l'anima
penitente si incontrano in un vicendevole santo bacio. Sacrificio a te gradito,
o Signore - sacrificio che odora, al tuo cospetto, molto più soave del profumo
dell'incenso - è l'umile sincero pentimento dei peccatori. E' questo pure
l'unguento gradito che hai voluto fosse versato sui tuoi sacri piedi, giacché
tu non hai disprezzato "un cuore contrito ed umiliato" (Sal 50,19).
In questo sincero pentimento si trova rifugio dalla faccia minacciosa del
nemico. Con esso si ripara e si purifica tutto ciò che, da qualche parte, fu
deturpato e inquinato.
Capitolo
LIII
LA GRAZIA
DI DIO NON SI CONFONDE CON CIO' CHE HA SAPORE DI COSE TERRENE
1. Preziosa, o figlio, è la mia grazia; essa
non tollera di essere mescolata a cose esteriori e a consolazioni terrene.
Perciò devi buttar via tutto ciò che ostacola la grazia, se vuoi che questa sia
infusa in te. Procurati un luogo appartato, compiaciti di stare solo con te
stesso, non andare cercando di chiacchierare con nessuno; effondi, invece, la
tua devota preghiera a Dio, per conservare compunzione d'animo e purezza di
coscienza. Il mondo intero, consideralo un nulla; alle cose esteriori anteponi
l'occuparti di Dio. Ché non potresti attendere a me, e nello stesso tempo
trovare godimento nelle cose passeggere. Occorre allontanarsi dalle persone che
si conoscono e alle quali si vuole bene; occorre tenere l'animo sgombro da ogni
conforto temporale. Ecco ciò che il santo apostolo Pietro chiede, in nome di
Dio: che i seguaci di Cristo si conservino in questo mondo "come
forestieri e pellegrini" (1Pt 2,11). Quanta sicurezza in colui che muore,
senza essere legato alla terra dall'attaccamento per alcuna cosa. Uno spirito debole,
invece, non riesce a mantenere il cuore tanto distaccato: l'uomo materiale non
conosce la libertà dell'uomo interiore. Che se uno vuole veramente essere uomo
spirituale, egli deve rinunciare a tutti, ai lontani e ai vicini; e guardarsi
da se stesso più ancora che dagli altri. Se avrai vinto pienamente te stesso,
facilmente soggiogherai tutto il resto. Trionfare di se medesimi è vittoria
perfetta; giacché colui che domina se stesso - facendo sì che i sensi
obbediscano alla ragione, e la ragione obbedisca in tutto e per tutto a Dio -
questi è, in verità il vincitore di sé e signore del mondo.
1. Se brami elevarti a questa somma altezza, è
necessario che tu cominci con coraggio, mettendo la scure alla radice, per
poter estirpare totalmente la tua segreta inclinazione, contraria al volere di
Dio e volta a te stesso e a tutto ciò che è tuo utile materiale. Da questo
vizio, dall'amore di sé, contrarissimo alla volontà divina, deriva, si può
dire, tutto quanto deve essere stroncato radicalmente. Domato e superato questo
vizio, si farà stabilmente una grande pace e una grande serenità. Ma sono pochi
quelli che si adoprano per morire del tutto a se stessi, e per uscire
pienamente da se stessi. I più restano avviluppati, né sanno innalzarsi
spiritualmente sopra di sé. Coloro che desiderano camminare con me senza
impacci debbono mortificare tutti i loro affetti perversi e contrari all'ordine
voluto da Dio, senza restare attaccati di cupido amore personale ad alcuna
creatura.
Capitolo
LIV
GLI
OPPOSTI IMPULSI DELLA NATURA E DELLA GRAZIA
1. Figlio, considera attentamente gli impulsi
della natura e quelli della grazia; come si muovono in modo nettamente
contrario, ma così sottilmente che soltanto, e a fatica, li distingue uno che
sia illuminato da interiore spiritualità. Tutti, invero, desiderano il bene e,
con le loro parole e le loro azioni, tendono a qualcosa di buono; ma, appunto
per una falsa apparenza del bene, molti sono ingannati. La natura è scaltra,
trascina molta gente, seduce, inganna e mira sempre a se stessa. La grazia,
invece, cammina schietta, evita il male, sotto qualunque aspetto esso appaia;
non prepara intrighi; tutto fa soltanto per amore di Dio, nel quale, alla fine,
trova la sua quiete. La natura non vuole morire, non vuole essere soffocata e
vinta, non vuole essere schiacciata, sopraffatta o sottomessa, né mettersi da
sé sotto il giogo. La grazia, invece, tende alla mortificazione di sé e resiste
alla sensualità, desidera e cerca di essere sottomessa e vinta; non vuole avere
una sua libertà, preferisce essere tenuta sotto disciplina; non vuole prevalere
su alcuno, ma vuole sempre vivere restando sottoposta a Dio; è pronta a cedere
umilmente a ogni creatura umana, per amore di Dio. La natura s'affanna per il
suo vantaggio, e bada all'utile che le possa venire da altri. La grazia,
invece, tiene conto di ciò che giova agli altri, non del profitto e
dell'interesse propri. La natura gradisce onori e omaggi. La grazia, invece,
ogni onore e ogni lode li attribuisce a Dio. La natura rifugge dalla vergogna e
dal disprezzo. La grazia, invece, si rallegra "di patire oltraggi nel nome
di Gesù" (At 5,41). La natura inclina all'ozio e alla tranquillità
materiale. La grazia, invece, non può stare oziosa e accetta con piacere la
fatica. La natura mira a possedere cose rare e belle, mentre detesta quelle
spregevoli e grossolane. La grazia, invece, si compiace di ciò che è semplice e
modesto; non disprezza le cose rozze, né rifugge dal vestire logori panni.
1. La natura guarda alle cose di questo tempo;
gioisce dei guadagni e si rattrista delle perdite di quaggiù; si adira per una
piccola parola offensiva. La grazia, invece, non sta attaccata all'oggi, ma
guarda all'eternità; non si agita per la perdita di cose materiali; non si
inasprisce per una parola un po' brusca, perché il suo tesoro e la sua gioia li
pone nel cielo dove nulla perisce. La natura è avida, preferisce prendere che
donare, ha caro ciò che è proprio e personale. La grazia, invece, è
caritatevole e aperta agli altri; rifugge dalle cose personali, si contenta del
poco, ritiene "più bello dare che ricevere" (At 20,35). La natura
tende alle creature e al proprio corpo, alla vanità e alle chiacchiere. La
grazia, invece, si volge a Dio e alle virtù; rinuncia alle creature, fugge il mondo,
ha in orrore i desideri della carne, frena il desiderio di andare di qua e di
là, si vergogna di comparire in pubblico. La natura gode volentieri di qualche
svago esteriore, nel quale trovino piacere i sensi. La grazia, invece, cerca
consolazione soltanto in Dio, e, al di sopra di ogni cosa di questo mondo, mira
a godere del sommo bene. La natura tutto fa per il proprio guadagno e il
proprio vantaggio; non può fare nulla senza ricevere nulla; per ogni favore
spera di conseguirne uno uguale o più grande, oppure di riceverne lodi e
approvazioni; desidera ardentemente che i suoi gesti e i suoi doni siano molto
apprezzati. La grazia, invece, non cerca nulla che sia passeggero e non chiede,
come ricompensa, altro premio che Dio soltanto; delle cose necessarie in questa
vita non vuole avere più di quanto le possa essere utile a conseguire le cose
eterne.
2. La natura si compiace di annoverare molte
amicizie e parentele; si vanta della provenienza da un luogo celebre o della
discendenza da nobile stirpe; sorride ai potenti, corteggia i ricchi ed
applaude coloro che sono come lei. La grazia, invece, ama anche i nemici; non
si esalta per la quantità degli amici; non dà importanza al luogo di origine o
alla famiglia da cui discende, a meno che in essa vi sia una virtù superiore; è
ben disposta verso il povero, più che verso il ricco; simpatizza maggiormente
con la povera gente che con i potenti; sta volentieri con le persone sincere,
non già con gli ipocriti; esorta sempre le anime buone ad ambire a "doni
spirituali sempre più grandi" (1Cor 12,31), così da assomigliare, per le
loro virtù, al Figlio di Dio. La natura, di qualcosa che manchi o che dia noia,
subito si lamenta. La grazia sopporta con fermezza ogni privazione. La natura
riferisce tutto a sé; lotta per sé, discute per sé. La grazia, invece,
riconduce tutte le cose a Dio, da cui provengono come dalla loro origine; nulla
di buono attribuisce a se stessa, non presume di sé con superbia; non contende,
non pone l'opinione propria avanti alle altre; anzi si sottomette, in ogni suo
sentimento e in ogni suo pensiero, all'eterna sapienza e al giudizio di Dio. La
natura è avida di conoscere cose segrete e vuol sapere ogni novità; ama uscir
fuori, per fare molte esperienze; desidera distinguersi e darsi da fare in modo
che ad essa possa venirne lode e ammirazione. La grazia, invece, non si
preoccupa di apprendere novità e curiosità, perché tutto il nuovo nasce da una
trasformazione del vecchio, non essendoci mai, su questa terra, nulla che sia
nuovo e duraturo. La grazia insegna, dunque, a tenere a freno i sensi, a
evitare la vana compiacenza e l'ostentazione, a tener umilmente nascosto ciò
che sarebbe degno di lode e di ammirazione, infine a tendere, in tutte le
nostre azioni e i nostri studi, al vero profitto, alla lode e alla gloria di
Dio. Non vuol far parlare di sé e delle cose sue, desiderando, invece, che, in
tutti i suoi doni, sia lodato Iddio, che tutto elargisce per puro amore.
3. E', codesta grazia, una luce
sovrannaturale, propriamente un dono particolare di Dio, un segno distintivo
degli eletti, una garanzia della salvezza eterna. La grazia innalza l'uomo
dalle cose terrestri all'amore del cielo e lo trasforma da carnale in
spirituale. Adunque, quanto più si tiene in freno e si vince la natura, tanto
maggior grazia viene infusa in noi; così, per mezzo di continue e nuove
manifestazioni divine, l'uomo interiore si trasforma secondo l'immagine di Dio.
Capitolo
LV
LA
CORRUZIONE DELLA NATURA E LA POTENZA DELLA GRAZIA DIVINA
1. o Signore mio Dio, che mi hai creato a tua
immagine e somiglianza, concedimi questa grazia grande, indispensabile per la
salvezza, come tu ci hai rivelato; così che io possa superare la mia natura,
tanto malvagia, che mi trae al peccato e alla perdizione. Ché, nella mia carne,
io sento, contraria alla "legge della mia ragione, la legge del
peccato" (Rm 7,23), la quale mi fa schiavo e di frequente mi spinge ad
obbedire ai sensi. E io non posso far fronte alle passioni peccaminose,
provenienti da questa legge del peccato, se non mi assiste la tua grazia santissima,
infusa nel mio cuore, che ne avvampa. Appunto una tua grazia occorre, una
grazia grande, per vincere la natura, sempre proclive al male, fin dal
principio. Infatti, per colpa del primo uomo Adamo, la natura decadde, corrotta
dal peccato; e la triste conseguenza di questa macchia passò in tutti gli
uomini, talché quella "natura", da te creata buona e retta, ormai è
intesa come "vizio e debolezza della natura corrotta". Così, per la
libertà che le è lasciata, la natura trascina verso il male e verso il basso. E
quel poco di forza che rimane nella natura è come una scintilla coperta dalla
cenere. E' questa la ragione naturale, che, pur se circondata da oscurità, è
ancora capace di giudicare il bene ed il male, e di separare il vero dal falso;
anche se non riesce a compiere tutto quello che riconosce come buono, anche se
non possiede la pienezza del lume della verità e la perfetta purezza dei suoi
affetti. E' per questo, o mio Dio, che "nello spirito, mi compiaccio della
tua legge" (Rm 7,22), sapendo che il tuo comando è buono, giusto e santo,
tale che ci invita a fuggire ogni male e ogni peccato. Invece, nella carne, io
mi sottometto alla legge del peccato, obbedendo più ai sensi che alla ragione.
E' per questo che "volere il bene mi è facile, ma a compiere il bene non
riesco" (Rm 7,18). E' per questo che vado spesso proponendomi molte buone
cose; ma mi manca la grazia che mi aiuti nella mia debolezza, e mi ritiro e
vengo meno anche per una piccola difficoltà. E' per questo che mi avviene di
conoscere la via della perfezione e di vedere con chiarezza quale debba essere
la mia condotta; ma poi, schiacciato dal peso della corruzione dell'umanità,
non riesco a salire a cose più elevate.
1. La tua grazia, o Signore, mi è davvero
massimamente necessaria per cominciare, portare avanti e condurre a compimento
il bene: "senza di essa non posso far nulla" (Gv 15,5), "mentre
tutto posso in te" che mi dai forza, con la tua grazia (Fil 4,13). Grazia
veramente di cielo, questa; mancando la quale i nostri meriti sono un nulla, e
un nulla si devono considerare anche i doni naturali. Abilità e ricchezza,
bellezza e forza, intelligenza ed eloquenza, nulla valgono presso di te, o
Signore, se manca la grazia. Ché i doni di natura li hanno sia i buoni che i
cattivi; mentre dono proprio degli eletti è la grazia, cioè l'amore di Dio.
Rivestiti di tale grazia, gli eletti sono ritenuti degni della vita eterna.
Tutto sovrasta, questa grazia; tanto che né il dono della profezia, né il
potere di operare miracoli, né la più alta contemplazione non valgono nulla,
senza di essa. Neppure la fede, neppure la speranza, né le altre virtù sono a
te accette, senza la carità e la grazia.
2. O grazia beata, che fai ricco di virtù chi
è povero nello spirito e fai ricco di molti beni chi è umile di cuore, vieni,
discendi in me, colmami, fin dal mattino della tua consolazione, cosicché
l'anima mia non venga meno per stanchezza e aridità interiore! Ti scongiuro, o
Signore: che io trovi grazia ai tuoi occhi. La tua gloria mi basta (2Cor 12,9),
pur se non otterrò tutto quello cui tende la natura umana. Anche se sarò
tentato e angustiato da molte tribolazioni, non temerò alcun male, finché la
tua grazia sarà con me. Essa mi dà forza, guida ed aiuto; vince tutti i nemici,
è più sapiente di tutti i sapienti. Essa è maestra di verità e di vita, luce
del cuore, conforto nell'afflizione. Essa mette in fuga la tristezza, toglie il
timore, alimenta la pietà, genera le lacrime. Che cosa sono io mai, senza la
grazia, se non un legno secco, un ramo inutile, da buttare via? "La tua
grazia, dunque, o Signore, mi preceda sempre e mi segua, e mi conceda di essere
sempre pronto a operare, per Gesù Cristo, Figlio tuo. Amen. (Messale Romano,
oremus della XVI domenica dopo Pentecoste).
Capitolo
LVI
RINNEGARE
SE STESSI E IMITARE CRISTO NELLA CROCE
1. O figlio, tu potrai trasmutarti in me, a
misura che riuscirai ad uscire da te stesso. Ché l'intimo oblio di se stessi
congiunge a Dio, come la mancanza di desideri esterni porta la pace interiore.
Io voglio che tu apprenda a rinnegare pienamente te stesso, in adesione alla
mia volontà, senza obiezioni, senza lamentele. "Seguimi" (Mt 9,9).
"Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14,6). Senza la via non si
cammina; senza la verità non si conosce; senza la vita non si vive. Io sono la
via che devi seguire; la verità cui devi credere; la vita che devi sperare. Io
sono la via che non si deve lasciare, la verità che non sbaglia, la vita che
non ha termine. Io sono la via diritta, la verità ultima, la vita eterna,
beata, increata. "Se rimarrai nella mia via, conoscerai la verità e la
verità ti farà libero" (Gv 8,32); così raggiungerai la vita eterna.
"Vuoi entrare nella vita? Osserva i comandamenti" (Mt 19,17). Vuoi
conoscere la verità? Chiedi a me. "Vuoi essere perfetto? Vendi ogni tua
cosa" (Mt 19,21). Vuoi essere mio discepolo? Rinnega te stesso (cfr Lc
9,23; 14,27; Mt 16,24). Vuoi avere la vita eterna? Disprezza la vita presente.
Vuoi essere esaltato in cielo? Umiliati in questo mondo. Vuoi regnare con me?
Con me porta la croce. Soltanto quelli che si fanno servi della croce trovano
la via della beatitudine e della vera luce.
1. O Signore Gesù, dura fu la tua vita, e
disprezzata dagli uomini; fa' che io ti possa imitare, disprezzato dal mondo,
giacché "il servo non è da più del suo padrone, né il discepolo è da più
del maestro" (Mt 10,24). Che il tuo servo si addestri alla scuola della
vita, perché in essa sta la mia salvezza e la vera santità; qualunque cosa io
legga o ascolti, fuori di essa, non mi ristora e non mi allieta pienamente. Figlio,
tutte queste cose le conosci e le hai lette; sarai beato se le metterai in
pratica. "Chi ha dinanzi agli occhi i miei comandamenti, e li osserva,
questi mi ama; e io l'amerò, mi manifesterò a lui" (Gv 24,21) e lo farò
sedere con me nel regno del Padre mio (Ap 3,21). O Signore Gesù, come hai detto
e hai promesso, così sia fatto veramente, e a me sia dato di meritarlo. Ho
ricevuto la croce, l'ho ricevuta dalla tua mano; la porterò, la porterò fino
alla morte, come tu me l'hai posta sulle spalle. In verità la vita di un santo
monaco è la croce; ma la croce è guida al paradiso. Abbiamo cominciato; non ci
è lecito tornare indietro, né lasciare ciò che abbiamo intrapreso. Via, o
fratelli, procediamo insieme: Gesù sarà con noi. Abbiamo preso questa croce per
amore di Gesù; per amore di Gesù perseveriamo nella croce. Colui che ci guida e
ci precede sarà il nostro aiuto. Ecco, il nostro re camminare avanti a noi;
"egli combatterà per noi" (2Esd 4,20). Seguiamolo con animo virile;
che nessuno abbia paura, né si lasci atterrire; che noi siamo pronti a morire
coraggiosamente nella lotta; che non abbiamo a gravare il nostro buon nome con
una delittuosa fuga (1Mac 9,10) dinanzi alla croce.
Capitolo
LVII
NON CI SI
DEVE ABBATTERE ECCESSIVAMENTE QUANDO SI CADE IN QUALCHE MANCANZA
1. O figlio, più mi è cara l'umile
sopportazione nelle avversità, che la pienezza di devota consolazione del tempo
favorevole. Perché ti rattrista una piccolezza che venga detta contro di te? Anche
se si trattasse di qualcosa di più, non dovresti turbarti. Lascia andare,
invece. Non è cosa strana; non è la prima volta, né sarà l'ultima, se vivrai a
lungo. Tu sei molto forte fino a che nulla ti contraria; sai persino dare buoni
consigli e fare forza ad altri con le tue parole. Ma non appena si presenta
alla tua porta un'improvvisa tribolazione, consiglio e forza ti vengono meno.
Guarda alla tua grande fragilità, che hai constatata molto spesso, di fronte a
piccole contraddizioni. Pure, è per il tuo bene che accadono simili cose;
deponile, dunque, dal tuo cuore, come meglio puoi. E se una cosa ti colpisce,
non per questo ti abbatta o ti tenga legato a lungo. Sopporta almeno con
pazienza, se non ti riesce con gioia. Anche se una cosa te la senti dire
malvolentieri e ne provi indignazione, devi dominarti; non devi permettere che
dalla tua bocca esca alcunché di ingiusto, che dia scandalo ai semplici. Ben
presto l'eccitazione emotiva si placherà, e l'eterna sofferenza si farà più
lieve, con il ritorno della grazia.
1. Ecco, "io vivo - dice il Signore
-" (Is 49,18), pronto ad aiutarti più ancora del solito, se a me ti
affiderai, devotamente invocandomi. "Tu sii più rassegnato" (Bar
4,30); sii pronto a una maggiore sopportazione. Non è del tutto inutile che tu
ti senta tribolato e fortemente tentato: sei un uomo, e non Dio; carne, non
spirito angelico. Come potresti mantenerti sempre nel medesimo stato di virtù,
quando questo venne meno a un angelo, in cielo, e al primo uomo, nel paradiso?
Io sono "colui che solleva e libera quelli che piangono" (Gb 5,11);
colui che innalza alla mia condizione divina quelli che riconoscono la loro
debolezza. O Signore, benedetta sia la tua parola, dolce al mio orecchio
"più del miele di favo" (Sal 18,11). Che farei io mai, in così grandi
tribolazioni e nelle mie angustie, se tu non mi confortassi con le tue sante
parole? Purché, alla fine, io giunga al porto della salvezza, che importa quali
e quanto grandi cose dovrò aver patito? Concedimi un felice concepimento, un
felice trapasso da questo mondo. "Ricordati di me , o mio Dio" (2Esd
13,22) e conducimi nel tuo regno, per retto cammino. Amen.
Capitolo
LVIII
NON
DOBBIAMO CERCAR DI CONOSCERE LE SUPERIORI COSE DEL CIELO E GLI OCCULTI GIUDIZIO
DI DIO
1. O figlio, guardati dal voler disputare
delle cose del cielo e degli occulti giudizi di Dio: perché quello è così
derelitto e quell'altro è portato a un così grande stato di grazia; ancora,
perché quello viene tanto colpito e quell'altro viene tanto innalzato. Tutto
ciò va al di là di ogni umana capacità; non v'è alcun ragionamento, non v'è
alcuna disquisizione che valga a comprendere il giudizio di Dio. Quando,
dunque, una spiegazione ti viene suggerita dal nemico, oppure certuni
indiscreti la vanno cercando, rispondi con quel detto del profeta: "tu sei
giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio" (Sal 118,137); o con
quest'altro: "veri sono i giudizi di Dio, santi in se stessi" (Sal
18,10). Tu devi venerare i miei giudizi, non discuterli, perché essi sono incomprensibili
per l'intelletto umano. Neppure devi indagare e discutere dei meriti dei beati:
chi sia più santo o chi sia più grande nel regno dei cieli. Sono cose che danno
luogo spesso a dispute e a contese inutili e fomentano la superbia e la
vanagloria; onde nascono invidie e divisioni, giacché uno si sforza,
presuntuosamente, di portare innanzi un santo, un altro, un altro santo. Ma
sono cose che, a volerle conoscere ed indagare, non portano alcun frutto; cose
che, invece sono sgradite ai beati, poiché "io non sono un Dio di discordia
ma di pace" (1Cor 14,33). Una pace che consiste nella vera umiltà, più che
nella esaltazione di sé.
1. Ci sono alcuni che, quasi per un geloso
affetto, sono tratti verso questi o questi altri santi, con maggior sentimento:
sentimento umano, però, piuttosto che divino. Sono io che ho fatto i santi
tutti; sono io che ho elargito la grazia; sono io che ho accordato la gloria;
sono io che, conoscendo i meriti di ciascuno, sono andato loro incontro
benedicendoli nella mia bontà (Sal 20,4): io che li sapevo eletti, prima di
tutti i secoli. "Sono stato io a sceglierli dal mondo, non loro a
scegliere me" (Gv 15,16.19); sono stato io a chiamarli con la mia grazia,
ad attirarli con la mia misericordia; sono stato io a condurli attraverso varie
tentazioni, e ad infondere loro stupende consolazioni; sono stato io a dar loro
la perseveranza e a premiare le loro sofferenze. Io conosco chi è primo tra di
essi, e chi è ultimo; ma tutti li abbraccio in un amore che non ha misura. In
tutti i miei santi, a me va data la lode; sopra ogni cosa, a me va data la
benedizione; a me va dato l'onore per ciascuno di quelli che io ho fatto
grandi, con tanta gloria, ed ho predestinati, senza che ne avessero dapprima
alcun merito. Per questo chi disprezza il più piccolo dei miei santi, non onora
neppure quello che sia grande, perché "fui io a fare e il piccolo e il
grande" (Sap 6,8). E chi diminuisce uno qualunque dei santi, diminuisce
anche me e tutti gli altri che sono nel regno dei cieli. Una cosa sola
costituiscono tutti i beati, a causa del vincolo dell'amore; uno è il loro
sentimento, uno il loro volere, e tutti unitamente si amano. Di più - cosa
molto più eccelsa - amano me più che se stessi e più che i propri meriti.
Giacché, innalzati sopra di sé e strappati dall'amore di sé, essi, nell'amore,
si volgono totalmente verso di me; di me godono, in me trovano pace. Non c'è
nulla che li possa distogliere o tirare al basso: colmi dell'eterna verità,
ardono del fuoco di un inestinguibile amore. Smettano, dunque, gli uomini
carnali e materiali, essi che sanno apprezzare soltanto il proprio personale
piacere, di disquisire della condizione dei santi. Essi tolgono e accrescono
secondo il loro capriccio, non secondo quanto è disposto dall'eterna verità.
Molti non capiscono; soprattutto quelli che, per scarso lume interiore, a
stento sanno amare qualcuno di perfetto amore spirituale. Molti, per naturale
affetto e per umano sentimento , sono attratti verso questi o quei santi, e
concepiscono il loro atteggiamento verso i santi del cielo come quello verso
gli uomini di quaggiù; mentre c'è un divario incolmabile tra il modo di pensare
della gente lontana dalla perfezione e le intuizioni raggiunte, per superiore
rivelazione, da coloro che sono particolarmente illuminati.
2. Guardati dunque, o figlio, dall'occuparti
avidamente di queste cose, che vanno al di là della possibile tua conoscenza;
preoccupati e sforzati piuttosto di poterti trovare tu nel regno dei cieli,
magari anche ultimo. Ché, pure se uno sapesse chi sia più santo di un altro o
sia considerato più grande nel regno dei cieli, a che cosa ciò gli gioverebbe,
se non ne traesse motivo di abbassarsi dinanzi a me, levandosi poi a lodare
ancor più il mio nome? Compie cosa molto più gradita a Dio colui che pensa alla
enormità dei suoi peccati, alla pochezza delle sue virtù e a quanto egli sia
lontano dalla perfezione dei santi; molto più gradita di quella che fa colui
che disputa intorno alla maggiore o minore grandezza dei santi. E' cosa
migliore implorare i santi, con devote preghiere e supplicarli umilmente
affinché, dalla loro gloria, ci diano aiuto; migliore che andare indagando, con
inutile ricerca, il segreto della loro condizione. Essi sono paghi, e
pienamente. Magari gli uomini riuscissero a limitarsi, frenando i loro
vaniloqui. I santi non si vantano dei loro meriti; non ascrivono a sé nulla di
ciò che è buono, tutto attribuendo a me; poiché sono stato io, nel mio amore
infinito a donare ad essi ogni cosa. Di un così grande amore di Dio e di una
gioia così strabocchevole i santi sono ricolmi; ché ad essi nulla manca di
gloria, nulla può mancare di felicità. I santi, quanto più sono posti in alto
nella gloria, tanto più sono umili in se stessi, e a me più cari. Per questo
trovi scritto che "deponevano le loro corone dinanzi a Dio, cadendo faccia
a terra dinanzi all'Agnello e adorando il Vivente nei secoli dei secoli"
(Ap 4,10; 5,14).
3. Molti cercano di sapere chi sia il maggiore
nel regno di Dio, e non sanno neppure se saranno degni di essere colà
annoverati tra i più piccoli. Ed è gran cosa essere pure il più piccolo, in
cielo, dove tutti sono grandi, perché "saranno detti - e lo saranno -
figli di Dio" (Mt 5,9); "il più piccolo diventerà come mille"
(Is 60,22); "il più misero morirà di cento anni" (Is 65,20). Quando
infatti i discepoli andavano chiedendo chi sarebbe stato il maggiore nel regno
dei cieli, si sentirono rispondere così: "se non vi sarete convertiti e
non vi sarete fatti come fanciulli non entrerete nel regno dei cieli; chi
dunque si sarà fatto piccolo come questo fanciullo, questi è il più grande nel
regno dei cieli" (Mt 18,3s). Guai a coloro che non vogliono accettare di
buon grado di farsi piccoli come fanciulli: la piccola porta del regno dei
cieli non permetterà loro di entrare. Guai anche ai ricchi, che hanno quaggiù
le loro consolazioni; mentre i poveri entreranno nel regno di Dio, essi
resteranno fuori, in lamenti. Godete, voi piccoli; esultate, voi "poveri,
perché il regno di Dio è vostro" (Lc 6,20); a condizione però che voi
camminiate nella verità.
Capitolo
LIX
PORRE OGNI
NOSTRA SPERANZA E OGNI FIDUCIA SOLTANTO IN DIO
1. O Signore, che cosa è mai la fiducia che ho
in questa vita. Quale è il mio più grande conforto, tra tutte le cose che si
vedono sotto il cielo? Non sei forse tu, o Signore, mio Dio di infinita
misericordia? Dove mai ho avuto bene, senza di te; quando mai ho avuto male con
te? Voglio essere povero per te, piuttosto che ricco senza di te; voglio
restare pellegrino su questa terra, con te, piuttosto che possedere il cielo,
senza di te. Giacché dove sei tu, là è cielo; e dove tu non sei, là è morte ed
inferno. Sei tu il mio desiderio ultimo; perciò io ti debbo seguire, con gemiti
e lacrime ed alte, commosse preghiere. In una parola, non posso avere piena
fiducia in alcuno che mi venga in aiuto nelle varie necessità, fuori che in te
soltanto, mio Dio. "La mia speranza" e la mia fiducia sei tu (Sal
141,6); tu, il mio consolatore, il più fedele in ogni momento. "Ognuno va
cercando ciò che a lui giova" (Fil 2,21); e tu, o Dio, ti prefiggi soltanto
la mia salvezza e tutto volgi in bene per me. Pur quando mi esponi a varie
tentazioni e avversità, tutto questo tu lo vuoi per il mio bene, giacché quelli
che tu ami usi metterli in vario modo alla prova; e in questa prova io debbo
amare e ringraziare, non meno che quando tu mi colmi di celesti consolazioni.
1. In te, dunque, o Signore Dio, ripongo tutta
la mia speranza; in te cerco il mio rifugio; in te rimetto tutte le mie
tribolazioni e le mie difficoltà, ché tutto trovo debole e insicuro ciò che io
vedo fuori di te. Non mi gioveranno, infatti, i molti amici; non mi saranno di
aiuto coloro che vengono a soccorrermi, per quanto forti; non mi potranno dare
un parere utile i prudenti, per quanto saggi; non mi potranno dare conforto i
libri dei sapienti; non ci sarà una preziosa ricchezza che mi possa dare
libertà; non ci sarà un luogo ameno e raccolto che mi possa dare sicurezza, se
non sarai presente tu ad aiutarmi, a confortarmi, a consolarmi; se non sarai
presente tu ad ammaestrarmi e a proteggermi. In verità, tutte le cose che
sembrano fatte per dare pace e felicità non sono nulla e non danno realmente
felicità alcuna, se non ci sei tu. Tu sei, dunque, l'ultimo termine di ogni
bene, il supremo senso della vita, la massima profondità di ogni parola.
Sperare in te sopra ogni cosa è il maggior conforto di chi si è posto al tuo
servizio. "A te sono rivolti i miei occhi (Sal 140,80); in te confido, o
mio Dio (Sal 24,1s), padre di misericordia" (2Cor 1,3). Benedici e
santifica, con la tua celeste benedizione, l'anima mia, affinché essa sia fatta
tua santa dimora e sede della eterna gloria; e nulla si trovi in questo tempio
della tua grandezza, che offenda l'occhio della tua maestà. Guarda a me, nella
tua immensa bontà e nell'abbondanza della tua misericordia; ascolta la
preghiera del tuo servo, che va peregrinando in questa terra oscura di morte.
Proteggi e custodisci l'anima di questo tuo piccolo servo, nei tanti pericoli
della vita di quaggiù; dirigila con la tua grazia per la via della pace, alla
patria della eterna luce. Amen.
FINISCE IL LIBRO DELLA
CONSOLAZIONE INTERIORE.
Libro
IV
INCOMINCIANO
I CONSIGLI DEVOTI PER LA SANTA COMUNIONE
Parola di Cristo
"Venite a me tutti, voi che
siete affaticati e oppressi; ed io vi ristorerò", dice il Signore (Mt
11,28).
"Il pane che io darò è la mia
carne per la vita del mondo" (Gv 6,52). "Prendete e mangiate, questo
è il mio corpo, che sarà dato per voi: fate questo in memoria di me" (1Cor
11,24).
"Chi mangia la mia carne e
beve il mio sangue rimane in me, ed io in lui" (Gv 6,57).
"Le parole che vi ho dette
sono spirito e vita" (Gv 6,64).
Capitolo
I
CON
QUANTA VENERAZIONE SI DEBBA ACCOGLIERE CRISTO
Parola del discepolo
1. O Cristo, verità eterna. Sono queste,
parole tue, anche se non pronunciate in un solo momento, né scritte in un sol
punto. E poiché sono parole tue, e veritiere, esse devono essere accolte tutte
da me con gratitudine e con fede. Sono parole tue, pronunciate da te; ma sono
anche mie, giacché le hai proferite per la mia salvezza. E dalla tua bocca le
prendo con gioia, per farle penetrare più profondamente nel mio cuore. Parole
di così grande misericordia, piene di dolcezza e di amore, mi sollevano; ma mi
atterriscono i miei peccati, e la mia coscienza non pura mi impedisce di
ricevere sì grandi misteri. La dolcezza delle tue parole mi spinge, ma poi mi
attarda il cumulo dei miei difetti. Tu mi comandi di accostarmi a te con
fiducia, se voglio stare intimamente in te; tu mi comandi di ricevere il cibo
dell'immortalità, se voglio conquistare la vita eterna e la gloria.
"Venite tutti a me - dici - voi che siete faticati e oppressi, ed io vi
ristorerò" (Mt 11,28). Dolce all'orecchio del peccatore, e piena
d'intimità, questa parola; una parola con la quale tu, o Signore Dio mio,
inviti me, misero e povero, alla comunione del tuo corpo santissimo.
1. Ma chi sono io, o Signore, per credermi
degno di accostarmi a te? Gli immensi cieli non ti contengono, e tu dici:
"Venite a me tutti". Che cosa vuol dire una degnazione così
misericordiosa, un invito così pieno di amicizia? Come oserò venire, io che so
bene di non avere nulla di buono, per cui possa credermene degno? Come ti farò
entrare nella mia casa, io che molte volte ho offeso il tuo volto tanto
benigno? Gli angeli e gli arcangeli ti venerano; ti temono i santi e i beati; e
tu dici: "Venite tutti a me". Se non fossi tu a dirlo, o Signore, chi
lo crederebbe; e se non fossi tu a comandarlo, chi avrebbe il coraggio di
avvicinarsi? Ecco, Noè, uomo giusto, lavorò cent'anni nella costruzione
dell'arca, per trovare salvezza con pochi suoi; e come potrò io, solo in
un'ora, prepararmi a ricevere con religioso timore il costruttore del mondo?
Mosè, il servo tuo grande, a te particolarmente caro, fece un'arca con legni
non soggetti a marcire e la rivestì d'oro purissimo, per riporvi le tavole
della legge; ed io, putrida creatura, oserò ricevere con tanta leggerezza te,
autore della legge e datore della vita? Salomone, il sapientissimo re
d'Israele, costruì, con un lavoro di sette anni, un tempio grandioso a lode del
tuo nome; ne celebrò la dedicazione con una festa di otto giorni e con
l'offerta di mille vittime pacifiche; e collocò solennemente, tra gioiosi suoni
di tromba, l'arca dell'alleanza nel luogo per essa predisposto. E come ti
introdurrò nella mia casa, io, infelice, il più miserabile tra gli uomini; io
che, a stento, riesco a passare devotamente una mezz'ora? E fosse almeno, una
volta, una mezz'oretta passata come si deve!
2. O mio Dio, quanto si sforzarono di fare
costoro per piacerti! Ahimé! Come è poco quello che faccio io. Come è breve il
tempo che impiego quando mi preparo a comunicarmi: raramente tutto raccolto;
ancor più raramente libero da ogni distrazione. Mentre, alla presenza
salvatrice della tua essenza divina, non dovrebbe, di certo, affacciarsi alcun
pensiero non degno di te; ed io non dovrei lasciarmi prendere da alcuna
creatura, giacché sto per ricevere nella mia casa, non un angelo, ma il Signore
degli angeli. Eppure c'è un abisso tra l'arca dell'alleanza, con le cose sante
che custodisce, e il corpo tuo purissimo, con la sua forza indicibile; tra i
sacrifici legali di allora, immagine dei sacrifici futuri, e il tuo corpo,
vittima vera, che porta a compimento tutti gli antichi sacrifici. Perché dunque
non mi infiammo di più alla tua adorabile presenza; perché non mi preparo con
cura più grande a nutrirmi della tua santità, quando quei santi dell'Antico
Testamento - patriarchi e profeti, e anche re e principi, in unione con tutto
il popolo - dimostrarono un così grande slancio devoto verso il culto divino?
Danzò il piissimo re Davide, con tutte le sue forze, la danza sacra dinanzi
all'arca di Dio, riandando col pensiero alle prove d'amore date, in passato, da
Dio ai patriarchi; apprestò strumenti vari, compose salmi e li fece cantare in
letizia, e più volte cantò lui stesso sulla cetra, mosso dalla grazia dello
Spirito Santo; istruì il popolo d'Israele a lodare Iddio con tutto il cuore, a
benedire ed esaltare ogni giorno il nome di Dio, d'una sola voce. Se allora si
viveva in così grande devozione; se di quel tempo restò il ricordo delle lodi
date a Dio davanti all'arca dell'alleanza, quanta venerazione e quanta
devozione devono essere ora in me, e in tutto il popolo cristiano, di fronte al
sacramento e nell'atto di nutrirsi del corpo di Cristo, cosa più di ogni altra
sublime?
3. Corrono molti, fino a luoghi lontani, per
vedere le reliquie dei santi e stanno a bocca aperta a sentire le cose
straordinarie compiute dai santi stessi; ammirano le grandi chiese; osservano e
baciano le sacre ossa, avvolte in sete intessute d'oro. Mentre qui, accanto a
me, sull'altare, ci sei tu, mio Dio, santo dei santi, il creatore degli uomini
e il signore degli angeli. Spesso è la curiosità umana che spinge a quelle
visite, un desiderio di cose nuove, non mai viste; ma se ne riporta scarso frutto
di miglioramento interiore, specialmente quando il peregrinare è così
superficiale, privo di una vera contrizione. Mentre qui, nel sacramento
dell'altare, sei interamente presente tu, mio Dio, "uomo Cristo Gesù"
(1Tm 2,5); qui si riceve frutto abbondante di salvezza eterna, ogni volta che
ti accoglie degnamente e con devozione. Non una qualunque superficialità, né la
smania curiosa di vedere con i propri occhi, ci porta a questo sacramento, ma
una fede sicura, una pia speranza, un sincero amore. O Dio, invisibile creatore
del mondo, come è mirabile quello che tu fai con noi; come è soave e
misericordioso quello che concedi ai tuoi eletti, ai quali offri te stesso,
come cibo nel sacramento. Sacramento che oltrepassa ogni nostra comprensione,
trascina in modo del tutto particolare il cuore delle persone devote e infiamma
il loro amore. Anche coloro che ti seguono con pia fedeltà, coloro che regolano
tutta la loro vita al fine del perfezionamento spirituale, ricevono spesso da
questo eccelso sacramento aumento di grazia nella devozione e nell'amore della
virtù. Mirabile e nascosta, questa grazia del sacramento, che soltanto i
seguaci di Cristo conoscono, mentre non la sentono coloro che non hanno la fede
e sono asserviti al peccato. In questo sacramento è data la grazia spirituale,
è restaurata nell'anima la virtù perduta e torna l'innocenza, che era stata
deturpata dal peccato. Tanto grande è talora questa grazia che, per la pienezza
della devozione conferita, non soltanto lo spirito, ma anche il fragile corpo
sente che gli sono state date forze maggiori.
4. Rammarichiamoci altamente e lamentiamo la
nostra tiepidezza e negligenza, poiché non siamo tratti da un ardore più grande
a ricevere Cristo, nel quale consiste tutta la speranza e il merito della
salvezza. E' lui, infatti, "la nostra santificazione e la nostra
redenzione" (1Cor 1,30); è lui il conforto di noi che siamo in cammino; è
lui l'eterna gioia dei santi. Rammarichiamoci, dunque, altamente che tanta
gente si renda così poco conto di questo mistero di salvezza, letizia del cielo
e fondamento di tutto il mondo. Cecità e durezza del cuore umano, non curarsi
maggiormente di un dono così grande, o, godendone tutti i giorni, finire
persino col non badarvi! Se questo sacramento santissimo si celebrasse soltanto
in un certo luogo, e fosse consacrato da un solo sacerdote in tutto il mondo,
pensa da quale desiderio sarebbero tutti presi di andare in quel luogo, a quel
sacerdote, per veder celebrare i divini misteri. Ma, ecco, i sacerdoti sono
moltissimi, e Cristo viene immolato in molti luoghi; e così quanto più è
diffusa nel mondo la sacra comunione, tanto più è manifesta la grazia e la
carità di Dio verso l'uomo. Che tu sia ringraziato, o Gesù buono, pastore
eterno, che con il tuo corpo prezioso e con il tuo sangue ti sei degnato di
ristorare noi poveri ed esuli, invitandoci a ricevere questi misteri con queste
parole, uscite dalla tua stessa bocca: "venite tutti a me, voi che siete
faticati ed oppressi, ed io vi ristorerò" (Mt 11,28).
Capitolo
II
NEL
SACRAMENTO SI MANIFESTANO ALL'UOMO LA GRANDE BONTA' E L'AMORE DI DIO
Parola del discepolo
1. O Signore, confidando nella tua bontà e
nella tua grande misericordia, mi appresso infermo al Salvatore, affamato e
assetato alla fonte della vita, povero al re del cielo, servo al Signore,
creatura al Creatore, desolato al pietoso mio consolatore. Ma "per qual
ragione mi è dato questo, che tu venga a me?" (Lc 1,43). Chi sono io,
perché tu ti doni a me; come potrà osare un peccatore di apparirti dinanzi;
come ti degnerai di venire ad un peccatore? Ché tu lo conosci, il tuo servo; e
sai bene che in lui non c'è alcunché di buono, per cui tu gli dia tutto ciò.
Confesso, dunque, la mia pochezza, riconosco la tua bontà, glorifico la tua
misericordia e ti ringrazio per il tuo immenso amore. Infatti non è per i miei
meriti che fai questo, ma per il tuo amore: perché mi si riveli maggiormente la
tua bontà, più grande mi si offra il tuo amore e l'umiltà ne risulti più
perfettamente esaltata. Poiché, dunque, questo ti è caro, e così tu comandasti
che si facesse, anche a me è cara questa tua degnazione. E voglia il Cielo che
a questo non sia di ostacolo la mia iniquità.
1. Gesù, pieno di dolcezza e di benignità,
quanta venerazione ti dobbiamo, e gratitudine e lode incessante, per il fatto
che riceviamo il tuo santo corpo, la cui grandezza nessuno può comprendere
pienamente. Ma quali saranno i miei pensieri in questa comunione con te, in
questo avvicinarmi al mio Signore; al mio Signore che non riesco a venerare
nella misura dovuta e che tuttavia desidero accogliere devotamente? Quale
pensiero più opportuno e più salutare di quello di abbassarmi totalmente di
fronte a te, esaltando, su di me la tua bontà infinita? Ti glorifico, o mio
Dio, e ti esalto in eterno; disprezzo me stesso, sottoponendomi a te, dal
profondo della mia pochezza. Ecco, tu sei il santo dei santi, ed io una sozzura
di peccati. Ecco, tu ti abbassi verso di me, che non sono degno neppure di
rivolgerti lo sguardo. Ecco, tu vieni a me, vuoi stare con me, mi inviti al tuo
banchetto; tu mi vuoi dare il cibo celeste, mi vuoi dare da mangiare il pane
degli angeli: nient'altro, veramente, che te stesso, "pane vivo, che sei
disceso dal cielo e dai la vita al mondo (Gv 6,33.51). Se consideriamo da dove
parte questo amore, quale degnazione ci appare; quanto profondi ringraziamenti
e quante lodi ti si debbono!
2. Quanto fu utile per la nostra salvezza il
tuo disegno, quando hai istituito questo sacramento; come è soave e lieto
questo banchetto, nel quale hai dato in cibo te stesso! Come è ammirabile
questo che tu fai; come è efficace la tua potenza e infallibile la tua verità.
Infatti, hai parlato "e le cose furono" (Sal 148, 5); e fu anche
questo sacramento, che tu hai comandato. Mirabile cosa, degna della nostra
fede; cosa che oltrepassa la umana comprensione che tu, o Signore Dio mio, vero
Dio e uomo, sia tutto sotto quella piccola apparenza del pane e del vino; e che
tu sia mangiato senza essere consumato. "Tu, o Signore di tutti",
che, di nessuno avendo bisogno, hai voluto, per mezzo del Sacramento, abitare
fra noi (2 Mac 14,35), conserva immacolato il mio cuore e il mio corpo,
affinché io possa celebrare sovente i tuoi misteri, con lieta e pura coscienza;
e possa ricevere, a mia salvezza eterna, ciò che tu hai stabilito e istituito
massimamente a tua glorificazione e perenne memoria di te.
3. Rallegrati, anima mia, e rendi grazie a Dio
per un dono così sublime, per un conforto così straordinario, lasciato a te in
questa valle di lacrime. In verità, ogni qualvolta medito questo mistero e
ricevi il corpo di Cristo, lavori alla tua redenzione e ti rendi partecipe di
tutti i meriti di Cristo. Mai non viene meno, infatti, l'amore di Cristo; né si
esaurisce la grandezza della sua intercessione. E' dunque con animo sempre
rinnovato che ti devi disporre a questo Sacramento; è con attenta riflessione
che devi meditare il mistero della salvezza. E quando celebri la Messa, o
l'ascolti, ciò deve apparirti un fatto così grande, così straordinario e così
pieno di gioia, come se, in quello stesso giorno, scendendo nel seno della
Vergine, Cristo si facesse uomo, patisse e morisse pendendo dalla croce.
Capitolo
III
UTILITA'
DELLA COMUNIONE FREQUENTE
Parola del discepolo
1. Ecco, io vengo a te, o Signore, per trarre
beneficio dal tuo dono e ricevere allegrezza al banchetto santo, "che,
nella tua bontà, o Dio, hai preparato al misero" (Sal 67,11). Ecco, quanto
io posso e debbo desiderare sta tutto in te; tu sei la mia salvezza, la
redenzione, la speranza, la fortezza, la maestà e la gloria. "Ricolma
dunque oggi di letizia l'anima del tuo servo, perché, o Signore Gesù, a te ho
innalzato l'anima mia" (Sal 85,4). Ardentemente desidero ora riceverti,
con devozione e venerazione; desidero introdurti nella mia casa, per meritare,
come Zaccheo, di essere da te benedetto e di essere annoverato tra i figli
d'Abramo. L'anima mia ha fame del tuo corpo; il mio cuore arde di farsi una
cosa sola con te. Dammi in dono te stesso, e mi basta; poiché non c'è
consolazione che abbia valore, fuori di te. Non posso stare senza di te; non
riesco a vivere senza la tua presenza. E così occorre che io mi accosti
frequentemente a te, ricevendoti come mezzo della mia salvezza. Che non mi
accada di venir meno per strada, se fossi privato di questo cibo celeste. Tu
stesso, o Gesù tanto misericordioso, predicando alle folle e guarendo varie
malattie, dicesti una volta: "non li voglio mandare alle loro case
digiuni, perché non vengano meno per strada" (Mt 15,32). Fa', dunque, la
stessa cosa ora con me; tu, che, per dare conforto ai fedeli, hai lasciato te
stesso in sacramento. Sei tu, infatti, il soave ristoro dell'anima; e chi ti
mangia degnamente sarà partecipe ed erede della gloria eterna. Poiché, dunque,
io cado tanto spesso in peccato, e intorpidisco e vengo meno tanto facilmente,
è veramente necessario che, pregando, confessandomi frequentemente e prendendo
il santo cibo del tuo corpo, io mi rinnovi, mi purifichi e mi infiammi;
cosicché non avvenga che, per una prolungata astinenza, io mi allontani dal mio
santo proposito. In verità, "i sensi dell'uomo, fin dall'adolescenza, sono
proclivi al male" (Gn 8,21); tosto egli cade in mali peggiori, se non lo
soccorre la medicina celeste. Ed è appunto la santa Comunione che distoglie
l'uomo dal male e lo rafforza nel bene. Che se ora sono così spesso svogliato e
tiepido nella Comunione o nella celebrazione della Messa, che cosa sarebbe di
me, se non prendessi questo rimedio e non cercassi un così grande aiuto? Anche
se non mi sento sempre degno e pienamente disposto a celebrare, farò in modo di
ricevere, in tempi opportuni, questi divini misteri e di rendermi partecipe di
una grazia così grande. Giacché la principale, anzi l'unica, consolazione
dell'anima fedele - finché va peregrinando, lontana da te, entro il corpo
mortale - consiste proprio in questo, nel ricordarsi frequentemente del suo Dio
e nel ricevere, in spirito di devozione, il suo diletto.
1. Oh!, meravigliosa degnazione della tua
misericordia verso di noi, che tu, Signore Dio, creatore e vivificatore di
tutti gli spiriti celesti, ti abbassi a venire in questa anima poveretta,
saziando la sua fame con la tua divinità e insieme con la tua umanità. Felice
quello spirito, beata quell'anima che merita di ricevere devotamente te,
Signore e Dio, colmandosi in tal modo di gioia interiore. Quale grande signore
essa accoglie; quale amato ospite, qual piacevole compagno riceve; quale fedele
amico accetta; quale nobile e bello sposo essa abbraccia, degno di amore più di
ogni persona cara e di ogni cosa che si possa desiderare. Tacciano dinanzi a
te, o dolcissimo mio diletto, il cielo e la terra, con tutte le loro bellezze;
giacché dalla degnazione della tua munificenza cielo e terra ricevono quanto
hanno di grande e di nobile, pur non arrivando essi alla grandezza del tuo
nome, "immenso nella sua sapienza" (Sal 146,5).
Capitolo
IV
MOLTI
SONO I BENEFICI CONCESSI A COLORO CHE SI COMUNICANO DEVOTAMENTE
Parola del discepolo
1. Signore Dio mio, "con la dolcezza
delle tue benedizioni" (Sal 20,4) vieni in soccorso a me, tuo servo,
affinché io possa accostarmi degnamente e devotamente al tuo grande sacramento.
Muovi il mio cuore verso di te e scuotimi dal mio grande torpore. "Vieni a
me con la tua forza salvatrice" (Sal 105,4), cosicché io possa gustare in
ispirito la tua dolcezza, insita tutta in questo sacramento, quasi sua fonte.
Apri i miei occhi, cosicché io possa intravvedere un così grande mistero; dammi
la forza di credere in esso, con fede sicura. Tutto ciò è infatti opera delle
tue mani, non opera dell'uomo; tua sacra istituzione, non invenzione umana.
Quindi non v'è alcuno che possa da sé solo comprendere pienamente queste cose,
che superano anche l'intelligenza degli angeli. Ed io, indegno peccatore,
polvere e cenere, come potrò mai sondare e comprendere, un così profondo e
santo mistero? O Signore, nella semplicità del mio cuore, in pienezza e
sicurezza di fede e in adesione al tuo comando, mi accosto a te con sentimenti
di speranza e di devozione: credo veramente che tu sia presente qui nel
Sacramento, Dio e uomo. Tu vuoi che io ti accolga in me, in unione d'amore.
Perciò domando alla tua clemenza ed imploro il dono di questa grazia speciale,
di essere totalmente immedesimato in te, in sovrabbondanza d'amore e di non più
ricercare altra consolazione. Giacché questo Sacramento, così alto e prezioso,
è salvezza dell'anima e del corpo e rimedio ad ogni infermità dello spirito.
Per mezzo di questo Sacramento vengono curati i miei vizi; le passioni sono
frenate; le tentazioni sono sconfitte o almeno diminuite; viene aumentata la
grazia, rafforzata la virtù cui si è posto mano, rinsaldata la fede,
rinvigorita la speranza e l'amore fatto più ardente e più grande.
1. O mio Dio, "tu che innalzi l'anima
mia" (Sal 53,6), e ripari all'umana fragilità con il dono di ogni consolazione
interiore, tu hai concesso e ancora spesso concedi nel Sacramento grandi
benefici ai tuoi diletti che devotamente si comunicano. Tu infondi in essi
grande conforto nelle varie tribolazioni, innalzandoli dal fondo della loro
prostrazione alla speranza del tuo aiuto; tu li ricrei interiormente e li fai
risplendere con una grazia rinnovata. Così, mentre prima della Comunione si
sentivano angosciati e privi d'amore, poi, ristorati dal cibo e dalla bevanda
celeste, si trovano trasformati e migliori. E questo tu fai generosamente con i
tuoi eletti, affinché essi conoscano in verità, ed esperimentino chiaramente,
quanto siano deboli per se stessi e quale bontà e grazia ottengano da te.
Giacché, per se stessi, sono freddi, duri e mancanti di devozione; invece, per
tuo dono, sono fatti degni di essere fervorosi, alacri e pieni di devozione.
Chi mai, essendosi accostato umilmente alla fonte stessa della soavità, non
riporta anche solo un poco di dolcezza; chi mai, stando accanto a un grande
fuoco, non ne risente un po' di calore? Ora, tu sei la fonte sempre piena,
straboccante; tu sei il fuoco sempre vivo, che mai non si estingue. Perciò,
anche se non posso attingere alla pienezza di questa fonte e bere a sazietà,
metterò ugualmente la bocca all'orlo della celeste cannella, per prendere
almeno una piccola goccia, a saziare la mia sete, onde non inaridire del tutto.
Anche se non posso essere ancora nella pienezza della beatitudine celeste, né
posso essere ardente come un cherubino o un serafino, mi sforzerò tuttavia di
perseverare nella devozione e di predisporre l'anima mia ad impadronirsi di
una, sia pur piccola, fiamma del divino incendio, nutrendosi umilmente al
sacramento della salvezza. A quello che mi manca, supplisci tu, con benignità e
misericordia, o buon Gesù, salvatore santissimo; tu che ti sei degnato di
chiamare tutti a te, dicendo: "venite a me voi tutti che siete affaticati
ed oppressi, ed io vi ristorerò (Mt 11,28). In verità io mi affatico, e suda il
mio volto; il mio cuore è tormentato da sofferenze interiori; sono oppresso dai
peccati, legato e schiacciato da molte passioni perverse. "E non c'è
nessuno che possa aiutarmi" (Sal 21,12), non c'è nessuno "che possa
liberarmi e soccorrermi" (Sal 7,3), all'infuori di te, "Dio mio
salvatore" (Sal 24,5), al quale affido me stesso e ogni mia cosa, perché
tu mi custodisca e mi conduca alla vita eterna. Accettami a lode e gloria del
tuo nome; tu che hai apprestato il tuo corpo e il tuo sangue quale cibo e
bevanda. O "Signore Dio, mia salvezza" (Sal 26,9), fa' che nella
dimestichezza del tuo mistero s'accresca lo slancio della mia devozione.
Capitolo
V
GRANDEZZA
DEL SACRAMENTO E CONDIZIONE DEL SACERDOTE
Parola del Diletto
1. Anche se tu avessi la purezza degli angeli e
la santità di San Giovanni Battista, non saresti degno di ricevere o anche solo
di toccare questo sacramento. Non dipende infatti dai meriti degli uomini che
si consacri e si tocchi il sacramento di Cristo, e ci si nutra del pane degli
angeli. Grande è l'ufficio, grande la dignità dei sacerdoti, ai quali è dato
quello che non è concesso agli angeli; giacché soltanto i sacerdoti, ordinati
regolarmente nella Chiesa, hanno il potere di celebrare e di consacrare il
corpo di Cristo. Il sacerdote, invero, è servo di Dio: si vale della parola di
Dio, per comando e istituzione di Dio. Nel sacramento, attore primo,
invisibilmente operante, è Dio, al quale è sottoposta ogni cosa, secondo il suo
volere, in obbedienza al suo comando. In questo sublime sacramento, devi dunque
credere più a Dio onnipotente che ai tuoi sensi o ad alcun segno visibile; a
questa realtà, istituita da Dio, ti devi accostare con reverenza e con timore.
"Rifletti su te stesso" e considera di chi sei stato fatto ministro,
con l'imposizione delle mani da parte del vescovo (1Tm 4,16.14). Ecco, sei
stato fatto sacerdote e consacrato per celebrare. Vedi, dunque, di offrire il
sacrificio a Dio con fede, con devozione, e al tempo conveniente; vedi di
offrire te stesso, irreprensibile. Non si è fatto più leggero il tuo carico;
anzi sei ormai legato da un più stretto vincolo di disciplina e sei tenuto a
una maggiore perfezione di santità.
1. Il sacerdote deve essere ornato di ogni
virtù e offrire agli altri l'esempio di una vita santa; abituale suo rapporto
non sia con la gente volgare secondo modi consueti a questo mondo, ma con gli
angeli in cielo o con la gente santa, in terra. Il sacerdote, rivestito delle
sacre vesti, fa le veci di Cristo, supplichevolmente e umilmente pregando Iddio
per sé e per tutto il popolo. Egli porta, davanti e dietro, il segno della
croce del Signore, perché abbia costante ricordo della passione di Cristo;
davanti, sulla casula, porta la croce, perché guardi attentamente a quelle che
sono le orme di Cristo, e abbia cura di seguirla con fervore; dietro è pure
segnato dalla croce, perché sappia sopportare con dolcezza ogni contrarietà che
gli venga da altri. Porta davanti la croce, perché pianga i propri peccati; e
la porta anche dietro, perché pianga compassionevolmente anche i peccati
commessi da altri, e sappia di essere stato posto tra Dio e il peccatore, non
lasciandosi illanguidire nella preghiera e nell'offerta, fin che non sia fatto
degno di ottenere grazia e misericordia. Con la celebrazione, il sacerdote
rende onore a Dio, fa lieti gli angeli, dà motivo di edificazione ai fedeli,
aiuta i vivi, appresta pace ai defunti e fa di se stesso il dispensatore di
tutti i benefici divini.
Capitolo
VI
INVOCAZIONE
PER PREPARARSI ALLA COMUNIONE
Parola del discepolo
Quando considero, o Signore, la
tua grandezza e la mia miseria, mi metto a tremare forte e mi confondo. Ché, se
non mi accosto al sacramento, fuggo la vita; e se lo faccio indegnamente, cado
nello scandalo. Che farò, o mio Dio, "mio aiuto" (Is 50,7) e mia
guida nella mia miseria? Insegnami tu la strada sicura; mettimi dinanzi una
opportuna, breve istruzione per la santa Comunione; giacché è buona cosa
conoscere con quale devozione e reverenza io debba preparare il mio cuore a
ricevere con profitto il tuo sacramento e a celebrare un così grande, divino
sacrificio.
Capitolo
VII
L'ESAME
DI COSCIENZA E IL PROPOSITO DI CORREGGERSI
Parola del Diletto
1. Sopra ogni cosa è necessario che il
sacerdote di Dio si appresti a celebrare, a toccare e a mangiare questo
sacramento con somma umiltà di cuore e supplice reverenza, con piena fede e
devota intenzione di dare gloria a Dio. Esamina attentamente la tua coscienza;
rendila, per quanto ti è possibile, pura e luminosa per mezzo del sincero
pentimento e dell'umile confessione dei tuoi peccati, cosicché nulla di grave
tu abbia, o sappia di avere, che ti sia di rimprovero e ti impedisca di
accedere liberamente al Sacramento. Abbi dispiacere di tutti i tuoi peccati in
generale; e maggiormente, in particolare, abbi dolere e pianto per le tue colpe
di ogni giorno. Se poi ne hai il tempo, confessa a Dio, nel segreto del tuo
cuore, tutte le miserie delle tue passioni. Piangi e ti rincresca di essere
ancora così legato alla carne e al mondo; così poco mortificato di fronte alle
passioni e così pieno di impulsi di concupiscenza; così poco vigilante su ciò
che percepiscono di fuori i sensi, così spesso perduto dietro a vane fantasie;
così fortemente inclinato verso le cose esteriori e così poco attento a ciò che
è dentro di noi; così facile al riso e alla dissipazione e così restio al
pianto e alla compunzione; così pronto alla rilassatezza e alle comodità
materiali, così pigro, invece, al rigore e al fervore; così avido di udire o
vedere cose nuove e belle, e così lento ad abbracciare ciò che è basso e
spregevole; così smanioso di molto possedere e così tenace nel tenere per te;
così sconsiderato nel parlare e così incapace di tacere; così disordinato nella
condotta e così avventato nell'agire; così profuso nel cibo; così sordo alla
parola di Dio; così sollecito al riposo e così tardo al lavoro; così attento
alle chiacchiere, così pieno di sonno nelle sacre veglie, compiute
distrattamente affrettandone col desiderio la fine; così negligente
nell'adempiere alle Ore, così tiepido nella celebrazione della Messa, così
arido nella Comunione; così facilmente distratto, così di rado pienamente
raccolto in te stesso; così subitamente mosso all'ira, così facile a far
dispiacere agli altri; così proclive a giudicare, così severo nell'accusare;
così gioioso quando le cose ti vanno bene e così poco forte nelle avversità;
così facile nel proporti di fare molte cose buone, ma capace, invece, di
realizzarne ben poche.
1. Confessati e deplorati, con dolore e con
grande amarezza per la tua fragilità, questi e gli altri tuoi difetti, fa' il
fermo proponimento di correggere per sempre la tua vita e di progredire
maggiormente. Dopo di che, rimettendo a me completamente ogni tua volontà,
offri te stesso sull'altare del tuo cuore, a gloria del mio nome, sacrificio
perpetuo, affidando a me con fede il tuo corpo e la tua anima; cosicché tu
ottenga di accostarti degnamente ad offrire a Dio la Messa e a mangiare il
sacramento del mio corpo, per la tua salvezza. Non v'è dono più appropriato;
non v'è altro modo per riscattare e cancellare pienamente i peccati,
all'infuori della totale e perfetta offerta di se stessi a Dio, nella Messa e
nella Comunione, insieme con l'offerta del corpo di Cristo. Se uno farà tutto
quanto gli è possibile e si pentirà veramente, ogni volta che verrà a me per
ottenere il perdono e la grazia, "Io vivo, dice il Signore, e non voglio
la morte del peccatore, ma che si converta e viva" (Ez 33,11):
"giacché più non mi ricorderò dei suoi peccati" (Eb 10,17), ma tutti
gli saranno rimessi.
Capitolo
VIII
L'OFFERTA
DI CRISTO SULLA CROCE E LA DONAZIONE DI NOI STESSI
Parola del Diletto
Con le braccia stese sulla croce,
tutto nudo il corpo, io offersi liberamente me stesso a Dio Padre, per i tuoi
peccati, cosicché nulla fosse in me che non si trasformasse in sacrificio, per
placare Iddio. Allo stesso modo anche tu devi offrire a me volontariamente te
stesso, con tutte le tue forze e con tutto il tuo slancio, dal più profondo del
cuore, in oblazione pura e santa. Che cosa posso io desiderare da te più di
questo, che tu cerchi di offrirti a me interamente? Qualunque cosa tu mi dia,
fuor che te stesso, l'ho per un nulla, perché io non cerco il tuo dono, ma te.
Come non ti basterebbe avere tutto, all'infuori di me, così neppure a me
potrebbe piacere qualunque cosa tu mi dessi, senza l'offerta di te. Offriti a
me; da te stesso totalmente a Dio: così l'oblazione sarà gradita. Ecco, io mi
offersi tutto al Padre, per te; diedi persino tutto il mio corpo e il mio sangue
in cibo, perché io potessi essere tutto tuo e perché tu fossi sempre con me. Se
tu, invece, resterai chiuso in te, senza offrire volontariamente te stesso
secondo la mia volontà, l'offerta non sarebbe piena e la nostra unione non
sarebbe perfetta. Perché, se vuoi giungere alla vera libertà e avere la mia
grazia, ogni tuo atto deve essere preceduto dalla piena offerta di te stesso
nelle mani di Dio. Proprio per questo sono così pochi coloro che raggiungono la
luce e l'interiore libertà, perché non sanno rinnegare totalmente se stessi.
Immutabili sono le mie parole: se uno non avrà rinunciato a "tutto, non
potrà essere mio discepolo" (Lc 14,33). Tu, dunque, se vuoi essere mio
discepolo, offriti a me con tutto il cuore.
Capitolo
IX
OFFRIRE
NOI STESSI A DIO, CON TUTTO QUELLO CHE E' IN NOI, PREGANDO PER TUTTI
Parola del discepolo
1. Tue sono le cose, o Signore, quelle del
cielo e quelle della terra: a te voglio, liberamente, offrire me stesso e
restare tuo per sempre. O Signore, con cuore sincero, oggi io mi dono a te in
perpetuo servizio, in obbedienza e in sacrificio di lode perenne. Accettami,
insieme con questa offerta santa del tuo corpo prezioso, che io - alla presenza
e con l'assistenza invisibile degli angeli - ora ti faccio, per la mia salvezza
e per la salvezza di tutto il popolo, O Signore, sull'altare della tua
espiazione offro a te tutti i miei peccati e le colpe da me commesse al
cospetto tuo e dei tuoi santi angeli, dal giorno in cui fui capace di peccare
fino ad oggi; affinché tutto tu accenda e consumi nel fuoco del tuo amore,
cancellando ogni macchia dei miei peccati; affinché tu purifichi la mia
coscienza da ogni colpa; affinché tu mi ridia la tua grazia, che ho perduta col
peccato, tutto perdonando e misericordiosamente accogliendomi nel bacio della
pace. Che posso io fare per i miei peccati, se non confessarli umilmente nel
pianto e pregare senza posa per avere la tua intercessione? Ti scongiuro, dammi
benevolo ascolto, mentre mi pongo dinanzi a te, o mio Dio. Grande disgusto io
provo per tutti i miei peccati; non voglio più commetterne, anzi di essi mi
dolgo e mi dorrò per tutta la vita, pronto a fare penitenza e, per quanto io
possa, a pagare per essi. Rimetti, o Signore, rimetti i miei peccati, per il
tuo santo nome: salva l'anima mia, che tu hai redenta con il tuo sangue
prezioso. Ecco, io mi affido alla tua misericordia; mi metto nelle tue mani.
Opera tu con me secondo la tua bontà, non secondo la mia perfidia e la mia
iniquità.
1. Anche tutto quello che ho di buono, per
quanto sia molto poco e imperfetto, lo offro a te, affinché tu lo perfezioni e
lo santifichi; affinché ti sia gradito e tu voglia accettarlo, accrescendone il
valore; affinché tu voglia portarmi - inoperoso e inutile piccolo uomo, qual
sono - a un termine beato e glorioso. Offro parimenti a te tutti i buoni
desideri delle persone devote e le necessità dei parenti e degli amici, dei
fratelli e delle sorelle, di tutti i miei cari e di coloro che, per amor tuo,
fecero del bene a me o ad altri; infine di tutte le persone - quelle ancora in
vita e quelle che già hanno lasciato questo mondo - che da me desiderarono e
chiesero preghiere e sante Messe, per loro e per tutti i loro cari. Che tutti
sentano venire sopra di sé l'aiuto della tua grazia, l'abbondanza della
consolazione, la protezione dai pericoli, la liberazione dalle pene! Che tutti,
liberati da ogni male, ti rendano in letizia grazie solenni. Ancora, e in modo
speciale, ti offro preghiere e sacrifici di espiazione per quelli che mi hanno
fatto qualche torto, mi hanno cagionato dolore, mi hanno calunniato o recato
danno, mi hanno messo in difficoltà; e anche per tutti quelli ai quali io ho
dato talora motivo di tristezza e di turbamento, di dolore o di scandalo, con
parole o con fatti, consciamente oppure no, affinché tu perdoni parimenti a
tutti noi i nostri peccati e le offese vicendevoli. O Signore, strappa dai
nostri cuori ogni sospetto, ogni sdegno, ogni collera, ogni contesa e tutto ciò
che possa ferire la carità e affievolire l'amore fraterno. Abbi compassione, o
Signore, di noi che imploriamo la tua misericordia; concedi la tua grazia a noi
che ne abbiamo bisogno; fa che noi siamo fatti degni di godere della tua grazia
e che possiamo avanzare verso la vita eterna.
Capitolo
X
LA
SANTA COMUNIONE NON VA TRALASCIATA CON LEGGEREZZA
Voce del Diletto
1. A questa sorgente della grazia e della
misericordia divina, a questa sorgente della bontà e di ogni purezza devi
ricorrere frequentemente, fino a che tu non riesca a guarire dalle tue passioni
e dai tuoi vizi; fino a che tu non ottenga di essere più forte e più vigilante
contro tutte le tentazioni e gli inganni del diavolo. Questi, il nemico, ben
sapendo quale sia il beneficio e il rimedio grande insito nella santa
Comunione, tenta in ogni modo e in ogni momento di ostacolare, per quanto può,
le anime fedeli e devote, distogliendole da essa. Taluni, infatti, quando
vogliono prepararsi alla santa Comunione, subiscono i più forti assalti del
demonio. Lo spirito del male - come è detto nel libro di Giobbe (1,6; 2,1) -
viene in mezzo ai figli di Dio, per turbarli, con la consueta sua perfidia, e
per renderli troppo timorosi e perplessi, finché non abbia affievolito il loro
slancio o abbia loro strappato, di forza, la fede: nella speranza che essi
lascino del tutto la Comunione o vi si accostino con poco fervore. Ma non ci si
deve curare per nulla delle sue astuzie e delle sue suggestioni, per quanto
turpi e terrorizzanti, Su di lui bisogna ritorcere le immaginazioni che
provengono da lui. Va disprezzato e deriso, quel miserabile. Per quanti assalti
egli compia e per quante agitazioni egli susciti, la santa Comunione non deve
essere tralasciata. Talora avviene che siano di ostacolo alla Comunione persino
una eccessiva preoccupazione di essere sufficientemente devoti e una certa
angustia dubbiosa sul confessarsi. Ma tu agisci secondo il consiglio dei saggi,
tralasciando ansie e scrupoli, che costituiscono impedimento alla grazia divina
e distruggono lo spirito di devozione. Non lasciare la santa Comunione, per
ogni piccola difficoltà o stanchezza. Ma va subito a confessarti e perdona di
cuore agli altri ogni offesa ricevuta; che se tu hai offeso qualcuno e chiedi
umilmente scusa, il Signore prontamente avrà misericordia di te.
1. Che giova ritardare tanto la confessione o
rimandare la santa Comunione? Purificati al più presto; sputa subito il veleno;
corri a prendere il rimedio: ti sentirai meglio che se tu avessi differito
tutto ciò. Se oggi, per una piccola cosa, rinunci, domani forse accadrà
qualcosa di più grave: così ti potrebbe essere impossibile per lungo tempo, la
Comunione e potresti diventare ancora più indegno. Scuotiti al più presto dalla
stanchezza e dall'inerzia, in cui oggi ti trovi: non serve a nulla restare a
lungo nell'ansietà e tirare avanti nel turbamento, separandoti, in tal modo,
per questi quotidiani ostacoli, dalle cose divine. Anzi è molto dannoso
rimandare tanto la Comunione, perché ciò suole anche ingenerare grave torpore.
Avviene persino - cosa ben dolorosa - che taluni, nella loro tiepidezza e
leggerezza, accettino di buon grado questi ritardi della confessione, e
desiderino di ritardare così la santa Comunione, proprio per non essere
obbligati a una più severa custodia di sé. Oh!, come è scarso l'amore, come è
fiacca la devozione di coloro che rimandano tanto facilmente la Comunione. E
come è felice e caro a Dio colui che vive in modo da custodire la sua coscienza
in una tale limpidezza da essere pronto e pieno di desiderio di comunicarsi
anche ogni giorno, se gli fosse consentito e se potesse farlo senza essere
criticato. Se uno qualche volta si astiene dalla Comunione per umiltà, o per un
giusto impedimento, gli va data lode, a causa del suo rispettoso timore. Se
invece fa questo per una sorta di torpore, che si è insinuato in lui, deve
scuotersi e agire, quanto gli è possibile: il Signore aderirà al suo desiderio,
grazie alla buona volontà, alla quale Dio guarda in modo speciale.
2. Se, invece, uno è trattenuto da ragioni
valide, ma avrà la buona volontà e la devota intenzione di comunicarsi, costui
non mancherà dei frutti del Sacramento. Giacché ognuno che abbia spirito di
devozione può, in ogni giorno e in ogni ora, darsi salutarmente, senza che
alcuno glielo impedisca, alla comunione spirituale con Cristo; pur dovendo, in
certi giorni e nel tempo stabilito, con reverente affetto, prendere
sacramentalmente in cibo il corpo del suo Redentore, mirando più a dare lode e
onore a Dio che ad avere consolazione per sé. Infatti questo invisibile ristoro
dell'anima, che è la comunione spirituale, si ha ogni volta che uno medita con
devozione il mistero dell'incarnazione e della passione di Cristo, accendendosi
di amore per lui. Chi si prepara soltanto perché è imminente il giorno festivo,
o perché la consuetudine lo sospinge, è per lo più tutt'altro che pronto. Beato
colui che si offre a Dio in sacrificio ogni qualvolta celebra la Messa o si
comunica.
3. Nel celebrare, non essere né troppo
prolisso né troppo frettoloso; ma osserva il ragionevole uso, comune a coloro
con i quali ti trovi a vivere. Non devi, infatti, ingenerare in altri fastidio
e noia; devi mantenere invece la via consueta, secondo la volontà dei
superiori, e badare più all'utile degli altri, che alla tua devozione e al tuo
sentimento.
Capitolo
XI
IL
CORPO DI CRISTO E LA SACRA SCRITTURA MASSIMAMENTE NECESSARI ALL'ANIMA DEVOTA
Parola del discepolo
1. O soave Signore Gesù, quanto è dolce
all'anima devota sedere alla tua mensa, al tuo convito, nel quale le viene
presentato come cibo nient'altro all'infuori di te, unico suo amato, desiderabile
più di ogni desiderio del suo cuore. Anche per me sarebbe cosa soave
sciogliermi in pianto, con profonda commozione, dinanzi a te, e, con la
Maddalena amorosa, bagnare di lacrime i tuoi piedi. Ma dove è tanto slancio di
devozione; dove è una tale profusione di lacrime sante? Eppure, alla tua
presenza e alla presenza dei tuoi angeli, dovrei ardere tutto nell'intimo e
piangere di gioia; giacché nel Sacramento ti possiedo veramente presente, per
quanto nascosto sotto altra apparenza. Infatti i miei occhi non ti potrebbero
sostenere, nella tua luce divina; anzi neppure il mondo intero potrebbe
sussistere, dinanzi al fulgore della tua maestà. Tu vieni incontro, dunque,
alla mia debolezza, nascondendoti sotto il Sacramento. Possiedo veramente ed
adoro colui che gli angeli adorano in cielo. Io lo adoro per ora nella fede;
gli angeli, invece, faccia a faccia, senza alcun velo. Io devo starmene nel
lume della fede, e camminare in essa, finché appaia il giorno dell'eterna luce
e venga meno il velo delle figure simboliche (cf. Ct 2,17; 4,6). "Quando
poi verrà il compimento di tutte le cose" (1Cor 13,10), cesserà l'uso dei
segni sacramentali. Nella gloria del cielo, i beati non hanno bisogno infatti
del rimedio dei sacramenti: il loro gaudio non ha termine, essendo essi alla
presenza di Dio, vedendo essi, faccia a faccia, la sua gloria. Passano di luce
in luce fino agli abissi della divinità, e gustano appieno il verbo di Dio
fatto carne, quale fu all'inizio e quale rimane in eterno. Conscio di queste
cose meravigliose, trovo molesta persino ogni consolazione spirituale: infatti
tutto ciò che vedo e odo quaggiù lo considero un niente, fino a che non veda
manifestamente il mio Signore, nella sua gloria. Tu mi sei testimone, o Dio,
che non c'è cosa che mi possa dare conforto, non c'è creatura che mi possa dare
contentezza, all'infuori di te, che bramo contemplare in eterno. Ma ciò non è
possibile mentre sono in questa vita mortale; e perciò occorre che mi rassegni
a una grande pazienza e mi sottometta a te in tutti i miei desideri. Anche i
tuoi santi, o Signore, che ora esultano in te nel regno dei cieli, aspettarono
l'evento della tua gloria, mentre erano in questa vita, con fede e con pazienza
grande. Ciò che essi credettero, credo anch'io; ciò che essi sperarono, spero
anch'io; dove essi giunsero, confido, per la tua grazia, di giungere anch'io.
Frattanto, camminerò nella fede, irrobustito dagli esempi dei santi. Terrò poi,
"come conforto" (1Mac 12,9) e specchio di vita, i libri santi;
soprattutto terrò, come unico rimedio e come rifugio, il tuo Corpo santissimo.
1. In verità, due cose sento come massimamente
necessarie per me, quaggiù; senza di esse questa vita di miserie mi sarebbe
insopportabile. Trattenuto nel carcere di questo corpo, di due cose riconosco
di avere bisogno, cioè di alimento e di luce. E a me, che sono tanto debole, tu
hai dato, appunto come cibo il tuo santo corpo, e come lume hai posto dinanzi
ai miei piedi "la tua parola" (Sal 118,105). Poiché la parola di Dio
è luce dell'anima e il tuo Sacramento è pane di vita, non potrei vivere
santamente se mi mancassero queste due cose. Le quali potrebbero essere intese
come le "due mense" (Ez 40,40) poste da una parte e dall'altra nel
prezioso tempio della santa Chiesa; una, la mensa del sacro altare, con il pane
santo, il prezioso corpo di Cristo; l'altra la mensa della legge di Dio,
compendio della santa dottrina, maestra di vera fede, e sicura guida, al di là
del velo del tempio, al sancta sanctorum (Eb 6,19s; 9,3).
2. Ti siano, dunque, rese grazie, o Signore
Gesù, che brilli di eterna luce, per questa mensa della santa dottrina, che ci
hai preparato per mezzo dei tuoi servi, i profeti, gli apostoli e gli altri
dottori. Ti siano rese grazie, Creatore e Redentore degli uomini, che, per
dimostrare al mondo intero il tuo amore, hai preparato la grande cena, in cui
disponesti come cibo, non già il simbolico agnello, ma il tuo corpo santissimo
e il tuo sangue, inebriando tutti i tuoi fedeli al calice della salvezza e
colmandoli di letizia al tuo convito: il convito che compendia tutte le delizie
del paradiso e nel quale banchettano con noi, e con più dolce soavità, gli
angeli santi. Quale grandezza, quale onore, nell'ufficio dei sacerdoti, ai
quali è dato di consacrare, con le sacre parole, il Signore altissimo; di
benedirlo con le proprie labbra, di tenerlo con le proprie mani; di nutrirsene
con la propria bocca e di distribuirlo agli altri. Quanto devono essere pure
quelle mani; quanto deve essere pura la bocca, e santo il corpo e immacolato il
cuore del sacerdote, nel quale entra tante volte l'autore della purezza. Non
una parola, che non sia santa, degna e buona, deve venire dalle labbra del
sacerdote, che riceve così spesso il Sacramento; semplici e pudichi devono
essere gli occhi di lui, che abitualmente sono fissi alla visione del corpo di
Cristo; pure ed elevate al cielo devono essere le mani di lui, che sovente
toccano il Creatore del cielo e della terra. E' proprio per i sacerdoti che è
detto nella legge: "siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono
santo" (Lv 19,2). Onnipotente Iddio, venga in nostro soccorso la tua
grazia, affinché noi, che abbiamo assunto l'ufficio sacerdotale, sappiamo stare
intimamente vicini a te, in modo degno, con devozione, in grande purezza di
cuore e con coscienza irreprensibile. Che se non possiamo mantenerci in così
piena innocenza di vita, come dovremmo, almeno concedi a noi di piangere
sinceramente il male che abbiamo compiuto; concedi a noi di servirti, per
l'avvenire, più fervorosamente, in spirito di umiltà e con proposito di buona
volontà.
Capitolo
XII
COLUI
CHE SI APPRESTA A COMUNICARSI CON CRISTO VI SI DEVE PREPARARE CON SCRUPOLOSA
DILIGENZA
Voce del Diletto
1. Io sono colui che ama la purezza; io sono
colui che dona ogni santità. Io cerco un cuore puro: là è il luogo del mio so.
Allestisci e "apparecchia per me un'ampia sala ove cenare (Mc 14,15; Lc
22,12), e farò la Pasqua presso di te con i miei discepoli". Se vuoi che
venga a te e rimanga presso di te, espelli "il vecchio fermento"
(1Cor 5,7) e purifica la dimora del tuo cuore. Caccia fuori tutto il mondo e
tutto il disordine delle passioni; sta "come il passero solitario sul
tetto" (Sal 101,8) e ripensa, con amarezza di cuore, ai tuoi peccati.
Invero, colui che ama prepara al suo caro, da cui è amato, il luogo migliore e
più bello: di qui si conosce l'amorosa disposizione di chi riceve il suo
diletto. Sappi tuttavia che, per questa preparazione - anche se essa durasse un
intero anno e tu non avessi altro in mente - non potresti mai fare abbastanza
con le tue sole forze. E' soltanto per mia benevolenza e per mia grazia, che ti
viene concesso di accostarti alla mensa: come se un poveretto fosse chiamato al
banchetto di un ricco e non avesse altro modo per ripagare quel beneficio che
farsi piccolo e rendere grazie. Fa' dunque tutto quello che sta in te; fallo
con tutta attenzione, non per abitudine, non per costrizione. Il corpo del tuo
Diletto Signore Dio, che si degna di venire a te, accoglilo con timore, con
venerazione, con amore. Sono io ad averti chiamato; sono io ad aver comandato
che così fosse fatto; sarò io a supplire a quel che ti manca. Vieni ed
accoglimi. Se ti concedo la grazia della devozione, che tu ne sia grato al tuo
Dio; te la concedo, non già per il fatto che tu ne sia degno, ma perché ho
avuto misericordia di te. Se non hai questa devozione, e ti senti piuttosto
arido, insisti nella preghiera, piangi e bussa, senza smettere finché non avrai
meritato di ricevere almeno una briciola o una goccia della grazia di salvezza.
Sei tu che hai bisogno di me, non io di te. Sono io che vengo a santificare te
e a farti migliore, non sei tu che vieni a dare santità a me. Tu vieni per
ricevere da me la santità, nell'unione con me; per ricevere nuova grazia, nel
rinnovato, ardente desiderio di purificazione. "Non disprezzare questa
grazia" (1Tm 4,14); prepara invece il tuo cuore con ogni cura e fa'
entrare in te il tuo diletto.
1. Ancora, occorre, non solo che tu ti
disponga a pietà, avanti la Comunione, ma anche che tu ti conservi in essa, con
ogni cura, dopo aver ricevuto il Sacramento. La vigilanza di poi non deve
essere inferiore alla devota preparazione di prima; ché tale attenta vigilanza
è a sua volta la migliore preparazione per ottenere una grazia più grande.
Taluno diventa assai mal disposto, proprio per essersi subito abbandonato a
consolazioni esteriori. Guardati dal molto parlare; tieniti appartato, a godere
del tuo Dio. E' lui che tu possiedi; neppure il mondo intero te lo potrà
togliere. Io sono colui al quale devi darti interamente, così che tu non viva
più in te, ma in me, fuori da ogni affanno.
Capitolo
XIII
NEL
SACRAMENTO L'ANIMA DEVOTA TENDA CON TUTTO SE STESSA ALL'UNIONE CON CRISTO
Voce del discepolo
1. "Chi mi darà, o Signore, di trovare te
solo", di aprirti tutto il mio cuore e di godere di te, secondo il
desiderio dell'anima mia? "Allora nessuno potrebbe offendermi" (Ct
8,1), nessuna creatura potrebbe scuotermi, e neppure sfiorarmi con uno sguardo;
ma sarai tu solo a parlarmi, ed io a te, come colui che ama suole parlare con
la persona amata, e come l'amico suole stare a mensa con l'amico. Questo io
chiedo, questo io desidero: unirmi tutto a te, distogliere il mio cuore da
tutto ciò che è creato e apprendere a gustare sempre più le cose celesti ed
eterne, grazie alla santa Comunione e alla frequente celebrazione della Messa.
Ah, Signore Dio, quando sarò interamente unito e assunto in te, dimenticando
del tutto me stesso? Tu in me ed io in te. Fa' che possiamo rimanere uniti
così. Veramente tu sei "il mio diletto scelto tra mille" (Ct 5,10),
con il quale piacque all'anima mia di restare per tutti i giorni della vita.
Veramente tu sei colui che mi dà la pace; colui nel quale consiste la pace
suprema, il riposo vero, e fuori del quale tutto è fatica e dolore e miseria
senza fine. "Veramente tu sei il Dio nascosto" (Is 45,15); la tua
conversazione non è con i malvagi; la tua parola si rivolge agli umili e ai
semplici. "Oh, quanto è soave, o Signore, il tuo Spirito" (Sap 12,1):
tu vuoi mostrare la tua benevolenza ai tuoi figli e ti degni di ristorarli
"con il pane sommamente soave che scende dal cielo" (Sap 16,20s).
1. Davvero "non c'è altro popolo così
grande, a cui i propri dei si siano fatti così vicini, come sei vicino tu, o
Dio nostro" (Dt 4,7), a tutti i tuoi fedeli. A questi, infatti, tu doni te
stesso in salutare nutrimento, quale quotidiano conforto e quale mezzo per
volgere il cuore verso il cielo. C'è un'altra gente così gloriosa, come il
popolo cristiano? C'è, sotto il nostro cielo, una creatura da te così amata
come l'anima devota, nella quale entra Dio stesso, per nutrirla del suo corpo
di Gloria? Oh!, grazia ineffabile, degnazione meravigliosa, oh!, amore
incommensurabile, privilegio concesso agli uomini. Ma che cosa darò io al
Signore in cambio di tale grazia, di un amore così straordinario? Nulla io
posso offrire, che sia più gradito del dono totale del mio cuore al mio Dio e
dell'intima unione con lui. Allora esulterò nel profondo, quando l'anima mia
sarà perfettamente unita a Dio. Allora Dio stesso mi dirà: se tu vuoi essere
con me, io voglio essere con te. Ed io a lui risponderò: degnati, o Signore, di
restare con me; mi piace, e lo voglio, essere con te. Qui è tutto il mio
desiderio, che il mio cuore sia unito al tuo.
Capitolo
XIV
L'ARDENTE
BRAMA DEL CORPO DI CRISTO IN ALCUNI DEVOTI
Parola del discepolo
1. "Quanto è grande, o Signore, la
ricchezza della tua bontà, riservata a coloro che ti temono" (Sal 30,20).
O Signore, quando penso a certe anime devote, che si accostano al tuo
Sacramento con grandissima devozione ed amore, spesso mi sento in colpa ed
arrossisco. Al tuo altare e alla mensa della santa Comunione io vengo infatti
con tanta tiepidezza e freddezza, restando così arido e senza slancio del
cuore, non totalmente infiammato dinanzi a te, o mio Dio, e non così fortemente
attratto d'amore verso di te, come lo furono molte anime devote. Nel loro
grande desiderio della Comunione e nel palpitante loro amore, queste anime
devote non potevano trattenersi dal pianto; con la bocca del cuore, e insieme
con quella del corpo, anelavano dal profondo a te, fonte viva, non potendo
calmare o saziare la propria sete in altro modo che ricevendo il tuo corpo, con
piena letizia e con spirituale avidità. Veramente ardente, la loro fede; tale
da costituire essa stessa motivo di prova della tua presenza. Questi devoti
riconoscono davvero il loro Signore nello spezzare il pane, e il loro cuore
arde tutto per quel Gesù, che sta camminando con loro (Lc 24,30s). Da me sono
spesso ben lontani un tale slancio devoto, un amore così ardente.
1. Usami misericordia, o buon Gesù, dolce e
benigno. Al poveretto tuo, che va implorando, concedi di sentire, almeno
qualche volta, nella santa Comunione, un poco dell'impeto amoroso del tuo
cuore; così si irrobustirà la mia fede, si dilaterà la speranza nella tua
bontà, e in me non verrà mai meno un amore che già arde pienamente e che ha
potuto gustare la manna del cielo. Ben può la tua misericordia concedermi
almeno la grazia del desiderio e venire a me donandomi ardore di spirito,
finché non giunga il giorno da te stabilito. In verità, benché io non sia
acceso da una brama così grande come quella delle persone particolarmente a te
devote, tuttavia sento, per grazia sua, di desiderare quel desiderio, grande e
ardente; prego e sospiro di essere unito a tutti coloro che ti amano con
fervore e di essere considerato della loro santa schiera.
Capitolo
XV
UMILTA'
E RINNEGAMENTO DI SE', MEZZI PER OTTENERE LA GRAZIA DELLA DEVOZIONE
Parola del Diletto
1. La grazia della devozione devi cercarla
senza posa, chiederla con gran desiderio, aspettarla con fiduciosa pazienza;
devi riceverla con gratitudine e umilmente conservarla; con essa devi
diligentemente operare; devi poi rimetterti a Dio per il tempo e il modo di
questa visita dall'alto. Quando dentro di te non senti alcuna devozione, o ne
senti ben poca, ti devi fare particolarmente umile, ma senza abbatterti troppo,
senza rattristarti oltre misura. Quello che per lungo tempo non aveva concesso,
spesso Dio lo concede in un breve istante; quello che al principio della
preghiera non aveva voluto dare, talvolta Dio lo dà alla fine. Se questa grazia
venisse data sempre prontamente e si presentasse ogni volta che la si desidera,
l'uomo, nella sua fragilità, non la saprebbe portare. Perciò la grazia della
devozione la si deve attendere con totale fiducia e con umile pazienza. Quando
non ti viene data, oppure ti viene tolta senza che tu ne veda la ragione, danne
la colpa a te stesso e ai tuoi peccati. Talvolta è una piccola cosa che fa
ostacolo alla grazia e la nasconde: se pur piccola, e non grande cosa, possa
chiamarsi ciò che impedisce un bene così eccelso. E se questa piccola, o,
meglio, grande cosa riuscirai a rimuoverla e a vincerla del tutto, ciò che
chiedevi si avvererà. In verità, non appena ti sarai dato a Dio con tutto il
tuo cuore; non appena, anziché chiedere questo o quest'altro, ti sarai rimesso
interamente a lui, ti troverai tranquillo e in pace con te stesso, giacché
nulla avrà per te sapore più gradito di ciò che vuole Iddio.
1. Perciò colui che, con semplicità di cuore,
avrà elevato la sua intenzione a Dio, liberandosi da qualsiasi attaccamento non
retto e da un distorto amore per le cose di questo mondo, sarà veramente degno
di ricevere la grazia e meriterà il dono della devozione. Giacché dove trova un
terreno sgombro, là il Signore concede la sua benedizione. E tanto più rapida
scende la grazia, tanto più copiosa si riversa, tanto più in alto trasporta un
cuore libero, quanto più uno rinuncia del tutto alle cose di quaggiù, morendo a
se stesso e disprezzando se stesso. Allora, "il cuore di costui vedrà e
sarà traboccante, e contemplerà e si allargherà in Dio" (Is 60,5), poiché
"con lui è la potenza del Signore" (Ez 3,14; Lc 1,66), nelle mani del
quale egli si è messo, interamente e per sempre. "Ecco, così sarà
benedetto" (Sal 127,4), colui che cerca il Signore con tutto il cuore, e
"non ha ricevuto invano la sua vita" (Sal 23,4). Della grazia grande
di essere unito a Dio egli si rende degno proprio qui, nel ricevere la santa
Eucarestia; perché non mira alla propria devozione e alla propria consolazione,
e mira invece, di là di ogni devozione o consolazione, a glorificare e ad
onorare Iddio.
Capitolo
XVI
MANIFESTARE
A CRISTO LE NOSTRE MANCHEVOLEZZE E CHIEDERE LA SUA GRAZIA
Parola del discepolo
O dolcissimo e amorosissimo
Signore, che ora desidero devotamente ricevere, tu conosci la mia debolezza e
la miseria che mi affligge; sai quanto siano grandi il male e i vizi in cui
giaccio e come io sia frequentemente oppresso, provato, sconvolto e pieno di
corruzione. Io vengo a te per essere aiutato, consolato e sollevato. Parlo a
colui che tutto sa e conosce ogni mio pensiero; a colui che solo mi può
pienamente confortare e soccorrere. Tu ben sai di quali beni io ho massimamente
bisogno e quanto io sono povero di virtù. Ecco che io mi metto dinanzi a te,
povero e nudo, chiedendo grazia e implorando misericordia. Ristora questo tuo
misero affamato; riscalda la mia freddezza con il fuoco del tuo amore;
rischiara la mia cecità con la luce della tua presenza. Muta per me in amarezza
tutto ciò che è terreno; trasforma in occasione di pazienza tutto ciò che mi
pesa e mi ostacola; muta in oggetto di disprezzo e di oblio ciò che è bassa
creatura. Innalza il mio cuore verso il cielo, a te, e non lasciare che mi
perda, vagando su questa terra. Sii tu solo, da questo momento e per sempre, la
mia dolce attrazione, ché tu solo sei mio cibo e mia bevanda, mio amore e mia
gioia, mia dolcezza e sommo mio bene. Potessi io infiammarmi tutto, dinanzi a
te, consumarmi e trasmutare in te, così da diventare un solo spirito con te,
per grazia di intima unione, in struggimento di ardente amore. Non permettere
che io mi allontani da te digiuno e languente, ma usa misericordia verso di me,
come tante volte l'hai usata mirabilmente con i tuoi santi. Qual meraviglia se
da te io prendessi fuoco interamente, venendo meno in me stesso, poiché tu sei
fiamma sempre viva, che mai si spegne, amore che purifica i cuori e illumina le
menti?
Capitolo
XVII
L'ARDENTE
AMORE E L'INTENSO DESIDERIO DI RICEVERE CRISTO
Parola del discepolo
1. Con devozione grandissima e con ardente
amore, con tutto lo slancio di un cuore appassionato, io desidero riceverti, o
Signore, come ti desiderarono, nella Comunione, molti santi e molti devoti, a
te massimamente graditi per la santità della loro vita e per la loro infiammata
pietà. O mio Dio, amore eterno che sei tutto il mio bene, la mia felicità senza
fine, io bramo riceverti con intenso desiderio e con venerazione grandissima,
quale mai poté avere o sentire santo alcuno. Anche se non sono degno di sentire
tutta quella devozione, tuttavia ti offro tutto lo slancio del mio cuore, come
se io solo avessi tutti quegli accesi desideri, che tanto ti sono graditi. Ché
anzi, tutto quel che un animo devoto può concepire e desiderare, tutto questo
io lo porgo e lo offro a te, con estrema venerazione in pio raccoglimento.
Nulla voglio tenere per me, ma voglio immolarti me stesso e tutto quello che
ho, con scelta libera e altamente gioiosa.
1. Signore, mio Dio, mio creatore e redentore,
io desidero riceverti oggi con quella amorosa venerazione, con quei sentimenti
di lode e di onore, di giusta gratitudine e d'amore, con quella fede e speranza
e purità di cuore, con i quali ti desiderò e ti ricevette la santissima Madre
tua, la gloriosa Vergine Maria, quando, all'Angelo che le annunciava il mistero
dell'Incarnazione, rispose, in devota umiltà: "Ecco la schiava del
Signore; sia fatto a me secondo la tua parola" (Lc 1,38). E come il tuo
precursore Giovanni Battista, il più grande tra tutti i santi, alla tua
presenza, sobbalzò di gioia, nel gaudio dello Spirito Santo, mentre era ancora
nel grembo della madre; e come di poi, scorgendo Gesù camminare tra la gente,
disse con slancio devoto, abbassando grandemente se stesso: "l'amico dello
sposo, che gli sta accanto e lo ascolta, gioisce profondamente alla sua
voce" (Gv 3,29), così anch'io bramo di essere acceso di santo e grande
desiderio e di darmi a te con tutto il mio cuore. Per questo ti presento e ti
offro i sentimenti di giubilo, gli ardenti moti del cuore, gli alti pensieri,
le luci superne e le visioni celesti di tutte le anime devote; e mi unisco -
per me stesso e per coloro che a me si raccomandano nella preghiera - alle lodi
perfette che tutte le creature ti rendono e ti renderanno, in cielo e in terra,
affinché da tutti tu sia giustamente celebrato e glorificato per sempre.
Accetta, o Signore Dio mio, i miei voti e il mio desiderio di darti infinite
lodi e copiose benedizioni, quali giustamente a te si debbono, per la grandezza
della tua ineffabile potenza. Tutto questo io ti dono ora, e voglio donarti
ogni giorno e in ogni tempo, invocando con caloroso preghiera tutti gli spiriti
celesti e tutti i tuoi fedeli a unirsi a me nel renderti grazie e nel darti
lode. Tutti i "popoli, le stirpi e le nazioni" diano lode a te (Dn
7,14), esaltino il nome tuo, santo e soave, con sommo giubilo ed ardente
devozione. E quanti celebrano il tuo altissimo Sacramento con venerazione e
pietà, e lo ricevono con pienezza di fede, possano trovare grazia e
misericordia presso di te. Che essi si degnino di ricordarsi di questo
poveretto, quando, raggiunta la desiderata devozione e nutriti della salutare
unione con te, lasciano la sacra mensa celeste, piene di consolazione e
mirabilmente ristorati.
Capitolo
XVIII
L'UOMO
NON SI PONGA AD INDAGARE, CON ANIMO CURIOSO, INTRONO AL SACRAMENTO, MA SI
FACCIA UMILE IMITATORE DI CRISTO E SOTTOMETTA I SUOI SENSI ALLA SANTA FEDE
Parola del Diletto
1. Se non vuoi essere sommerso nell'abisso del
dubbio, devi guardarti dall'indagare, con inutile curiosità intorno a questo
altissimo Sacramento. "Colui che pretende di conoscere la maestà di Dio,
sarà schiacciato dalla grandezza di lui" (Pro 25,27). Dio può fare cose
più grandi di quanto l'uomo possa capire All'uomo è consentita soltanto una pia
ed umile ricerca della verità, sempre pronta ad essere illuminata, e desiderosa
di muoversi entro i salutari insegnamenti dei Padri. Beata la semplicità, che
tralascia le ardue strade delle disquisizioni e prosegue nel sentiero piano e
sicuro dei comandamenti di Dio. Sono molti quelli che, volendo indagare cose
troppo sublimi, perdettero la fede. Da te si esigono fede e schiettezza di
vita, non altezza d'intelletto e capacità di penetrare nei misteri di Dio. Tu,
che non riesci a conoscere e a comprendere ciò che sta più in basso di te, come
potresti capire ciò che sta sopra di te? Sottomettiti a Dio, sottometti i tuoi
sensi alla fede, e ti sarà dato lume di conoscenza, quale e quanto potrà
esserti utile e necessario. Taluni subiscono forti tentazioni circa la fede e
il Sacramento; sennonché, non a loro se ne deve fare carico, bensì al nemico.
Non soffermarti su queste cose; non voler discutere con i tuoi stessi pensieri,
né rispondere ai dubbi insinuati dal diavolo. Credi, invece alle parole di Dio;
affidati ai santi e ai profeti (2Cor 20,20), e fuggirà da te l'infame nemico.
Che il servo di Dio sopporti tali cose, talora è utile assai. Il diavolo non
sottopone alle tentazioni quelli che non hanno fede, né i peccatori, che ha già
sicuramente in sua mano; egli tenta, invece, tormenta, in vario modo, le
persone credenti e devote.
1. Procedi, dunque, con schietta e ferma fede;
accostati al Sacramento con umile venerazione. Rimetti tranquillamente a Dio,
che tutto può, quanto non riesci a comprendere: Iddio non ti inganna; mentre si
inganna colui che confida troppo in se stesso. Dio cammina accanto ai semplici,
si rivela agli umili, "dà lume d'intelletto ai piccoli" (Sal
118,130), apre la mente ai puri di cuore; e ritira la grazia ai curiosi e ai
superbi. La ragione umana è debole e può sbagliare, mentre la fede vera non può
ingannarsi. Ogni ragionamento, ogni nostra ricerca deve andare dietro alla
fede; non precederla, né indebolirla. Ecco, predominano allora la fede e
l'amore, misteriosamente operanti in questo santissimo ed eccellentissimo
Sacramento. Il Dio eterno, immenso ed onnipotente, fa cose grandi e
imperscrutabili, in cielo e in terra; e a noi non è dato investigare le
meravigliose sue opere. Ché, se le opere di Dio fossero tali da poter essere
facilmente comprese dalla ragione umana, non si potrebbero dire meravigliose e
ineffabili.
FINISCE IL LIBRO DEI CONSIGLI
DEVOTI PER LA SANTA COMUNIONE.