PREFAZIONE
ALL'EPISTOLA AI ROMANI
di
Martin Lutero
Presentazione
L'epistola ai Romani è
ricchissima di insegnamento ed è sempre stata oggetto
di devota lettura e attento studio da parte dei cristiani di ogni tempo. Tra
gli scritti dell'apostolo Paolo è sicuramente la più completa e possiamo
considerarla come una sistematica esposizione del messaggio del Vangelo che è
stato predicato e tramandato "una volta per sempre" dai tempi degli
apostoli fino ai nostri. Intendere male o in modo incompleto questa
epistola significa quindi conservare e mantenere delle idee errate
riguardo al modo in cui Dio ha disposto, ha compiuto ed applica la salvezza dei
peccatori.
Cogliendo quindi l'invito di
Lutero, di leggere, imparare a memoria e meditare continuamente su questa
porzione della Scrittura, vogliamo rivolgere la nostra più devota attenzione a
questa epistola.
Per incoraggiare ognuno che avrà tra le mani questo opuscolo vorrei riportare solamente
qualche aneddoto per dimostrare come lo Spirito Santo si sia compiaciuto di
benedire alcuni uomini proprio mediante la lettura o lo studio dell'Epistola ai
Romani.
Il primo riguarda la conversione di Agostino, il famoso Vescovo d'Ippona.
Egli stesso, nelle sue "Confessioni", ci racconta come, mentre si
trovava immerso nei suoi problemi, con l'angoscia nell'anima a causa del senso
dei propri peccati, udì quella che gli parve come la voce di un bambino che,
dall'altra parte del muro del giardino dove si trovava, cantilenava le parole:
"Tolle, lege; tolle, lege" e cioè, "Prendi e leggi, prendi e leggi". Ubbidendo
a quello che interpretò come un ordine irresistibile
si diresse verso casa, prese un rotolo di pergamena e lesse le prime parole
sulle quali i suoi occhi caddero che erano le seguenti: "Comportiamoci
onestamente, come in pieno giorno, senza gozzoviglie e ubriachezze; senza
immoralità e dissolutezza; senza contese e gelosie; ma rivestitevi del Signore
Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne i
desideri."(Romani 13:13,14). Queste parole ebbero la potenza di illuminare
il suo cuore e la grazia di Dio operò in modo che si convertì
e divenne un cristiano del quale il Signore si usò grandemente affinchè
Molti secoli dopo, nel 1515, Martin Lutero, il figlio di un minatore Tedesco che era
diventato monaco dell'ordine degli Agostiniani, studiano l'epistola ai Romani,
cominciò a comprendere la grande dottrina della
Giustificazione mediante la sola fede ed è per questa ragione che, da come si
comprenderà leggendo, egli attribuisce così tanto valore a questa epistola.
Solamente un altro episodio sarà
sufficiente a stimolare il vostro desiderio di leggere quanto segue a questa
presentazione. Infatti, proprio la "Prefazione
all'epistola ai Romani" di Lutero fu lo strumento che il Signore usò con John Wesley, per portarlo alla
consapevolezza della condizione del proprio cuore. John
Wesley era un predicatore della chiesa d'Inghilterra,
molto colto ed anche molto orgoglioso delle proprie buone opere. Eppure, nonostante ciò, il suo cuore rimase nel travaglio e
nell'inquietudine fino a quando, la sera del 24 Maggio del 1738, entrò in un
piccolo locale dove alcuni cristiani erano riuniti per pregare. Chi presiedeva
la riunione stava proprio leggendo la "Prefazione all'epistola ai
Romani" di Lutero e, mentre Wesley ascoltava,
sentì il suo cuore "riscaldarsi stranamente" e comprese che, per la
propria salvezza, avrebbe dovuto confidare solamente in Cristo e non nelle
proprie buone opere.
La "Prefazione" si
compone di due parti principali. Nella prima (pagg. 3-10) Lutero spiega quale sia il significato scritturale di termini molto comuni ma
anche generalmente fraintesi come: legge, peccato, grazia, fede, giustizia,
carne, spinto e poi (pagg. 11-19) offre una panoramica dei singoli capitoli
descrivendone brevemente il contenuto.
La mia preghiera al Signore è che
altri cuori possano riscaldarsi mentre, anche attraverso questo scritto,
giungono a una migliore comprensione delle verità
contenute in questa parte della Scrittura.
PREFAZIONE ALL'EPISTOLA AI
ROMANI
In questa epistola
cogliamo il pensiero centrale del Nuovo Testamento, il Vangelo nella sua
espressione più pura. Sarebbe bene che un cristiano non imparasse soltanto
l'epistola a memoria, parola per parola, ma che la
meditasse continuamente come pane quotidiano dell'anima. L'epistola non può mai
venire letta e meditata con sufficiente attenzione. Più la si
legge, più la riteniamo preziosa e più la si gusta. Perciò anch'io voglio
renderle un servizio, per quanto Dio mi concede, e con questa prefazione
introdurne la lettura, sì che ognuno la possa
intendere bene. Fino ad oggi questa lettera è stata molto oscura con commenti e
ogni genere di chiacchiere, mentre essa stessa è una luce capace di illuminare
tutta
Anzitutto dobbiamo conoscere la
lingua usata nell'epistola, dobbiamo sapere che cosa san Paolo intenda con
parole come legge, peccato, grazia, fede, giustizia, carne, spirito e simili,
altrimenti si legge l'epistola senza trame vantaggio. La parola legge non va
intesa qui in senso umano, quasi che nell'epistola venisse
insegnato quali opere si debbano o non si debbano fare, come avviene nelle
leggi umane, secondo le quali si cerca di adempiere la legge con opere, senza
parteciparvi col cuore. Dio giudica secondo i sentimenti del cuore. Perciò la sua legge esige la dedizione del cuore e non si
appaga delle opere, e condanna le opere compiute senza dedizione del cuore,
come ipocrisia e menzogna.
Nel Salmo 116 tutti gli uomini
sono detti bugiardi perché nessuno osserva né può osservare
la legge col cuore. Infatti nessuno trova piacere nel
bene, il cuore non è attaccato alla legge di Dio; in esso certamente
signoreggiano il peccato e la meritata ira di Dio, anche se apparentemente vi
sono molte opere buone e la condotta sembra onesta.
Perciò san Paolo al capitolo 2 (vv.12,13) giunge alla conclusione
che i Giudei sono tutti peccatori, e dice che soltanto quelli che osservano la
legge sono giusti dinanzi a Dio. Con ciò intende che nessuno con opere può
osservare la legge, ma piuttosto dice ai Giudei: "Tu che insegni che non
si deve commettere adulterio, commetti
adulterio"' (Ro. 2:22).
Così giudicando un altro, condanni te stesso, perché
tu che giudichi, agisci allo stesso modo. È come se volesse dire: Tu che vivi
esteriormente in modo onesto nelle opere della legge, e giudichi quelli che non
vivono così, e sai ammaestrare ognuno, vedi la
scheggia nell'occhio dell'altro, ma non scopri la trave nell'occhio tuo (Mt.
7:4-7).
Anche quando osservi
esteriormente la legge con opere per paura di punizione o per desiderio di
ricompensa, fai ogni cosa senza vero piacere e senza amore per la legge, ma
piuttosto di malavoglia e per costrizione, e preferiresti agire diversamente,
se non vi fosse la legge. Ciò significa che tu sei in
fondo al cuore nemico della legge. Che cosa importa
che insegni agli altri a non rubare, se poi nel cuore sei un ladro, e lo
saresti volentieri apertamente, se tu lo potessi? Sebbene poi
anche l'opera esterna non si farà attendere a lungo in simili ipocriti.
Così dunque ammaestri gli altri, ma tu stesso non sai quello che insegni e
neppure hai rettamente inteso la legge, perché essa accresce il peccato, come
dice san Paolo al capitolo 5 (v. 20). Esigendo essa ciò che l'uomo non è in
grado di compiere, lo rende maggiormente nemico della legge.
Perciò egli dice al capitolò 7 : "La legge è spirituale"(v. 14). Cosa significa? Se fosse carnale
sarebbe soddisfatta con le opere. Ma è spirituale, e
nessuno la adempie se non compie ogni cosa con tutto il cuore. Nessuno,
possiede un simile cuore, soltanto lo spirito di Dio può crearlo. Esso rende
l'uomo conforme alla legge, si che ami la legge e
quindi faccia ogni cosa non più per paura o costrizione, ma con tutto il cuore.
Dunque la legge è spirituale: vuole che la si ami e la
si adempia con un cuore conforme allo Spirito ed esige uno spirito siffatto. Se esso non è nel cuore, rimangono peccato, disgusto,
inimicizia contro la legge, che pure è buona e santa.
Abituati ora al pensiero che sono due cose diverse compiere le opere della legge e
adempiere la legge. L'opera della legge è tutto ciò
che l'uomo fa o può fare per la legge con la sua libera volontà e con le sue
proprie forze. Ma siccome con tali opere rimangono nel
cuore disgusto e costrizione alla legge, quelle opere sono nel loro insieme
perdute e inutili. Questo intende san Paolo quando al
capitolo 3 (v. 20) dice: "Mediante l'opera della legge nessun uomo diviene
giusto dinanzi a Dio". Ora tu vedi che vi sono dei disputatori scolastici
e dei sofisti seduttori che insegnano a prepararsi alla grazia con opere. Come
può prepararsi al bene con opere chi non fa alcuna opera
senza disgusto e malavoglia nel cuore? Come potrebbe piacere a Dio l'opera che
viene da un cuore disgustato e svogliato?
Compiere la legge significa fare
le opere da essa richieste 'Con piacere e amore, e
liberamente, vivere con pietà e bontà senza la costrizione della legge, come se
non vi fosse alcuna legge né pena. Tale buona disposizione ad amare liberamente
è suscitata dallo Spirito Santo nel cuore, come dice l'apostolo Paolo al
capitolo 5 (v. 15). Ma lo Spirito Santo non è dato se
non con la fede, per mezzo della fede e nella fede in Gesù Cristo, come dice
l'apostolo nell'introduzione alla sua epistola. La fede viene soltanto per
mezzo della parola di Dio, ossia del Vangelo che annunzia Cristo, com'egli sia Figlio di Dio e uomo, morto e risuscitato per noi, come
dice san Paolo nei capitoli 3 (v. 25), 4 (v. 25), e 10 (v. 9). Perciò soltanto la fede giustifica, e adempie la legge. Infatti porta lo Spirito per il merito di Cristo. Lo Spirito
rende il cuore volonteroso e libero, come lo vuole la legge, per
cui dalla stessa fede nascono le buone opere. Questo intende l'apostolo
al capitolo 3 (v. 31) dopo aver respinto le opere della legge, quasi volesse sopprimere la legge per mezzo della fede. Ma no,
egli dice, noi stabiliamo la legge mediante la fede, cioè
l'adempiamo mediante la fede.
Peccato nella Sacra Scrittura non
significa soltanto l'opera esteriore che si compie nella vita terrena, ma tutto
ciò che a un tempo si agita e spinge all'opera
esteriore, il fondo del cuore con tutte le sue forze, così che la parola fare
qui significa che tutto l'uomo cade e precipita nel peccato.
Come la fede soltanto rende
giusti e conferisce lo spirito e la volontà per le opere buone esteriori, così
pure pecca soltanto l'incredulità. Essa eccita la carne e suscita il desiderio di opere malvagie esteriori, come accadde ad Adamo e a Eva
nel paradiso. Genesi 3. Perciò Cristo chiama peccato
soltanto l'incredulità, quando dice in Giovanni: "Lo Spirito condannerà il
mondo a causa del peccato, perché non crede in me" (Gv.
16:8,9). Perciò prima che si facciano delle opere
buone o cattive, dei frutti buoni o cattivi, vi dev'essere
nel cuore fede o incredulità, quale radice, linfa e principale forza di ogni peccato, che nella Scrittura viene chiamata anche testa
del serpente o testa del drago antico, che il seme della donna. Cristo, deve
tritare, come fu promesso ad Adamo in Genesi 3 (v.
15).
Grazia e dono sono
distinti, perché grazia significa propriamente favore o benevolenza di Dio, che
egli ci concede e per cui è disposto a infondere in noi Cristo e lo Spirito con
tutti i suoi doni, come appare evidente nel capitolo 5 (v. 15) ove è detto
della grazia e del dono in Cristo ecc. Sebbene i doni e lo Spirito crescano in
noi quotidianamente e non siano ancora perfetti, sì che rimangono in noi ancora
cattivi desideri e peccato, che combattono contro lo Spirito, come l'apostolo
dice in Romani 7 (v. 14 e segg., 23) e Galati, 5 (v. 17), e come in Genesi, 3 (v. 15) viene
annunziato l'odio fra il seme della donna e il seme del serpente, tuttavia la
grazia opera tanto che noi veniamo considerati interamente e pienamente giusti
dinanzi a Dio, perché la sua grazia non si divide né si spezzetta, come si fa
con i doni, ma ci prende tutti completamente nel suo favore per Cristo, nostro
intercessore e mediatore, e perché i doni hanno cominciato a essere manifestati
in noi.
Cosi si comprende
il capitolo 7 (v. 8), in cui san Paolo si biasima come peccatore, mentre nel
capitolo 8 (v. 1) dice che: "Non v'è alcuna condanna per quelli che sono
in Cristo", a causa dei doni (ancora) imperfetti e dello Spirito. A causa
della carne non mortificata siamo ancora peccatori. Ma
perché crediamo in Cristo e lo Spirito ha cominciato l'opera sua in noi, Dio è
a noi tanto favorevole e pieno di grazia da non volere considerare né giudicare
tale peccato, ma ci vuole trattare secondo la fede in Cristo, affinché il
peccato sia distrutto.
Fede non e quell'umana illusione e quel sogno che alcuni pensano
essere fede. E se vedono che non ne
deriva alcun miglioramento della vita né opere buone, sebbene odano parlare, e
molto parlino essi stessi, di fede, cadono in errore e dicono
che la fede è insufficiente, ma è necessario fare opere, divenire pii e santi.
Di conseguenza se odono il Vangelo formulano qualche proprio pensiero nel cuore
e dicono:
"Io credo". Stimano che
questo sia vera fede; ma siccome si tratta soltanto di un pensiero umano che
l'intimo del cuore non conosce, non ha efficacia e quindi non ne deriva
miglioramento alcuno.
La fede è invece un'opera divina
in noi che ci trasforma e ci fa nascere di nuovo da Dio, Giovanni 1 (v. 13).
Essa uccide il vecchio Adamo, trasforma noi uomini completamente nel cuore,
nell'animo, nel sentire e in tutte le energie, e reca con sé lo Spirito Santo.
Oh la fede è cosa viva, attiva, operante, potente, per cui
è impossibile che non operi continuamente il bene. Non chiede neppure se ci
siano opere buone da compiere; prima che si chiedano essa le ha già fatte, ed è
sempre in azione. Ma chi non compie tali opere è uomo senza
fede, va a tastoni e cerca intorno a sé la fede e le opere, e non sa che cosa
siano né fede né opere buone, eppure chiacchiera molto intorno alla fede e alle
opere buone.
Fede è una fiducia viva e audace
nella grazia di Dio, tanto certa di questa che morrebbe mille
volte piuttosto che dubitarne. E una tale fiducia e conoscenza della grazia
divina rende lieti, baldanzosi, e giocondi dinanzi a
Dio e a tutte le creature per l'opera dello Spirito Santo nella fede. Perciò
l'uomo diviene volonteroso, senza costrizione, e lieto
nel fare del bene a ognuno, nel servire ognuno, nel sopportare ogni cosa,
nell'amore e nella lode di Dio che ha manifestato in lui tale grazia. È quindi
impossibile separare le opere dalla fede, come è
impossibile separare dal fuoco calore e splendore. Perciò
guardati dai tuoi falsi pensieri e dalle chiacchiere vane, che vogliono essere
intelligenti, dare giudizi sulla fede e le opere buone mentre sono sommamente
stolti. Chiedi a Dio che operi la fede in te, altrimenti qualunque cosa
tu voglia o possa immaginare e fare, rimarrai
eternamente senza fede.
Giustizia è soltanto questa fede
e si chiama giustizia di Dio, ossia giustizia che vale
dinanzi a Dio, perché Dio la dona e la mette in conto di giustizia per amor di
Cristo nostro Mediatore, e spinge l'uomo a dare a ciascuno ciò che gli deve.
Mediante la fede l'uomo e purificato dal peccato e
trova piacere nei comandamenti di Dio. In tal modo da gloria a Dio e gli rende
quello che gli deve. Serve volonterosamente agli uomini in quello che può, e
così rende anche a ciascuno il dovuto. Natura, libera volontà e le nostre forze
non possono attuare questa giustizia. Poiché come nessuno può dare a sé stesso la fede, così neppure può togliere l'incredulità.
Come potrebbe egli togliere un solo piccolissimo peccato? Perciò è falsa
ipocrisia e peccato tutto ciò che avviene all'infuori della fede o
nell'incredulità, Romani, 14 (v. 23), sia pur
splendido quando si voglia.
Non devi intendere carne e
spirito come se carne fosse soltanto impudicizia, e spirito
ciò che si riferisce all'intimo del cuore. San Paolo chiama carne, come Cristo
in Giovanni 3 (v. 6), ciò che è nato dalla carne: tutto l'uomo col corpo e con
l'anima, con la ragione e tutti i sensi, perché tutto in lui ricerca ciò ch'è carnale. Sappi dunque chiamare carnale colui che senza grazia pensa, insegna e ciancia intorno a
cose spirituali, come tu puoi apprendere dalle opere della carne, Calati, 5 (v.
20) ove san Paolo menziona anche eresie e odio come opere carnali. E in Romani,
8 (v. 3) egli dice che per mezzo della carne la legge
è resa debole, non intendendo con ciò impudicizia, ma tutti i peccati, e
specialmente l'incredulità che è il vizio più spirituale di tutti.
D'altro lato tu chiami spirituale
anche colui che compie le opere più materiali, come
Cristo che lavò i piedi ai discepoli, e come Pietro che andava in barca e
pescava. Dunque carne è un uomo che vive e opera
interiormente ed esteriormente ciò che giova alla carne e alla vita terrena,
spirito è invece l'uomo che vive e opera interiormente ed esteriormente ciò che
serve allo spirito e alla vita avvenire.
Se non intendi in tal modo queste
parole, tu non capirai mai questa epistola di san
Paolo, né alcun altro libro della Sacra Scrittura. Perciò
guardati da tutti i maestri, chiunque essi siano - e fossero pure Origene,
Ambrogio, Agostino, Girolamo e altri loro pari -che usano queste parole
diversamente.
E ora prendiamo l'epistola. Un predicatore evangelico deve
anzitutto, mediante la rivelazione della legge e del peccato, riprendere tutto
ciò che non vive per lo Spirito e la fede in Cristo, affinché gli uomini siano
condotti a conoscere sé stessi e la propria miseria, e
divengano umili e desiderino aiuto. Così fa pure san Paolo cominciando nel
capitolo
Nel capitolo
Nel capitolo
Poi comincia a
insegnare la via vera per giungere alla pietà ed essere salvati. Dice:
"Sono tutti peccatori e mancano della gloria di Dio",
ma devono essere giustificati senza merito alcuno, per la fede in Cristo
che ha meritato questo per noi mediante il suo sangue, ed egli è stato fatto
per noi un trono di grazia da Dio che ci perdona tutti i peccati trascorsi. Così prova che soltanto la sua giustizia, comunicataci nella fede,
ci può salvare. Essa è ora rivelata mediante il Vangelo, mentre nel
passato era attestata dalla legge e dai profeti. Dunque la legge viene stabilita mediante la fede, anche se così viene
abbandonata la legge con tutta la sua gloria.
Dopo avere manifestato nei primi
tre capitoli il peccato, per insegnare la via della fede, comincia nel capitolò 4 ad affrontare alcune obiezioni e pretese. In
primo luogo risponde alla obiezione che fanno per lo
più tutti quelli che sentono come la fede giustifichi senza le opere e dicono:
Non si deve fare alcuna opera buona? Così tiene dinanzi a sé la figura di Abramo e si chiede: Che cosa ha fatto Abramo con le sue opere?
È stato tutto invano? Non avevano alcuna utilità le
sue opere? E conclude che Abramo, senza opera alcuna,
è stato giustificato soltanto mediante la fede, così che, anche prima
dell'opera della sua circoncisione, viene celebrato dalla Scrittura come uomo
giustificato soltanto per la sua fede, Genesi, 15 (v. 6). Se dunque l'opera
della circoncisione non ha contribuito alla sua giustizia, che pure era
indicata nel comandamento di Dio come buona opera di
obbedienza, non potrà certamente nessun'altra opera
buona contribuire alla giustizia. Ma, come la circoncisione di
Abramo era un segno esteriore per dimostrare la sua giustizia nella
fede, così tutte le opere buone sono segni esteriori che derivano dalla fede e
provano, come frutti buoni, che l'uomo è già interiormente giusto dinanzi a
Dio.
Così san Paolo conferma, con un bell'esempio tratto dalla Scrittura, il suo insegnamento
intorno alla fede, esposto nel capitolo 3. E cita
ancora un testimone, Davide nel Salmo 32, che pure afferma che l'uomo viene giustificato senza le opere, sebbene non rimanga senza
opere, quando è giustificato. Poi estende il suo esempio a tutte le opere della
legge, dicendo che i Giudei non possono essere eredi
di Abramo, semplicemente a causa del sangue, e tanto meno a causa delle opere
della legge, ma devono ereditare la fede di Abramo, se vogliono essere gli
eredi di Abramo, poiché egli e' stato giustificato per fede prima della legge
di Mosè e della circoncisione, ed è chiamato padre di
tutti i credenti. Inoltre la legge ha suscitato molto più ira che grazia,
poiché nessuno la compie con amore e con gioia. Dall'opera della legge viene
molto più sdegno che grazia, perciò soltanto la fede può ottenere la grazia
promessa ad Abramo. Tali esempi sono scritti per noi, affinchè
anche noi crediamo.
Nel capitolo 5 si parla dei frutti e delle opere della fede. Essi sono
pace, allegrezza, amore per Dio e per il prossimo, inoltre certezza, costanza,
serenità, coraggio e speranza nelle tribolazioni e
nelle sofferenze. Infatti tutti questi frutti maturano
dove la fede è genuina, a causa della sovrabbondante benignità manifestataci da
Dio in Cristo, che egli ha lasciato morire per noi, prima che noi potessimo
supplicarlo, perché eravamo ancora nemici. Dunque abbiamo provato che la fede
giustifica senza opera alcuna, ma non ne consegue che si debba
fare nessuna opera buona, anzi non devono mancare le opere giuste, delle quali
nulla sanno gli ipocriti che inventano opere proprie in cui non v'è pace, né
gioia, né certezza, né amore, né speranza, né costanza, né alcun carattere di
una genuina opera cristiana e della fede.
Poi l'apostolo fa una interessante divagazione narrando quale sia l'origine
del peccato e della giustizia, della morte e della vita, e contrappone bene
Adamo a Cristo. Intende dunque dire perché doveva venire Cristo, quale secondo
Adamo, per trasmettere a noi la sua giustizia mediante una nuova nascita
spirituale nella fede, come il primo Adamo ci ha trasmesso il peccato mediante
la vecchia nascita dalla carne.
Così sarà manifesto e confermato
che nessuno può da solo, mediante le opere, liberarsi dal peccato e pervenire
alla giustizia, come è vero che egli non può da solo
generarsi corporalmente. Con ciò sarà anche provato che la legge divina, che
dovrebbe essere di aiuto, se in qualcosa potesse
giovare in vista della giustizia, non soltanto è venuta senza recare aiuto, ma
ha piuttosto accresciuto il peccato, perché la natura peccaminosa le diviene
tanto più nemica e vuole soddisfare il proprio piacere, quanto più la legge
glielo vieta. Dunque la legge rende Cristo ancora più
necessario ed esige maggiore grazia per venire in aiuto alla natura umana. E ci insegna che mediante la fede non siamo liberati a tal
punto dal peccato da potercene rimanere oziosi, pigri e sicuri di noi stessi, come
se non vi fosse più alcun peccato. Il peccato c'è. ma
non viene più imputato a condanna, a causa della fede che lo combatte. Perciò abbiamo abbastanza da lottare con noi medesimi
durante tutta la vita, per tenere il nostro corpo in soggezione, e mortificare
i suoi piaceri e costringere le sue membra, affinché siano obbedienti allo
Spirito e non alle proprie concupiscenze. Così diveniamo simili a Cristo nella
sua morte e nella sua risurrezione e rendiamo compiuto
il nostro battesimo (che significa pure la morte al peccato e una nuova vita
nella grazia), finché noi, puri dal peccato anche corporalmente, risorgiamo con
Cristo e abbiamo la vita eterna.
Noi possiamo fare questo, egli
dice, perché non stiamo sotto la legge, ma sotto la grazia; e spiega che essere
senza la legge non è lo stesso che non avere alcuna legge e fare ciascuno quello che gli piace. Ma essere sotto la legge
significa praticare le opere della legge senza la grazia, per
cui il peccato signoreggia certamente mediante la legge, poiché nessuno
ama per natura la legge. E questo è un grande peccato.
Ma la grazia ci rende la legge amabile, e allora non
c'è più alcun peccato, e la legge non è più contro di noi, ma una sola cosa con
noi.
La stessa cosa vale per la
libertà dal peccato e dalla legge che l'apostolo descrive fino alla fine di
questo capitolo. Si tratta di una libertà per operare bene con piacere e per
vivere onestamente senza la costrizione della legge. Perciò questa libertà è
una libertà spirituale, che non sopprime la legge, ma da quello che la legge
esige, cioè piacere e amore per appagare la legge, sì
che questa non abbia più alcunché da sollecitare ed esigere. È come se tu fossi
debitore a un feudatario e non sapessi come pagare.
Potresti liberarti dal debito in due modi. Primo: che egli
non prenda nulla da te e strappi il suo registro; secondo: che un uomo pio
paghi per te e ti dia quanto ti occorre per soddisfare il tuo creditore.
A questo modo Cristo ci ha affrancati dalla legge. Non
si tratta quindi di una sfrenata libertà carnale, che non vuole fare nulla, ma
di una libertà che compie molte opere e di ogni
genere, però è esente da quanto la legge esige e alla legge si deve.
Con un esempio tratto dalla vita
coniugale, l'apostolo conferma queste cose nel capitolo 7. Se
il marito muore, la moglie è libera, e i due sono completamente sciolti l'uno
dall'altro. Alla moglie non è punto vietato di prendere un altro marito, anzi
essa è del tutto libera di sposare un altro, mentre non poteva farlo prima di
essere sciolta da quel marito. Così la nostra coscienza è vincolata alla legge
sotto il vecchio uomo peccaminoso. Se questi però viene
ucciso dallo Spirito, la coscienza è libera, e i due sono completamente sciolti
l'uno dall'altro. Ciò non vuoi dire che la coscienza
non debba fare nulla, ma proprio ora essa deve dipendere da Cristo, dall'altro
uomo, e portare i frutti della vita.
Poi l'apostolo continua a
dipingere la natura del peccato e della legge, come mediante la legge il
peccato prende vita e diviene vigoroso. Infatti l'uomo
vecchio diviene sempre più ostile alla legge, perché non può pagare quello che
la legge esige. Peccato è la sua natura, e per se stesso non può fare
diversamente, perciò la legge è la sua morte e ogni Suo
tormento. Non già che la legge sia cattiva, ma la
natura malvagia non può tollerare il bene, non può tollerare che la legge esiga
da essa il bene. Come un inalato non può soffrire che si esiga
da lui di correre e saltare e di compiere altre azioni da persona sana.
Perciò san Paolo conclude che quando si conosce bene la legge e la si intende
nel modo migliore, essa non fa altro che ricordarci il nostro peccato e
ucciderci per mezzo di esso, rendendoci meritevoli dell'ira eterna, come ben si
apprende e si sperimenta nella coscienza, giustamente colpita dalla legge. Dunque per rendere l'uomo pio e salvo bisogna avere qualcosa
di diverso e di più della legge. Ma coloro che non conoscono bene la legge,
sono ciechi, presuntuosi, pensano di soddisfarla abbastanza con le opere,
perché non sanno quanto la legge esige, cioè un cuore
libero, volonteroso, lieto. Non vedono bene Mosè con
gli occhi; il velo che l'occulta rimane disteso dinanzi ai loro occhi
(allusione a 2 Co. 3:12-16).
Quindi
l'apostolo mostra come lo spirito e la carne siano in
conflitto fra loro in una stessa persona. E pone sé
stesso come esempio, affinché impariamo a conoscere bene l'opera (uccidere il
peccato in noi stessi). Chiama lo spirito e la carne una
legge che, come la legge divina, stimola ed esige. Così anche la carne stimola
ed esige e infuria contro lo spirito, e vuole soddisfare il suo desiderio.
Dall'altro lato lo spirito stimola e fa valere le sue esigenze contro la carne
e vuole soddisfare il suo desiderio. Questo conflitto permane in noi finché
viviamo, nell'uno di più, nell'altro di meno, a seconda che è più forte lo
spirito o la carne. Infatti tutto l'uomo è spirito e
carne, ed è in conflitto con sé stesso, finché non divenga tutto spirituale.
Nel capitolo
Nei capitoli 9, 10 e
Ma qui bisogna una buona volta
colpire gli spiriti insolenti e orgogliosi, che anzitutto in questo punto
vogliono fare valere la loro intelligenza e cominciano a
investigare l'abisso della divina predestinazione e invano si preoccupano di
sapere se sono predestinati. Essi devono rovinare sé
stessi, perché o vengono meno nell'animo o mettono a repentaglio la loro vita.
Ma tu segui questa
epistola nel suo ordine. Preoccupati anzitutto di
Cristo e del suo Vangelo, in modo da conoscere il tuo peccato e la sua grazia.
Poi combatti contro il peccato come insegnano i capitoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7,
8. Poi, quando sei giunto al capitolo 8, sotto la croce e
nella sofferenza, allora imparerai bene quanto sia consolante la
predestinazione nei capitoli 9, 10, 11. Infatti
senza sofferenza, croce e distretta mortale non si
può trattare della predestinazione senza danno e celata ira contro Dio. Il vecchio Adamo dev'essere ben morto
prima che tolleri queste cose e beva il vino forte. Perciò
bada bene di non bere del vino, finché sei un lattante. Ogni dottrina ha la sua misura, il suo tempo e la sua età.
Nel capitolo
Nel capitolo
Nel capitolo 14 insegna a
condurre bene nella fede le coscienze deboli e ad avere riguardo per esse, a non usare la libertà cristiana a detrimento dei
deboli, ma in modo da aiutarli. Infatti dove non si fa
questo, sorgono contese, con il conseguente disprezzo per il Vangelo, e tutte
le difficoltà. È meglio cedere in qualche cosa ai deboli, finché siano divenuti
forti, piuttosto che perdere interamente la dottrina del Vangelo. Questa è
un'opera speciale dell'amore, che anche adesso è necessaria, perché col
mangiare carne e altre libertà si diviene sfacciati e
rozzi, si offendono, senza necessità, le coscienze deboli prima che siano
pervenute alla conoscenza della libertà.
Nel capitolo 15 presenta Cristo come esempio, affinchè
noi pure sopportiamo i deboli che facilmente cadono in peccati manifesti o
hanno cattivi costumi. Non li dobbiamo respingere, affinchè
anch'essi possano migliorare. Infatti
Cristo ha fatto così con noi, e ancora fa così ogni giorno, tanto che porta
molti nostri vizi e cattivi costumi, oltre a ogni genere di imperfezioni, e ci
aiuta continuamente. Infine l'apostolo prega per i cristiani di Roma, li loda e
li raccomanda a Dio. E mostra il suo ministero e la sua predicazione e chiede
loro con delicatezza un'offerta per i poveri di Gerusalemme, ed è puro amore
ciò ch'egli dice e tratta.
L'ultimo capitolo è un capitolo
di saluti; ma vi inserisce una nobile esortazione a
guardarsi dalle dottrine umane che si insinuano nella dottrina evangelica e
provocano scandalo. Proprio come se avesse previsto con certezza che da Roma e
per mezzo dei Romani sarebbero venuti i Canoni e le Decretali che traggono in
errore e tutta la farragine di leggi e di comandamenti umani che oggi
sommergono il mondo intero, e hanno soppresso questa epistola
e tutta
In questa epistola
troviamo dunque in misura ricchissima ciò che un cristiano deve sapere, cioè
che cosa sia legge, Vangelo, peccato, pena, grazia, fede, giustizia, Cristo,
Dio, buone opere, amore, speranza, croce. E ci viene
detto come dobbiamo condurci verso ognuno, sia pio che peccatore, forte o
debole, amico o nemico, e verso noi medesimi. Inoltre
tutto è motivato con le Scritture, provato con esempi di sé (Paolo) stesso e
dei profeti, sì che non si può desiderare di più. Sembra che san Paolo abbia
voluto riassumere in questa epistola tutto
l'insegnamento cristiano ed evangelico e dare una introduzione a tutto l'Antico
Testamento. Infatti non v'è dubbio che colui, il quale
ritiene in cuore questa epistola, ha per sé la luce e la forza dell'Antico
Testamento. Perciò ogni cristiano abbia familiarità con essa
e continuamente la mediti. Dio ci conceda a tal fine la sua grazia. Amen.