SE UN UOMO ONESTO
CADE
(In questa meditazione, spesso viene utilizzata la versione Nuova
Diodati, quindi, quando il verso riportato non è conforme alla vostra Bibbia,
esso proviene da tale traduzione – n.d.r.)
INDICE
1.
Mosè, Una vita di
difficoltà
2.
Giona, Lottare con Dio
3.
Lot, Il costo delle
ambizioni egoistiche
4.
Noè, Il laccio
dell’alcolismo
5.
Gedeone, L’inganno del
successo
6.
Sansone, Il costo
nascosto della sensualità
7.
Asa, Il fallimento
del compromesso
8.
Dema, Innamorato del
mondo
9.
Salomone, Intrappolato dal
laccio del potere
10. Pietro, Superare le nostre paure
11. Davide, Morire con i rimpianti
12. Giuda, Orientato verso la direzione sbagliata
13. Ristorare gli abbattuti, Come iniziare
Riconoscimenti sono dovuti al mio buon amico, Les Stobbe, di San Bernardino (California), per il suo
incoraggiamento e la sua valida assistenza editoriale nel rendere questo libro
una realtà.
PREFAZIONE
w
Cosa succede quando un buon Cristiano viene colto in
flagrante peccato?
w
Potrà lui o lei mai rialzarsi dalla sua sconfitta spirituale
come l’araba fenice dalla polvere?
w
Se avesse luogo una votazione nella vostra chiesa, quante
persone voterebbero per dare un altro incarico di responsabilità?
In aggiunta a tutte
queste domande, ce ne sono altre da considerare.
w
Come risponde Dio ad una persona fedele che cade in un
peccato vergognoso? Dovrebbe cadere per sempre un velo sul suo ministerio?
w
Dio ha mai usato di nuovo una tale persona?
w
Dio ha trattato in modo differente i santi del Vecchio
Testamento perché Gesù non era ancora venuto?
Cercheremo le risposte
studiando le cadute di dodici uomini del Vecchio e Nuovo Testamento.
Pensate alla varietà di cadute presentate nella Bibbia.
C’è Noè, l’irremovibile uomo di Dio, che
costruì un’arca per centoventi anni a dispetto delle beffe dei suoi
concittadini, eppure si ubriacò così liberamente tanto da mostrarsi nudo nella
sua tenda. Qualche anno dopo un uomo giusto, Lot (giusto, così
l’apostolo Paolo lo definisce) fu salvato dalla condanna delle ingiuste città
di Sodoma e Gomorra, per poi commettere un incesto mentre era ubriaco; e cosa
successe quando Mosè commise un
omicidio e corse a nascondersi nel deserto?
Sapete che quaranta anni dopo la sconfitta dei Madianiti ad opera della sua
squadra di trecento uomini, Gedeone costituì un luogo di culto senza la presenza
di Jahve? Inoltre prese molte mogli e uno dei suoi figli uccise tutti gli altri suoi fratelli.
L’avere molte mogli straniere fu per Salomone
motivo di caduta. Fu la paura di ciò che Dio avrebbe fatto che spinse Giona nella direzione opposta alla
destinazione che Dio stesso aveva scelto per lui. Tutti noi conosciamo la vita
lussuriosa di Sansone e la brutta
fine che fece. Uno dei pochi re onesti di Giuda, Asa, servì il Signore con tutto il cuore per trentasei anni, per
poi stringere un’alleanza fatale con un re siriano. Questa alleanza stese un
velo sugli ultimi anni del regno di Asa. Un discepolo del Nuovo Testamento che
fece un’alleanza sbagliata fu Giuda
che scelse di unirsi alle guide politico-spirituali di quei tempi piuttosto che
soffrire con Gesù.
Chi può dimenticarsi di Pietro, che
fu non solo un buon pescatore, ma quella sorta di discepolo leale che ogni
responsabile vorrebbe avere al suo fianco? Eppure permise che una serva lo
portasse con l’inganno a rinnegare il suo Signore. Ricordate Dema, seguace di Paolo nel Nuovo
Testamento, che un giorno nella pentola a pressione di Roma abbandonò
l’apostolo. Che dire della caduta di Abramo
in Egitto, del doppio peccato di Davide
(adulterio e omicidio), delle accese discussioni di Giobbe riguardo la giustizia di Dio, dell’abbandono di Paolo e
Barnaba da parte di Giovanni detto Marco
durante il loro primo viaggio missionario?
Perché Dio include
nella Bibbia così tanti fallimenti e cadute?
Perché siano per coloro
che ha creato per servirLo un ricordo della Sua redenzione. Ripetutamente molte
delle persone che scelsero il sentiero della disubbidienza, scelsero poi quello
dell’ubbidienza e quando lo fecero, Dio li benedisse nuovamente. Egli perdonò e
dimenticò!
Egli da ristoro per gli
anni che le locuste hanno divorato!
Questo libro non è
semplicemente una lista di fallimenti e sconfitte. Certo ne esamineremo una
parte, compresi quelle di coloro che non si ritrassero dal peccato, ma lo scopo
finale è quello di permetterci di diventare più consapevoli della grazia e del
perdono del nostro Dio. Insieme vogliamo imparare a sufficienza riguardo alla
nostra vulnerabilità per evitare i fallimenti di altri. Imparare abbastanza
riguardo al perdono di Dio per essere spinti a perdonare gli altri che sono
caduti, e abbastanza sul desiderio che Dio ha di ristorarci per darci coraggio
e speranza quando ci pentiamo dopo essere stati intrappolati dal peccato.
Vedete, vogliamo imparare di più riguardo al nostro Dio che riguardo ai
fallimenti degli uomini.
1: MOSE’
Una vita di difficoltà
Recentemente
ho ricevuto questa lettera:
”Sono un uomo di trentun’anni,
divorziato, anche se ho affrontato questa separazione in modo molto amaro. Mi
sento male perché non ho speranza per il futuro; spesso torno a casa dalla
chiesa, piango, e non c’è nessuno vicino a me in quel momento, nessuno si
prende cura di me. Ciò che mi ferisce di più è che ho implorato Dio di
concedermi la grazia di essere un single per la Sua gloria e di aiutarmi a
fissare i miei occhi su Gesù, ma niente cambia. Continuo a cadere e sono ormai
sull’orlo del collasso. Qualcosa è davvero sbagliato. Sono paralizzato e
amareggiato tanto che riesco a malapena a relazionarmi con gli altri. Sento
che devo stare in un angolo in castigo per il retto della mia vita”.
Il
castigo: ti sei mai trovato in questa situazione?
Forse è il risultato di
una bancarotta che non hai potuto evitare, uno sgradevole comportamento che ti
ha portato problemi di salute, una relazione immorale che si è conclusa,
dopodichè hai cercato di rimettere le cose a posto.
Il fatto è che ti senti come se fossi in castigo, molto più di quanto nel
calcio un giocatore è espulso per un’infrazione delle regole o per un
comportamento irregolare; ma devi stare li per il resto della tua vita?
Ecco che hai trovato un
amico in Mosè.
Egli visse per
quarant’anni alla corte del Faraone, altri quaranta conducendo Israele fuori
dall’Egitto ma, schiacciato nel mezzo, passò altri quarant’anni sotto il
castigo dell’omicidio.
Stefano ci dice in Atti 7 che Mosè fu «istruito
in tutta la sapienza degli Egiziani, ed era potente in parole ed opere» (v.
22).
Aveva studiato
matematica, astronomia e chimica, così come anche i geroglifici.
Come figlio della
figlia del Faraone poteva godere di un ruolo di prestigio e di tutto il lusso
che l’Egitto potesse offrire.
F. B. Meyer
ipotizzò che quando Mosè andava in giro per le strade lo facesse con un
atteggiamento principesco in mezzo alle grida generali “inginocchiatevi!”.
Se navigava sul Nilo lo
faceva su di un barcone dorato circondato da una musica voluttuosa.
Giuseppe Flavio dice che quando gli Etiopi invasero l’Egitto con successo, Mosè
fu incaricato di condurre le truppe reali, egli sorprese e sconfisse il nemico
tornando con il bottino della vittoria. Come Meyer
ricordò: “La crema dell’Egitto fu versata nella sua coppa”.
Anche se Mosè ricevette
un’istruzione da Egiziano, rimase comunque un Israelita nel suo cuore.
Il dolore lo avvolse
quando vide gli Israeliti mentre facevano mattoni sotto il sole cocente; sapeva
che dovevano lavorare ancora più duramente dopo che il Faraone aveva loro detto
di raccogliere la paglia da soli.
Questo ragazzino
immerso nel lusso e nella moda avrebbe potuto stare nel palazzo, ma scelse di
fare lunghe passeggiate stando attento a ciò che stava succedendo fuori, nei
campi.
I maltrattamenti subiti dal suo popolo lo
facevano arrabbiare molto.
Mosè sapeva di essere stato chiamato ad essere il loro liberatore, sua madre
gli aveva raccontato di come Dio l’aveva
preservato in un cesto lungo il Nilo.
Niente vale di più del
fatto che sentisse la spinta della conduzione: non si poteva liberare
dell’impressione che il suo destino non fosse nel palazzo, ma nel correre il
rischio di liberare il suo popolo.
Gli speciali privilegi
che aveva avuto non andavano sprecati, egli era un uomo con un destino.
Un giorno vide un Egiziano frustare un Israelita. Questo era davvero troppo,
era arrivato il momento di un’azione immediata. Si guardò attorno e quando si
rese conto che nessuno lo stava guardando uccise l’Egiziano e lo nascose nella
sabbia (Esodo 2:12). Il giorno dopo uscì per sedare un litigio fra due
Israeliti e fu sorpreso nel sentire l’offensore dire; “Chi ti ha costituito principe e giudice su di noi? Vuoi uccidermi come
hai ucciso l’Egiziano?” (v. 14).
Mosè si meravigliò che
qualcuno l’avesse visto uccidere l’Egiziano. Nonostante avesse scrutato
attentamente l’orizzonte, evidentemente non era stato sufficientemente accorto,
oppure non aveva coperto il corpo con abbastanza sabbia. Era comunque qualcosa’altro che lo infastidiva profondamente: il suo
popolo lo aveva respinto. Stefano commenta: «Ora Mosè pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio stava per
dar loro liberazione per mezzo suo, ma essi non compresero» (Atti 7:25). Egli
supponeva che il suo popolo avrebbe capito, ma fu solo una sfortunata
ipotesi!
Come centinaia di
persone che sono cadute nella vita hanno dovuto imparare, è spesso presuntuoso
supporre che il popolo di Dio capirà.
Il Faraone si sentì tradito da colui che era cresciuto sotto la sua tutela
tanto da volerlo morto; nello stesso modo gli Israeliti non protessero Mosè
come avrebbero dovuto, così gli rimasero ben poche opzioni: per salvare la sua
vita scappò nel deserto.
Essere odiato dal Faraone era comprensibile, ma essere respinto dalle persone
per cui aveva rischiato la sua vita, creò una ferita che per essere rimarginata
richiese diversi anni.
La nostra delusione raramente viene dal mondo, ma
piuttosto dal popolo di Dio da cui ci aspetteremmo comprensione. Come spesso è
stato detto: i cristiani sparano ai loro feriti!
Quando giunse a Madian,
Mosè era esausto, così si sedette di fianco ad un pozzo.
Aveva avuto molte
onorificenze, era stato destinato a diventare il re d’Egitto ma, proprio là, la
sua reputazione era per sempre rovinata.
Senza dubbio il Faraone
fece sapere al popolo che razza di traditore era diventato il suo figlio
adottivo.
Perché tutto questo?
Mosè doveva imparare
alcune lezioni che il successo non poteva insegnargli.
C’è una trasformazione
di carattere che può avere luogo solo nel deserto.
Tu puoi essere
istruito, allevato nel palazzo, ma la saggezza viene nel deserto.
Che cosa impariamo quando siamo sotto il castigo?
LA LEZIONE DEL SERVIZIO
Prima
di tutto dobbiamo imparare a servire.
Quando
le figlie del sacerdote di Madian vennero al pozzo, Mosè le protesse dai
pastori sgarbati e le aiutò ad attingere l’acqua (Esodo 2:17).
Anche
se era stato addestrato per ben più prestigiose responsabilità, fece tutto
quello che era nelle sue capacità per aiutare (cominciava ad aver luogo il
cambiamento).
Quando Reuel, il padre delle giovani donne, chiese
chi le aveva aiutate, poterono rispondere solo di aver incontrato un Egiziano.
L’uomo che aveva avuto così alti riconoscimenti in Egitto, era ora
condannato a vivere nell‘oscurità e nell‘umiliazione.
Fu
invitato nella casa di Reuel, sposò Sefora, una delle sue figlie e, da allora in poi, sarebbe
stato un pastore.
Mosè
era piuttosto lontano dall’Egitto sia dal punto di vista geografico che
sociale.
I
pastori erano un’abominazione per gli Egiziani.
Ora
questo prestigioso ragazzo, pieno di fama e fortuna, avrebbe sprecato a sua
vita facendo ciò che uno schiavo analfabeta avrebbe fatto molto meglio di lui.
Per quarant’anni fece ciò che in precedenza gli avevano insegnato a
disprezzare.
Quando
sua moglie diede alla luce un figlio, lo chiamarono Ghersom,
che significa “straniero” (Esodo 2:22). Mosè non si sentì mai a casa nel
deserto; era come il proverbiale paletto quadrato in un buco rotondo, la
sua attitudine andava in una direzione, le sue responsabilità nell’altra; il
suo addestramento appariva sprecato.
Per quanto lo riguardava, Mosè si aspettava di rimanere sotto il castigo a
Madian per il resto della sua vita, nessuno sarebbe stato mai impressionato
dalle sue credenziali; non restava altro che guardare ai suoi errori e
riflettere sul modo in cui era stato trattato.
Laggiù,
nel deserto, nessuno aveva cura, non ci sarebbero state promozioni, al massimo
sarebbe passato da un gregge di pecore ad un altro.
In Egitto, le madri avrebbero senza dubbio additato Mosè dicendo ai loro figli:
“Ecco Mosè.., sii come lui”, ma ora nessuno lo ammirava per la sua istruzione e
le sue responsabilità.
...eppure
Dio gli stava insegnando ad essere fedele nell’oscurità.
Francis Schaeffer disse che non ci sono persone grandi
o piccole di cui Dio si occupa, solo persone consacrate o non consacrate. Ecco
perché la nostra vocazione non è così importante per Dio quanto lo è per noi.
C’è qualcosa che si compie nell’oscurità se lo facciamo per Lui. Sì, anche
quando ci viene richiesto di compiere un lavoro per il quale non ci sentiamo
portati, possiamo trasformarlo in qualcosa di piacevole se crediamo che lo
stiamo facendo per Dio.
Quando
Giacobbe andò a lavorare per Labano, acconsentì a servire per sette anni per
avere Rachele. Il testo dice: «...così Giacobbe servì sette anni per Rachele
e gli parvero pochi giorni per l’amore che le portava» (Genesi 29:20).
Il
tempo passa molto più velocemente quando serviamo con il giusto atteggiamento!
Ruth Harms Calkin scrisse:
“Signore Tu sai che io
ti servo
con grande fervore
sotto i riflettori,
Tu sai con quanta diligenza parlo da parte Tua
alla riunione delle
sorelle.
Tu sai con quanta effervescenza promuovo
i gruppi di comunione.
Tu conosci il mio genuino entusiasmo allo studio Biblico.
Ma penso a come
reagirei
se Tu mi mettessi davanti una bacinella d’acqua
chiedendomi di lavare i
piedi callosi
di una vecchia signora curva e piena di rughe
giorno dopo giorno
mese dopo mese
in una stanza dove nessuno vede
e nessuno sa”.
Il servizio si impara meglio nel deserto, e il cambiamento non avviene quando
ci viene richiesto di fare quelle cose per cui ci sentiamo fin troppo
preparati. Mosè dovette imparare che ciò che importa a Dio non è quello che
fai, ma perché lo fai.
LA LEZIONE DELLA FIDUCIA
Mosè dovette imparare
altre lezioni oltre a quella del servizio; dovette ricordare che Dio è
all’opera anche quando le Sue azioni sono impercettibili.
«Or avvenne che dopo molto tempo il re d’Egitto morì e i figli di
Israele gemevano a motivo della loro schiavitù; essi gridarono ed il loro grido
a motivo della schiavitù salì fino a Dio» (Esodo 2:23).
Nel corso del tempo Dio
operò (per essere precisi, durante quattordicimilaseicento giorni). Ci vollero
quarant’anni, ma Dio cominciò a rispondere alle preghiere del popolo.
Ci sono trentuno verbi che descrivono ciò che
Dio stava facendo.
Egli udì i gemiti del Suo
popolo, non era per niente sordo: anche se non rispose immediatamente alloro
pianto, lo stava ascoltando.
Poi, Dio si ricordò del Suo patto:
anche se noi dimentichiamo le promesse fatte, o non manteniamo quelle che ci
ricordiamo, Lui non affronta mai i propri impegni a cuor leggero
Per Dio il tempo non cancella i dettagli, ogni cosa è ben presente nella Sua
memoria. Ecco perché Dio è in grado di valutarci con tanta accuratezza, Egli si
ricorda precisamente cose successe nel 1961... 1956... 1943.
Una delle ragioni che
ci può aiutare a dimenticare le ingiustizie subite è perché Dio le ricorda, e
dal momento che Lui è il
giudice non c’è ragione per cui anche noi le dobbiamo ricordare!
Mosè stava imparando
che, anche se la vita scorre lenta e Dio sta in silenzio, Lui è pienamente
conscio di quello che sta succedendo.
Inoltre Dio vide i bisogni del Suo
popolo, capiva le loro ferite; le loro vie non gli erano nascoste anche se la
liberazione impiegò tempo ad arrivare.
Al momento Mosè doveva
imparare a confidare in Dio anche quando Egli sembrava, all’apparenza,
indifferente ai bisogni del Suo popolo. Naturalmente è facile aver fiducia
quando il pruno sta bruciando, le acque si dividono, e le montagne sono
scrollate, sono gli anni del silenzio quelli che scoraggiano.
È facile parlare di
fede quando sei in salute e il tuo capo ti
ha appena promosso. Quando sei soddisfatto del tuo lavoro e i tuoi figli
stanno seguendo il Signore, la fede viene facilmente, ma, quando sei stato
frainteso, presentato in qualche maniera, e quando sei inserito in un lavoro
inadeguato alle tue capacità e alla tua istruzione, quando ti trovi davanti a salate parcelle
mediche e un coniuge impossibile, ecco, qui è quando la fede ha significato per
Dio. E’ nel deserto e non nel
palazzo che Dio trova la profondità
della nostra resa, E’ proprio quando sta in silenzio, quando non parla, che
la nostra fede è preziosa ai Suoi occhi.
Mosè stava imparando: e così dobbiamo fare noi.
LA LEZIONE DELLUBBIDIENZA
Dio venne a Mosè nel
pruno ardente e gli disse che era tempo di uscire dal castigo e tornare a far
parte del gioco. Mosè replicò: «Chi sono
io per andare dal Faraone e per far uscire i figli di Israele dall’Egitto?»
(Esodo 3:11).
Mosè era un uomo
diverso.
Quarant’anni prima
pensava di portare a termine l’esodo con la sua propria forza, ma ora, aveva
imparato la lezione. La sua domanda avrebbe potuto essere: “Dio, dove sei stato?
Io mi aspettavo di tornare in Egitto!”, invece Mosè pose la domanda che
solo chi è stato spezzato da Dio potrebbe fare: «Chi sono io per andare dal Faraone e per far uscire i figli di Israele
dall’Egitto?».
È stato torchiato e
ferito.
Questo è il punto dove
Dio vuole portare ognuno di noi, alla domanda di un uomo che ha visto sé stesso
come realmente è.
A. W.
Tozer disse che le migliori guide non sono quelle che
vogliono un’occupazione, ma quelle che sono costrette da Dio a condurre.
Alla fine Mosè era
qualificato e, naturalmente, per Dio le limitazioni di Mosè non erano un
ostacolo. Egli rispose: «Certamente Io
sarò con te» (Esodo 3:12).
...ma Mosè era ancora
ferito; anche se era stato nel deserto per quarant’anni, non poteva dimenticare
il fatto che il suo popolo lo aveva rigettato. Forse preferiva addirittura che
marcissero in Egitto.
Quando sei in castigo è
facile diventare amareggiato.
Così Mosè presentò la
sua seconda scusa: «Ma, ecco, essi non mi
crederanno e non ubbidiranno alla mia voce perché diranno “l’Eterno non ti è apparso” » (Esodo
4:1). Mosè cercava di capire se sarebbe stato rigettato di nuovo, in che modo
Dio supplì alle ferite di Mosè?
Lo fece chiedendogli: «Che cosa hai nella tua mano?», e Mosè
replicò: «Un bastone» (Esodo 4:2).
Così Dio rese Mosè
capace di fare speciali miracoli con quel pezzo di legno.
Quando lo gettò sul
terreno divenne un serpente, ma quando stese la sua mano e lo afferrò, si
ritrasformò in un bastone.
Da quel momento Mosè lo
portò con sé e fu un mezzo che Dio gli diede per sconfiggere gli Egiziani.
Quel sottile pezzo di
legno lungo circa un metro e mezzo, sarebbe stato per Mosè un costante ricordo
del fatto che Dio era con lui lungo tutto il percorso.
La verga di Mosè divenne la verga di Dio
e, dove Mosè ebbe questo oggetto? Naturalmente durante il suo servizio in tempo
di castigo. Più tardi avrebbe steso il suo bastone sul mare e le acque si
sarebbero aperte; così si sarebbe di nuovo ricordato dei suoi giorni nel
deserto.
Alla fine, Dio superò
anche le obiezioni di Mosè. Il riluttante Mosè fu spinto di nuovo nel servizio,
ora era qualificato per fare ciò che in
passato aveva cercato di fare con la sua propria forza.
Oggi Dio chiede a te e
a me: “Cosa c’è nella tua mano?”.
Pazienza, fede, la
capacità di amare le persone inamabili?
Hai imparato ad essere
contento nell’oscurità, a confidare in Dio nell’avversità?
Ha la vergogna portato
amarezza e rottura?
Davide, che spese la
maggior parte della sua vita a riprendersi dal fallimento disse: «I sacrifici di Dio sono lo spirito rotto; o
Dio Tu non disprezzi il cuore rotto e contrito» (Salmo 51:17).
Un pastore cadde nel peccato dell’immoralità.
Quando il suo peccato
venne scoperto, la sua reputazione fu rovinata e la sua carriera sembrava
finita.
Trovò un lavoro come
magazziniere, un’occupazione per cui era, per dirla semplicemente, sprecato
vista la sua preparazione.
Solo pochi credenti gli
stettero vicino in questa esperienza.
Nessuno osava
comandarlo ad un’altra chiesa anche se era pentito.
Dotato, istruito,
qualificato per il ministerio, era diventato nessuno,
rigettato, messo in disparte. Avrebbe potuto amareggiarsi invece iniziò a
servire Dio dove si trovava. Cominciò a frequentare una chiesa, prima come
visitatore, poi come membro, e col tempo divenne un insegnante della Scuola
Domenicale.
Era fedele in quello
che faceva trascorrendo molto tempo in silenzio davanti a Dio.
Un anno passò e poi un altro.
Dio iniziò a dargli più
grandi capacità, più opportunità. “Dio
ama ferire il Suo popolo”, avrebbe detto, “è il ramo che porta frutto che affronta la potatura”.
Oggi quest’uomo è fuori dal castigo e ha un ministerio
efficace.
Non tutte le storie, naturalmente, hanno un finale così felice, ma se impariamo
la nostra lezione nel deserto, ci renderemo conto che non è del tutto un
castigo, è solo l’addestramento di Dio per un più profondo ministerio, un
ministerio meno concentrato su noi stessi. C’è un nuovo tocco di Dio che
avviene nel deserto.
Mosè doveva imparare che Dio si diletta a fare servi e non Faraoni. Egli può
compiere la Sua opera al meglio nell’oscurità piuttosto che sotto i riflettori.
Non permettere a satana di suggerirti di sprecare i tuoi fallimenti. Dio è con
te nel tempo del castigo per insegnarti a servire, confidare ed ubbidire.
Essere messo in panchina non è una perdita di tempo se
chi ti prepara è l’allenatore in persona.
Ω Ω
Ω Ω Ω
2: GIONA
Lottare contro Dio
Non ti è mai capitato
di disubbidire deliberatamente a Dio?
Forse sotto l’effetto
di un impulso hai fatto qualcosa che sapevi essere sbagliato. Forse hai
rifiutato di perdonare qualcuno o ti sei ribellato al volere dei tuoi genitori
per fare di testa tua; o ancora, hai rigettato la chiamata di Dio ad essere un
missionario in un’altra cultura.
Come reagiresti se si
scrivesse della tua disubbidienza sul giornale locale?
Ora immagina che sia
stata fatta un’incisione su una pietra in modo che gli archeologi fra duemila
anni possano dire: “Guarda questa storia,
c’è una persona che ha volutamente disubbidito a Dio; era così bigotto che non
voleva neanche fare amicizia con uno straniero di razza ispanica”.
Questo è ciò che è
successo al profeta più conosciuto vivente in Israele durante il regno di
Geroboamo II.
Non solo la storia dei
pregiudizi di Giona fu trascritta come parte della storia del suo tempo ma, ci
è stata data da Dio come lezione per tutte le età nella Sua Parola, la Bibbia.
Giona doveva essere un profeta particolarmente capace agli occhi di Dio per
dargli fiducia nell’avvertire i
residenti di Ninive, la capitale dell’Assiria.
Essi avevano la reputazione di gente
particolarmente cruenta, in quanto avevano commesso le atrocità più
orribili nei confronti dei propri nemici.
Un profeta avrebbe
dovuto avere dell’acciaio nella sua anima per avvertirli del giudizio di Dio.
Così, quando Dio disse
a Giona: «Levati, va a Ninive, la grande
città, e predica contro di lei, perché la loro malvagità è salita davanti a Me»
(Giona 1:2), non dovremmo meravigliarci della risposta di Giona.
Il suo problema?
Era rimasto
scombussolato dalla volontà di Dio per lui. In effetti stava dicendo: “Trovo
la volontà di Dio ripugnante, voglio che quegli Assiri siano puniti prima
che decidano di ritornare a Dio e magari anche di combattere contro di noi. Sono nemici, e come tali non si avvisano i
nemici del giudizio che verrà su di loro”.
Non sapremo mai in
questa vita se Giona pensò veramente di potersi sottrarre al lungo braccio di
Dio dirigendosi nella direzione opposta a Ninive. Sappiamo solo che si recò al
porto della città di Ioppe e comprò un biglietto per Tarshish.
Facendo così apprese tre lezioni significative che
ogni uomo onesto che cade dovrebbe imparare quando deliberatamente parte in una
certa direzione.
Quali sono state le lezioni che hanno completato l’addestramento di Giona?
1. QUANDO TU SCAPPI, DIO TI INSEGUE
Giona
scappò a Tarshish... «...lontano dalla presenza del Signore» (Giona 1:3).
In Ebraico significa
letteralmente che stava scappando lontano dalla “faccia del Signore”; Giona
voleva uscire dal Suo raggio d’azione!
Mentre scappava scese a Ioppe, per scendere
a Tarshish, scese
all’interno della nave e, alla fine, scese
nel ventre del pesce (1:3-17).
Scappare da Dio
significa inevitabilmente scendere,
mai salire.
Così Giona scoprì che
non si può viaggiare in incognito quando cerchi di scappare da Dio, c’era
sempre un’invisibile presenza alle sue calcagna.
Senza considerare
quanto lontano potesse scappare, il Signore era con lui.
Dio inseguì Giona in due modi. Prima di tutto catturò l’attenzione di Giona
attraverso le circostanze: «Ma l’Eterno
scatenò un forte vento sul mare e si levò una grande tempesta sul mare, sicché
la nave minacciava di sfasciarsi» (Giona 1:4).
La tempesta cominciò
dopo che Giona sparì nella stiva per fare un sonnellino e il vento spaventò a
morte l’equipaggio.
Chiaramente, una
persona normale al tempo di Giona non avrebbe mai notato un collegamento tra la
tempesta e il viaggio del profeta, ma allo stesso tempo, una persona normale
del giorno d’oggi vedrebbe come Dio possa usare le circostanze per incatenare
un giovane che scappa da una famiglia consacrata alla ricerca di libertà.
Certamente non tutte le tragedie sono il
risultato del peccato, ma alcune lo sono.
Mentre il vento si faceva fragoroso e le onde si frantumavano contro la nave ,
i marinai iniziarono ad invocare i loro dei per placare la tempesta. In quel
momento Giona stava ancora dormendo in fondo alla nave. Questo ci fa
comprendere che la persona che è fuori comunione con Dio può dormire
tranquillamente come sempre.
Possiamo chiudere i
sensi di colpa e alienazione fuori dalla nostra coscienza per un lungo periodo,
e dormire aiuta!
Nel caso di Giona il
suo più grande problema non erano i pagani, ma se stesso, il profeta di Dio!
A volte, quando
guardiamo alla tempesta in cui Dio sta tenendo il nostro Paese, incolpiamo gli
umanisti e i comunisti.
Non potrebbe essere,
comunque, che la tempesta che Dio ha mandato avvenga a causa della caduta dei
cristiani assopiti, che si sono allontanati dimentichi del vento forte?
Diamo ai pagani credito per aver cercato di tenere a galla la nave. A volte
anche coloro che non conoscono il Signore fanno del loro meglio per riportare
alla nostra nazione moralmente disunita, un senso di equilibrio.
Nel caso di Giona
possiamo vedere i “credenti” assopiti, mentre Dio sta per parlare attraverso
dei marinai pagani.
Dopo che la sorte cade
su Giona, egli dice: «Buttatemi in mare»
(Giona 1:12).
Sapeva benissimo che la
colpa era sua ed era pronto ad affrontare ciò che stava per accadere.
Avete mai pensato
all’ostinatezza di Giona?
Quando fu gettato
dall’imbarcazione era convinto di annegare nel Mar Mediterraneo; in quel
momento la morte era molto più attraente
dell’obbedienza a Dio.
Ho incontrato dei
credenti di questo tipo: ricordo di una donna il cui desiderio di suicidio era
molto più allettante del vivere con il proprio marito e penso alle tante persone
che ogni anno si tolgono la vita piuttosto che affrontare la realtà
dell’ubbidienza a Dio.
Forse anche tu stai scappando da Dio, sia geograficamente che moralmente, sai
cosa è giusto ma rifiuti di farlo, o sai cosa è sbagliato e lo fai ugualmente.
Può darsi che non te ne
sia reso conto fino a questo momento, ma Dio ti sta inseguendo.
Niente di quello che
farai ti sottrarrà al Suo sguardo, a dispetto di quanto lontano o velocemente
tu possa correre, Dio viene con te.
Giona sta per imparare una seconda lezione.
2. QUANDO TI PENTI, DIO TI ASCOLTA
Improvvisamente
Giona si rese conto che aveva semplicemente cambiato “pancia”: dalla stiva
della nave al ventre di un pesce, ma ora, era pronto alla chiamata di Dio.
L’ambiente in cui si
trova ora confinato è piuttosto un “centro di apprendimento creativo”, però,
Dio ha finalmente la completa attenzione del profeta.
E’ proprio lì, nel
ventre del pesce, che Giona riscopre la preghiera ed ammette a sé stesso; “Questa faccenda di scappare da Dio non sta
funzionando molto bene, devo tornare sui miei passi ad una più profonda
comunione con Lui”.
Possiamo leggere la sua
confessione in Giona 2:1-9 dove riconosce che Dio è con lui anche nel mezzo di
questa situazione spiacevole.
Egli dice al versetto 5: «Sono stato scacciato dalla Tua presenza. Eppure guarderò ancora verso
il Tuo santo tempio» (Giona 2:5 – versione
Nuova Diodati).
Secondo il modo di
vedere del Vecchio Testamento, Giona era un credente, non era ancora giunto
alla salvezza ma doveva riacquistare la comunione persa.
Giona parla di tornare al tempio, al luogo dove era iniziato il suo andare alla
deriva lontano da Dio.
Ogni volta che torniamo
dobbiamo ricominciare esattamente dal punto dove avevamo perso la strada.
Una volta, una persona
che era ritornata sui suoi passi mi ha chiesto da dove doveva ricominciare e la
mia risposta è stata la seguente: “Quale
peccato è stato più importante per te che fare la volontà di Dio? Se sei
scappato da Lui per tre anni, come pensi ora di cavartela?”.
Spesso riflettere su questa domanda ci aiuta a
capire perché abbiamo perso la giusta direzione per poter così
ricominciare.
Dio accetta il pentimento di Giona e rinnova il suo incarico.
«La Parola dell’Eterno fu rivolta a Giona per la seconda volta dicendo:
“Levati, vai a Ninive, la grande città, e proclama ad essa il messaggio che ti
comando” » (Giona 3:2).
Recentemente un uomo
sulla cinquantina è venuto da me dicendo; “Pastore,
sento di aver rovinato la mia vita; il mio matrimonio è una catastrofe e i miei
figli non seguono il Signore. E’ troppo tardi per ricominciare?”.
Che bello è stato
rassicurarlo dicendogli che non è mai troppo tardi per fare ciò che è giusto.
Ricordate la parabola
in cui Gesù racconta dell’uomo che assunto alle cinque e mezza della sera viene
pagato tanto quanto coloro che iniziano il loro lavoro alle nove della mattina?
Naturalmente i più mattinieri hanno delle grosse lamentele da fare; il padrone
della vigna ricorda loro che hanno accettato di lavorare per un denaro, ma essi
si lamentano ancora. Così il proprietario chiede ad uno dei malcontenti: «Non mi è forse lecito fare del mio ciò che
voglio? O il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?» (Matteo 20:15 – versione Nuova Diodati).
Sì, Dio è generoso e
può fare ciò che vuole con ciò che gli appartiene.
Ho visto Dio usare
persone in modo potente per il Suo regno, dopo che si sono pentite di anni
buttati al vento.
Dio fa cose
meravigliose nella vita di coloro che arrivano sul far della sera: mai
sottovalutare ciò che Dio può fare con una persona caduta e ristorata.
Alla fine, Giona prese
i suoi appunti e predicò il suo sermone a Ninive.
Trovo più difficile da
credere questa parte della storia, piuttosto che quella in cui Giona viene
inghiottito dal pesce.
Consideriamo insieme perché
non potremmo aspettarci nessun risultato positivo.
Da un lato, il limite
di tempo era ristretto.
Quaranta giorni?
Chi ha mai sentito
parlare di un risveglio in quaranta giorni dove non c’è un uomo in prima linea
e cellule di preghiera in tutti i quartieri della città?
Queste cose richiedono
tempo, specialmente in un ambiente pagano.
Consideriamo poi il
predicatore: egli non voleva che le persone si pentissero, così il suo sermone
difficilmente poteva essere pienamente sincero.
Infine, consideriamo il
messaggio: non c’era grazia, solo la predizione di un periodo di terrore.
Che specie di risultati
avrebbe una tale predicazione ai giorni nostri?
Ancora una volta
vediamo la grazia di Dio.
Mi ricordo di aver
parlato ad un uomo che non voleva pentirsi e, più tardi, scoprii che era
colpevole di omicidio.
Poteva quest’uomo
ritornare a Dio ed essere recuperato?
Certo, e sono felice di
dire che lo fu.
La seconda lezione che
Giona imparò è che Dio ascolta coloro che si pentono.
3. QUANDO TI LAMENTI, DIO TI AMMAESTRA
Il
capitolo conclusivo di Giona contiene una fantastica sorpresa; il profeta è
protagonista di un risveglio che lo scuote, pur rimanendo contrariato.
Seicentomila persone si
pentono e perfino gli animali vengono coperti di sacco, ma nonostante questo,
la rabbia di Giona rimane.
«...così egli pregò l’Eterno dicendo: “Deh, o
Eterno, non era forse questo che dicevo quando ero ancora nel mio paese? Per
questo sono fuggito in precedenza a Tarshish, perché
sapevo che sei un Dio misericordioso e pieno di compassione, lento all’ira e di
gran benignità, e che ti penti dal male minacciato” » (Giona 4:2).
Invece di portare avanti il suo compito,
Giona pensa: “Signore, spero che essi non
siano mai discepolati così che il loro pentimento non duri e Tu sia costretto a
giudicarli”.
Giona, alla fine, piombò in una tale depressione da desiderare la morte: «...or dunque, o Eterno, ti prego, toglimi la
vita, perché per me è meglio morire che vivere» (Giona 4:3).
Come uno studente che
viene bocciato al suo ultimo esame, voleva solo morire e rinunciare a tutto.
Ancora una volta il suicidio era
molto più attraente dell’affrontare la realtà.
Ora Dio sta per dare
un’altra lezione a Giona; Egli pone una pianta che copre il suo capo, le grosse
foglie produrranno certamente molto più fresco del rifugio che Giona ha eretto.
Attraverso
l’evaporazione le foglie rilasciano umidità e, comprensibilmente, Giona è
soddisfatto di questa pianta.
Dio è un conforto per noi anche oggi; Egli pone un tetto sopra la tua testa e provvede
i vestiti che stai indossando.
Paolo, infatti, dice
che la bontà di Dio ci conduce al pentimento.
Egli stabilisce il benessere della vita, ma per portare a
compimento ciò che ha preparato per noi, a volte fa scomparire questo
benessere.
Nel caso di Giona,
manda un verme che fa seccare la pianta durante la notte.
Dio stava dicendo a Giona; “Io sono il
Dio che ti fa star bene, ma anche il Dio del tuo disappunto. Io ti ho dato la
pianta, ma te l’ho anche portata via. Sia la pianta che il verme, sono Miei
strumenti” .
A questo punto Dio non
ha ancora finito; «Quando si levò il sole
Dio procurò un afoso vento orientale e il sole picchiò sul capo di Giona che si
sentì venir meno e chiese di morire, dicendo: “Per me è meglio morire che
vivere!” » (Giona 4:8).
Dio diede a Giona un assaggio della fornace ardente sapendo che niente come le
cattive condizioni atmosferiche, portano alla luce il peggio di noi stessi!
Il cocente vento
dell’est non asciugò solo il sudore sul volto di Giona, ma seccò anche il suo
cuore raggrinzito.
Notate che per ben tre volte consecutive
viene sempre usato lo stesso verbo per mettere in luce il tocco della mano di
Dio nelle esperienze della vita.
Dio provvede la pianta, Egli provvede il verme, Egli provvede il cocente vento
dell’est. Dio si prende la piena responsabilità del benessere, delle delusioni
e delle tragedie della vita. Tutte sono equamente stabilite. Benedetta è la
persona che riesce a vedere tutto ciò che gli accade come qualcosa che ha
origine dalla Sua amorevole mano.
Ora Dio dà al profeta la Sua parola finale: «Ma l’Eterno disse: “Tu hai avuto compassione per la pianta per cui non
hai faticato, né hai fatto crescere, e che in una notte è cresciuta e in una
notte è perita. E non dovrei Io aver compassione di Ninive, la grande città,
nella quale ci sono centoventimila persone che non sanno distinguere la loro
destra dalla loro sinistra, e una grande quantità di bestiame?” » (Giona
4:10,11).
Dio stava dicendo: “Io ho un cuore compassionevole. Volevo che
tutte le persone di questa città si pentissero ed ora, ecco, tutto rischia di
non realizzarsi perché tu non sei d’accordo con Me e non ti piace il clima di
Ninive. Tu volevi che Io coprissi con una pianta la tua testa per farti ombra,
piuttosto che vedere queste persone pentirsi ed essere salvate”.
Questo è il cuore di colui che è caduto, il Cristiano che ha peccato ed è in
ribellione contro Dio.
E’ a questo punto che
diventiamo egoisti, bigotti, arretrati, noncuranti, in poche parole,
concentrati su noi stessi.
Possiamo avere gli
stessi sentimenti anche nei confronti della nostra città.
Possiamo sederci
all’ombra di una casa di periferia fino a che arrivi un tornado come il verme
ai giorni di Giona e possiamo arrabbiarci con Dio per il brutto tempo perché ci
ha reso la vita difficile.
Il libro di Giona ci
insegna molto riguardo al cuore umano, ma è anche un commentario sulla grazia
di Dio.
Pensate solamente a quanta
strada Dio percorre per riportare un profeta caduto in comunione con Lui!
Naturalmente Dio non ha
nessuna difficoltà con il pesce... con il vento.., con la tempesta... con la
pianta... con il verme.
E’ l’uomo che pianta i
piedi e dice “non voglio”.
Ho visto Dio trascinare cristiani da un sentiero di rovi ad un altro, spingendo
e gridando. Egli sta solo cercando di attirare la loro attenzione per metterli
al corrente della Sua cura. Tutto ciò che vuole sentire da loro è: “Signore, sono uscito di strada, marcerò al
ritmo del Tuo tamburo”. Invece, si perdono in un bicchiere d’acqua per cose
da poco. Hanno perso la propria visione, compassione e peso per gli altri.
Dov’è Dio per i cristiani caduti, per gli uomini onesti che sono inciampati?
Egli sta aspettando con
amore e misericordia... aspettando che essi lascino la loro ribellione e
meschinità umiliandosi davanti a Lui in fede e ubbidienza.
Forse anche tu pensi di essere stato nel ventre del pesce per molto tempo, ma
Dio ti sta aspettando per riportarti dalla Sua parte se tu gli rivolgi la
stessa preghiera di pentimento che Giona gli rivolse.
Ricorda di ritornare al
“tempio” dove un tempo hai incontrato Dio.
Egli ha un compito per
te.
Ω Ω
Ω Ω Ω
3: LOT
Il costo delle
ambizioni egoistiche
All’inizio, il peccato
sembra sempre un buon affare.
La sua attrattiva è
evidente, ma attraverso la storia, ogni resoconto è chiaro: non ci sono buoni
affari dove il peccato è coinvolto, e Lot, un cittadino altamente onorato della
antica storia biblica, è l’esempio saliente del costo elevato, pagato a causa
del suo peccato.
L’episodio è raccontato in Genesi capitolo 13.
La scena si apre con il
facoltoso Abramo che porta Lot, un nipote apparentemente trattato come un
figlio, nella terra di Canaan dall’Egitto verso il Neghev.
Arrivati a Bethel ed
Ai, Abramo proclamò la sua fedeltà all’Eterno costruendo un altare e invocando
il Suo Nome in una pubblica adorazione.
La benedizione su
Abramo e suo nipote produsse un terreno fertile per un conflitto. I pascoli
erano inadeguati per entrambi i loro greggi, il confronto fra i mandriani
scoppiò e così, Abramo, come capo della famiglia, suggerì una soluzione
pacifica.
«Guarda», disse, «c’è una grande quantità di terra, così, perché non mettiamo
un po’ di distanza tra uno e l’altro» e, per citare l’autore biblico: «Deh, non ci sia contesa fra me e te, né fra
i miei pastori e i tuoi pastori, perché siamo fratelli. Non sta forse tutto il
paese davanti a te? Separati da me! Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; e
se tu vai a destra, io andrò a sinistra» (Genesi 13:8,9).
Quando gli occhi di Lot
percorsero rapidamente la valle del Giordano, sapeva già quale parte di Canaan
sarebbe stata di miglior nutrimento per il suo gregge e per la sua ambizione.
Non c’era nessun dubbio a riguardo, l’area era ben irrigata, sembrava il
giardino del Signore, ed era fertile come il terreno più produttivo dell’Egitto
da cui lui ed Abramo erano recentemente venuti.
Così la scelse,
lasciando il terreno meno fecondo a suo zio.
Il costo nascosto di
questa scelta egoistica venne alla luce solo in un secondo tempo.
Al momento, Lot sembrava aver dimenticato che Dio aveva promesso ad Abramo
l’intero territorio (12:7).
Tecnicamente,
naturalmente, Lot aveva ogni diritto di scegliere e così fece.
Dopo tutto Abramo gli
aveva fatto un’offerta molto vantaggiosa, ma come tutti noi sappiamo, non tutto ciò che è legale è anche giusto.
La scelta di Lot era
basata sulla sua visione di un pascolo per il bestiame in una terra rigogliosa,
piuttosto che sulla comprensione del piano di Dio.
La sua unica meta era
il successo e la sua avidità gli costò
molto di più dell’affare che
concluse.
LOT:
L’OPPORTUNISTA
Prima
di considerare quale costo nascosto ci fu da pagare, sediamoci con il Signore
per un colloquio.
Siamo alle porte di
Sodoma, dove Lot vive, ammirando un corteo di asini e cammelli sovraccarichi di
beni preziosi.
I passanti balzano di
qua e di là con agitazione e determinazione.
Noi prepariamo un
microfono e chiediamo: “Lot, lei era uno
dei più ricchi allevatori di bestiame e pecore in tutta Canaan. Perché ha
rinunciato a quel tipo di vita?”.
“Opportunità, amico mio, opportunità!”
“Esattamente, che tipo di opportunità?”
“L’opportunità di aumentare il tornaconto dei miei
investimenti” risponde Lot.
“Dopotutto, tu puoi fare minimi affari parlando alle
pecore; anche se aumenti il loro numero, la vita del pastore è piuttosto
confinata. Io sto bene a stare con le persone e così pure mia moglie e la mia
famiglia”.
“Capisco, ma cos’altro l’ha attirata a Sodoma?”
“Nella città ho trovato l’opportunità di essere
rispettato, di guadagnarmi la reputazione di uomo d’affari di successo. Il
Signore mi ha fatto molti doni e questo è stato un modo per usarli; in più mia
moglie prende piacere nel partecipare agli incontri sociali che si svolgono in
città”.
“Se mi guardo intorno, signore, credo che la sua presente
posizione di possibile giudice rappresenti un altro tipo di opportunità”.
“Vero, vero” risponde Lot. “Questa
è una giusta osservazione. Qui posso applicare tutta la saggezza accumulata dei
miei padri. Alcune persone mi chiamano opportunista, ma come tu sai, abbiamo
veramente bisogno di prenderci cura di noi stessi e io sono determinato a
scrivere più di una pagina di storia su questa città. Per molte generazioni gli
scritti mostreranno che il Signore aiutò questa città a diventare grande”.
Per ora siamo ben
impressionati, ma prima di giungere a qualsiasi conclusione sulla decisione di
Lot, osserviamo quanto tutto questo gli costò. Genesi capitolo 19 rivela
tre pagamenti che Lot ebbe da saldare per il suo pascolo rigoglioso.
1. GLI COSTA LA SUA TESTIMONIANZA
Anche
se era stato allevato in pianura, il giovane Lot era attratto dalla vita
cittadina. Ricordiamo che dopo aver lasciato Abramo, piantò la sua tenda nella
valle e piuttosto in fretta, si spostò più vicino a Sodoma.
Genesi 19:1 inizia con
uno sconvolgente resoconto: «Or due
angeli giunsero a Sodoma verso sera mentre Lot era seduto alla porta di Sodoma».
Come abbiamo già
menzionato, non aveva raggiunto solo i suoi obiettivi materiali, ma anche le
sue ambizioni sociali e politiche.
Era un uomo arrivato
sotto tutti i punti di vista, ma in quel momento, ancora, non si rendeva conto
di quanto gli stava costando.
Il primo prezzo che Lot
ebbe da pagare per la sua decisione egoistica, fu la perdita della sua
testimonianza nella città di Sodoma.
Il fatto che avesse
lavorato nel suo interesse per diventare uno dei cittadini più in vista, indica
che non sarebbe stato a lungo una minaccia alla vita immorale condotta nella
città.
“Lot”, devono avergli detto, “tu ci piaci. Sei stato in gamba a rinunciare a quella esistenza da
nomade e hai proprio quelle caratteristiche per essere il capo di cui abbiamo
bisogno. Poiché tu sei un uomo d’affari scaltro, vogliamo darti una posizione
d’onore alla porta della città”.
La voce profetica che
chiama le persone al pentimento viene stranamente messa in sordina quando hai
la possibilità di sederti accanto agli uomini più in vista della città.
Evidentemente, Lot, non solo non testimoniò ai suoi amici a Sodoma, ma non
insegnò nemmeno alla sua famiglia le vie del Signore.
Quando una folla in
tumulto venne cercando i due angeli che erano venuti a visitarlo, egli fu disposto a lasciarli abusare
sessualmente delle sue due figlie vergini.
Poi indicò anche i suoi
amici come “fratelli” quando cercarono di abbattere la sua porta per arrivare
agli angeli (Genesi 19:7).
Notate: a Sodoma nessuno viene onorato a meno che
decida di mettere in disparte la propria fede nell’Eterno; ti devi
semplicemente mischiare allo sfondo della grande città e pagare per il tuo
successo perdendo la tua testimonianza.
Molti anni più tardi, Gesù disse: «Perché
chi si vergognerà di Me e delle Mie parole, in mezzo a questa generazione
adultera e peccatrice anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando
verrà nella gloria del Padre Suo, con i santi angeli» (Marco 8:38).
L’apostolo Giovanni
scrisse: «Ora dunque, figlioletti,
dimorate in Lui affinché, quando Egli apparirà, noi possiamo avere fiducia e,
alla Sua venuta non veniamo svergognati davanti a Lui» (1 Giovanni 2:28).
Il messaggio è inequivocabile.
Se siamo così ben
considerati dal mondo tanto da compromettere la nostra testimonianza, abbiamo
già pagato troppo per il nostro successo.
La gloria scolorita che
ci dà il mondo non si può nemmeno paragonare all’approvazione di Gesù Cristo
alla Sua venuta; ma a Lot restava ancora tanto da pagare.
2. GLI COSTA LA SUA FAMIGLIA
Recentemente
un politico disse a sua moglie che avrebbe dovuto accettare il fatto che lei e
i bambini sarebbero stati posti al secondo o terzo posto nella sua lista di
priorità.
Lot pagò un prezzo
simile nella sua scalata sociale a Sodoma.
Ogni sua azione fu a
spese della sua famiglia.
Abbiamo già visto che
fu disposto a sacrificare le sue due figlie dandole alla folla in subbuglio e
si salvò solo grazie all’intervento degli angeli.
Evidentemente, Lot
aveva altre figlie che non avevano ancora lasciato Sodoma. Leggiamo: «...allora Lot uscì e parlò ai suoi generi
che avevano sposato le sue figlie e disse: “Levatevi, uscite da questo luogo,
perché l’Eterno sta per distruggere la città”».
Ma ai generi parve che
volesse scherzare (Genesi 19:14).
Ecco qui un uomo che ha
talmente perso credibilità con i suoi generi che essi scambiano il suo
messaggio per uno scherzo.
Il momento più serio
della sua vita era ridicolizzato dai suoi ragazzi che in effetti dissero:
“Padre, non puoi dire sul serio!”
Sì, prese con sé due figlie quando scappò
dalla città, ma anche se furono risparmiate fisicamente, Lot le perse spiritualmente, perché avevano assorbito i valori morali di
Sodoma.
Lot perse anche sua
moglie.
Gli angeli gli avevano
detto: «Levati, prendi tua moglie e le
tue figlie che si trovano qui, affinché tu non perisca nel castigo di questa
città... non guardare indietro e non ti
fermare in alcun luogo della pianura» (Genesi 19:15-17), ma la moglie di Lot guardò
indietro e divenne una statua di sale.
Mentre partivano Dio
incendiò Sodoma e Gomorra e tutto lo zolfo in quella regione esplose e scese
sulla città. Furono totalmente consumati e, dal momento che si voltò indietro,
la moglie di Lot partecipò al giudizio.
Lot e sua moglie
avevano investito molto a Sodoma.
Probabilmente avevano
una bella casa e appartenevano all’alta società della città. Lasciare tutto
questo alle spalle era molto più di quello che la moglie di Lot potesse affrontare,
così, a dispetto del comando
esplicito, disubbidì e Lot perse ancora.
Quanto dovette pagare
Lot per questo trasferimento a Sodoma?
Niente cifre in denaro,
ma gli costò la sua testimonianza, i suoi figli, e la sua intera famiglia,
Questo è veramente un
costo elevato per rimanere in cima, ma dal momento che per il peccato si paga a rate, a Lot rimaneva ancora tanto da scontare.
3. GLI COSTA IL SUO CARATTERE
Le cattive notizie
continuano.
La storia biblica non
si ferma nemmeno per prendere flato.
Lot finisce in una
caverna ubriaco; le sue figlie gli hanno servito così tanto vino da fargli
perdere tutte le sue inibizioni e commettere così un incesto con loro.
I risultati di questo
peccato furono profondi: «La maggiore
diede alla luce un figlio al quale pose nome Moab. Questi è il padre dei
Moabiti, che sussistono fino al giorno d’oggi. Anche la minore partorì un
figlio al quale pose nome Ammi. Questi è il padre degli Ammoniti, che
sussistono fino al giorno d’oggi» (Genesi 19: 37,38).
Non molti anni più
tardi le donne Moabite seducevano gli
Israeliti portando il giudizio di Dio su Israele mentre viaggiavano verso
Canaan (Numeri 25:1-3) e gli Ammoniti introducevano l’adorazione del dio Moloch
in Israele, richiedendo il sacrificio di bambini sull’altare.
Se potessimo
intervistare Lot ora, che prospettiva differente avrebbe.,
Il giorno che scelse i
pascoli migliori non aveva idea di dove sarebbe finito.
La scelta appariva così
innocente, così giusta, ma era così vicina a Sodoma.
Solo più tardi fu chiaro
che il costo era sproporzionato ai benefici.
Quale fu la causa
principale della decisione egoistica di Lot?
Cosa lo spinse a
diventare un cittadino modello di Sodoma?
Lì si sentiva a casa lì perché era stato ritagliato dallo
stesso pezzo di stoffa: era avido.
Spesso mettiamo in
evidenza l’immoralità di Sodoma, ma Dio dà una ragione diversa del perché la
città fu giudicata: «Come è vero che Io
vivo, dice il Signore l’Eterno,
tua sorella Sodoma e le sue figlie non hanno fatto ciò che hai fatto tu con le tue figlie. Ecco, questa fu
l’iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio,
nell’abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano
dell‘afflitto e del povero. Erano altezzose e commettevano abominazioni davanti
a Me, perciò le tolsi di mezzo, quando vidi ciò» (Ezechiele 16:48-5O).
Naturalmente non dovremmo trascurare le abominazioni morali di Sodoma e
Gomorra, ma fu l’arrogante ricchezza delle persone che causò il giudizio
conclusivo.
Fu a causa dell’amore
per l’agiatezza e il piacere, che Dio diede fuoco alla città.
IMPARARE DALL’ESPERIENZA DI LOT
Cosa impariamo
dall’esperienza di Lot?
Primo, Dio pone un prezzo per il peccato e questo prezzo non è
negoziabile.
Per Lot, il piacere di trasferirsi a Sodoma, fu più importante di qualsiasi
senso di colpa che potesse avere nel lasciare suo zio con i pascoli più poveri.
Così, non importa
quanto piacevole sia lo svago, Dio sempre pone un prezzo per l’egoismo, ed è
sempre più alto del compenso dell’auto-gratificazione.
Alcolizzati, ladri,
adulteri (se fossero costretti ad esser onesti) sarebbero d’accordo e, anche se
non raggiungessero
questa conclusione sulla terra, certamente lo farebbero nell’eternità.
Secondo, c’è una lezione di
speranza.
Dio è in grado di
liberare il Suo popolo come fece con Lot.
E’ questa per caso una
contraddizione?
Sì, abbiamo messo in
evidenza il prezzo del peccato nella vita di Lot, ma ciò non significa che lui
abbia perso la sua condizione davanti a Dio.
Pietro si riferisce a
Lot come ad un uomo giusto che fu salvato da Dio.
La vita di Lot fu... «oppressa dalla
condotta immorale di quegli scellerati (quel giusto infatti, per ciò che vedeva
e udiva mentre abitava in mezzo a loro, tormentava ogni giorno la sua anima giusta
a motivo delle loro opere malvagie)» (2 Pietro 2:7,8).
A dispetto dei suoi
compromessi, Lot aveva ancora una coscienza attiva; si ricordò la devozione di
suo zio Abramo, ma, nonostante questo, non volle compiere un taglio netto.
L’autore dell’epistola, usa il drammatico intervento di Dio nella vita di Lot e
aggiunge: «Il Signore sa liberare i pii
dalla prova e riservare gli ingiusti per essere puniti nel giorno del giudizio»
(2 Pietro 2:9).
Forse Dio deve fare lo
stesso con noi oggi, magari attraverso la mano di un amico o una persona a noi
cara. Egli gentilmente ci conduce fuori da un ambiente di peccato, così che
possiamo scampare il giudizio finale a venire.
Molti Cristiani saranno salvati, ma bruciacchiati!
L’apostolo Paolo dice
che noi tutti dovremo stare in piedi davanti al
trono del giudizio di Cristo e il nostro lavoro sarà provato col fuoco. Alcuni
si troveranno tutte le proprie opere bruciate, ma saranno salvati come
attraverso il fuoco (1 Corinzi 3:15).
L’immagine è quella di
una casa che brucia; mentre crolla, la persona fugge attraverso la porta
coperta solo di una camicia da notte. Ogni altra cosa se ne va in fumo!
Lot rappresenta coloro che, nonostante siano stati salvati, non avranno, però,
nessuna azione da mostrare; il costo del peccato include anche la perdita della
ricompensa eterna.
C’è ancora una lezione finale:
dobbiamo riscattare coloro che sono stati venduti a Sodoma.
Giuda scrive che noi
dovremmo «salvare gli altri con timore,
strappandoli dal fuoco» (Giuda v. 23).
Da una parte dobbiamo
odiare l’indumento macchiato dalla carne peccaminosa, ma dall’altra, dovremo
riscattare coloro che si sono adattati al vivere del mondo.
Chiediamoci cosa stiamo facendo per aiutare gli alcolizzati, gli omosessuali, e
coloro che sono caduti nell’immoralità.
Non è sufficiente
predicare contro questi vizi; dobbiamo porgere loro una mano, un aiuto.
Alcuni credenti, oggi,
sono tormentati dai propri peccati, ma non conoscono la via per uscirne.
Oggi Dio manda i suoi “angeli”, fratelli in Cristo, per aiutare le persone ad
uscire da Sodoma e, una volta lasciata la città, non dovrebbero più guardare
indietro.
Forse ti senti intrappolato da alcuni
peccati proprio come successe a Lot.
La tua famiglia e gli
amici sono diventati così legati al mondo, che tu non riesci a sopportare il
pensiero di staccarti da loro a causa dei legami d’affetto.
Prova dunque a
immaginare la resistenza che Lot avrebbe avuto se avesse detto a sua moglie e
alla sua famiglia che stava per lasciare Sodoma per ritornare ad una vita
nomade.
Avrebbe presto scoperto
che, un conto è portare la famiglia fuori da Sodoma, e un
altro è portare Sodoma
fuori dalla sua famiglia!
Eppure, incurante delle
proteste, avrebbe dovuto essere saggio e
fare così.
Se Lot avesse compiuto quel passo decisivo, Dio lo avrebbe aiutato
lungo il cammino.
Forse tu stai cercando un angelo che ti
riscatti dal tuo ambiente o da un atteggiamento di peccato.
Dio può usar un
fratello, il tuo pastore, o un amico caro.
Il tuo compito, però, è
quello di allungare la mano così che puoi essere reso libero dal giudizio
imminente.
E’ questa mano di fede
che Dio onorerà.
Sodoma rappresenta ogni
parte del mondo che ha fatto un nido nel tuo cuore.
Se questo è il tuo
caso, Dio sta aspettando che tu ti penta
così che Egli possa cancellare tutti i
debiti che alla fine dovrebbero essere saldati.
Ω Ω
Ω Ω Ω
4: NOE’
Il laccio
dell’alcolismo
Chiunque
di noi ricorda uno zio gentile o un nonno che ha mostrato verso di noi uno
speciale interesse quando eravamo bambini. Era il nostro ideale di uomo onesto,
una persona in cui porre fiducia e amore.
Poi, forse, un
giorno,nella nostra adolescenza, abbiamo scoperto che se ne andava in giro con
donne senza morale o che non diceva la verità. Improvvisamente il nostro idolo
si frantuma in mille pezzi, e noi desidereremmo solo di non aver mai saputo dei
suoi sbagli.
Provo la stessa cosa
nei confronti di Noè.
Lui è veramente la
persona che avrei sempre voluto essere.
w
Ubbidì a Dio con una fedeltà inequivocabile, e trovò grazia
ai Suoi occhi.
w
Ebbe abbastanza fede da riempire l’arca con una collezione
di creature viventi che avrebbero mandato in estasi un qualsiasi, moderno,
proprietario di zoo.
w
La sua fede vibrante influenzò la sua famiglia, ed essi si
unirono a lui nell’arca.
Perché Dio non ha permesso che la storia si concludesse cori l’arca situata su
un terreno arido e con Noè che offriva un sacrificio?
Perché Dio non ci ha
lasciato un’immagine di Noè e la sua famiglia che ci potesse soddisfare?
Noi vogliamo che i nostri
eroi restino eroi, ma questo non è l’approccio di Dio alle biografie: Egli ci
dice le cose come stanno!
Questa è una ragione
per cui crediamo che la Bibbia è la parola di Dio.
Se un uomo avesse
scritto le Scritture, t’avrebbe fatto come Mary Ellen
White fece. Ecco il resoconto di Doug
Hakleman: “Nella
sua storia dei Riformati, lei mi presentò questi uomini come persone senza
alcun difetto, ma io conoscevo, allora, abbastanza per sapere che Martin Lutero, non era perfetto come lei me lo aveva descritto,
Così diedi un’occhiata alle biografie del Vecchio Testamento e vidi uomini e
donne con pregi e difetti. Niente di ciò che erano veniva coperto” (San Bernardino Sun,
7 aprile 1984, p. D7). Come risultato, Hakleman
decise che la Bibbia poteva essere creduta come un valido messaggio da parte di
Dio.
Quando veniamo a contatto con Noè in Genesi 6, non potremmo mai immaginate che
si ubriacherà in Genesi 9.
Quando ci viene
introdotto il personaggio, realizziamo che egli è l’unica persona in cui Dio
pone la Sua fiducia per adempiere il Suo scopo.
«Noè fu un uomo giusto e irreprensibile tra i suoi contemporanei. Noè
camminò con Dio» (Genesi 6:9).
Il primo e l’ultimo
pensiero di Noè erano sempre per Dio.
Immediatamente dopo le
sue esitazioni nel costruire l’arca, «edificò
un altare all’Eterno, e prese di ogni specie di animali puri e di ogni specie
di uccelli puri e offrì olocausti sull’altare» (Genesi 8:20).
Quale fu la reazione di
Dio?
«...e l’Eterno sentì un odore soave, così
l’Eterno disse in cuor Suo: “Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo
perché i disegni del cuore dell’uomo sono malvagi fin dalla sua fanciullezza e
non colpirà più ogni cosa vivente come ho fatto”» (Genesi 8:21).
Non solo Noè era un uomo giusto agli occhi di Dio,ma aveva anche un’ottima
reputazione fra le persone dei suoi tempi.
Nessuno poteva trovare
una singola azione sbagliata in lui, era irreprensibile.
Nessuno dei suoi nipoti
fu mai deluso dalla sua condotta.
Anche se fosse stato
sbattuto in prima pagina sul giornale dell’epoca come predicatore di giustizia,
non sarebbe indietreggiato all‘arrivo delle critiche.
Nessuna critica lo
fermò, anzi continuò a credere e lavorare.
Dio disse a Noè: «Ho deciso di por fine ad ogni carne, perché
la terra a motivo degli uomini è piena di violenza, eccolo li distruggerò
insieme alla terra» (Genesi 6:13).
Giorno dopo giorno
metteva insieme assi e sovrastrutture che avrebbero dato vita all’arca e il suo
lavoro rinforzava il suo messaggio.
Per centoventi anni
condivise gli avvenimenti di Dio con gli altri.
...eppure un giorno,
Noè, cadde nel peccato.
Il suo unico atto divenne una progressione di altri
peccati nella vita della sua famiglia.
Quale monito è, per
noi, il notare come è possibile anche per santi stagionati, inciampare negli
anni migliori della propria vita.
IL PECCATO DI NOE’
Con
tutte le raccomandazioni che Noè ricevette da Dio, uno potrebbe pensare che
egli sia al di sopra della battaglia delle passioni, ma un giorno
l’innominabile avvenne (perlomeno in molte chiese del peccato di ubriachezza
non si parla se non in toni pacati).
Quest’uomo di Dio che
aveva dimostrato una fede incondizionata in Lui, piantò una vigna, schiacciò i
propri grappoli, convertì il succo in vino, e ne bevve abbastanza da
ubriacarsi.
Stava giacendo
indecentemente esposto, quando suo figlio,
inaspettatamente, si presentò davanti a lui.
Questo ci ricorda che anche le persone più pie possono inciampare
a pochi passi dal traguardo finale. In modo particolare, i giovani cristiani
sono spesso devastati quando scoprono i peccati dei loro eroi spirituali.
Dicono: “Tutte queste persone nella
chiesa credono in Dio da dieci, quindici, o addirittura venticinque anni,
probabilmente non si arrabbiano mai, né si scoraggiano. Lodano Dio in ogni
momento, devono essere molto vicini agli angeli”. Poi, improvvisamente,
accade: scoprono che uno di questi
cari santi ha commesso adulterio, è diventato un ubriacone, o è stato disonesto negli affari.
A dispetto dei
centoventi anni spesi a seguire Dio, Noè non era pronto ad indossare le ali da
angelo.
Mentre sta seduto solo
nella sua dimora bevendo vino, assume il
tipico atteggiamento di colui che beve di nascosto: ecco la classica
persona che è coinvolta nella chiesa, ma il cui mondo privato è sconosciuto
alla congregazione.
Recentemente una donna confessò di aver coperto per anni il vizio dell’alcool
del marito. Lei telefonava al suo ufficio dicendo che era malato, e così altre
bugie furono inventate per spiegare la negligenza del coniuge, sia alla
famiglia, che ai membri della chiesa.
Sì, tutto questo può
essere abbastanza comune, ma qui l’uomo in questione era un anziano rispettato
di una chiesa evangelica.
Che errore pensare, che, coloro che eccedono nel bere, sono solo nella Skid Row (pensiamo possa trattarsi di una comunità per il recupero di persone
con certi tipi di problemi – n.d.r.).
Solo il 2% di tutti gli
alcolizzati finiscono lì, il resto sono negli uffici, fattorie, chiese e case.
Anche se sono
riluttanti ad ammetterlo, alcuni alcolizzati affrontano la vita bevendo un
bicchiere dopo l’altro.
Mel Trotter, che divenne
uno dei più grandi responsabili missionari di Skid Row, raccontò di aver tolto le scarpe della sua piccola,
che giaceva in una bara, per venderle e comprarsi un “cicchetto”.
Se tutti gli
alcolizzati in una chiesa, improvvisamente si manifestassero una domenica
mattina, saremmo tutti sconvolti.
Molti credenti sanno
cosa significa sentire il forte desiderio per un altro bicchiere.
E’ un problema che non
potremo ignorare a lungo.
Il pastore Bill Seath, per molti anni a capo
dell’associazione degli industriali di Chicago, afferma questo: “La ragione primaria dell’aumento
dell’alcolismo, è la rapida degenerazione dell’ambiente familiare nelle ultime
generazioni. I genitori non inculcano più ai loro figli il timore dell‘alcool,
ma cercano di insegnare loro a bere con l’eleganza di signore e gentiluomini. e
con moderazione. Con un atteggiamento di questo tipo nelle case, non c’è da
meravigliarsi che sempre più ragazzini diventino alcolizzati ancora prima di
ricevere il diploma”.
Se tutto questo è successo a Noè, può accadere a chiunque.
Anche se alcuni
credenti ancora oggi dibattono sul fatto se sia o no possibile bere con
moderazione, ricordiamoci che una persona su quattro, che inizia a bere,
diventa un alcolizzato, e non possiamo individuare chi dei quattro sarà il
candidato.
Non cerchiamo di scusare Noè, credendo come alcuni commentari ci suggeriscono,
che venne a sapere per caso che il vino produce ubriachezza.
In Matteo 24:38 leggiamo
che una delle caratteristiche dei giorni di Noè, era che essi mangiavano,
bevevano e si sposavano.
Sicuramente, Noè non
era così impegnato nel costruire l’arca tanto da non venire a sapere dai suoi
contemporanei, quanto intossicante potesse essere l’eccesso di alcool!
Dio ha permesso che
questa storia si trovasse nella Bibbia come un avvertimento a tutti noi, del
pericolo dell’ubriachezza.
L’esperienza di Noè ci mostra che ubriachezza
e spudoratezza, generalmente camminano di pari passo.
Questo è il primo
esempio di ubriachezza nella Bibbia, ed ecco cosa troviamo: Noè si denuda nella
sua tenda.
L’alcolismo abbassa
sempre le difese morali; dopo qualche bicchierino le inibizioni se ne sono
andate e le persone si sentono libere di fare quello che normalmente sarebbero
imbarazzate a fare.
Recentemente ho sentito
per caso un uomo che parlava delle sue prodezze immorali dicendo: “Ci siamo fatti alcuni bicchierini e poi...”.
L’alcool fa agire le
persone come animali senza che esse provino il minimo senso di colpa. Lontano
dall’annegare i propri problemi, l’alcolizzato scopre piuttosto che il bere li
tiene ben irrigati!
Il peccato di Noè ci
ricorda che chiunque può scivolare nel peccato, ma, inoltre, ci illustra che quando cadiamo, generalmente trasciniamo
qualcun altro con noi.
Quando tu cadi, anche
il tuo compagno fa lo stesso: non c’è niente di peggio che peccare da solo!
IL PECCATO
DEL FIGLIO DI NOE’
A
questo punto della storia, potremmo pensare che Cam sarebbe stato un figlio
meraviglioso, qualcuno di cui Noè poteva veramente andar fiero.
Egli, insieme ai suoi
due altri fratelli, aiutò il padre a costruire l’arca, si occupò della
sistemazione degli animali nella stessa, e si prese cura di loro.
Senza dubbio, sopportò
anche le derisioni della gente di quell’epoca, e non c’è nessun cenno di
qualche resistenza o ribellione da parte sua.
Il giorno che Noè si ubriacò e svenne,
troviamo un’interessante informazione riguardante Cam, il figlio più vecchio.
La Bibbia ci dice che:
«Noè bevve del vino e si ubriacò, e si
scoperse in mezzo alla sua tenda. E Cam, padre di Canaan, vide la nudità di suo
padre e andò a dirlo ai suoi due fratelli di fuori» (Genesi 9:21,22).
Come risultato, una
maledizione cadde su Canaan, figlio di Cam.
Cosa ci fu di realmente sbagliato nell’entrare inaspettatamente nella tenda?
Ovviamente, non era il
fatto che Cam avesse trovato suo padre senza vestiti, ma, piuttosto, che godette della vergogna del padre.
Uno dei commentatori
traduce il passo in questo modo: “Egli lo disse ai suoi fratelli con delizia”.
Apparentemente, una
radice di ribellione era spuntata nel cuore di Cam, anche se in quel momento
era nascosta.
Nemmeno la vita pia di
Noè e il miracolo del diluvio con il suo imminente messaggio di giudizio,
riuscirono a sradicarla.
Nessuna di queste due
cose insegnò a Cam il bisogno di portare rispetto e di vivere nella decenza.
Deliziarsi della caduta di qualcun altro, equivale a
partecipare al suo peccato.
Anche le famiglie
migliori producono figli ribelli.
Sì, vivere in un
ambiente dove le persone sono consacrate aiuta, ma il cuore dell’uomo è
ingannevole e disperatamente malvagio.
Senza un genuino
pentimento e impegno verso la signoria di Cristo, una radice di peccato può
improvvisamente crescere quando le condizioni sono favorevoli.
Per ripicca un ragazzo
può cadere nella sensualità, abbracciare una setta o avere uno spirito
indipendente.
Per questo come
genitori abbiamo bisogno di pregare così tanto per i nostri figli, per non dare
a satana un appiglio e la possibilità di piantare un seme che salterà fuori con
l’andar del tempo.
Come per Noè e suo
figlio, c’è un legame che ci tiene uniti.
Nel bene e nel male,
noi siamo nella corsa della vita insieme.
Ho sentito persone
dire: “Se non frequento la chiesa o se
abbraccio il tal peccato, chi avrà cura di me?”, ma anche se non ci sono
legami visibili tra i figli di Dio, questo non vuol dire che la relazione
causa-effetto sia meno reale.
Quando cadiamo ci sono leggi morali che si mettono in
movimento e che, inevitabilmente, ci portano ad influenzare altri.
Anche i peccati nascosti hanno conseguenze non tanto
segrete.
Questo è il modo in cui
Dio decide di procedere.
Quando Achan peccò in segreto, l’intera nazione di Israele perse la battaglia
e, alla fine, lui e la sua famiglia furono lapidati.
Per quanto ingiusto ci
possa sembrare, Dio non ci permetterà di peccare isolati e questo è
particolarmente vero con l’alcolismo.
Studi hanno mostrato
che le possibilità per un ragazzino di diventare un alcolizzato, crescono drammaticamente
quando uno dei genitori è vittima del bere.
Infatti, sarà
probabilmente necessario che passino alcune generazioni per neutralizzare
l’effetto dell’alcool nella linea familiare.
Se Noè ha dovuto imparare quanto devastanti possono essere le conseguenze anche
di un solo peccato, anche noi abbiamo imparato meglio la stessa lezione.
Nessun uomo vive per sé
stesso e nessun uomo muore per sé stesso, e nessun uomo pecca per sé stesso.
IL PECCATO
DELLE GENERAZIONI FUTURE
La
catena di conseguenze dovuta all’ubriachezza di Noè, non ha termine con Cam.
Dio dice in effetti: “Cam, a causa del tuo atteggiamento nei
confronti di tuo padre, tuo figlio Canaan riprodurrà la tua ribellione. Egli
sarà perseguitato, sarà un servo per tutta la sua vita, e non seguirà il
Signore”.
Gli archeologi hanno
verificato questa predizione.
Quando portarono alla
luce le iscrizioni dei Cananei, scoprirono
che erano una delle più svalutate,
peccaminose, e depravate popolazioni di quei tempi. Ogni specie di iniquità
conosciuta ai giorni nostri era da loro praticata, e le conseguenze furono
trovate in tutte le generazioni.
Per questo motivo Dio disse a Giosuè di sterminare i
Cananei.
Forse ci suona troppo
duro, ma il fatto è che Dio stava giudicando una nazione che era consumata
dalla malvagità. Dal momento che aveva promesso a Noè che non avrebbe mai più
distrutto la terra con un diluvio, Egli usa la guerra per liberare la Palestina
da questa malvagia popolazione.
Qualsiasi problema
possiamo avere con il Suo giudizio, impariamo una lezione importante: Dio odia
l’iniquità e ogni via malvagia.
Anche se mi aspetto di
incontrare Cam nel cielo, dubito che vedremo parecchi dei suoi discendenti.
Quando Dio dice che: «punisce l’iniquità dei padri sui figli fino
alla terza e alla quarta generazione di quelli che Mi odiano» (Esodo 20:5),
intende questo.
Per esempio, Abramo mentì a proposito di Sara con il
Faraone; Isacco finì nelle stesse
circostanze con Rebecca, sua moglie; Giacobbe
fu un bugiardo ed ebbe dodici figli,
dieci dei quali lo tradirono
con delle bugie.
Ecco il risultato:
quattro generazioni sono state colpite a causa del peccato di uno dei genitori.
Naturalmente, questo
non significa che la connessione tra padre e figlio sia infrangibile: Dio può trasformare le conseguenze dei
peccati dei nostri genitori e nonni se ci pentiamo.
Ma c’è un giudizio che
passa su di noi e che porta ad una certa predisposizione per il peccato. Ciò è
certamente vero riguardo al peccato della carne, come l’ubriachezza,
l’alcolismo, il gioco d’azzardo e l’immoralità.
Noè visse trecentocinquanta anni dopo la sua esperienza e fu un tempo
sufficientemente lungo, per vedere la maledizione avere un effetto su Canaan;
infatti, vide il risultato di quell’unico atto consumarsi davanti ai suoi occhi.
Sono sicuro che Noè fu
ristorato da Dio, riportato in comunione e perdonato, dal momento che egli, è
incluso tra gli eroi della
fede citati in Ebrei capitolo 11, anche se le conseguenze del suo peccato non
furono mai cancellate dalla faccia della terra.
Se satana ha vinto una
battaglia nella tua vita, non permettergli di vincerne una seconda, come se
fosse troppo tardi per pentirti.
Ha tre bugie che lancia sui credenti ingenui.
La prima è che un unico peccato non è veramente importante: “Fallo solo una volta, Dio ti perdonerà, e
tu ne potrai controllare le conseguenze”.
Così, quando cadiamo,
Lui si fa avanti con una seconda bugia:
“Sei caduto così in basso che non c’è
maniera di stare in piedi. Infatti se ricevi il perdono oggi, probabilmente
domani rifarai la stessa cosa, perciò, perché preoccuparsi?”.
E, di conseguenza, ha
anche una terza bugia: “Ora, guarda cosa hai combinato, ti sei
spinto troppo oltre, hai commesso una marea di peccati e hai ferito molte
persone. Impara a far fronte ai tuoi peccati, ma stai sicuro che Dio non vorrà
più sentir parlare di te, sei troppo miserabile per essere perdonato”.
Quando il diavolo ti ha
convinto che non c’è modo di tornare indietro, sei bloccato dalla maledizione,
e così anche i tuoi figli.
Ma Dio vuole riportarti
a Lui oggi, così che le conseguenze del peccato che hai già commesso, siano
minimizzate.
Egli ti dice:”Voglio abbracciarti di nuovo, voglio
cancellare il tuo peccato. Puoi camminare davanti a Me in purezza e santità”.
Quando leggiamo Ebrei 7:25 dove
Gesù può: «anche salvare appieno coloro
che per mezzo suo si accostano a Dio», la
parola appieno si riferisce, alla persona che avrà, probabilmente,
minime possibilità di essere cambiata.
E’ un riferimento
all‘abilità di Cristo di cambiare coloro che sono un “caso senza speranza”; ma la frase “caso senza speranza” è una contraddizione alla presenza di Gesù
Cristo. Nessuno è senza speranza agli
occhi di Cristo, infatti egli può toccare coloro che sono oppressi da
demoni e guidati dalle passioni.
Cristo è in grado di rendere un adultero
fedele, un ladro onesto, e un ubriacone sobrio.
Se anche Noè cadde nell’ubriachezza, Dio certamente, non è sorpreso che noi
cadiamo in alcuni peccati della carne.
In ogni modo, oggi è il
giorno del pentimento, il giorno in cui possiamo portare noi stessi davanti
alla misericordia di Dio, così che il dominio del peccato possa essere fermato.
Ω Ω
Ω Ω Ω
5: GEDEONE
L inganno del successo
Non vi è mai capitato
di vedere l’inizio di una maratona che si svolge in una grande città?
Una folla di oltre
ventimila persone si trova dietro la linea di partenza.
Dopo lo sparo, ci
vogliono diversi minuti prima che l’ultimo concorrente raggiunga la linea di
partenza.
Mentre i partecipanti
proseguono la corsa, i più veloci gradualmente si portano così avanti da essere
soli, mentre i più lenti sembrano non uscire mai dal mucchio.
Essere distaccato dal resto della folla non ti garantisce, comunque, di vincere
la gara.
In una maratona
svoltasi nel Nord America nel 1983, un corridore cadde proprio a pochi metri
dalla fine, mentre un altro lo sorpassava, vincendo. Il corridore ferito si
riprese in tempo per raggiungere il traguardo e arrivare terzo.
La vita Cristiana è
proprio così.
Paolo scrive ai Galati:
«Voi correvate bene; chi vi ha ostacolato
impedendovi di ubbidire alla verità?» (Galati 3:7).
Avevano cominciato
bene, ma stavano per abbandonare la gara, perché qualcuno li stava distraendo
dal traguardo. Infatti, sembrava che la loro attenzione fosse rivolta in
un’altra direzione e che stessero perseguendo un altro obiettivo.
Uno degli eroi più
conosciuti del Vecchio Testamento, Gedeone, ci illustra drammaticamente come il
successo iniziale nella gara della vita, possa condurci ad un pericoloso
auto-inganno, e che il risultato finale, sia un venir meno al taglio del
traguardo.
Gedeone, chiaramente, è
un uomo che dobbiamo studiare seriamente.
Gedeone crebbe in un ambiente che non era stato designato
per produrre santità.
Nel cortile dei suoi
genitori c’era un altare dedicato a Baal e una statua di Ascerah, due dii delle
nazioni vicine.
Nel frattempo, subivano
scorribande e devastazioni da parte dei Madianiti, che riducevano gli Israeliti
in schiavitù.
A dispetto del passato
pagano di Gedeone, un angelo del Signore gli apparve e gli diede degli ordini
imperativi: «Prendi il toro di tuo padre
e il secondo toro di sette anni, demolisci l’altare di Baal che appartiene a
tuo padre, e abbatti l’Ascerah che gli sta vicino; poi costruisci un altare
all’Eterno, il tuo Dio, in cima a questa roccia nell’ordine dovuto; prendi
quindi il secondo toro e offrilo in olocausto sulla legna dell’Ascerah che
avrai abbattuto» (Giudici 6:25,26).
Spaventato dallo
scompiglio che le sue azioni avrebbero potuto causare, Gedeone fece tutto
questo di notte, piuttosto che in pieno giorno. Anche se da vigliacco, aveva
compiuto il suo primo passo decisivo di ubbidienza.
Dio onorò
quell’impegno, lo Spirito del Signore venne su Gedeone, ed egli convocò tutto
il popolo di Israele per unirsi a lui in un attacco, contro la nuova invasione
dei Madianiti.
Come sapete, Dio lo aiutò a trasformare
quel goffo esercito di reclute in una forza combattente di trecento unità.
La vittoria conclusiva fu fantastica:
catturarono persino i due re conduttori dell’alleanza; ma è dopo la vittoria che arriva la tentazione.
A favore di Gedeone c’è il fatto che non
diventò né provocatorio, né orgoglioso, ma fu spinto verso la tentazione dai
suoi ammiratori. Purtroppo, quando ci
sentiamo lusingati, non abbiamo la forza di dire no.
Essi gli dissero: «Regna su di noi tu, tuo figlio e il figlio di tuo figlio, perché ci hai
liberai dalla mano di Madian» (Giudici 8:22).
Considerando gli attacchi subiti da diversi
villaggi in Israele, doveva fare attenzione a non cadere in tale orgoglio.
Saggiamente riconobbe che non era la volontà di Dio per lui, il diventare re:
Dio non voleva un re per Israele in quel momento. Eppure, Gedeone, cadde in una
tentazione collegata a questa: prese una serie di decisioni che ossessionarono
le nazioni per anni dopo la sua morte. Anche se pensava di aver fatto bene, scivolò in un errore che ebbe effetti
nel tempo.
LA TENTAZIONE DI UNA POSIZIONE PRESTIGIOSA
Gedeone declinò l’invito ad essere re, ma, evidentemente, si sentì obbligato ad aiutare
le persone in un modo creativo.
Guardandosi
intorno vide come i sacerdoti erano diventati corrotti, e così, penso che abbia
detto a Dio: “Tu sai che qualcosa deve essere fatto. Non riesco certo
a vedermi nei panni di re, ma potrei cavarmela con i sacerdoti”.
Così
si fece avanti con quello che pensava fosse una valida alternativa.
Spesso spingiamo una persona di successo ad occupare una posizione per
cui non è qualificata. Ci aspettiamo, che la persona che ha avuto buoni
risultati in un compito, sia qualificata per cavarsela anche in altre
responsabilità. Pensiamo che un pastore di successo dovrebbe diventare
il presidente di una scuola Biblica, o che un aggressivo uomo d’affari sarebbe
un buon anziano.
Abbiamo
bisogno di resistere fermamente alla tentazione di spingere le persone oltre i
limiti delle abilità e della chiamata che Dio ha dato loro.
Gedeone,
infatti, stava per caricarsi di una responsabilità che era contraria alla
volontà di Dio: «Voglio però chiedervi una cosa: ciascuno di voi mi dia gli
orecchini del suo bottino» (Giudici 8:24), disse alle persone.
Essi
risposero con un’ovvia gratitudine.
Dal
momento, che essi avevano appena sbaragliato centotrentacinquemila Ismaeliti
che indossavano orecchini, l’oro si accumulò velocemente. Calcolando un prezzo
odierno, il valore dovrebbe aggirarsi intorno ai 350.000 euro.
Gedeone
non era avido.
Gli
storici hanno scritto semplicemente, «Gedeone ne fece un efod» (Giudici
8:27).
Questo
era un indumento il cui modello assomigliava ad un grembiule e che era indossato
dal sommo sacerdote durante l’adorazione nel tabernacolo. Sopra esso, il sommo
sacerdote indossava un pettorale con due pietre usate per determinare la
volontà di Dio (vedi Esodo 28:1-14).
Gedeone
sapeva che Dio era con lui e quindi presunse che questo efod potesse aiutare la
nazione.
Sfortunatamente,
fallì nell’ubbidire agli espliciti comandamenti di Dio riguardo al sommo
sacerdote.
Nello
specifico, Gedeone aveva violato tre comandamenti.
Il primo era che i sacerdoti dovevano provenire dalla famiglia dei Leviti e solo dalla linea genealogica di Aronne (Esodo 28).
Dal momento che Gedeone non veniva da una famiglia Levita, non aveva il diritto di assumersi alcun compito riguardante il sacerdozio.
Secondo, Gedeone usò il materiale sbagliato per fare l’efod; infatti
doveva essere confezionato con stoffa blu, e non oro.
Naturalmente, le persone pensavano che Dio sarebbe stato compiaciuto nel vedere un metallo così prezioso, ma Egli preferisce l’ubbidienza alla bellezza.
Alla fine, Gedeone pose il centro dell’adorazione a Ophrah, la sua città
d’origine.
Eppure, Dio aveva chiaramente detto che il tabernacolo, il centro dell’adorazione, doveva essere a Shiloh. Così, Gedeone infranse il terzo comandamento.
Senza riguardi a quanto corrotto potesse essere il sacerdote, Gedeone non aveva
alcun diritto di ignorare le istruzioni di Dio. Non c’è ombra di dubbio che
fosse sincero, ma Dio non accetta scuse.
I compromessi di Gedeone possono sembrare minuscoli, ma portarono velocemente al dispiacere di Dio.
La stessa cosa è ancora vera oggi.
Un giovane può desiderare di sposare una ragazza non credente; o può compromettere la sua morale per aver soddisfatto alcuni piaceri immediati.
Anche se il comportamento può essere razionalizzato, Dio non scusa il peccato.
Un uomo d’affari può dire: “Guarda, tu non puoi capire la giungla degli affari; ci sono concorrenti alla mia sinistra e alla mia destra che stanno frodando. Non c’è maniera per me di rimanere negli affari senza scendere nel compromesso. Se dovessi essere completamente onesto, la competizione mi porterebbe alla bancarotta”.
Ma, Dio non onora la disubbidienza, anche se i fatti possono farcelo sembrata ragionevole.
Il nostro cuore può essere nel posto giusto, come quello di Gedeone, ma Dio non cambia le regole per noi; il fine non giustifica i mezzi.
Gedeone aveva compiuto il primo passo verso una pendenza scivolosa.
Un peccato ne avrebbe presto
generati altri e, alla fine, un’intera generazione ne sarebbe stata
influenzata.
LA
TENTAZIONE DELL’IDOLATRIA
Una
volta che Gedeone aveva posto sé stesso come sommo sacerdote, e portato il
centro dell’adorazione nella sua città, l’idolatria seguì rapidamente.
Il resoconto Biblico ci
dice inflessibilmente: «Tutto Israele vi
andò a prostituirsi con esso (l’efod),
e diventò un laccio per Gedeone e la sua casa» (Giudici 8:27).
Chiaramente l’efod
d’oro rappresentava il potere sui comuni cittadini d’Israele. L’avvertimento di
Dio contro l’idolatria, non sembrava essere così importante per coloro i cui
cuori si focalizzavano su una rappresentazione tangibile della fede.
Naturalmente, anche la cristianità può avere i suoi ornamenti.
Non c’è niente di
sbagliato nell’avere una bella chiesa, ma per alcuni potrebbe essere un
intoppo.
Potrebbero pensare che
Dio rimane impressionato dalle pietre, dall’acciaio, e anche dal cristallo.
...e cosa dire delle
reliquie venerate da alcuni membri della Chiesa Cattolica Romana?
Mia moglie ed io siamo
stati in diverse chiese cattoliche in Italia.
Abbiamo visto le catene
che, si suppone, fossero state usate per incatenare Pietro e Giovanni quando
erano in prigione, e la bacinella che, sempre si suppone, Gesù abbia usato
quando lavò i piedi dei discepoli.
Vediamo persone
inginocchiarsi davanti a reliquie del genere, pensando che in qualche modo ciò,
aggiunga loro dei potenziali meriti agli occhi di Dio.
Questi oggetti sono
diventati un laccio per molti.
Gedeone sicuramente sapeva che le persone stavano peccando, ma evidentemente,
non alzò la sua voce, né le sue mani mentre la processione di adoratori si
accostava all’efod.
Forse, pensò anche che
Dio aveva fatto un’eccezione per lui.
Ci sono molte altre forme di idolatria. Ogni volta che abbracciamo un peccato,
stiamo ammettendo che c’è qualcosa nella nostra vita che è più importante di
Dio. Forse è l’avidità, la bramosia, o l’orgoglio. L’idolatria, è qualsiasi cosa che ci frena quando Dio comincia a
investigare i nostri cuori.
Ricordo di aver sentito un missionario raccontare di come le persone del posto
catturavano le scimmie (in una cultura pagana): con un metodo simile a quello
usato in una delle favole di Esopo.
Prendevano una zucca, e
facevano un buco largo abbastanza per la mano di una scimmia; poi introducevano
nella zucca ogni tipo di leccornia.
La scimmia avrebbe
fatto scivolare la sua mano nel buco, spingendo sulle leccornie, e cercando di
ritirare la mano.
Naturalmente, la sua
mano gonfia non avrebbe potuto muoversi nel buco così, mentre le persone si
avvicinavano, la scimmia avrebbe cercato freneticamente di estrarre la sua
mano.
Anche se questo
significava essere catturata, si rifiutava di lasciare il suo tesoro.
Il tesoro era più
importante della vita stessa.
Cosa c’è nella tua mano?
Forse ci sono i tuoi
sogni: il matrimonio, la carriera, il sentirsi accettato da parte della
famiglia, o l’ammirazione dei tuoi simili.
Sei disposto a lasciare
tutto questo per Dio?
Forse Lui vuole usarti
in un posto e in un ministero meno appariscente.
Sei disposto a lasciare
i tuoi sogni?
Dio odia lo spirito
diviso, che non si localizza sull’adorazione dovuta a Lui solo, e quando ci
rifiutiamo di donarGli ogni cosa che è nelle nostre mani e nel nostro cuore,
compiamo il primo passo che ci porta lontano da Lui, in totale disubbidienza.
Per Gedeone, il passo successivo fu l’appagamento dei sensi.
LA
TENTAZIONE DELL’APPAGAMENTO DEI SENSI
Le
retribuzioni per la leadership sono tante.
C’è la sindrome “Io me lo merito”, e per Gedeone la
ricompensa personale per le sue responsabilità, fu un gruppo di bellezze: molte
mogli.
La Bibbia ci dice: «...poi Jerubbaal, figlio di Joash, tornò a
dimorare in casa sua. Or Gedeone ebbe settanta figli che uscirono dai suoi
lombi, perché ebbe molte mogli. La sua concubina, che stava a Sichem, gli
partorì anch’ella un figlio, a cui pose nome Abimelec» (Giudici 8:29-31).
Ai giorni di Gedeone,
come ai nostri, la conduzione, cioè essere a capo, significava avere molto di
più di chiunque altro.
Il suo valore militare
l’aveva stabilito come il giovane più straordinario dei suoi giorni, e
l’abbondanza delle mogli sembrava meritata.
...eppure Dio aveva
esplicitamente proibito l’abbondanza delle mogli (vedi Deuteronomio 17:17), e
ciò era stato detto in modo particolare per i sacerdoti.
Gedeone aveva donato tutto sé stesso ad
uno stile di vita sensuale, e quindi non
era mai soddisfatto di sé stesso o del suo harem privato.
Pose una concubina
sulla seggiola del potere, Sichem, ed ella gli diede un figlio. Naturalmente il
termine concubina è un eufemismo sociale per indicare una prostituta.
Quale fu il risultato?
Abimelec, il figlio
della concubina, si unì ad una banda di canaglie e uccise tutti i suoi settanta
fratellastri.
Quando impareremo che Dio non fa eccezione per i leader religiosi?
Quando iniziamo a
pensare che meritiamo alcuni extra, il nostro “Abimelec” salta fuori per
tormentarci.
Non possiamo prendere
delle scorciatoie riguardo alla purezza morale e all’integrità. Senza riguardo
a quante benedizioni Dio ci darà quando scendiamo a compromessi, alla fine Egli
riscuoterà.
Cosa accadde dopo la morte di Gedeone?
«Dopo la morte di Gedeone i figli d’Israele ricominciarono a
prostituirsi ai Baal e presero Baal-Berith come loro
dio. I figli d ‘Israele non si ricordarono dell’Eterno, il loro Dio, che li
aveva liberati dalle mani di tutti i loro nemici tutt’intorno» (Giudici 8:
33,34).
Quando il corridore che
conduce la gara fa qualcosa di sbagliato, tutti gli altri gli vanno dietro.
L’idolatria di Gedeone diventa l’idolatria dei suoi discendenti; ma c’è di più.
Leggiamo: «...e non dimostrarono alcuna gratitudine alla casa di Jerubbaal (cioè
di Gedeone) per tutto il bene che egli
aveva fatto a Israele» (Giudici 8:35).
Quando inganni la tua
famiglia, la lealtà ha la memoria corta.
Il risentimento prende
il posto del ringraziamento dopo la morte del grande capo o dopo la caduta
dalla sua importante carica.
Gedeone iniziò la sua
vita in una casa pagana, poi Dio entrò nella sua vita ed egli distrusse gli
idoli di famiglia, ma nella sua vecchiaia tornò agli idoli della sua
gioventù.
E’ un fenomeno che ho
visto nella vita di molte persone: i peccati di gioventù tornano a galla per
tormentarli in tarda età.
Ecco perché è così importante per i
giovani questo passo della Scrittura: «...ricordati
del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza» (Ecclesiaste 12:1).
Quando seminiamo la nostra avena selvatica, il suo
sviluppo può richiedere anni, ma alla fine spunterà.
I Russi hanno una
parabola che illustra cosa accade quando scendiamo a compromessi con il
diavolo.
Un cacciatore era fuori
nei boschi quando incontrò un orso.
Accostandosi all’uomo
l’orso chiese:
“Che cosa vuoi? “,
e il cacciatore
rispose: “Voglio una pelliccia calda”.
L’orso replicò: “Beh, è una cosa lecita. Io, d’altro canto,
voglio uno stomaco pieno. Possiamo parlarne e negoziare? Forse potremmo trovare
un compromesso”.
Mezz’ora dopo l’orso si alzò camminando lento lento;
sul terreno c’era il fucile del cacciatore.
Mentre vi fermate per
un attimo a pensare cosa successe, realizzerete che ci fu una sorta di
compromesso: l’orso ebbe lo stomaco pieno e l’uomo ottenne la sua calda
pelliccia.
Spessissimo parlo con persone che dicono: “Lasciatemi
solo. Posso arrangiarmi e affrontare la lussuria, come anche l’alcool e il
gioco d’azzardo di tanto in tanto. Posso anche maneggiare la pornografia perché
so quando frenarmi in tempo”.
Gedeone, però, non poté
andare lontano con il compromesso e, così non possiamo neppure noi.
La vita cristiana non è
la corsa dei 100 metri, ma una corsa costante attraverso la nazione. Non è solo
per coloro che vogliono diventare gli eroi del ventunesimo secolo. Molti
iniziano bene, ma finiscono con un disastro.
Ho notato che le future
generazioni, generalmente ricordano una persona per il modo in cui ha finito la
sua vita; senza nessun riguardo a quanti successi possa aver avuto, se finisce
male, l’impressione finale sarà che ha mollato, ed ha fallito.
Come nel caso di
Gedeone, essi dimenticarono le sue vittorie per il Signore e ricordarono solo
l’idolatria e la sensualità.
Le cadute possono essere arrestate, ma abbiamo bisogno di gridare a Dio con
pentimento, iniziando a camminare nella potenza dello Spirito Santo.
Se potessimo parlare
oggi con Gedeone, sicuramente ci avvertirebbe di camminare pienamente
nell‘ubbidienza, senza riguardo al costo.
Ciò che fa la
differenza è come finisci la corsa e non come la cominci!
Ω Ω
Ω Ω Ω
6: SANSONE
Il costo nascosto della
sensualità
Non ti
è mai capitato di dire a te stesso: “Ecco,
l’ho fatto! Anche se mi avessero detto che avrei avuto dei guai, io l’ho fatto, e oltretutto il Signore mi
sta ancora benedicendo, io so che Lui mi capisce”.
Ho fatto consulenza a uomini che hanno ceduto alla tentazione di sbirciare
riviste pornografiche nell’edicola dell’aeroporto; a uomini e donne che si sono
uniti in matrimonio con non credenti, e a persone che persistono nel portare
avanti una relazione extra coniugale.
Dal momento che Dio non
li ha colpiti con un giudizio, hanno razionalizzato il fatto che Egli capisce,
e che, probabilmente, chiude anche un occhio sul loro stile di vita.
La Bibbia ci racconta
la storia di un uomo che sembrò credere in tutto questo per vent’anni mentre
era giudice in Israele.
Si concesse tutto
quello che i suoi occhi trovavano piacevole.
Il suo record di
successi era così strabiliante, al punto di convincersi di essere imprendibile.
E i suoi compagni sembravano applaudirlo come un uomo onesto. Comunque, l’attitudine di quest’uomo, Sansone, è chiaramente moderna: “Se ti piace,
fallo!”.
Alcuni anni fa apparvi
in una trasmissione televisiva per dibattere sul tema della lussuria. Molti dei
presenti erano convinti che Gesù fosse sadico nel farci fare un “viaggio nella
colpa”, quando disse: «...ma Io vi dico
che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con
lei nel suo cuore» (Matteo 5:28).
Una dichiarazione del genere appare incredibile e, naturalmente, la
persona non credente non accetterà mai i suoi drastici suggerimenti riguardo al
comportamento da tenere.
Così, la storia di
Sansone ci rivela che quando non
vogliamo prendere una posizione contro la lussuria, saremo intrappolati e
rovinati da essa stessa. Non c’è
sensazione che prometta così tanto e che, alla fine, imbrogli così amaramente.
C’è un certo fervore
quando sentiamo di servitori del Signore che divorziano dalla moglie per la
segretaria o di figure politiche nazionali che confessano una relazione
adultera, anche se hanno la reputazione di mettere in luce lo sfacelo della
famiglia di oggi.
C’è una vignetta nel
nostro giornale di un ministro di gabinetto britannico che si è dimesso a causa
di una relazione extra coniugale, dopo una fantastica carriera politica, e di
una Miss America a cui è stata strappata la sua corona.
Chiaramente, ognuno
credeva di poter fare quello che ha fatto.
Sansone iniziò la sua carriera come giudice d’Israele con una tale audacia che
probabilmente spaventò anche i suoi genitori.
Stiamo parlando di una
persona veramente dotata.
Aveva il fisico di
un’atleta Olimpico e la capacità di essere un uomo anche brillante. La sua
abilità nel proporre indovinelli meravigliava perfino i nemici di Israele, i
Filistei. Per di più, era una persona attraente. Aggiungete a tutti questi
vantaggi personali, il fatto che Sansone era stato scelto da Dio per «cominciare a liberare Israele dalle mani dei
Filistei» (Giudici 13:5).
Fin dalla nascita,
attraverso l’apparizione di un angelo, Dio disse ai suoi genitori che doveva
essere appartato per Lui, cioè un nazireo.
Gli storici hanno
concluso che due cose devono essere
messe insieme, perché una persona diventi grande e importante.
Una è di possedere una reale abilità, l’altra è di avere l’opportunità di provarla.
Considerate Sir Winston Churchill,
le cui considerevoli abilità non vennero largamente notate fino a che non ebbe
l’occasione di salire alla ribalta, all’inizio della II Guerra Mondiale.
Sansone rappresentava
una simile combinazione di abilità e opportunità.
La nazione di Israele
stava sperimentando un vuoto di leadership.
C’era un disperato
bisogno che qualcuno potesse combattere il potente e implacabile avversario di
Israele: i Filistei.
Sansone coprì un ruolo
cruciale nella leadership per vent’anni.
Le sue forti gesta lo
resero caro al popolo, ma nonostante fosse grandemente ammirato dagli
Israeliti, rimase impigliato nelle corde del proprio peccato.
Martin Lutero disse che Dio
permette ai leader di cadere nell’immoralità come giudizio sul peccato
d’orgoglio nella loro vita.
Dio è così geloso della
propria gloria che porterà qualsiasi uomo a vergognarsi di essere diventato
presuntuoso.
L’orgoglio, dice
Lutero, precede sempre peccati sessuali.
Senza dubbio, ciò è
stato vero per Sansone: il campione lottatore che purtroppo divenne Sansone il
debole; il combattente che fece girare tremila uomini con una mascella d’asino
divenne uno schiavo. L’uomo che apparentemente poteva avere qualsiasi donna
solo perché la desiderava, finì invece per essere un opprimente “callo” per i
nemici.
Dal momento che i suoi
occhi erano stati tolti, fu guidato al suo posto per essere un’attrazione
durante la celebrazione nazionale.
Cosa cambiò tutti i
complimenti in beffe, l’eroe nel buffone?
Io penso fosse la cecità,
l’inabilità di guardare la vita dal punto di vista di Dio.
Era cieco
spiritualmente, moralmente, e anche fisicamente.
1. LA CECITA’ SPIRITUALE
Il primo
passo verso la cecità spirituale è sempre a causa della disubbidienza.
E’ l’errata concezione
che tu ne sai più di coloro che sono in autorità, siano essi i tuoi genitori o
Dio.
Il Signore ha detto
specificatamente che gli Israeliti non dovevano unirsi in matrimonio con dei
pagani. Eppure Sansone decise che ne sapeva di più.
La Bibbia è molto
diretta riguardo agli eventi: «Sansone
scese a Timnah e là vide una donna tra le figlie dei Filistei. Tornato a casa,
ne parlò a suo padre e a sua madre, dicendo “Ho veduto a Timnah una donna tra
le figlie dei Filistei; or dunque prendetemela come moglie” » (Giudici
14:1—2).
I genitori di Sansone
ricordavano ciò che Dio aveva detto e cercarono di farlo rinunciare. Purtroppo
però provarono invece, l’insuccesso che vivono molti genitori con figli che non
hanno guadagnato un’acuta “vista spirituale”. La replica di Sansone avrebbe
potuto essere la risposta di un giovane durante un dibattito di una famiglia
del giorno d’oggi: “Prendetemela, perché
lei sembra essere fatta per me”.
Il matrimonio era
destinato a fallire.
Se molti di noi
soffrono di astigmatismo quando si inoltrano nel matrimonio, Sansone doveva
avere invece una cataratta.
Come ci si può
aspettare che un matrimonio fatto in disubbidienza a Dio possa funzionasse non
è chiaro, eccetto per il fatto che Sansone fu cieco alla realtà delle sue
azioni.
Così disubbidì ai suoi
genitori, nonostante che la rivelazione fosse stata fatta a loro! Senza dubbio,
avranno ripetuto spesso la storia dell’apparizione dell’angelo, del suo
sorprendente messaggio riguardo ad un figlio che avrebbe liberato Israele dai
Filistei, e dell’importanza di aderire al voto di nazireato.
Così mentre gli
allontanavano il vino e rifiutavano di tagliare i capelli, devono averne
condiviso le ragioni con lui.
...eppure quando i
genitori chiesero: «Perché prendere una
donna dei vicini incirconcisi?», Sansone candidamente replicò: «Prendimi quella, perché mi piace»
(Giudici 14:3).
Era una disubbidienza
consapevole.
Con i genitori sotto la
propria guida, Sansone organizzò la festa di matrimonio.
Fece l’indovinello
riguardo all’avere miele dal leone che aveva ucciso, ma nessuno immaginò di
cosa stesse parlando.
Piuttosto che essere
umiliati da questo giovane Israelita, gli ospiti Filistei mandarono la sua
futura moglie a carpire il segreto dell’enigma. «Tu non mi ami veramente» (Giudici
14:16), continuava a ripetere lei, finché Sansone cedette alle sue suppliche
dicendole il significato nascosto dell’indovinello.
Dio, in accordo con Giudici 14:19, trasformò l’incidente in un’opportunità per indebolire i Filistei.
Sansone stabilì che se
qualcuno gli avesse rivelato il significato dell’indovinello, gli avrebbe
donato trenta cambi di vestiti.
Così scese ad Ashkelon
e colpì trenta uomini per consegnare le vesti di cui aveva bisogno e mantenere
in ogni caso la sua promessa.
Ovviamente, arrabbiato
con la moglie, per la sua collaborazione con i Filistei nel forzarlo a rivelare
il segreto del suo enigma, Sansone andò a casa di suo padre. Durante la sua
assenza, sua moglie fu data all’uomo migliore che si trovava al matrimonio.
Quando Sansone tornò, gli fu concesso un breve tempo per giustificarsi e il suo
presunto suocero gli rifiutò di vedere l’ex-moglie. Così Sansone, notevolmente
arrabbiato, prese trecento volpi, attaccò le loro code a due a due, ponendovi
delle torce accese e spingendole verso il grano. Il fuoco che ne risultò si
scatenò sia nelle vigne che negli uliveti dei Filistei. In cambio, i Filistei
bruciarono la giovane donna e suo padre in un altro rogo. Di nuovo, Sansone
ricambiò con un massacro dei Filistei.
Il massacro di una dozzina di Filistei da parte di Sansone, lo stabilì come il
nemico pubblico numero uno. Eppure, quando cercarono di ucciderlo, egli uccise
altri tremila Filistei.
Chiaramente, era un uomo investito da una
forza sovrumana.
A questo punto, l’autostima di Sansone
crebbe. Posso immaginarlo, mentre dice a sé stesso: “Guarda! Posso fare quello che mi pare e lo Spirito del Signore
Iddio è ancora su di me”. Egli poteva disubbidire ai suoi genitori, ricambiare
con un’ira immorale, e Dio era ancora con lui.
Probabilmente, uno dei più grandi
incentivi nel continuare a peccare, è la realizzazione che Dio non sembra avere
fretta a eseguire il Suo giudizio.
Salomone scrisse: «Poiché la sentenza contro una cattiva azione non è prontamente
eseguita, il cuore dei figli degli uomini è pieno di voglia di fare del male»
(Ecclesiaste 8:11). Sansone aveva disubbidito a Dio, ma la benedizione di Dio
non era stata ritirata, almeno non ancora.
Un responsabile che era stato coinvolto in un adulterio, disse che per lui il
più grande shock fu che Dio continuava a benedirlo nel suo ministero a dispetto
del suo continuo peccato. “Ciò andava
contro a tutto quello che mi era stato insegnato”, commentò. E dal momento
che la benedizione continuava, sembrava potesse continuare nella sua
ribellione, ma, alla fine, naturalmente, Dio lo fermò.
2. LA CECITA’ MORALE
Se da una parte la disubbidienza rese Sansone spiritualmente cieco, dall’altra
fu la lealtà alle sue passioni che lo rese invece, moralmente cieco. L’autore
dei Giudici ci riporta quanto segue: “Poi Sansone andò a Gaza e là vide una
prostituta, ed entrò da lei” (Giudici 16:1). Uno sguardo era tutto quello di
cui Sansone aveva bisogno perché la concupiscenza avesse il controllo della
situazione.
Quando gli uomini di Gaza circondarono la città per prendere in trappola
Sansone, egli scappò portandosi via i battenti delle porte della città. Nella
sua mente questa fu la prova che né gli avvertimenti dei suoi genitori, né i
comandamenti di Dio, si applicavano alla sua vita, perché Sansone oramai
pensava che Dio fosse con lui senza riguardo a ciò che stava facendo.
Naturalmente il peccato non controllato diventa sempre più forte, mai più
debole. Quando cadiamo nella tentazione, questa ultima guadagna forza per la
prossima volta che ci girerà intorno.
Quando
Sansone incontrò la prostituta, deve aver pensato: “Se soddisfo me stesso
questa volta, sarà sufficiente”. Ma, naturalmente, ciò lo condusse ancora
di più verso il peccato di sensualità.
Stava
piantando dei semi che avrebbero portato frutto per molto tempo.
C’è
sempre un certo lasso di tempo che intercorre fra la semina e il raccolto.
Dal momento che solo il pentimento può rompere quella spirale di
peccato che spinge verso il basso, Sansone, che non si voleva sottomettere
a Dio, era ora innamorato di un’altra donna che l’avrebbe certamente portato
alla rovina.
Come
molte donne che sono pienamente coscienti della loro abilità nel sedurre gli uomini,
Delilah sapeva di essere la chiave per
la caduta di Sansone.
I
Filistei riconobbero velocemente il valore di questa donna.
Era
una “superstar” e fu pagata come tale.
Dopo
tutto, aveva chiaramente quell’abilità manipolatrice per far cadere Sansone
nelle loro mani, una volta sprovvisto della sua forza sovrumana.
Come
vi sareste sentiti ad essere l’agente di Delilah?
I
capi dei Filistei vi avrebbero corteggiato, promettendo al vostro cliente una
valanga di sicli d’argento. Tutti i tipi di favoritismi erano implicati, se
solo avesse sedotto Sansone per portarlo a rivelare il segreto della sua forza.
Delilah firmò il contratto e se voi fosse stati il suo agente, ora sareste ricchi e famosi.
A questo punto il divertimento cominciò.
La manipolazione si sviluppò in quattro stadi.
w All’inizio,
Sansone era al controllo. Tre volte Delilah cercò di
convincerlo a dirle il segreto della sua forza, e per tre volte le diede false
informazioni, dando l’apparenza di “dire tutto”. Ma quando essi lo legarono con
sette corde d’arco fresche, non ancora asciutte, Sansone fu in grado di
liberarsi facilmente,
La sua terza bugia fu molto interessante: «Non dovresti che intrecciare le
sette trecce del mio capo con l’ordito» (Giudici 16:13). Sì, questa era
un’altra bugia, ma notate che stava cominciando a soccombere alle
carezze di Delilah, infatti Sansone aveva iniziato
a menzionare i suoi capelli, segno di indebolimento. Comunque, era ancora
in grado di dire no. Uno degli inganni del peccato è che quando comincia a crescere nei cuori,
sembra assolutamente che si possa tenerlo sotto controllo. Se ci riteniamo capaci di resistere alla
tentazione, corriamo il rischio di sviluppare una certa confidenza nella
propria abilità, nel gestire la situazione.
w Questo ci conduce al secondo stadio della caduta di
Sansone: non scappò della tentazione, ma si tenne nelle vicinanze.
Satana è piuttosto contento nel permetterci di avere alcune vittorie, se però
ci manteniamo intorno alle attrattive che egli stesso pone sul nostro sentiero.
Egli sa, che se non ce ne scappiamo via, alla fine egli avrà la meglio. Possono
volerci sei mesi o due anni, ma egli è disposto ad aspettare. Sansone pensò
di poter dire no stando accovacciato sul grembo di Delilah,
proprio come qualcuno che pensa di poter continuare a resistere quando invece è
circondato dalle tentazioni della sensualità. Solo perché sei in grado di dire
no alla seduzione di una donna oggi, non ti garantisce che riuscirai a dirlo
anche domani. Una giovane cristiana può fissare un appuntamento con un non
credente e resistere alle sue proposte sessuali, ma esistono delle buone
possibilità che rinunci; è solo una questione di tempo. Se, come
Sansone, ti incolli alla tentazione, satana, alla fine, incollerà te. Se
non scappi via, la tua caduta sarà tanto inevitabile quanto aritmetica.
w Il
terzo passo nella manipolazione, rivela un Sansone che dice a sé stesso: “Non
voglio avere a che fare con questa continua incertezza e con l’accusa che non
la amo. Le dirò il mio segreto; sarà solo fra di noi”. E come il giovane uomo
dice alla propria ragazza che se vanno a letto insieme sarà solo “il loro
segreto”. Sansone è cieco davanti al tranello che gli è stato teso.
Naturalmente, aveva dilaniato il leone, aveva portato le porte della città
sulla collina, e ucciso tremila uomini con una mascella d’asino, eppure lo
stesso uomo, era diventato vittima di un serpente, nell’erba alta
dell’auto-indulgenza. Il contratto che Sansone aveva fatto stava per essere
strappato. Viviamo in un mondo dal commercio libero. Considerate la persona che
pensa, che una relazione sessuale darà sollievo ai suoi desideri e ridurrà il
livello di frustrazione, oppure ad una donna intrappolata a casa dai suoi
bambini, e che a mala pena comunica con il suo marito, dirigente molto occupato,
e che quindi comincia a vivere in un mondo di fantasia stimolato dalle moderne
soap-opera. “C’è un intero mondo là fuori che non ho mai sperimentato”, dice a
sé stessa, così vuole sperimentare il brivido, minimizzando le conseguenze. Ma
sfortunatamente, scopre troppo tardi che il prezzo da pagare è veramente molto
alto. Firma il contratto e satana fissa i termini più tardi.
w Lo
stadio di fallimento finale per Sansone avviene quando pecca con Delilah. Naturalmente, si aspettava che Dio fosse con lui,
come era stato nel passato. Si svegliò dal suo sonno e disse: «“Io ne uscirò
come tutte le altre volte e mi svincolerò”. Ma non sapeva che l’Eterno si era
ritirato da lui”» (Giudici 16:20). Forse non si era mai sentito grande come
in quel momento, ma Dio aveva abbandonato la sua vita.
Anche se lo Spirito Santo non ci lascia oggi come faceva nel Vecchio
Testamento, Egli è afflitto quando noi pecchiamo, e ancor di più quando il
nostro cuore diventa duro e indifferente.
Sansone aveva confuso la pazienza di Dio, per la benevolenza di Dio. Naturalmente, Dio stava usando questa esperienza per insegnare a Sansone che non si può mai tollerare il peccato, pensando che sia sotto controllo.
Cristo disse; «In verità, in verità vi dico: chi fa il peccato è schiavo del peccato» (Giovanni 8:34).
Molte persone
pensano che possono ritirarsi dal peccato, se si impegnano veramente. In altre
parole stanno dicendo: “Non sono ancora totalmente schiavo del peccato”.
Ma il Signore ci dice che il peccato ci riduce sempre in schiavitù.
Commettere peccato significa che siamo fuori controllo.
Anni fa, quando Oliver Cromwell
fu “signore protettore” d’Inghilterra, un circense fece un numero d’imitazione
con un serpente che usciva dall’erba. Fece schioccare una frusta e un enorme
serpente uscì strisciando dall’erba e iniziò a avvolgersi intorno al domatore,
fino a che egli fu appena visibile.
Il pubblico era estasiato.
Improvvisamente nel silenzio totale si udì un rumore di ossa che si rompevano.
Fra l’orrore dei presenti, il serpente aveva strangolato il suo domatore.
L’uomo aveva vissuto con il serpente per quattordici anni, avendolo comprato quando era lungo solo pochi centimetri. A quell’epoca, al massimo, avrebbe potuto rompergli l’osso fra il pollice e l’indice. Nel tempo, l’aveva addestrato a servirlo, e un giorno lo stesso serpente fece del suo padrone, il suo servo.
Il peccato sensuale è proprio così.
Non possiamo addestrarlo.
Non possiamo negoziare con esso o scendere a compromessi.
Se siamo coinvolti totalmente,
alla fine ci romperà.
3. LA CECITA FISICA
Spiritualmente e
moralmente, Sansone era cieco come un pipistrello, e una volta catturato dai
Filistei, fu reso cieco anche fisicamente.
Il resoconto è conciso:
«E i Filistei lo presero e gli cavarono
gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con catene di bronzo. E fu
posto a girare la macina nella prigione» (Giudici 16:21).
Per quanto dura potesse
essere, sarebbe stato meglio per Sansone diventare fisicamente cieco in giovane
età, se questo l’avesse preservato dalla sua “cecità spirituale e morale”, piuttosto che soccombere nel peccato
sessuale.
Gesù stava parlando
della concupiscenza quando disse: «Se il
tuo occhio destro ti è
causa di peccato, cavalo e gettalo via da te, perché è meglio per te che un tuo
membro perisca, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna»
(Matteo 5:29).
Cavare il tuo occhio,
per quanto doloroso
possa essere, è meglio che diventare vittima di una relazione adultera.
L’occhio e la mano sono
le due parti del corpo usate di più, nell’eccitazione sessuale.
Cristo ci sta dicendo,
nei termini più forti possibili, che è meglio fare una drastica azione, che
cadere in un tale peccato.
Sansone entrò in prigione cieco
spiritualmente, moralmente e fisicamente.
Ma mentre Sansone era
in prigione, Dio iniziò il processo di ricostruzione.
Alla celebrazione
nazionale possiamo giusto sentire la folla gridare: «Vogliamo Sansone! Vogliamo Sansone!»
Lo volevano solo per
deriderlo e per essere intrattenuti.
Non avevano realizzato
che i capelli di Sansone erano cresciuti di nuovo mentre era in prigione.
Quando Sansone uscì,
non poteva vedere dove stava andando, così chiese al ragazzo che lo
accompagnava di condurlo alle colonne che sostenevano l’edificio.
C’erano circa tremila
persone fra uomini e donne sul tetto, più tutti quelli che erano nell’edificio.
Sansone allora pregò (è solo la seconda volta che leggiamo che
pregò – vedi Giudici 15:18) e disse: «O Signore, o Eterno, ti prego
ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, o Dio, perché possa
vendicarmi con un sol colpo dei Filistei, per la perdita dei miei due occhi»
(Giudici 16:28).
Con questo afferrò i
due pilastri centrali e cinse sé stesso contro essi, e con un ultimo sussulto
morì insieme ai Filistei.
La casa cadde sopra
tutti i nobili e le persone che erano lì.
Sansone ci ricorda che Dio spesso dà al Suo popolo una seconda occasione.
Quando cadiamo possiamo
cadere sia in avanti che indietro (in questo modo possiamo imparare da ciò che abbiamo fatto e credere alla
bontà di Dio.
A nessuno di coloro che cade è negata la possibilità del
perdono di Dio.
Mentre i suoi capelli
crescevano, anche la relazione di Sansone con Dio cresceva.
In prigione,
finalmente, rinsavì e fu ristorato.
Anche se morì
fisicamente cieco, possiamo essere sicuri che la sua vista spirituale e morale
fu ripristinata.
E’ stato detto: “che l’uccello con l’ala spezzata si librerà
alto ancora in volo”; l’implicazione è che quando ci pentiamo dai nostri
peccati, la nostra precedente posizione viene ripristinata.
Non sempre però è così.
Ristorazione non significa che avremo indietro il nostro
vecchio lavoro, o che avremo la stessa relazione di prima.
Per esempio, i capelli
di Sansone crebbero di nuovo, ma i suoi
occhi non tornarono a vedere; questo ci fa comprendere che alcune conseguenze
del peccato sono permanenti. Comunque, Dio è sempre pronto a ristorarci e
riportarci a certe posizioni,
senza riguardo a come siamo caduti.
Lo stesso fatto che una
persona sia viva è la prova che Dio ha ancora uno scopo per lui su questa
terra. Egli sta aspettando che la persona pentita impari la sua lezione, stia
in silenzio davanti a Lui prima di riportarla indietro ad una posizione di
utilità.
Ω Ω
Ω Ω Ω
7:ASA
Il fallimento del
compromesso
E’
possibile compromettere i propri principi morali e, apparentemente, avere ancora le benedizioni di
Dio?
Sì, lo è; non ogni cosa
malvagia ha conseguenze negative immediate.
Furbamente, puoi
tagliare l’angolo e avere successo, così da pensare di poter continuare in quel
modo.
Elenchiamo alcuni
compromessi morali che a volte risultano portare un profitto finale:
w
Come venditore d’auto puoi mentire e concludere un buon
affare.
w
Come cameriera puoi rifiutarti di registrare le mance e
imbrogliare.
w
Puoi falsificare alcuni dettagli di una domanda così da
essere in grado di ottenere un lavoro.
w
Puoi vivere in modo immorale e avere apparentemente le
benedizioni di Dio.
Il fallimento è
subdolo.
I suoi semi sono spesso
difficili da scovare.
Spesso giacciono
addormentati per molti anni, ma, alla fine, portano il proprio frutto amaro.
Che cosa ci porta al compromesso?
Spesso è la difficile
situazione in cui ci veniamo a trovare.
Cediamo alla pressione
del momento e compromettiamo i nostri principi per alcuni benefici immediati.
Un ben conosciuto credente, imprenditore nell’editoria, ebbe un successo rapido
negli affari. Egli attribuiva le molteplici benedizioni di Dio al fatto che
viveva applicando i principi della Sua Parola; ma un giorno, quando le vendite
calarono improvvisamente, cominciò a diminuire segretamente i benefici dei suoi
dipendenti.
Divenne severo e
pretese al di là del dovuto, scagliando tutta la sua ira su di loro. Cercò di
imbrogliare i fornitori e iniziò a non registrare tutti i guadagni.
Affidare a Dio i suoi
affari era troppo rischioso, era meglio cavarsela con le proprie mani per avere
successo.
La pressione produce il compromesso, il compromesso crea
la colpa che porta a rapporti tesi con i propri collaboratori o ad un matrimonio
inacidito; troppo spesso tendiamo a comprometterci quando ci sentiamo in una
situazione che ci sta troppo stretta.
Uno dei re della nazione di Giuda, esperimentò una pressione simile.
Asa, la cui storia può essere trovata in 2 Cronache capitoli
14 e 16, fu il terzo re di Giuda.
Sali al trono ed ogni
cosa sembrava contro di lui: aveva un
padre perverso, il re Abiia, e una madre così malvagia
che fu costretto a detronizzarla perché eresse un’immagine che incoraggiò
l’idolatria.
A dispetto di tutto
questo, Asa seguì il Signore con fedeltà per trentasei anni.
Egli ci ricorda che
possiamo camminare al di sopra di quello che è stato il nostro ambiente, che
possiamo scegliere di seguire la giustizia.
Asa, comunque, inciampò
sotto la tensione della sua casa.
Era un uomo onesto che
cadde e rifiutò con ostinatezza di pentirsi dal suo compromesso e di
sottomettersi alla disciplina di Dio.
Morì sanguinante ma non piegato.
ASA SERVI’ DIO CON TUTTO IL CUORE
A tutti noi fa piacere
vedere un uomo che serve Dio con tutto il suo cuore.
Leggere i capitoli
quattordici e quindici di 2 Cronache è una pura delizia perché Asa sembra fare
tutte le cose giuste e compiere tutte le giuste mosse. Ebbe successo quando un
uomo pauroso, al suo posto, avrebbe fallito profondamente.
E’ da notare che, quando Asa salì al
trono di Giuda, l’idolatria stava esplodendo.
Il popolo era diventato
impaziente e non voleva più pregare o aspettare Dio.
Erano passate solo
tredici generazioni dalla manifestazione della gloria di Dio nel tempio, ma già
insistevano ad avere un dio che si potesse vedere e toccare.
Come risultato di tutto
ciò si costruirono degli altari sulla collina per adorare le stelle e gli dei
pagani.
Asa, giovane com’era,
sapeva che nessuno può piantare un
giardino senza sradicare le erbacce. Così buttò giù questi “sacri pilastri”
e chiese al popolo di cercare il Signore.
Considerate il racconto
biblico delle sue azioni: «Quando Asa
ebbe udito queste parole e la profezia del profeta Oded,
prese coraggio e rimosse gli idoli abominevoli da tutto il paese di Giuda e di
Beniamino e dalle città che aveva espugnato nella regione montuosa di Efraim, e
riparò l’altare dell’Eterno che si trovava davanti all’atrio dell’Eterno»
(2 Cronache 15:8).
Vide l’idolatria per
ciò che era, e fece ciò che poteva per sradicarla.
Oggi abbiamo forme
diverse di idolatria: oroscopi e pratiche occulte sono sole alcune di esse.
Anche i cristiani a
volte crescono affaticati, stanchi, cercando di attirare l’attenzione di Dio.
Perché non abbracciare
una religione che promette una guida diretta e garantisce risultati immediati?
Asa capì che Dio odiava ogni forma di idolatria; Egli non è in competizione con gli altri dei.
Cercare la Sua volontà
può essere difficile, ma è l’unico modo per giungere alla verità.
Il
sottomettersi alla legge di Dio, portò successo anche nel campo politico.
Durante il suo regno,
un enorme esercito Etiope gli venne contro.
Anche se Asa e i suoi
uomini, erano un numero molto inferiore, egli si appoggiò completamente sul
Signore.
Ascoltate la sua
preghiera: «Allora Asa gridò all’Eterno,
il suo Dio e disse: “O Eterno non c’è nessuno all’infuori di Te che possa
venire in aiuto nel combattimento tra uno potente e uno che è privo di forza.
Soccorrici, o Eterno, nostro Dio, perché noi ci appoggiamo su di Te e andiamo
contro questa moltitudine nel Tuo Nome. O eterno, Tu sei il nostro Dio, non
permettere che l’uomo prevalga su di Te”» (2 Cronache 14:10).
Il risultato?
«Così l’Eterno colpì gli Etiopi davanti ad Asa davanti a Giuda, e gli
Etiopi si diedero alla fuga» (14:11).
Che esempio per noi:
una prospettiva spirituale del conduttore può influenzare il risultato di una
battaglia militare. Dio stesso combatté
per Asa, perché egli fece di Dio l’indiscusso conduttore della sua nazione.
Sfortunatamente, ci fu
anche un periodo della sua vita, in cui Asa deluse Dio.
ASA SEGUI’ CON META’ CUORE
Per trentasei anni Asa
aveva seguito il Signore con tutto il suo cuore.
Dio lo aveva fatto
prosperare e la nazione cresceva politicamente e spiritualmente. Poi, un
incidente lo fece inciampare.
Considerate le
circostanze.
Asa regnava su Giuda a
Gerusalemme.
Israele era governato
da Baasha.
Anche se entrambi i
paesi appartenevano alla stessa origine, erano ormai nemici.
Baasha decise di imbarcarsi
in un’avventura militare.
Per anni aveva portato avanti attacchi fino
ai confini di Giuda, ma c’era ancora chi viaggiava all’interno delle due
nazioni.
I parenti si potevano visitare l’un l’altro
e, quelli che insistevano di voler adorare a Gerusalemme, venivano lasciati
passare; ma un giorno, Baasha decise di fortificare i
confini della città e di fermare il traffico di chi arrivava dal sud.
Niente più commercio e niente più viaggi
per adorare a Gerusalemme.
Se potessimo giudicare il comportamento
umano dalle precedenti azioni, ci aspetteremmo di vedere Asa tornare al
Signore, chiedendo saggezza e liberazione.
Non fece niente di tutto questo.
Forse pensava che il problema fosse così
piccolo da potersene occupare lui stesso esercitando alcune astuzie politiche.
Probabilmente tutto questo accadde in un
momento in cui Asa stava sperimentando lo scoraggiamento e nel suo intimo
immaginava il modo in cui Dio lo avrebbe guidato.
Come molti di noi, Asa era preso dal panico
in ciò che appariva essere un luogo molto stretto.
Voleva
una soluzione immediata, come spesso vogliamo noi.
La dipendenza da Dio spesso ci consuma.
Infatti, non sempre Lui fa le cose nel modo in cui pensiamo dovrebbe farle.
Così Asa decise di spingere avanti le cose
senza consultare il Dio che aveva conosciuto e che serviva.
Cerco anche di immaginare, se Asa fosse
giunto al punto in cui si chiedeva se Dio avesse avuto la capacità di tirarlo
fuori dalla sua condizione.
Sì, aveva visto Dio all’opera, e un tempo
aveva anche esibito una grande fede in Lui.
Come scrisse Spurgeon: “La fede più grande di ieri, non
ci darà fiducia per oggi, a meno che le fresche sorgenti che sono in Dio
trabocchino di nuovo”.
Qualunque fosse la ragione per cui Asa agi
così, scelse la cosa sbagliata.
Il suo responso è così contemporaneo, che
potreste pensare di averlo letto sull’ultima edizione del Corriere della
Sera.
Ecco cosa accadde.
Asa contattò uno dei suoi più grandi
nemici, Benhadad, re di Siria.
Mandando dei messaggeri a Damasco, Asa
propose:
w
che Benhadad rompesse il suo trattato con Israele, facendone
uno nuovo con lui;
w
che Benhadad attaccasse Israele, così da sorprendere la nazione
“nemica” e fare ritirare il suo esercito dalla fortificata Ramah;
w
che
per rendere l’accordo accettabile, Asa avrebbe dato a Benhadad
argento e oro dal tempio ,la casa di Dio.
La proposta fu accettata!
Analizziamo un po’ la situazione.
L’onesto re Asa, l’uomo che aveva ideato la
distruzione degli idoli, consigliò
un re pagano di rompere un patto. Poi, prese
i tesori della casa del Signore e li diede
a questo stesso re.
Derubò Dio nell’eseguire ciò che sembrava
un’astuta mossa politica.
Può tutto questo accadere anche oggi?
Può un leader spirituale decidere di
circuire il nemico facendo un’alleanza con altre forze nella comunità o nella
nazione?
Può condividere le sue risorse, guadagnate
dal popolo di Dio e in buona fede usarle per l’evangelizzazione con i suoi
nuovi alleati, nel tentativo di avere la meglio sul nemico?
Nel caso di Asa, Benhadad era estremamente contento
di fargli un favore. Dopo tutto, l’ingrandimento di un piccolo territorio era
certamente nel suo interesse, Così, mandò i suoi comandanti contro le città di
Israele.
Quando Baasha udì
questo, lui e le sue truppe abbandonarono Ramah in
tutta fretta.
Asa mise insieme un’enorme forza lavoro e
rimosse fisicamente le pietre usate per costruire le fortificazioni.
Rinforzò due delle sue proprie città con le
pietre sottratte a Ramah.
Alla fine, poteva
vivere in pace avendo rimossa l’immediata minaccia.
Allora, il re compromise il suo lavoro?
Certo, lo fece
chiaramente.
Politicamente Asa fece una mossa intelligente che ebbe un enorme
successo.
Non c’è alcun dubbio
che il popolo di Giuda si riunì intorno a lui perché aveva astutamente rimosso
la minaccia contro la pace e sicurezza.
Forse questo è il più
grande inganno del compromesso.
Funziona!
Asa ottenne quello che
voleva e il popolo era soddisfatto.
C’era solo un problema: Dio non era compiaciuto!
Anche nello stesso campo evangelico c’è
un crescente orientamento verso l’essere accomodanti, un modo di fare che
ci porta a selezionare ogni cosa che nella Bibbia ci piace, tralasciando il
resto.
Siamo stati così
catturati dalla spirito dei nostri tempi che, come un camaleonte, cambia
colore, così anche noi facciamo lo stesso per fonderei con l’ultima tinta del
momento.
Quando gli attivisti dei diritti dei gay
discutono sul fatto che l’omosessualità è soltanto una “preferenza
sessuale”, troviamo alcuni testi
evangelici che concordano. Dicono che la Bibbia, dopo tutto, non condanna
veramente l’omosessualità.
Essi ragionano dicendo
che tutti quei passi nel Vecchio Testamento, sono solo una parte della legge
che non si può applicare oggi, dato che Paolo stava condannando solo quelli che
diventavano omosessuali, non quelli che sono cresciuti in quel modo.
Quando le femministe facevano pressioni per
ottenere i loro diritti di uguaglianza, alcuni predicatori hanno “ristudiato”
il Nuovo Testamento, solo per scoprire che Paolo
non intendeva veramente quello che aveva scritto: il marito non è il capo
della moglie, e le donne hanno diritto di avere posizioni di autorità
all’interno della chiesa, O ancora più spaventosa è la conclusione di un
evangelico che afferma che Paolo stava semplicemente sbagliando.
Quando un modo di
pensare pro-socialisti attraversa la nazione, troviamo cristiani che
patrocinano l’applicazione di una teoria
Marxista per la ridistribuzione della ricchezza; e se il movimento della pace guadagna terreno,
alcuni evangelici balzano sullo stesso carro della banda.
Questo non è per negare
che dobbiamo costantemente ripensare alla nostra comprensione della Bibbia e
alla sua relazione con le moderne questioni, ma se noi accomodiamo le Scritture
a qualunque vento stia soffiando, ci lasceremo così assorbire dalla nostra
cultura che non avremo più niente da dire.
Con tutto il nostro
zelo, avremo perso la nostra voce profetica.
Ricordo di un ragazzo
che comprò un canarino e decise di metterlo nella stessa gabbia con un passero,
sperando che il passero imparasse a cantare come il canarino. Dopo tre giorni
scrollò la testa disgustato: “Il passero
non sembra un canarino, ma è piuttosto il canarino che sembra un passero”
La Bibbia non ci lascia
nel dubbio riguardo ai risultati nel caso di Asa.
Il Signore mandò il Suo
profeta Hanani ad Asa per dirgli: «In quel tempo il veggente Hanani si recò da Asa, re di Giuda, e gli disse: “Poiché ti
sei appoggiato sul re di Siria e non ti sei appoggiato sull’Eterno, il tuo Dio,
l’esercito del re di Siria ti è sfuggito dalle mani. Non erano forse gli Etiopi
e i Libici un esercito smisurato con numerosissimi carri e cavalieri? Tuttavia
poiché ti eri appoggiato sull’Eterno, Egli li diede nelle tue mani. L’Eterno,
infatti con i Suoi occhi scorre avanti e indietro per tutta la terra per
mostrare la Sua forza verso quelli che hanno il cuore integro verso di Lui. In
questo tu hai agito da stolto; perciò d’ora in avanti avrai delle guerre”
»(2 Cronache 16:7-9).
Questa è l’ironia del
compromesso.
Anche se porta profitto
in tempi brevi, a lunga scadenza il
compromesso rafforza solo il nemico.
Senza riguardo a quanto
astuti cerchiamo di essere per fare un affare, saremo presi alle strette dal
nostro nemico.
Dire una bugia può
aiutare un venditore d’auto a guadagnare più soldi ora, ma dando spazio a
satana,che è un bugiardo dall’inizio, tale venditore sta soltanto fortificando
il diritto del diavolo ad avere più della sua vita.
Ogni volta che noi
facciamo un compromesso dottrinale, i
nemici della cristianità si fortificano.
Quando ci
compromettiamo, ci poniamo nel territorio del nemico e siamo indeboliti per le
future battaglie.
Non lasciamoci
ingannare dai risultati immediati.
Ricordate quando Dio
chiese a Mosè di parlare alla roccia ed egli nella sua ira, invece, la
percosse?
L’acqua sgorgò, la sete
del popolo fu soddisfatta.
Ognuno pensò che Mosè
fosse un eroe, ma, alla fine, dovette pagare per il suo peccato. Dio gli disse
che non avrebbe potuto vedere la terra dove doveva condurre il popolo a causa
della sua disubbidienza.
Un altro leader
l’avrebbe fatto al suo posto.
Non essere ingannato
dai risultati che seguono il compromesso. Dio avrà la parola finale. Il
compromesso guadagna punti ma perde il torneo.
Come rispose Asa al
messaggio portato dal profeta Hanani da parte dell’Eterno?
Sfortunatamente, non si pentì.
Infatti, si amareggiò e
rivelò un’altra parte di sé stesso.
IL CUORE
OSTINATO DI ASA
Quando
fu rimproverato Asa si arrabbiò invece di tornare al Signore. rinchiuse il
profeta Hanani in prigione; quando i suoi sottoposti
protestarono, oppresse anche loro.
Asa pensò che gli
sarebbero stati grati per aver portato la pace, ma essi si misero dalla parte
di coloro che creavano dei problemi.
Ecco qui un uomo onesto
che non ammette il suo peccato neanche quando gli viene fatto notare dal
messaggero di Dio.
Vedete nessun parallelo
con oggi?
Un imprenditore
cristiano va nel panico quando si sviluppa velocemente una potenziale
competizione con un altro credente.
Invece di dipendere dal
Signore per aiutarlo ad incrementare i suoi affari, si mette in società con dei
non credenti per schiacciare il fratello in Cristo.
Quando i colleghi della
sua ditta cercano di avvertirlo del pericolo, egli li tormenta finché se ne
vanno.
A volte tutto questo
sembra portare ad un brillante successo, eccetto che, nel processo in atto, il
fratello in Cristo può essere stato finanziariamente distrutto.
Perché Asa reagì arrabbiandosi così tanto?
Da un parte, aveva
investito molto nella sua decisione.
E’ dura ammettere che hai sbagliato quando la maggior
parte delle persone ti dicono
quanto sei grande!
Chiaramente, non è facile cambiare idea quando vieni
da un suicidio politico al successo politico a causa di una mossa astuta.
Per quale motivo
qualcosa che ha funzionato così bene dovrebbe essere improvvisamente chiamato
peccato?
Ho conosciuto uomini coinvolti in peccati morali che hanno agito come Asa
quando sono stati confrontati con essi, Invece di ammettere la loro colpa,
trovarono difficile ammettere il loro comportamento.
Una volta che abbiamo
investito tempo e sforzi in una decisione, in una scelta a lungo termine, è
dura tornare indietro.
Due uomini nel governo di Washington erano stati trovati colpevoli di una
errata condotta sessuale.
Uno giustificò sé
stesso; l’altro ammise la sua vergogna e colpa dichiarando
apertamente che doveva essere ripreso.
C’è una cosa che è
peggio del peccato stesso, ed è il rifiuto ad ammettere il peccato quando ti
viene fatto notare.
Sì, Asa aveva investito la sua reputazione nella sua decisione ma aveva anche
dato il denaro della casa del Signore alla Siria. Forse pensò: “Ho pagato con soldi buoni per ciò che abbiamo ottenuto e non ha intenzione di
ammettere di aver sbagliato”.
E’ come un uomo che ha
comprato una casa decadente a sovrapprezzo e che non ammetterà di essere
cascato in un cattivo affare.
Troviamo difficile
tornare indietro quando ci siamo impegnati finanziariamente.
La strategia di satana è di portarci ad un investimento così gravoso nelle
nostre decisioni così da farci sentire che non possiamo più uscirne. Vuole che pensiamo che è troppo tardi
per tornare indietro, ci ricorda che dobbiamo essere fermi nei nostri impegni
quando siamo salpati nella direzione sbagliata.
Una giovane donna
veramente impegnata per il Signore, lasciò che il suo cuore fosse conquistato
da un giovane uomo che chiaramente non aveva rotto i ponti con il suo passato
dagli atteggiamenti indesiderabili. Egli aveva dichiarato di aver preso una
decisione per Cristo, ma il suo desiderio di comunione era così debole che
veniva in chiesa solo quando lei lo portava. Più tempo passavano insieme, più l’impegno uno verso l’altra cresceva.
Ripetutamente lei
rifiutò la sua proposta di matrimonio, ma
continuò a vederlo.
Alla fine, l’impegno in
tempo ed energie divenne così grande che ella accettò il suo anello di
fidanzamento.
Per farla breve, il
giovane uomo tornò al suo precedente territorio. Velocemente si riallacciò ai
vecchi atteggiamenti trovando ogni tipo di scusa. Lei lo scusò tutte le volte
che si confrontava con i suoi genitori e con gli altri membri della famiglia.
Il suo investimento in
tempo, energie e denaro, era stato messo in gioco.
LA
MALATTIA DI ASA
Dio
cercò di arrivare ad Asa in altri modi oltre che attraverso il suo profeta.
Gli storici riportano:
«Nel trentanovesimo anno del suo regno
Asa si ammalò ai piedi, e la sua malattia era molto grave; nella sua infermità
però egli non cercò l’Eterno, ma ricorse ai medici» (2 Cronache 16:12).
Non è che sia sbagliato
cercare aiuto nei dottori, ma la chiara implicazione è che egli cercò
l’aiuto dei maghi. Stava cercando quelle cure speciali che le persone
senza Dio ai suoi tempi cercavano.
Per quello che ne
sappiamo, morì senza pentirsi.
Più vecchi diventiamo, più è difficile pentirsi.
Ogni giorno che
rimandiamo il pentimento, diventa sempre più difficile ammettere chi siamo e
cosa abbiamo fatto.
Quando lasciamo la
strada principale, ogni chilometro che percorriamo è un chilometro da
ripercorrere indietro; mentre il tempo trascorre è improbabile che torniamo di
nuovo sul giusto binario.
La prova del nove è il
modo in cui un uomo reagisce quando si trova alle strette.
Cerca il Signore o
preferisce trovare una veloce, facile soluzione?
Un fiume è reso tortuoso per avere meno resistenza; questa è veramente
l’immagine di un uomo che accetta il compromesso come stile di vita.
Se vogliamo essere
saldi dobbiamo avere la volontà di aprirci faticosamente un varco attraverso le
montagne e non essere attratti dalle soluzioni facili per la nostra condizione.
Solo un uomo dalle radicate convinzioni supererà la prova.
Dobbiamo chiedere a Dio aiuto affinché i nostri peccati non prosperino. Abbiamo
bisogno di chiederGli di mostrarci l’inganno del compromesso, l’inganno delle
sue attraenti, immediate conseguenze.
Il profeta Anani disse ad Asa: «L’Eterno
infatti con i Suoi occhi scorre avanti e indietro per tutta la terra per
mostrare la Sua forza verso quelli che hanno il cuore integro verso di lui. In
questo tu hai agito da stolto; perciò d’ora in avanti avrai delle guerre» (
2 Cronache 16:9).
Dio sta cercando ancora uomini speciali, uomini che non
cercheranno di percorrere un facile sentiero, ma faranno ciò che è giusto anche
se è scomodo, meno efficiente, e umanamente parlando, più azzardato.
Non posso identificare
chi ha detto ciò che segue, ma concordo pienamente con la descrizione che un
uomo di Dio usa:
Oggi il mondo cerca uomini:
·
uomini che non siano in vendita, onesti, solidi, veri fin
nel profondo del cuore;
·
uomini le cui coscienze siano salde come una roccia;
·
uomini che si batteranno per la giustizia anche se il
cielo barcollasse e la terra vacillasse;
·
uomini in grado di dire la verità e guardare il mondo
fisso negli occhi;
·
uomini che non si vantino o scappino via;
·
uomini che non si abbattano o indietreggino;
·
uomini che abbiano coraggio senza sbandierarlo quattro
venti;
·
uomini in cui il coraggio di una vita sia ancora profondo
e forte;
·
uomini che conoscono il proprio messaggio e lo
trasmettono;
·
uomini che sanno qual è il loro posto e lo occupano;
·
uomini che sanno qual è il loro compito e lo eseguono;
·
uomini che non mentono;
·
uomini che non evitano;
·
uomini che non si scansano;
·
uomini che non siano troppo pigri per lavorare;
·
uomini che non siano troppo orgogliosi per essere poveri;
·
uomini che siano disposti a mangiare ciò che hanno
guadagnato e indossare ciò che hanno pagato;
·
uomini che non si vergognino di dire: “Non posso farcela”
Ω Ω
Ω Ω Ω
8: DEMA
Innamorato del mondo
Soren Kierkgaard
fu il teologo e filosofo Danese che raccontò la storia di un’anitra che tornò a
casa volando verso il Nord dell’Europa.
Sulla via di casa
l’anitra si fermò nel cortile di una fattoria in un paese straniero. Mentre si
guardava intorno l’anitra pensò dentro di sé: “Questa sembra proprio una buona sistemazione, il contadino mi fornirà
mais e acqua fresca ogni giorno. Cosa posso chiedere di meglio?”.
L’anitra selvatica fece
presto amicizia anche con le anitre domestiche della fattoria. L’ambiente
provveduto era così confortevole, che essa stette per un giorno, poi per un
altro (senza nessun costo d’albergo di cui preoccuparsi) e presto, si sarebbe
fermata per l’intera settimana.
Una volta trascorsa la settimana,
non fu una decisione poi così difficile fermarsi per un mese.
Prima di rendersene
conto, era trascorsa l’intera estate.
In autunno, quando la
sua famiglia stava volando verso i paesi del sud pensò: “Dovrei unirmi a loro”. Iniziò a sbattere le ali per volare, ma non
riuscì ad arrivare più in alto del cornicione del granaio. Così disse a sé
stessa: “Penso che passerò l’inverno
qui!” ...e in questo modo fece.
La primavera
successiva, quando le anitre volavano di nuovo a nord, un sentimento, un’emozione
le si mosse dentro e pensò di nuovo: “Lo
so, devo unirmi a loro”.
Questa volta, però
batté solo le ali senza muoversi.
L’anno successivo,
quando tornarono, non era rimasto nessun entusiasmo, nessuna emozione nel suo
petto: semplicemente ritornò nel cortile della fattoria per mangiare quel mais
che l’aveva resa così grassa”.
Prima o poi ogni
cristiano sperimenta la tentazione di quell’anitra.
Siamo tentati a
rinunciare e adattarci al confortevole stile di vita di coloro che sono intorno
a noi.
Siamo stanchi di
spiccare il volo, stanche della battaglia.
Cresciamo, stanchi
delle tentazioni, e diciamo: “Ne ho
abbastanza e voglio riposarmi nel mondo”.
L’apostolo Paolo rivela
un’attitudine piuttosto differente alla fine della sua vita. In 2 Timoteo 4
racconta quello che appare essere il suo ultimo messaggio al suo figlio
spirituale Timoteo. Sapeva del martirio che lo aspettava, e guardando indietro
alla sua vita, scrisse con fiducia: «Ho
combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbata la fede»
(2 Timoteo 4:7).
Poi guardò avanti con
una chiara nota di trionfo: «Per il resto mi è riservata la corona di giustizia
che il Signore, il Giusto Giudice, mi assegnerà in quel giorno, e non solo a
me, ma anche a quelli che hanno amato la sua apparizione» (2 Timoteo 4:8).
Paolo guardò con
trionfo e fiducia al passato e guardò al futuro con lo stesso senso di trionfo
e fiducia.
...eppure, quando si
girò intorno, qualcuno mancava e si lamentò: «perché Dema mi ha lasciato, avendo amato il mondo presente, e se ne è
andato a Tessalonica» (2 Timoteo 4:10).
Chi era questo Dema?
Lo incontriamo per la
prima volta in Colossesi 4:14 quando Paolo manda i saluti di Dema alla chiesa
di Colosse. Egli doveva essere stato ben conosciuto in quella chiesa perché nella
sua lettera a Filemone, Paolo include ancora Dema nel gruppo dei saluti insieme
a Marco, Luca, Aristarco, tutti “collaboratori”.
Chiaramente, Dema stava
bene!
Poi gli anni passano e
Paolo si trovava per l’ultima volta in carcere a Roma. Certamente, la morte lo
stava aspettando.
Il fascino dei viaggi e
delle folle che ascoltavano le predicazioni di Paolo erano ormai una memoria.
Non c’era più possibilità di scaldarsi al calore di un leader ampiamente
accettato e altamente acclamato nella chiesa.
Era come se Paolo si
trovasse in trincea per l’assalto finale del nemico e, in quel momento, egli
scrisse quelle tragiche parole: «Dema mi ha lasciato». Era andato a
Tessalonica.
Anche se le informazioni che abbiamo riguardo a questa magica figura della storia
del Nuovo testamento sono limitate, credo che possiamo imparare tre fatti
significativi che hanno un’applicazione per noi oggi. Possiamo vedere
chiaramente che Dema amava questo mondo
tanto da sceglierlo deliberatamente, e raccoglierne la sua ricompensa.
1. UN CAMBIO DI AFFEZIONE
L’apostolo
Paolo è molto chiaro riguardo al cambio d’affezione nel caso di Dema. Egli «amò questo mondo» (2 Timoteo 4:10).
Per indicare il livello
di impegno di Dema con il mondo, Paolo usa il termine greco agape, la
parola più forte per l’impegno d’amore verso qualcuno o qualcosa. Esso
simbolizza la forza centrifuga della vita di una persona, e quando usa questa
parola, Paolo la mette in contrasto con l’impegno del credente verso
l’apparizione di Cristo: «a coloro che
hanno amato la Sua apparizione» (2 Timoteo 4:8), usando la stessa parola agape.
Quali sono le
implicazioni di questa citazione?
Significa che Dema
permise alle sua passioni di controllarlo, perché leggiamo in 1 Giovanni2:16: «perché tutto ciò che è nel mondo, la
concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della
vita, non viene dal Padre, ma dal mondo». Da questo presumo che
l’affermazione di Paolo che Dema amò il mondo, include il cadere nelle sue
passioni.
Era un uomo onesto che
cadde quando la tentazione bussò alla sua porta.
Sappiamo dalla lettera
a Filemone che Dema era stato con Paolo a Roma.
Camminò per le strade e
vide Roma nell’epoca di maggior prosperità. Mentre si guardava intorno, vide
anche la sensualità della cultura di quei giorni e deve aver pensato dentro di
sé: “Non mi piace la natura repressiva
dell’insegnamento di Paolo. Egli non vuole che noi ci divertiamo e continua a
enfatizzare che dobbiamo rinunciare a noi stessi. Tutto ciò può andare bene per
lui, ma io sono giovane e ho tante cose da fare nella vita”.
...così: “egli amò questo mondo”.
Ognuno di noi ha qualcosa dentro, la vecchia natura, che risponde al piacere
peccaminoso del mondo e all’apparenza di realizzazione che esso ha da offrire.
Credetemi, satana è un maestro nel produrre lucentezza e fascino che il
credente dovrebbe riconoscere come veleno ricoperto di zucchero.
Come Dema, noi siamo,
comunque, istintivamente attratti da esso, particolarmente quando è presentato
sotto forma di sceneggiato televisivo, come “Beautiful”.
Non dobbiamo nemmeno
camminare per strada in una moderna città, possiamo semplicemente passare il
nostro tempo di fronte alla televisione per vedere infiammare le nostre
passioni, i nostri desideri.
2. UN MIGLIOR CIRCOLO DI AMICI
Non solo Dema amò i buoni sentimenti quando cadde nelle sue passioni, ma
amò anche le amicizie che il mondo offriva. Per lui, semplicemente, questi
amici avevano molto più
da offrire dell’apostolo Paolo, il prigioniero custodito in manette.
Cercate di immaginarvi nel panni di Dema, totalmente identificato con un uomo destinato all’esecuzione.
Dubito che molti di noi avrebbero affrontato la derisione accumulata verso qualcuno come Paolo, e per associazione, anche verso Dema.
Così non dovremmo essere sorpresi dal fatto che mentre lasciava Paolo, un giorno pensò: “L’ho fatto. Semplicemente non sono abbastanza forte per affrontare la continua identificazione con un prigioniero condannato a morte. Ho un’intera vita da vivere e devo semplicemente scegliere meglio i miei amici o non andrò mai avanti”.
Così, continuò a camminare, camminare.., fino alla nave che lo portò a Tessalonica.
La pressione dei nostri pari è una delle forze più grandi che può modellare una
vita particolarmente nell’età dell’adolescenza.
Sono rimasto stupito un po’ di tempo fa, quando ho visto un articolo in un giornale, in cui si diceva che il governo avrebbe speso denaro per una campagna educativa per cercare di allontanare i giovani dal fumo.
Che spreco di soldi!
Alcuni possono esserne influenzati, è vero, ma i giovani che affrontano la pressione dell‘auto-identità, non saranno certo scoraggiati da pubblicità che identificano il fumo come qualcosa di nocivo. I loro compagni dicono che fumare gli permette di entrare nel mondo adulto, e che è questo ciò che conta.
I giovani a cui ho fatto consulenza nel mio ufficio, mi hanno detto: “Io odio questo modo di fare. Quei pezzetti di tabacco nella mia bocca sono così amari, la tosse che mi è venuta è così fastidiosa, il mal di testa e il senso di nausea sono così stressanti, ma lo faccio perché questo è il prezzo dell’accettazione”.
Essi comprano quel biglietto che, pensano, li farà entrare nel mondo dei grandi.
Come adulti noi abbiamo le stesse pressioni.
Noi soccombiamo in altri modi più sottili.
Se siamo cristiani, possiamo trovarci nella situazione di essere derisi se nominiamo Cristo, così stiamo zitti.
Forse il nostro capo, come alcuni proprietari, o allenatori di squadre, deridono i cristiani identificandoli come “effeminati”.
Qual è la condizione della persona che ama il mondo?
L’apostolo Giovanni dice piuttosto esplicitamente: «Non amate il mondo, ne le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui» (1 Giovanni 2:15).
La nostra relazione con Dio è chiaramente esclusiva: non è ammesso nessun amore per il mondo.
Se noi amiamo il mondo, se esso ha il nostro cuore, l’amore del Padre non è in noi.
D’altra parte, se l’amore del Padre è in noi, spreme fuori l’amore per il mondo.
Giacomo identifica il problema e la cura quando scrive: «Adulteri e adultere, non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Giacomo 4:4).
Se pensiamo come il mondo, se ci
divertiamo come il mondo, se abbiamo gli stessi atteggiamenti e gli stessi
valori, non amiamo il Padre, e spiritualmente siamo adulteri e adultere.
Se la verità fosse conosciuta , molti di noi avrebbero, probabilmente, adottato
i valori del mondo fino ad un certo punto.
Per alcuni di noi vedere un graffio sulla macchina nuova, ci tocca più di vedere una persona finire all’inferno!
Altri passano più tempo a divertirsi che nel mostrare amore agli altri, e condividere la Buona Notizia della salvezza in Cristo.
Spesso i nostri obbiettivi di vita iniziano e finiscono con noi stessi piuttosto che avere l’intento di compiere gli scopi di Dio nella nostra esistenza
Se queste sono le nostre attitudini, noi amiamo il mondo, e se questo è il caso, Gesù dice che l’amore del Padre non è in noi.
Non amiamo il mondo!
3. UNA QUESTIONE DI SCELTE
Chiaramente,
Dema non si innamorò semplicemente del mondo.
Egli aveva deliberatamente scelto il mondo,
come un giovane uomo o donna, che consciamente sceglie di unirsi a qualcuno che
lui o lei ama.
Nel caso di Paolo, egli
ovviamente credeva che Dema avesse deliberatamente scelto il mondo.
Penso che Paolo abbia scritto con un’ovvia pena interna quando disse: «Dema... mi ha abbandonato» (2 Timoteo
4:10).
Quello che sta dicendo
è: “Dema mi ha lasciato in una situazione
difficile. Egli ha lasciato me e il legame che ci univa. Come Lot, ha scelto le
pianure belle e ben irrigate”.
Lo stesso è vero per le persone oggi che conoscono Cristo come Salvatore e poi
scelgono il mondo.
Lo fanno
deliberatamente anche se non senza molta indecisione o fermento interno.
Ovviamente, molte pressioni emotive sono sorte in Dema, come nelle persone
oggi, prima di abbandonare.
Sicuramente ha valutato
le alternative, e Tessalonica era chiaramente la più attraente.
Sono sicuro che Paolo
abbia condiviso con Dema la sua visione della gloria futura. Eppure, egli,
camminando per le vie di Roma, ha deciso: “Voglio
quella gloria ora”.
C’è una certa parte di
gloria disponibile ora, come c’era per Dema.
Guardate solo le
cerimonie che avvengono dopo che un team ha vinto i mondiali di calcio, o un
corridore di Formula 1 ha conquistato il titolo.
Dema decise di scegliere il piacere immediato
senza valutare il visibile contro l’invisibile, il temporale contro l’eterno,
il futuro contro il presente, e “amò il
mondo”.
Posso solo immaginare
Dema che discute con sé stesso: “Penso
che un uccello fra le mani sia meglio di due nella macchia”.
Paolo parte sempre
dalla gloria futura, ma chi mi può
garantire che il cielo è veramente così meraviglioso?
Sfrutterò la mia occasione nel presente, nel
mondo che posso sentire, toccare, odorare, e gustare.
Non possiamo trascurare il fatto che abbatte alcuni di noi e che,
probabilmente, ha abbattuto Dema.
Le relazioni sono
importanti per noi, particolarmente il rispetto di certi membri delle nostre
famiglie. Forse si tratta di una nonna, di uno zio, di una zia, padre o madre.
Nel caso di Dema dev’essere stata la relazione che ha sviluppato con il suo
mentore, l’apostolo Paolo,
Nessun dubbio che
Paolo, non solo era un uomo brillante, ma anche attrasse a sé compagni di
qualità e si diede pienamente ad ognuno di essi.
Anche in prigione Paolo
era una forza formidabile, un uomo difficile da abbandonare, da lasciare.
Ricordo una madre che
era in procinto di lasciare i suoi bambini e suo marito a causa di una
relazione iniziata con un altro uomo. E’ vivo il ricordo delle lacrime che
scendevano dalle sue guance e cadevano sul suo cappotto.
Tanti pianti, ma la
decisione era presa: lasciò la sua famiglia.
Aveva convinto sé stessa: “Non
posso andare più avanti così, anche se ogni cosa che mi dite è vera, se c’è un
paradiso e c’è un inferno, ancora voglio scegliere il presente”.
4. UN POSTO PROMINENTE
Dema
andò a Tessalonica.
Negli scavi delle
rovine di Tessalonica gli archeologi hanno rinvenuto numerose liste. In una di
queste liste di prominenti cittadini, appare il nome di Dema.
Non so se questo sia il
Dema di cui parla Paolo, ma supponiamo
che lo sia.
Dema lasciò l’apostolo
Paolo e si recò nella bella città di Tessalonica, situata su una collina
affacciata sul Mar Mediterraneo.
Le montagne la
circondavano.
In quella città Dema finì intrappolato nel laccio della lussuria,
avendo accettato i valori della città, ed essendo diventato un membro del
consiglio cittadino.
Diventò qualcuno in
questo mondo, ma cosa sarà Dema nel mondo a venire?
Potete ricordare che
Mosè fece la scelta opposta.
La Bibbia ci racconta
che considerò la gloria che avrebbe potuto avere in questo mondo, e optò per
vedere il Dio che è invisibile.
Lasciò i tesori e il
benessere dell’Egitto e fu disposto a vivere una vita di derisione e povertà
perché continuò nella convinzione di aver visto l’Iddio Invisibile.
Questa era una
questione di fede, e lo è anche per noi oggi.
Mosè considerò l’invisibile
più importante e anche molto più reale che il visibile, tangibile mondo.
Dema non lo fece. E tu?
5. UN CASO DI RICOMPENSA
Il
terzo fatto che riguarda Dema è che egli raccolse il mondo.
Questo non è detto
esplicitamente nei resoconti di Paolo su Dema, ma in un altro posto è scritto
che quello che un uomo semina, quello poi raccoglie (Galati 6:7).
Così se “semini” il
mondo, raccogli il mondo.
Semini passioni, sempre
raccogli passioni.
Semini orgoglio e
raccoglierai ancora più orgoglio, fino a che il tuo cuore sarà così indurito
che sembrerà non esserci più via d’uscita.
Semini avarizia, ed
essa diventa una parte così forte del tuo essere che non riuscirai più a
rinunciarvi.
C’è un’altra dinamica
nella legge del seminare e del raccogliere.
A meno che non ci sia
una terribile siccità, sempre raccogliamo più di quello che seminiamo.
Un contadino può
aspettarsi quaranta stai di grano per ogni staio seminato.
Anche Dio ci dona un
grande incremento su ciò che noi seminiamo spiritualmente.
A volte sento persone
dire: “Sono insoddisfatto nella chiesa,
devo guardare a me stesso e vedere quello che posso fare”.
Lasciano la chiesa per
cercare la propria soddisfazione e Dio può permettere a quella persona di
ottenere soddisfazione.
Un credente con una
certa responsabilità in un’organizzazione missionaria aveva contribuito
notevolmente alla stabilità e crescita della stessa. infatti, egli fu,
probabilmente, il maggior responsabile della sopravvivenza della missione
durante un periodo finanziario critico.
Poi, cominciò ad avere
un certo declino.
Sembrava non ci fossero
più abbastanza opportunità per lui di sentirsi completamente appagato, così
diede le dimissioni.
Una delle maggiori
compagnie nella stessa città fu estremamente lieta di assumere un giovane pieno
di iniziativa. Lo pagarono profumatamente e gli promisero un brillante futuro.
Sembrava che avesse il
mondo ai suoi piedi, e Dio gli stava permettendo di raccogliere abbondantemente
quello che aveva seminato.
Poi, un giorno, si
sedette nella sua cucina insieme a sua moglie e disse: “Cara, cosa sto facendo in questo mondo? Ho dedicato la mia vita al
servizio di Gesù Cristo, ed ecco, sto lavorando per un buon stipendio e
riconoscimento”.
Rassegnò le sue
dimissioni senza sapere dove Dio lo voleva mettere ma sapendo che Lui
ricompensa la nostra fede.
Oggi, quel giovane, è
parte di un gruppo che raggiunge il mondo per Gesù Cristo.
Giorno dopo giorno
affronta ancora delle sfide che spaventerebbero chiunque,eppure gli va incontro
e le vince con il soprannaturale potere dello Spirito Santo.
Ha seminato impegno, e
Dio sta provvedendo alla messe.
Allo stesso tempo so di persone che hanno lasciato la chiesa di cui ero
responsabile, sono tornati nel mondo e sembrano felici e realizzati.
Sono ancora nella
ribellione verso il piano di Dio per la loro vita, eppure in superficie Dio non
li sta punendo in alcun modo.
Naturalmente, ciò che noi possiamo vedere, sono solo gli
eventi di oggi e di domani, il Signore conosce l’eternità.
Considerate la dichiarazione
che afferma che coloro che soddisferanno la concupiscenza della carne, non
erediteranno il regno dei cieli.
Non credo che i
credenti che si voltano indietro per camminare nella concupiscenza della carne
non saranno salvati.
Ereditare il regno, ha
a che fare con il regnare con Gesù Cristo, non con l’entrata nel regno.
Ricorderete la parabola di Gesù riguardo agli uomini a cui furono dati vari
talenti dal loro signore prima di partire per un viaggio.
Due investirono i loro
talenti, ma uno lo seppellì.
I due che investirono
ciò che il loro signore gli aveva dato, furono ricompensati, ma colui che
seppellì il suo talento se lo vide strappare via e dato ad un altro che aveva
già il governo di dieci città.
Gesù dichiara che
questo è ciò che accadrà ad alcuni di noi. Se seminiamo nella carne, andremo in
cielo, ma non avremo una posizione di responsabilità, nessuna città nel mondo
su cui esercitare autorità.
Questa fu la posizione
in cui Dema trovò sé stesso.
Nella mia esperienza di consulenza, ho trovato che quando cerchi soddisfazione
nel mondo, cerchi soltanto più soddisfazione. Se nutri i tuoi appetiti, essi cresceranno
e cresceranno, se vivi per le tue passioni, la loro forza crescerà.
Quando semini avena selvatica, ne otterrai ancora di
più di quella negoziata. Fortunatamente per alcuni, hanno genitori che stanno
pregando per il preservarlii dal fallimento.
Il versetto preferito di D. L. Moody era: «...il mondo passa con la sua concupiscenza; ma
che fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1 Giovanni 2:17); come
risultato si lanciò senza riserve nel fare la volontà di Dio.
Moody aveva gli occhi
nell’eternità e nella sua ricompensa.
UN FORTE DESIDERIO
“Ma”, mi dici, “ho dei
desideri così forti, mi merito un po’ di felicità, un po’ di soddisfazione. Non
voglio essere imbrogliato in questa vita” .
Leggete le storie di
Enoc, Abramo, Mosè, Stefano e Paolo e scoprirete che non furono derubati da
Dio. Infatti, Lui li ha arricchiti, e arricchirà ampiamente le loro vite
nell’eternità.
Vorrei essere Abramo
piuttosto che Lot, Giacobbe piuttosto che Esaù, uno dei discepoli di Gesù
piuttosto che il giovane ricco con tutte le sue possessioni.
La loro fede li aiutò ad arrivare al punto
di definire il significato di ciò che è eterno paragonato al presente.
Potete ricordare la storia tratta dalle “Mille e una notte”, di una barca
nell’oceano che fu attratta da un certo punto nel mare. Il capitano lasciò
andare la barca non opponendo resistenza. Ciò che non sapeva era che c’era
un’isola magnetica con un incredibile potere di attrarre ferro e acciaio. Come
la barca si avvicinò all’isola, tutti i chiodi furono portati via e a quel
punto, la barca si accasciò e affondò.
Sicuramente, questa è una favola, ma rende
il concetto.
Quando prendiamo il sentiero del non
opporre resistenza, quando il mondo ci attrae, quando soddisfiamo i nostri
desideri fuori dalla volontà di Dio, possiamo vedere improvvisamente le nostre
vite naufragare.
Le riviste cristiane sono piene di
testimonianze di persone che se ne sono andate per trovare piacere e
soddisfazione, solo per mangiare i
baccelli che nemmeno i maiali volevano mangiare.
Solo quando sono ritornate a Gesù Cristo
per la loro realizzazione hanno trovato una pace interna e soddisfazione.
Sicuramente, Dema aveva udito le parole di
Gesù: «...ma cercate prima il regno di
Dio e la Sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte»
(Matteo 6:33).
Le cose che tolleriamo e che ci portano ad
un atto di disubbidienza, recheranno solo guai alla nostra vita perché non fanno
parte della giustizia di Dio.
Non nego che l’attrattiva del mondo è incredibilmente forte per
molte persone.
Dema non abbandonò Paolo per un capriccio,
ma a causa del fascino che il mondo emana, anche se questo fascino può essere
smussato e rimpiazzato dallo Spirito Santo che lavora in noi se noi glielo
chiediamo con un atto di fede. Egli è pronto ad aiutarci: tutto quello di cui
ha bisogno è il nostro
invito.
Certo, risono dei momenti in cui vanno
prese delle misure drastiche.
Gesù disse che se la tua mano ti fa peccare, tagliala; se il tuo
occhio ti fa peccare, cavalo.
Ciò che intende attraverso questi esempi, è di prendere il comando della mano
quando se ne va in cerca di piaceri proibiti, di chiudere i nostri occhi su
ogni oggetto che produce concupiscenza.
Tutto ciò, a volte, richiede azioni
radicali.
Possiamo paragonarlo ad un paziente con il
cancro che va dal dottore e dice: “Dottore,
ho una piaga cancerosa sul mio braccio. Me ne asporti un po’ questa settimana,
e io tornerò la prossima, per asportarne un altro po’. Poi, nei prossimi
giorni, la potrà togliere del tutto”. Sapete bene che non è così che
parlereste al vostro medico.
Preferireste vedere invece la piaga
totalmente rimossa, anche perché un minuscolo pezzo di tessuto canceroso può
spargere la malattia in tutto il corpo.
La Bibbia usa una parola che è caduta in
disuso, L’apostolo Paolo sfidò i credenti a «far morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione,
impurità, passioni, desideri cattivi e avidità, che è idolatria» (Colossesi
3:5).
I traduttori della New International Version (una
delle traduzioni in lingua inglese) usa una frase più familiare “messi a morte”.
I Puritani chiamano ciò mortificazione della carne, un concetto
che non troviamo più accettabile. Esso suona come qualcosa che un monaco fece
centinaia di anni fa, prima che Lutero scoprisse la giustificazione per fede.
Eppure è un concetto perfettamente esatto, perché abbiamo bisogno di trattare
radicalmente quelle membra che ci distraggono per essere quei discepoli che
Gesù vuole che siamo.
Gesù vuole vederci di
nuovo librarci in volo, disfarci del peso e dell’apatia che ci tiene nell’aia
della fattoria invece di spiccare il volo verso nuove altezze con Cristo.
Non abbiamo indicazioni
che Dema abbia affrontato radicalmente il suo amore per il mondo e la sua
attrattiva, ma tu puoi, e puoi farlo ora, cercando in modo determinato, prima
il regno di Dio, dando a Cristo il primo posto nella tua vita, e permettendo
allo Spirito Santo di guidarti sul sentiero eterno.
Forse conosci un Dema.
Quale dovrebbe essere
il tuo atteggiamento?
Credo che abbiamo
bisogno di lasciare che i nostri cuori si rompano come il cuore dell’apostolo
Paolo, che fu spezzato dalle azioni di Dema.
Puoi cogliere il
singhiozzo nella sua voce mentre dice che “Dema
perché ha amato questo mondo, mi ha lasciato”.
Posso dire con fiducia
che Dema era sulla lista di preghiera di Paolo e fu pregato per lui,
probabilmente ogni giorno.
Invece di accumulare
condanne su Dema, Paolo espresse dispiacere lasciando un avvertimento nei suoi
commenti: se vuoi conquistare il tuo Dema, fagli sapere che Dio lo ama ancora e
che tu stai pregando per lui, anche se disapprovi le sue azioni, e ciò che
semini, raccoglierai dal Signore della messe.
Ω Ω
Ω Ω Ω
9: SALOMONE
Intrappolato dal laccio
del potere
Cosa succede ad un uomo
onesto quando acquista potere?
Quando si arricchisce?
Quando ha l’opportunità
di soddisfare i desideri della carne?
Forse la tua mente sta
andando alla storia di Daniele e i tre giovani a Babilonia.
Essi determinarono nel
loro cuore di servire Dio per primo, e in ogni campo della loro vita, anche se
tutto ciò che desideravano era a loro disposizione.
D’altra parte forse ricordate gli scritti di
Salomone: «Ho cercato nel mio cuore come
soddisfare il mio corpo col vino, spronando nello stesso tempo il mio cuore
alla sapienza e a stare attaccato alla follia, finché vedessi qual’è il bene
che i figli degli uomini dovrebbero fare sotto il cielo, tutti i giorni della
loro vita. Così feci grandi lavori: mi costruii case, mi piantai vigne, mi feci
giardini e parchi, piantandovi alberi fruttiferi di ogni specie; mi costruii
vasche per l’acqua con le quali poter irrigare il bosco per far crescere gli
alberi. Comprai servi e serve ed ebbi servi nati in casa; ebbi anche grandi
averi in armenti e greggi, più di tutti quelli che erano stati prima di me in
Gerusalemme. Ammassai per me anche argento, oro e le ricchezze dei re e delle
province; mi procurai dei cantanti, le delizie dei figli degli uomini e
strumenti musicali di ogni genere. Così divenni grande e prosperai più di tutti
quelli che erano stati prima di me in Gerusalemme, anche la mia sapienza rimase
con me. Tutto quello che i miei occhi desideravano, non l’ho negato loro; non ho
rifiutato al mio cuore alcun piacere; perché il mio cuore si rallegrava di ogni
mio lavoro;e questa è stata la ricompensa di ogni mio lavoro» (Ecclesiaste
2:3-40).
Eppure, quale fu la
conclusione di Salomone dopo valutato la sua vita di indulgenza?
«Poi
mi volsi a considerare tutte le opere che le mie mani avevano fatto, e la
fatica che avevo impiegato a compierle; ed ecco tutto era vanità e un cercare
di afferrare il vento; non c’era alcun vantaggio sotto il sole»
(Ecclesiaste 2:11).
Studiando la vita di questo re, devo concludere che Salomone fu il più “saggio
sciocco” mai vissuto.
Fu
saggio perché fu l’artefice di più di tremila proverbi e più di un migliaio di
canti, ma fu sciocco perché finì col tentare di soddisfare la sua natura
sensuale, prostrandosi ad adorare degli idoli, quando Dio gli aveva parlato
personalmente per ben tre volte.
La
trappola del potere lo catturò all’inizio della sua vita e questa sete di
potere lo strinse come una morsa, rendendolo spiritualmente paralizzato in età
avanzata.
“Il potere della politica è molto seducente” disse Art Agnos, un membro del consiglio della California.
Si
può dire lo stesso riguardo al benessere, ai risultati nell’istruzione, al
successo negli affari.
Un
autore americano che nel passato era stato un dirigente d’azienda, disse
recentemente in un’intervista che i dirigenti giapponesi vengono dalla gavetta
e si ricordano cosa erano. I dirigenti americani in grandi compagnie, sono così
ipnotizzati dalla manipolazione finanziaria e dalla trappola del potere, che
perdono il contatto con i lavoratori e i produttori.
Potremmo dire che Salomone ebbe un buon inizio.
Suo
padre aveva unito il paese, rimandato i nemici oltre i confini, accumulato oro
e argento per il tempio e inoltre Dio disse a Davide che suo figlio lo avrebbe
costruito. I pretendenti al trono nella famiglia reale avevano cercato di
accaparrarselo, compreso Absalom, ed erano stati eliminati. Così, Salomone
cominciò il suo governo come re, con un popolo in pace e con la
prospettiva di soddisfare il sogno di suo padre, cioè la costruzione del
tempio, con lo scopo di adorare Dio e portargli gloria e onorare quegli uomini
abilitati ai vari incarichi.
Inoltre,
Salomone ebbe un vantaggio speciale per un’altra ragione.
La
storia Biblica ci dice: «Poi Davide consolò Bath-Sceba sua moglie, entrò da lei
e si coricò insieme; così ella partorì un figlio, che egli chiamò Salomone, e
l’Eterno lo amò. Mandò poi un messaggio tramite il profeta Nathan che gli pose
nome Jedidiah, a motivo dell’amore dell’Eterno» (2 Samuele 12:24,25).
Che
cosa meravigliosa iniziare la propria vita in una famiglia reale.
Eppure,
in Salomone, l’uomo onesto, c’era sempre un misto di male che lo preveniva dal
raggiungere la posizione di un Abramo, un Davide, o anche un Samuele. Ferro e
terra erano mischiati , e il risultato finale fu una fatale incrinatura, una
debolezza nella personalità, se vogliamo, che sfociò in un sbriciolarsi della
volontà morale, anche se sembrava avere ogni cosa a suo favore. Apparentemente,
sembrava pieno di magnificenza nel suo potere e nei suoi successi nel regno, ma
la debolezza era presente al punto che portò al collasso dell’impero anche
nelle generazioni successive.
Esaminiamo l’intrappolamento di Salomone nel laccio
del potere alla luce delle tre apparizioni di Dio in diversi
momenti della sua vita.
Durante
la prima apparizione, Dio provò il cuore di Salomone.
Quando
Egli parlò per la seconda volta, ci fu una forte nota di avvertimento.
La
terza volta, Dio giudicò il suo cuore e pronunciò un giudizio sulla sua
famiglia.
1. UNA PROVA DI SCOPO
Avete
mai sentito qualcuno dire: “A meno che
ogni peccato sia confessato, Dio non ascolterà la tua preghiera, né ti
parlerà!”. Se questo fosse il caso, che cosa ne diresti della sequenza di
eventi raccontati in 1 Re 3?
Guardiamo al primo
versetto: «Poi Salomone si imparentò con
il Faraone, re d’Egitto,. Sposò la figlia del Faraone, e la condusse nella
città di Davide, finché non terminò di costruire la sua casa, la casa
dell’Eterno e le mura di cinta di Gerusalemme» ( 1 Re 3:1).
A quanti comandamenti
di Dio Salomone disubbidì nel solo primo versetto?
Leggete Deuteronomio
17:17 e scopritelo («Non dovrà neppure avere molte mogli,
affinché non perverta il suo cuore; neppure dovrà avere grande quantità
d'argento e d'oro»).
Ora leggiamo 1 Re 3:3:
«Salomone amava l’Eterno e seguiva gli
statuti di Davide suo padre; tuttavia offriva sacrifici e bruciava incenso
sugli alti luoghi»: un’altra chiara violazione ai comandamenti di Dio!
Nonostante di questi
esempi di disubbidienza che Dio stesso racconta nella Sua Parola, «Salomone amava l’Eterno e seguiva gli
statuti di Davide suo padre».
Dio apparentemente trascurò la
disubbidienza di Salomone perché sapeva che il suo cuore era inclinato a
servirLo.
Eppure, ciò non impedì
a quest’ultima di divenire un laccio usato poi per intrappolarlo più avanti
negli anni.
Le benedizioni di Dio nonostante la disubbidienza, non
sono la garanzia che il peccato non diventerà purtroppo la nostra rovina., ma
dimostrano soltanto la Sua grande sopportazione ed il Suo grande amore per noi.
Ancora più strabiliante
del fatto che Dio non sembra preoccupato della disubbidienza di Salomone, è che
Dio appare con un’incredibile proposta: “Chiedimi
qualsiasi cosa che desideri” (1 Re 3:5).
A questo punto, mentre
leggete, potreste dire a voi stessi: “Dio,
Tu sei stato preso in giro. Stai offrendo all’uomo che ti ha appena provato di
non avere autodisciplina, la più grande scatola del mondo piena di caramelle,
Sei sicuro di non essere apparso all’uomo sbagliato? ”.
Ci accorgiamo
velocemente che Dio è assolutamente serio, non sta cercando di fare giochi di
prestigio con Salomone del tipo “ora lo vedi, ora non lo vedi”. Dio
semplicemente dice: “Chiedi ciò che vuoi che Io ti dia” (1 Re 3:5).
In effetti, Dio sta
dicendo: “Qui c’è un assegno in bianco,
Salomone. Riceverai quello che vorrai”.
Come avresti risposto ad una tale offerta da parte di Dio?
Ai miei figli piace
tanto leggere la storia del re Mida,
una figura della mitologia greca.
Desiderava che ogni cosa che toccava diventasse oro, e il suo
desiderio fu appagato dal dio Dionisio.
Non aveva certamente riflettuto
a lungo sul suo desiderio, perché anche il cibo si trasformò in oro una volta
toccato, così come le diverse parti del suo corpo.
Salomone fu più saggio.
Disse: «Sono solo un ragazzino e non so come portare
avanti i miei compiti»; per questa ragione continuò: «Così dai al Tuo servo un cuore che abbia discernimento per governare il
Tuo popolo e per distinguere tra il giusto e lo sbagliato» ( 1 Re 3: 7-9).
Ciò che stava effettivamente chiedendo era saggezza.
Quale fu la risposta di
Dio?
«Ecco, Io faccio come tu hai chiesto: ti do un cuore saggio e
intelligente, cosicché non c’è stato nessuno come te prima dite e non sorgerà
nessuno come te dopo dite» ( 1 Re 3:11-12).
Poi, Dio divenne molto
generoso con Salomone e disse: «Ti do
pure ciò che non hai domandato: ricchezze e gloria, cosicché fra i re non vi
sarà nessuno al tuo pari, per tutti i giorni della tua vita» ( 1 Re : 3
13).
Molti anni più tardi il
britannico Lord Chamberlain svegliò una ragazza
diciottenne al palazzo di Buckingham, a Londra, in
Inghilterra, le disse che lei era ora la regina d’Inghilterra e le lesse questo
passaggio Biblico.
La regina Vittoria non
lo dimenticò mai.
Salomone passò la sua prova di “scopo”?
Si, lo fece, ma nel
cielo blu c’era una piccola nuvoletta grande come il palmo di una mano, perché
leggiamo che Salomone amò il Signore «...tuttavia
offriva sacrifici e bruciava incenso sugli alti luoghi» (1 Re 3:3).
L’ubbidienza incompleta
porta in sé il seme della distruzione.
Dobbiamo capire
Salomone.
Fu innanzi tutto un
politico.
Il popolo adorava negli
alti luoghi, considerandoli come una sorta di chiesa locale. Come re avrebbe
potuto provocare un’insurrezione se avesse spazzato via tutti gli alti luoghi:
immaginate di fare una cosa del genere con le chiese ai giorni nostri.
Salomone era preoccupato riguardo ai guai potenziali che si sarebbero
sviluppati in un’altra area, cioè la frizione tra la casa di Davide e la casa
di Saul.
Determinato a superare
questa potenziale guerra civile, decise di costruire il tempio sperando che la
casa di Dio unisse le famiglie di Davide e di Saul.
Ogni pastore sa che un
progetto di costruzione della casa del Signore è un modo per unire la
congregazione.
Al di là delle
preoccupazioni, Salomone aveva bisogno di prendere i vari pezzi di Israele e
ricucirlo, portandolo sotto lo stesso tetto di adorazione e conduzione reale.
Comunque, Salomone non
fu soltanto un buon politicante.
Nella sua
determinazione di stabilire una grande nazione con confini stabili, si imbarcò
in ciò che oggi è messa sotto il nome di “politica estera” e sposò le figlie
dei re circonvicini.
Dopo tutto, andreste a
guerreggiare con una nazione dove tua figlia è un membro della corte reale?
Dio disse: «...sto per darti un cuore saggio», e lo
fece, ma nella sua intenzione di giocare la parte del politico brillante, Salomone dimenticò che Dio stava
provando il suo cuore.
2. UNA PROVA
DI UBBIDIENZA
Dio, allora, apparve una seconda volta a Salomone.
Al momento, il grande
tempio con la sua incredibile bellezza, era stato costruito. Dopo i sette anni
dedicati ad esso, Salomone aveva costruito il suo proprio palazzo, che lo aveva
impegnato per tredici anni.
Non che avesse eretto
un grande palazzo, ma il numero degli operai era esiguo.
A quel tempo, il tempio
era stato dedicato.
Notate la magnificenza
della celebrazione alla dedicazione del tempio.
Immaginate i sacerdoti
che sacrificano ventiduemila capi di bestiame e centoventimila fra pecore e
capri.
La folla doveva essere
enorme per consumate tutta quella carne dopo che era stata offerta in
sacrificio.
Ci aspetteremmo una risposta di Dio dopo una tale, pubblica adorazione.
La Sua apparizione a
Salomone è descritta nel capitolo nove, dove Dio ripete una promessa molto
simile a quella che fece ad Abramo: «Quanto
a te, se camminerai davanti a Me come ha camminato Davide tuo padre, con
integrità di cuore e con rettitudine, facendo tutto ciò che Ti ho comandato, e
se osserverai i Miei statuti e i Miei decreti, Io renderò stabile il trono del
tuo regno su Israele per sempre come ho promesso a Davide tuo padre, dicendo:
“Non ti mancherà mai qualcuno che sieda sul trono di Israele” » (1 Re
9:4,5).
Comunque Dio vede anche
il bisogno di aggiungere un avvertimento: «Ma
se voi o i vostri figli vi
ritrarrete da Me e non osserverete i Miei comandamenti e i Miei statuti che ho
posto davanti a voi e andrete a servire altri dei e a prostrarvi davanti a
loro, Io sterminerà Israele dalla faccia del paese che gli ho dato e rigetterò
dalla Mia presenza il tempio che ho consacrato al Mio Nome; così Israele
diventerà la favola e lo zimbello di tutti i popoli» (1 Re 9:6-7).
Chiaramente, Salomone
aveva già sposato un buon numero di quelle mogli straniere e c’era bisogno di
metterlo in guardia.
Ora avrete notato che Salomone ebbe così un assaggio della trappola del potere.
La grandezza del tempio
e del suo palazzo, il numero di animali uccisi alla dedicazione del tempio, ci
avvertono del fatto che Salomone aveva gusti costosi e, se ci spostiamo in 1 Re
10, notiamo un’ampia descrizione dello splendore di Salomone. Anche oggi,
l’ammontare dell’oro e dell’argento da lui posseduto, ci fa trasalire. Infatti
gli storici ci riportano che: «Inoltre il
re rese in Gerusalemme l’argento comune come le pietre e i cedri abbondanti
come i sicomori della pianura» (1 Re 10:27).
L’amore di Salomone per la lusso viene messo a confronto solo con il suo
desiderio per le donne. Quella che cominciò come una piccola “collezione” per migliorare la sua
politica estera, divenne chiaramente un’ossessione.
Il racconto Biblico
riporta: «...ma il Re Salomone, oltre la
figlia del Faraone, amò molte donne straniere, moabite, ammonite, idumee, sidonie e hittee» (1 Re 11:1).
La sensualità rese
possibile, attraverso la sua ricchezza e il suo potere, il passo successivo:
l’idolatria.
Salomone verificò la
veridicità del proverbio che “non c’è stupido come un vecchio stupido”, perché
leggiamo di lui: «...così, quando
Salomone fu vecchio, le sue mogli fecero volgere il suo cuore verso altri dei;
e il suo cuore non appartenne interamente all’Eterno, il Suo Dio, come Davide
suo padre» (1 Re 11:4).
Che classica
affermazione inadeguata “il suo cuore non
era pienamente devoto al Signore”, perché nel versetto successivo leggiamo:
«Salomone
seguì Astarte, divinità dei Sidoni, e Milcom, l'abominevole divinità degli Ammoniti» ( 1 Re 11:5).
3. UNA PROVA DI PENTIMENTO
Cosa
accade quando non poniamo attenzione agli avvertimenti di Dio, e la trappola
del potere ti conduce all’idolatria e alla sensualità?
L’esperienza di
Salomone rivela le risposte a quelle domande, così come sicuramente lo fa la
pista in discesa verso il peccato.
Dio disse a Israele che Egli era un Dio geloso.
Con questa immagine,
leggete 1 Re 11:9: «L’Eterno perciò si
adirò con Salomone, perché il suo cuore si era allontanato dall’Eterno, il Dio
d’Israele, che gli era apparso due volte».
A dispetto
dell’attenzione personale di Dio, Salomone si era lasciato intrappolare dal
laccio del potere, dando attenzione alle mogli straniere piuttosto che a Dio.
A questo punto Dio pronunciò un doppio
giudizio.
Il primo è che il regno sarebbe stato diviso: «Poiché tu hai fatto questo e non hai
osservato il Mio patto e gli statuti che ti avevo ordinato, ti strapperà il
regno e lo darò al tuo servo» (1 Re
11:11).
Dio avrebbe lasciato
solo una tribù dando la maggior parte del regno a un ribelle.
In effetti Dio disse: “L’abito che hai voluto ricucire, il
consolidamento che hai cercato, sta per essere strappata a causa del tuo
peccato”.
Mentre leggevo questo
ero così impressionato dal fatto che il giudizio di Dio cadde proprio sull’impresa,
per cui Salomone aveva venduto la sua anima.
Se c’era qualcosa che
Salomone voleva, questo era impero unito.
Il suo obbiettivo era
mettere insieme la gloria e il potere del regno, eliminando le fazioni e i
nemici esterni.
Eppure Dio, era come se
avesse detto: “Tu volevi unità, ma Io ti darò disunione; tu volevi un regno
e io lo strapperà a tuo figlio”.
Dio nella Sua
misericordia non portò mai a compimento il Suo giudizio durante la vita di
Salomone e lo fece «per amore di Davide
Mio servo e per amore di Gerusalemme che ho scelto» (1 Re 11:13).
Comunque Salomone non
rimase impunito.
Il secondo giudizio di Dio arrivò durante gli ultimi anni del suo
regno sotto forma di tormento da parte di un vecchio nemico: «L’Eterno suscitò
contro Salomone un nemico, Hadad, l’Idumeo, che era un discendente del re di Edom» (1 Re 11:14).
Hadad era sfuggito ad
un’operazione di rastrellamento da parte di Joab, dopo che Davide aveva
sconfitto gli Edomiti in battaglia stabilendosi in Egitto.
Ora, con il sostegno
degli egiziani, il popolo che Salomone aveva corteggiato per averne il favore,
sposando la figlia di Faraone, Hadad cominciò a
tormentare Salomone.
Dal confine nord un altro avversario sorse per perseguitare Salomone. Questa volta era Rezon, che regnava ad Aram “ed
era ostile ad Israele”.
Il messaggio è chiaro:
“Dio innalzò contro Salomone” questi avversari come giudizio sulla mancanza di
volontà da parte sua di pentirsi dal suo peccato.
Se potessimo tirare le somme sulla vita di Salomone, risulterebbe semplicemente
questo: se il successo è per te più importante di Dio, Dio guasterà
il tuo successo. Perché, vedi, se tu
cominci a comprometterti per avere successo, Dio si accerterà che l’ascia cada
precisamente sull’idolo che ha causato la tua disubbidienza. Dio lo distruggerà
così tu non sarai più in grado di goderti la trappola del potere.
Ricordo un uomo il cui scopo era il denaro.
Come molti,
razionalizzò che c’è un mondo
duro fuori da qui.
Quando ti trovi lì in mezzo, devi affrontare
la competizione, e dal momento che ognuno cerca un po’ di truffare, anch’egli
lo fece.
Cercò di imbrogliare sulle
tasse facendo dei pagamenti in contanti in modo che non risultasse quanto
guadagnava.
Non aveva nessun timore
del governo e, a volte, si trovò nella condizione di poter imbrogliare un
pochino anche sulla qualità dei
materiali.
Poteva dire che i materiali erano di una certa
qualità e poi, usarne un tipo più scadente.
Aveva calcolato tutto
perché, ricordate, “chiunque fa questo,
lo fa perché siamo in un mondo duro” .
Sorprendentemente, Dio
sembra faccia sorgere avversari a destra e a sinistra. L’uomo ebbe ogni tipo di
guai con le persone che
aveva assunto, passando da una difficoltà all’altra.
Quando facciamo del
successo il nostro obbiettivo e disubbidiamo a Dio, Egli lo trasforma “come un
ascesso nella nostra bocca”.
Considerate la vita dell’ex presidente, Richard Nixon.
Lavorò duramente e a
lungo per ottenere potere politico. Una
volta, nell’ufficio ovale di Washington, sembrò prendere un particolare
piacere nel laccio del potete. Così, quando cercò di assicurarsi potere e
prestigio, approvando “uno sporco inganno” durante la campagna elettorale, Dio
fece sorgere un avversario contro di lui. Egli perse tutto ciò che aveva
guadagnato, e inoltre fu ricordato nella storia americana come l’uomo onesto
che si è lasciato prendere dal laccio del potere.
Se il piacere significa per te più di Dio, Egli lo vedrà e il tuo piacere sarà
spazzato via.
Ho visto persone
trasportate nell’immoralità, ribellandosi contro Dio insistendo
nell’affermazione “tutti lo fanno”.
Un giorno scopriranno
che Dio ha fatto sorgere degli avversari e il piacere provato è contaminato e
alterato.
Tutto questo non si
applica solo a peccati ovvii.
Se il matrimonio è per
te più importante che fare la volontà di Dio, per esempio, o se alcune
relazioni prevalgono sulla tua ubbidienza alla Parola di Dio, Egli lo vedrà e
tu pagherai per la tua disubbidienza.
Ricordate, qualunque
successo significhi più di Dio, Dio lo spazzerà via.
Ricordo un uomo che mi diede un fondamento logico per la sensualità in cui era
coinvolto, e non potei fare a meno di sorridere dentro di me mentre ascoltavo.
Ricordo le parole “Dio ha fatto sorgere
degli avversari”.
Ciò che effettivamente
facciamo quando disubbidiamo a Dio, è invitarLo a disciplinarci. E’ come se
stessimo dicendo: “Dio, ti sto dando un’opportunità
d’oro per intervenire e frantumare i miei idoli”.
Gli arabi hanno una parabola che racconta di un verme, che segretamente e in
silenzio, mangiava l’interno del bastone a cui Salomone si appoggiava.
Che verità!
Dio manda questi piccoli vermi che in qualche modo
divorano la nostra felicità quando siamo disubbidienti e rifiutiamo di pentirci
dal nostro peccato.
C’E’ SEMPRE UNA
SPERANZA
Avete
mai pensato perché Dio non ha semplicemente cancellato Salomone dalla faccia
della terra?
Perché fece sorgere
degli avversari?
Perché Dio si servì di
un non credente come Roboamo per eseguire il suo giudizio?
Sarebbe stato molto più
facile se avesse permesso ad un servo di uccidere Salomone.
La lezione che vedo in
tutto ciò è che Dio continua a
dimostrate misericordia verso i Suoi figli.
Ricordate che Nathan,
il profeta, venne da Davide e disse: «Davide,
tu avrai un figlio ed egli costruirà il tempio». Poi Nathan aggiunse: «e se disubbidisce lo punirò con la
discendenza degli uomini». Quelli erano gli avversari che Dio fece sorgere.
Nathan continuò comunque e disse: «ma la
mia misericordia non si allontanerà, come l’ho ritirata da Saul, che Io ho
rimosso davanti a te» (2 Samuele 7:15).
Così quando Salomone
dimenticò il suo impegno verso Dio e peccò, Dio alla fine disse: “Salomone, sei disubbidiente, sei un
apostata, stai cercando di servirmi con un cuore doppio, ma Io non allontanerò
da te la Mia misericordia e il Mio amore”.
Forse voi stessi o
qualcuno che amate non sta camminando in comunione con Dio dopo aver preso anni
fa un impegno verso di Lui ed il Suo servizio.
Voglio che notiate
l’incoraggiamento che proviene da Dio quando Egli dice: “La Mia immensa bontà è spiegata verso di te. Il peccato non deve
essere più una barriera perché Io ho un rimedio per il tuo peccato”.
Molte persone pensano
che Dio abbia voltato loro le spalle.
Si presentano a Lui e
dicono: “Oh Dio, per favore, cambia la
Tua opinione nei miei confronti. Ti prometto che farò del mio meglio. Ti
prometto che potrai avere fiducia in me da ora in poi. Signore, per favore, per
favore”.
Questo non è il Dio
della Bibbia!
Dio non ha voltato le Sue spalle, siamo noi che ci siamo
rivoltati.
Egli ci stringe forte
con le Sue braccia.
A causa della morte di
Gesù Cristo sulla croce per cui Gesù espiò per i nostri peccati, è placata la
giustizia e il giudizio di Dio, e Dio può ora dire ad ognuno di noi: “Ritorna a
Me e Io ti perdonerò”.
La strada è stata
lastricata per una rinnovata comunione con Dio attraverso la confessione del
peccato.
Salomone fallì la prova del pentimento.
Se ci recassimo sulla
sua tomba e dessimo un’occhiata all’epitaffio, potremmo trovare due citazioni.
Una è: “Le sua mogli
fecero rivoltare il suo cuore”, ma guardando più attentamente, scostando l’erba
intorno, potremmo leggere inciso con un bel carattere:
“ma la immensa bontà di Dio era con lui”.
Oggi, lo stesso Dio dice a coloro che si sono allontanati da Lui: “Vieni, gusta
ancora il calore, il conforto e l’amore della casa del Padre. La Mia immensa
bontà non ti ha lasciato. Il laccio della bella vita può averti condotto
lontano, ma ora sai che non c’è soddisfazione. Accetta il perdono che Ti offro
e confessa il tuo peccato”.
Proprio in questo momento, forse stai pensando a qualcuno che ha bisogno di
questo messaggio.
Permetti allo Spirito
Santo di dirigere i tuoi passi mentre condividi questa buona notizia con
quell’amico o parente.
Dio vuole usarti come
fece con Nathan, anche se il “Salomone” sulla tua strada non si pente
immediatamente.
Ω Ω
Ω Ω Ω
10: PIETRO
Superare le nostre
paure
Che tipo di venditori
si sono presentati alla vostra porta il mese scorso?
Lasciatemi indovinare!
Venditori di
enciclopedie, rappresentanti di prodotti per la pulizia della casa, falegnami
in cerca di lavoro, ragazzi che volevano aggiungervi alla loro lista di
clienti.
Cosa devono lasciare per ottenere
successo?
Devono superare la paura di affrontare altri
uomini e donne.
Dal modo in cui si
presentano, potete dire se sono liberi da questa “malattia”, che può
paralizzare la loro capacità di venditori.
I rappresentanti di
diverse religioni che bussano alla nostra porta, generalmente si presentano in
due, e di solito, è il più vecchio che parla. Egli è il maestro, e la recluta
impara a superare le resistenze che si possono incontrare.
Forse voi stessi avete
partecipato ad una discussione porta a porta nel vostro vicinato, e avete
scoperto quante famiglie non frequentano la chiesa, o forse avete visitato
alcuni alunni della scuola domenicale.
Non vi è mai capitato
di bussare ad una porta sperando che dall’altra parte nessuno rispondesse?
E’ facile provare lo
stesso sentimento, perché non ci piace il pensiero di un confronto spiacevole.
Come mai il 90% dei credenti non testimonia di Gesù Cristo con aggressività e
risolutezza?
C’è un’unica parola per
descrivere tutto questo ed è paura, il comune desiderio di sentirsi accettati, piuttosto
che rigettati.
Affrontiamo la
questione: c’è una solida linea di paura dell’uomo in tutti noi.
Il gestore del negozio
alimentare può venderci dei latte acido e noi, piuttosto che parlargliene
durante la spesa successiva, lo buttiamo nella spazzatura.
Non parliamo al nostro
vicino di Gesù Cristo per la paura di essere presi per fanatici. Eppure, non testimonieremo mai con efficacia fino a
che non supereremo questa paura.
Comunque, abbiamo un
amico in comune: Pietro, il discepolo del nostro Signore.
A dispetto del fatto
che fu scelto e istruito da Cristo come pescatore d’uomini, Pietro finì col
negare persino di conoscerLo imprecando.
Se trovate difficile
condividere la vostra fede a causa di ciò che gli altri pensano, vi potete
identificare con l’esperienza di Pietro.
Ma che insegnamento
possiamo trarre da tale paura?
IL POTERE DI SATANA
«Simone, Simone, ecco satana ha chiesto di vagliarti come si vaglia il
grano. Ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu,
quando sarai ritornato, conferma i tuoi fratelli» (Luca 22:31,32).
Con queste parole, Gesù
Cristo metteva in guardia Pietro riguardo al tranello in cui stava per cadere.
Satana non aspettava altro che il momento giusto per cercare di far inciampare
Pietro.
Ai nostri giorni ci sono i due estremi: o il diavolo è ignorato o al contrario
è messo troppo al centro dell’attenzione.
Anche se entrambe le
posizioni possono essere sbagliate, è giusto studiare ciò che la Bibbia dice in
modo equilibrato.
Non c’è ombra di dubbio
che ci sia uno spirito malvagio ma anche
intelligente che ha accesso alla mente umana, e il suo intento è di distruggere la nostra testimonianza per Cristo.
Questo essere maligno,
che è in ogni caso sottomesso a Cristo, venne a Lui, chiedendo il permesso di
far passare Pietro attraverso una prova severa, sperando che cadesse.
Satana voleva passare
Pietro al setaccio e provare che egli era solo pula.
Per capire le immagini
esposte nel discorso, dobbiamo ricordare che il frumento ha una copertura
protettiva intorno ai chicchi di grano chiamata pula.
Ai giorni di Cristo
questa pula era separata dal frumento quando la mistura veniva gettata nell’aria.
I macchinari moderni
usati per la raccolta utilizzano un setaccio e Gesù stava dicendo a Pietro: “Satana ti vuole vagliare e vuole provare se
tu non sei altro che pula”.
Per molti di noi, è più facile credere in satana in quanto conferma la nostra cristianità,
ma è più difficile credere che lui o uno dei suoi emissari sia sempre in
agguato per cercare un modo, per allontanarci da Dio. Eppure, questo, è
precisamente quello che lui fa: sperando di farci credere che i suoi pensieri
siano in realtà i nostri.
Quando Anania e Saffira
dissero una “bugia bianca”, pensarono che tale rinnegamento fosse una
loro idea, ma Pietro disse: «Perché ha
satana riempito il tuo cuore per farti mentire allo Spirito Santo e trattenere
una parte del prezzo del podere?» (Atti 5:3). Tale idea era di satana ed egli
ebbe la vittoria convincendo questi cristiani a portarla avanti.
Anania e Saffira
avrebbero trovato difficile credere che satana aveva messo l’inganno nelle loro
menti; similmente Pietro fu accecato dallo spirito malvagio, che era deciso a
farlo cadere.
Così, anche ognuno di
noi passa attraverso un processo di vagliatura.
Pensate all’ultima
volta che siete stati tentati.
Può satana essere stato
coinvolto, in modo che la vostra testimonianza potesse essere permanentemente
rovinata?
Dal momento che satana
ci gira intorno e conosce le nostre debolezze, ha un piano astuto per la nostra
prossima caduta.
In modo figurativo, è
come un serpente attorcigliato, pronto a scattare su di noi per portarci ad un
comportamento contrario al nostro impegno per Gesù Cristo.
Probabilmente oggi Gesù
ti direbbe: “satana ha chiesto il
permesso di vagliarti come si vaglia il grano”.
Sì, satana può iniettare la paura nel cuore umano.
Al di là di tutto, egli
vuole il controllo della nostra lingua,
così da portarci a parlare in modo distruttivo degli altri (maldicenza), o
farci tacere riguardo la nostra fede in Gesù Cristo. La sua strategia è
semplice: vuole che spargiamo voci che siano cattive, ma che ci tratteniamo al
contrario, dalla verità che è buona.
I cristiani possono
parlare liberamente di politica, del tempo, di libri, eppure non possono aprire
le loro bocche per portare la Buona Notizia del Vangelo.
Questa paralisi, può
spesso favorire l’attività di satana.
Pietro cascò nella
trappola del diavolo.
Anche se la sua paura
gli sembrava razionale, non sapeva che, invece, aveva origine satanica.
FIDUCIA IN
SE’ STESSI
Non
c’è alcun dubbio che Pietro amasse Gesù Cristo in quanto dichiarò: «Signore, io sono pronto ad andare con te
tanto in prigione che alla morte» (Luca 22:33).
Non sottovalutiamo il
suo coraggio nel mezzo di un’opposizione così potente.
In più di un’occasione,
Pietro vide la folla intorno a Cristo assottigliarsi e il numero dei veri
discepoli calare.
Anche se molti dei
discepoli di Cristo si ritirarono, quando fu data a Pietro l’opportunità di
fare lo stesso, disse: «Signore, da chi
ce ne andremo? Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e abbiamo
conosciuto che Tu sei il Cristo, il Figlio
del Dio Vivente» (Giovanni 6:68,69).
La promessa di Pietro
sembra piuttosto ragionevole.
Era stato un membro del
gruppo che Gesù scelse per un addestramento speciale.
Quando Gesù entrò nella
casa di Iairo per guarire sua figlia, Pietro, con Giacomo e Giovanni, fu invitato
all’interno, per essere un testimone quando Gesù avrebbe risuscitato la piccola
ragazza dalla morte.
...e chi sali sulla
montagna quando Gesù fu trasfigurato? Sì, Pietro, ancora con Giacomo e
Giovanni. Pietro si sentì così vicino a Gesù che suppose che il millennio era
arrivato. Perché non costruire una piccola dimora dove poter ospitare Gesù,
Mosè ed Elia? Questo piano fu interrotto da Dio stesso, che smorzò i grandiosi
piani di Pietro con le parole: «Questo è
il Mio amato Figlio, ascoltatelo» (Luca 9:35).
Così,
Pietro, conobbe la potente presenza di Gesù Cristo.
...e pensò che non
avrebbe mai avuto paura di fare un passo verso il Salvatore.
Non troviamo nessun
punto che ci porti a dubitare della sua sincerità, quando disse che era pronto
a morire per Gesù.
Pietro sarebbe stato di
grande incoraggiamento per coloro che oggi fanno un appello alla consacrazione,
dopo un messaggio sul tema “servire il
Signore”.
Pietro sarebbe
certamente stato disposto ad alzare la sua mano, alzarsi o stare seduto, andare
di fronte o stare in fondo: qualsiasi indicazione il predicatore avesse dato.
...eppure, l’impegno di Pietro era carnale anche se
indubbiamente sincero.
Per provare il suo
punto di vista, Pietro fu pronto a prendersela con la guardia del tempio, nel
momento in cui la vita di Cristo fu in pericolo. Estrasse la spada e mancò il
bersaglio per meno di quindici centimetri, tagliando l’orecchio di Malco, il servo del sommo sacerdote.
Sicuramente Pietro
pensava con il suo gesto di aver impressionato il Signore Gesù per essere
confermato un eroe.
Non vi è mai capitato
di fare una promessa sincera che più tardi non avete poi mantenuto?
Ricordiamoci che non
abbiamo la capacità di mantenere le promesse fatte a Dio, eccetto quelle fatte
in totale dipendenza da Lui.
In poche ore Pietro
avrebbe detto a sé stesso: “Parlo troppo
presto! Faccio sempre il passo più lungo della gamba. Se solo non mi sentissi
in obbligo di mettere in mostra il mio impegno”.
Vedete, più grande è la promessa, più grande è la
caduta.
SEGUIRE A DISTANZA
Dopo che Gesù ebbe
guarito l’orecchio del servo del sommo sacerdote, Pietro si rese conto di aver
fatto un errore. Eppure, non volle abbandonarsi completamente a Cristo.
A suo favore, possiamo
dire che fu l’unico discepolo a seguire
Cristo totalmente in quella notte fatale. Ma la sua doppia inclinazione
l’avrebbe presto travolto, perché quando
segui a distanza, è facile diventare vittima di molte trappole situate sul
sentiero.
Non c’è cosa peggiore
di una vita cristiana stazionaria: o seguiamo sempre più da vicino, o siamo
trasportati al largo. Nessuno è abbastanza forte per vivere una vita cristiana
tenendo Cristo a distanza.
Stare ai bordi
dell’impegno cristiano è perdere la forza della Spirito Santo nella nostra
testimonianza.
Il massimo che potremo
dare a Cristo è un’adesione a metà, quel tipo di impegno che non permetterà ai
nostri vicini di credere che la fede in Cristo è assolutamente essenziale.
Il cuore diviso fa apparire il Vangelo un optional, una scelta personale
che va bene per qualcuno, ma non necessariamente per qualcun’altro.
Come Giacomo ci
ricorda, un uomo dalla mente doppia è instabile in tutte le sue vie.
Quando Pietro vide Gesù
mentre veniva condotto via, realizzò che aveva avuto la “vista corta” riguardo la
persona di Cristo.
La folla era in gran
parte convinta che Gesù era Giovanni Battista, Geremia, o uno dei profeti
mentre i capi religiosi credevano che Cristo fosse belzebù, il principe dei
demoni.
Dal momento che Pietro credeva che Gesù era il Figlio del Dio Vivente,
probabilmente pensò che Cristo non sarebbe stato catturato e ucciso. Ci sarebbe
sempre stata una via di scampo proprio come quando cercarono di buttarlo dalla
sommità della collina a Nazareth. Pietro sapeva che lui era un “eroe”, che era in
grado di venire incontro ad ogni emergenza.
Ma ora,
incredibilmente, Cristo stava per essere condotto via e avrebbe passato la
notte nella piccola prigione dell’edificio della casa del sommo sacerdote.
Il potente Re d’Israele
era oggetto d’umiliazione e di morte incombente.
...e se questa era la
sorte del Messia, cosa sarebbe successo a Pietro?
Non aveva garanzie che
sarebbe sopravvissuto agli avvenimenti.
Una cosa è parlare di
coraggio quando sei in piedi davanti al re, un’altra è quando il tuo re è
condotto via e cade in disgrazia come un criminale.
Ma c’era di più.
Dal momento in cui
aveva cercato di tagliare l’orecchio del servo del sommo sacerdote, Pietro
sapeva di essere un uomo dal destino ormai segnato. Poteva essere facilmente
identificato e separato per il martirio.
...infatti, come si
sedette vicino al fuoco, divenne probabilmente consapevole delle diverse paia
di occhi che lo guardavano in modo particolare, come quelli di colui che
l’aveva visto estrarre la spada.
Se Gesù era indifeso,
così era Pietro.
Se il Maestro fosse
stato condotto alla morte, il servo difficilmente avrebbe potuto pretendere
privilegi speciali.
E’ piuttosto duro condividere il Vangelo quando camminiamo
nelle orme di Cristo, ed è praticamente impossibile quando camminiamo lontano
da Lui.
PIETRO ERA
SOLO
Ironicamente,
Pietro si mise sulla difensiva quando una serva lo riconobbe e svelò il
segreto: «Quest’uomo era con Lui», ma Pietro replicò: «Donna, io non
Lo conosco» (Matteo 26:69,70).
Poi, quando una seconda
serva lo vide, Pietro di nuovo negò Cristo, questa volta con più veemenza; e
quando una terza persona cercò di insistere dicendo che lui apparteneva alla
compagnia di Gesù, iniziò a imprecare e giurare, asserendo:
«Non conosco quell’uomo» (Matteo 26:74).
A questo punto la sua
rottura con Cristo sembrava completa.
Probabilmente, Pietro non avrebbe negato Cristo se Giovanni o Giacomo
fossero stati seduti vicino a lui.
Forse la pressione dei suoi
compagni era potente, e Pietro non avrebbe voluto perdere la faccia in presenza
dei suoi amici.
Forse, Cristo era con lui e
udì per caso i suoi commenti.
…ma Pietro, probabilmente,
pensò che Gesù sarebbe morto e che ogni cosa sarebbe finita.
Anche con la sua morte,
che differenza avrebbe fatto?
Se Pietro poteva
mentire per salvare il suo proprio collo, una tale vigliaccheria sembrava
prudente.
Senza dubbio c’è più sicurezza nel fare parte di un numero.
E’ quando siamo
tutti soli che siamo più vulnerabili alla tentazione.
Passare davanti ad un
cinema a luci rosse e tirare dritto, è facile quando sei in una città dove i
tuoi amici ti possono vedere, ma è più difficile quando sei lontano da casa in
una grande città dove l’anonimato è garantito.
E’ quando la persona è
sola che si rilassa nella battaglia e viene trascinata dalla corrente.
Per questa ragione le
volpi disperdono le pecore, per uccidere quelle che rimangono sole; c’è
sicurezza all’interno del gregge.
Quando sei
separato dagli altri, gli attacchi di satana possono essere più diretti, più
appropriati alle vostre particolari debolezze, portandovi a cadere.
Nessuno può vivere la vita cristiana da solo.
Tutti i credenti sono
parte del corpo di Cristo.
Il braccio non può
agire indipendentemente dalla gamba e dagli occhi.
Non c’è, sicuramente,
niente di peggio di una persona isolata nel corpo di Cristo.
Ci sono coloro che
aiutano il corpo e coloro che impediscono, ma nessuno è senza influenza.
A
Pietro sarebbe stata risparmiata l’umiliazione del suo rinnegamento se gli
altri discepoli avessero avuto il coraggio di camminare con lui fino al palazzo
del sommo sacerdote. Ma, essendo da solo, Pietro non fu in grado di affrontare
la tensione della
persecuzione.
Con
un cuore pieno di timore satanico, Pietro negò il Salvatore apertamente.
A causa della libertà che esiste nel nostro paese, nessuno di noi avrebbe
probabilmente negato Cristo con le proprie labbra.
…ma
possiamo
anche rifiutano con il nostro silenzio, la nostra mancanza di volontà di parlare quando ne abbiamo
l’opportunità, significa che ci siamo arresi alla paura degli uomini. Come i
soldatini di piombo, così i cristiani silenziosi, scioccamente si mettono dalla
parte del nemico.
Se
noi siamo per Cristo, dobbiamo proclamarLo, se no siamo caduti nella trappola
di satana.
LA VIA DI RITORNO
Per tre lunghi giorni, Pietro
sperimentò la depressione e la colpa.
Non
avrebbe mai dimenticato lo sguardo di Gesù, mentre il gallo cantava.
Colui
che aveva detto di essere disposto a morire per Cristo, improvvisamente era
incapace di ammettere che conosceva l’uomo accusato.
Fortunatamente,
Pietro fu ristorato.
Come fece Pietro a superare la memoria di ciò che aveva fatto in quella notte
buia?
Si ricordò che Cristo
aveva pregato per lui.
Gesù
si era rivolto a Pietro chiamandolo “Simone” cioè usando il nome che si
riferiva alla sua umanità.
In
quel momento non era Pietro la roccia, ma Simone, l’essere umano fragile e
aperto alla tentazione di satana.
Perché Gesù pregò per Pietro?
Forse
perché Pietro occupava una posizione di prestigio nel gruppo?
Al
contrario, in quanto Pietro era avventato ed egoista.
Non
era il seguace dalle maniere dolci.
Cristo
pregò per Pietro proprio perché era così debole, ed era il tipo di persona che
avrebbe inciampato facilmente.
Cristo
prega per quelli di noi che sono emotivamente spezzati, quelli di noi che hanno
sentito lo schiacciante potere del peccato.
Inoltre,
Cristo capì Pietro completamente.
Quando
predisse che Pietro l’avrebbe rinnegato tre volte prima che il gallo cantasse,
Gesù stava dicendo a Pietro: “Stai per essere spaventato a morte per
identificarti con Me. Ma Io so quanto sei debole; Mi deluderai, ma non Mi sorprenderai”.
Vedete,
Gesù voleva rendere più facile per Pietro la via del ritorno.
Voleva
che Pietro sapesse che le debolezze nascoste e poi rivelate durante la
tentazione, non lo avevano sorpreso; e nello stesso tempo Egli desidera che
pure noi lo sappiamo.
Cristo mostrò uno speciale interesse nella ristorazione di Pietro.
In
Marco 16:7, quando l’angelo stava parlando alle donne che erano venute alla
tomba, disse: «…ma andate e ditelo ai Suoi discepoli e a Pietro».
Mettetevi
nei panni di quelle donne e immaginate ciò che stava passando nelle loro menti
in quel momento!
Devono
aver pensato al perché l’angelo aggiunse le parole e
Pietro, dopo
tutto, lui era uno dei discepoli, ma Colui che l’aveva mandato sapeva che
Pietro non si sentiva più tale.
Se
gli aveste chiesto se era uno dei discepoli, probabilmente vi avrebbe risposto:
“No,
non lo sono”, ma Gesù voleva
mettere le Sue braccia intorno a Pietro e dire: “Sei caduto, ma non sei atterrato! Mi
hai rinnegato, ma Io non ho finito con te. Hai peccato, ma hai pianto lacrime
di pentimento e sei perdonato. Ti amo, Pietro”.
…poi,
finalmente, Cristo diede a Pietro l’opportunità di confessarGli il suo amore
per tre volte (Giovanni 21:15-17).
La
terza volta, Gesù chiese: «Mi ami tu? ».
Pietro era afflitto e disturbato, ma ripeté la sua affermazione d’amore per la terza volta. Gesù l’accettò e disse: «Pasci la Mie pecore».
Con questa nuova responsabilità, Gesù aveva ristorato Pietro e l’aveva riportato alla sua precedente posizione di responsabilità.
Il dispiacere fu rimpiazzato dalla responsabilità, la quale sottolineava la sua piena accettazione.
I tre rinnegamenti furono seguiti da tre affermazioni d’amore.
Apparentemente, Pietro e Giuda fecero la stessa cosa.
Entrambi furono pieni di dispiacere, ma mentre Giuda permise al suo rimorso di sommergerlo, Pietro tornò dal Salvatore.
Anche se Giuda fu pura pula, e Pietro era un misto di pula e grano, provò di essere puro grano.
Entrambi furono vagliati quella notte e il loro vero carattere fu rivelato.
Avete rinnegato Cristo con il vostro silenzio?
O forse l’aveva rinnegato verbalmente; ad ogni modo, ci sta chiedendo di dire no alla paura satanica e si alle Sue promesse per darci forza e coraggio.
Più tardi, Pietro avrebbe predicato il Vangelo a migliaia di persone a Gerusalemme e la tradizione ci dice che morì da martire, crocifisso a testa in giù, perché non si considerò degno di morire nella stessa posizione fisica di Gesù Cristo.
Attraverso lo Spirito Santo, superò la paura della gente.
SUPERARE LE NOSTRE PAURE
E’ stato scritto molto
oggi, sul come vincere la nostra nazione per Gesù Cristo, ma c’è un piano che
se fosse completato, potrebbe essere usato per guadagnare decine di migliaia di
uomini e di donne a Cristo.
Vi sfido a scegliere sei non credenti e usare ogni mezzo che è in vostro
potere per portarli a Cristo.
Due di queste persone
potrebbero essere stati scelte nel vostro vicinato, due fra i
vostri colleghi, e due dalla vostra famiglia o parenti.
Poi, attraverso preghiere
di intercessione, chiedereste, non solo che vengano a Cristo, ma che
possiate avere la saggezza per sapere come aprire la porta delle loro vite.
Non è solo il risultato
finale che volete, ma saggezza su come il fine può essere ottenuto.
Naturalmente le strategie possono variare:
·
condividere un pasto,
·
dare una mano o sacrificarsi in un momento di bisogno.
Per ciascuno il
significato sarà diverso, ma Dio ci darà opportunità di condividere il
messaggio del Vangelo.
La vostra prima reazione a questi suggerimenti potrebbe essere di paura o di
incredulità, perché non siete totalmente convinti che queste persone possano
credere in ogni modo. inoltre, vi sentite imbarazzati.
Se avete reagito
negativamente, può essere che satana stia usando con voi lo stesso espediente
usato con Pietro. Ha iniettato la paura nel vostro cuore, portandovi a vedere
tutte le ragioni per cui non dovreste testimoniare piuttosto, che pensare a
quelle ragioni per cui dovreste farlo.
Effettivamente, non è
una questione di essere in grado di condurre persone a Cristo (in ogni modo), e
non è nemmeno il fatto di pensare che siete abbastanza bravi da guadagnare sei
persone a Cristo; la vostra responsabilità è di presentare la verità del
Vangelo e permettere a Cristo di fare l’opera.
Se Lui è innalzato, Lui
condurrà tutti gli uomini a Sé ( Giovanni 12:32).
Se non state
testimoniando oggi a causa della vostra paura, state fallendo in un’area in cui
Dio sta aspettando, per aiutarvi.
Egli vi aiuterà a
superare satana, la mancanza di fiducia, e la distanza che si è creata nella
vostra relazione con Lui; poi, armati delle promesse di Dio, e delle preghiere
del popolo di Dio, potrete essere un aiuto nel catturare questa generazione per
Gesù Cristo.
Ω Ω
Ω Ω Ω
11: DAVIDE
Monte con i rimpianti
Quale
epitaffio vi piacerebbe avere sulla vostra lapide?
Quello di Enoc fu «…camminò
con Dio» ( Genesi 5:24).
Saul scrisse il suo
proprio epitaffio quando disse; «…ho agito da sciocco» (1 Samuele
26:21).
Di Abramo si poteva
leggere «amico di Dio» (Genesi 18).
Cristo disse di Giuda:
«Sarebbe stato meglio che non fosse mai nato» (Matteo 26:24; Marco
14:21).
Cosa potremmo dire di
Davide?
Anche se adorò Dio
nella sua anima, fu un fallimento come marito, come padre e come leader.
Quando venne la fine,
ogni cosa intorno crollò.
Molti anni prima, Dio
disse di lui: «Egli è un uomo secondo il Mio cuore» , ma vedremo che Davide era
lontano dall’essere perfetto!
Per una triste
descrizione di un re che perse il controllo e che dipese da sua moglie e dai
suoi buoni amici per essere salvato dal disastro, leggi 1 Re capitolo 1.
Solo grazie alla veloce
azione di Bathsheba moglie di Davide, e del profeta Nathan si anticipò il
disastro.
Prendetevi del tempo
per leggere questo capitolo, come terreno per le vostre considerazioni riguardo
ai successi e ai fallimenti di Davide come marito, padre e leader.
LA
FAMIGLIA DI DAVIDE
Come
fu Davide come marito?
Basandoci
sull’evidenza, la sua debolezza erano le donne, cioè aveva una tendenza verso
la sensualità.
Sembrava non essere
soddisfatto nell’avere una sola moglie, ma apparentemente bisognoso di averne
diverse, per soddisfare le sue passioni.
La prima moglie di Davide, Mical, figlia di Saul, lo ridicolizzò mentre
danzava quando l’arca fu portata a Gerusalemme.
Questa pubblica
derisione fu troppo per Davide, al punto che non ebbe mai più relazioni
sessuali con Mical.
Poi ci fu Abigail, che fece ribollire il suo sangue.
All’inizio sembrava
piuttosto eccitante, ma presto perse il suo fascino.
Una sera, durante
l’intensificarsi di una guerra con uno dei nemici perenni di Israele, Davide fu
catturato da una visione di estrema bellezza. Invece di scappare velocemente
dalla tentazione, la fissò a lungo: Bathsheba, mentre si faceva il bagno
sul tetto al calar della sera.
Il testo dice
semplicemente: «Una sera Davide si alzò dal suo letto e si mise a
passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che
faceva il bagno; e la donna era bellissima» (2 Samuele 11:2).
Mentre i suoi occhi
fisici si .rallegravano a tale visione, chiuse gli occhi spirituali per
prevenire la devastazione che poteva provenire dal suo desiderio risvegliato.
Stimolare il desiderio fisico fa si che la nostra visione morale sia intorpidita.
Come Davide, anche noi
ci focalizziamo sul piacere del momento, piuttosto che sul potenziale impatto
che può provocare su coloro che
amiamo.
Ciò che Davide vide quella sera, su quella terrazza, il giorno dopo non avrebbe
più avuto alcuna importanza.
Se non avesse invitato
Bathsheba nel palazzo, avrebbe sempre cercato di immaginare com’era.
A parte questo, Davide
poteva farne a meno.
Trasportato
dall’euforia del suo corpo, mandò un
messaggero per portarla nel palazzo, probabilmente cercando una scusa
per incontrarla.
Un peccato conduce sempre ad un altro, a meno che non
chiediamo immediatamente perdono.
La relazione finì così come era iniziata, o almeno così sembrava, fino a che
giunse voce al re Davide che Bathsheba era incinta.
Non ci deve sorprendere
che Bathsheba reagisse come tutte le donne, in stato di gravidanza dopo una relazione
extraconiugale.
«La donna rimase incinta
e lo mandò a dite a Davide: “Sono incinta”» (2 Samuele 11:5). In altre parole: “E adesso, cosa facciamo?”.
Non ci sono indicazioni
che Davide avesse riconosciuto la ragnatela del peccato che si stava
espandendo.
Egli mandò allora un messaggio a Joab, suo
fidato generale e amico personale, affinché mandasse a casa il marito di
Bathsheba, Uriah, sperando che sarebbe stato ansioso di stare con la moglie, ed
avere dei rapporti sessuali per coprire il peccato.
Un uomo di carattere Uriah, che rifiutò di correre a casa e dormire con sua
moglie. Dormì, invece, alla porta del palazzo con i suoi servi.
Non si sentiva a suo agio
nell’avere la possibilità di visitare sua moglie,mentre i suoi compagni soldati
stavano combattendo una guerra!
Disperato, Davide
invitò Uriah per cena e gli servì così tanto vino che Uriah si ubriacò.
Ma ancora rifiutò di
andare a casa.
Cercate di immaginare se Uriah avesse invece accettato di andare a casa.
Davide sarebbe tornato
ad essere libero?
Penso proprio di no,
perché Bathsheba non sarebbe stata in grado di affrontare la colpa del suo
peccato e l’avrebbe confessato a suo marito,
...e se non l’avesse
confessato, avrebbe dovuto continuare a vivere con una bugia, facendo credere
che il bambino apparteneva a suo marito.
Tutto ciò avrebbe
prodotto così tanti sensi di colpa, al punto di creare tensione sul matrimonio.
Inoltre, tale colpa può portare ad una malattia fisica ed emotiva.
A questo punto,
Davide rimane ancora un uomo d’azione.
Era così
comprensibilmente disperato, che, piuttosto che confessare il suo peccato,
diede un messaggio ad Uriah da portare a Joab, il comandante dell’esercito.
Incredibilmente il messaggio diceva: «Ponete
Uriah in prima linea, dove la battaglia è più aspra, poi ritiratevi da lui,
perché resti colpito e muoia» (2 Samuele 11:15).
Davide sapeva che Uriah
era un uomo a cui dare fiducia, e che avrebbe portato la lettera Joab senza
aprirla.
Joab, non ebbe esitazioni, visto
il modo in cui uccise Abner, e più tardi altri rivali.
Piazzò Uriah nel mezzo
della battaglia, dove fu ucciso.
Allora, la copertura
funzionò?
In apparenza, sì, ma ora il cerchio di
coloro che sapevano della relazione era cresciuto.
...e più importante, Dio sapeva, e Dio agì.
Quelli di noi che fanno
consulenza alle persone, vedono e continuano a vedere le inevitabili
conseguenze del peccato.
Dio non può essere
preso in giro, dice la Bibbia, e questo è particolarmente evidente con il
peccato sessuale.
La sua profonda
intimità lo fa sembrare segreto, ma gli effetti sono spesso pubblici.
Lo shock più grande per Davide, arrivò con l’apparizione di Nathan e la sua
tenera storia di un uomo che ruba l’unico agnello ad un povero.
Messo “all’angolo”,
Davide confessa il suo peccato, ma per mantenere il giudizio di Dio, il bambino
di Bathsheba muore.
Ciò fu, comunque, solo
l’inizio delle sventure di Davide, come padre e uomo di famiglia.
Pensate, ad esempio, all’impatto che ebbe la notizia della relazione di Davide
sulle altre mogli.
Veramente, gli standard
morali non erano nemmeno applicati a tutti i livelli della società, e il re,
ancora di più, ne era esente. Eppure, le mogli di Davide, erano senza dubbio
profondamente ferite, specialmente quando la nuova “primadonna” andò ad abitare
nel palazzo.
Quelle ferite non
guarirono mai.
Se Davide fece una così
grande confusione nella sua vita come marito, quale fu il suo comportamento di
padre?
Terribile, veramente
terribile!
Considerate ciò che
combinarono i suoi figli.
Uno di loro, Amnon, commise incesto con sua sorella
Tamar.
Ahsalom fu ucciso da Joab, uno dei comandanti militari più fidati di
Davide, perché aveva iniziato una rivolta contro il regno del padre.
Un altro dei figli di
Davide, Adonijah, desiderò
ardentemente il trono e fu
giustiziato.
Anche se Davide ebbe
altri figli e figlie, non ne viene fatto cenno nelle Scritture.
Anche se Davide era stato un capo militare molto efficiente, come padre fu
incredibilmente debole.
Il suo peccato con
Bathsheba fu inescusabile e a causa di questo aveva perso la sua autorità
morale.
Paralizzato, fu
incapace di disciplinate i suoi figli.
Considerate la sua reazione quando
suo figlio Absalom uccise Amnon, per aver violentato
Tamar.
Davide si arrabbiò molto con il figlio
Absalom, ma non fece assolutamente niente.
Il re si stracciò
comunque le vesti quando la notizia lo raggiunse (2 Samuele 13:31), ma non diede ordini affinché Absalom fosse
consegnato alla giustizia.
Poi Davide, diede stoltamente ad Absalom
il permesso di tornare a Gerusalemme, dopo che il giovane era scappato a Geshur. Mentre, avrebbe dovuto essere trattenuto là per una
buona ragione: non aveva
dato il benché minimo indice di ravvedimento per l’omicidio.
La riconciliazione deve essere basata sul perdono.
Non potete pretendere che il peccato sia risolto fino a
che non ci sia stata la confessione e il risarcimento.
Davide, purtroppo, fu
un padre vacillante, che non sapeva come confrontarsi con i suoi figli. Anche
se ammiriamo la sua compassione, condusse un’azione indecisa, in quanto diede
la sua parola affinché Absalom potesse tornare a Gerusalemme, privato però del
permesso di vedere la sua faccia.
Non c’è da
meravigliarsi se Absalom ritornò per “catturare” i cuori delle persone, ed ebbe
inoltre il coraggio di istigare una rivolta contro un padre dalla volontà così
debole.
Davide trattò suo figlio Adonijah nello stesso modo, quando Adonijah esaltò sé
stesso ed aspirò al trono, l’autore biblico commentò: «Suo padre non lo aveva mai rimproverato in vita sua, dicendogli: “Perché
fai così?” — Anche Adonijah era bellissimo, ed era nato dopo Absalom» (1 Re
1:6).
Davide, come il
sacerdote Eli, vide i suoi figli ribelli, ma non li
frenò.
L’unica “luce
splendente” fra i figli di Davide fu Salomone, che il Signore amava, ma
anch’egli aveva un cuore diviso.
A volte seguiva il Signore, ma molto più
spesso cadeva nella sensualità.
La
sua lealtà era divisa fra Dio e il mondo.
Mentre Davide stava morendo, l’unico membro della sua famiglia, che
sembrava avesse mantenuto un continuo rispetto fu Bathsheba, che gli disse
della rivolta di suo figlio.
E’ stato detto che un uomo dovrebbe essere giudicato attraverso i suoi figli.
Se usassimo una scala di misura da uno a
dieci, Davide otterrebbe al massimo un due o un tre.
Come padre, fu un fallimento.
IL REGNO DI DAVIDE
Alla fine della sua vita, il regno di Davide, come la sua famiglia, era in
scompiglio.
Alcuni
uomini indegni, chiedevano a gran voce il suo trono.
Absalom aveva perfino
cercato di uccidere suo padre per diventare re.
In
cambio, fu ucciso, senza tanti cerimoniali da Joab e il suo corpo fu bruciato
nella valle di Kidron.
Poi
Sheba, che la Bibbia descrive come una persona senza dignità, si rivoltò
e galvanizzò il supporto delle tribù del nord contro Davide.
La
rivolta non era scoppiata da molto, che Adonijah cercò di usurpare il
trono.
Come
gli avvoltoi che girano intorno ad un animale morente, questi uomini volevano
strappare il regno a Davide. Non avevano nessuna lealtà verso il loro re,
perchè la loro unica motivazione era un interesse personale.
Tutto ciò può accadere nel ministero cristiano, quando l’interesse personale
diventa la motivazione chiave per il bastone di comando.
Ogni
uomo con un ministero rapidamente in crescita, attrae le persone che vogliono
raggiungere la cima, sfruttando le capacità dei propri leader.
Un
responsabile cristiano confessò: “Ad un certo punto mi sono dovuto fermare
e analizzare ciò che stava
succedendo. Ho scoperto che i miei buoni amici e compagni stavano tutti usando
la mia abilità, per racimolare il denaro necessario a realizzare le proprie, e
personali, ambizioni. Il nostro ministero aveva perso il suo obiettivo dal
momento che ognuno cercava di costruire il suo proprio, piccolo impero come
parte di un ministero più grande. Quando annunciai che saremmo tornati
all’origine del nostro ministero, si rivoltarono contro di me e mi attaccarono”.
Questo è esattamente quello che successe anche a Davide.
Ahithophel, il più intimo
confidente di Davide da trentacinque anni, si affiancò ad Absalom quando si
rivoltò verso il padre. Ahithophel, era il nonno di Bathsheba, e può aver
covato del risentimento nel suo cuore verso Davide per molti anni.
Il
capo militare di Davide, Joab, sostenne Sheba quando si rivoltò,
colpendo Adonijah nel momento in cui cercò di appropriarsi del trono.
Abiathar, il sacerdote personale di Davide per molti anni, cambiò lealtà anch’egli.
Sicuramente,
Davide deve aver pensato: “Non merito qualcosa di meglio di questo, dopo
quarant’anni di duro lavoro come re?”.
Doveva
imparare, come molti di noi, che la vita a volte è ingiusta.
Molte
persone meritano più di ciò che ricevono.
Ho
fatto consulenza ad una donna le cui due figlie non avevano più alcuna
relazione con lei, dicendole: “Consideraci morte”.
Non
le vedeva da dodici anni.
Mi
disse di aver preso le foto che aveva di loro e di averle buttate nel cestino,
sperando che questo gesto, l’avrebbe convinta di non aver mai avuto quelle due
figlie. Nonostante ogni sforzo, non riusciva a far uscire quelle ragazze dalla
sua mente.
Senza guardare ai suoi
errori, penso che sarete d’accordo con me, nell’affermare che si meritava
qualcosa di più.
La vita è ingiusta!
Il regno di Davide si stava sgretolando davanti ai suoi occhi e, dopo la sua
morte gli sarebbe stato anche strappato.
Se dovessimo giudicare
Davide dall’eredità che lasciò a Gerusalemme, ancora una volta dovremmo dargli
un punteggio basso.
IL CUORE DI DAVIDE
Che cosa rese Davide
così speciale per Dio?
Per quale motivo gli
viene dato così tanto onore?
La Bibbia indica
chiaramente che il segreto è nel fatto che Davide aveva un cuore desideroso di
Dio.
Attraverso tutti i suoi
fallimenti, vide Dio con passione.
Alla fine, si spezzò e
diventò sottomesso a ciò che Dio desiderava.
Pensate al momento in cui fu detto a Davide che suo figlio, Absalom aveva
organizzato un sufficiente gruppo per accendere una rivolta ed appropriarsi del
regno.
Scelse di andarsene da
Gerusalemme e, quando lo fece, un intero gruppo di persone, andò con lui.
Zadok con alcuni Leviti
portò l’arca del patto, sperando di tenerla con il re.
...ma Davide disse: «Riporta in città l’arca di Dio! Se io trovo
grazia agli occhi dell’Eterno, egli mi farà tornare e me la farà rivedere
insieme con la sua dimora. Ma se dice “Non ti gradisco”, eccomi, faccia di me
ciò che gli pare» (2 Samuele
15:25,26).
Sicuramente, nessuno più di Davide poteva essere spezzato, davanti al Signore. Voleva
trovare una soluzione al suo caso solamente con Dio, senza ritorsioni e
amarezza.
Questo significa: “Faccia Egli qualunque cosa gli sembra
buona”.
Più tardi quando Shimei maledì Davide e Abishai
chiese il permesso di tagliargli la testa, Davide rispose con la stessa grazia:
«Che ho da fare con voi, figli di Tseruiah? Per cui lasciatelo maledire, perché l’Eterno gli
ha detto “maledici Davide”. E chi può dire: “Perché fai così?”» (2 Samuele
16:10).
Davide stava ora
guardando la vita attraverso le “lenti” di un uomo spezzato e sottomesso. Alla
fine stava ancora camminando col suo Dio,
e anche se aveva peccato grandemente, era un uomo perdonato.
La sua vita era a
brandelli, ma aveva visto la misericordia e l’immensa bontà di Dio.
C’era di più: Dio aveva promesso a Davide che avrebbe stretto per sempre un
patto con lui. In modo specifico:
1) il nome di Davide
sarebbe stato grande;
2) avrebbe avuto un regno
eterno e
3) uno dei suoi
discendenti avrebbe regnato per sempre (2 Samuele7:12-16).
In che modo si compì tutto questo?
Particolarmente,
attraverso Salomone, il figlio di Bathsheba.
Dio prese il peccato di Davide e lo ricamò nel tessuto dei
Suoi scopi, infatti la stirpe di Gesù Cristo era attraverso Bathsheba e Salomone.
(Matteo 1:6)
Un giorno, un po’ di inchiostro fu rovesciato accidentalmente su un bellissimo
e costoso fazzoletto.
Il disastro fu
osservato da un artista, che decise di trarre il meglio dalla situazione. Così
disegnò un’immagine sul tessuto e usò la macchia di inchiostro come parte dello
scenario.
Questo fu ciò che Dio
fece per Davide.
I pasticci del passato
furono incorporati nel piano divino.
Tutto ciò spiega la
ragione della grandezza di Davide. Anche se fu intrappolato in una situazione,
in parte per colpa sua, e in parte a causa di altri, Davide poteva ancora
tornare a Dio. Nonostante fosse un fallimento agli occhi di coloro che lo
guardavano dall’esterno, poté morire tranquillo a causa della benignità del
perdono di Dio e per la meraviglia della Sua grazia.
IL DIO DI
DAVIDE
Per
capire come finì Davide, dobbiamo ricordare come iniziò.
Nelle colline di Giuda,
imparò prima di tutto che le pecore non devono fare niente per essere accettate
dal pastore.
Devono solamente essere
pecore.
Più ubbidienti sono al
pastore, e meglio è per loro, perché lui le guarda e ha cura di loro.
Un pastore è responsabile per le sue pecore.
Immaginate Davide
seduto sulla cima della collina mentre guarda un gregge di pecore e scrive: «Il Signore è il mio pastore, nulla mi
mancherà. Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque
chete» ( Salmo 23:1).
Vogliamo interrompere
Davide e dirgli: “Davide, tutto questo è
meraviglioso, ma il sole splende, l’acqua è fresca, l’erba è verde, Dio è in
cielo, e ogni cosa nel mondo è giusta. Ma Davide, che cosa ne fai del tuo
peccato? Cosa succede quando vaghi lontano dal sentiero giusto? Cosa accade
quando commetti peccato e poi uccidi un uomo per coprirlo? E quando tu conti le
persone e Dio ti ha detto
di non farlo, Davide, cosa succede allora?”.
Davide
continua: «Egli mi ristora l’anima mi
conduce per sentieri di giustizia, per amore del Suo Nome» (Salmo 23:3).
Ma noi vogliamo
aggiungere: “Davide, cosa fai quando il
tuo proprio amico, l’unico amico che tu abbia mai avuto, Jonathan, viene ucciso
in battaglia? E cosa fai quando il piccolino che Bathsheba ti ha partorito, muore? Cosa
fai quando c’è l’omicidio e l’incesto nella tua propria famiglia? E quando il
tuo amato figlio Absalom è ucciso
da un tuo ufficiale militare? Davide, cosa fai allora?”.
Davide continua: «Quand’anche camminassi
nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male, perché Tu sei con
me; il Tuo bastone e la Tua verga sono quelli che mi consolano» (Salmo
23:4).
“Ma
Davide, cosa fai quando sei cacciato da Saul e quando i tuoi consiglieri improvvisamente
seguono un re rivale? Cosa fai quando sei inseguito come un cane attraverso la
valle di Kidron dal tuo proprio figlio Absalom? Cosa
fai allora, Davide?”.
Egli replica: «Tu apparecchi davanti a me
la mensa in presenza dei miei nemici; tu ungi il mio capo con olio, la mia
coppa trabocca» (Salmo 23:5).
Ancora una volta diciamo: “Davide,
pensiamo che tu non capisca, perché stai morendo! Guarda solo alla tua
famiglia. Nessuno è uscito decentemente. Guarda il tuo regno, sta cadendo a
pezzi. Pensa alle tue mogli, Davide, e a quello che pensano di te...ed ora tu
stai per morire. Che cosa fai ora?”.
Davide replica di nuovo: «Per certo beni e
benignità mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita: e io abiterà nella
casa dell‘Eterno per lunghi giorni»(Salmo 23:6); (Dialogo adattato dal libro Davide di Norman Archer, Christian Herald Books, pp. 142,143).
Siamo felici che Davide abbia scritto il Salmo 23 così che le coppie che hanno
figli che sono ribelli, quelli cioè che hanno sciupato un’opportunità dopo
l’altra, sappiano che Dio è ancora il loro pastore.
Allora le generazioni a
venire diranno che non vogliono i fallimenti di Davide, ma che vogliono però il
suo Dio.
E così, il sipario si chiude come si è aperto.
Tutto quello è
Davide e il suo Dio.
Quale epitaffio possiamo adesso scrivere sulla sua vita?
Ad esempio,
l’affermazione che il Signore gli diede nel 2° libro di Samuele «Il Mio servo Davide» (2 Samuele 7:5),
ciò che ognuno di noi spererebbe sentirsi dire.
Ω Ω
Ω Ω Ω
12: GIUDA
Orientato verso la
direzione sbagliata
Un
vecchio Quacchero un giorno mise un cartello su un pezzo di terreno vacante
vicino alla sua casa che diceva: “Darò
questo lotto a chiunque è veramente soddisfatto”.
Un facoltoso contadino
lesse il cartello mentre passava di li, e disse: “Dal momento che il mio amico sta per dare via questo pezzo di terra,
anch’io posso averlo. Sono ricco, ho tutto quello di cui ho bisogno, sono in
grado di propormi”.
Andò a bussare alla
porta e spiegò al Quacchero del perché era venuto.
“E tu sei pienamente soddisfatto?”, chiese il padrone del
lotto.
“Si, lo sono “, fu la risposta fiduciosa. “Ho tutto ciò di cui ho bisogno e sono ben soddisfatto”.
“Amico”, disse l’altro, “se tu sei soddisfatto, come mai vuoi il mio
terreno?”.
Il fatto è che poche
persone sono soddisfatte.
Il loro desiderio di
avere di più li porterà a commettere incredibili peccati. Mentiranno,
diventeranno religiosi, o anche tradiranno i loro amici, credendo che ciò che
otterranno, li soddisferà.
I discepoli vissero per
tre anni insieme ad un uomo simile.
Il suo nome è Giuda, un
nome non troppo popolare oggi.
Non conosco nessun
genitore che abbia chiamato il proprio figlio Giuda, anche se è un nome spesso
citato nelle pagine del Nuovo Testamento.
Il cognome è Iscariota,
che significa letteralmente “un uomo di Kerioth”, una
città nella parte sud di Giuda, un’area conosciuta per i suoi frutteti.
Generalmente, quando pensiamo a Giuda Iscariota, pensiamo a lui come ad un
adulto che tradì Gesù Cristo per trenta pezzi d’argento.
Dimentichiamo che un
tempo fu un adolescente, un ragazzo con tutti i suoi ideali, fantasie, speranze
e sogni tipici della gioventù.
Un tempo fu anche un
neonato tenuto fra le braccia di sua madre, e ispirò grandi sogni nel suo cuore.
Immaginate la gioia in
quella casa Giudea, quando Giuda fu scelto come discepolo da Gesù stesso, la
nuova, brillante speranza di Israele. Nessuno avrebbe predetto in quel giorno
felice che la disperazione e l’oscurità sarebbero sempre state associate al
nome Giuda.
Apparentemente, Giuda
era un uomo dai grandi potenziali.
Il suo nome è la
traduzione della parola ebraica Judah che
significa “lode”.
Tornando ai tempi
biblici, i genitori chiamavano i loro bambini in accordo a ciò che desideravano
che i loro figli diventassero crescendo.
Forse i genitori di Giuda lo
chiamarono così dopo Giuda Maccabeo, uno dei più
grandi
eroi della recente storia giudaica.
I suoi genitori possono aver sperato che un giorno il loro ragazzo sarebbe cresciuto per diventare qualcuno che le persone avrebbero lodato. Ogni volta che l’avessero chiamato dopo i momenti di gioco, si sarebbero ricordati delle meraviglie e della bellezza di una vita vissuta per la gloria di Dio.
Il suo potenziale, fu dimostrato dalla scelta di Gesù, l’irreprensibile figlio di Dio.
Quando Gesù scelse i Suoi discepoli, Giuda fece parte dell’elite, dei pochi privilegiati.
Non sappiamo dove Gesù e Giuda si incontrarono.
Probabilmente, fu quando Gesù si trovava nel sud del paese. Ma dopo quella notte in preghiera, Gesù scelse Giuda per essere tra coloro che avrebbero avuto il privilegio di stare vicino a Lui, per imparare, pregare, e condividere la missione spirituale.
Giuda non fu semplicemente uno dei settanta, il gruppo più grande di discepoli, ma uno del circolo ristretto.
Ebbe il privilegio di vedere Gesù in momenti intimi e personali.
«Ora, alla fine, sanò in grado
di realizzare il compimento delle speranze e dei sogni che avevo da
adolescente. Che opportunità! Cosa diranno ora i ragazzi con cui giocavo? Sulla
cartella scolastica sarà scritto: “Giuda Iscariota è stato selezionato da Gesù
Cristo per essere parte del suo personale gruppo di seguaci”».
Forse, questo è quello che Giuda stava pensando.
A differenza di molti, i cui sogni svaniscono con l’inizio della realtà, Giuda sembrava averli visti avverare. Il suo futuro stava risplendendo e diventava sempre più brillante, giorno dopo giorno.
...eppure, a dispetto del potenziale che era a sua disposizione, Giuda ebbe alcune screpolature nascoste. Queste, non erano ovvie per il resto dei discepoli, ma alla fine, furono portate in superficie, quando le sue vere intenzioni furono rivelate.
EGLI AVEVA UN CUORE AVARO
A dispetto della buona
impronta che Giuda può aver ricevuto a casa sua, in sottofondo, il suo
esteriore religioso nascondeva una mente ingannevole.
Anche se i suoi amici
non la scoprirono, la Bibbia ci mostra qualcosa di sfuggita del suo cuore in
Giovanni 12.
Maria, Marta e Lazzaro
stavano intrattenendo Gesù, quando Maria si avvicinò con un vaso di olio di
nardo schietto, un profumo molto costoso.
Ella lo sparse sui
piedi di Gesù, e lo asciugò con i suoi capelli.
Il profumo si sparse
per tutta la casa.
Eppure, Giuda fu
tutt’altro che compiaciuto da una tale espressione di gratitudine. A lui era
sembrato uno spreco, così molto inopportunamente, chiese: «Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si è dato
il ricavato ai poveri?»(Giovanni 12:5).
Non crediate che Giuda avesse un gran cuore per i bisognosi, anzi,
non era molto interessato alle necessità dei poveri.
Leggiamo: «Or egli disse questo, non perché si curasse
dei bisogni dei poveri, ma perché era ladro e, tenendo la borsa, ne sottraeva
ciò che si metteva dentro» (Giovanni 12:6).
Il suo servizio era
quello di tesoriere e rubacchiava da quello che veniva dato per il sostegno di
Gesù e dei Suoi discepoli.
Abbiamo cercato di immaginare perché Giuda fece questo.
Prese il denaro
semplicemente perché nessuno sapeva ciò che c’era in cassa?
Menti?
Se fosse stato mandato
a comprare cibo, avrebbe detto di aver speso quaranta euro, mentre in realtà ne
aveva spesi trentacinque?
Quello che sappiamo, è
che in questa atmosfera di intimità, la sua frode venne alla luce.
Giuda astutamente
escogitò uno schema che, apparentemente, non fu scoperto fino a dopo la morte
di Gesù. Sotto il “mantello religioso”, stava esibendo alcune delle sue
attitudini e motivi basilari: stava vivendo nella menzogna.
Giuda fu un ipocrita
abilitato.
Luca ci riporta, che
quando i discepoli si riunirono dopo l’ascensione, l’apostolo Pietro fece dei
commenti su ciò che Giuda aveva condiviso nel loro ministero. Evidentemente,
aveva tutti quei doni, abilità, e poteri concessi agli altri discepoli.
Quando cacciarono dei
demoni, pure Giuda cacciò i demoni.
Quando guarirono il
malato, anche Giuda guarì il malato.
Quando predicavano un
messaggio, così faceva lui; e i discepoli non sospettarono mai che qualcosa
andasse storto.
Com’era possibile che Giuda facesse tali miracoli, se non era convertito?
Forse, i demoni
collaboravano semplicemente perché sapevano che Giuda era un ingannatore, e lo
stavano aiutando a nascondere la sua vera identità?
Sicuramente, questo è
ciò che accade oggi, a coloro che pur non essendo convertiti, praticano gli
esorcismi.
Non c’è dubbio che
alcune persone sono spinte in questa
direzione, e di conseguenza si
illudono pensando che questi inganni religiosi mettano il potere di Dio a
loro disposizione.
I demoni sono
incredibilmente soddisfatti di lasciare agire una persona se essa può
perpetrare un tale inganno.
Ad ogni modo, forse le persone che videro Giuda erano convinte, che era una
persona che confidava in Gesù pienamente.
Non sappiamo se Giuda
fosse in grado di compiere miracoli, il fatto è che si era inserito bene in ciò
che stava accadendo.
Certamente Giuda non
era il tipo di persona che arriva al culto in ritardo, si siede nell’ultima
fila, e che se ne va durante la preghiera finale. No, era stato discepolato da
Gesù. Si sarebbe offerto volontario per insegnare alla Scuola Domenicale;
sarebbe stato sicuramente scelto per essere un diacono od un anziano, o forse
anche un pastore. Aveva il comportamento di un “santo”, anche se aveva il cuore
di un diavolo.
Non fu nemmeno offeso da quello che Gesù disse e fece.
Non era uno in cerca di
guai!
Era piuttosto un “collaboratore” che prendeva
costantemente parte a tutto ciò che Gesù stava facendo.
«Persino il Mio intimo amico, su cui facevo affidamento e che mangiava
il Mio pane, ha alzato contro di Me il suo calcagno» scriveva Davide nel
Salmo 41:9.
Anche se Davide si
riferiva al suo amico Ahithophel, queste parole sono riportate nel Nuovo
Testamento in riferimento a Giuda, anche se le parole «...su cui facevo affidamento...» sono state tralasciate, dal
momento che Gesù, conoscendo il suo vero carattere, non pose mai la Sua fiducia
in Giuda.
Anche se Giuda agiva
con successo, permise alla sua avidità di crescere come erba selvatica nel suo
cuore. Anche se era riuscito a nascondere tutto, la sua caduta sarebbe presto
arrivata.
GIUDA
AVEVA UNA MENTE INGANNEVOLE
Quando il cuore è avido, la mente si deve
adeguare per adempierne i desideri.
Giuda provava uno
speciale piacere verso l’argento, e quando i sommi sacerdoti cercarono qualcuno
che potesse tradire Gesù, non si lasciò scappare l’occasione.
In Giovanni 13 Gesù
aveva appena lavato i piedi dei discepoli.
Giuda aveva già preso
la decisione di tradirlo, essendo andato dal sommo sacerdote a chiedere quanto
valesse la Sua vita.
Così, mentre Gesù in
quel momento era curvo a lavare i piedi, Giuda aveva già pianificato in cuor
suo di tradirlo.
In accordo con gli usi, erano radunati per la festa della Pasqua.
Mentre si trovavano
intorno al tavolo, Gesù, tribolato nello spirito, disse loro: «Uno di voi mi tradirà» (Giovanni 13:21).
Per la gran fiducia che
gli apostoli avevano uno per l’altro, nessuno disse: “Oh, penso di sapere chi è! Pietro, mi sono sempre fatto certe domande
sul tuo conto”. No, non sospettarono l’un dell’altro, ma semplicemente
dissero: «Signore, sono io quello?».
L’evangelista Matteo ci
rivela che anche Giuda fece la stessa domanda, ma incluse un dubbio: «Maestro,
sono io quello?» (Matteo 26:25).
Decise di giocare le
sue carte con loro; ognuno stava chiedendo sinceramente: “Signore, sono io quello?”.
Anche Giuda fece lo
stesso, e nessuno sospettava i suoi motivi.
Dopo tutto, lo avevano
visto testimoniare, compiere atti di misericordia, e a volte scacciare demoni.
Egli era “puro come un
bambino”
Ad ogni modo Pietro aveva una gran voglia di conoscere l’identità
dell’imputato, così sussurrò a Giovanni, forse al di à del tavolo, «chiedigli
chi è» (Giovanni 13:24).
Giovanni fece cosi, e
Gesù sussurrò a sua volta a Giovanni, così che apparentemente nessun altro
sentisse: «E’ colui al quale Io darò il boccone dopo averlo intinto» (Giovanni
13:26).
L’uso comune era che l’ospite immergesse un pezzetto di
carne nella salsa e lo desse alla persona alla sua sinistra come invitato
d’onore.
Per questa festa di
Pasqua, quella persona era Giuda.
Così, mentre Gesù
immergeva la carne nell’intingolo per darla a Giuda, stava in effetti dicendo: “Giuda, vuoi veramente andare avanti in
questa decisione? Questa è la tua ultima opportunità di rinunciare ai tuoi
intenti. Ti sto onorando e ti sto confermando una piena accettazione insieme ai
discepoli”.
Apparentemente, la
maschera di Giuda era così ben “fissata” che non fece una piega; non diventò
nemmeno pallido o nervoso; stette seduto, calmo, imperturbabile perchè, tutto
quello che riusciva a immaginare, erano quei trenta sicli d’argento.
Nessuno, eccetto Cristo, sapeva
cosa stava succedendo nel suo cuore ribelle ed avaro,
Anche se Cristo non era
nel suo cuore, era sulle sue labbra.
Mentre Gesù e gli undici
camminavano nel giardino del Getsemani, Giovanni avrebbe potuto rivelare
qualcosa agli altri discepoli, manifestando che Giuda era un traditore.
Dopo aver pregato,
apparirono le guardie del tempio, condotte da Giuda stesso, il quale abbracciò
Gesù, fingendo di mostrargli il suo amore, dicendo: “Ti adoro”.
Attraverso questo gesto
le guardie ricevettero un ben differente messaggio: “Egli è l’uomo che siete venuti ad arrestare e uccidere. Catturatelo”.
Giuda fu così viscido,
che fece passate una grande perfidia per lealtà.
Gesù rispose con la Sua
caratteristica gentilezza: «Amico, cosa
sei venuto a fare?» (Matteo 26:50).
Egli non apparve
arrabbiato, e naturalmente non era sorpreso.
“Il dado era stato tratto”.
Giuda se ne tornò a casa liberamente.
Aveva i suoi trenta
sicli d’argento, una buona somma considerando l’inflazione di quei tempi.
Sicuramente Gesù, era
stato preso in custodia, ma al di là del suo tradimento, probabilmente sarebbe
comunque stato arrestato. Così, se ci si poteva guadagnare qualcosa, perché no?
...improvvisamente, la
gioia di Giuda finì, quando vide che Gesù era stato condannato, così che il
rimorso riempì il suo cuore. Allora tornò dai capi sacerdoti e dagli anziani e
restituì i trenta sicli d’argento dicendo: «Ho
peccato, tradendo il sangue innocente» (Matteo 27:4).
Quale fu la loro
risposta?
«Che c’importa! Pensaci tu»(Matteo 27:4).
Vedendo una tale
indifferenza alla sua angoscia emotiva, buttò il denaro nel tempio, se ne andò,
e si impiccò.
L’apparenza era
spezzata.
Giuda ebbe abbastanza sensibilità per
sperimentare il rimorso, ma non abbastanza, per sperimentare il pentimento.
Il rimorso non conduce
al pentimento se abbiamo un cuore duro.
Giuda non aveva mai
creduto in Cristo; perciò è più facile credere che sia andato all’inferno
piuttosto che in cielo.
Anche se l’avidità di cuore
di Giuda iniziò come la crescita di un giovane albero, si trasformò poi in una
possente quercia.
Il peccato non rimane mai allo stesso livello. O cresce in
potere e in controllo, o al contrario la sua autorità diminuisce sotto il
potere di Gesù Cristo. Cedere alla tentazione è come buttare un pezzo di carne
ad una piccola, ma feroce tigre. Il peccato implorerà per una sempre maggiore
soddisfazione, promettendo che quello che vuole è solo un altro piccolo
boccone, mentre il giorno dopo ritorna e chiede di più, e diventa più forte che
mai.
Giuda non poteva
prevedere il senso di colpa che lo avrebbe avvolto.
Ancora una volta
impariamo che le conseguenze del peccato sono nascoste ai nostri occhi.
Le persone oggi possono
dire: “Voglio ottenere qualcosa in questo
mondo; lo voglio, e sono disposto a sacrificare qualsiasi cosa per
ottenerlo”, ma una volta ottenuto quello pensavano fosse un dessert, esso
diventa in realtà amaro come l’assenzio.
Il rimorso può trasformare
qualsiasi piacere in pena.
Giuda lo sperimentò, e
improvvisamente l’argento perse il suo fascino.
Il peggio è che non
espose il suo rimorso in presenza di Cristo: l’unico posto dove poteva essere
lavato.
Il rimorso è la colpa che nasce quando siamo lontani da Gesù Cristo.
E’ quel senso di
vergogna che si nasconde nel nostro cuore, quando non riceviamo il perdono di
Dio.
Giuda fu così sommerso
da questo che fece ciò che venticinquemila Americani ogni anno fanno: si suicidò.
Come adempimento della
profezia, fu incapace di ottenere il perdono di Gesù Cristo.
Perché Gesù scelse
Giuda?
Probabilmente perché
Giuda rappresenta l’intero genere umano.
Gesù voleva dire alle
generazioni a venire: “Questo è il cuore
dell’uomo. Questo è ciò che l’uomo è: ha l’abilità di apparire buono nell’esteriore,
ma dentro è marcio”.
La malvagità di Giuda
non dovrebbe sorprenderci.
Ho conosciuto persone
che hanno “venduto” Gesù per ben meno di trenta sicli d’argento.
A causa dei piccoli
tesori che tengono nelle loro mani, non chiedono a Gesù di entrare nelle loro
vite.
L’orgoglio,
un’osservazione offensiva, o l’amore per il piacere; ci sono cento e una scusa
molto più deboli di trenta sicli d’argento.
LEZIONI PERSONALI
Giuda ci ricorda che
nessuna posizione d’onore, può sostituire la conversione personale. Non importa
quanto sei arrivato in alto nella scala della rispettabilità; un giorno
scoprirai che quella scala è stata appoggiata al muro sbagliato! A dispetto
dell’onore e del rispetto che puoi aver ricevuto, non hai un sostituto per la
conversione, se vuoi andare in cielo piuttosto che all’inferno.
Infatti, forse la lezione più importante che traiamo dalla
vita di Giuda, è questa: la porta dell’inferno è vicina a quella del cielo.
Anche se visse vicino
al Figlio di Dio che era in grado di salvarlo, Giuda tornò indietro a causa del
suo cuore avaro.
Sparsi per la Scrittura
ci sono molti epitaffi.
Sulla tomba di Giuda
avremmo scritto le parole di Gesù: «Sarebbe
stato meglio per lui non essere mai nato» (Matteo 26:24).
Che vantaggio si
avrebbe avuto se quei genitori che vivevano a Kerioth
non avessero mai concepito quel bambino!
Che tragedia!
Pensare che Giuda, che
visse con Cristo per così tanto tempo, sarebbe stato all’inferno per sempre!
Come alcuni insegnanti
della Scuola Domenicale, così anche alcuni anziani e pastori e alcuni giovani
cresciuti in ottime famiglie cristiane sono persi, perché non sono mai nati
veramente di nuovo, attraverso la fede in Cristo.
Tradiscono Cristo in
ogni inno che cantano, in ogni loro preghiera, e in ogni opera buona che fanno.
Anche se appaiono essere uno con Lui, i loro cuori sono puntati in una diversa
direzione.
Dal momento che Cristo
è l’unica porta per il cielo, il rischio è di camminare vicini a Lui, senza
però entrarvi.
Ω Ω
Ω Ω Ω
13: RISTORARE GLI ABBATTUTI
Come iniziare
Recentemente un mio
amico ha dovuto rassegnare le dimissioni da pastore a causa di una relazione
extra coniugale.
Dopo solo due giorni
che la cosa era stata scoperta, lasciò la zona con sua moglie e il resto della
famiglia.
Ora il mio problema è
come raggiungerlo e riportarlo alla comunione dei santi.
Devo ammettere che sono
riluttante nel lasciarmi coinvolgere..., dopo tutto potrebbe avere un senso di
vergogna, quando mi metterò in contatto con lui.
Dal momento che non
vive nella porta accanto alla mia, posso evitarlo senza alcuno sforzo.
...e così, se seguo la
mia inclinazione, non farò niente.
Ma dovrei?
Supponete che Mosè
abbia bussato alla vostra porta nel suo viaggio verso Madian.
La notizia
dell’omicidio dell’Egiziano ha già fatto il giro del vostro paese, ma voi siete
lontani parenti per via di madre.
Invitarlo a casa è un
rischio molto grosso, ma è un amico che ha bisogno di aiuto.
A questo punto, cosa
fate?
Siete un membro della congregazione di Filippi.
Un amico vi racconta
che Dema è in città, ma non viene a visitare i suoi amici.
Dovreste provare a
trovare Dema, o è sua responsabilità quella di mettersi in contatto con la
chiesa locale?
Credetelo o no, la
Bibbia ha molto da dire sulla restaurazione.
Prima di sviscerare il
tutto, consideriamo alcune ragioni per cui siamo spesso genuinamente perplessi
su come dovremmo comportarci.
1) essere amichevoli con
le persone che hanno sbagliato non appare essere un giusto approccio con il
peccato. Se un uomo pecca, deve pagare: se viene ristorato troppo facilmente,
stiamo dando l’impressione di non prendere il peccato sul serio. Così
giustifichiamo la nostra mancanza di azione con il credo che l’offensore deve
pagare il suo debito;
2) possiamo aver paura di
essere considerati dei complici. Se siamo conosciuti come persone che amano
spendere tempo con coloro che sono caduti, saremo considerati dagli altri
altrettanto colpevoli. “Gli uccelli dallo
stesso piumaggio volano insieme”,
3) forse, la ragione più
importante per cui non vogliamo essere coinvolti è che il confronto è scomodo.
Se c’è stato un fallimento morale, c’è della vergogna. Se un matrimonio è
andato in frantumi, è difficile per la coppia ammettere di non avercela fatta.
Proprio alcune settimane fa ho telefonato a degli amici
che hanno avviato le pratiche per il divorzio.
La moglie ha risposto al telefono, ma si è rifiutata di
parlare con me; mi sentivo a disagio e probabilmente anche lei.
Fortunatamente, il marito è venuto al telefono riscattando
la moglie da questo momento imbarazzante.
Eppure, entrambi, a modo loro, stavano cercando qualcuno
con cui sfogarsi. I loro amici li avevano abbandonati; si sentivano isolati e
soli.
Se non avessi fatto il primo passo, certamente non
avrebbero preso l’iniziativa.
In che modo possiamo essere d’aiuto nel rimettere insieme delle vite spezzare?
Quest’estate ho comprato per le mie figlie una bella
piscina.
Incredibilmente, è arrivata in una piccola scatola, e
quando ne ho estratto i pezzi non sembrava per niente una piscina, e neanche
che lo sarebbe diventata.
Accettai l’aiuto di un amico e dopo aver letto attentamente
le istruzioni, i pezzi che originariamente sembravano non avere nessuna
relazione fra loro, assunsero una forma speciale.
Presto ammirammo la nostra bella piscina e nessun peno
mancava.
Ognuno di noi ha conosciuto vite simili alla “piscina”
iniziale, cioè solo un fascio di pezzi sconnessi e senza nessun uso apparente.
Desiderate di avere fra le mani un manuale che vi dia
qualche idea del punto dal quale iniziare.
Desiderate anche che ci sia un modello per darvi grossomodo
un’immagine di come il prodotto finale dovrebbe essere.
Naturalmente, c’è un libretto di istruzioni, scritto
dall’Autore della Vita.
Come nostro Creatore, Egli sa come fare di noi un essere
completo, ma noi dobbiamo dargli tutti i pezzi.
A volte, abbiamo bisogno degli altri per aiutarci nella
ricostruzione.
C’è un ruolo che voi ed io dobbiamo giocare nell’aiutare i
nostri fratelli e sorelle.
E forse un giorno noi, a nostra volta, avremo bisogno di
loro perché nessuno è esente da un devastante fallimento.
Se un credente non è ristorato, la forza della chiesa è
indebolita.
Siamo soldati dello stesso esercito, membri della essa
famiglia, pietre dello stesso edificio.
Ecco il motivo per cui un credente che non ha comunione con gli altri, non crescerà mai nella
vita cristiana.
Paolo, quando parlava ai credenti di Colosse, espresse la
speranza; «affinché i vostri cuori siano consolati,
essendo uniti insieme nell’amore, e ottengano tutte le ricchezze della piena
certezza d’intelligenza per la conoscenza del mistero di Dio Padre e di Cristo»
(Colossesi 2:2).
Se i credenti non sono uniti nell’amore di Cristo, non
possono entrare nella completezza di Dio.
Ora passiamo al manuale di istruzioni di Dio.
Paolo risponde a diverse domande sulla restaurazione in
Galati: «Fratelli, se uno è sorpreso in
qualche fallo, voi che siete spirituali,
rialzatelo con spirito di mansuetudine. Ma bada bene a te stesso, affinché non
sii tentato anche tu» (Galati 6:1).
1)
Che cosa significa la parola ristorare? La parola
Greca usata nel Nuovo Testamento è “rammendare
le reti” e “rimettere a posto un
osso rotto”. Sfortunatamente, ci sono molti credenti le cui vite non sono
mai state rammendate; ci sono molte “ossa rotte” nel corpo di Cristo che non
sono mai state propriamente rimesse a posto. Molti cristiani che portano
frutto, zoppicano, essendo incapaci di trovare il loro equilibrio spirituale. Restaurazione, significa che un cristiano
caduto, viene riportato ad una piena comunione con Dio e con la chiesa.
Anche se non sempre sarà riportato al suo precedente ministero, sarà trattato
amichevolmente e ricevuto pienamente come membro del corpo dei credenti. Questo
è ciò che ha bisogno più di tutto, che la forza dei suoi confratelli, sia la
sua.
2)
Dovremmo prendere l’iniziativa? La risposta di Paolo è “voi che siete spirituali“. Forse non
c’è un testo chiaro sulla spiritualità, contro la carnalità quando un credente
è colto in un peccato. Il cristiano carnale non è seriamente interessato nel
ristorare un cristiano ribelle. E’ più portato, piuttosto al pettegolezzo con
uno spirito di auto-giustizia, sperando che la persona paghi per il suo peccato
fino all’ultimo centesimo. C’è una soddisfazione nascosta nel sapere che qualcuno
è stato colto nella trasgressione. Se il peccato è di sensualità, il credente
carnale vorrà a tutti i costi, che l’accusato sconti la sua giusta pena.
Probabilmente, come il fratello più anziano nella storia del figlio prodigo, il
credente carnale desidererebbe segretamente di poter provare i piacere di una
terra lontana, Così il pensiero che qualcuno abbia gustato i piaceri del mondo
e ne sia stato catturato, accresce la sua malvagità. Dal momento che il
credente carnale sente di essere stato ingannato da questi piaceri, vuole
essere sicuro che altri non ne godranno. Così la sua soddisfazione deriva dal
criticare colui che è caduto; dopo tutto, i credenti si sentono un po’ più
“alti” degli altri quando sono in grado di comparare sé stessi con il compagno
che ha sbagliato.
La persona spirituale reagirà con dispiacere. Non permetterà che delle parole
nocive escano dalla sua bocca. Sa che se il suo fratello è stato ferito, allora
anche lui lo è. E’ sensibile e realizza che se un osso rotto non è aggiustato
correttamente, non guarirà mai più nel modo in cui avrebbe dovuto. Più
importante ancora, sa che il suo proprio cuore potrebbe commettere lo stesso
peccato nella giusta circostanza. Sa che la sola differenza tra sé stesso e gli
altri è la grazia di Dio. Il credente spirituale, allora, dovrebbe prendete
l’iniziativa. E’ sia antibiblico che cruento, aspettare che il credente che è
caduto cerchi gli altri fratelli. Colui che ha peccato avverte il rigetto; non sa
se i credenti lo riceveranno o no. La sua colpa e la
sua vergogna lo portano lontano da coloro di cui ha un bisogno disperato. Il
credente spirituale dovrebbe, prendere l’iniziativa.
3)
La terza domanda si costruisce sulla seconda: quale
dovrebbe essere l’approccio? “Con uno
spirito di mansuetudine”. Se la persona ha un osso rotto, non vuole essere
spinta in un posto con un piede di porco. Ecco perché il credente carnale non è
la persona più adatta per un simile approccio, anche se fosse felice di andare.
Aggiungerà delle colpe e accrescerà l’alienazione che il fratello già prova.
Invece di usare un cerotto per la ferita, userà dei sale.
Se un peccato è stato commesso, l’offensore deve essere disposto a pentirsi.
Poi, quando è possibile, deve esserci la riparazione. Spesso il processo di restaurazione deve essere
fatto a piccoli passi, per verificare la sincerità del credente
nell’ammettere gli errori sulla sua strada. E se la persona non si pente? Gesù
l’ha messa in questa maniera: «Ora se il
tuo fratello ha peccato contro di te, va e riprendilo fra te e lui solo; se ti ascolta, tu ha guadagnato il tuo
fratello; ma se non ti ascolta,
prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per
bocca di due o tre testimoni. Se poi rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa;
e se rifiuta anche di ascoltare la chiesa, sia per te come il pagano e il
pubblicano» (Matteo 18:15-17). Così, se una persona non vuole riconoscere
il suo peccato, deve essere tagliato fuori dalla comunione dei credenti con la
chiara comprensione che egli è messo sotto il dominio di satana in modo che
possa essere portato al ravvedimento. Ancora una volta, lo scopo ditale
disciplina è di riportare una riconciliazione.
Naturalmente, ci
sono altre occasioni in cui dobbiamo ristorarci l’un l’altro anche se nessun
peccato è stato commesso.
C’era un uomo che fallì con il suo lavoro dal quale si
aspettava grandi cose.
Pensava che fosse l’occasione che aveva sempre aspettato.
Tutti sapevano della sua promozione, ma tutti i suoi sogni
finirono in un disastro.
Ora era solo e si sentiva di non poter guardare nessuno
negli occhi.
Qualcuno doveva andare e fargli sapere che era ancora un
amico amato e benvenuto.
Questo, quindi, è il nostro ruolo come credenti.
Dobbiamo fare tutto quello che possiamo per aiutarci l’un
l’altro a state in comunione con Dio e il Suo popolo.
A volte è difficile per coloro che hanno vissuto con
atteggiamenti sbagliati per molti anni, essere ristorati nella comunione.
Satana vuole che pensiamo che abbiamo fatto un così grande
investimento
nel nostro presente che non possiamo cambiare la direzione delle nostre vite.
...naturalmente possiamo!
Incamminiamoci oggi stesso per dare ristoro a qualcuno.
Non è mai troppo tardi per fare ciò che è giusto!
Sto compiendo i passi necessari per contattare il mio
amico pastore menzionato nell’apertura di questo capitolo.
Vorresti anche tu raggiungere qualcuno che in questo
momento ha bisogno di te?
Erwin W. Lutzer
Titolo originale: When a good falls
Traduzione in italiano a cura di Cinzia Giorgi
tratto e liberamente adattato da «SOLI DEO GLORIA»