Gesù è la via
Un luogo sgradevole, ma...
Vorrei portarvi quest’oggi fuori
dalle mura della città di Gerusalemme, nell’anno 33 circa della nostra era, in
un luogo chiamato Golgota. E’ un posto assolutamente sgradevole, anzi,
orribile: sia perché vi buttano la spazzatura, -e vi potete immaginare la
puzza- sia perché quello è il posto in cui veniva di solito eseguita la
condanna a morte dei criminali tramite crocifissione -e vi potete anche
immaginare le grida e i pianti. Era un’usanza barbara: inchiodati su delle
travi di legno, essi morivano dopo terribili sofferenze.
Mi direte: ma perché vuoi portarci
in un posto simile? Non sarebbe meglio un bel giardino primaverile in riva ad
un tranquillo lago insieme a bella gente che prende il sole? E poi, che razza
di modo di iniziare un discorso, che prospettive: invece di attirare la gente,
la fai scappare! Eppure, proprio in questo orribile posto è avvenuto qualcosa
che vale la pena di considerare, credetemi.
La fine di una vana
illusione?
Ecco tre croci su cui tre uomini
stanno terminando la loro esistenza terrena in modo terribile si, ma anche
vergognoso: la loro vita è stata un fallimento... Ladri, assassini, rifiuti
della società. Un momento però: lì al centro c’è un uomo che -a quanto si dice-
non aveva commesso alcun male: un certo Gesù, di Nazareth, di Lui dicevano
tante cose: faceva affermazioni sorprendenti su sé stesso... Perché è finito in
quel modo? Un errore giudiziario, una spietata vendetta? Pare fosse stato un
tempo famoso: andava in giro facendo del bene a tutti, parlava di Dio... ora -è
stupefacente- tutti lo hanno abbandonato. Ascoltate: grida che persino Dio lo
ha abbandonato! Ai piedi della croce c’è soltanto sua madre in lacrime e il suo
migliore amico, è già qualcosa...
Sono gli ultimi istanti della sua
vita. Ecco che dice qualcos’altro: "E’ finita!". A me sembra il grido
di chi dice qualcosa come: "Ho fallito tutto ciò che mi ero proposto di
fare". "Eh si, non mi sorprende," direbbe qualcuno, "in
questo mondo non ne vale proprio la pena di far nulla, la vita è vuota,
assurda, senza senso. A che serve fare il bene? Tanto nessuno ti dice mai
grazie, anzi, ti sputano in faccia". Altri direbbero: "Ah,
così finiscono sempre gli illusi, i fanatici, i pazzi. Se vuoi sopravvivere,
nella vita non metterti mai in evidenza, resta anonimo nella folla
anonima...".
"E’ finita...". Era
questo che intendeva?
In ogni caso era finita la
sofferenza, il dolore, la derisione dei suoi aguzzini ed avversari che avevano
vinto. Una tela di misericordia sarebbe presto calata sulla scena. Non ci
sarebbero più stati fardelli da portare, dolori da patire, tormenti da
sopportare. Le forze della malvagità avrebbero presto compiuto la loro maggior
prodezza, e nulla di più sarebbe stato loro possibile. Era finita.
Si, e più che una vita sembrava
finita. Erano finiti i sogni e le speranze che un tempo avevano affascinato le
masse. Era cessata la voce del Maestro che un tempo risuonava di forza e
d’autorità. Era finita quella folle carriera che solo pochi giorni prima aveva
eccitato gli evviva di centinaia di cuori. Era finito quel regno che Egli aveva
proclamato con tanta certezza.
A quale altra conclusione potresti
giungere quando un uomo che un tempo proclamava di essere re ora era appeso là
come il peggiore fra i criminali? Almeno aveva la presenza di spirito da
vederlo da solo, il coraggio di ammettere prima di morire che le sue illusioni
s’erano infrante... Anche per Cristo il mondo s’era rivelato troppo duro,
troppo violento, troppo spietato, del tutto insanabile.
Una morte annunciata
Eppure la fine di Gesù detto il
Cristo, questa fine, non era stata proprio una sorpresa.
Facciamo un passo indietro ed
incontriamo Gesù con i Suoi discepoli in occasione dell’ultima cena, il giovedì
sera, prima di quel fatale venerdì che i cristiani chiamano "santo",
ma che santo pare ben poco essere. I Suoi discepoli aspettavano il glorioso
regno di Dio in terra. Gesù, con i Suoi atti di giudizio, di liberazione, di
guarigione, di risurrezione, lo stava inaugurando. Avevano riposto in Lui tutta
la loro fiducia e speranza, lo avevano acclamato quando, entrando in
Gerusalemme, sembrava dovesse finalmente prendere il potere, cacciare gli
occupanti, i governanti corrotti, i religiosi compiacenti...
No, non sarebbe stato così. Con grande
sgomento ed incredulità dei Suoi discepoli aveva loro rivelato (e non era la
prima volta): "Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua, e il Figlio
dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso" (Mt. 26: 2).
"Voi sapete? Ma che sta dicendo?". E quella sera aveva detto: "In
verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà..." (13: 21), e
poi a Giuda: "Quello che devi fare, fallo presto" (13: 27), e
ancora: "Figlioli, è per poco che sono ancora con voi... dove vado io
voi non potete venire" (13: 33). E Pietro: "Signore, dove
vai?", e Gesù di rimando: "Dove vado io, non puoi seguirmi per
ora; ma mi seguirai più tardi" (13: 36). "Tutto questo non ha
senso," pensavano i discepoli di Gesù, "siamo pronti per il trionfo e
tu prospetti per te stesso un assurdo fallimento annunciato e addirittura
cercato! Perché questo inutile sacrificio?". Si, Gesù si stava avviando
consapevolmente verso la morte, "fra le fauci del leone": che senso
poteva avere tutto questo?
Potete così immaginare l’atmosfera
di quella sera nel cenacolo dove erano riuniti per celebrare il rito della
Pasqua. Doveva essere un evento lieto quella cena, ma le facce erano lunghe e
depresse. Tutte le speranze e attese dei discepoli erano state profondamente
scosse e si trovano del tutto disorientati. La calma della presenza
rassicurante di Gesù (si, perché stare in compagnia di Gesù era ed è
meraviglioso) si trasforma nella tempesta dell’angoscia d'essere
improvvisamente privati del loro amato Maestro. Non solo questo, ma li angoscia
pure per l’annunciata apparente rinuncia o fallimento del programma di Gesù, un
vero e proprio incomprensibile "suicidio". La loro fede va in crisi,
si sentono confusi e forse traditi.
La situazione era sotto
controllo!
Contro ogni aspettativa e umana
comprensione, però, la situazione era sotto controllo!
"Il vostro cuore non sia
turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me" (14:1) aveva detto Gesù quella sera ai
Suoi discepoli. Notevole, non è vero, per Uno che stava per recarsi nell’agonia
del Getsemani, alla tragedia del tradimento, del rinnegamento ed abbandono,
alla vergogna di quel processo burla, a quella dolorosa flagellazione, via
crucis, e terribile crocifissione. Notevole che ancora Gesù volesse confortare
e rassicurare i Suoi discepoli. Gesù non chiedeva conforto, ma lo offriva, Gesù
in quel momento diceva loro in realtà: "Continuate ad aver fiducia in me:
io so quello che sto facendo".
Avevano creduto in Lui ed ora la
sfida era continuare a farlo, anche nelle circostanze meno favorevoli, dove
tutto sembrava favorire meno che la fede. Egli li esortava a credere in Lui
come credevano in Dio, di confidare in Lui anche se non "vedevano" o
non comprendevano "la logica" di quanto stava per avvenire. Gesù, che
non aveva mai mentito, o ingannato, o deluso alcuno che avesse confidato in
Lui, diceva loro di camminare per fede più che per visione, attraverso le
tenebre di quell’ora.
Un grido di trionfo!
Torniamo adesso alla croce a
quelle ultime parole di Gesù, a quel "E’ finita" che noi avevamo
interpretato come un’ammissione di fallimento.
Forse non abbiamo ascoltato bene
le parole di Gesù, forse le abbiamo interpretate male, proiettando su di esse
le nostre frustrazioni, la nostra delusione, il nostro pessimismo, il nostro
cinismo a proposito della vita. Si, perché se ne leggiamo i resoconti con
maggiore attenzione, vediamo che gli evangelisti Matteo, Marco, e Luca
aggiungono un particolare a ciò che noi abbiamo tradotto da Giovanni con
"E’ finita". Essi mettono in evidenza come, prima di morire, Gesù
avesse gridato "a gran voce".
Si, Gesù non sussurra disfatto e
disperato, non è un triste addio alla vita! Questa "gran voce"
è esattamente la frase che è usata in greco per indicare un grido di vittoria,
un grido trionfante, come avrebbe potuto uscire dalla gola di un corridore
primo al traguardo, il grido che avrebbe potuto uscire da un lottatore esausto
ma felice che vince un duro combattimento. Com’è possibile?
C’è però di più, c’è la parola
stessa che era uscita dalle Sue labbra, non andrebbe tradotta non con "E’
finita!", ma con "E’ compiuto" perché in greco si tratta di una
sola chiara parola: Tetelestai! Finito! Compiuto! Realizzato!
Si, non si trattava della debole
ammissione che, grazie a Dio, finalmente tutto era finito, ma dell’affermazione
trionfante che l’opera che Egli era stato mandato a compiere era stata così
compiuta, portata a termine, realizzata. La missione che Gli era stata
assegnata era stata compiuta. Nonostante incredibili difficoltà, nonostante
barriere apparentemente insormontabili, Egli l’aveva fatta! Che ora dicano quel
che vogliono, facciano ciò che vogliono. Essi non possono più né danneggiare né
distruggere ciò che Egli ha compiuto.
Il verbo che Gesù aveva scelto non
era casuale, ma indicava un preciso proposito, ed il verbo che aveva usato
indicava il compimento di quel proposito. E’ compiuto. La nave era stata
portata al porto con le bandiere ancora al vento, malconcia, ma sicuramente,
nonostante la resistenza degli avversari.
Il compimento di una
missione
Ora però, che cosa esattamente era
stato compiuto? Che cosa aveva finito? Certo la Sua vita, ma che cosa aveva
compiuto, che cosa aveva completato col termine della Sua vita, in quel modo?
Qual era stato l’obiettivo, il risultato che aveva ispirato al nostro Signore
mentre moriva, questo senso di vittoria, trasformando persino la Sua morte in
un trionfo?
Vi sono molte certo molti modi per
rispondere a questa domanda come vi sono molte risposte che vanno al di là
delle limitate capacità della nostra mente di intendere e di comprendere. Forse
però non è la nostra limitata capacità intellettiva a impedirci di comprendere
il senso delle cose di Dio. E’ solo che, come dice il Signore per bocca del
profeta Isaia: "Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né
le vostre vie sono le mie vie... come i cieli sono alti al di sopra della
terra, così sono le mie vie più alte delle vostre, e i miei pensieri più alti
dei vostri pensieri" (Is. 55: 8,9).
Si, il Signore Iddio, in Cristo,
"si diverte" a capovolgere i nostri valori, la nostra logica, il
nostro modo di ragionare. In ogni caso, è proprio con i nostri valori, la
nostra logica, il nostro modo di ragionare che noi abbiamo causato e causiamo
la rovina di noi stessi e del nostro mondo. Quando mai lo capiremo? L’apostolo
Paolo scrive:
"Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la
propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti
con la pazzia della predicazione. I Giudei, infatti, chiedono miracoli e i
Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei
è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto
Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio;
poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più
forte degli uomini" (1 Co. 1: 21-25).
La logica di Dio in Cristo è
diversa dalla nostra, ma in essa c’è sapienza, e beati sono coloro che,
rinunciando alle logiche di questo mondo, per grazia di Dio la colgono!
In effetti, nessuno che abbia
studiato la vita di Cristo gli può sfuggire che si trattasse di un uomo con
una missione da compiere. Anche all’età di dodici anni Egli era cosciente
di doversi occupare delle cose del Padre Suo. E poi negli anni più maturi del
Suo ministero, "le cose di Suo Padre" sarebbero state il motivo
d’ogni Sua parola ed azione.
Erano "le cose di Suo
Padre" che l’avevano portato attraverso la Galilea a predicare il Regno di
Dio e la Sua giustizia. Erano "le cose di Suo Padre" che l’avevano
fatto salire al Calvario con quella pesante croce. Erano "le cose di Suo
Padre" che l’avevano inchiodato a quella croce. Ed ora erano "le cose
di Suo Padre" che Egli aveva completato con il grido vittorioso: "E’
compiuto!".
E quali erano "le cose di Suo
Padre"? Si potrebbe dire che sia nella Sua vita che nella Sua morte
l’opera di salvezza che Gesù compiva era di aprire la via per riportare uomini
e donne a Dio, al loro Creatore e legittimo Signore, da cui ci siamo
allontanati pretendendo di essere Dio e legge a noi stessi. E’ vero, ma dire
così ancora non esprime la verità più profonda sul nostro Signore. Ancora più
profondo era il fatto che la Sua missione era di riportare Dio all’uomo.
Gesù infatti non era semplicemente un profeta come tanti, che pianta un
cartello indicatore che punta verso il monte di Dio. Non era Qualcuno che
portava un messaggio che in qualche modo è separato da sé stesso. Su quel
"cartello indicatore" era stato "inchiodato" Lui, di più
ancora, Dio stesso, in Cristo era venuto nel fango di questo mondo per
sporcarsene e per tirarne fuori noi che ci stiamo affondando. Egli era (ed è)
la via di Dio verso di noi che si fa uomo pagandone di persona tutte le
conseguenze!
Dio in Cristo
Ritorniamo alla scena dell’ultima
cena. Gesù è perfettamente cosciente di aver vissuto quello che ha vissuto per
un servizio di amore verso questa povera umanità, per ciascuno di noi.
Egli un giorno aveva detto: "il Figlio dell’uomo non è venuto per
essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per
molti" (Mt. 20:28). La Sua missione non era finita, ma veniva compiuta
proprio tramite quell’assurda" morte e sarebbe continuata. Difatti Gesù
dice ai Suoi discepoli: "Io vado a prepararvi un luogo. Quando sarò
andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò, e vi accoglierò presso di me,
affinché dove sono io, siate anche voi, e del luogo dove io vado, sapete anche
la via" (Gv. 14: 2-4).
Si, tutto ciò che Gesù compie
nella Sua vita e nella Sua morte, tutto ciò che Egli compie tornando a Dio
Padre e ritornando un giorno per noi ancora futuro, è finalizzato ad un unico
scopo la nostra riconciliazione con Dio. Eravamo stati creati per essere
in comunione con Dio, per vivere in stretta collaborazione con Lui, la nostra
vita è completa e realizzata solo con Lui. Abusando però delle facoltà uniche
nel loro genere di cui Dio ci aveva dotato, abbiamo ritenuto di potere fare a
meno di Lui, di saperla più lunga noi su come vivere. Volevamo essere Dio a noi
stessi e legge a noi stessi e abbiamo rovinato la nostra esistenza. La nostra
vita trascorre all’insegna della frustrazione e della morte, dell’inutilità e
della distruzione, meritiamo la tragica sorte che ci siamo tirati addosso.
Dio però, in Gesù viene in questo
mondo al fine di ricuperare quest’umanità perduta. Raccoglie intorno a Sé
uomini e donne che vuole trasformare radicalmente per riportarle alla dignità
originale di figli e figlie di Dio. Li istruisce su chi siamo veramente e su
chi eravamo destinati ad essere come creature umane, rivela loro il volto di Dio.
Paga morendo in croce assumendo sulla Sua persona, sulla Sua carne, l’amaro
prezzo del loro peccato. Guadagna loro la possibilità di una comunione
ristabilita con Dio, va a "preparare loro un posto in cielo" e
ritornerà per prenderli con sé.
Tommaso chiede: "Signore,
non sappiamo dove vai; come possiamo saperne la via?" (14: 5) e Gesù
risponde con quelle memorabili parole: "Io sono la via, la verità e la
vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (Gv. 14: 6).
E’ come se avesse detto: "Signore,
qual è la via che porta verso una vita migliore, lontano dalla miseria e dalle
frustrazioni di questo mondo? Signore, qual è la via che porta alla libertà dal
nostro profondo senso di colpa e dai nostri peccati per poter tornare a
‘riattaccare la spina’ alla fonte di ogni bene dalla quale siamo staccati?
Signore, qual è la via che porta a Dio, misterioso, lontano ed occulto ai
nostri occhi? Signore, qual è la via che ci porta a far chiarezza dalla
confusione di religioni in cui siamo immersi? Signore, qual è la via che porta
ad una vita significativa ed eterna?". E Gesù risponde: "Io
sono questa via: tutto quello che io sono, ho fatto e faccio per la vostra
salvezza. Dio e tutto il bene che Egli rappresenta non è più lontano perché
sono io venuto in mezzo a voi".
E quella sera Gesù continua e
dice, a Tommaso, simbolo dell’incredulità, e a noi con lui: "Se mi
aveste conosciuto avreste conosciuto anche mio Padre; e fin da ora lo conoscete
e lo avete visto". E Filippo: "Signore, mostraci il Padre, e
ci basta". Gesù però gli dice: "Da tanto tempo sono con voi e
tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv.
14:5-9).
Ecco lo straordinario mistero che
l’Evangelo rivela anche a noi: Gesù, e solo Gesù è la via, la chiave per aprirci
le porte della comunione con Dio e quella di ogni bene autentico. Non dobbiamo
cercarne altre. Ci sono al mondo tante chiavi contraffatte, ma non aprono la
porta. Chi le usa ne rimane sempre deluso. Non è vero che esistono tante vie
per arrivare a Dio. Una sola è la via: non quella tracciata da un uomo, a
fatica, per arrivare a Dio, ma quella che Dio stesso in persona ha tracciato
per arrivare a noi.
Come la torre di Babele, i
patetici tentativi dell’uomo di raggiungere Dio falliscono e si cade solo nella
frustrazione e nella confusione. Quello che l’uomo non avrebbe mai potuto fare
l’ha fatto Dio, quando in Cristo è venuto personalmente nel nostro fango per
tirarcene fuori.
Pagando di persona
In Gesù Cristo Dio stesso viene
nel deserto della nostra vita, per vivere proprio qui e per morire proprio qui. Il peccato c’impediva di trovarlo? Bene,
Egli stesso sarebbe venuto proprio nel mezzo del nostro peccato pagandone le
conseguenze. Se fosse stato il nostro orgoglio ad impedirci di trovarLo, bene,
Egli stesso sarebbe venuto nel mezzo del nostro orgoglio per subirne la pena. E
questo grido segna l’ultimo punto possibile che Egli poteva raggiungere in
un’impresa così pericolosa. Perché neanche l’amore può spingersi più in là che
morire.
Ho detto che si trattava di
un’impresa pericolosa. Venire con il peccatore ed essere ciononostante libero
dal peccato, stare con chi dubita, e non cedere minimamente al dubbio, stare
con chi odia e non cadere mai vittima del controllo dell’odio su di sé- questo
sembra un compito difficile, se non impossibile. Quello però era il compito che
Egli aveva realizzato. Nei termini della personalità umana, Egli aveva disegnato
le sembianze di Dio per l’uomo senza mai un solo tratto indistinto e confuso,
senza distorcere la figura.
Chiunque può parlare di Dio nella
quiete di una chiesa o nella calma di uno studio, speculare sulla Sua natura,
teorizzare sul Suo carattere. Gesù però aveva vissuto la vita di Dio nella
calura e nello sporco, nel sangue e nelle lacrime della nostra situazione umana
senza un solo tradimento della Sua missione, senza mai fallire nel Suo compito.
Una sola parola di dubbio, una sola risposta piena d’odio, un solo segno di
debolezza, una sola resa a qualche obiettìvo minore, e Lui sarebbe stato un
fallito che al cuore e alla mente umana presentava una falsa divinità.
Questo però non era successo,
neanche nel mezzo del dolore e dell’agonia di quelle ultime tre ore. E’
compiuto! In Gesù Cristo Dio ci ha trovato. In Gesù Cristo abbiamo trovato Dio.
Che importa che Gli sia costata la vita? Ne era valsa la pena di presentare ai
suoi fratelli un disegno finito, con linee che non avrebbero potuto equivocare,
della mente e del cuore di Dio.
Il Calvario è stato il più
terrificante campo di battaglia della storia: per questo ne vale la pena di
rivisitarlo, anche se ci pare orrendo. Se capisci che cosa Lì è avvenuto per il
destino di ogni essere umano che a Cristo si affida, ti accorgi con
riconoscenza che non esiste nell’universo intero un posto come quello che ci
possa rendere una vita vera e significativa.
Sul Calvario le potenze
dell’inferno, della morte e del peccato avevano scatenato contro Cristo Gesù
l’intero arsenale delle loro armi, quelle stesse armi che sconfiggono noi
continuamente. Esse però non potevano sconfiggere Lui. Non potevano catturare
Lui come catturano noi. Da solo resiste contro d’esse e le sconfigge
completamente. Guardate alla croce, asciugate le vostre lacrime per il suo
orrore, cantate inni di lode e di vittoria al Signore. Il Signore è uscito
vittorioso da quella croce! E’ compiuto! Egli è la via costruita fino alla
fine, una via stretta e pericolosa, ma la sola che giunga a destinazione. La
via che da Dio porta a noi, e che da noi porta a Dio.
Vorrei dire ancora una cosa. Nel
senso più profondo del termine, è compiuto, in un altro senso, forse meno
importante, ancora non è compiuto! E’ per questo che ancora abbiamo il venerdì
santo. Perché se pure questo disegno è stato completato, il quadro dipinto, per
sempre, in tutto il tumulto e la confusione della nostra vita è così facile
dimenticare, farci delle domande, perderne la visione e la certezza.
Una via ancora aperta oggi
Mi direte: "Perché,
predicatore, ci racconti queste vecchie storie di tanto tempo fa? Che
importanza possono avere ancora per noi oggi?". Forse quella storia la
conoscete, l’avete sentita raccontare tante volte, ma quella storia si compie
veramente solo quando include te personalmente che la leggi o la odi, proprio
come quella famosa "Storia infinita" dello scrittore tedesco Michael
Ende che non finiva se il lettore non vi partecipava in prima persona. Tu devi
prendere il tuo posto fra quei discepoli di Gesù verso i quali il Signore
manifestava il Suo infinito amore. Essa non è un mito, ma realtà storica alla
quale tu sei invitato a partecipare perché, come disse Gesù: "Nella
casa del Padre mio ci sono molte dimore" e forse anche una per te.
Abbiamo bisogno di vedere non solo
una volta, ma spesso, l’amore di Dio, la via, appeso in modo trionfante su
quella croce. Con tutti i nostri dubbi e le nostre paure, abbiamo bisogno di
essere ancora rassicurati che Dio ha amato il mondo proprio fino a quel punto.
Abbiamo bisogno di un suggello tangibile che tutto questo non è la pia ma vana
speranza di qualcuno, parole al vento, ma una bruciante realtà. Ecco perché
sempre raccontiamo di nuovo questa storia. Ecco perché alla santa Cena
prendiamo del pane e lo spezziamo, alziamo il calice e ne beviamo. Questo è il
mio corpo spezzato per voi. Questo è il sangue del nuovo patto versato per voi.
Vorrei chiudere con due citazioni
della Parola di Dio che vorrei tu intendessi come assolutamente personali.
Ascolta:
"Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo
santissimo per mezzo del sangue di Gesù, per quella via nuova e vivente che
egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la Sua carne, e
avendo noi un grande sacerdote sopra la casa di Dio, avviciniamoci con cuore
sincero e con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di
quell’aspersione che li purifica da una cattiva coscienza e il corpo lavato con
acqua pura. Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza, senza
vacillare; perché è fedele colui che ha fatto le promesse" (Ebrei 10: 19-23).
"Cercate il Signore, mentre lo si può trovare,
invocatelo, mentre è vicino. Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi
pensieri; si converta egli al Signore che avrà pietà di lui, al nostro Dio che
non si stanca di perdonare" (Isaia 55: 6,7).