Il Personaggio biblico per eccellenza

 

L’ASPETTO UMANO DI GESÙ:
I SUOI OCCHI
L’Eterno Figlio di Dio ha preso un corpo come il nostro,

con il nome di Gesù di Nazareth. Questo corpo, prima di essere offerto in sacrificio sulla croce, ha guardato, ascoltato, toccato, camminato, parlato...

 

Carta di identità di Gesù

Nome: Gesù, in ebraico Jeshu, abbreviazione di jehoshu’a.

Padre legale: Giuseppe; perciò Egli era conosciuto come Ben-Josef, ‘figlio di Giuseppe” (Luca 4: 22).

Madre: Maria (in ebraico Miriam).

Luogo di nascita: Betlemme di Giudea.

Data di nascita: “Ai dì del re Erode” (Matteo 2:1)’ durante il “primo censimento” di Quirino, governatore della Siria (Luca 2: 1-2), cioè attorno all’anno 6 a.C.
Residenza: Nazaret di Galilea (poi Capernaum).

Stato civile: celibe.

Professione: carpentiere (successivamente; Rabbi-Maestro-itinerante).
Segni particolari: nessuno.


Nessuna informazione sull’aspetto fisico di Gesù!

Sull’aspetto fisico di Gesù i Vangeli non ci offrono alcuna informazione ed è sbagliato immaginare Gesù basso di statura, a causa della famosa frase: «Ed ecco, un uomo, chiamato per nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura» (Luca 19: 2-3): in realtà, infatti, era Zaccheo ad essere basso di statura. D’altra parte, proprio per la proibizione di eseguire ogni rappresentazione umana, secondo la norma del Decalogo (Esodo 20: 4), l’interesse iconografico era del tutto assente nell’ambito della comunità giudaica che conobbe Gesù.

Fu solo nel III secolo che alcuni dottori cristiani decisero di inventare un ritratto del Cristo, ritratto sgraziato, a causa del famoso passo: «Egli.., non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo desiderare...» (Isaia 53:2).
A questa visione però, nel IV secolo, reagirono altri scrittori cristiani che, sotto l’influsso dell’estetismo idealizzato greco-romano, presentarono un Gesù avvenente e affascinante, ancora una volta basandosi sulla lettura allegorica e libera di un altro passo dell’Antico Testamento, quello in cui si parla del re messianico celebrato in occasione delle sue nozze: «Tu sei bello, più bello di tutti i figliuoli degli uomini; la grazia è sparsa sulle tue labbra, perciò Iddio ti ha benedetto in eterno
» (Salmo 51 45:2).
Grande successo ebbe nel Medio Evo una lettera apocrifa, attribuita a un ipotetico proconsole romano del tempo di Gesù, Lentulo (in realtà Gneo Cornelio Lentulo fu console nel 18 a.C. e nell’11 d.C., ma non fu mai in Palestina). Nella lettera si dava questo identikit idealizzato di Gesù: E’ un uomo di statura alta e ben proporzionata, sguardo improntato a severità; quanti lo guardano lo possono amare e temere. I suoi capelli hanno il colore delle noci di Sorrento molto mature e discendono dritti quasi fino alle orecchie; dalle orecchie in poi sono increspati e ricci alquanto più chiari e lucenti, ondeggianti sulle spalle, nel mezzo ha una riga secondo il costume dei Nazirei. La sua fronte è liscia e serenissima, il viso non ha né rughe né macchie ed è abbellito da un tenue rossore. Il naso e la bocca sono perfettamente regolari. Ha barba abbondante dello stesso colore dei capelli; non è lunga e sul mento è divisa in due. Il suo aspetto è semplice e maturo. I suoi occhi sono azzurri, vivaci, brillanti... La statura del suo corpo è alta e dritta, le mani e le braccia sono graziose alla vista. Parla poco, grave e misurato...”.

Questo ritratto di Gesù “alla Zeffirelli” non sembra comunque anteriore al XIII- XIV secolo; già nel 1450 il noto umanista Lorenzo Valla lo riteneva un falso.
L’incarnazione ci invita invece a considerare Gesù in tutto simile esteriormente ai suoi contemporanei: forse barbuto, vestito di tunica, mantello e sandali, ben sapendo che la Sua fisionomia più importante è quella interiore e segreta, conoscibile solo attraverso l’esperienza di fede.

E’ per questa ragione che vorrei tentare di descrivere, in poche battute, il volto di Gesù Cristo così come può essere desunto dai quattro Vangeli.

 

Identikit di Gesù

Non ci sono stati tramandati né ritratti né foto di Gesù. Il Nuovo Testamento non contiene neppure una riga che lo descriva grasso o magro, alto o basso di statura, robusto o gracile. Tutto quello che si legge di Lui è che «doveva essere fatto in ogni cosa simile ai suoi fratelli» (Ebrei 2:17).

Egli piantò la Sua tenda fra noi, visse fra noi, come uno di noi, non ricco o potente, né esente dalle difficoltà della vita delle masse.

Quindi l’uomo che rivestì la divinità di Dio Figlio era veramente uomo e assomigliava, nelle situazioni della vita quotidiana, a un uomo qualsiasi.

Anche se non ci sono elementi che ci permettono di tracciare il vero volto di Gesù, è tuttavia possibile ricostruire un Suo identikit: a partire dai Vangeli (unica fonte autentica) cercherò di farlo, descrivendo gli occhi, le mani, i passi, la bocca, l’udito, il cuore, il volto dell’uomo chiamato Gesù. Infatti, anche se non sappiamo nulla sulla Sua fisionomia esteriore, molto invece sappiamo dei Suoi atti e delle Sue parole ed è questa la vera bellezza che ha affascinato l’umanità.

 

GLI OCCHI DI GESU’

Prima ancora di ascoltare ciò che una persona ci vuol dire, cerchiamo di conoscerla, la valutiamo, la soppesiamo scrutandone gli sguardi.

Le emozioni più intense, le passioni più violente, le gioie e i turbamenti più profondi, che non possono essere tradotti in parole, vengono comunicati con gli occhi.
La Parola di Dio conosce e descrive una vasta gamma di sguardi:

·       Ci presenta lo sguardo schietto e lucente che dà gioia al cuore (Proverbi 15:30) e

·       lo sguardo altezzoso che lascia trasparire un cuore superbo (Salmo 101:15);

·       si compiace nel descrivere l’occhio attento ai bisogni del fratello (Proverbi 22:9);

·       mette in guardia contro l’occhio cattivo, segno di avarizia, grettezza e invidia
(Salmo 101:5).

I Semiti ritenevano che nell’intimo dell’uomo esistesse una luce che, partendo dal cuore, si proiettasse verso l’esterno, passando attraverso gli occhi come finestre aperte sul mondo. E’ in questo senso che Gesù parla dell’occhio come “la lampada del corpo”: «Se dunque l’occhio tuo è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se l’occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, esse tenebre quanto grandi saranno!» (Matteo 6:22-23).

Nei Vangeli sono registrati diversi sguardi di Gesù.

Vediamone alcuni: essi spalancano una finestra sul cuore.

 

Lo sguardo rivolto al cielo

È lo sguardo che differenzia l’uomo da tutti gli altri animali. Soltanto la creatura umana solleva il capo per contemplare il firmamento; soltanto l’uomo cerca in alto, in Dio, il senso della propria esistenza. Gli occhi fissi verso il cielo, verso il Padre, hanno caratterizzato tutta la vita di Gesù.

Tuttavia, in alcuni passi del Vangelo, viene messo in evidenza, in modo esplicito, anche il Suo gesto esteriore di alzare lo sguardo.

Prima di moltiplicare i parti Gesù “leva (alza) gli occhi al cielo” (Matteo 14:19); prima di pronunciare la parola siro-caldea effathàche vuoi dire: “apriti” (Isaia 35:5) e di aprire le orecchie al sordo, per un momento contempla il cielo (Marco 7:34), luogo dove, secondo la concezione religiosa degli Israeliti, si trova il trono di Dio.
Il Suo sguardo indica la direzione verso la quale deve orientare gli occhi chi cerca l’alimento per la vita e la parola che guarisce. Soltanto dall’alto viene la luce che dà senso alle gioie e al dolore, ai successi e alle sconfitte, alla solitudine e al maggiore di tutti gli enigmi: la morte.

Sul volto di Gesù brilla lo sguardo dell’uomo autentico, dell’uomo riuscito secondo Dio: lo sguardo di chi, pur impegnato nelle realtà materiali, mantiene gli occhi spalancati verso il cielo, cosciente di essere non soltanto il più importante essere vivente creato da Dio, ma «di poco inferiore agli angeli» (Ebrei 2:7; Salmo 8:5).

 

Il primo sguardo di Gesù

L’istinto di procurarsi il necessario per vivere è scritto nel nostro DNA. E’ un impulso naturale, ma può sfuggire al controllo e trasformarsi in bramosia di accumulare beni. Allora il denaro diviene un idolo pericoloso che disumanizza i suoi “adoratori”, un idolo dal quale è difficile, quasi impossibile, staccare la mente, gli occhi, il cuore. È più facile, dice Gesù, far passare un cammello attraverso la cruna di un ago che far entrare un ricco nel Regno di Dio (Luca 18:25).

Stando così le cose, si rimane stupiti di fronte a un episodio che accade all’inizio della vita pubblica di Gesù. Ecco come lo descrive l’evangelista Luca: «...e dopo queste cose, Egli uscì e notò un pubblicano, di nome Levi, che sedeva al banco della gabella, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli, lasciata ogni cosa, si  levò e si mise a seguirLo» (Luca 5: 27-28)
Il comportamento di Levi ha dell’inverosimile. Lo immaginiamo seduto, intento a riscuotere i dazi, a contemplare, rapito, le monete che i commercianti depongono sul suo tavolo: i sicli di Tiro, i quadranti di bronzo con l’effige di Tiberio, le dramme d’argento e i preziosi “aurei” di Augusto coniati ad Efeso. È al massimo dell’euforia quando, senza una ragione plausibile, tutto ciò che fino a quel momento ha dato senso alla sua vita perde valore. Levi si alza, abbandona ogni cosa e va con il Maestro.
La sua decisione, improvvisa e radicale, lascia sconcertati. È inspiegabile. Levi non ha assistito ad alcun miracolo. Gesù non è ancora famoso: è conosciuto soltanto come “il carpentiere” di Nazaret. E allora?

Un particolare del racconto ci illumina: Gesù lo osservò.

Nel vangelo di Luca questo è il primo sguardo che Gesù rivolge a una persona. E’ uno sguardo che si rivela subito irresistibile: è penetrante, affascina, è capace di liberare anche dal più tirannico degli idoli, il denaro.

 

Lo sguardo che giunge al cuore

Racconta la Bibbia che un giorno Samuele è inviato da Dio a Betlemme per ungere il re che il Signore ha scelto per il Suo popolo. Entra nella casa di Isai e rimane colpito dalla prestanza fisica e dalla bellezza del primogenito, Eliab. Pensa: «Certo, ecco l’unto dell’Eterno», ma l’Eterno gli risponde : «Non badare al suo aspetto né all’altezza della sua statura, perché Io l’ho scartato; poiché il Signore non guarda a quello a cui guarda l’uomo: l’uomo riguarda all’apparenza, ma l’Eterno riguarda al cuore» (1 Samuele 16:7).

Lo sguardo di Gesù è quello di Dio: non si ferma alla superficie, ma penetra nel profondo, giunge al cuore, coglie ciò che c’è nell’intinto dell’uomo.
Vediamo alcuni esempi significativi.

Come ogni pio israelita, Gesù si reca al tempio per pregare. E’ un osservatore attento, non gli sfugge nulla di ciò che accade sulla vasta spianata brulicante di pellegrini. Scorge il fariseo che, in piedi, ringrazia Dio di non essere come gli altri uomini e, in un angolo, il pubblicano, che si batte il petto e non osa alzare gli occhi al cielo (Luca 18: 11-13). Osserva le persone che si accostano alle cassette delle elemosine, collocate lungo il muro che separa il cortile delle donne da quello degli uomini. Sono di bronzo e hanno forma di tromba. Le monete di metallo, specie se scagliate con energia ben calcolata, le fanno squillare. Gesù nota gli ipocriti che fanno le loro offerte per «far suonar la tromba» e attirare l’attenzione dei passanti. (Matteo 6:2) Il Suo sguardo non è attratto da loro; si posa invece su una vedova, povera, che getta nel tesoro soltanto due spiccioli, quasi invisibili, che non fanno rumore, e possono essere visti unicamente da chi non si lascia ingannare dalle apparenze. Chiama i discepoli ed esclama raggiante: «In verità vi dico che questa povera vedova ha gettato più di tutti» (Luca 21: 1-3).

Lo sguardo di Gesù è in perfetta sintonia con quello del Padre «che vede nel segreto» (Matteo 6:4). Gesù valuta la realtà, le persone e le cose secondo i criteri di Dio; per questo raccomanda: «Quando tu fai limosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua limosina si faccia in segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto te ne darà la ricompensa» (Matteo 6: 3-4). Questo è un invito ad assimilare la profondità, l’acutezza, la sensibilità dello sguardo di Dio.
Soltanto chi, come Gesù, vede nel segreto sa discernere tra miracoli e realtà, tra gioielli e patacche, tra il luccichio ingannevole delle mode e le proposte di vita garantite da Dio.

Un altro giorno Gesù incontra un giovane che, candidamente, gli dice: «Maestro, tutte queste cose (i comandamenti) io le ho osservate fin dalla mia giovinezza, che devo fare

ancora?» Gesù, annota il Vangelo, «riguardatolo in viso, l’amò» (Marco 10: 20-21).
La parola originale, emblépo”, non indica uno sguardo distaccato, indifferente, superficiale; significa guardare dentro, raggiungere quella parte recondita dell’anima che soltanto Dio conosce.

 

Lo sguardo rivolto a Pietro

Lo stesso verbo emblépoè usato da Luca per descrivere lo sguardo di Gesù rivolto verso Pietro, dopo che questi lo ha rinnegato. «Il Signore - racconta l’evangelista - voltatosi, riguardò Pietro, e Pietro si ricordò della parola del Signore com’Ei gli aveva detto: “Prima che il gallo canti oggi, tu mi rinnegherai tre volte”. E uscito fuori pianse amaramente» (Luca 22:61-63).

Il gesto di Gesù è commovente: indica la comprensione per la debolezza del Suo discepolo. Noi consideriamo l’azione esteriore, il gesto codardo, le parole vili di Pietro. Gesù, com’è solito fare, “guarda dentro”, vede il cuore del Suo discepolo e scopre che egli compie, sì, un gesto pusillanime, ma in fondo gli rimane fedele.
Sottolineando questo sguardo, Luca indica ai cristiani di ogni tempo come devono essere considerate le fragilità proprie e dei fratelli: vanno guardate con gli occhi di Gesù, occhi che infondono fiducia e ridonano speranza, occhi che scoprono, anche nel più grande peccatore, una scintilla d’amore e lo aiutano a ricominciare.

 

L’incrocio di sguardi con Zaccheo

A Gerico c’è un uomo che cerca di “vedere” Gesù (Luca 19:2). Contrariamente a quanto di solito accade nei Vangeli, qui viene fatto il suo nome: Zaccheo, nome che, per pura beffa del destino, significa “integro, puro”! I pubblicani erano considerati da tutti, e a ragione, dei ladri. Zaccheo non è soltanto un pubblicano, è “un capo dei pubblicani”, un boss. Altro che “puro”! Oltre al nome, Luca nota un particolare curioso: è piccolo di statura. Non si tratta di una banale informazione sul fisico di Zaccheo. intenzione dell’evangelista sottolineare che, agli occhi di tutti, Zaccheo è piccolissimo, insignificante, quasi invisibile. È un puntino nero in una società immacolata. E’ uno degli esclusi dal banchetto del regno di Dio. Eppure egli “vuole vedere chi è Gesù”. Si noti la finezza: non vuole semplicemente “vedere Gesù”, la star del momento, ma vuole “vedere chi è Gesù”. Il suo non è lo sguardo dello spettatore curioso; è lo sguardo di chi, mosso dall’angoscia interiore, va alla ricerca di una luce. Ha tutto, ma è profondamente insoddisfatto; per questo cerca l’incontro con chi può capire il suo dramma e aiutarlo a uscirne. E, per poterlo vedere, sale su un sicomoro, albero della stessa famiglia del fico (Luca 19:4). Non sale sul tetto di una casa, come sarebbe normale, come fanno tutti; deve trovarsi un albero, perché nessuno gli permette di calpestare la soglia della propria casa. Ma c’è qualcuno che impedisce a Zaccheo di vedere. Sono “i grandi”, la gente “di alta statura”, coloro che si sono installati attorno al Maestro e non permettono ai “piccoli”, agli”impuri” di entrare in contatto con il Maestro. Come mai la folla e i discepoli sono così scostanti? La ragione del loro atteggiamento sta in un difetto di vista. E’ come se portassero gli occhiali scuri: vedono tutto buio. In Zaccheo non scorgono che il pubblicano, il peccatore, il ladro, lo strozzino, null’altro; non riescono a scoprire in lui nulla di buono e di positivo. Lo rifiutano, lo farebbero a pezzi: non potendolo eliminare fisicamente, lo isolano, non gli rivolgono nemmeno la parola, e questo è un modo “lecito” di ucciderlo.

La vista di questi”grandi”, di questi “puri”, è tanto difettosa che trovano il male anche dove certamente non c’è: in Gesù. Lo criticano severamente perché «è andato ad albergare da un peccatore» (Luca 19:7).

Gli occhi di Gesù, invece, sono limpidi e puri: «Come Gesù fu giunto in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: “Zaccheo scendi presto, perché oggi debbo albergare in casa tua” » (Luca 19:5). Lo chiama per nome: Zaccheo, perché, ai Suoi occhi, egli è un figlio di Abramo, anch’egli erede delle promesse di Dio.

Significativo dettaglio: lo sguardo di Gesù si muove dal basso verso l’alto. La posizione elevata appartiene, di diritto, al peccatore, quella umile a chi lo deve aiutare. Al centro delle attenzioni (secondo i valori stabiliti dalla logica evangelica) sta l’emarginato, il povero, colui che ha pasticciato tutto nella vita. Di costui Gesù, il Maestro, il Signore, si considera servo (Luca 22:27). Che cosa hanno ottenuto i Farisei, i giusti che guardavano Zaccheo dall’alto al basso? Nulla. Con le loro condanne senza appello, con il loro disprezzo non hanno fatto che incattivirlo.
Mettiamo da parte, una buona volta, noi cristiani, gli sguardi impietosi e ipocriti, severi e truci dei censori, dei giudici, degli accusatori che impediscono alla gente di incontrare l’unico sguardo che salva, quello dolce e tenero di Cristo

 

Lo sguardo che scruta e interpella

Finché l’adesione a Cristo si riduce all’adempimento di qualche pratica religiosa (partecipazione domenicale al culto di adorazione, a studi, recita di qualche preghiera) è perfino gratificante sentirsi cristiani. Qualche difficoltà sorge di fronte a certe esigenze della morale sessuale. Ma lo scoglio che manda in frantumi e dissolve gli entusiasmi religiosi è un’altra richiesta, chiara, inequivocabile di Gesù a chiunque voglia essere Suo discepolo: non accumulare! Non legare il tuo cuore ai tesori di questo mondo (Matteo 6:19-21).

Forse per evitare di perdere adepti o per non creare intricati problemi di coscienza, gli anziani, i conduttori in genere, non insistono molto su questo tema o si limitano a qualche richiamo alla generosità nel dare. Gesù invece è radicale: «Ognuno di voi che non rinuncia a tutto quello che ha, non può essere Mio discepolo» (Luca 14:33) Non è possibile essere discepolo di Cristo se non si è ben decisi ad abbandonare ogni cosa, ove occorra, per amore di Lui. Una richiesta sconcertante. Anche il giovane che ha osservato tutti i comandamenti si blocca; non se la sente di compiere il passo decisivo, ci ripensa, si rattrista e alla fine decide di tornare alla sua vita di uomo normale, buono, onesto, sì, ma perduto. Se ne va afflitto (Marco 10:22)
E’ a questo punto che l’evangelista Marco parla di uno sguardo intenso, penetrante di Gesù: «Guardandosi attorno, disse ai Suoi discepoli: “Quanto malagevolmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!”» (Marco 10:23)
Contempliamo la scena: tutti immobili, come impietriti e, nel silenzio carico di tensione, lentamente si muovono soltanto due occhi, quelli di Gesù. Passano in rassegna, a uno a uno, coloro che vogliono essere Suoi discepoli. Sono occhi imbarazzanti:interpellano anche ognuno di noi!

 

Gli occhi del giusto parlano e ascoltano

Nel mondo ci sono circa sei miliardi e mezzo di persone, il che significa tredici miliardi di occhi che guardano, che interrogano, che raccontano, che esprimono. Ma quanti sono veramente gli occhi che funzionano... da occhi? La maggioranza delle persone vede ma non guarda, dice ma non esprime e quasi mai va oltre le apparenze. Soltanto una persona psicologicamente matura sa usare bene gli occhi. Gli sguardi di Gesù, come è stato evidenziato nella riflessione biblica, ci rivelano che Egli era un uomo perfettamente equilibrato.

I Suoi occhi erano:

·     Occhi che sapevano vedere.

“Vedere” è più che “guardare”, è guardare con l’intenzione di stabilire un contatto.
L’individuo superficiale guarda il bosco ma non vede gli alberi, guarda la folla ma non vede le persone. Gli psicologi hanno verificato che la nostra “visione” è selettiva:
noi non vediamo tutto, ma soltanto le cose e le persone che vogliamo vedere. A Gesù invece non sfuggiva nulla: non i gigli del campo splendidamente vestiti, non il chicco di frumento o il granello di senape che accettano di morire per diventare molti, non la donna che impasta la farina o quella che rivolta sottosopra la sua casa alla ricerca della dramma smarrita. I Suoi occhi non si posavano mai per caso sulla realtà che gli stava intorno: l’accoglievano, perché amava tutte le cose, perché aveva un rapporto splendido con tutto il creato.

·     Occhi che sapevano capire.

“Capire” è più che “accogliere”, è accogliere con rispetto e stima. È accarezzare con lo sguardo, con l’animo. Mi sono sempre domandato perché la “pubblica peccatrice” abbia sfidato la casa di un fariseo per stare ai piedi del Rabbi di Nazaret (Luca 7:36-50) o perché un noto pubblicano come Zaccheo abbia accettato con entusiasmo la proposta di Gesù di pranzare a casa sua (Luca 19:1-10). L’odio e il disprezzo della gente perbene li avevano sempre fatti sentire estranei a tutto e a tuffi. “Vedi questa donna?” (Luca 7:44), aveva domandato Gesù al fariseo, che forse l’aveva spesso guardata, ma mai “vista “. Nel caso di Zaccheo, “Gesù alzò gli occhi”, Il Suo sguardo fa sentire finalmente “accolti”.

·     Occhi che sapevano comunicare.

Guardare e stabilire un contatto. Noi abbiamo bisogno di vedere gli occhi di una persona per stabilire un primo contatto. Guardare negli occhi è come bussare a una porta. Quando qualcuno bussa alla nostra porta, possiamo reagire in molti modi: non rispondere e limitarci a guardare dallo spioncino; socchiudere la porta senza far entrare; introdurre soltanto nel salotto ufficiale ma non nel “cuore” della casa; introdurre ma senza far accomodare; far accomodare ma senza avviare il dialogo... Paura, indifferenza, stanchezza, preconcetti oppure gioia, soddisfazione, entusiasmo, disponibilità sono i sentimenti che si riflettono negli occhi di chi ci incontra. “Maestro, ove dimori?” domandano due discepoli di Giovanni Battista, che aveva indicato loro lo sconosciuto profeta di Galilea. I loro occhi si incontrano e chiedono di entrare nella sua casa. “Venite e vedrete”, risponde. Nota l’evangelista: “andarono e videro ove dimorava e stettero con Lui quel giorno” (Giovanni 1: 35-39) Uno scambio di sguardi che modifica radicalmente la vita di due persone.

 

Ezio Coscia

 

 

Il cristiano   gennaio 2003