Il Personaggio biblico per eccellenza
L’ASPETTO UMANO DI GESÙ:
I SUOI OCCHI
L’Eterno Figlio di Dio ha preso un corpo come il nostro,
con il
nome di Gesù di Nazareth. Questo corpo, prima di essere offerto in sacrificio
sulla croce, ha guardato, ascoltato, toccato, camminato, parlato...
Carta di identità di Gesù
Nome: Gesù, in ebraico Jeshu,
abbreviazione di jehoshu’a.
Padre legale: Giuseppe; perciò Egli era conosciuto come Ben-Josef, ‘figlio di Giuseppe” (Luca 4: 22).
Madre: Maria (in ebraico Miriam).
Luogo di nascita: Betlemme di Giudea.
Data di nascita: “Ai dì del re Erode” (Matteo 2:1)’ durante il
“primo censimento” di Quirino, governatore della Siria (Luca 2: 1-2),
cioè attorno all’anno 6 a.C.
Residenza:
Nazaret di Galilea (poi Capernaum).
Stato civile: celibe.
Professione: carpentiere (successivamente; Rabbi-Maestro-itinerante).
Segni particolari: nessuno.
Nessuna informazione sull’aspetto fisico di Gesù!
Sull’aspetto fisico di
Gesù i Vangeli non ci offrono
alcuna informazione ed è sbagliato immaginare Gesù basso di statura, a
causa della famosa frase: «Ed ecco,
un uomo, chiamato per nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, cercava di vedere chi era
Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura» (Luca 19: 2-3): in realtà,
infatti, era Zaccheo ad essere basso di statura. D’altra parte, proprio per la
proibizione di eseguire ogni rappresentazione umana, secondo la norma del
Decalogo (Esodo 20: 4), l’interesse
iconografico era del tutto assente nell’ambito della comunità giudaica che
conobbe Gesù.
Fu solo nel III secolo
che alcuni dottori cristiani decisero di inventare un ritratto del Cristo, ritratto sgraziato, a causa del famoso passo: «Egli.., non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi,
né apparenza da farcelo desiderare...» (Isaia 53:2).
A questa visione però, nel IV secolo, reagirono altri scrittori cristiani che,
sotto l’influsso dell’estetismo idealizzato greco-romano, presentarono un Gesù avvenente e affascinante, ancora una
volta basandosi sulla lettura allegorica e libera di un altro passo dell’Antico
Testamento, quello in cui si parla del re messianico celebrato in occasione
delle sue nozze: «Tu sei bello, più
bello di tutti i figliuoli degli uomini; la grazia è sparsa sulle tue labbra,
perciò Iddio ti ha benedetto in eterno» (Salmo
51 45:2).
Grande successo ebbe nel Medio Evo una lettera apocrifa, attribuita a un
ipotetico proconsole romano del tempo di Gesù, Lentulo
(in realtà Gneo Cornelio Lentulo
fu console nel 18 a.C. e nell’11 d.C., ma non fu mai in Palestina). Nella
lettera si dava questo identikit idealizzato di Gesù: “E’ un uomo di statura alta e ben proporzionata, sguardo improntato
a severità; quanti lo guardano lo possono amare e temere. I suoi capelli hanno
il colore delle noci di Sorrento molto mature e discendono dritti quasi fino
alle orecchie; dalle orecchie in poi sono increspati e ricci alquanto più
chiari e lucenti, ondeggianti sulle spalle, nel mezzo ha una riga secondo il
costume dei Nazirei. La sua fronte è liscia e serenissima, il viso non ha né
rughe né macchie ed è abbellito da un tenue rossore. Il naso e la bocca sono
perfettamente regolari. Ha barba abbondante dello stesso colore dei capelli;
non è lunga e sul mento è divisa in due. Il suo aspetto è semplice e maturo. I
suoi occhi sono azzurri, vivaci, brillanti... La statura del suo corpo è alta e
dritta, le mani e le braccia sono graziose alla vista. Parla poco, grave e
misurato...”.
Questo ritratto di Gesù
“alla Zeffirelli” non sembra comunque anteriore al XIII- XIV secolo; già
nel 1450 il noto umanista Lorenzo Valla lo riteneva un falso.
L’incarnazione ci invita invece a considerare Gesù in tutto simile esteriormente ai suoi contemporanei: forse barbuto,
vestito di tunica, mantello e sandali, ben sapendo che la Sua fisionomia più
importante è quella interiore e segreta, conoscibile solo attraverso
l’esperienza di fede.
E’ per questa ragione
che vorrei tentare di descrivere, in poche battute, il volto di Gesù Cristo
così come può essere desunto dai quattro Vangeli.
Identikit di Gesù
Non ci sono stati
tramandati né ritratti né foto di Gesù. Il Nuovo Testamento non contiene
neppure una riga che lo descriva grasso o magro, alto o basso di statura,
robusto o gracile. Tutto quello che si legge di Lui è che «doveva
essere fatto in ogni cosa simile ai suoi fratelli» (Ebrei
2:17).
Egli piantò la Sua
tenda fra noi, visse fra noi, come uno di noi, non ricco o potente, né esente
dalle difficoltà della vita delle masse.
Quindi l’uomo che
rivestì la divinità di Dio Figlio era veramente uomo e assomigliava, nelle
situazioni della vita quotidiana, a un uomo qualsiasi.
Anche se non ci sono
elementi che ci permettono di tracciare il vero volto di Gesù, è tuttavia
possibile ricostruire un Suo identikit: a partire dai Vangeli (unica fonte
autentica) cercherò di farlo, descrivendo gli occhi, le mani, i passi, la
bocca, l’udito, il cuore, il volto dell’uomo chiamato Gesù. Infatti, anche se
non sappiamo nulla sulla Sua fisionomia esteriore, molto invece sappiamo dei Suoi
atti e delle Sue parole ed è questa la
vera bellezza che ha affascinato l’umanità.
GLI OCCHI DI GESU’
Prima ancora di
ascoltare ciò che una persona ci vuol dire, cerchiamo di conoscerla, la
valutiamo, la soppesiamo scrutandone gli sguardi.
Le emozioni più
intense, le passioni più violente, le gioie e i turbamenti più profondi, che
non possono essere tradotti in parole, vengono comunicati con gli occhi.
La Parola di Dio conosce e descrive una
vasta gamma di sguardi:
·
Ci presenta lo sguardo schietto e lucente che dà gioia al cuore (Proverbi 15:30) e
·
lo sguardo altezzoso
che lascia trasparire un cuore superbo (Salmo 101:15);
·
si compiace nel descrivere l’occhio attento ai bisogni del fratello (Proverbi 22:9);
·
mette in guardia contro l’occhio cattivo, segno di avarizia, grettezza e invidia
(Salmo 101:5).
I Semiti ritenevano che
nell’intimo dell’uomo esistesse una luce che, partendo dal cuore, si
proiettasse verso l’esterno, passando attraverso gli occhi come finestre aperte sul mondo. E’ in questo
senso che Gesù parla dell’occhio come “la
lampada del corpo”: «Se dunque l’occhio tuo è sano, tutto il tuo
corpo sarà illuminato; ma se l’occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà
nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, esse tenebre quanto
grandi saranno!» (Matteo 6:22-23).
Nei Vangeli sono
registrati diversi sguardi di Gesù.
Vediamone alcuni: essi
spalancano una finestra sul cuore.
Lo sguardo rivolto al cielo
È lo sguardo che
differenzia l’uomo da tutti gli altri animali. Soltanto la creatura umana
solleva il capo per contemplare il firmamento; soltanto l’uomo cerca in alto,
in Dio, il senso della propria esistenza. Gli occhi fissi verso il cielo, verso il Padre, hanno caratterizzato
tutta la vita di Gesù.
Tuttavia, in alcuni
passi del Vangelo, viene messo in evidenza, in modo esplicito, anche il Suo
gesto esteriore di alzare lo sguardo.
Prima di moltiplicare i
parti Gesù “leva (alza) gli occhi al cielo” (Matteo 14:19); prima
di pronunciare la parola siro-caldea “effathà” che vuoi dire: “apriti” (Isaia 35:5) e
di aprire le orecchie al sordo, per un momento contempla il cielo (Marco 7:34),
luogo dove, secondo la concezione religiosa degli Israeliti, si trova il trono
di Dio.
Il Suo sguardo indica la direzione verso la quale deve orientare gli occhi chi
cerca l’alimento per la vita e la parola che guarisce. Soltanto dall’alto viene
la luce che dà senso alle gioie e al dolore, ai successi e alle sconfitte, alla
solitudine e al maggiore di tutti gli enigmi: la morte.
Sul volto di Gesù
brilla lo sguardo dell’uomo autentico, dell’uomo riuscito secondo Dio: lo
sguardo di chi, pur impegnato nelle realtà materiali, mantiene gli occhi
spalancati verso il cielo, cosciente di essere non soltanto il più importante
essere vivente creato da Dio, ma «di
poco inferiore agli angeli» (Ebrei 2:7; Salmo 8:5).
Il primo sguardo di Gesù
L’istinto di procurarsi
il necessario per vivere è scritto nel nostro DNA. E’ un impulso naturale, ma
può sfuggire al controllo e trasformarsi in bramosia di accumulare beni. Allora
il denaro diviene un idolo pericoloso che disumanizza i suoi “adoratori”, un idolo dal quale è
difficile, quasi impossibile, staccare la mente, gli occhi, il cuore. È più
facile, dice Gesù, far passare un cammello attraverso la cruna di un ago che
far entrare un ricco nel Regno di Dio (Luca 18:25).
Stando così le cose, si
rimane stupiti di fronte a un episodio che accade all’inizio della vita
pubblica di Gesù. Ecco come lo descrive l’evangelista Luca: «...e dopo queste cose, Egli uscì e notò
un pubblicano, di nome Levi, che sedeva al banco della gabella, e gli disse: “Seguimi”.
Ed egli, lasciata ogni cosa, si
levò
e si mise a seguirLo» (Luca 5: 27-28)
Il comportamento di Levi ha
dell’inverosimile. Lo immaginiamo seduto, intento a riscuotere i dazi, a
contemplare, rapito, le monete che i commercianti depongono sul suo tavolo: i
sicli di Tiro, i quadranti di bronzo con l’effige di Tiberio, le dramme
d’argento e i preziosi “aurei” di Augusto coniati ad Efeso. È al massimo
dell’euforia quando, senza una ragione plausibile, tutto ciò che fino a quel
momento ha dato senso alla sua vita perde valore. Levi si alza, abbandona ogni
cosa e va con il Maestro.
La sua decisione, improvvisa e radicale, lascia sconcertati. È inspiegabile. Levi non ha assistito ad
alcun miracolo. Gesù non è ancora famoso: è conosciuto soltanto come “il carpentiere” di Nazaret. E allora?
Un particolare del
racconto ci illumina: Gesù lo osservò.
Nel vangelo di Luca
questo è il primo sguardo che Gesù rivolge a una persona. E’ uno sguardo che si
rivela subito irresistibile: è
penetrante, affascina, è capace di liberare anche dal più tirannico degli
idoli, il denaro.
Lo sguardo che giunge al cuore
Racconta la Bibbia che
un giorno Samuele è inviato da Dio a Betlemme per ungere il re che il Signore
ha scelto per il Suo popolo. Entra nella casa di Isai
e rimane colpito dalla prestanza fisica e dalla bellezza del primogenito, Eliab. Pensa: «Certo,
ecco l’unto dell’Eterno», ma l’Eterno gli risponde : «Non badare al suo aspetto né all’altezza
della sua statura, perché Io l’ho scartato; poiché il Signore non guarda a
quello a cui guarda l’uomo: l’uomo riguarda all’apparenza, ma l’Eterno riguarda
al cuore» (1 Samuele 16:7).
Lo sguardo di Gesù è
quello di Dio: non si ferma alla superficie, ma penetra nel profondo, giunge al cuore, coglie ciò che c’è
nell’intinto dell’uomo.
Vediamo alcuni esempi significativi.
Come ogni pio
israelita, Gesù si reca al tempio per pregare. E’ un osservatore attento, non
gli sfugge nulla di ciò che accade sulla vasta spianata brulicante di
pellegrini. Scorge il fariseo che,
in piedi, ringrazia Dio di non essere come gli altri uomini e, in un angolo, il pubblicano, che si batte il petto e
non osa alzare gli occhi al cielo (Luca 18: 11-13). Osserva le persone che si
accostano alle cassette delle elemosine, collocate lungo il muro che separa il
cortile delle donne da quello degli uomini. Sono di bronzo e hanno forma di
tromba. Le monete di metallo, specie se scagliate con energia ben calcolata, le
fanno squillare. Gesù nota gli ipocriti che fanno le loro offerte per «far suonar la tromba» e
attirare l’attenzione dei passanti. (Matteo 6:2) Il Suo sguardo non è attratto
da loro; si posa invece su una vedova, povera, che getta nel tesoro soltanto
due spiccioli, quasi invisibili, che non fanno rumore, e possono essere visti
unicamente da chi non si lascia ingannare dalle apparenze. Chiama i discepoli
ed esclama raggiante: «In verità vi
dico che questa povera vedova ha gettato più di tutti» (Luca
21: 1-3).
Lo sguardo di Gesù è in
perfetta sintonia con quello del Padre «che
vede nel segreto» (Matteo 6:4). Gesù valuta la realtà, le
persone e le cose secondo i criteri di Dio; per questo raccomanda: «Quando tu fai limosina, non sappia la
tua sinistra quel che fa la destra, affinché la tua limosina si faccia in
segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto te ne darà la ricompensa» (Matteo
6: 3-4). Questo è un invito ad assimilare la profondità, l’acutezza, la sensibilità dello sguardo di Dio.
Soltanto chi, come Gesù, vede nel
segreto sa discernere tra miracoli e realtà, tra gioielli e patacche, tra
il luccichio ingannevole delle mode e le proposte di vita garantite da Dio.
Un altro giorno Gesù
incontra un giovane che, candidamente, gli dice: «Maestro, tutte queste cose (i comandamenti) io le ho
osservate fin dalla mia giovinezza, che devo fare
ancora?» Gesù, annota il Vangelo, «riguardatolo
in viso, l’amò» (Marco 10: 20-21).
La parola originale, “emblépo”, non indica uno
sguardo distaccato, indifferente, superficiale; significa guardare dentro,
raggiungere quella parte recondita dell’anima che soltanto Dio conosce.
Lo sguardo rivolto a Pietro
Lo stesso verbo “emblépo” è usato da Luca per descrivere lo sguardo di
Gesù rivolto verso Pietro, dopo che questi lo ha rinnegato. «Il Signore - racconta
l’evangelista - voltatosi, riguardò Pietro, e Pietro si ricordò della parola
del Signore com’Ei gli aveva detto: “Prima che il gallo canti oggi, tu mi
rinnegherai tre volte”. E uscito fuori pianse amaramente» (Luca 22:61-63).
Il gesto di Gesù è
commovente: indica la comprensione per
la debolezza del Suo discepolo. Noi consideriamo l’azione esteriore, il
gesto codardo, le parole vili di Pietro. Gesù, com’è solito fare, “guarda
dentro”, vede il cuore del Suo discepolo e scopre che egli compie, sì, un
gesto pusillanime, ma in fondo gli rimane fedele.
Sottolineando questo sguardo, Luca indica ai cristiani di ogni tempo come devono essere considerate le fragilità
proprie e dei fratelli: vanno guardate con gli occhi di Gesù, occhi che
infondono fiducia e ridonano speranza, occhi che scoprono, anche nel più grande
peccatore, una scintilla d’amore e lo aiutano a ricominciare.
L’incrocio di sguardi con Zaccheo
A Gerico c’è un uomo
che cerca di “vedere” Gesù (Luca 19:2). Contrariamente a quanto di
solito accade nei Vangeli, qui viene fatto il suo nome: Zaccheo, nome che, per
pura beffa del destino, significa “integro, puro”! I pubblicani erano
considerati da tutti, e a ragione, dei ladri. Zaccheo non è soltanto un
pubblicano, è “un capo dei pubblicani”, un boss. Altro che “puro”! Oltre
al nome, Luca nota un particolare curioso: è piccolo di statura. Non si tratta
di una banale informazione sul fisico di Zaccheo. intenzione dell’evangelista
sottolineare che, agli occhi di tutti, Zaccheo è piccolissimo, insignificante,
quasi invisibile. È un puntino nero in una società immacolata. E’ uno degli
esclusi dal banchetto del regno di Dio. Eppure egli “vuole vedere chi è
Gesù”. Si noti la finezza: non vuole semplicemente “vedere Gesù”, la
star del momento, ma vuole “vedere chi è Gesù”. Il suo non è lo sguardo
dello spettatore curioso; è lo sguardo di chi, mosso dall’angoscia interiore, va alla ricerca di una luce. Ha tutto,
ma è profondamente insoddisfatto; per questo cerca l’incontro con chi può
capire il suo dramma e aiutarlo a uscirne. E, per poterlo vedere, sale su un
sicomoro, albero della stessa famiglia del fico (Luca 19:4). Non sale sul tetto
di una casa, come sarebbe normale, come fanno tutti; deve trovarsi un albero,
perché nessuno gli permette di calpestare la soglia della propria casa. Ma c’è
qualcuno che impedisce a Zaccheo di vedere. Sono “i grandi”, la gente “di
alta statura”, coloro che si sono installati attorno al Maestro e non
permettono ai “piccoli”, agli”impuri”
di entrare in contatto con il Maestro. Come mai la folla e i
discepoli sono così scostanti? La ragione del loro atteggiamento sta in un
difetto di vista. E’ come se portassero gli occhiali scuri: vedono tutto buio.
In Zaccheo non scorgono che il pubblicano, il peccatore, il ladro, lo
strozzino, null’altro; non riescono a scoprire in lui nulla di buono e di
positivo. Lo rifiutano, lo farebbero a pezzi: non potendolo eliminare
fisicamente, lo isolano, non gli rivolgono nemmeno la parola, e questo è un
modo “lecito” di ucciderlo.
La vista di questi”grandi”, di questi “puri”,
è tanto difettosa che trovano il male anche dove certamente non c’è: in
Gesù. Lo criticano severamente perché «è
andato ad albergare da un peccatore» (Luca 19:7).
Gli occhi di Gesù,
invece, sono limpidi e puri: «Come
Gesù fu giunto in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: “Zaccheo scendi
presto, perché oggi debbo albergare in casa tua” » (Luca 19:5). Lo
chiama per nome: Zaccheo, perché, ai Suoi occhi, egli è un figlio di Abramo,
anch’egli erede delle promesse di Dio.
Significativo
dettaglio: lo sguardo di Gesù si muove dal
basso verso l’alto. La posizione elevata appartiene, di diritto, al
peccatore, quella umile a chi lo deve aiutare. Al centro delle attenzioni
(secondo i valori stabiliti dalla logica evangelica) sta l’emarginato, il
povero, colui che ha pasticciato tutto nella vita. Di costui Gesù, il Maestro,
il Signore, si considera servo (Luca 22:27). Che cosa hanno ottenuto i Farisei,
i giusti che guardavano Zaccheo dall’alto al basso? Nulla. Con le loro condanne senza appello, con il loro disprezzo
non hanno fatto che incattivirlo.
Mettiamo da parte, una buona volta, noi cristiani, gli sguardi impietosi e
ipocriti, severi e truci dei censori, dei giudici, degli accusatori che
impediscono alla gente di incontrare l’unico
sguardo che salva, quello dolce e tenero di Cristo
Lo sguardo che scruta e interpella
Finché l’adesione a
Cristo si riduce all’adempimento di qualche pratica religiosa (partecipazione
domenicale al culto di adorazione, a studi, recita di qualche preghiera) è
perfino gratificante sentirsi cristiani. Qualche difficoltà sorge di fronte a
certe esigenze della morale sessuale. Ma lo scoglio che manda in frantumi e
dissolve gli entusiasmi religiosi è un’altra richiesta, chiara, inequivocabile
di Gesù a chiunque voglia essere Suo discepolo: non accumulare! Non legare il tuo cuore ai tesori di questo
mondo (Matteo 6:19-21).
Forse per evitare di
perdere adepti o per non creare intricati problemi di coscienza, gli anziani, i
conduttori in genere, non insistono molto su questo tema o si limitano a
qualche richiamo alla generosità nel dare. Gesù invece è radicale: «Ognuno di voi che non rinuncia a tutto
quello che ha, non può essere Mio discepolo» (Luca 14:33) Non
è possibile essere discepolo di Cristo se non si è ben decisi ad abbandonare
ogni cosa, ove occorra, per amore di Lui. Una
richiesta sconcertante. Anche il giovane che ha osservato tutti i
comandamenti si blocca; non se la sente di compiere il passo decisivo, ci
ripensa, si rattrista e alla fine decide di tornare alla sua vita di uomo
normale, buono, onesto, sì, ma perduto. Se ne va afflitto (Marco 10:22)
E’ a questo punto che l’evangelista Marco parla di uno sguardo intenso,
penetrante di Gesù: «Guardandosi
attorno, disse ai Suoi discepoli: “Quanto malagevolmente coloro che hanno delle
ricchezze entreranno nel regno di Dio!”» (Marco 10:23)
Contempliamo la scena: tutti immobili, come impietriti e, nel silenzio carico
di tensione, lentamente si muovono soltanto due occhi, quelli di Gesù. Passano
in rassegna, a uno a uno, coloro che vogliono essere Suoi discepoli. Sono occhi
imbarazzanti:interpellano anche ognuno di noi!
Gli occhi del giusto parlano e ascoltano
Nel mondo ci sono circa
sei miliardi e mezzo di persone, il che significa tredici miliardi di occhi che
guardano, che interrogano, che raccontano, che esprimono. Ma quanti sono
veramente gli occhi che funzionano... da occhi? La maggioranza delle persone vede ma non guarda, dice ma non esprime
e quasi mai va oltre le apparenze. Soltanto una persona psicologicamente matura
sa usare bene gli occhi. Gli sguardi di Gesù, come è stato evidenziato nella
riflessione biblica, ci rivelano che Egli era un uomo perfettamente
equilibrato.
I Suoi occhi erano:
·
Occhi che sapevano
vedere.
“Vedere” è più che “guardare”, è guardare con l’intenzione di stabilire un contatto.
L’individuo superficiale guarda il bosco ma non vede gli alberi, guarda la
folla ma non vede le persone. Gli psicologi hanno verificato che la nostra “visione”
è selettiva:
noi non vediamo tutto, ma soltanto le cose e le persone che vogliamo vedere. A
Gesù invece non sfuggiva nulla: non i gigli del campo splendidamente vestiti,
non il chicco di frumento o il granello di senape che accettano di morire per
diventare molti, non la donna che impasta la farina o quella che rivolta
sottosopra la sua casa alla ricerca della dramma smarrita. I Suoi occhi non si
posavano mai per caso sulla realtà che gli stava intorno: l’accoglievano,
perché amava tutte le cose, perché aveva un rapporto splendido con tutto il
creato.
·
Occhi che sapevano
capire.
“Capire” è più che “accogliere”,
è accogliere con rispetto e
stima. È accarezzare con
lo sguardo, con l’animo. Mi sono sempre domandato perché la “pubblica
peccatrice” abbia sfidato la casa di un fariseo per stare ai piedi del
Rabbi di Nazaret (Luca 7:36-50) o perché un noto pubblicano come Zaccheo abbia
accettato con entusiasmo la proposta di Gesù di pranzare a casa sua (Luca
19:1-10). L’odio e il disprezzo della gente perbene li avevano sempre fatti
sentire estranei a tutto e a tuffi. “Vedi questa donna?” (Luca 7:44),
aveva domandato Gesù al fariseo, che forse l’aveva spesso guardata, ma mai “vista
“. Nel caso di Zaccheo, “Gesù alzò gli occhi”, Il Suo sguardo fa
sentire finalmente “accolti”.
·
Occhi che sapevano
comunicare.
Guardare e stabilire un contatto. Noi abbiamo bisogno di
vedere gli occhi di una persona per stabilire un primo contatto. Guardare negli
occhi è come bussare a una porta. Quando qualcuno bussa alla nostra porta,
possiamo reagire in molti modi: non rispondere e limitarci a guardare dallo
spioncino; socchiudere la porta senza far entrare; introdurre soltanto nel
salotto ufficiale ma non nel “cuore” della casa; introdurre ma senza far
accomodare; far accomodare ma senza avviare il dialogo... Paura, indifferenza,
stanchezza, preconcetti oppure gioia, soddisfazione, entusiasmo, disponibilità
sono i sentimenti che si riflettono negli occhi di chi ci incontra. “Maestro,
ove dimori?” domandano due discepoli di Giovanni Battista, che aveva
indicato loro lo sconosciuto profeta di Galilea. I loro occhi si incontrano e
chiedono di entrare nella sua casa. “Venite e vedrete”, risponde. Nota
l’evangelista: “andarono e videro ove dimorava e stettero con Lui quel
giorno” (Giovanni 1: 35-39) Uno scambio di sguardi che modifica
radicalmente la vita di due persone.
Ezio
Coscia
Il cristiano
gennaio 2003