Il Personaggio biblico per eccellenza

 

L’ASPETTO UMANO DI GESÙ:

LE SUE MANI

 

La presentazione antropomorfa (sotto forme umane) di Dio fa sì che nella Scrittura si parli spesso delle Sue “mani”. Attraverso il corpo del Suo Eterno Figlio, divenuto uomo nella Persona di Gesù, queste “mani” si possono vedere, toccare ed esserne toccati.

Con quali conseguenze e con quali insegnamenti per noi?

 

La mano può uccidere o far vivere, distruggere o benedire. La Bibbia parla spesso della mano di Dio come simbolo del Suo agire in favore dell’uomo: con la Sua mano Dio libera il popolo d’Israele dalla schiavitù del Faraone (Esodo 3: 20) e sparge ogni bene sugli esseri viventi (Salmo 104: 28). La mano di Gesù rende visibile, concreta, verificabile quest’opera di Dio.

 

La mano che comunica forza e coraggio

Un giorno Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni su un alto monte e davanti a loro si trasfigura (Matteo 17:1-2). I biblisti sono concordi nell’interpretare questo episodio come una rivelazione, fatta ad alcuni apostoli, del destino del Messia: per entrare nella Sua gloria Egli deve passare attraverso la sofferenza e la morte. Di fronte a questa prospettiva sconvolgente «i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grati timore. Ma Gesù, accostatosi, li toccò e disse: levatevi e non temete» (Matteo 17:6-7).

Dalla Sua mano, come da quella di Dio, esce una forza che rimette in piedi chi è prostrato a terra, chi è incapace di muoversi, chi è paralizzato dalla paura.
Sul lago di Tiberiade, Pietro fa un’esperienza simile: durante la notte, quando le acque sono agitate e il vento è impetuoso, si spaventa, comincia ad affondare e allora grida: «Signore, salvami!». Subito Gesù stende la mano, lo afferra e gli dice: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Matteo 14:31-32). E un rimprovero simile a quello che, nell’Antico Testamento, Dio muoveva agli Israeliti, che «non si ricordarono più della Sua mano, del giorno in cui Egli li liberò dal nemico» (Salmo 78:42). La mano di Gesù è quella di Dio che salva ogni uomo, per quanto grande sia la sua miseria, il suo peccato, purché lo accetti come personale Salvatore e Signore. Nessuno infatti può rapire dalla Sua mano le pecore che il Padre gli ha affidato (Giovanni 10:27-28).

 

La mano che guarisce

I malati, le persone tormentate da «spiriti immondi» ricorrono a Gesù e, per essere guarite, cercano di toccarlo, «tutta la moltitudine cercava di toccarlo, perché usciva da Lui una virtù che sanava tutti» (Luca 6:19). La donna che da dodici anni soffre di emorragie gli si avvicina per toccarlo, pensando: «Se riesco a toccare non foss’altro che le Sue vesti, sarò salva» (Marco 5:28). Quando Gesù tocca le orecchie del sordo, questi comincia a sentire (Luca 22:51). Quando tocca gli occhi del cieco, questi comincia a vedere (Matteo 20:34). Dicevano i rabbini che l’impurità era più contagiosa della salute fisica: chi toccava una persona immonda ne veniva contaminato. In Gesù avviene il contrario: non è la forza di morte che, superate le barriere, penetra in Lui e provoca effetti devastanti, ma è la forza di vita che esce da Lui e passa al malato. E come la luce che esce. Gesù non ha paura delle persone impure, non teme di venire contaminato, si lascia avvicinare dai lebbrosi, stende la mano e li tocca (Marco 1:47). il Suo non è il gesto benevolo e tenero di chi vuole confortare colui che si sente emarginato e allontanato da tutti, ma il capovolgimento del concetto di Dio che hanno in mente i membri del suo popolo. Il Dio che si rivela non è come quello dei Farisei: lontano, separato da chi è impuro. E un Dio che non ha schifo dei “lebbrosi”, anzi li accarezza.

 

La mano tenera e affettuosa

Chi è che comanda, chi è il primo nella comunità cristiana?

Questo è l’eterno problema che ha sempre angustiato i discepoli di Gesù, Un problema meschino, che ha provocato aspre discussioni anche fra gli apostoli.
Una sera i dodici arrivano a Capernaum e il Maestro sa che per via hanno discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora si siede, li chiama e d ice loro: «Se alcuno vuoi essere il primo, dovrà essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». Poi compie un gesto tanto dolce quanto provocatorio: prende un bambino, lo colloca nel mezzo, lo abbraccia e dice: «Chiunque riceve uno di tali piccoli fanciulli nel Nome Mio, riceve Me” (Marco 9:35-37). Allora come oggi, la gente voleva bene ai bambini, tuttavia essi non avevano importanza nella società, non contavano nulla dal punto di vista giuridico, erano addirittura considerati impuri perché non osservavano le prescrizioni rituali della legge. I bambini divengono per Gesù il simbolo dell’essere debole e indifeso, che deve essere circondato di attenzioni e di cure. Se si tiene presente questo, diviene chiaro il significato del suo gesto: Gesù vuol mostrare chi sta a cuore a Dio, chi è abbracciato da Lui. Vuole che i discepoli comprendano chi deve essere posto al centro degli interessi, delle preoccupazioni, delle iniziative, dei progetti della comunità cristiana: i più poveri, coloro che non contano, gli emarginati, le persone impure.
Nel capitolo seguente, Marco ricorda un altro episodio che mette in risalto l’affetto e la tenerezza di Gesù nei confronti dei bambini. Alcune mamme gli presentano i figli perché li accarezzi. Si riteneva, in quel tempo, che gli uomini di Dio comunicassero, mediante il contatto fisico, la loro forza di vita, la loro bontà, la loro dolcezza, il loro spirito. I discepoli non gradiscono questo eccesso di familiarità e di confidenza e si sentono in dovere di sgridare e di allontanare gli intrusi. Gesù ne è indignato (non poco!) e dice: «Lasciate i piccoli fanciulli venire a tue; non glielo vietate, perché ditali è il regno di Dio. In verità lo vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un piccolo fanciullo, non entrerà punto in esso» e prendendoli tra le braccia e ponendo le mani sopra loro, li benedice (Marco 10:24-16).
I bambini non sono il simbolo della persona debole e indifesa e nemmeno dell’innocenza, della purezza, della bontà. Sono modelli di un rapporto corretto con Dio. Davanti al Signore nessuno può sentirsi adulto e autosufficiente, gloriarsi delle proprie virtù, avanzare pretese o accampare meriti. La mano di Gesù “benedice e accarezza” chi rivolge a Dio lo sguardo del bambino, chi sa soltanto ricevere e ringraziare.

 

La mano che scrive

Nell’Antico Testamento si parla spesso del dito di Dio come simbolo della Sua forza e del Suo potere. Lo ricorda anche Gesù in una discussione con i suoi avversari:
«Ma se è per il dito di Dio che lo caccio i demoni, è dunque pervenuto a voi il regno di Dio» (Luca 11:20). Gesù mostra che il dito di Dio è all’opera nel mondo quando pone le Sue dita nell’orecchio del sordo e questi recupera l’udito (Matteo7: 33). Ma c’è anche un altro momento in cui il dito di Gesù è in primo piano: quando, di fronte alle insistenze di coloro che hanno sorpreso la donna in flagrante adulterio, si china e scrive per terra. È ancora il dito di Dio che, da un lato, nella Sua onnipotenza, è capace di distruggere ogni peccato, dall’altro è puntato contro l’ipocrisia di quelli che vorrebbero la condanna di chi ha sbagliato, contro chi tiene fieramente in mano la pietre (del pettegolezzo, della diffamazione, della critica spietata, del riferimento insistente e crudele dell’errore commesso) e vuole colpire chi si è già fatto abbastanza male da solo (Giovanni 8:6 e seguenti).

 

Le mani elevate al cielo

Al termine delle celebrazioni liturgiche nel tempio, il sommo sacerdote si affacciava alla porta del santuario e, scendendo lentamente i gradini, alzava le mani sull’assemblea dei figli di Israele e li benediceva. Un gesto ieratico (sacerdotale) che, secondo quanto racconta l’evangelista Luca, Gesù ha ripetuto prima di lasciare questo mondo; «Poi li condusse fuori fino presso Betania; e levate in alto le mani, li benedisse. E avvenne che mentre li benediceva, sì dipartì da loro e fu portato su nel cielo» (Luca 24:50-51). La scena è grandiosa, solenne. Le braccia di Gesù sono protese verso il Padre, mentre le Sue labbra pronunciano la benedizione sulla comunità dei discepoli. Benedire non significa tracciare cor mani un segno di croce, ma “dire bene”.

Si “benedice” Dio, quando si proclama il Suo amore, quando si raccontano le Sue meraviglie, quando si annuncia la Sua salvezza. Si “benedicono” gli uomini, quando si pronunciano per loro parole di speranza, di pace, di salvezza. Gli uomini hanno bisogno di qualcuno che li “benedica.”, che annunci loro il bene, la gioia. Attende questa “benedizione” soprattutto chi più ha sbagliato nella vita, chi è tentato di lasciar cadere le braccia perché non sente che parole di “maledizione” e di condanna. Chi, come Gesù, mantiene le braccia alzate verso il cielo “benedice” sempre, “benedice” il sole e la pioggia, la salute e la malattia, i successi e i fallimenti.

 

La mano di Dio

Gesù rappresenta «la mano che Dio tende ai peccatori». La Scrittura sembra dare per scontato che Dio abbia “mani”, quando dice che “forma, plasma” l’uomo dalla polvere della terra (Genesi 2:7) o quando con il dito scrive le “dieci parole” su due tavole di pietra (Esodo 31:18).

I salmi cantano spesso “la mano potente” dell’Eterno. Ma che Gesù sia “la mano della misericordia di Dio” è davvero un incanto.

Rispondendo al discepolo Filippo che gli chiedeva :«Mostraci il Padre e ci basta» (Giovanni 14: ), afferma: «Chi ha veduto Me, ha veduto il Padre» (Giovanni 14:9). E ripetutamente ha sostenuto: «Io fo del continuo le cose che piacciono a Lui» (Giovanni 8:29). Osservando Gesù, noi sappiamo che cosa fanno le mani di Dio. Che cosa fa quando i nostri occhi non riescono a vedere, quando le nostre orecchie non riescono a sentire, quando i nostri piedi non riescono a camminare?

Gesù, la mano di Dio, ce lo ha rivelato.

Dio conosce ogni creatura, anche la più piccola e la chiama per nome. Dio conosceva il nome di ogni figlio e di ogni figlia prima ancora che il mondo esistesse. Anche oggi i Suoi occhi ci guardano sempre con amore, i Suoi passi ci seguono e le Sue mani hanno cura di noi.

E’ la buona notizia che Gesù è venuto ad annunciarci.

Dio continua anche oggi ad accarezzare, ad asciugare le lacrime, a spezzare il pane, a sorreggere, a risanare.., con le mani che gli mettiamo a disposizione. Beate queste mani.

 

Ezio  Coscia 

 

Il cristiano febbraio 2003