IL MATRIMONIO: UN DISEGNO
DIVINO.
Prefazione.
La famiglia è in crisi. Non è una novità, non è una frase che fa notizia
e lo dimostrano sia le spaventose percentuali di separazione e divorzio nel
corso di questi ultimi anni, sia i diversi tentativi di rafforzare
quest’istituzione, che permane pur sempre importante e fondamentale per il bene
dell'umanità, ma che sembra destinata all’autodistruzione.
Assistiamo, infatti, ogni giorno, con profondo dolore, al fallimento
matrimoniale di amici, conoscenti, parenti. Altri scelgono la convivenza,
mentre essere “single” conosce uno fra i suoi picchi più alti in questi ultimi
anni. Ma è pur vero che nelle nostre Chiese vediamo matrimoni forti e solidi.
Meditando sui fallimenti e sui successi della famiglia, ci si rende
conto ancora una volta, che la Parola di Dio è l’elemento essenziale per una
buona preparazione al matrimonio ed è soprattutto garanzia di successo in tutte
quelle famiglie disposte ad ascoltare e seguire le direttive ed i consigli di
Dio contenuti nella Bibbia, la quale ha il gran pregio di essere realista
quando parla di rapporti umani.
Benedetta è quella famiglia che vive secondo i principi della Parola di
Dio!
IL MATRIMONIO: DALL’EDEN A… OGGI.
Il matrimonio è un’idea di Dio, fu infatti la prima istituzione voluta
dal Creatore. Fu stabilito prima della legge, prima d’ogni forma d’autorità e
prima del peccato. L’istituzione del matrimonio ha il suo fondamento nella
volontà di Dio. Esaminando la creazione prima della formazione dell’uomo, si
nota che tutto era buono:
· Genesi 1:10: “Dio chiamò
l'asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che
questo era buono”.
·
Genesi 1:12: “La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme
secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la
propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono”.
· Genesi 1:17: “Dio le mise
nella distesa dei cieli per illuminare la terra, per presiedere al giorno e
alla notte e separare la luce dalle tenebre. Dio vide che questo era buono.
Poi Dio creò l’uomo e solo per lui usò un superlativo: “Molto buono”: “Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a
immagine di Dio; li creò maschio e femmina. Dio vide tutto quello che aveva
fatto, ed ecco, era molto buono”
(Genesi 1:27,31).
Il superlativo dunque fu applicato alla creazione della coppia, al matrimonio,
alla famiglia.
Successivamente il racconto della creazione è ripreso. Qui Dio spiega
come creò l’uomo e la donna: “Dio il
Signore formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un
alito vitale e l'uomo divenne un essere vivente. Dio il Signore piantò un
giardino in Eden, a oriente, e vi pose l'uomo che aveva formato. Dio il Signore
fece spuntare dal suolo ogni sorta d'alberi piacevoli a vedersi e buoni per
nutrirsi, tra i quali l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della
conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il
giardino, e di là si divideva in quattro bracci. Il nome del primo è Pison, ed
è quello che circonda tutto il paese di Avila, dove c'è l'oro; e l'oro di quel
paese è puro; qui si trovano pure il bdellio e l’onice. Il nome del secondo
fiume è Ghion, ed è quello che circonda tutto il paese di Cus. Il nome del
terzo fiume è Chiddechel, ed è quello che scorre a Oriente dell'Assiria. Il
quarto fiume è l'Eufrate. Dio il Signore prese dunque l'uomo e lo pose nel
giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. Dio il Signore ordinò
all'uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell'albero della
conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai,
certamente morirai». Poi Dio il Signore disse: «Non è bene che l'uomo sia solo;
io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». Dio il Signore, avendo formato
dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li
condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere
vivente portasse il nome che l'uomo gli avrebbe dato. L'uomo diede dei nomi a
tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per
l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui” (Genesi
2:7-20).
Dal racconto notiamo innanzi tutto che Dio
fece l’uomo con le Sue mani, a differenza delle altre creature, chiamate
all’esistenza dalla Parola. Dopo di ciò lo pose in un luogo meraviglioso e gli
affidò un compito preciso, ma non gravoso, gli impartì un limite per uno
sviluppo morale; poi Dio si accorse che l’uomo era solo. L’uomo passò allora in
rassegna tutti gli animali, dette loro un nome, ma continuava a sentirsi solo.
Tutti gli animali avevano un compagno e una compagna, ma l’uomo era
solo. Dio allora intervenne e andò incontro al suo bisogno: “Allora Dio il Signore fece cadere un profondo
sonno sull'uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse
la carne al posto d'essa. Dio il Signore, con la costola che aveva tolta
all'uomo, formò una donna e la condusse all'uomo. L'uomo disse: «Questa,
finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata
donna perché è stata tratta dall'uomo». Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua
madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne” (Genesi 2:21-24).
L’espressione: “Poi Dio il Signore disse: «Non è
bene che l'uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui”, è
tradotto anche nel seguente modo: “Un aiuto come suo completamento”, letteralmente: ”Come di fronte a lui”.
Inoltre l’espressione: “Non è bene” fa pensare non solo all’assenza di
un bene, ma anche di una mancanza dolorosa. Il Signore stava dichiarando la
donna indispensabile alla creazione, affinché ella potesse essere considerata
completa e più particolarmente pensava all’uomo, perché potesse essere
veramente felice. L’uomo dunque, non è stato creato per vivere da solo. Dio non
gli ha messo vicino soltanto un altro essere, ma un “prossimo”, una presenza
concretamente qualificata nell’ordine da Lui disposto.
Nel racconto di Genesi si nota che Dio formò Eva non dalla polvere come
aveva fatto creando Adamo, ma da un elemento più elevato: dal fianco dell’uomo,
da una sua costola. Eseguì il primo intervento chirurgico della storia in
anestesia totale e trasse la donna dall’uomo, perché questi l’amasse come se
stesso e la proteggesse del continuo: “Allo
stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria
persona. Chi ama sua moglie ama sé stesso. Infatti nessuno odia la propria
persona, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la
chiesa” (Efesini 5:28,29).
La donna deve camminare al suo fianco, avere il medesimo valore e
stabilire una profonda comunione con l’uomo.
Immaginiamo la reazione di Adamo, una volta sveglio, quando Dio gli
mostrò la donna. Pieno di meraviglia disse: “Questa finalmente è ossa delle
mie ossa e carne della mia carne”. A tutte le altre creature aveva dato dei
nomi, ma a questa creatura unica Adamo volle condividere il proprio nome: “Sarà
chiamata donna” (nell'ebraico, donna: “ishah”; uomo: “ish” - significandone la
derivazione e l’unione). La necessità di un aiuto convenevole nasce dalla
capacità insita della natura umana d’essere sufficiente a sé stessa. Il
dialogo, lo scambio d'opinioni, l'affetto sono tutte esigenze naturali e
insopprimibili e l'uomo scopre, così, d’essere insufficiente non solo sul piano
spirituale (“non c’è alcun giusto, neppure uno”), ma anche su quello
psicologico e sociale (“non è bene che l'uomo sia solo”); infatti, solitudine è
sinonimo di tristezza, di sofferenza e di insufficienza: “Infatti, se l'uno cade, l'altro rialza il suo
compagno; ma guai a chi è solo e cade senz'avere un altro che lo rialzi! Così
pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a
riscaldarsi? Se uno tenta di sopraffare chi è solo, due gli terranno testa; una
corda a tre capi non si rompe così presto” (Ecclesiaste 4:10-12).
L’uomo ha bisogno della donna e la donna dell’uomo. Essi s’integrano e
si attraggono reciprocamente. I due sessi sono complementari e quando si
uniscono, diventano uno, vale a dire una stessa cosa. Hanno bisogno l’uno dell’altro:
“D'altronde, nel Signore, né la donna è
senza l'uomo, né l'uomo senza la donna” (1Corinzi.11:11).
Il matrimonio è molto più di una semplice compagnia, è il miracolo della fusione spirituale e fisica
dei due partners. Uniti da Dio, non
sono più due, ma uno. In Eden viene enunciato il programma di Dio, che sta alla
base del matrimonio: “Perciò l'uomo
lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa
carne. L'uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna” (Genesi
2:24,25).
Gesù riprese questa verità nei Suoi insegnamenti: “Al
principio della creazione Dio li fece maschio e femmina. Perciò l'uomo lascerà
suo padre e sua madre, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due,
ma una sola carne. L'uomo, dunque, non separi quel che Dio ha unito» (Marco
10:6-9).
TRE ASPETTI DEL MATRIMONIO.
1.
Lasciare. 2.
Unirsi. 3.
Essere una sola carne.
1. Lasciare.
Per due giovani credenti che hanno deciso di sposarsi, deve essere chiaro
il concetto biblico che riguarda il lasciare e l’unirsi, espresso sia
nell’Antico che nel Nuovo Testamento (Genesi 2:23-24; Matteo19:5; Efesini
5:31).
Questi versi rappresentano la dichiarazione
più profonda di tutta la Scrittura inerente al piano di Dio per il matrimonio.
E’
da notare che i versi considerati, che risultano identici, ci parlano di due
cose importanti: un uomo e una donna che si uniscono in matrimonio e diventano
una stessa carne, cioè una stessa cosa, ma a quest’atto, a questa decisione, ne
segue un’altra non meno importante, ossia quella di lasciare i propri genitori.
Questo è ciò che Dio ha stabilito. Lasciare i propri genitori vuol dire
sostituire al rapporto primario genitori-figli, quello di marito-moglie. Questo
è il comandamento di Dio, la volontà di Dio. Il distacco è il prezzo della
felicità. Se non avviene un vero e proprio distacco, il matrimonio sarà in
difficoltà. Come un neonato non può vivere se non si recide il cordone
ombelicale che lo lega alla madre, così un matrimonio non può svilupparsi
fintanto che non c’è un vero e proprio distacco, una vera separazione dalla
famiglia. Si deve lasciare la sicurezza della casa paterna. Marito e moglie con
quest’azione dichiarano di essere disposti a fondare un nuovo nucleo e ad assumersene
tutte le responsabilità.
Il precetto del Signore di lasciare la casa paterna, anche da parte
dell’uomo oltre che della donna, ha protetto nel tempo la donna dal malcostume
diffusosi nei paesi orientali secondo cui con il matrimonio la donna diventava
schiava della famiglia del marito. Distaccarsi, però, non significa abbandonare
i rispettivi genitori e troncare ogni rapporto, al contrario, se a una coppia è
data la possibilità di staccarsi e cominciare una vita propria, essa sarà in
grado più tardi di aiutare le rispettive famiglie.
Il fatto che essi abbiano potuto distaccarsi, crea uno spazio, un
intervallo di tempo in cui l’amore fra genitori e figli può crescere e
maturare.
Tornando all’episodio del cordone ombelicale, esso è indispensabile alla
vita del feto nella vita intrauterina ma, una volta che il bambino viene alla
luce, se non viene subito reciso diventa pericoloso. Così è nel matrimonio: ciò
che prima era vitale, vale a dire le cure della mamma, i consigli del papà,
possono metterlo in pericolo se persistono ancora.
Spesso questo cordone si trascina senza saperlo. Il marito confronta la
moglie alla madre, lei paragona il marito al padre. Tale atteggiamento non fa
che innervosire il coniuge e spingerlo ad agire in modo ancora più palesemente
opposto al modello proposto. Il concetto di lasciare ha anche un aspetto
psicologico. Lasciare significa anche staccarsi dalle nostre care abitudini e
dedicarsi alla nuova vita coniugale. Chi non è disposto a rinunciare, non
riuscirà a rispettare il principio basilare del lasciare e rimarrà attaccato ad
abitudini e affetti che costituiscono un grave pericolo per la vita coniugale.
Perciò molti matrimoni naufragano, perché c’è stata sì l’unione fra marito e
moglie, ma non il lasciare i rispettivi genitori, che possono essere anche
bravi e discreti, ma sono comunque un ostacolo alla coppia e ne limitano la
loro libertà di movimento e di espressione. Se Dio dice di lasciare i
rispettivi genitori, vuol dire che ciò è per il nostro bene.
Ci sono dei fattori anche a livello psicologico che ostacolano
l’ubbidienza a questo comando di Dio, ossia il fattore economico ed un rapporto
morboso e patologico figli-genitori.
Fattori economici.
Alcune coppie devono molto ai propri genitori dal punto di vista
economico. Questo crea due condizioni e cioè o che la coppia decide di
stabilire il proprio domicilio a casa dei genitori o che pur avendo una propria
abitazione, di fatto è come se non l’avesse stando la maggior parte del tempo a
casa dei suoi genitori.
La coppia di credenti deve invece imparare a vivere la sua vita in
maniera indipendente, anche se esiste di fatto una dipendenza economica. Il
cordone ombelicale deve essere reciso con il matrimonio, anche se ciò potrebbe
comportare una vita di maggiori difficoltà dal punto di vista economico
(Proverbi 17:1; 28:21).
Rapporto morboso.
Questo problema può essere legato ad una situazione di dipendenza simile
a quella economica che abbiamo descritto oppure può scaturire dalla immaturità
o di uno dei quattro genitori o di uno dei due coniugi. In questo caso il
problema non deve essere solo affrontato, ma risolto. Perciò è importante,
necessario, indispensabile parlarsi apertamente prima del matrimonio.
Ecco a che cosa serve il fidanzamento: ad affrontare problematiche
delicate, perché: “Prevenire è meglio che curare” (Amos 3:3).
Ecco cosa scrive una donna delusa:
“Ieri abbiamo ricordato, non festeggiato, il
nostro ventinovesimo anniversario di matrimonio. Un’unione felicemente
riuscita, due figli, le gioie e le preoccupazioni di una famiglia normale, un
marito meraviglioso tutto dedicato al lavoro, al volontariato, a noi e alla sua
mamma... Eh si, dopo quasi trent’anni, mio marito non è riuscito ancora a
tagliare il cordone ombelicale che lo lega alla sua mammina, che va a trovare
una o due volte al giorno, anche se non vive da sola ed è più che
autosufficiente.
Ho sempre voluto bene a mia suocera, ma ora
non riesco più ad essere gentile con lei, perché giorno dopo giorno, mi sta
portando via l’amore di mio marito. Persino i figli ormai, quando non vedono il
papà in casa, si limitano a bofonchiare: “Sarà dalla nonna come al solito”. Al
suo ritorno poi dall’espressione del volto sappiamo di che umore è la
vecchietta e dobbiamo tutti adeguarci all’aria che tira.
Con mio marito io non litigo mai, però se
sfiorassi questo tasto, sarebbe una fiammata, perché sua madre è al di sopra
d’ogni sospetto.
Pur amando il mio uomo con tutto il cuore, mi
sono sempre sentita la seconda donna della sua vita e questo non mi sembra
giusto”.
L’unione deve privilegiare il coniuge piuttosto
che i genitori.
2. Unirsi.
Significa fondere le personalità, coltivare il
rapporto nella fedeltà, facendo precedere le esigenze dell’altro alle proprie. I
buoni matrimoni inducono all'apertura e lo sviluppo sotto tutti gli aspetti.
Possiamo essere pienamente noi stessi. Possiamo conoscerci l'un l'altro nelle
nostre più riposte speranze, nei desideri e nelle debolezze; possiamo essere
appieno sinceri, non abbiamo bisogno di metterci un velo. Siamo creati per
rispondere alle esigenze che si presentano in ogni sfera dell'unione coniugale.
3. Essere una sola carne.
Rappresenta l’unione fisica, espressione
dell’amore coniugale. Il matrimonio non è solo una condizione
spirituale, ma comporta anche un’unione fisica, sessuale.
L'unione fisica deve partecipare della benedizione
del matrimonio avvenuto già nei suoi obblighi giuridici e sociali. Una scelta
di vita ispirata ad una convivenza irregolare è un esperimento destinato a
fallire. La Parola di Dio porta ad abbandonare la condizione precedente e ad
unirsi, per diventare quindi una sola carne. Walter Trobisch paragona i tre
aspetti sopracitati (separazione, unione ed essere una sola carne) ai lati di
una tenda che ci copre. Quando manca uno di questi lati, non siamo più coperti.
Il vero matrimonio è più di un'unione romantica,
più di una fusione fisica e va al di là di ogni sentimentalismo fine a sé
stesso. Ci deve essere un'unione di corpo, di intelletto e di spirito. Dio usa
la figura di Gesù, che ha amato la Chiesa e ha dato Se stesso per lei. Allo
stesso modo un uomo deve amare la propria moglie con tenerezza e rispetto. Gesù
rivendicò la Sua autorità, diventando servo e servendo la Sua Chiesa. Oggi il
mondo chiede gratificazione sessuale con o senza vincoli. Molti non accettano
un legame così coinvolgente, eppure questo rimane il solo modo stabilito da
Dio. Il matrimonio deve essere vissuto! E’ la volontà di Dio per l'uomo e ne
vale la pena!
La più indicativa lezione che possiamo trarre dal primo matrimonio che
Dio stesso ha celebrato in Eden, riguarda l’immutabilità di quest’istituzione
divina. Dio dunque è l’artefice del matrimonio:
A) In generale, in quanto il matrimonio è un’istituzione divina: “Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si
unirà a sua moglie e i due diverranno una carne sola” (Efesini 5:31).
B) In particolare, in quanto Dio è il solo che può rendere una
famiglia felice. Senza di Lui ogni cosa è destinata a fallire: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si
affaticano i costruttori” (Salmo
127:1).
Dio ha soddisfatto tre importanti esigenze dell'uomo, che sono tra le
più profonde:
1. L'esigenza affettiva. L’espressione di Adamo quando vide Eva fu:
“Finalmente”. L'uomo ama e vuole essere amato e il sospiro di sollievo di Adamo
ne é la prova e dimostra che egli soffriva di solitudine.
2. L’esigenza psicologica. Con
l’espressione “ossa delle mie ossa” Adamo sembra dire: “E’ come me”. La donna è
la compagna con la quale Adamo può trovare quel conforto psicologico, quella
comprensione che derivano da una natura simile.
3. L’esigenza sociale. Non è un caso che l’unione matrimoniale sia il
fondamento della società. Essa per la sua particolare forza é coesione ed al
contempo espressione di ordine sociale. Adamo aveva bisogno di “socializzare”,
di instaurare dei rapporti che gli permettessero di sviluppare la natura “a
somiglianza di Dio” che gli era stata donata. Dio istituì il matrimonio,
concependolo come un vincolo destinato a durare tutta la vita.