IL MATRIMONIO
NEL POPOLO DI ISRAELE
La legge stabiliva che chiunque desiderasse
sposarsi, lo doveva fare all’interno del popolo d’Israele.
Era infatti vietato solennemente agli Ebrei di sposare
degli stranieri, sia per motivi di sangue, sia per motivi di carattere
strettamente religioso, dato che trattandosi di pagani, avrebbero potuto sviare
gli Israelite dalla fede nel Dio vivente: “Non t'imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non
prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché distoglierebbero da me i tuoi
figli che servirebbero dèi stranieri e l'ira del Signore si accenderebbe contro
di voi. Egli ben presto vi distruggerebbe” (Deuteronomio 7:3-4).
Una piccola eccezione era costituita dalle donne
prigioniere di guerra, le quali potevano essere sposate da un ebreo dopo una
cerimonia simboleggiante la rinuncia al loro ambiente d’origine: “Quando andrai alla guerra contro i tuoi nemici e
il Signore, il tuo Dio, li avrà messi nelle tue mani e tu avrai fatto dei
prigionieri, se vedrai tra i prigionieri una donna bella d'aspetto, se ne sarai
attratto e vorrai prendertela per moglie, la condurrai in casa tua; lei si
raderà il capo, si taglierà le unghie, si toglierà il vestito che portava
quando fu presa, dimorerà in casa tua e piangerà suo padre e sua madre per un
mese intero; poi entrerai da lei e tu sarai suo marito e lei tua moglie. Se poi
non ti piace più, la lascerai andare dove vorrà, ma non la potrai in alcun modo
vendere per denaro né trattare da schiava, perché l'hai umiliata” (Deuteronomio 21:10-14).
Ci si sposava presto in
Israele. Per molti rabbini l’età di diciotto anni era quella più adatta agli
uomini. Si consigliava ai padri di sposare i figli “mentre ancora tenevano la
mano sul collo”. I dottori più permissivi ammettevano che si potevano aspettare
i ventiquattro anni per prendere moglie, ma i più severi assicuravano che il
“Santo Unico che sia benedetto!, malediceva l’uomo che a vent’anni
non era sposato” (Kiddushim 29,6).
Quanto alle ragazze, le si maritavano appena
considerate nubili, vale a dire legalmente a dodici anni e mezzo. Secondo
Daniele Rops quando Maria dette alla luce Gesù, non
doveva avere più di quattordici anni (D.Rops, “La
vita quotidiana in Palestina al tempo di Gesù, Milano 1986 pag.137).
L’iniziativa del matrimonio era presa dal padre
dello sposo; così si era fatto sin dai tempi dei patriarchi e dei Giudici. La
sapienza dei rabbini dava ottimi consigli ai genitori ed ai giovani. Essi
ripetevano: “Esitate a lungo prima di prendere una moglie! Non badate alla
bellezza, essa passa, pensate alla famiglia”!
Se a qualche giovane veniva in mente di portare a
casa una ragazza di condizione sociale inferiore alla sua, il padre rompeva in
strada una botte piena di frutta, gridando che non avrebbe mai riconosciuto la
discendenza dell’intrusa, i cui figli sarebbero stati dispersi lontano da
quella famiglia come quei meloni, quei fichi e quelle carrube che rotolavano là
sulla via (F.M. Williams, Marie, mere de Jesus, pag.147), il che non
impediva a certi rabbini di dare questo consiglio: “Scendi di un gradino,
prendendo una moglie per non correre il rischio di essere disprezzato da un
eventuale giovane di rango superiore (Yebbamoth 43a).
Come si vede i saggi d’Israele avevano una profonda
conoscenza del matrimonio e dei suoi problemi. Esisteva un caso in cui un
israelita era costretto a sposare una donna, anche se non la desiderava ossia
quando un uomo moriva senza lasciare figli: suo fratello o il suo erede erano
tenuti a sposarne la vedova per darle una progenie, che sarebbe stata
considerata del defunto. Era il precetto del levirato
- dal latino “levir”, che traduce l’ebraico “yaham”, cognato.
Se un uomo si sottraeva a questo dovere, la vedova aveva
il diritto di strappargli il sandalo dal piede e sputargli in faccia gridando
contro di lui: “Se quell'uomo
non vuole prendere sua cognata, la cognata salirà alla porta, dagli anziani, e
dirà: «Mio cognato rifiuta di far rivivere in Israele il nome di suo fratello;
egli non vuole compiere verso di me il suo dovere di cognato». Allora gli
anziani della sua città lo chiameranno
e gli parleranno. Può darsi che egli persista e dica: «Non voglio prenderla».
In questo caso, sua cognata gli si avvicinerà in presenza degli anziani, gli
leverà il calzare dal piede, gli sputerà in faccia e dirà: «Così sarà fatto
all'uomo che non vuole ricostruire la casa di suo fratello». La casa di lui
sarà chiamata in Israele la casa dello scalzo” (Deuteronomio 25:7-10).
Il levirato era ancora in
uso al tempo di Gesù, infatti, i suoi nemici gli posero una domanda su quest’argomento per metterlo in difficoltà: “Vi erano tra di noi sette fratelli; il primo,
ammogliatosi, morì; e, non avendo prole, lasciò sua moglie a suo fratello. Lo
stesso fece pure il secondo, poi il terzo, fino al settimo. Infine, dopo tutti,
morì anche la donna. Alla risurrezione, dunque, di quale dei sette sarà ella
moglie? Poiché tutti l'hanno avuta». Ma Gesù rispose loro: «Voi errate, perché
non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio. Perché alla risurrezione non
si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli” (Matteo
22:25-30).
Riportando quest’episodio,
gli evangelisti confermavano che il levirato era
ancora in vigore ed era tassativo come nel passato, quando Rut aveva ottenuto
che Boaz lo applicasse a suo favore. Tale
applicazione era però così delicata da venire codificata con quasi un intero
trattato del Talmud: lo “Yabbamot”.
Raggiunta l’intesa per il matrimonio,
avveniva il fidanzamento, una cerimonia che impegnava assai più di quanto non
avvenga nella società contemporanea, infatti, la legge riconosceva allo stato
del fidanzamento prerogative ed obblighi quasi identici a quelli del
matrimonio. Un uomo fidanzato con una donna, anche se non ancora sposato, era
esente dal servizio militare: “C'è
qualcuno che si è fidanzato con una donna e non l'ha ancora presa? Vada, torni
a casa sua, perché non muoia in battaglia e un altro se la prenda” (Deuteronomio 20:7).
Se una fanciulla già fidanzata veniva violentata da
un altro uomo, non poteva essere sposata da questi, come sarebbe stato normale:
“Quando una fanciulla vergine è
fidanzata e un uomo, trovandola in città, si corica con lei, condurrete tutti e
due alla porta di quella città, e li lapiderete a morte: la fanciulla, perché,
essendo in città, non ha gridato; e l'uomo, perché ha disonorato la donna del
suo prossimo. Così toglierai via il male di mezzo a te. Ma se l'uomo trova per
i campi la fanciulla fidanzata e facendole violenza si corica con lei, allora
morirà soltanto l'uomo che si sarà coricato con lei; non farai niente alla
fanciulla; nella fanciulla non c'è colpa degna di morte; si tratta di un caso
come quello di un uomo che aggredisce il suo prossimo e lo uccide, perché egli
l'ha trovata per i campi; la fanciulla fidanzata ha gridato, ma non c'era
nessuno per salvarla” (Deuteronomio
22:23-27).
In caso di morte del fidanzato, la ragazza era
considerata vedova. Il fidanzato faceva una donazione alla sua futura sposa
chiamata “mohar”. Nel Deuteronomio ci è detto che
cinquanta sicli di argento erano la cifra giusta: “L'uomo che si è coricato con lei darà al padre
della fanciulla cinquanta sicli d'argento e lei sarà
sua moglie, perché l'ha disonorata; e non potrà mandarla via per tutto il tempo
della sua vita” (Deuteronomio
22:29).
Una volta fissata la somma si firmava un vero e
proprio contratto di mercoledì se si trattava di una ragazza, di martedì se si
trattava di una vedova. Inoltre l’usanza voleva che il fidanzato facesse alla
futura sposa, un insieme di regali, il “mattan”, che
la donna avrebbe conservato nell’eventualità fosse rimasta vedova.
Sembra comunque che in alcuni casi il fidanzato
potesse entrare in una famiglia senza portare il “mohar”,
così come Giacobbe era entrato nella famiglia di Labano,
dove erano stati comunque felici di accoglierlo perché vi aveva portato la sua
forza, la sua giovinezza, il suo impegno nel lavoro. Così dovevano andare le
cose in famiglia dove c’erano sole figlie femmine e dove l’uomo era visto come
un salvatore. Il padre della ragazza dichiarava: “Da oggi tu sei mio genero!”
Il fidanzamento durava
circa un anno, durante il quale lo sposo doveva preparare la casa, mentre la
sposa avrebbe dovuto approntare gli abiti nuziali. Alla famiglia della sposa
spettava il compito di preparare le celebrazioni nuziali. Esso poteva essere
rotto solo per mezzo di un atto legale di transazione (in pratica un divorzio)
e la ragione per tale procedura era un’infedeltà. Maria e Giuseppe erano
fidanzati quando si scoprì che Maria era incinta. Giuseppe non voleva
ripudiarla pubblicamente, perché in tal caso ella, ritenuta adultera, doveva
essere lapidata. Giuseppe, che doveva amarla veramente, accettò con fede quando
Dio gli disse in sogno di sposare ugualmente Maria.
Il giorno del matrimonio,
la sposa, doveva essere vestita riccamente: “Ella sarà condotta al re avvolta in vesti ricamate; seguita dalle vergini
sue compagne, che gli saranno presentate” (Salmo 45:14).
Faceva il bagno e i suoi capelli venivano
intrecciati con tutte le pietre preziose possedute o prese in prestito: “Io mi rallegrerò grandemente nel Signore, l'anima
mia esulterà nel mio Dio; poiché egli mi ha rivestito delle vesti della
salvezza, mi ha avvolto nel mantello della giustizia, come uno sposo che si
adorna di un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli” (Isaia 61:10).
Le fanciulle che la vestivano, le stavano accanto come “compagne”. Un
velo le copriva il viso:
Ø
Cantico dei Cantici 4:1-3 “Come sei bella amica mia, come sei bella! I tuoi
occhi, dietro il tuo velo, somigliano a quelli delle colombe; i tuoi capelli
sono come un gregge di capre, sospese ai fianchi del monte di Galaad. I tuoi denti sono come un branco di pecore tosate
che tornano dal lavatoio; tutte hanno dei gemelli, non ce n'è una che sia
sterile. Le tue labbra somigliano a un filo scarlatto, la tua bocca è graziosa;
le tue gote, dietro il tuo velo, sono come un pezzo di melagrana”.
Ø
Cantico dei Cantici 6:7 “Le tue gote, dietro il tuo velo, sono come un
pezzo di melagrana”.
Questo velo era tolto solo nella camera nuziale (fu
a motivo del velo che Giacobbe non si accorse della sostituzione di Lea con Rachele).
Anche lo sposo vestiva con abiti eleganti, si adornava con gioielli ed era
accompagnato dall’ “amico dello sposo”: “Colui
che ha la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta,
si rallegra vivamente alla voce dello sposo; questa gioia, che è la mia, è ora
completa” (Giovanni 3:29).
Gli abiti di nozze erano talmente importanti che
non era lecito dimenticarsene: “La
fanciulla può forse dimenticare i suoi ornamenti, o la sposa la sua cintura?
Eppure il mio popolo ha dimenticato me, da giorni innumerevoli” (Geremia 2:32).
I due sposi avevano un aspetto regale e agivano da re e regina. Un altro
elemento importante delle nozze era il corteo che terminava la giornata. Lo
sposo partiva dalla sua abitazione per andare a prendere la sposa a casa dei
suoi genitori. A questo punto la sposa indossava il velo. Il corteo poi
proseguiva verso la casa della nuova coppia e la strada buia era rischiarata
dalle lampade ad olio portate dagli invitati.
Nella storia raccontata da Gesù lo sposo e la sposa
arrivarono più tardi del previsto, per questo l’olio cominciò a scarseggiare.
Solo coloro che avevano portato un vasetto di riserva furono in grado di
fornire d’olio le lampade e dare il benvenuto allo sposo e alla sposa (Matteo
25:1-13). Per tutta la strada c’erano musiche e canti: “Infatti così parla il Signore degli eserciti, Dio
d'Israele: Ecco, io farò cessare in questo luogo, davanti ai vostri occhi, ai
giorni vostri, il grido di gioia, il grido d'esultanza, il canto dello sposo e
il canto della sposa” (Geremia
16:9).
Talvolta la stessa sposa partecipava alle danze: “Torna, torna, o Sulamita,
torna, torna, che ti ammiriamo. Perché ammirate la Sulamita
come una danza a due schiere?” (Cantico
dei Cantici 7:1).
Giunti alla loro casa, la
sposa, come una regina prendeva posto sotto un baldacchino, lo “huppà”, rituale in uso da lungo tempo. A questo punto la
sposa cantava gli inni d’amore: “Mi baci
egli dei baci della sua bocca, poiché le tue carezze sono migliori del vino. I
tuoi profumi hanno un odore soave; il tuo nome è un profumo che si spande;
perciò ti amano le fanciulle! Attirami a te! Noi ti correremo dietro! Il re mi
ha condotta nei suoi appartamenti; noi gioiremo, ci rallegreremo a motivo di
te; noi celebreremo le tue carezze più del vino! A ragione sei amato!” (Cantico dei Cantici 1:2-4).
Al suo canto, dirigendosi
verso di lei, lo sposo rispondeva: “Il
fico ha messo i suoi frutti, le viti fiorite esalano il loro profumo. Alzati,
amica mia, mia bella, e vieni». Mia colomba, che stai nelle fessure delle
rocce, nel nascondiglio delle balze, mostrami il tuo viso, fammi udire la tua
voce; poiché la tua voce è soave, e il tuo viso è bello” (Cantico dei Cantici 2:13-14).
Durante la festa nuziale gran parte del tempo era
dedicato a mangiare e a bere. Alle nozze di Cana,
Gesù fornì qualcosa come circa 250 litri di vino per gli ospiti, di una tale
qualità che il “maestro di tavola” ritenne un peccato che quel vino fosse stato
lasciato per ultimo (Giovanni 2:6-10).
La festa durava sette giorni e a volte perfino il
doppio: “Labano rispose: «Non è usanza da noi dare la minore
prima della maggiore. Finisci la settimana nuziale con questa e ti daremo anche
l'altra, per il servizio che presterai da me per altri sette anni» (Genesi 29:26-27).
Il matrimonio veniva però consumato fin dalla prima
notte, a ricordo della quale si conservava il lenzuolo sporco di sangue, che
provava la verginità della ragazza e che serviva da testimonianza in caso di
calunnia da parte del marito: “Quando un
uomo sposa una donna, entra da lei, e poi la prende in odio, le attribuisce
azioni cattive e disonora il suo nome, dicendo: «Ho preso questa donna e,
quando mi sono accostato a lei, non l'ho trovata vergine», allora il padre e la
madre della giovane prenderanno le prove della verginità della giovane e le
presenteranno davanti agli anziani della città, alla porta. Il padre della
giovane dirà agli anziani: «Io ho dato mia figlia in moglie a quest'uomo; egli l'ha presa in odio, ed ecco che le
attribuisce azioni cattive, dicendo: "Non ho trovato vergine tua
figlia". Ora ecco le prove della verginità di mia figlia», e mostreranno
il lenzuolo davanti agli anziani della città” (Deuteronomio 22:13-17).
Nelle famiglie molto ricche, agli ospiti venivano forniti
gli abiti nuziali (Matteo 22:12). L’amore coniugale, nell’Antico Testamento, è
presentato, come un profondo affetto fra due giovani voluto e santificato da
Dio. Esso assume anche un valore simbolico: rappresenta il rapporto fra
l’Eterno ed il popolo d’Israele. Ecco perché Israele è spesso definito: “La
fidanzata o sposa del Signore” che, tratto di mezzo agli altri popoli, adornato
e nobilitato per l’unione con Lui, deve servirlo non con timore servile, ma con
amorevole devozione.
IL MATRIMONIO NEI VANGELI
Il Signore Gesù sottolineò fin dall’inizio del Suo
ministerio l’importanza del matrimonio. Non a caso Egli compì il primo dei Suoi
miracoli proprio in occasione di un banchetto nuziale: “Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù. E Gesù pure fu
invitato con i suoi discepoli alle nozze. Venuto a mancare il vino, la madre di
Gesù gli disse: «Non hanno più vino». Gesù le disse: «Che c'è fra me e te, o
donna? L'ora mia non è ancora venuta». Sua madre disse ai servitori: «Fate
tutto quel che vi dirà». C'erano là sei recipienti di pietra, del tipo
adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o
tre misure. Gesù disse loro: «Riempite d'acqua i recipienti». Ed essi li
riempirono fino all'orlo. Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al
maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe
assaggiato l'acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la
provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l'acqua),
chiamò lo sposo e gli disse: «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è
bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono
fino ad ora» Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi
discepoli credettero in lui” (Giovanni
2:1-11).
In un colloquio avuto con i
discepoli, Gesù ristabilisce l’istituzione del matrimonio in modo chiaro ed
inequivocabile: “Dei farisei si avvicinarono a lui per metterlo alla prova,
dicendo: «É lecito a un marito mandare via la moglie?» Egli rispose loro: «Che
cosa vi ha comandato Mosè?» Essi dissero: «Mosè permise di scrivere un atto di
ripudio e di mandarla via». Gesù disse loro: «É per la durezza del vostro cuore
che Mosè scrisse per voi quella norma; ma al principio della creazione Dio li
fece maschio e femmina. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre, e i due
saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne. L'uomo,
dunque, non separi quel che Dio ha unito» (Marco 10:2-9).
IL MATRIMONIO NELLE LETTERE DI PAOLO
L’apostolo Paolo ha affrontato i problemi del
matrimonio soprattutto nella sua corrispondenza con i Corinzi e in particolare
il suo pensiero è espresso in 1Corinzi capitolo sette.
I cristiani che vivevano con la mentalità greca
correvano due pericoli principali: l’immoralità e l’ascetismo. I Corinzi erano
più esposti all’immoralità. Esisteva un verbo: “Korinthiazein”,
ossia vivere Alla maniera dei Corinzi, che indicavano i piaceri libertini
promessi ai viaggiatori che passavano per Corinto.
Sembra che a questa realtà alcuni cristiani avevano
reagito in maniera esagerata, praticando un ascetismo rigoroso, nell’attesa
della fine prossima di tutte le cose. Per rompere con il passato e studiarsi di
conservarsi puri dal mondo che li circondava si erano spinti oltre il dovuto.
È probabile che in una lettera della chiesa di
Corinto l’apostolo fosse stato interrogato sui seguenti soggetti:
·
“I cristiani devono rimanere celibi per conservarsi
puri?”
·
“Gli sposi cristiani dovrebbero astenersi dai
rapporti sessuali?”
·
“I genitori che hanno ragazze nubili devono
consentire loro di sposarsi?”
·
“Nel caso di separazione tra coniugi o di matrimoni
divenuti misti, quale condotta si deve tenere?”
A queste domande, l’apostolo Paolo, rispose
talvolta in modo autorevole, altre volte dando dei consigli personali sulla
scorta della sua esperienza cristiana e del profondo ministerio accordatogli
dal Signore. Nella sua prima lettera, l’Apostolo, prima di tutto, protesta
energicamente contro ogni contaminazione del corpo, che è il tempio dello
Spirito Santo (capitoli 6,13,19) e poi risponde in modo dettagliato ai problemi
sollevati da una estremistica scelta ascetica in riferimento al matrimonio e
alla sessualità.
Intorno ai coniugi cristiani, insegna loro di non
astenersi dai rapporti sessuali: “Il
marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; lo stesso faccia la moglie verso
il marito. La moglie non ha potere sul proprio corpo, ma il marito; e nello
stesso modo il marito non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie” (1Corinzi 7:3-4).
L’unica valida concessione prevede che ci sia il
mutuo consenso dei coniugi: “Non
privatevi l'uno dell'altro, se non di comune accordo, per un tempo, per
dedicarvi alla preghiera; e poi ritornate insieme, perché Satana non vi tenti a
motivo della vostra incontinenza” (1Corinzi 7:5).
In seguito, l’apostolo Paolo affronta una serie di
problemi concreti sulla base del fatto che “ciascuno ha il suo proprio dono da
Dio”; così parla del celibato, che non dev’essere
considerato una sciagura, ma una possibile forma di vita: “Io vorrei che tutti gli uomini fossero come sono
io; ma ciascuno ha il suo proprio dono da Dio; l'uno in un modo, l'altro in un
altro. Ai celibi e alle vedove, però, dico che è bene per loro che se ne stiano come sto anch'io. Ma se non
riescono a contenersi, si sposino; perché è meglio sposarsi che ardere” (1Corinzi 7:7-9).
L’apostolo fa dunque un appello al realismo, senza
il quale non è possibile vivere serenamente il tipo di vita alla quale ci
sentiamo chiamati.
Un altro soggetto importante di cui parla
l’apostolo, è la particolare situazione in cui uno solo dei coniugi ha fatto
l’esperienza della nuova nascita: “Ai
coniugi poi ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal
marito se si fosse separata, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il
marito); e che il marito non mandi via la moglie. Ma agli altri dico io, non il
Signore: se un fratello ha una moglie non credente ed ella acconsente ad
abitare con lui, non la mandi via; e la donna che ha un marito non credente, se
egli consente ad abitare con lei, non mandi via il marito; perché il marito non
credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata nel
marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre ora sono
santi” (1Corinzi 7:10-14).
Premesso che nel contesto
dell’insegnamento biblico, un credente può unirsi in matrimonio solo con una
persona che abbia fatto un’esperienza di conversione a Cristo, viene ricordato
che l’Evangelo non può divenire un pretesto per la separazione da parte del
coniuge credente. Il coniuge non credente deve essere invece rispettato nella
sua libertà: “Però, se il non credente
si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella non sono
obbligati a continuare a stare insieme; ma Dio ci ha chiamati a vivere in pace;
perché, tu, moglie, che sai se salverai tuo marito? E tu, marito, che sai se
salverai tua moglie?” (1Corinzi
7:15,16).
In seguito l’apostolo
Paolo parla ancora dei celibi, dicendo che forse essi hanno qualche vantaggio
non per qualche superiorità spirituale, ma a causa dei tempi difficili: “Io penso dunque che a motivo della pesante
situazione sia bene per loro di restar come sono; poiché per l'uomo è bene di
starsene così. Sei legato a una moglie? Non cercare di sciogliertene. Non sei
legato a una moglie? Non cercar moglie” (1Corinzi 7:26,27).
In vista della fine dei
tempi, il matrimonio poteva rappresentare una difficoltà in più, sia perché la
cura dovuta alla famiglia poteva rendere l’individuo meno disponibile per il
Signore, sia perché, in caso di persecuzione, la lealtà verso la famiglia
potrebbe entrare in conflitto con la fedeltà a Cristo.
L’apostolo parla poi dei
fidanzati, raccomandando soprattutto di non lasciarsi influenzare da
costrizioni e vedute di vario genere.
L’ultimo problema
affrontato da Paolo, è quello dei vedovi e del loro diritto di risposarsi: “La moglie è vincolata per tutto il tempo che vive
suo marito; ma, se il marito muore, ella è libera di sposarsi con chi vuole,
purché lo faccia nel Signore. Tuttavia ella è più felice, a parer mio, se
rimane com'è; e credo di avere anch'io lo Spirito di Dio” (1Corinzi 7:39,40).
Nulla impedisce alla
credente vedova di risposarsi con un altro credente, però, in funzione della
situazione presente, egli ritiene che la vedovanza sia da preferirsi al passare
a nuove nozze.
Questo capitolo sette di
1Corinzi è dunque di fondamentale importanza a proposito del soggetto che
stiamo considerando. Paolo, affronta i vari aspetti della vita matrimoniale con
estrema praticità, spogliando l’etica familiare da qualsiasi spiritualismo disincantato,
ma ricordando che il problema famiglia come qualunque altro deve essere
inquadrato nella prospettiva più ampia del servizio che ogni cristiano deve
svolgere nell’attesa del ritorno del Signore.
Un importante concetto che l’apostolo Paolo
ripropone a più riprese è quello della sottomissione della donna: “Ora
come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere
sottomesse ai loro mariti in ogni cosa. Mariti, amate le vostre mogli, come
anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato sé stesso per lei, per santificarla
dopo averla purificata lavandola con l'acqua della parola, per farla comparire
davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma
santa e irreprensibile. Allo
stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria
persona. Chi ama sua moglie ama sé stesso” (Efesini 5:24-28).
L’invito per ogni famiglia è
ad amarsi: “Ciascuno individualmente ami sua moglie, come ama sé stesso; e
altresì la moglie rispetti il marito” (Efesini
5:33).
Concludiamo affermando
che, alla luce di tutta la Parola di Dio il matrimonio è un’istituzione divina
e quanti edificano sul fondamento della Parola di Dio, possono realizzare le
Sue benedizioni: “Beato chiunque teme il
Signore e cammina nelle sue vie! Allora mangerai della fatica delle tue mani,
sarai felice e prospererai. Tua moglie sarà come vigna fruttifera,
nell'intimità della tua casa; i tuoi figli come piante d'olivo intorno alla tua
tavola. Ecco così sarà benedetto l'uomo che teme il Signore” (Salmo 128:1-4).
L'istituzione e la regolamentazione del matrimonio
cristiano sono dunque stabilite nella Sacra Bibbia, la Parola di Dio, unica,
infallibile e autorevole regola della nostra fede e condotta. Ne consegue
quindi che:
É evidente dal testo citato che Dio considera
l'uomo e la donna, legati l'uno all'altro, com’è dimostrato dal carattere dell'atto
creativo di Dio. La relazione tra l'uomo e la donna è secondo il piano divino,
sociale oltre che fisica, esprimendo così una partecipazione comune ai
privilegi e alle responsabilità dell'esistenza: “Poi Dio il Signore disse:
«Non è bene che l'uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui» (Genesi 2:18).
2. Il
matrimonio: unione indissolubile: “Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si
unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne” (Genesi 2:24).
Nell'Antico Testamento si prende atto
dell'esistenza della poligamia e si nota che il primo caso si verificò fra i
discendenti di Caino: “Lamec prese due mogli:
il nome dell'una era Ada e il nome dell'altra Zilla” (Genesi 4:19).
Il matrimonio monogamico continuava, però, ad
essere considerato come l'unione ideale:
Ø
Salmo 128:3 “Tua moglie sarà come vigna fruttifera, nell'intimità della tua casa; i
tuoi figli come piante d'olivo intorno alla tua tavola”.
Ø
Proverbi 5:18 “Sia benedetta la tua fonte, e vivi lieto con la sposa della tua
gioventù”.
Ø
Ecclesiaste 9:9 “Godi la vita con la moglie che ami, per tutti i giorni della vita della
tua vanità, che Dio ti ha data sotto il sole per tutto il tempo della tua vanità;
poiché questa è la tua parte nella vita, in mezzo a tutta la fatica che
sostieni sotto il sole”.
Gesù ripresenta il concetto ideale
dell'indissolubilità del matrimonio: “Così
non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l'uomo non
lo separi»… Gesù disse loro: «Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi
permise di mandar via le vostre mogli; ma da principio non era così” (Matteo 19:6,8).
L'unione coniugale nella sua indissolubilità
costituisce uno dei doni divini per i credenti, i quali hanno così
l'opportunità di attuare la loro vocazione per testimoniare dell'amore di Dio
rivelato in Cristo, durante tutto il tempo della loro vita terrena.
3. Il
matrimonio: un patto. II matrimonio é
costituito da un solenne impegno assunto dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.
Infatti, il momento nel quale il matrimonio si costituisce é la libera
espressione di una reciproca promessa di fedeltà: “Eppure dite: «Perché?» Perché il Signore è testimone fra te e la moglie
della tua giovinezza, verso la quale agisci slealmente, sebbene essa sia la tua
compagna, la moglie alla quale sei legato da un patto” (Malachia 2:14).
Conclusione.
La lezione più significativa
che i cristiani di oggi possono ricavare dal primo matrimonio celebrato in Eden
dal Signore, riguarda l’immutabilità e l’unicità del piano di Dio per la razza
umana. Dio avrebbe potuto formare Eva dalla polvere della terra, come aveva
fatto con Adamo, ma Egli voleva che tra l’uomo e la sua compagna ci fosse una
relazione ancora più intima di quella che poteva derivare dall’essere fatti
della stessa materia, ossia dalla polvere della terra. Così Egli formò la donna
da una parte dell’uomo stesso.
L’origine del matrimonio non è dovuta né agli istinti animali, né
all’evoluzione umana, ma è da attribuire a Dio. Il matrimonio è più di un
contratto civile o di una sistemazione sociale. Non è un contratto da stipulare
davanti a un ufficiale di Stato Civile e da sciogliere davanti ad un tribunale.
Tratto da “IL
CRISTIANO” ( www.ilcristiano.it )