IL CONTENUTO DELL’EVANGELIZZAZIONE
Introduzione
C’è un senso in cui abbiamo bisogno di riscoprire di volta
in volta, contemplando i vari aspetti con un senso di meraviglia e profonda
gratitudine. Se lo diamo per scontato, rischiamo di perdere di vista la grandezza
della salvezza che Cristo ha acquistata e quindi la visione del grande compito
affidatoci di farla conoscere a tutto il mondo.
Coloro che studiano i vari risvegli verificati dal tempo
della Riforma protestante fino ai nostri giorni, ci informano che ogni
autentico risveglio è contrassegnato fra l’altro da una riscoperta della verità
del Vangelo.
Tale riscoperta produce non solo maggiore efficacia
evangelistica, ma anche la scomparsa di ogni disgiunzione fra fede ed etica (1).
È stato ben detto che mentre è lo Spirito Santo ad operare
un risveglio nella chiesa, noi dobbiamo essere pronti a riceverlo.
È nostra viva speranza che la presente riflessione sul
contenuto dell’evangelizzazione possa essere una delle promesse di un autentico
risveglio che coinvolga tutte le comunità italiane.
Lo studio si articola in tre parti.
In primo luogo cerchiamo di valutare i contenuti della
nostra evangelizzazione, usando come termine di paragone la predicazione
apostolica.
In secondo luogo consideriamo brevemente il rapporto fra
obiettivi e contenuto.
In fine, tentiamo di riassumere il contenuto essenziale
dell’evangelizzazione.
1. Il concetto contemporaneo dell’evangelizzazione a
confronto con la predicazione apostolica
Quando gli evangelici dell’area fondamentalista parlano di
evangelizzazione, in genere stanno pensando ad un particolare programma
accuratamente preparato, oppure ad una strategia da seguire.
Al centro di un simile programma sta la presentazione di Cristo
come l’unico Salvatore, crocifisso per i nostri peccati e risorto il terzo
giorno.
Al termine della predicazione si insiste sul bisogno della
conversione personale per entrare nella benedizione della salvezza.
Leggendo i discorsi evangelistici riportati nel libro
degli Atti, si ha l’impressione che qualcosa sia cambiato nel nostro modo di
intendere l’evangelizzazione, rispetto alla concezione che ne aveva la chiesa
primitiva.
Pur rimanendo fedele nella sostanza, la tipica
presentazione odierna del messaggio evangelistico presenta un equilibrio
diverso. A rischio di generalizzare troppo, possiamo dire, a proposito del
tipico programma evangelistico odierno, che in genere si inizia con musica e
facendo riferimento a problemi e argomenti di attualità, per attirare
l’attenzione e per coinvolgere l’uditorio, si parla della necessità che tutti
hanno di Cristo, l’unico Salvatore dell’umanità, e si invita gli uditori a fare
la loro decisione.
La differenza fra questo tipo di programma e la
predicazione apostolica concerne soprattutto il punto di avvio e l’enfasi.
In quanto al punto
di avvio, i predicatori apostolici in genere entravano subito in argomento;
avevano già l’attenzione dell’uditorio quando si mettevano a predicare.
Nel caso che l’uditorio avesse una discreta conoscenza
delle Scritture (era il caso dei Giudei, dei proseliti del Giudaismo e dei
timorati di Dio), l’apostolo Paolo esordiva evocando alcuni punti salienti
della storia della salvezza e delle aspettative messianiche, contenuti negli
Scritti Sacri dell’Antico Testamento. Poi passava a parlare di Cristo come Compitore della salvezza e adempimento della speranza di
Israele (Atti 13:15-41; 26:6-8, 22-26; 7:1-53).
Non possiamo, evidentemente, fare leva sulla testimonianza
oculare, come poteva fare Pietro (Atti 2 e 4; 10:36-43).
Quando l’uditorio non aveva avuto accesso alla rivelazione
speciale, il predicatore apostolico dedicava la prima parte del suo discorso
all’istruzione, creando così le basi necessarie perché l’annuncio evangelico
potesse essere correttamente compreso (Atti 14:15-17; 17:22-29; Romani 1:18-22).
A proposito della differenza di enfasi,
i predicatori dell’epoca apostolica erano più preoccupati di quanto spesso lo
siamo noi di sottolineare i fatti riguardanti
l’opera di Cristo, ossia gli eventi cristologici e il loro inquadramento
nell’opera di Dio.
Questi fatti costituivano il punto culminante di un
racconto salvifico-storico in cui venivano evocate le
tappe principali della storia biblica della salvezza e del ministero pubblico
di Gesù (Atti 2:22-33; 7:1-53; 10:34-43; 13:15-41; 17:1-2; 18:1.4; 19:1.8).
Può sorprendere constatare che in genere la predicazione
apostolica non approfondiva il significato della morte e della risurrezione di
Cristo. Evidentemente il fatto che tali eventi venivano citati alla conclusione
di un racconto storico-profetico, bastava per chiarire il loro peso specifico.
Dopo aver terminato la parte di proclamazione, i
predicatori apostolici istruivano i loro uditori su come dovevano reagire a
tale notizia per appropriarsi della benedizione della salvezza (Atti 2:36-40; 3:18-21;
10:43; 13:39-41; 17:30-31).
Alcune implicazioni pratiche
Alla luce di questo breve esame della predicazione
apostolica, possiamo permetterci di valutare il concetto contemporaneo di
evangelizzazione ed evanetulamente apportarvi qualche
correzione. È da precisare che non stiamo parlando qui di metodologia, ma solo
del concetto basilare che vi si esprime. Ci limiteremo a fare tre osservazioni:
1) Quando,
davanti ad un uditorio impreparato, diamo troppo spazio alla considerazione di
problemi di attualità, nel tentativo di rendere il Vangelo pertinente, e poi
passiamo direttamente a presentare Cristo come l’unico vero Salvatore,
rischiamo di far confondere la salvezza di cui Cristo è il Mediatore con la
categoria dell’esperienza. In tal caso potrà apparire più cruciale l’esperienza della conversione che non l’ubbidienza della fede. Non c’è
analogia fra il ricorso ai vari tipi di droga, il cumulo dei beni materiali e
gli ideali umanistici da una parte, e il venire a Cristo per essere salvati
dall’altra. Il primo è frutto del peccato, il secondo è frutto del
ravvedimento; l’uno vede l’uomo al centro delle cose, il ravvedimento riconosce
che tutto ciò che ha valore proviene da Dio ed è contrapposto al peccato.
2) Dobbiamo
considerare il bisogno di fare un’opera preliminare di istruzione affinché il
pubblico secolarizzato sia messo in grado di comprendere la natura essenziale
del messaggio evangelico (vedere i punti 1, e 2. dello studio, «Basi
dell’evangelizzazione»).
3) Nel corso
della proclamazione del Vangelo, è opportuno sottolineare la realtà e la natura
degli eventi cristologici - l’incarnazione, la morte, la risurrezione corporea,
l’ascensione e l’insediamento di Cristo alla destra di Dio Padre -. Se
trascuriamo di mettere questi eventi in primo piano, rischiamo di promuovere
una «decisione» che si basa più su una fiducia nella persona del predicatore,
che sulla fede genuina che ha come oggetto Cristo, il Signore.
2. Il rapporto fra obiettivi e contenuto
Bisogna subito chiarire i limiti di questa sezione dello
studio.
Non trattiamo la responsabilità sociale dei credenti.
Con ciò non vogliamo dare l’impressione che non sia
importante o che il comportamento sociale non influisca sull’efficacia
dell’evangelizzazione. Crediamo infatti che, sia l’evangelizzazione, che le
«buone opere» siano entrambe frutto della rigenerazione (1 Pietro 2:9-10; Efesini
2:10). Ne consegue che ogni credente dovrebbe cercare modi appropriati di
esplicare il proprio impegno nella società, sia nell’evangelizzazione - come
«luce» - che nel compiere opere buone - come «sale» - a secondo dei propri doni
e delle opportunità che il signore gli mette davanti (2).
Prima di stabilire quale deve essere il contenuto di un
discorso, occorre aver chiaro gli obiettivi che si vuole raggiungere.
Per esempio, una setta religiosa che ha come obiettivo
principale l’ingrandimento del numero dei suoi adepti, cercherà di trovare un
tipo di «messaggio» capace di adescare la gente, anche se tale messaggio non
corrisponde perfettamente alle vere credenze del movimento.
A proposito del rapporto fra obiettivi e contenuto, James Packer scrive: «Se tu
sei (per esempio) un universalista
che comprende il Vangelo come una chiamata a svegliarsi per riconoscere che
siamo tutti salvati, oppure un seguace di Tillich che
fa del nome «Dio» l’equivalente di qualunque cosa corrisponda alla nostra
«principale preoccupazione»; oppure un liberale di vecchio stampo per il quale
la buona notizia è che siamo figli di Dio per natura e che non può essere
diversamente; o uno che pensa che diventare membri di una determinata chiesa
visibile significhi entrare automaticamente nella sfera in cui la salvezza
viene applicata - allora il tuo messaggio evangelistico, al quale inviti gli
uditori a rispondere, sarà profondamente diverso da quello di un uomo per cui
il vangelo è la chiamata che Dio rivolge ai peccatori a convertirsi a Cristo,
per ripararsi dall’ira avvenire» (1 Tessalonicesi 1:9-10) (3).
Lo stesso Packer riassume gli
obiettivi dell’evangelizzazione in questi termini: «Fare degli uomini dei discepoli di Cristo di una comunità di discepoli»
(4).
Se questa definizione esprime fedelmente l’incarico
missionario che Cristo lasciò alla Sua chiesa, ne consegue che il contenuto
dell’evangelizzazione, di cui gli elementi qualificanti rimangono i fatti
centrali del Vangelo, include qualcosa di più del semplice annuncio di questi
fatti. Quindi conviene considerare brevemente l’evidenza a favore di questa
concezione ampia del compito.
Prima di tutto è significativo che Marco include nella sua
definizione di «Vangelo» tutto ciò che riguardava il ministerio preparatorio
del Battista e quello di Gesù (Marco 1:1 letto nel contesto dei vv. 1-8; 1:14-15; 8:35; 10:29; 13:10; 14:9; 16:15).
È chiaro che gli eventi della morte e della risurrezione
di Cristo acquisiscono il valore di «buona notizia» anche perché Cristo ha
vissuto una vita perfetta che poteva poi dare in sacrificio «per i molti», il
tutto in adempimento delle Scritture profetiche.
Inoltre, apprendiamo dai brani citati che c’è un rapporto
molto stretto fra il discepolato cristiano e il Vangelo (in particolare Marco 3:14
e 8:34-38).
Infatti fu a discepoli che Gesù affidò il mandato a
predicare il Vangelo ad ogni creatura (Marco 16:15).
L’importanza del discepolato cristiano è sottolineato
anche nel Vangelo secondo Luca. Per esempio Gesù avverte le folle, in via
preliminare, del bisogno di calcolare il costo prima di intraprendere un
cammino in cui Egli deve avere la priorità assoluta (Luca 14:25-35).
Ancora, la famosa metafora della vite e i tralci di
Giovanni 15:1-8; 16 insegna che il rapporto che esiste fra Cristo e i chiamati
mira proprio ad un discepolato fruttuoso.
In fine, è risaputo che Gesù parlò di discepolato quando
precisò ai primi discepoli la natura del loro incarico missionario, valido per
la duratura dell’epoca attuale. Disse infatti: «Andando dunque, discepolate
(5) le nazioni,
battezzandoli nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando
loro ad osservare tutte le cose che Io vi ho comandato» (Matteo 28,19-20).
Abbiamo già visto che il discepolato va insegnato e
vissuto nel contesto della comunità cristiana (Giovanni 13:34-35; 17:20-23).
Alcune implicazioni pratiche
Se la nostra analisi delle finalità dell’evangelizzazione
è fondata, ne consegue che quando annunciamo la buona notizia di come Dio salva i peccatori per mezzo di Cristo,
l’unico Salvatore, dovremmo associarvi la prospettiva di una vita di
discepolato che l’opera della grazia rende ormai possibile per ogni credente.
Così chi ascolta saprà che la vera fede conduce ad una vita di sottomissione a Dio.
Bisogna inoltre prospettare, fin dall’inizio, la
dimensione comunitaria della nuova vita in Cristo (Atti 2:41-47; 4:32-36; 16; 18).
3. Il contenuto dell’evangelizzazione
Avendo considerato il contenuto della predicazione
apostolica e gli obiettivi da raggiungere, possiamo ora riassumere quale deve
essere il contenuto dell’evangelizzazione che vuole rimanere fedele ai
proponimenti divini.
Quando parliamo di contenuto, evidentemente non abbiamo in
mente ciò che bisogna includere in ogni singola predicazione, ma piuttosto la
totalità dell’impegno evangelistico della chiesa. Quindi il quadro che diamo
qui è soltanto orientativo per l’esplicazione dell’impegno.
I.
Le basi necessarie. Occorre assicurarsi che
gli uditori sono sufficientemente consapevoli del loro bisogno della grazia di
Dio .
II. L’annuncio di ciò che Cristo ha compiuto. I verbi che vengono usati nel Nuovo Testamento per
descrivere la comunicazione del messaggio sottolineano il suo carattere di
notizia. I più comuni sono kerusso, «annunciare», che appare ben 61 volte, per esempio
in Marco 1:4,7,14; 3:15; 13:10; Atti 8:5; 9,20, e euaggelizo/euaggelizomai, «raccontare la buona
notizia», che appare 54 volte, per esempio in Luca 2:10; 3:18; Atti 5:42; 8:4;
8:12; 10:36. Da un esame dell’uso di questi verbi e dei relativi sostantivi
risulta che sono praticamente interscambiabili, sebbene «euaggelizomai» metta più
l’accento sul racconto evangelico.
In ogni caso l’unico e l’altro di questi verbi acquisiscono il proprio valore
(1) dal soggetto della «proclamazione» (kerugma) e (2) dalla natura della «buona notizia» (euaggelion). È
facile vedere che i due gruppi di parole si arricchiscono, dando l’immagine di
un araldo (kerux)
mandato a proclamare la grande vittoria che Cristo ha riportata a pro degli
uomini. Nel N.T. il soggetto del Vangelo
spesso viene indicato semplicemente come «Cristo Gesù» (Atti 5:42), «Gesù»
(8:35); «il Signore Gesù» (11:20). Da ciò possiamo dedurre che la persona di Cristo,
preposta da Dio come l’oggetto necessario della fede (1 Giovanni 3,23), è la
sostanza del Vangelo. Con Cristo si intende anche, evidentemente, tutto ciò che
Lo concerne e in particolare il modo in cui ha portato a compimento la salvezza
e le implicazioni di tale opera per tutta l’umanità. Che questo sia implicito
viene confermato dal valore contenutistico che euaggelion («Vangelo») riviste in alcuni brani di grande importanza come Atti
15:7-11 e 1 Corinzi 15:1-4; Marco 16:14-15. Nel presentare i fatti centrali del
Vangelo - la morte, il seppellimento e la resurrezione di Gesù Cristo - sarà
bene situarli nel loro contesto salvifico-storico,
come veniva fatto nell’epoca apostolica. Inoltre bisogna spiegare il valore
preciso della morte di Cristo: «per i
nostri peccati», ossia affinché la santità e la giustizia di Dio potessero
essere soddisfatte, di modo che Dio può rimanere giusto e allo stesso tempo
giustificare i credenti, Cristo doveva morire al loro posto (Marco 10:45; Giovanni
10:10, 11, 17-18; Romani 3:21-26; 1 Giovanni 4:9-10; 1 Pietro 1:17-21; 2 Corinzi
5:17-21). Per quanto concerne i concetti quali «il riscatto» e «la morte
sostitutiva» contenuti in questi brani sarà spesso necessario renderli più
accessibili, servendosi di qualche parabola moderna. Come si sa, Gesù si
serviva della «parabola» in modo sommamente efficace. Allo stesso tempo è
necessario conoscere i limiti degli esempi non biblici, ai fini di illustrare
il senso dell’opera divina della salvezza. Altrimenti rischiamo di toccare la verità,
anziché favorirne la comprensione. A titolo di esempio possiamo ricordare che i
teologi medioevali, volendo comprendere il significato del riscatto, si
preoccupavano, partendo dal relativo concetto secolare, di identificare il
destinatario a cui Gesù ha pagato il prezzo per la liberazione dei peccatori.
In realtà la questione del destinatario del prezzo, è fuorviante. Infatti la
concezione biblica di redenzione riguarda la persona, le qualifiche e l’azione
liberatrice che compie. Le parabole moderne hanno la funzione di aprire la
vista spirituale degli ascoltatori. Però non bisogna soffermarsi sulla
«parabola», ma partendo da essa tornare alla Bibbia per precisare con più
esattezza il profondo valore oggettivo e sostitutivo dell’Opera della croce. A proposito
della centralità della persona di Cristo nel Vangelo, occorre fare attenzione.
Innanzitutto è importante stabilire che già prima della morte e la risurrezione
di Cristo, il Vangelo era centrato sulla Sua persona. Soltanto in senso
derivato il «Vangelo» equivaleva a ciò che Cristo diceva, predicava e faceva.
Le dichiarazioni contenute nei seguenti brani bastano per dimostrare la
continuità e l’identità fra il Gesù storico e il Cristo, oggetto della fede: Matteo
11:27-30; Giovanni 7:37-39; 14:6. Inoltre è da notare che le parole e le opere
di Gesù suscitarono nelle persone più diverse una riflessione sulla Sua persona
(Giovanni 1:48-49; 4:28-29; Matteo 7:28-29; Marco 7:31,37; Giovanni 7:32,45-46;
Matteo 12:28; 16:13-16; 27:54). È altrettanto importante il contenuto del
messaggio che siamo chiamati a comunicare, osservare ciò che cambiò nella
proclamazione che Gesù autorizzò ai Suoi apostoli a fare nell’epoca
post-pasquale, rispetto all’annuncio che Egli e loro avevano fatto ad Israele
prima del compimento della salvezza. Il ministerio pubblico di Cristo,
coadiuvato dalla missione dei Dodici e dei Settanta (Matteo 10:1-10; Luca 10:1-20),
veniva svolto in vista dalla prossima manifestazione del regno in potenza (Marco
9:1) il cui annuncio veniva confermato dai prodigi che sia Gesù che i Suoi
discepoli facevano (Matteo 11:3-6; Giovanni 3:1-2; 15:24; Atti 2:22). La
proclamazione post-pasquale, invece, riguardava la salvezza che Gesù aveva
compiuto e le implicazioni di quest’opera per l’umanità (Matteo 28:18-20; Marco
16:15-16; Luca 24:44-49; Giovanni 20:21; Atti 1:8). Nel secondo caso il Vangelo
è notevolmente arricchito, tanto che non ha più bisogno di essere confermato
volta per volta per mezzo di ulteriori operazioni miracolose (6). Non di rado i verbi
che abbiamo considerato sopra qualificano un particolare aspetto del Vangelo o
ciò che esso richiede. Così ad Israele fu predicato «ravvedimento» in vista
della prossima manifestazione del Messia, mentre Cristo stesso predicava
ravvedimento in vista della prossima manifestazione del regno con potenza (Marco
1:4,8,14-15; 9:1). Ancora dopo la Sua risurrezione Cristo incaricò gli apostoli
a predicare «ravvedimento e remissione
dei peccati a tutte le genti» (Luca
24:47). A sua volta Pietro, presentando il Vangelo a dei Gentili, potè
caratterizzarlo come un annuncio di «pace» (Atti 10:36; Efesini 2:11-18). Altrove
lo stesso messaggio viene descritto come «la
buona novella relativa al regno di Dio e al Nome di Gesù Cristo» (Atti 8:12).
Di Paolo, mentre era detenuto a Roma, Luca scrive negli Atti: «riceveva tutti coloro che venivano a
trovarlo, predicando il regno di Dio, e insegnando le cose relative al Signor
Gesù Cristo con tutta franchezza» (Atti 28:30-31). Tali accentuazioni nulla
tolgono dall’unicità «dell’Evangelo della
grazia di Dio» (Atti 20:21-25). Tale Vangelo può essere così riassunto: Gesù l’Emmanuele, essendo il Cristo
promesso, in qualità di Buon Pastore ha dato Se stesso alla morte, «il giusto al posto degli ingiusti per
condurci a Dio» e nella Sua risurrezione e ascensione ha dimostrato la Sua
completa vittoria sul peccato, la morte e tutto ciò che si oppone a Dio, quindi
ora può salvare in modo assoluto tutti coloro che vengono al Padre per mezzo di
Lui.
III. I frutti del Vangelo: come la salvezza viene
applicata. Sarà spesso necessario
ricordare che la salvezza non viene amministrata mediante mezzi sacramentali,
cosa che diventa evidente se si legge attentamente il resoconto offertoci nel
libro degli Atti. La Bibbia insegna invece che:
(a)
Solo
Cristo può salvare e che Egli salva in modo assoluto tutti coloro che vengono a
Dio per mezzo di Lui (Atti 4:12; Ebrei 7:25; 1 Giovanni 2:2). Ma Cristo non
agisce indipendentemente dallo Spirito Santo il quale compie sovranamente
l’opera della rigenerazione che l’opera di Cristo rende possibile (Giovanni 3:3-15;
Tito 3:5-6; 1 Pietro 1:2). È da sottolineare che l’applicazione della salvezza
non coincide con un miglioramento di breve o lunga durata della vita di chi
crede, bensì con un inizio completamente nuovo che ha la sua origine in Dio e
dipende da Dio.
(b)
La parte
dell’uomo in questo processo è l’esercizio della fede in Cristo, il che implica pure,
necessariamente, il ravvedimento verso Dio, ossia il disporsi a non vivere più
negli interessi del peccato bensì al servizio della giustizia (Giovanni 3:15,36;
Luca 24:47; Atti 20:21; Romani 6:1-14). Nel sollecitare l’ubbidienza al
Vangelo, è opportuno anche avvertire gli uditori della certezza di condanna per
tutti coloro che rifiutano di credere per essere salvati (Giovanni 3:36; Atti 2:40;
13:40-41; 17:30-31).
Nota sul rapporto fra la fede e la nuova nascita operata dallo Spirito di
Dio
Per comprendere il rapporto fra la nuova nascita operata
dallo Spirito Santo e la fede che conduce alla salvezza, è utile considerare la
funzione della Parola di Dio in questo processo. Infatti tale parola [che può
giungere all’uomo sia nella sua forma scritta (Giacomo 1:18) che in forma di
proclamazione (Romani 10:14-17)] suscita fede nell’uditore e quindi figura come
lo strumento della sua rigenerazione (1 Pietro 1:23; Giacomo 1:18).
È da notare che non è l’esperienza
della conversione, bensì la sua
autenticità contrassegnata dall’ubbidienza della fede, che è cruciale
affinché si diventi eredi della salvezza eterna ( Romani 1:5; 1 Tessalonicesi 1:9-10;
1 Giovanni 3:23).
IV. I frutti del Vangelo: la confessione
pubblica e la crescita nella grazia. Il mandato che Gesù affidò alla Sua Chiesa
prevede il battesimo di coloro che ubbidiscono al Vangelo e la loro formazione
come discepoli in una comunità di discepoli (Matteo 28:19-20). Col battesimo il
battezzando dichiara che, in quanto Cristo è morto e risorto al posto suo,
anche lui (o lei) si considera morto a tutto ciò che causò la morte di Cristo e
che ora Cristo è il Signore della sua vita (Romani 6:10). In quanto alla
formazione dei nuovi discepoli, bisogna confessare che è uno degli aspetti più
trascurati del grande mandato. Intanto come servitori che dovranno rendere
conto al Signore del proprio operato, è bene che ne prendiamo coscienza. Il Signore
comanda che accompagniamo coloro che ubbidiscono all’annuncio evangelistico con
la stessa premura che avevamo nei loro confronti prima della loro pubblica
confessione di fede, finché non siano in grado, a loro volta, di «discepolare» altri ancora. È noto che Paolo, per far si che
il Vangelo venisse comunicato con chiarezza mediante i nuovi discepoli
dell’Asia Minore, si curò di insegnare loro «tutto il consiglio di Dio» (Atti 19:9-10; 20:27). La formazione di
nuovi discepoli era considerata importante ad ogni punto dell’espansione della
testimonianza e contribuì molto alla rapidità con cui il Vangelo conquistò
gente in sfere più larghe della società di allora (Atti 2:42; 6:8-10; 8:4-5; 11:26;
13:1-3; 14:21-23; 16:1-3; l’impegno epistolare di Paolo, Pietro e Giovanni).
Conclusione
È di somma importanza che le Assemblee di credenti del
ventesimo secolo si lascino istruire dalla concezione dell’evangelizzazione che
animava la chiesa dell’epoca apostolica. In particolare occorre ripristinare, come
parte imprescindibile del Mandato, l’obiettivo di maturare dei nuovi discepoli
di Cristo.
Se questo viene trascurato, si rischia di intraprendere
molte attività inutili e peggio ancora fuorvianti.
Che il Signore ci liberi da tutto ciò e rinnovi in noi il
concetto apostolico dell’evangelizzazione.
Quando la chiesa riuscirà a considerare l’evangelizzazione
come il suo modo di essere verso il
mondo non-rigenerato, vedrà anche allargarsi gli orizzonti del suo impegno
fino a toccare tutti i settori della società e ad includere tutte le nazioni
della terra.
Rinaldo Diprose
Tratto con permesso e
liberamente adattato da «IL CRISTIANO»
Novembre 1985 www.ilcristiano.it
Note
(1) A. Skevington Wood, citato da
Stephen Olford in una serie di lezioni sul Risveglio,
tenuta al convegno annuale della Società Radio Mondiale (HCJB), Quito, Ecuador,
senza data; Società Radio Mondiale, Formigine, prima cassetta.
(2) Per un utile esame della relazione fra l’impegno
evangelistico e le responsabilità sociali della chiesa e dei singoli credenti,
vedere: «Evangelizzazione e responsabilità sociale», a cura di John R. W. Stott, un rapporto maturato durante il Congresso
internazionale sulla Relazione tra evangelizzazione e responsabilità sociale, tenutosi
a Grand Rapids (USA), dal
19 al 25 giugno, 1982, e pubblicato, con il permesso della Paternoster
Press, Exeter, su IDEA 9 (1984/4-6) come documento.
(3) James
I. Packer, «What is Evangelism», in Harrie Mc Conn (ed), Theological
Perspective on Church Growth, Hutley 1976, p. 93.
(4) Ibid., p. 105.
(5) Il verbo nel greco è matheteusate; il relativo sostantivo è mathetes, «discepolato».
(6) È importante capire che la diversità fra le proclamazioni
fatte dal Battista, dal Signore stesso, durante il suo ministerio prepasquale, e quella che la chiesa è chiamata a fare
durante l’attuale «giorno della salvezza», rispecchiano delle precise tappe
nella storia della salvezza che si sono compiute fra la nascita di Giovanni
Battista e il giorno della Pentecoste (Matteo 11:10-13; Marco 1:8; 9:1; Luca 24:44-49;
Atti 2:1-4; 15:7-11; 2 Corinzi 6:2).