LA GIUSTIFICAZIONE
PER FEDE
«La
giustificazione del peccatore è inestricabilmente legata con la sua
rigenerazione, con la sua unione con Cristo, con la sua fede, con il
suo pentimento e la sua conversione».
A. L’importanza
della dottrina della giustificazione per fede.
La comprensione della
giustificazione per fede è fondamentale per la corretta comprensione e la
proclamazione del vangelo. E per questo motivo che in questo articolo desidero
indicare gli elementi essenziali che la predicazione di questa dottrina vuole
comunicare. Essa sarà perciò discussa in termini della sua importanza, della
sua natura e della sua base.
Voglio subito iniziare,
sottolineando l’importanza cruciale della giustificazione nello schema di
salvezza contenuto nel vangelo, in tre modi:
1.
Prima
di tutto, possiamo stabilire la sua rilevanza dando uno sguardo alla maniera in
cui essa fu capita nel corso della storia della chiesa. La dottrina della
giustificazione per fede è stata giustamente considerata come uno dei due principi basilari della
teologia della Riforma. L’autorità della Scrittura costituiva il primo
principio di quella teologia il quale provvide la base da cui scaturì il
secondo. La giustificazione non fu, ovviamente, una nuova dottrina scoperta per
la prima volta dai Riformatori (Martiri Lutero e Giovanni Calvino). Dobbiamo
invece riconoscere che i cristiani nel corso dei secoli hanno sempre
riconosciuta e hanno basata la loro vita su di essa. Il fatto di essere accolti
da Dio sulla base dei meriti di Cristo, e per sola grazia, non fu mai assente
dalla fede della chiesa di Cristo. E’ vero che a volte essa non fu espressa
come un articolo di fede ben delineato, ma certamente lo fu come una
testimonianza di esperienza cristiana. Ciò vuol esattamente dire che: nessun
peccatore può conoscere Gesù come Salvatore senza la giustificazione per fede,
e ogni credente conosceva questa dottrina, pur se essa non era formulata in
maniera chiarissima nella mente (la conosceva cioè in termini di esperienza
concreta). Mentre ciò va tenuto in debito conto, non bisogna dimenticare che fu proprio nell’epoca della Riforma che
questo centrale articolo di fede trovò chiarificazione, chiara formulazione ed
esposizione. Esso fu il centro della predicazione di uomini come Melantone,
Lutero, Calvino e di tutti coloro che, mossi dal Signore, portarono avanti quel
risveglio chiamato appunto Riforma. Quest’ultima fu in essa, una riscoperta
della via della salvezza così com’è rivelata nel Vangelo e la giustificazione
per fede ne fu l’elemento principale.
La Riforma prova anche che: dove la
verità della giustificazione per fede è creduta e proclamata, là una porta di
speranza è aperta davanti ai peccatori; dove invece essa non è né conosciuta né
predicata la via della salvezza resta irrimediabilmente chiusa e il peccatore
perduto non ha alcuna speranza.
E’ proprio per questo che G. C. Berkouwer della Libera Università di Amsterdam è nel
giusto (anche se non sempre sono d’accordo sulla sua teologia!) quando dice: «La confessione della divina giustificazione
tocca la vita e il cuore dell’uomo nel punto della sua relazione con Dio. Essa
determina la predicazione della chiesa, l’esistenza e il progresso della vita
di fede, la base della sicurezza umana e la prospettiva dell’uomo per il futuro».
Finlayson
dichiara che queste verità menzionate da Berkouwer
evidenziano l’impulso spirituale della Riforma, mostrandoci come essa fosse
molto più radicale a livello spirituale di ciò che generalmente possiamo
pensare. Egli mette in luce la sua importanza storica quando dice: «La Riforma (e non solo essa, ma anche
la dottrina della giustificazione) fece
della fede soltanto l’unico contatto tra il peccatore e il Salvatore. Essa
trasformò la teologia in religione e rappresentò la sostituzione di una
religione umana con una di origine divina offrendo la grazia soprannaturale di
Dio al posto degli sforzi ciechi e senza speranza dell’uomo». E ciò è
perfettamente vero. E se ci fu una cosa che non fu assolutamente detta dal Papa
nella sua visita in Inghilterra nel 1982, fu proprio la dottrina della
giustificazione per fede. Comunque, uno degli uomini che si sono meglio
espressi sulla dottrina che stiamo trattando è James Buchanan, un teologo della Chiesa
Libera di Scozia del secolo scorso (il suo libro è l’ultimo maggior trattato
che abbiamo tra gli evangelici sul tema della giustificazione). Egli così scrive: «La
riscoperta nel Vangelo dell’articolo dl fede della giustificazione fu il
principale mezzo per la
riforma della religione in Europa nel sedicesimo secolo». E non
dovremmo mai dimenticare che se la Riforma non avesse avuto luogo, la storia del mondo occidentale sarebbe stata assai diversa da ciò che è stata
fino ai nostri giorni.
John Murray conferma questa opinione
quando dice: «...il più grande evento della Cristianità negli ultimi 1500 anni fu la
Riforma Protestante». Ed egli
continua affermando: «Quale fu la scintilla
che accese la fiamma della
passione evangelica? Fu, per la grazia di Dio, la riscoperta da parte di
Lutero, angosciato dalla collera di Dio e
da un senso di alienazione da Lui nonché dai rimorsi della propria coscienza terrificata, dell’unico
e vero modo in cui l’uomo può
essere giusto davanti all’Eterno, La verità
della giustificazione per sola grazia, mediante la sola fede, lo liberò
dall’attenagliante paura dell’inferno permettendogli di godere l’immensa
bellezza della pace con Dio e della speranza della gloria... (“Collected Writings” Vol. 2 p. 203).
R.L. Dabney
afferma: «La dottrina della giustificazione fu il principio radicale di cui si alimentò la Riforma
contro il Papismo e che permise
ai Riformatori di uscire dalle tenebre per abbracciare finalmente la luce».
2.
Come secondo punto, lasciatemi sottolineare
l’importanza della giustificazione per fede per il piano di salvezza del Vangelo,
riferendoci agli effetti spirituali che tale dottrina ha prodotto nella vita
del popolo di Dio. Ora nel campo spirituale, la questione primaria è quella
della relazione dell’uomo con Dio. Tutte Le religioni - non solo dunque la fede
cristiana - si pongono in ultima analisi la domanda seguente: «Come può l’uomo essere giusto davanti a DIO? Come può egli essere nel giusto rapporto con
l’iddio Santo?». E ognuna cerca dl dare una serie di risposte a questo
basilare interrogativo. Ma appena ci accostiamo alla Bibbia la domanda assume
un aspetto molto, molta più serio; il problema per le Sacre Scritture infatti è:«Come
può l’uomo peccatore essere giusto
agli occhi di un Dio Santo?». il Vangelo, che ha il suo centro nella dottrina della
giustificazione per sola fede, fornisce l’unica valida risposta a questa
importantissima domanda. Bisogna
anzitutto ricordare che il peccato è sempre contro Dio, e chi è contro Dio non
potrà mai essere nel giusto rapporto con Lui. Se siamo contro Dio, Dio è contro
di noi, non può essere altrimenti. Egli
poi non fallisce mai nella valutazione di tutto ciò che contraddice la Sua Persona. La Sua Santa perfezione richiede una giusta indignazione verso
ogni forma di peccato e quest’ultima trova espressione nell’ira. «L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni
empietà ed ingiustizia degli uomini», dice l’apostolo Paolo in Romani 1:15.
Ricordiamo questo, noi che amministriamo la Parola di Dio agli altri. Questa è perciò la situazione dell’uomo; e non si tratta dl teoria, ma di
un fatto reale; E dato che le cose stanno cosi, la gravità e la complessità
della domanda, sottolineiamolo ancora, sta
in questi termini: «Come può l’uomo
peccatore essere nel giusto rapporto
con un Dio Santo?». L’uomo
oggi non tiene assolutamente conto di
questa realtà. Egli vive nel vuoto
delle sue creazioni filosofiche e la sua comprensione della realtà è
falsa. Per cancellare Dio e non solo,
ma il Dio della giustizia e della collera che è sempre più
adirato con i malvagi, distorce la realtà e si nasconde dietro ciò che è falso. Questa è la ragione
per cui la dottrina della giustificazione per sola fede non raccoglie larghi consensi, sia nei nostri cuori,
sia nei cuori di coloro ai quali predichiamo. Perciò falliamo nel trascurare
due cose vitali: il peccato e l’ira
di Dio. Il motivo dunque per cui il Vangelo della grazia è solo un suono fra gli altri, non
chiaramente distinguibile, nel mondo e
nella chiesa dei nostri giorni è
dovuto al fatto che l’uomo non ha il senso della realtà di Dio e della concretezza del Suo
giudizio; manca inoltre la consapevolezza della maestà dl Dio
e della Sua santità, mentre il peccato è considerato soltanto un infortunio da
cui ci si sta emancipando. E se cosi non è, il peccato viene visto come qualcosa che scaturisce dall’ambiente in cui si vive e che una
corretta educazione eliminerà. Ma quando affrontiamo la realtà in termini
biblici, riconosciamo subito che la giustificazione ha a che fare con dei peccatori perduti. W. G. T. Shedd ha detto: «La giustificazione di un
peccatore è cosa ben diversa da quella di una persona che si ritiene giusta. La
prima infatti non è meritata, la seconda
invece è dovuta ai meriti umani.
La prima non si ottiene a causa delle buone opere, la seconda invece si,
La prima è perdono del peccato e accettazione del peccatore come giusto mentre in realtà non lo è; la seconda
consiste nel dichiarare qualcuno giusto perchè egli lo sarebbe veramente». Shedd inoltre
aggiunge: «Soltanto gli angeli sono giustificati davanti a Dio sulla base della
loro propria giustizia; essi infatti non hanno mai peccato». Ora possiamo andare avanti affermando che
il peccato ha coinvolto l’uomo nella colpevolezza e quest’ultima implica la
condanna divina. Stando così le cose, si vede la necessità di un completo
capovolgimento della nostra posizione legale davanti a Dio. Ecco dove inizia, o
meglio dove deve iniziare, la giustificazione per grazia mediante la sola fede.
Infatti, a causa del peccato e della condanna divina che la colpevolezza
implica, la posizione dell’uomo nei confronti dl Dio è profondamente sbagliata.
Ora, la questione reale che la dottrina della giustificazione si pone è la
seguente: «Come può tale posizione subire
un cambiamento in senso corretto?». La nostra salvezza deve implicare non
solo un mutamento della nostra attitudine interiore nei riguardi di Dio, ma
prima di tutto della nostra posizione legale nei Suoi confronti. Allora ci si
chiede appunto, come possono questa posizione e questo rapporto legale subire
un radicale cambiamento. La giustificazione è la sola risposta, ed essa è un
atto della libera grazia di Dio. Paolo dice, in Romani 8:23,34 «Iddio è Colui che li giustifica. Chi sarà
quel che li condanni?». Perciò, come si vede la giustificazione è così vitale
e fondamentale che la sua importanza per la salvezza non potrà mai essere
sottolineata abbastanza. -Dovunque l’uomo è giunto alla comprensione della dottrina della giustificazione per grazia per mezzo
della sola fede, ha avuto la possibilità di una meravigliosa emancipazione
spirituale. Ma dove invece essa è stata persa oppure oscurata, l’uomo ha dovuto
sperimentare in vari gradi una vera schiavitù spirituale. Dunque, il tema che
stiamo esaminando rappresenta il cuore del Vangelo stesso.
3.
Come terzo punto ora, desidero trattare le implicazioni
teologiche della dottrina che stiamo studiando. E’ infatti estremamente
importante riconoscere la relazione fra la giustificazione e tutte le altre
dottrine in un quadro teologico evangelico e biblico. La giustificazione del
peccatore è inestricabilmente legata con la sua rigenerazione, con la sua
unione con Cristo, con la sua fede, con il suo pentimento e la sua conversione.
Cioè, essa sta in intima relazione con tutte le dottrine inerenti all’applicazione
della redenzione. Ma ciò non è ancora tutto. Dobbiamo ricordare infatti che essa è anzitutto in strettissimo rapporto
con la Persona e l’opera di Cristo, specialmente con l’espiazione. Fu la morte di Cristo un’opera che pone le
basi sulle quali i peccatori possono essere reputati (come) giusti davanti ad un Dio Santo? Gesù portò
realmente la colpa del peccato? Dio, perdonando e rimettendo il peccato, salvaguarda
la Sua giustizia? La risposta a queste vitali domande teologiche
influenzerà notevolmente la nostra comprensione della dottrina di cui stiamo
trattando. Un teologo che ammiro molto, R.
L. Dabney, sottolinea questo in modo molto chiaro
quando scrive; «Nel momento in cui
consideriamo quanti punti fondamentali della teologia sono connessi con la
giustificazione per fede, saremo più pronti ad assegnarle un posto davvero
importante. La nostra visione di questa dottrina determinerà o sarà determinata
dalla comprensione che abbiamo della soddisfazione data da Cristo alla
giustizia di Dio. E ciò, è ovviamente legato all’intera dottrina concernente la
natura e la Persona di Cristo. Se si nega, ad esempio, la Sua deità, ne segue
che certamente sarà negata anche la divinità dello Spirito Santo, cosi che la
dottrina stessa della Trinità sarà distrutta da vedute estreme concernenti la
giustificazione. Così, continuando, quando si dice, «E’ Dio che giustifica»,
citando la Scrittura, è evidente che l’idea che ci siamo fatti della
giustificazione avrà influenza sui nostri concetti circa la legge di Dio e i Suoi attributi morali. Asserendo poi
l’impossibilità da parte dell’uomo di osservare la legge di Dio in modo da
giustificare se stesso, significa introdurre anche la dottrina del peccato originale». Ho citato Dabney, allo scopo di mostrare che ciò che crediamo intorno
alla giustificazione per fede avrà una rilevante ripercussione sulle più importanti
dottrine della fede cristiana. L’Arianesimo, il Socinianesimo e l’Unitarianismo
possono ricondursi, ad esempio, ad un allontanamento dalla semplice dottrina
della giustificazione per la sola fede in Cristo soltanto. Dunque, è così
fondamentale l’articolo di fede che stiamo esaminando, che ovunque esso viene
oscurato, pervertito o frainteso, l’intero piano di Dio per la redenzione dei
peccatori ne risulta altrettanto oscurato, pervertito e non compreso. E Lutero
non si sbagliava quando dichiarò che la comprensione e la fedeltà a tale
dottrina dimostravano se una chiesa fosse sana oppure no.
B. La natura della dottrina della giustificazione per fede.
Passiamo ora a considerare brevemente la natura della dottrina che stiamo
insieme trattando.
Come la definireste
voi? Da parte mia devo dire che ho letto molti libri su questo soggetto, ma la
migliore definizione che ho trovato è contenuta nel Westminster Shorter Catechism
(1647) dove si dice: «La giustificazione
è un atto della libera grazia di Dio
quando Egli perdona tutti i nostri
peccati e ci accetta come giusti ai Suoi
occhi, soltanto per la giustizia di
Cristo che ci viene imputata e
soltanto per la fede».
1.
Analizziamo ora questa definizione. Anzitutto la
giustificazione è un atto e non
un’opera di Dio: ciò potrebbe sembrare solo una trascurabile sfumatura, invece
è della massima importanza. Dunque, un
atto di Dio, di natura legale,
giudiziaria o come si dice con un termine tecnico, forense; ed in effetti, la terminologia della Scrittura concernente
il nostro soggetto può essere compresa solo in un senso forense. E, dato che si
tratta di un atto forense, esso ha a che fare con la nostra posizione legale davanti a Dio. Non è,
perciò, un’opera interiore che ha luogo nella persona giustificata, ma è piuttosto
una dichiarazione (da parte di Dio)
concernente il giustificato. Per fare un esempio di ciò che Dio compie
nell’applicazione della redenzione possiamo dire che, la rigenerazione è un’opera di Dio in noi; ma la giustificazione, lo ripeto, è solamente e
semplicemente una dichiarazione da parte del Signore circa la posizione legale
della persona giustificata davanti a Lui. La differenza è cruciale per una
corretta comprensione del nostro tema. La distinzione è simile alla differenza
esistente tra l’azione di un chirurgo e quella di un giudice. Il primo, quando
rimuove qualche parte malata del corpo, fa qualcosa in noi; il secondo invece emette
un verdetto riguardante il nostro «status» legale, cioè la nostra relazione
con la legge e la nostra posizione nei confronti di essa. La dichiarazione del
giudice è relativa alla innocenza o alla colpevolezza dell’imputato, nulla di
più. Non è essa a renderlo interiormente buono o malvagio perché, come già
detto, il verdetto non ha niente a che fare con la condizione interiore
dell’individuo, ma con la sua effettiva posizione legale. La giustificazione, perciò, significa che il peccatore è dichiarato
libero dalla colpevolezza e, agli occhi di Dio, sostiene una relazione che
soddisfa tutte le esigenze della Sua legge e della Sua inflessibile giustizia.
Questo è fondamentale, perché molti fanno qui l’errore di confondere la
giustificazione con la santificazione, e ciò accade in una grande varietà di
modi e di opinioni religiose. Cito, ad esempio, la dottrina Cattolico-Romana
con la sua idea della grazia infusa da un lato, e quella dei Perfezionisti
dall’altro, con il loro concetto della completa santità (possibile in questa
vita essi dicono). L’insegnamento che confonde la giustificazione con la
santificazione non fa che porre opera
dello Spirito Santo al posto che dovrebbe essere occupato dall’opera dl Cristo soltanto («in noi» al
posto di «per noi»). Esso ritiene che l’opera dello Spirito Santo nel peccatore come base per la
giustificazione, piuttosto che l’opera di Cristo per il peccatore quale base. James Buchanan
scrive: «Non v’è forse, nessun’altro
errore tanto sottile sul soggetto della giustificazione, che quello che la pone
sulle basi della presenza inabilitante e dell’opera graziosa dello Spirito
Santo nel cuore». Bisogna perciò far
rilevare che, questo tipo di pensiero può distruggere l’intero insegnamento
biblico e la pace spirituale nell’esperienza personale. Ora, se invece siamo giustificati soltanto a
motivo di ciò che Cristo fece e soffrì per noi, allora possiamo riposare su
un’opera compiuta totalmente, se una giustizia già accettata da Dio. Se invece
lo siamo, nella pur minima misura, da un’opera dello Spirito Santo in noi, si è
costretti a porre fiducia in qualcosa che sta ancora avendo luogo, che è
soggetta a resistenza da parte dei nostri cuori depravati e che, nel caso del
peccatore non ancora rinnovato, non è ancora iniziata fino a che egli non sia
al sicuro al di là del punto della rigenerazione. Tali schemi di
giustificazione però, deprivano fortemente non solo la gratuità della grazia, ma anche la pienezza dell’opera espiatrice di Cristo. Dunque, dobbiamo stare
molto attenti a distinguere fra giustificazione e santificazione; esse sono
strettamente connesse, ma anche distinte. Spesso è proprio su questi temi,
infatti, che si fallisce nel predicare un messaggio completo, chiaro e biblico.
Ad esempio, si pone sovente la fede e il pentimento, o la preghiera oppure l’«andare
a Cristo» come la base per essere nel giusto rapporto con Dio. Ma, sottolineare
l’attività del peccatore, o l’opera di Dio nel peccatore quale fondamento della
giustificazione, significa non averne compreso la reale natura. La
giustificazione infatti, come abbiamo già affermato, non è una opera ma un atto di Dio con il quale Egli fa una dichiarazione
circa la posizione del peccatore davanti alla (Sua) legge.
2.
La seconda cosa da notare nella definizione della
giustificazione che abbiamo citato sopra, tratta dal Westminster Shorter Catechism, è che l’atto
di Dio procede dalla Sua libera grazia.
E non potrebbe essere altrimenti. Ciò infatti, dà un’impronta assolutamente
unica al metodo evangelico concernente la giustificazione; quest’ultima ha a
che fare con il peccatore che si trova sotto condanna. Ora, la condanna
costituisce l’unica sentenza che può realmente appartenergli davanti alla
giustizia e alla legge; ed essa è l’esatto opposto della giustificazione. Il
nocciolo del problema è dato dal fatto che siccome Dio sta trattando con dei
peccatori deve, come dice l’apostolo, «giustificare gli empi» (Romani 3:26;
4:5). Ora, la cosa meravigliosa e stupefacente del Vangelo è proprio questo: Dio resta Dio quando giustifica l’empio.
Egli rimane giusto quando, per Sua grazia, dichiara il colpevole innocente. E
ciò è precisamente la verità che il concetto evangelico di giustificazione
vuole proclamare. La dichiarazione di Dio procede dalla Sua considerazione
legale su ciò che la Sua libera grazia
ha già fatto e su ciò che è già stato ottenuto per i peccatori per
mezzo dell’opera completa di Cristo.
Dio cioè, agisce su basi che Egli stesso ha provveduto e che soddisfano
adeguatamente e pienamente tutte le Sue esigenze; un provvedimento che è frutto
del Suo amore pieno di grazia e di nessun’altra cosa. Ce lo rammenta l’apostolo
quando scrive: «Dio non ha risparmiato il
Suo proprio Figliuolo, ma lo ha dato per tutti noi» (Romani 8:32), e
ancora, «Dio ha tanto amato il mondo...» (Giovanni 3:16). Che Vangelo! Esso è
radicato nella libera grazia di Dio.
3.
Siamo cosi giunti al terzo punto che è il seguente: «In quell’atto», dice il Westminster Shorter Catechism, «Egli perdona tutte le nostre iniquità».
Questa è una parte importante e vitale, ma non l’unica della dottrina che
stiamo prendendo in esame. Il perdono dei peccati consiste nella rimozione della colpevolezza (che è
causa del peccato); e ciò implica l’assoluzione
del peccatore dall’obbligo della punizione dovutagli a causa della
violazione (o rottura) della santa legge di Dio. Questo elemento della
giustificazione riguarda particolarmente, anche se non esclusivamente,
l’obbedienza passiva di Cristo, cioè le Sue sofferenze e la Sua morte sulla
croce al posto del Suo popolo (i peccatori). Il perdono qui concesso, si
applica al peccato a causa della croce (cioè della morte espiatrice di Gesù
Cristo) e, ecco la cosa veramente grande, si applica a tutti i peccati: «In quanto
Egli perdona tutti i nostri peccati»
(Colossesi 2:13).
Peccati della nostra ignoranza, peccati
della nostra mancanza di illuminazione
spirituale, peccati passati, presenti e futuri. Il perdono dunque
implica la rimozione di tutta la colpevolezza del popolo di Dio,e porta
così i credenti fuori da ogni
punizione (da ogni condanna). Perciò, qualsiasi correzione o castigo che coloro
che appartengono al Signore potranno sperimentare nella loro vita non è, e mai
sarà, quello di un giudice, ma del Padre celeste nei confronti dei figli che
Egli ha adottato nella Sua famiglia. Notiamo di passaggio che la Scrittura
porta sempre il perdono del peccato nella più intima relazione col castigo che
Gesù ha subito a causa di esso. Nel Vangelo, la morte di Gesù Cristo sulla
croce, rappresenta la situazione in cui Dio ha potuto mostrare allo stesso
momento, e cospicuamente, la Sua misericordia e la Sua giustizia: «Quando eravamo nemici», dice l’apostolo
Paolo (non, «quando eravamo amici»), «siamo
stati riconciliati con Dio mediante la morte del Suo Figliolo, tanto più ora,
essendo riconciliati, saremo salvati mediante la Sua vita» (Romani 5:10).
In altre parole, se Dio basa la nostra giustificazione, quali nemici e
peccatori, sulla morte del Suo Figliolo, Egli porterà avanti la nostra
santificazione sulle basi della Sua vita. Ora però, benché il perdono è
un’importante elemento della giustificazione, abbiamo detto che non ne è il
solo. «E’ un errore», scrive Dabney, «non solo del
Cattolicesimo Romano, ma di quasi tutte le scuole di pensiero Arminiano
insegnare, con varie sfumature, l’idea che la giustificazione sarebbe soltanto
esenzione dalla pena».
4.
C’è qualcosa di ancora più meraviglioso del perdono ed è
il fatto che Dio ci accetta anche come
giusti ai Suoi occhi. E questo è il quarto punto della definizione data dal
Westminster Shorter Catechism.
Ciò rappresenta un elemento fondamentale nella giustificazione: essere accettati da Dio in Cristo. Noi
siamo accettati «nell’Amato» (Efesini 1:6). La
giustificazione non deve solo liberare dalla punizione in cui l’uomo è incorso
a causa della sua colpevolezza e della sua disobbedienza, essa deve anche
provvedere al peccatore un equivalente di
obbedienza personale. Ora, quando il peccatore viene giustificato, la sua
giustificazione deve consentirgli non solo la liberazione dall’inferno, ma
anche l’ingresso nel cielo. Il cielo è soltanto per i giusti, ed è il nostro
perché Dio perdona il nostro peccato e ci accetta anche come giusti ai Suoi
occhi. A causa del Suo divino sostituto che soffrì «la morte» (Romani 5:8) per i peccatori, il credente ottiene non
solo la liberazione dalla punizione che il suo peccato ha resa necessaria, ma
anche una ricompensa che non merita; e tutto ciò è frutto del fatto che il suo
sostituto (Gesù Cristo) obbedì al suo
posto. Dunque, non è importante solamente l’obbedienza passiva di Cristo,
dimostrata con la morte della croce, ma anche la Sua obbedienza attiva,
evidente in tutta la Sua vita, con la quale ha acquistato una giustizia
disponibile per il Suo popolo. Egli obbedì a Dio Padre non solo per Se stesso,
ma anche per noi. Devo precisare, alla fine di questo punto, che la distinzione
che ho fatto tra obbedienza attiva e passiva di Cristo non mi soddisfa
pienamente, ma l’ho usata per rendere più chiari gli aspetti dell’opera che il
Signore Gesù Cristo ha compiuta per noi.
C. La base della dottrina della giustificazione per fede
Su quale base Dio
compie tuffo ciò che abbiamo visto fino ad ora?
Dunque, il Westminster Shorter Catechism va avanti e
afferma: «solo per mezzo della giustizia
di Cristo che ci viene imputata».
Perché Dio ci accetta?
Come può farlo?
Egli può accoglierci (e
considerarci giusti) solo a causa della giustizia di Cristo che ci viene imputata.
Ora, non dovremmo aver
paura di usare il termine «imputazione».
A tal proposito, devo
personalmente dire che odo raramente questa parola nei vari sermoni che ascolto
dai pulpiti e la verità che essa esprime.
Quando è stata l’ultima
volta che avete predicato sul concetto di imputazione e contro-imputazione
nella vostra chiesa?
I credenti della vostra
comunità conoscono questa dottrina?
Se la risposta è no,
allora essi stanno ricevendo un insegnamento non completo.
Imputare il peccato, o al contrario imputare la giustizia, nel loro uso
scritturale sono concetti assolutamente corretti e privi di ambiguità.
Charles Hodge scrive: «Non v’è alcuna necessità di fare uno studio
ampio e prolungato dell’originale ebraico o greco per comprendere che cosa
significhi l’imputazione. Essa reca con se semplicemente», dice ancora Hodge, «l’idea dl deporre a favore di qualcuno,
attribuire, ascrivere; ed ancora, mettere al credito di..., accreditare a...; accreditare dunque, quale base del processo
giudiziario».
In molti passi delle
Scritture, come ad esempio Isaia 53, Galati 3, Ebrei 9, 1 Pierto
2, è detto che i nostri peccati sono stati «portati da» Cristo, in
quanto la colpa fu messa (da Dio Padre) così tanto sul Suo conto, che i peccati divennero Suoi in modo che poterono
essere giustamente puniti in Lui.
L’apostolo Pietro così
scrive: «...Egli che ha portato Egli
stesso i nostri peccati nel Suo corpo, sul legno...» (1 Pietro 2:24).
Anche Paolo, in modo
simile, ci insegna che la perfetta giustizia di Cristo è messa sul nostro conto: «...Colui
che non ha conosciuto peccato, Egli l’ha fatto essere peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in Lui» (2 Corinzi 5:21).
C’è perciò imputazione
e contro-imputazione.
Quando queste due verità
sono chiaramente comprese significano che, come
Cristo in relazione al peccato prende il nostro posto (cioè ci sostituisce) così il credente prende il posto di Cristo
in relazione alla giustizia.
Ricordiamo anche però, che come puntualizza Dabneu,
«l’imputazione non è un trasferimento di
carattere morale ma di relazione legale».
L’imputazione dei nostra peccato a Cristo non ha mai fatto di Lui un peccatore. Notate la
distinzione teologica tra le affermazioni «Cristo
fu fatto peccato» e «Cristo divenne peccatore»?
Perciò, ripeto, l’imputazione non è affatto un trasferimento di carattere morale.
Cristo era ancora l’Iddio eterno quando i vostri e i miei peccati gli
furono imputati, Egli era ancora l’Iddio Santo, perfetto e senza peccato.
L’imputazione (a Lui del nostro peccato) era costituita da un
trasferimento di relazione legale; Gesù prendeva infatti il posto dei peccatori
in quanto era obbediente e totalmente privo di peccato. Ed è prorpio a causa della Sua assoluta purezza e innocenza che
è stato fatto peccato, nel senso che fu considerato come «il peccatore» da Dio (Padre), il quale gli impose la pena e la
punizione (che il nostro peccato ha meritato).
È importante realizzare che ciò significa che Cristo,
nella Sua Persona e nella Sua opera, è la base reale e il concreto fondamento
della nostra giustificazione.
C’è la tendenza a pensare invece, che qualcosa che noi stessi possiamo fare potrà
essere utile affinché Dio abbia maggiore
considerazione della nostra persona, perché possa più facilmente perdonarci, o
addirittura perchè ci aiuti a diventare dei cristiani (se non ancora lo siamo).
Ciò significa però, allontanarsi dalla libera grazia per privilegiare gli
sforzi e l’opera dell’uomo.
Dio non potrà mai giustificare sulla base degli sforzi peccaminosi
di una creatura
peccaminosa; Egli giustifica l’uomo solo sul fondamento che Egli stesso, nella Sua
grazia potente, ha provveduto e cioè sull’opera completa e perfetta di Cristo.
Infine, il Westminster Shorter Catechism
chiude la definizione di giustificazione ricordando l’importante ruolo della
fede («...è soltanto per fede»).
Non bisogna considerare la fede però, come la base della giustificazione.
E’ vero che Dio non giustifica
finché non vi sia la fede; è il peccatore che crede infatti ad essere
giustificato.
Dio é giusto e
giustifica l’empio, ma solo l’empio che crede in Gesù, eppure non è a causa di,o sulle basi del
suo credere che Dio giustifica.
John Murray afferma «Anche se nessuno è giustificato se non per fede, la fede non è la base su cui
Dio giustifica... Egli giustifica per mezzo di ( o della), attraverso, mediante
o nella fede. Non è mai detto che Dio giustifica sulla base o a motivo della
fede».
Vale la pena notare
questo.
A volte penso che ciò
che fu il grido di battaglia della Riforma ha condotto in seguito ad un
fraintendimento, ad una incomprensione per quanto riguarda il fondamento su cui
Dio giustifica.
L’affermazione, «...giustificati per la sola fede», è profondamente
vera ma, se compresa male, può costituire anche un pericolo, in quanto dà adito
di pensare alla fede del credente come la base della sua giustificazione,
mentre quest’ultima e fondata solo sull’opera
perfetta dl Cristo.
Noi dunque siamo giustificati
per fede nel Signore Gesù Cristo soltanto.
Ora però, d’altro
canto, non bisogna minimizzare sul ruolo della fede nella giustificazione e
nella salvezza.
La giustificazione
infatti, non si verifica indipendentemente da qualsiasi attività da parte
nostra. La Bibbia mostra chiaramente che mentre Dio giustifica l’empio, è
sempre l’empio che crede ad essere giustificato.
John Murray scrive ancora: «La giustificazione è
sull’evento della fede e non il contrario».
Infine, ricordiamo che
la giustificazione non è fine a se
stessa.
L’uomo è giustificato
in modo che possa essere santificato.
Questo è infatti
l’ordine biblico: l’uomo non è santificato in maniera da essere giustificato.
Ricordiamo tutto ciò
quando ci sentiamo tormentati dalla nostra corruzione interiore e dal nostro
peccato. Ma rammentiamo anche, che la redenzione non è pienamente ottenuta
ancora, se ci si ferma solo alla giustificazione, nondimeno sono state poste le
basi su cui l’intera opera della redenzione riposerà sicura.
«Perchè» dice l’apostolo, «quelli
che ha giustificati, li ha anche glorificati» (Romani 8:30).
Ciò mostra quanto la
giustificazione e il cielo siano strettamente connessi.
Mentre infatti, siamo
giustificati per fede, quella fede include tutto ciò che ci condurrà nelle
dimore che Cristo sta preparando per noi.
Una volta che avremo capito
la pienezza, la gratuità e l’assoluta
misericordia dell’atto di Dio nel giustificare i peccatori sul fondamento
dell’opera perfetta e completa di
Cristo, e quando saremo, noi stessi, stati toccati dall’amore meraviglioso
che giace nel cuore di questa dottrina, allora saranno poste le basi per una
predicazione potente, appassionata, di una verità che sta al centro stesso del
Vangelo della grazia salvifica di Dio.
Questa non é fredda dottrina, che dovrebbe infiammarci i cuori e spingerci a
persuadere gli uomini con ogni mezzo disponibile a riposare su nessun’altro
fondamento.
Douglas Macmillan
Tratto
con permesso da «IL CRISTIANO» dicembre 1987
www.ilcristiano.it