II problema dei matrimoni misti

 

In un tempo in cui viene ridicolizzata la persona che crede all’esistenza di satana, l’apostolo Pietro ci rivolge un invito ben preciso: «Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno a guisa di leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede...» (1 Pietro 5:8-9).

Evidentemente ci troviamo di fronte ad una esortazione di carattere generale, che ha il pregio di ricordarci che se non siamo decisamente impegnati a seguire il Signore in ogni cosa, satana troverà il modo per neutralizzarci.

...ed oggi se la chiesa del Signore ha perso la sua credibilità e la sua potenza è perché si è lasciata avvinghiare da innumerevoli compromessi che la stanno soffocando. Uno di questi è senza dubbio quello costituito dai «matrimoni misti» che, con sconvolgente superficialità, vengono sempre più tollerati ed accettati in alcune nostre comunità.

Anziché essere animati da sentimenti come quelli di Paolo, che poteva dire: «...io sono geloso di voi di una gelosia di Dio, perché vi ho fidanzati ad un’unico sposo, per presentarvi come una casta vergine a Cristo» (2 Corinzi 11:2), si assiste ad una degenerazione di principi, che introduce “gente raccogliticcia” in quella che dovrebbe essere esclusivamente la famiglia di Dio.

Inutile dire che le conseguenze di un simile lassismo, sono l’introduzione di un «moltitudinismo» strisciante e l’apertura verso altri compromessi.

 

Cosa intendiamo per «matrimoni misti»?

In senso generale sono da considerarsi, “matrimoni misti” quelle unioni in cui i coniugi provengono da categorie umane diverse, per esempio: nazionalità, razza, classi sociali, ecc...

In campo religioso vengono definiti “matrimoni misti”, quelli i cui contraenti vengono da confessioni o fedi religiose diverse, come il matrimonio tra un buddista ed un ebreo, un cristiano con un mussulmano, ecc..

Nel nostro paese ci si riferisce quasi sempre allo sposalizio fra un protestante ed un cattolico.

Un problema questo, abbastanza sentito in campo protestante, per il semplice fatto di essere una minoranza in un paese cattolico.

Ma in una prospettiva biblica; l’unica discriminante che viene presa in considerazione è quella della fede in Gesù Cristo e di conseguenza si ha “matrimonio misto” quando uno dei coniugi è cristiano e l’altro non lo è. E quando diciamo «cristiano», vogliamo dare a questo aggettivo esclusivamente il suo significato evangelico.

Non si é cristiani, semplicemente perchè si appartiene ad una certa denominazione, oppure si vive nell’area dell’assemblea, e nemmeno perchè si è stati presentati al Signore da piccoli, in quanto figli di credenti; queste cose davanti a Dio non fanno punti!

I cristiani sono solo quelli che hanno risposto alla chiamata di Dio e che per l’azione dello Spirito Santo hanno esperimentato la nuova nascita o rigenerazione, una realtà che li porta a rompere con le tradizioni e sottomettersi esclusivamente al Signore ed alla Sua Parola.

 

Cosa dice la Scrittura?

Risulta chiaro dalla impostazione precedente che se il cristiano è colui che è stato rinnovato e per cui tutto è nuovo (2 Corinzi 5:17), avrà ben poco in comune con chi non conosce niente di questa nuova vita, senza contare che, necessariamente, ci sono interessi e prospettive diverse, per non dire opposte.

Già da un punto di vista sociologico, un matrimonio in questo condizioni ha ben poche probabilità di riuscita.

Questo dovrebbe far riflettere qualsiasi credente che desidera a benedizione di Dio, a meno che non sia già stato contaminato dalla mentalità aberrante secondo cui «tanto - c’è - sempre - il - divorzio».

Ora sebbene nel matrimonio, siano da prendersi in considerazione anche diversi elementi di affinità, e di comuni interessi, per un cristiano, dove prevalere il pensiero di Dio.

Se interroghiamo le Scritture, constatiamo che esse sono attraversate da un principio costante: il Signore ha sempre proibito i «matrimoni misti».

La legge divina vietava agli Israeliti di imparentarsi con persone appartenenti alle nazioni pagane, perché c’era l’incombente pericolo che, in questo modo, sarebbero stati trascinati nell’idolatria e nell’immoralità (Esodo 34:15-16; Deuteronomio 7:3-4).

Cosa che è effettivamente accaduta con esperienze drammatiche e traumatiche per tutti quelli che non seppero sottomettersi alla volontà di Dio (Leggere attentamente: Giudici 3:6; 1 Re 11:1-2; Esdra 9:1-2; 10:2-3; Nehemia 13:23-28; Malachia
2:1 1-12).

Nel Nuovo Testamento il passo di 2 Corinzi 6:14; e 7:1, sebbene abbia un contenuto molto ampio che vieta qualsiasi forma di associazione con non credenti, si applica senza dubbio anche al matrimonio.

Ora, è vero che si possono fare delle distinzioni tra le parole che il Signore ha rivolto ad Israele e quelle indirizzate ai credenti del nuovo patto, ma rimane il fatto che i motivi di fondo che hanno spinto il Signore ad esprimersi in modo così indiscutibile, rimangono gli stessi.

Egli non fa dell’inutile legalismo.

Dio nella Sua saggezza infinita sa molto bene che non vi può essere felicità e benedizione fra due coniugi che hanno una concezione della vita radicalmente diversa ed opposta.

Senza contare che l’influenza del non credente risulta sempre determinante e frustrante per il credente, anche nei casi in cui si riesce e stabilire un clima di mutuo rispetto.

Questo non ha nulla a che fare con la comunione di cui parla il Signore (1 Corinzi 1:9), e le vittime più prossime di questa situazione ambigua saranno i figli.


Prendere dei testi come 1 Corinzi 7:14, dove è scritto che «il marito non credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata dal marito credente...», oppure 1 Pietro 3:1-2 che dice: «Parimenti voi. mogli, siate soggette ai vostri mariti, affinché se anche ve ne sono che non ubbidiscono alla Parola, siano guadagnati senza parola dalla condotta delle loro mogli...», per vederci un’eccezione o comunque uno spiraglio per attenuare il rigore di quanto abbiamo visto prima, significa «torcere» il senso delle Scritture.

Le possibilità contenute in questi brani, riguardano, chiaramente, delle persone già sposate prima della conversione.

In questo caso il Signore non incoraggia a rompere il vincolo matrimoniale, ma piuttosto spinge il coniuge divenuto credente ad essere così coerente ed impegnato nel vivere la propria fede, che il coniuge non credente potrà, per la testimonianza d’amore che gli verrà resa, essere guadagnato al Vangelo.

Resta il fatto che il principio chiaro, senza eccezioni, stabilito da Dio per i Suoi figli è quello di sposarsi «nel Signore» (1 Corinzi 7:39), cioè fra membri della Sua famiglia. Perché lo scopo ultimo del matrimonio, pur essendo gratificante per i coniugi, deve essere solo e sempre, la gloria di Dio (1 Corinzi 10:31; Colossesi 3:17).

 

Concetti errati e tradizioni

Ma se quanto abbiamo detto risulta chiaro alla luce dell’insegnamento biblico, perché dal punto di vista pratico si scende a compromessi che creano situazioni penose e senza sbocco?

Dobbiamo avere il coraggio di confessare il nostro peccato, che e l’incoerenza, è di dire con molta franchezza che il nostro attaccamento alla Parola di Dio è fatto spesso più di dichiarazioni teoriche, che di reale ubbidienza.

Non dobbiamo nasconderci che, quando si tratta di sfuggire alle esigenze divine, la nostra fantasia diviene prodigiosamente feconda e non ci facciamo scrupolo di ricorrere a ragionamenti ed a soluzioni che, secondo noi, perseguono gli interessi di Dio meglio di quanto accadrebbe con la semplice ubbidienza a quello che sta scritto.

Cosi, sostenuti da questa logica sommersa, si arriva a giustificare un «matrimonio misto», perché dopo tutto il non credente è un «simpatizzante», una persona per bene, morale, migliore di tanti credenti, ecc. ecc..

Sia chiaro che non vogliamo disprezzare nessuno, tanto meno una persona che si pone all’ascolto della Parola di Dio e si rende disponibile all’azione dello Spirito Santo, ma ci sia concesso di affermare con altrettanto vigore che la figura del «simpatizzante» non esiste nella Scrittura, è solo una nostra invenzione!  

 

O si è figli di Dio, oppure si è figli d’ira, altre classificazioni sono sconosciute.

 

La previsione o la speranza più o meno fondata, ma sempre aleatoria, che il coniuge non credente si convertirà all’Evangelo, non giustifica la disubbidienza, né è sostenuta da alcuna promessa biblica.

E’ vero che dobbiamo adoperarci e desiderare con tutto il cuore la salvezza delle persone, perché questa è la volontà di Dio (1 Timoteo 2:4), ma la strada per giungere a questo scopo è un’altra, non quella del «matrimonio misto».

Naturalmente chi vuole passare sopra alle chiare indicazioni della Parola del Signore, rimane interamente responsabile delle proprie azioni.

 

Ma se tutto questo contiene già in sé degli elementi non trascurabili circa la serietà del problema, la cosa si aggrava, quando in questa operazione si vuole coinvolgere tutta la comunità, con una cerimonia nel locale di culto.

Purtroppo anche qui intervengono dei fattori che sono completamente estranei alla Parola di Dio. Si ha l’idea che se il matrimonio non è accompagnato da una cerimonia «religiosa» in una sala di culto, sia mancante di qualcosa.

Che si voglia o no, dietro a questo pensiero c’è il vecchio concetto errato del sacramento, che inconsciamente ci siamo portati dietro dal cattolicesimo. Ma tutto questo fa parte di quelle sovrastrutture e di quelle tradizioni, di cui l’Evangelo ci vuole liberare.

Il matrimonio appartiene all’ordine creazionale ed essendo un fatto sociale, è valido quando l’impegno viene preso pubblicamente davanti alle autorità.

Il matrimonio, in quanto tale, è una realtà umana, istituita da Dio, buona per tutti gli uomini, che, di per sé, né suppone né esclude la fede. Quindi a rigor di termini non ha senso parlare di «matrimonio cristiano» o di «matrimonio laico».

C’è il matrimonio e basta, e poi c’è un modo cristiano di vivere il matrimonio. Ma quest’ultima realtà è possibile solo se Cristo è Signore nella vita dei due coniugi. E’ un dono concesso in risposta alla fede, non qualcosa che possa essere comunicato «sacramentalmente» attraverso una cerimonia «evangelica» o religiosa che sia.

Certo, due coniugi credenti, proprio perchè tali, fanno bene a volersi incontrare con la chiesa, a voler riascoltare gli insegnamenti e le promesse della Parola di Dio, ma questo perché è giusto riaffermare e vivere una comunione già esistente e non per dare un carattere di ufficialità religiosa o di ulteriore validità alla loro unione. Quindi non ha senso pretendere una cerimonia in un locale di culto, anzi questo costituisce una ingannevole illusione, quando uno dei due coniugi è estraneo alla vita di Dio.

Tuttavia per giustificare un procedimento che, come abbiamo visto, è completamente estraneo ai dati biblici, si usa chiamare in causa la testimonianza e la possibilità che si avrebbe in simili occasione di «matrimoni misti» di predicare l’Evangelo a tante persone non credenti.

Ma è onesto tutto questo?

Potremo avere la benedizione dell’Iddio tre volte Santo, che ha «gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male...» (Habacuc 1:13)?

Perché, a riflettere bene, lasciamo credere che ci stiamo rallegrando con gli sposi, quando invece tutto ciò, per noi, è strumentale; infatti vogliamo predicare l’Evangelo e non ci interessa il resto.

Ci sia concesso di avere dei profondi dubbi sull’efficacia di un Evangelo predicato con intenzioni cosi contorte! Perché, se fossimo coerenti, dovremmo, eventualmente, essere là per dire coraggiosamente che la Parola di Dio disapprova i «matrimoni misti» e che non ci può essere benedizione nella disubbidienza; questo sarebbe un giusto anticonformismo biblico e profetico!


Qualcuno dirà, «queste considerazioni sono valide, ma che cosa dirà la gente? Sarà uno scandalo, una cattiva testimonianza, se non si fa la cerimonia in sala».

Anche qui vi è un concetto profondamente errato, che ha bisogno di essere rimodellato alla luce della Parola di Dio.

Troppo spesso si identifica la «buona testimonianza» con ciò che rientra nei canoni tradizionali e prestabiliti della società in cui viviamo. Cosi, nella nostra situazione italiana, per non fare brutta figura, ci si preoccupa di avere almeno esteriormente, delle belle cerimonie che, con dignità, facciano da alternativa a quelle in uso nella chiesa romana.

Allora, al battesimo dei neonati, si contrapporrà la cosiddetta «presentazione dei bambini», ed il matrimonio sacramentale cattolico sarà sostituito da un matrimonio secondo il «rito evangelico».

Ma dobbiamo convincerci che tutto ciò è completamente al di fuori di ogni logica biblica e non ha nulla a che fare con la testimonianza. Quindi, non scandalizzare, e rendere «buona testimonianza», consisterà innanzi tutto e soprattutto nell’obbedienza attiva ai principi divini, e non nel soggiacere alle tradizioni del nostro ambiente. Anzi la «buona testimonianza», nella triste eventualità di un «matrimonio misto», starà proprio nel mostrare un attaccamento geloso alla Parola di Dio e nel rifiutare ogni compromesso.

 

Il dovere della chiesa

Di fronte a questi problemi è necessario prima di tutto un profondo sentimento di umiliazione, come avvenne al tempo di Esdra (Esdra 10:1-4).

Il risveglio ed il rinnovamento, che tanto desideriamo, passano per questa strada.

Se si sono avuti «matrimoni misti» e certe situazioni si sono trascinate, è perché condizioni di carnalità e poca vigilanza l’hanno permesso.

Questo amore ed impegno per la santità di Dio, e l’attaccamento per Lui e la Sua Parola sono cose che ci riguardano tutti quanti. Ognuno può dare un valido contributo attraverso il rinnovamento e la consacrazione a Dio e la realizzazione della pienezza dello Spirito Santo.

Ma oltre a questo si deve pregare perché le nostre comunità siano condotte da anziani che svolgano degnamente questo ufficio, uomini che siano «attaccati alla fedel Parola quale è stata loro insegnata, onde siano capaci di esortare nella sana dottrina e di convincere i contradditori» (Tito 1:9).

In mezzo agli sbandamenti ed alla confusione in cui si dibatte il mondo è indispensabile ed urgente tornare alla rivelazione di Dio, la sola che possa indicare ai giovani la via della vera felicità, ed alla chiesa tutta, la via della prosperità spirituale che ci deve caratterizzare, mentre attendiamo Gesù Cristo.


S. Negri

 

 

 

 

 

Tratto con permesso, e liberamente adattato, da «IL CRISTIANO»  Marzo 1981   www.ilcristiano.it