(1 CORINZI 14:31)
1. Definizione
L' Omiletica e la
disciplina che riguarda la preparazione e la presentazione del
Sermone.
Il termine OMILETICA deriva da un verbo greco ("omilein") che significa "parlare",
"discorrere", "conversare" e quindi anche "predicare".
L’OMILETICA è pertanto quella parte della
teologia che si occupa di tutti i problemi relativi alla predicazione dell'Evangelo.
Molti credenti pensano che la predicazione
cristiana non dovrebbe presentare alcun problema. Se confidiamo nello
Spirito Santo, che la nostra guida, la predicazione dovrebbe sgorgare - dicono alcuni – spontanea
dalle nostre labbra.
Le cose non stanno cosi.
Indubbiamente il predicatore cristiano confida
nell'azione dello Spirito Santo, quando deve annunziare l'Evangelo. Ma lo
Spirito non è una forza automatica che prescinda dalla personalità del
predicatore; al contrario, lo Spirito agisce attraverso la nostra persona senza
annullarla.
Sta quindi a noi mettere a disposizione dello
Spirito uno strumento sempre meglio preparato.
Come diceva un grande predicatore del passato:
"Lo Spirito Santo può trarre una meravigliosa melodia da un violino con
una corda sola; ma se il violino ha tutte e quattro le corde, lo Spirito potrà
suonare una melodia migliore!!".
Cosi è per noi: la predicazione è sempre un
miracolo ed un lavoro: un miracolo perché il Signore ci chiama ad annunziare
con il nostro balbettio "le cose grandi di Dio"; noi uomini
peccatori abbiamo lo straordinario privilegio e la gioiosa pretesa di poter
parlare di una realtà che è infinitamente più grande di noi. Ed è un lavoro,
perché - nella concretezza - la predicazione è un discorso anche umano, di
uomini (e donne) rivolta ad altri uomini.
Un discorso chiaro, preciso, che va
direttamente allo scopo è immediatamente comprensibile, è efficace.
Questo lo constatiamo ogni giorno nei cento
discorsi che ci vengono offerti da radio e televisione: ci accorgiamo subito
quando un discorso è chiaro e viceversa quando un discorso è confuso, involuto,
superficiale.
Un discorso chiaro ha sempre dietro una
preparazione accurata, sovente lunga e laboriosa. Ma i risultati si notano.
L'OMILETICA è appunta la scienza che ci aiuta
a mettere "quattro corde al nostro violino". Senza nulla
togliere all'azione silenziosa e profonda dello Spirito, l'Omiletica ci indica
alcune regole fondamentali affinché il nostro annunzio dell'evangelo non sia un
ammasso informe di pensieri, spesso lontani dal testo biblico, bensì sia un discorso
lineare, semplice, comprensibile alla mente di chi ci ascolta.
2. Scopo
Come preparare e comunicare efficacemente il
messaggio biblico per far conoscere la verità e per suscitare delle decisioni
che portino ad un beneficio spirituale e generale (1 Corinzi 14:3), a qualche cambiamento di vita.
· Pertanto, nella potenza dello Spirito Santo, deve convincere le menti,
toccare le emozioni, persuadere le volontà, con la verità della parola di Dio,
coinvolgendo tutta la personalità di chi ascolta.
· Il Signore Gesù Cristo deve essere innalzato, non il predicatore,
un'altra persona, una chiesa.
· Il predicatore deve mirare a portare il peccatore alla salvezza, il
credente a essere ben nutrito, a risolvere i suoi problemi e a glorificare il
Signore con una vita santa e di servizio.
CHE COSA
SIGNIFICA PREDICARE
Gesù Cristo è la Parola di Dio per
eccellenza.
La predicazione è l'annuncio della Buona
Novella di Cristo Salvatore e Redentore, fatto mediante la spiegazione di un
testo biblico.
Si può dire quindi che anche la
predicazione è Parola di Dio, in quanto attraverso essa Dio parla agli uomini
d'oggi.
Ma è chiaro che la predicazione è Parola di
Dio soltanto in modo derivato. Non solo, ma perché la predicazione diventi
veramente Parola di Dio, occorre che intervenga lo Spirito Santo: l'unico
che può trasformare il discorso di un uomo in vera Parola di Dio.
Senza la presenza e l'azione dello Spirito
Santo, la predicazione rimane soltanto un parlare umano.
Quando lo Spirito agisce, allora è Dio stesso
che afferra quell'uomo che parla e per mezzo di lui si rivolge agli uomini.
Nella predicazione, Dio è sempre soggetto e
oggetto.
E’ Dio che parla e il discorso è
intorno a Dio.
Il che equivale a dire: "Soltanto Dio
parla bene di Dio".
E' indispensabile afferrare bene questo
concetto per comprendere poi l'importanza che la preghiera ha per la
predicazione.
Nessuna qualità dell'oratore (oratoria, morale
o spirituale) può far si che nella predicazione Dio parli veramente.
E' soltanto l'azione di Dio per mezzo del suo
Spirito.
Dio è libero, e soltanto quando Egli
vuole può parlare a noi per mezzo delle parole di un uomo.
La predicazione, abbiamo detto, è la
spiegazione di un brano della Bibbia, essa, ciò, deve essere sempre vincolata
alla Rivelazione in Cristo com’è contenuta nella Sacre Scritture (Galati 1:
6-9).
Se la predicazione non è biblica, non
può mai essere da Dio.
Questo non significa riempire il discorso di
tanti versetti biblici; significa cercare a fondo il senso della rivelazione
biblica e scoprire in che modo il nostro testo è legato a Gesù Cristo.
Una predicazione che dice tante belle cose,
anche buone e giuste, ma che non annuncia anzitutto e soprattutto Gesù
Cristo, sarà un bel discorso religioso, ma non è una predicazione
cristiana.
Quando è lo Spirito di Dio che guida il
predicatore, per mezzo della Bibbia, il messaggio sarà sempre centrato sulla
persona e l'opera di Gesù Cristo.
In ogni pagina della Bibbia bisogna saper
sempre trovare l'Evangelo di Gesù.
Gesù è il Verbo di Dio, tanto nell'Antico come
nel Nuovo Testamento.
Lo scopo della
predicazione è di annunciare agli uomini la salvezza in Cristo e di portarli a
Cristo per la trasformazione della loro vita (2 Timoteo 4:2).
Si può anche dire che lo scopo della
predicazione è di suscitare la fede (Romani 10: 17), di edificare 1a Chiesa
mediante la chiamata degli uomini al ravvedimento e alla fede (Atti 26: 16-18),
di fortificare nella fede i credenti (Romani 1: 11-12), di a estrarre i
figlioli di Dio nella vita cristiana (2 Timoteo 3: 14-17).
Ma non è scopo principale della predicazione
voler portare delle modifiche nella vita sociale e politica. Esse tuttavia
possono scaturire come conseguenza inevitabile di una predicazione fedele al
testo biblico. Non deve, quindi, il predicatore preoccuparsi anzitutto di
parlare contro questa o quella ingiustizia sociale, o contro un certo tipo di governo:
il predicatore deve annunciare l'Evangelo del perdono di Dio in Cristo ed esso
produrrà certamente dei frutti di trasformazione della società. Oppure sarà il
testo stesso che condannerà l'ingiustizia. Cosi per esempio, il Nuovo
Testamento non lotta contro la schiavitù, ma annuncia che tutti gli uomini sono
uguali di fronte a Dio e fratelli in Cristo (Filemone) e su questa base si può
annunciare che la schiavitù è incompatibile con la fede cristiana.
Quando il predicatore parla deve sempre
ricordare che non parla a dei fantasmi, ma a uomini e donne concreti, uomini e
donne di quel determinato luogo, in quel particolare momento della loro vita,
uomini e donne che hanno i loro problemi, le loro preoccupazioni, le loro
ansietà.
D'altra parte il predicatore non deve
dimenticare che è chiamato ad annunciare una Parola eterna, un messaggio che ha
valore per tutti gli uomini di tutti i tempi.
Qui sta tutta la difficoltà della
predicazione: dover annunciare a uomini che vivono nel tempo una Parola che è
fuori del tempo.
Non è un problema di sostanza, ma un prob1ema
di linguaggio.
La sostanza non Cambia (l'Evangelo di Gesù),
ma il modo di predicare, il linguaggio che si usa deve per forza
cambiare per essere comprensibile agli uomini ai quali la predicazione si
rivolge.
Gesù sapeva parlare molto bene agli uomini del
suo tempo pur annunciando verità eterne. Basti pensare alle parabole,
che sono sempre vivaci quadretti di vita della Palestina di 2.000 anni fa.
Cosi, quando noi predichiamo, dobbiamo cercare
di usare un linguaggio e delle immagini comprensibili alle persone alle quali
parliamo.
Anche qui, è chiaro, solo lo Spirito
Santo può rendere contemporaneo il messaggio, ma sta al predicatore
trovare quel modo di presentarlo che lo rende attuale.
Facciamo degli esempi pratici molto semplici.
· Nell'Evangelo si parla spesso di "Samaritani" in contrapposto
ai Giudei. Ora, ai nostri giorni, parlare di "Samaritani" non ha
alcun significato particolare. Per far comprendere che cosa vuo1 dirci
il Nuovo Testamento quando parla di Samaritani, bisogna alludere ai
nemici, a co1oro che sono disprezzati ecc. Perché cosi erano i Samaritani
all'epoca di Gesù.
· L'Apostolo Paolo parla (1 Corinzi 8) di carni sacrificate agli idoli e
dell'atteggiamento che i credenti devono assumere di fronte a tali cibi. E'
evidente che oggi ben difficilmente si troverebbero in Europa delle carni
sacrificate agli idoli. Bisogna quindi saper trovare quali sono oggi i problemi
ai quali si possono applicare le esortazioni di Paolo a non scandalizzare il
fratello (determinati atteggiamenti, partecipazione a certi spettacoli
ecc.). Questo significa attualizzare, applicare il testo biblico.
Abbiamo riportato due esempi molto semplici,
ma a volte l'attualizzazione è assai più difficile.
Sovente non è neppure il caso di farla noi
direttamente: basta spiegare il testo e ognuno lo applica alla propria vita.
L'importante è avere piena fiducia nell'opera dello Spirito Santo, il
quale soltanto può far si che ogni uditore, ascoltando il messaggio, realizzi
che esso è rivolto a lui personalmente.
Un messaggio che non si rivolge alle persone, ma rimane vago,
nell'aria, generico, non ha nessuna efficacia e non serve a nulla.
Quando lo Spirito agisce durante una
predicazione (e perciò un predicatore non deve mai salire sul pulpito senz'aver
prima umilmente ed insistentemente invocato lo Spirito Santo) apre il cuore
agli uditori dicendo loro:
"Tua res agitur! = Si tratta
proprio dite!"
…e benediciamo il Signore tutte le volte che
questo avviene.
Accade talvolta (troppo spesso, purtroppo) che
il cuore dei nostri uditori è chiuso e annebbiato ed allora è necessario
che il predicatore sappia fare una attualizzazione del testo, con saggezza e
con chiarezza.
Abbiamo nell'A.T. il famoso episodio del
profeta Nathan e del re Davide (2 Samuele 12).
Il grande Davide si era macchiato di un
duplice grave peccato: adulterio e omicidio.
Allora il profeta Nathan viene mandato a lui
dal Signore per riprenderlo.
Come poteva fare il povero Nathan a dire una
cosa cosi pesante al re? E allora racconta a Davide la parabola del ricco
possidente che per far festa can gli amici non uccide una delle sue magliaia di
pecore, ma ruba e uccide l’unica agnella di un suo povero vicino di casa.
Il cuore di Davide era troppo annebbiato per
poter capire subito e allora Nathan gli deve dire in modo molto chiaro: "Tu sei quell'uomo!"
Una applicazione molto chiara e severa.
Altre volte l'attualizzazione
è più "teologica" e va pensata a lungo.
Se ci capitasse
- per esempio - di predicare su Deuteronomio 24:6-13 dovremmo saper cogliere qual'è lo spirito di questa "legge sui pegni".
Oggi più nessuno ha dei
"pegni" per avere un prestito; tutt'al più si firmano delle cambiali.
Ma il pensiero centrale è questo: dare sempre ragione all'uomo contro il
denaro.
Se il tuo fratello non
ti paga le cambiali, porta pazienza: la vita del fratello è più importante di
tutto il danaro del mondo.
Se questa regola fosse
alla base dei rapporti umani (anziché l'interesse, l'ingordigia, il guadagno ad
ogni costo) non vivremmo in un mondo dove si muore ancora di fame!!
Ecco un'attualizzazione
molto pregnante per la nostra epoca.
Predicatore
è colui che Dio mette a parte per il compito specifico della predicazione; e
colui che da un lato riceve la verità da Dio e dall’altro lato la trasmette
agli altri. E’ in rapporto con Dio nell’interesse degli uomini; e in rapporto
con gli uomini nell’interesse di Dio.
Questa
non e una verità da esprimersi meccanicamente.
Non deve
trattarsi semplicemente di verità espressa con la bocca, con le labbra, con l’intelletto
o attraverso la penna, ma di verità espressa attraverso il suo carattere e la
sua personalità.
Ogni
fibra della natura morale e spirituale dell’uomo deve sottostare alla verità.
La forza
di un colpo non si misura soltanto dal braccio ma dal peso dell’intero corpo.
E’
questa la differenza che si avverte istintivamente fra un predicatore ed un
altro.
L’uditore
è persuaso che la verità che viene proclamata dal pulpito è discesa su un
predicatore, laddove essa ha solo attraversato un altro.
Di
conseguenza, la predicazione del primo è sbiadita e priva d’interesse, mentre
quella dell’altro è energica, affascinante e convincente.
Il
predicatore non deve essere semplicemente una macchina, un automa; deve essere
un vero uomo, un uomo buono, pieno di Spirito e di fede.
L’effetto
di una vita e di una predicazione del genere sarà che molti si aggiungeranno
alla chiesa del Signore (Atti 11:24).
La personalità del predicatore è grandemente legata
all’efficacia del suo messaggio.
Un artista può produrre una statua o un dipinto che
destino l’ammirazione della gente e tuttavia essere un dissoluto; un autore può
essere un immorale e scrivere un libro che provoca una vampata di popolarità.
Ciò avviene per le opere d’arte che possono essere
considerate distinte dall’uomo stesso. Ma ciò non avviene per il predicatore e
per il suo sermone : esso è parte di lui stesso. Esso deve in realtà
essere l’espressione della sua stessa vita ed esperienza.
Se tale non e il caso, allora quella che è chiamata
predicazione altro non è che un rame risonante o uno squillante cembalo.
Nella predicazione la personalità ha grande importanza.
E’ questa una delle ragioni per cui molti sermoni non si
leggono bene.
La personalità del predicatore vi e assente.
Vi sono naturalmente delle magnifiche eccezioni a questa
regola, ma spesso, purtroppo molto spesso, il sermone non è che l’eco
dell’uomo.
Quante volte leggendo un sermone non ci siamo meravigliati della sua
aridità, laddove quando lo ascoltammo esso il nostro
essere nelle sue corde più profonde.
Che cosa mancava?
La personalità del predicatore, tutto là !
Ma quanto è racchiuso in quella personalità!
Prima di
potere esser proclamata con forza convincente nel sermone ed attraverso di
esso, l’esperienza della verità deve trovarsi nel predicatore stesso.
Se avete
un artista nato non dovete far altro che aggiungere alla paletta ed al pennello
o allo scalpello l’abilità tecnica e avrete una statua o un dipinto.
E cosi, se avete
un predicatore, con l’esperienza della verità in lui, vi renderete conto che
occorre poco altro in lui per dar vita al sermone. Da ciò risulta in maniera
evidente che la vera preparazione per il ministerio dell’Evangelo non consiste
in semplici artifici da impiegare nella preparazione o nella presentazione del
sermone, ma nello sviluppo della vera personalità.
Un uomo del genere sul
pulpito si dimostrerà certamente un predicatore che toccherà le masse.
Sentiamo
da ogni parte affermare che oggi la gente non vuol saperne di predicazione
dell’Evangelo.
Si
tratta di uno sbaglio.
Non v’è
mai stato momento in cui la gente ne ha avuto un desiderio maggiore di adesso.
Ciò a
cui obiettano è un Evangelo letto o declamato e non
proclamato. In altre parole, chiedono che sul pulpito vi sia una personalità
consacrata.
Guardatevi attorno; che cosa vedrete ?
Che
dovunque l'Evangelo è predicato da una personalità
consacrata ci sono degli uomini e delle donne che lo ascoltano.
Ogni predicatore deve poter dichiarare, "Cosi dice l’Eterno.." e basare ogni
concetto espresso sull’autorità della Parola di Dio. Pertanto, non può
compiacere a se stesso ne ad altri, strumentalizzando cosi il pulpito per fini
personali o umani (Galati 1:10; 2 Timoteo
4: 2-5).
Il predicatore deve essere maturo e umile (1
Timoteo 3:6) con una attitudine sia ad imparare sia ad insegnare (1 Corinzi
2:6; Filipesi 3:15).
Deve avere una conoscenza della Bibbia e della
teologia e dottrina biblica (2 Pietro 1:5-8; 3:18).
Deve avere una certa istruzione e conoscenza
generale, una capacita intellettuale e comunicativa, e anche una certa
esperienza della vita (2 Corinzi 11:6)
L’autorità del predicatore proviene...
1. Dalla sua vita santa e coerente,
2. Dal suo rapporto intimo col Signore, e
3. Dall'essere di esempio per i credenti (1 Pietro 1:15; Giovanni 15:4-8; 1
Timoteo 4: 2). Se no, perde ogni credibilità anche se dotato di grande
eloquenza e capacita intellettuali e comunicative (2 Corinzi 10:11; 1 Tessalonicesi
1:5,6).
1. La necessità
Basta guardare il creato e
La mente umana e strutturata e addestrata a
ricevere e a ritenere se certe informazioni e verità vengono presentate in modo
chiaro, convincente e, soprattutto, ordinato.
Il sermone ben strutturato ha un punto di
partenza, un percorso, e un punto di arrivo; cioè una introduzione, un
"corpo" principale, e una conclusione.
Questo ci aiuta ad evitare inutili e
fastidiose ripetizioni, a "battere l'aria" e "a correre in modo
incerto" (1 Corinzi 9:26;14:2-9).
2. Il Testo biblico
Di solito e il testo biblico che deve
determinare sia il titolo sia la struttura, e ogni parte del sermone. Se no, si
rischia di "forzare" il testo e di farlo dire quello che non vuol
dire (2 Timoteo 2:15).
Talvolta ci si sente guidati dallo Spirito ad
affrontare una certa tematica. In tal caso si deve scegliere un testo biblico
adeguato, che tratta il particolare soggetto stando attenti a considerare il
contesto e lo scopo per il quale e stato scritto.
Se non si trova nessun testo adeguato, è
meglio non predicare sul soggetto. Ma l'esperienza insegna che "tutte le cose che appartengono alla vita e
alla pietà..." (2 Pietro 1:3) sono affrontate nella Bibbia.
Frequentemente il Signore ci parla in
modo particolare attraverso un brano della Bibbia e diventa il testo del
sermone.
Quando si ha la convinzione che quel
determinato brano e il testo che il Signore ci ha messo nel cuore, dobbiamo
allora approfondire la sua conoscenza consultando altre traduzioni, Commentari
Biblici e Dizionari biblici, facendo una vera e propria indagine chiamata
ESEGESI con domande come: "Chi l'ha scritto ? Quando? In quale
occasione? A chi? Per quale motivo ? In quale contesto esistenziale,
storico, sociale ? Cosa vuole insegnare?"
3. Il Titolo
Dallo studio approfondito del testo verrà
fuori l'idea o il soggetto principale che tratta.
Da questo si deve trarre il titolo.
Il titolo e necessario sia per se stessi, sia
per gli ascoltatori anche se non sempre viene detto, perché scegliere un titolo
ci aiuta a non divagare, e ad "armonizzare" ogni parte del sermone
per farne un "tutt'uno": dall'introduzione, ai passi citati, alle
illustrazioni date, ai punti principali, ai "sottopunti", alle
applicazioni, ai principi insegnati, e alla conclusione.
Ogni parte del sermone deve quindi in qualche
misura rifarsi al titolo del sermone, che a sua volta, si rifà al testo
biblico.
Il titolo deve essere breve, conciso, incisivo
e stimolante. Deve colpire l'immaginazione, essere creativo e interessante,
affrontare qualche problema e qualche bisogno.
Possiamo imparare molto dai titoli di articoli
giornalistici, di libri o di film.
3.
1. Introduzione
Ogni testo biblico e ogni soggetto trattato
devono essere introdotti per chi ascolta.
Devono essere preparati all'esposizione del
passo o del tema, e stimolati a meditarlo (antipasto, preludio).
L'introduzione deve attirare l'attenzione, quindi deve
essere interessante, breve e incisiva, avendo qualche attinenza alla vita
di tutti i giorni, partendo dall'esperienza umana.
Deve anche suscitare una certa curiosità e
sollevare dei quesiti che troveranno poi la loro risposta nel resto del sermone.
Deve quindi essere pertinente al soggetto trattato.
Attenzione però a non promettere quello che il
resto del sermone non può mantenere.
Può essere: una constatazione, un'esperienza
personale, o di qualcun altro, un fatto di cronaca, una statistica, una o più
domande sul testo o intorno al soggetto trattato, una citazione (anche
negativa) di qualche personaggio famoso, un problema attuale, o semplicemente
una descrizione del contesto storico del passo.
Come in una corsa, la buona partenza è di
massima importanza.
L’approccio iniziale determina in buona parte
se si e guadagnato o meno l'ascolto della gente.
Tuttavia in qualche
modo bisogna pur incominciare un discorso! E non sempre è cosa facile.
Non dimenticate mai che
dalla bontà dell’introduzione dipende spesso se gli uditori saranno ben
disposti o non all’ascolto del sermone.
Beninteso: questo non vuole essere un elenco completo. Vi
sono cento modi di incominciare un sermone. Con questi suggerimenti, tuttavia,
avrete una gamma di possibilità abbastanza varia.
2. Schema
Lo schema è come la "struttura ossea" della parte principale del sermone.
Non
esiste uno schema fisso e obbligatorio del sermone; è il testo stesso che
suggerire lo schema.
Non
bisogna adattare il testo al nostro schema, ma viceversa è lo schema che deve
adattarsi al testo,
Tuttavia,
lo schema tradizionale, molto semplice e abbastanza elastico, rimane quello più
usato e adatto a moltissimi testi.
Secondo
questo schema il sermone si divide nelle seguenti parti:
Introduzione
(o esordio)
1. punto
Divisione
2 punto
Divisione
3’ punto Conclusione (o perorazione)
Studiamo
ara brevemente la:
Una
volta trovato il pensiero centrale del testo, il messaggio, occorre spiegarlo,
svolgerlo, articolandolo in diversi punti.
Questo è
appunto la divisione.
Si
tratta di ordinare i vari pensieri del testo alla luce del pensiero centrale
del messaggio.
Come
fare questa divisone?
Essa ci
deve essere suggerita dal testo stesso, o dal contesto, o dal pensiero centrale
in relazione al testo.
Per fare
una buona divisione è necessario quindi meditare attentamente.
Più che
molte regole e suggerimenti saranno utili alcuni esempi pratici.
Daniele 1
1. Iddio offre il
suo cibo
2. Il mondo offre
il suo cibo
3. Il credente
vive del cibo di Dio
Salmo 119:136 = “Le lacrime del
credente”
Qualcuno
si domanderà allora: come fare a sviluppare ciascun punto?
La
risposta non è facile e,
anzi, ogni predicatore deve trovarla per conto proprio.
Qui possiamo dare soltanto alcuni consigli e alcuni esempi.
Tuttavia, quando sono
dette al momento giusto e con una certa abilità, servono per aiutare la memoria
dell’ascoltatore a ricordare questo o quel concetto espresso nel sermone.
Spurgeon affermava: “Con
ogni probabilità i vostri ascoltatori non ricorderanno mai un sermone, ma non
potranno dimenticare una bella illustrazione”.
Pensiamo alla
predicazione del Signore Gesù: i Suoi insegnamenti sono sovente espressi in
forma di parabola, che non sono altro che vivaci illustrazioni le quali rendono
chiari alla mente certi concetti.
Oltre a
questi due punti principali, si può attingere alla storia della Chiesa, alla
storia delle missioni, alla letteratura, alla scienza, ecc...
L’importante
è sapere scegliere con cura le illustrazioni che si vogliono usare, fra quelle
che realmente dimostrano qualcosa.
Bisogna
saperle poi raccontare con molto gusto, con vivacità, con freschezza e con
quella puntina di “humour” che spesso troviamo nella Bibbia.
Usate
immagini che siano subito facilmente comprensibili agli uditori
(perciò è bene prenderle dalla vita attuale) usando un linguaggio semplice. E
non ripetete mai alle stesse persone le stesse illustrazioni perché
perderebbero tutta la loro immediatezza.
Sviluppando
cosi i vari punti nei quali avete diviso il vostro testo e preparata la parte
centrale del vostro sermone, è giunto il momento in cui dovete preparare l’introduzione
e la conclusione.
Secondo il testo e il soggetto o il titolo,
dobbiamo prima elaborare i punti principali.
Questo ci aiuterà a sviluppare il tema in modo
organizzato, organico, metodico e logico, e a non divagare o a ripeterci.
Aiuterà 1'ascoltatore a capire e a ritenere il
messaggio.
I punti principali non devono essere troppi
(2-4) e possibilmente dei "sottotitoli" del tema principale, o
sfaccettature di esso.
Ogni punto principale deve poi essere
sviluppato e amplificato con dei "sotto punti" e dei passi biblici
che li sostengono, e delle illustrazioni che li chiariscono e li suggellano
nella mente.
Poi ogni "sotto punto" o concetto o
insegnamento, deve essere applicato in qualche modo alla vita degli
ascoltatori con lo scopo di suscitare qualche decisione o presa di posizione.
Le illustrazioni possono essere tratte: da
esperienze personali o di altri, dalla natura, da osservazioni o letture, da
episodi biblici o extra biblici.
Ci deve essere una certa progressione o
"crescendo" nei punti principali e nei sotto punti, che conducano il
pensiero l'uno verso l'altro in vista del culmine che i la conclusione.
3. La conclusione
La conclusione deve seguire in modo naturale l'ultimo
punto, ma fare riferimento a tutto il resto del sermone.
Diciamo
subito che non bisogna mai iniziare la conclusione con le parole “E concludo...” oppure “Per concludere...” oppure “In conclusione...” ecc. Queste
espressioni non fanno altro che annoiare.
· Una vivace e veloce (la
conclusione deve essere breve) ricapitolazione dei punti del sermone esponendo
il filo ed il centro del discorso;
· Riaffermazione
del messaggio centrale del testo;
· Un’applicazione centrata delle
verità esposte agli ascoltatori (se non è stata fatta nel corso della
predicazione);
·
Un’esortazione
pastorale sia d’incoraggiamento che d’ammonimento;
· L’ultimo punto della
divisione pub anche essere la conclusione stessa;
· Un
appello alla conversione o alla consacrazione.
Questa è certamente la
conclusione più bella, ma ATTENZIONE!! Non fate un appello se non lo sentite
profondamente. Non usate una emotività esteriore, superficiale, artefatta, che
non serve a niente ed è controproducente. Non c’ e’ nulla di peggio di un
appello forzato. L’essenziale è la sincerità totale dei vostri sentimenti. Se
il Signore vi spinge realmente a fare un appello, allora lasciatevi
tranquillamente guidare dal suo Spirito ed Egli opererà.
…tuttavia tutto
il sermone deve essere in qualche modo un appello.
Anche se non si
conclude (come il più delle volte) con un invito personale e diretto alla
decisione, tutta la predicazione deve spingere l’uditore verso una presa di
posizione, verso una decisione interiore.
Una predicazione che
lascia l’uditore contento di sé e senza problemi non è una buona predicazione.
L’Evangelo, rettamente
annunziato, pone sempre dei problemi e mette l’uomo in questione, per cui
questi si sente direttamente interpellato. Il miglior sermone è quello che
obbliga uditore a dire: “ allora che cosa debbo fare?” (Atti 2:37).
Deve essere breve, incisiva, conclusiva e
avere lo scopo di portare l'ascoltatore a prendere una posizione e decisione
personale per rispetto alle verità esposte nel sermone, motivando tale decisione.
Dev'essere
quindi uno sprono ad una qualche forma di azione (Atti2:37).
Può essere in forma interrogativa o di sfida.
Si può chiamare le persone a ravvedimento,
alla conversione, alla consacrazione o a qualche impegno particolare, secondo
il contenuto e l'impostazione del messaggio.
COME COMUNICARE
EFFICACEMENTE IL MESSAGGIO
Fino a questo punto abbiamo concentrato la
nostra attenzione sulla preparazione del sermone, perché è come nell'atletica,
cioè ci vuole un anno di preparazione per partecipare a una gara di pochi
secondi o minuti.
Una buona preparazione è di
vitale importanza per una buona presentazione del Sermone.
Disse qualcuno: "preparati come se tutto dipendesse da te, parla come se tutto
dipendesse dal Signore".
Se non c'é peccato inconfessato nella nostra
vita, se si è in armonia e sintonia col Signore e con gli altri, se si ha fede
in LUI e nelle Sue preziose promesse, "non
siete voi che parlerete, ma è lo Spirito Santo che parlerà in voi"
(Matteo 10:19-20).
Gesù, il più grande comunicatore di tutti i
tempi, sarà al nostro fianco (leggere anche Esodo 4:10-12; Numeri 22:28;
Salmo 8:2; 81:10; Geremia 1:4:9; Daniele 7:8).
Il sermone e un atto "comunicativo"
e come tale, i seguenti particolari sono da curare: presenza, linguaggio, proiezione
di voce, dizione, gesticolazione, espressione del viso, contatto visivo,
espressività...
1. La presenza
Il modo di vestire deve essere il migliore
possibile, ma modesto, pulito, con colori in
armonia e non troppo vistosi da attirare l’attenzione e distogliere le persone
dall'ascoltare il messaggio.
Evitare di portare grossi anelli, spille di
cravatta, braccialetti ecc.
2. Il linguaggio
Deve essere comprensibile, ordinato, semplice
e chiaro; il meno ecclesiastico o "sacro" possibile.
Se termini particolari non comuni devono
essere usati, vanno spiegati.
Chi ha una istruzione elementare deve capire
le parole, le frasi idiomatiche, le espressioni o i concetti.
Mai prendere per scontato che le persone
conoscono
Il linguaggio deve essere "vivo",
espressivo, attuale, non obsoleto.
Il vocabolario, le espressioni idiomatiche
devono essere più vaste, varie e ricche possibili.
Le frasi non devono essere troppo lunghe o
pedanti e contorte, per non perdere o far perdere il filo del discorso o l'attenzione.
Espressioni idiomatiche o proverbi popolari
possono essere usati occasionalmente, ma mai usare espressioni o parole volgari
o impure.
3. Proiezione e modulazione di voce
La voce non dev'essere
"gutturale", ma naturale, non troppo forte da dare fastidio a chi sta
vicino, né troppo debole da non essere sentita da chi sta più lontano.
Anche la cadenza deve essere naturale.
Mai adottare una "lagna sacra" o
declamare e, soprattutto, mai essere monotoni. Dobbiamo variare tono, volume,
espressione.
Il volume, l'espressione della voce devono
essere determinati dal contenuto dei vari momenti del messaggio.
Le
pause devono essere rare e comunque non troppo lunghe.
Servono a far riflettere e a dar
"digerire" il concetto.
4. Dizione e gesticolazione
Le parole devono essere ben scandite e
pronunciate, ma senza esagerazione, evitando inflessioni o cadenze dialettali.
La gesticolazione non deve essere esagerata,
ma normale e naturale, sempre secondo quello che uno dice, tenendo conto del
proprio temperamento.
E' importante guardare le persone il più
possibile. Il contatto visivo aiuta a mantenere l'attenzione della gente e ad
avere un contatto spirituale.
Il tutto deve comunicare la vastissima gamma
di sentimenti come: la gioia, il disappunto, l'amore, la paura, la pace, la
preoccupazione, la fiducia, la speranza, la tristezza, l'incitamento, l'incoraggiamento...
Soprattutto è importante pregare per le
persone che uno serve, e amarle sinceramente.
Tutto questo trasparirà nel messaggio al di là
delle parole.
CONSIGLI PRATICI
Siate quindi anche molto sobri nel gestire: non agitatevi
troppo!
BUON LAVORO !