255 ANNI OR SONO
A
VERA, AFFASCINANTE STORIA DI JOHN NEWTON
Ricco e crudele, John
Newton non credeva in Dio.
Possedeva una casa
lussuosa nella Carolina del nord, oltre che a molti schiavi e a diverse
proprietà.
La casa era arredata
con tappeti e mobili pregiati, con costosi arazzi e candelabri d’argento. In un
angolo del salotto c’era un magnifico pianoforte e, oltre la grande vetrata, si
estendevano vastissimi campi di cotone.
John era spesso fuori
casa; con una nave negriera andava spesso in Africa dove praticava il commercio
degli schiavi.
La nave partiva vuota
dagli Stati Uniti e vi ritornava carica di schiavi incatenati.
La fortuna di Newton
era basata sul commercio di carne umana.
Quando tornava a casa
da suoi viaggi, era sempre carico di doni: gioielli per la moglie e giocattoli
per i suoi bambini.
La grande casa
diventava sempre più lussuosa, le proprietà sempre più estese e il cuore di
John sempre più duro, vuoto e arido.
Un giorno, durante uno
dei suoi numerosi viaggi in mare che, con un carico di schiavi, lo portavano
dalle coste dell’Africa a quelle degli Stati Uniti, improvvisamente Newton si
ammalò con febbre alta e delirio: aveva la febbre tifoidea!
Gli uomini
dell’equipaggio si consultarono febbrilmente: dovevano prendere una decisione
immediata perché un caso di tifo a bordo significava, nel giro di pochi giorni
o forse di poche ore, una grave epidemia e la conseguente perdita del carico
della nave.
La decisione fu presa.
Avrebbero messo Newton
su una scialuppa per abbandonarlo nell’oceano insieme a un’altra persona malata
come lui.
Si trattava di
un’anziana donna di colore che, durante i numerosi viaggi, era stata la cuoca della nave.
Sia lei che Newton
vennero abbandonati su quella scialuppa in balìa delle onde, mentre la nave si
allontanava lentamente.
Newton delirava e anche
la donna stava male, ma fortunatamente la corrente del mare spinse la scialuppa
verso un’isola.
Arrivati sulla terra
ferma, i due malati cominciarono a parlare.
Da una parte l’uomo
delirante e dall’altra la donna che, se pur molto malata, manteneva salda la
sua fede nel Signore.
Fin da bambina aveva
accettato Gesù nel suo cuore come personale Salvatore.
Non odiava quell’uomo
crudele per il quale aveva lavorato sulla nave, anzi lì su quell’isola, cominciò
a parlargli del Signore. Gli disse che Gesù era venuto dal cielo per vivere con
gli uomini come loro, per insegnare ad amarsi e per distruggere l’odio. Gli
disse anche che Gesù era venuto per dare libertà agli schiavi, non solo quelli
incatenati nelle stive delle navi o quelli che lavoravano nei campi di cotone,
ma anche per tutte quelle persone che, come Newton, erano schiave del peccato.
Per l’uomo malato
queste parole erano del tutto nuove, ma ancor di più, per la prima volta sentì
la voce del Signore che gli parlava al cuore.
«Ahimé, disse, è ormai troppo
tardi. Ho peccato troppo nella mia vita...è troppo tardi per pentirmi!».
Ma la vecchia donna gli
disse: «Non è mai troppo tardi per il
Signore. Lui può guarirti perchè sulla croce del Golgota ha portato i nostri
peccati e tutte le nostre malattie. Lì ha pagato per le tue e le mie colpe e
oggi ti può salvare, se glielo chiedi ».
LA SALVEZZA
Là, su
quella spiaggia deserta, per un miracoloso intervento divino, Newton fu
guarito.
L’anziana donna di colore,
invece, dopo aver fatto il suo dovere di testimone fino alla fine, andò col
Signore.
Col passare dei giorni
Newton riprese le forze nutrendosi di frutta ed erbe selvatiche.
Un giorno vide in
lontananza una nave che, forse spinta miracolosamente dai venti vicino
all’isola, fu abbastanza vicino perchè dei membri del suo equipaggio potessero
notare le segnalazioni dell’uomo.
Fu lanciata una
scialuppa e Newton fu issato a bordo.
Alcune settimane dopo
fu di nuovo a casa, ma come gli sembrava vuota!
All‘interno nulla era
cambiato: gli oggetti lussuosi, sua moglie e i suoi bambini...
...ma mancava l’amore
del Signore.
Cominciò a parlare di
Dio e della sua opera prima alla famiglia e poi alla grande comunità di schiavi
che lavoravano nei suoi campi di cotone.
Aveva deciso di liberarli,
uno dopo l’altro.
Intanto la sera, quando
il lavoro era finito, li riuniva insieme alla sua famiglia per cantare e
pregare.
Dopo aver liberato i
suo schiavi, Newton vendette tutti preziosi che aveva per poter pagare per la
liberazione anche degli schiavi dei possidenti suoi vicini.
Tappeti oggetti di
valore, arazzi, tutto quello che aveva guadagnato con la tratta degli schiavi,
a poco a poco scomparve per dare la libertà ad altr schiavi.
In casa rimasero pochi
mobili, un tavolo, delle sedie e un pianoforte.
«Tra poco venderò anche quello, pensò John, ma prima voglio comporre un canto».
Così un giorno, mentre
con la moglie, i figli e gli ex schiavi stava seduto in casa, si sedette al
piano e chiese al Signore che, nell’ultimo giorno in cui possedeva quello
strumento, gli desse l’ispirazione di una melodia con delle parole di
riconoscenza e di lode.
Quel canto avrebbe
dovuto ricordargli per sempre la testimonianza dell’anziana donna di colore in
quella spiaggia deserta.
Le parole gli vennero
spontanee:
Stupenda Grazia del Signor
Che dolce questo don
Un cieco ero io, ma Cristo mi sanò
Perduto or salvo son.
La grazia Sua mi insegnò
Di Lui ad aver timor
E d’ogni paura mi liberò
Ed ho fiducia ognor.
Per molti perigli e guai e duol
Quaggiù passo io ognor
La grazia mi guida e mi guiderà
A casa del mio Signor!
Le lodi della grazia Sua
In cielo canterem,
Un canto eterno e bello al Signor
Che mai non finirem!
K. J.
Tratto
da «TRAGUARDO» maggio 2001