« Muoio a
mezzanotte! »
(Ernest
Gaither Jr., condannato a morte in America per omicidio, racconta la sua
conversione)
Quando leggerete questo, sarò ormai morto. Non vi
spaventate nel ricevere notizie da un uomo morto. Perché quando cominciai
questa storia ero molto vivo.
E’ il 9 settembre 1947, un martedì. Giovedì a
Mezzanotte è prevista la mia esecuzione perché colpevole di omicidio.
Stando seduto qui nella mia cella, nella prigione di
Cook County, ho pensato molto. Alcuni dei miei pensieri (un avvertimento ai
criminali) sono stati pubblicati oggi sul Chicago Tribune in «un annotazione
rivolta ai tipi duri».
Questo pomeriggio ho letto l’annotazione preparata per un programma radiofonico. Quell’annotazione in realtà era solo una parte della mia storia.
La vera storia, credo, sta nel fatto che sono
disposto a parlare della morte, la mia morte.
Sono un uomo di colore, ho solamente 23 anni ma,
vedete, sono pronto a morire. Come mai?
Perché sono pronto a incontrare Dio. Sono veramente
felice.
Proprio questa settimana, ho fatto un sogno che
porterò con me alla sedia elettrica.
Ero sulla strada che porta in Cielo, Gesù era con
me. Ma io facevo quattro passi mentre Lui ne faceva due. Allora mi ha domandato
perché andavo così veloce e gli ho risposto che ero ansioso di arrivare in
Cielo. Poi fui là in cielo, circondato da numerosi angeli.
Alcuni penseranno che, per un uomo che è entrato in
prigione ateo, questo è uno strano discorso, ma ora la penso esattamente in
questa maniera.
Comprenderete meglio quando vi dirò come un mattino
di buon ora ho incontrato Dio.
Voglio, innanzi tutto, farvi gettare uno sguardo sul
mio passato.
Sette anni fa effettuavo rapine a mano armata, ed
ero capo di una gang di tipi duri. Eravamo otto.
Uno era Earle Parks soprannominato «Faccina»
perché lui vi avrebbe ucciso con un sorriso sulla sua faccia.
Un altro era Charles Jones, conosciuto con il nome
di «Ragazzo Carino» perché era un tipo di bell’aspetto.
Gli altri erano: Herbert Liggins conosciuto con il
nome di «Gamba Pazza» perché aveva una gamba malata.
William Lee era chiamato «Bill il Selvaggio»,
e Charles Hill era conosciuto come «Il Ragazzo del Colorado».
Clyde Bradford era così nero che noi lo chiamavamo «Azzurro».
«Il Conducente» era Percy Bellmar; noi
l’avevamo soprannominato così perché era un buon autista, il mio conducente
numero uno.
Sono tutti in prigione eccetto Parks che è stato
giustiziato per omicidio.
Mi chiamavano «Piccolo Gaither», lo
Sprecone di Soldi e il Cacciatore di donne. Cercavo di fare il «pezzo
grosso » ostentando sempre grosse somme di denaro – alcune volte due o tre
biglietti da mille dollari.
Quando io cominciai a fare questo, ero solo un
ragazzo. La mia famiglia cercò di mandarmi alla Scuola Domenicale e in chiesa.
Più di una volta, mi donarono dei soldi perché vi andassi con le mie sorelle
più giovani, ma non ci andai mai. Invece, facevo promettere loro di non dire
niente, e poi correvo al cinema. Stavo al cinema la maggior parte della
giornata e dicevo ai miei genitori che ero andato in chiesa, e loro non si
accorgevano di niente.
Il crimine era dentro di me, e i film che vedevo mi
aiutarono, mi diedero delle idee. Vi appresi alcune buone informazioni che mi
istruirono sul «modo di darsi da fare». Mi ricordo del giorno in cui
vidi il film «Ho rubato un milione». Ero là seduto, desiderando di
essere io il tipo che si era procurato il milione.
Decisi di intraprendere la carriera pugilistica,
perchè pensavo di essere molto forte e che avrei potuto difendermi. Avrei
picchiato sodo, pensavo. Fui uno dei migliori combattenti della mia classe per
un po’ di tempo. Diventai professionista nel 1938 e combattei come peso medio.
Terminai come peso mediomassimo. Il solo uomo a mettermi K O fu Jimmy Bovins.
A 18 anni, mi ritrovai nella Scuola di
Ammaestramento per Ragazzi dello Stato dell’Illinois per rapina a mano armata.
Nell’ottobre del 1941, otto di noi fuggirono, ma il
mese successivo mi ritrovai condannato nel penitenziario Joilet.
Ebbi l’ergastolo per un omicidio in un parco di
Chicago, ma uscii sulla parola nel 1946.
Sembrava che questo dovesse essere stata una lezione
per me, ma non lo fu.
Sei mesi dopo che ero fuori, ero capo di una nuova
«banda», questa durò fino al 9 Febbraio scorso.
Quella sera tre di noi rapinarono Max Baren, 49
anni, nel suo negozio di liquori situato nella Parte Ovest di Chicago. Baren
allungò la mano per prendere una pistola. Gli urlai di mettere giù la pistola,
ma lui faceva sul serio. Sapevo che sarebbe stato lui o noi. Così sparai e
uccisi Barren.
Fuggimmo con i soldi, solo 300 dollari, che più
tardi divisi tra gli altri ragazzi.
Me ne andai a New York, poi ad Atlanta dove la
polizia mi catturò.
Qualche settimana più tardi comparvi davanti ad una
corte di Chicago. «…. TI CONDANNO A MORTE ! ….», disse severamente il giudice.
Così andai al Braccio della Morte.
Non molto tempo dopo che fui messo dietro le sbarre,
il 23 Marzo scorso, una donna della mia stessa razza, la Signora Flora Jones
della Chiesa Battista d’Olivet, mi invitò ad assistere ad una riunione
evangelica per detenuti. In quel momento giocavo a carte con altri compagni e
gli risi in faccia. «Perché?» gli dissi, «…non credo neppure che
esiste un Dio».
Mi vantai mentre continuavo a giocare a carte,
frattanto la donna mi supplicava ancora. A dire il vero, mi sentivo così
colpevole, che non ne volevo sapere niente di Dio neppure se esisteva. Così
ignorai quella donna.
Improvvisamente, qualcosa che lei stava dicendo
attirò la mia attenzione: «Se tu non credi in Dio», ella gridò
dall’altra parte delle sbarre, «Prova soltanto a fare questo piccolo
esperimento. Questa sera, prima di andare a dormire, domandaGli di svegliarti a
una qualsiasi ora; poi domandaGli di perdonare i tuoi peccati».
Aveva una vera fede che si impadronì di me.
Non andai alla riunione, ma decisi che avrei provato
l’esperimento quella notte. Mentre giacevo sul mio lettino, mormorai: « Dio, se
Tu sei reale, svegliami alle 2 e 45!».
Fuori faceva freddo. Le finestre all’interno erano
coperte di brina.
Durante le prime ore della notte dormii
profondamente, poi il mio sonno divenne irrequieto. Alla fine fui ben sveglio.
Avevo caldo e sudavo, quantunque la cella era
fredda.
Tutto era calmo, eccetto per il rumore della pesante
respirazione di alcuni detenuti e il russare di un uomo che non era lontano.
Poi sentii dei passi fuori dalla mia cella; era una
guardia che faceva il suo regolare controllo. Mentre egli stava passando, lo
fermai e gli domandai: «Che ora è?».
Egli guardò il suo orologio e disse: «Quindici
minuti alle tre».
«La stessa cosa che le 2 e 45, vero?»
domandai, mentre il mio cuore faceva un improvviso balzo.
Il guardiano mugugnò e si allontanò; non mi vide
scendere ai piedi del mio lettino e cadere in ginocchio.
Non ricordo proprio quello che dissi a Dio, ma so
che gli chiesi di avere pietà di me, un malvagio assassino e un peccatore.
Quella notte Egli mi salvò, ne ho la certezza. Da allora ho sempre creduto nel
Suo Figliuolo Gesù.
Avevo promesso un sacco di botte a un altro detenuto
per il giorno successivo. Quel mattino andai da lui, che indietreggiò e mi
disse: « non ho voglia di lottare con te, perché eri un pugile».
«Non voglio combattere», gli dissi, «sono
venuto solo a vederti». Diversi detenuti si erano riuniti per vederci
lottare, ma rimasero delusi.
Dio mi aveva liberato dai miei peccati, perché
dovrei voler lottare?
Più tardi, corse la voce che stavo recitando una
parte per evitare di andare alla sedia elettrica.
In seguito il mio caso passò davanti alla Corte
Suprema dell’Illinois, che confermò la condanna a morte. Certo, questo mi scosse
un pò, ma non ho perso la fede in Dio.
Ora ho la consapevolezza che andrò con Lui. Così,
come potete vedere, non ho per niente paura.
Prima di morire, voglio lasciare un ultimo messaggio
per i giovani:
«Cominciate a servire il Signore mentre siete giovani,
crescete su questa strada, ed essa vi manterrà onesti. Una volta che il crimine
si impossessa di voi, è duro smettere. E’ esattamente come con le abitudini di
fumare e di bere, una volta che esse si impossessano di voi, non potete
smettere».
Sì, sarò morto quando leggerete questo, ma ascoltate
il mio consiglio: «… il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è
la vita eterna in Gesù Cristo nostro Signore» ( epistola ai Romani 6:23).
Ho scoperto che questo è vero.
Oggi 22 Ottobre, il direttore Frank Sain mi ha detto
che il governatore Green mi ha accordato un ritardo dell’esecuzione fino al 24
ottobre.
Sono sempre felice e non ho paura di nulla.
Morirò domani, a mezzanotte.
Pete Tanis, missionario delle prigioni della Pacific
Garden Mission accompagnò Ernest Gaither alla sedia elettrica.
Ecco la descrizione delle ultime ore del detenuto:
«Ero stato autorizzato a entrare nella cella di
Ernest circa un ora prima di mezzanotte.
L’atmosfera appariva carica.
Le guardie che si tenevano attorno alla cella,
continuavano a chiacchierare per distogliere il suo pensiero dal viaggio di
mezzanotte. Ma le cose che esse dicevano erano forzate e senza alcun senso,
come le cose che si dicono quando non si sa che dire.
Quando entrai dentro la cella, Ernest mi sorrise e
salutandomi.
Un cappellano di colore gli stava leggendo qualche
cosa dalla Bibbia.
Mi diede il Libro e mi domandò di leggere.
Scelsi il primo capitolo della lettera ai Filippesi.
Ernest si piegò in avanti e ascoltò attentamente quanto
andavo a leggere: «Poiché per me il vivere è Cristo, e il morire
guadagno…. Io sono stretto dai due lati: ho il desiderio di partire e d’esser
con Cristo, perché è cosa di gran lunga migliore» (versi 21,23).
Questo passaggio biblico assieme al Salmo Ventitreesimo
pareva che fossero tra le parti della Bibbia che lui preferiva.
Ricevette un grande conforto da questo versetto: «Quand’anche
camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei male alcuno,
perché tu sei meco. Il tuo bastone e la tua verga sono quelli che mi consolano»
(Salmo 23:4). Citò questo passaggio a memoria, mentre l’orologio scandiva
l’ultima ora della sua vita.
Di fuori le guardie ascoltarono in maniera
tranquilla, alcuni avevano le lacrime agli occhi.
Alle undici e mezzo circa, avemmo una riunione
durante la quale noi cantammo dei cantici.
Ernest disse che desiderava cantare «When the
Roll is Called Up Yonder», e presto i corridoi risuonarono di musica mentre
la voce alta da tenore del Nero risuonò al di sopra delle voci stonate delle
guardie.
Mentre si smorzavano le ultime melodie di un altro
cantico: «Just A Little Talk With Jesus», alcune guardie vennero con
delle forbici tosatrici per tagliare i capelli all’uomo con la voce da tenore.
Poco prima di mezzanotte, Ernest pregò: «Dio»,
cominciò sommessamente, «quando io entrai qua la prima volta, io odiavo
queste guardie; ma ora, Dio, io le amo - O Dio io amo tutti gli uomini».
Poi pregò per quelli che aveva fatto soffrire, per sua madre, domandando al
Signore di benedirla, e concluse dicendo: «…e, Signore, io non morirò
tramite elettroesecuzione, perché sto solo andando a sedermi sulla sedia e mi
addormenterò».
Un momento dopo, fu posato sulla sua testa un
cappuccio nero, ed egli cominciò a percorrere gli ultimi metri.
Da ogni lato stavano delle guardie, ambedue
visibilmente nervose.
Ernest lo capì.
Erano presenti 75 testimoni quando delle mani
insicure legarono con delle cinghie quella figura incappucciata sulla grande
sedia nera che era messa in evidenza da un pavimento di acciaio inossidabile.
Poi per due minuti – che sembrarono delle ore – un
inserviente lavorò in maniera febbrile a un elettrodo difettoso.
Alla fine, a mezzanotte e tre minuti, il primo dei
tre colpi elettrici attraversò il corpo di Ernest.
Per mezzanotte e un quarto, erano sfilati cinque
medici e uno dopo l’altro confermarono la sua morte.
Ma io sapevo che il vero Ernest Gaither viveva
ancora e che era morto soltanto il suo corpo. Mentre lasciavo la prigione,
pensai al versetto che egli amava tanto: «Poiché per me vivere è Cristo, e
morire guadagno».
Liberamente adattato da: Liberty Prison Ministries Tracts e da: VoxDei